Home » Articoli » La psicologia junghiana e le neuroscienze

La psicologia junghiana e le neuroscienze

Psicologia junghiana e le neuroscienze

Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay

La psicologia junghiana e le neuroscienze

Vorrei iniziare l’articolo con un antefatto, di cui se ne comprenderà il senso alla fine dell’articolo, ma anche un richiamo alla teoria dei tre cervelli, che protrebbe essere propedeutico per una migliore comprensione di quanto stiamo sostenendo.

Amore e violenza

In un libro del 2004 e tradotto in italiano nel 2008, François Ansermet e Pierre Magistretti invitano a immaginare un caso fittizio, così simile a uno dei tanti episodi di cronaca di cui sentiamo spesso parlare.

Una coppia

C’è una coppia nata da poco. I due si piacciono, si attraggono reciprocamente, ma si percepiscono ancora legati ai loro precedenti partner.

Per quanto la storia sia cominciata anche con l’obiettivo di liberarsi dell’ingombrante nostalgia per i vecchi rapporti, entrambi non sono indifferenti di fronte ai tentativi degli ex di ristabilire un contatto.

Il passato sembra minacciare costantemente la nuova relazione, impedendole di maturare.

Lui

Un giorno, poi, lui riceve un messaggio dalla precedente fidanzata. Questo scatena un violento litigio: lei lo accusa di mantenere un rapporto ambiguo con la sua ex, di esserne ancora innamorato. Lui si difende, cerca di rassicurarla, ma viene respinto.

Lei

Solo dopo una lunga discussione riesce a farla calmare. Il giorno dopo, però, è lei che riceve un messaggio dal precedente fidanzato, il che accende la rabbia nel ragazzo. Perché lo ha aggredito in quel modo se è la prima a mantenere una posizione tanto ambigua con il suo ex?

La lite

Il litigio riprende, ma questa volta nuovi sentimenti entrano in gioco, aspetti profondamente connessi alle problematiche evolutive del ragazzo:

«Lui si sente tradito. È disperato. Preso da una sorta di escalation, è accecato dalla rabbia. Non sa più quel che fa. Non sa più chi è.

È accecato da uno sconforto immemorabile, come quello vissuto da piccolo, dopo essere stato lasciato in quell’Istituto in cui si sentiva respinto e abbandonato in una solitudine estrema.

Ormai si è distaccato dalla situazione presente. Torna a rivivere quel che lo tormenta fin dall’infanzia. Non sa più dove si trova: viene ripreso dall’estremo sconforto che prova ogni volta che deve affrontare il rischio della solitudine. Per lui, se lei ha una relazione con un altro, è la fine. È la sua fantasia: se l’Altro lo abbandona, lui non esiste più» (Ansermet, Magistretti 2008, p. 88).

Il panico scatena dunque una reazione irriflessa, immediata. Al pericolo risponde con l’attacco, con l’aggressione, con la violenza:

«L’assente lo perseguita. Assente da se stesso, deve riprendersi, deve salvarsi. Ed ecco che la colpisce, una volta, due volte. La passione amorosa si è trasformata in una passione omicida: è così che la passione può uccidere senza l’intenzione di farlo. La colpisce senza sapere quello che fa, come per salvarsi, per ritrovarsi, per sfuggire a quella disperazione in cui si sente sprofondare ogni volta di più» (ivi, pp. 88-89).

Com’è possibile tutto questo? Che cosa accade nella mente di una persona per spingerla  a perdere completamente la ragione, tanto da assalire quanto desidera, da distruggere proprio quanto non vuole abbandonare.

La teoria dei complessi di Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung elaborò, nel secolo scorso, l’idea che la psiche dell’uomo non fosse unitaria ma, piuttosto, costituita da una pluralità di strutture autonome definite “complessi”. Queste strutture erano intese come un insieme condensato di ricordi, emozioni e pensieri dotati di una relativa autonomia rispetto all’Io (a sua volta giudicato un complesso autonomo).

Secondo questa proposta, ciascuno sarebbe abitato da una serie di “personalità parziali”, formatesi attraverso la concentrazione di materiale psichico proveniente dall’esperienza interna ed esterna.

L’uomo, pertanto, non sarebbe un’individualità, ma una moltitudine di complessi controllati dall’Io (cfr. Galimberti 2020, p. 261).

La psicopatologia, per Jung, è spiegabile alla luce di questa prospettiva. Più l’Io si indebolisce nella sua capacità di rapportarsi con i complessi, più i complessi agiscono sull’individuo pilotando le sue azioni, spingendolo a fare o a dire cose spiacevoli, addirittura a commettere atti che razionalmente non accetterebbe mai.

L’uomo, in questi casi, è posseduto dai suoi complessi.

Il sequestro emozionale

Uno specifico stimolo (il messaggio ricevuto dall’ex dalla fidanzata) ha attivato una costellazione strutturata di ricordi traumatici, paure di abbandono, rabbioso senso di ingiustizia e terrore della solitudine, il quale ha innescato una reazione di attacco del tutto priva di una mediazione riflessiva.

È una condizione che Daniel Goleman definisce “sequestro emozionale”: gli stati affettivi “requisiscono” la persona e le impediscono di rendersi pienamente conto di quanto sta facendo (Goleman 2017)

Amigdala e sms

Le neuroscienze hanno negli ultimi anni evidenziato le implicazioni biologiche di queste dinamiche.

Il neuroscienziato Joseph LeDoux ha distinto una “doppia via” nell’elaborazione della paura, che sembra efficacemente provare la validità della tesi junghiana in merito ai complessi.

A livello cerebrale, infatti, quando un segnale di pericolo raggiunge il talamo, questo viene ritrasmesso direttamente all’amigdala, la quale attiva una risposta di paura: “Attacca!” (oppure: “Fuggi!”).

Il Talamo

Il talamo, contemporaneamente, invia il segnale alla corteccia, la quale lo elabora, riconosce il suo grado di pericolosità e poi trasmette, a sua volta, l’informazione codificata all’amigdalaÈ quanto ci porta a dire: “Ragiona!” (cfr. LeDoux 2008). 

È evidente come il primo passaggio sia più veloce del secondo, non richiedendo una mediazione corticale.

Data però la velocità con cui le informazioni sono elaborate dal cervello, ciò non risulta particolarmente problematico nella vita di tutti giorni. Per qualcuno però, il  modo con cui l’amigdala riceve il segnale dal talamo può essere così intenso da condurre a una potente reazione per rispondere allo stimolo di pericolo.

Amigdala

Quando questo succede, il cervello risulta completamente “sequestrato” dall’amigdala: la persona è guidata da un “pilota automatico” che interviene per condurla fuori dalla situazione di pericolo.

Questa eccessiva sensibilità dell’amigdala, può dipendere dal ruolo specifico che essa possiede all’interno del cervello.

L’amigdala – coinvolta nell’elaborazione delle emozioni – è infatti il ricettacolo della memoria emozionale, la sede dei ricordi affettivi.

Amigdala ed evoluzione

Dal punto di vista evolutivo, l’amigdala matura molto presto nel bambino, registrando i conflitti con le figure di riferimento anche nei primi anni di vita.

In persone con un vissuto problematico e doloroso, specifici stimoli possono evocare nell’amigdala la riattivazione della memoria traumatica, scatenando un’intensa risposta di attacco-fuga (cfr. Van Der Kolk 2015).

Il soggetto si percepisce come se fosse realmente di nuovo un bambino impotente, vittima dell’abuso o dell’abbandono di un adulto amato e minaccioso, ed è portato ad agire in preda al panico.       

La coppia dell’esempio iniziale  

Torniamo quindi all’esempio iniziale. Il messaggio dell’ex ricevuto dalla ragazza è interpretato chiaramente come un segnale di pericolo.

Lo stimolo della paura, in questo caso, viene inviato dal talamo all’amigdala (“via bassa”) e alla corteccia (“via alta”) con un duplice effetto: permettere una risposta immediata, rapida, e contemporaneamente favorire un’elaborazione razionale della situazione.

Ma qualcosa va storto.

Il segnale che arriva all’amigdala dal talamo, infatti, evoca una costellazione di paure di abbandono, di ricordi traumatici, di aggressività repressa connessi alla memoria infantile.

Il ragazzo è posseduto dalla percezione disperata di rivivere quel momento.

L’amigdala iperattivata invia un intenso segnale all’ipotalamo (altra struttura cerebrale), il quale sollecita il sistema endocrino ad aumentare i livelli degli ormoni dello stress, fra cui il cortisolo.

La tensione è alta, troppo alta perché l’informazione proveniente dalla corteccia possa permettere una corretta elaborazione. La ragione è come inibita: si può solo aggredire o fuggire.

Lavorare sulle relazioni interiori per vivere in modo sano quelle esteriori

Psicologia analitica e neuroscienze sembrano dunque aver descritto lo stesso processo, sebbene con linguaggi differenti.

La teoria dei complessi di Jung e gli studi neuroscientifici sulle emozioni, si muovono nella stessa direzione, evidenziando le dinamiche che conducono a una dissociazione della coscienza.

Quando il cervello emotivo (chiamato “sistema limbico”, rispetto al quale l’amigdala è una delle componenti fondamentali) e il cervello razionale (o corteccia prefrontale) non sono adeguatamente comunicanti, ad esempio a causa delle memorie traumatiche impresse nell’amigdala, il risultato può essere terribile e doloroso.

Jung ha espresso tutto questo, insistendo sulla necessità di rafforzare il rapporto fra l’Io e i complessi, evitando quelli che altrove sono stati definiti “sequestri emozionali”.

Lo scopo della psicoterapia

Scopo della psicoterapia diviene dunque quello di intensificare la relazione fra le aree corticali e l’amigdala.

L’esercizio a verbalizzare le emozioni in modo cosciente, illuminando le dinamiche implicate nelle esplosioni affettive irrazionali, indagando le problematiche evolutive che ne sono alla radice e imparando a valutarne la portata, cambia infatti la biologia del cervello agendo sulla plasticità neurale (cfr. Kandel 2018; Ansermet, Magistretti 2008).

Se, da una parte, la corteccia prefrontale (cioè la ragione) non ha il potere di evitare all’amigdala di reagire, dall’altra può infatti favorire la gestione di quelle irruzioni emotive tanto disperate quanto spesso pericolose.

L’equilibrio fra cervello emotivo e cervello razionale, la loro collaborazione reciproca, è quanto viene rafforzato dalla terapia.

Questo equilibrio coincide con la maturità psicologica essenziale in ogni legame. In termini junghiani: il corretto rapporto fra l’Io e i suoi complessi, fra la coscienza e i contenuti autonomi dell’inconscio, è ciò che garantisce una relazione efficace anche con l’autonomia dell’altro.

Effetti della terapia sulla nostra coppia

Concludiamo con la nostra coppia, e immaginiamo un episodio parallelo a quello inizialmente citato: una situazione analoga alla precedente ma dopo un serio ed efficace percorso di terapia.

Vediamo ora che il messaggio dell’ex, ricevuto dall’attuale fidanzato, infastidisce la ragazza, che tuttavia non si lascia andare a una rabbiosa accusa. E viceversa.

Vediamo che il messaggio dell’ex, ricevuto dall’attuale fidanzata, infastidisce il ragazzo, evocando magari in lui dolorose fantasie di abbandono. Queste, però, non lo prendono alla sprovvista: le riconosce, le sa nominare, non le confonde con la realtà.

Esse appartengono a un passato del quale ha elaborato il lutto. Egli non è più un bambino indifeso, vittima di abusi o trascuratezza, ma un uomo cosciente delle sue azioni e padrone di se stesso.

Il cervello razionale mantiene la comunicazione con il cervello emotivo; l’Io conserva un rapporto con i suoi complessi, senza lasciarsi rovesciare.

I due giovani soffrono per le ambiguità che li vedono coinvolti, e decidono di non urlare. Si siedono l’uno davanti all’altra. Sono arrabbiati, ma non furibondi; sono feriti, ma non disperati. Il loro sguardo è inquieto ma fermo, pronto per un confronto maturo.

 

A cura del dr. Shady Dell’Amico 

Bibliografia
Ansermet/Magistretti, A./P., (2008), A ciascuno il suo cervello. Plasticità neurale e
inconscio, Bollati Boringhieri, Torino. Titolo originale: À chaucun son cerveau.
Plasticité neuronale et inconscient, 2004.
Galimberti, U., (2020), Dizionario di Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi, Neuroscienze,
Feltrinelli, Milano.
Goleman, D., (2017), L’intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici,
BUR, Milano. Titolo originale: Emotional Intelligence, 1995.
LeDoux, J., (2008), Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni, Baldini&Castoldi,
Milano. Titolo originale: The Emotional Brain. The Mysterious Underpinnings of
Emotional Lifine, 1996.
Kandel, E. R., (2018), La mente alterata. Cosa dicono di noi le anomalie del cervello,
Raffaello Cortina Editore, Milano 2018. Titolo originale: The Disordered Mind.
What Unusual Brains Tell Us About Ourselves, 2018.
Van der Kolk, B., (2015), Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello
nell’elaborazione delle memorie traumatiche, Raffello Cortina Editore, Milano.
Titolo originale: The Body Keeps the Score, 2014.

Condividi questo articolo sul tuo social network preferito