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Il silenzio e la psicoterapia

Il silenzio in psicoanalisi

Il silenzio nel corso di una psicoterapia

IL silenzio in psicoterapia come del resto nella comunicazione umana segue una linea spesso labile e impercettibile. Il paziente entra in studio, si siede e comincia a parlare. Il terapeuta, in silenzio, attende e ascolta.

Moltissimi pazienti si lamentano del fatto che “… parlo solo io, lui non dice nulla”. Dopo 5 sedute il terapeuta non ha detto assolutamente nulla e allora ho deciso di interrompere le sedute.

Chissà quante volte avete sentito o letto cose simili.

Lo scopo di questo articolo vuol essere solo quello di spiegare il perché del silenzio, dando così un’idea della sua importanza.

Il paziente parla, il terapeuta ascolta.

Mentre il paziente parla, il terapeuta ascolta e lavora. Il terapeuta osserva, ascoltando se c’è un problema nevrotico dominante, centrale e cerca di intuire eventuali resistenze.

Verifica la capacità di comunicare del paziente o al contrario la tendenza a tacere, ruminare, allontanarsi dal discorso, …

Stando in silenzio, e ascoltando associa il contenuto attuale integrandolo con tutti quelli precedenti; analizza le reazioni, i suoi conflitti, le sue fantasie, gli interventi e le reazioni.

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Finchè non c’è nulla da dire, il terapeuta tace ma, una volta compresi e assimilati non solo i contenuti espressi ma soprattutto quelli latenti, comprese le resistenze, su suggerimento dell’inconscio (la comunicazione avviene su due livelli ovvero, la coscienza di entrambi e l’inconscio di entrambi) ecco che l’analista interviene, propone una interpretazione che ha lo scopo di favorire una presa di coscienza.

Le reazioni del paziente spesso sono del tipo:’… non ci avevo mai pensato …’.

Spesso accade anche che è il paziente stesso che giunge a conclusioni risolutive del tipo:’ … ho capito che i miei pensieri spesso mi portano fuori strada … ‘

La parola, in certe situazioni, interrompe il naturale processo verso una auto ridefinizione del contesto, e sarebbe solo un’interferenza che potrebbe riattivare le resistenze e quindi una potenziale regressione.

In alcuni casi, quindi, il silenzio è d’oro.

Quando è applicabile e perchè la strategia del silenzio

  1. Il paziente arriva in studio, il terapeuta tace e attende che il paziente inizia a parlare.
  2. Tace perchè, sulla base delle comunicazioni, non ha cose da dire. Non ha domande, non sente la necessità di chiarire a se stesso e al paziente eventuali contenuti ambigui o nebulosi;
  3. Attende eventuali follow-up delle sue precedenti interpretazioni; in altri termini, il terapeuta ha formulato delle ipotesi; su queste ipotesi il paziente fa le sue riflessioni (che non necessariamente sono immediate – capita di giungere a qualche conclusione anche dopo svariate sedute);
  4. Ci sono alcuni pazienti che, diversamente da altri, sanno lavorare da soli; sono in grado di trovare il bandolo della matassa dei propri pensieri e di trovare un nuovo senso; in tal caso ogni intervento potrebbe essere deleterio;
  5. L’analisi ha momenti in cui non si capisce dove si sta andando. Momenti quindi ove non c’è o non si sa cosa dire. Momenti in cui si deve attendere il momento giusto per fare il commento o l’indicazione più idonea;
  6. Il paziente non ha nulla da dire, ebbene, l’analista attende cercando ovviamente di capire perché. Capire il significato di quel silenzio. Una volta sono stato 20 minuti ad osservare il paziente che pur non dicendo nulla, lo vedevo vagare tra i suoi pensieri e le sue supposizioni finché, dopo quel tempo, il giunse autonomamente ad una conclusione molto utile. Ogni mia parola sarebbe stata non solo inutile ma anche dannosa.

Queste sono indicazioni generali, quindi di massima, da applicare cum grano salis, ovviamente.

In terapia non ci arriva mai un paziente ma una persona, un essere umano; ha il suo vissuto, le sue sofferenze, le sue curiosità, il suo desiderio di vedere oltre. L’analista deve cogliere sempre questa singolarità e applicare non la tecnica ma l’intuito, l’empatia, a volte il pragmatismo …

Davanti a se ha un soggetto e non un oggetto. Lo deve comprendere e prendere per mano per accompagnarlo lungo il suo percorso, non per dissuaderlo ma per aiutarlo a fargli vedere dove potrebbe condurlo.

Se è vero che non esiste la realtà bensì LE REALTA’, non esiste la verità bensì LE VERITA’, e quindi ognuno ha la sua, il compito dell’analista è quello di fargli valutare la differenza, affinchè possa scegliere con una maggiore consapevolezza.

I rischi dell’uso del silenzio

Il terapeuta deve fare attenzione a non esagerare con il silenzio, nel senso che dovrebbe essere adeguato, cioè né troppo né troppo poco.

Gli interventi non devono essere svianti oppure poco attinenti al contesto. Le parole hanno un peso, e in quanto tale vanno dosate in modo opportuno, altrimenti se ne vanifica l’effetto terapeutico.

Quindi, se il silenzio è terapeutico, un uso non corretto, vanifica la terapia.

 

Bibliografia:   Robert Langs – Le tecnica della psicoterapia psicoanalitica

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