Malattia di Alzheimer

Malattia di Alzheimer – introduzione

La malattia di Alzheimer e il suo sviluppo, dipende, prevalentemente dall’accumulo di proteina beta-amiloide che  va a distruggere le sinapsi,  impedendo le comunicazioni tra cellule nervose e provocando così, la perdita di memoria ed il deterioramento cognitivo tipico di questa patologia.  In realtà, è un processo che inizia molti  anni prima che il paziente diventi sintomatico.

L’importanza della proteina beta/amiloide nello sviluppo dell’Alzheimer

Il Dr Antonino Cattaneo, neurobiologo presso l’Ebri, Istituto Europeo per la Ricerca sul Cervello – fondato dal premio Nobel Rita Levi Montalcini –  ha recentemente condotto una ricerca, insieme ai suoi collaboratori,  già pubblicata dalla prestigiosa rivista Nature Communications, grazie alla quale è stato possibile  individuare il “sito” nel quale, alcuni elementi fortemente tossici e coinvolti in modo fondamentale nella malattia di Alzheimer, si accumulano  e si aggregano, prima di costituirsi in placche.

I ricercatori hanno scoperto il luogo specifico in cui iniziano a formarsi i “mattoni” alla base della formazione della proteina b/a.

Tali elementi o “mattoni“, sono rappresentatati dagli oligomeri patologici di a/beta;  il sito in cui essi si aggregano è costituito dal reticolo endoplasmatico, ovvero un labirinto di piccoli canali dai quali il nucleo delle cellule è circondato.

Presso l’Ebri è stato possibile  sviluppare una tecnica selettiva che ha consentito di effettuare una “fotografia” di questa struttura endocellulare che  svolge un ruolo fondamentale per la malattia Alzheimer.

La speranza di sviluppare cure farmacologiche efficaci

L’ importanza fondamentale  di questa scoperta è rappresentata secondo gli scienziati che hanno condotto questo studio,  nel fatto che essa sembra offrire uno spiraglio nella possibilità di sviluppare  delle terapie farmacologiche realmente efficaci, che vadano a colpire esattamente quelle zone cerebrali in cui si aggregano queste proteine altamente tossiche, permettendo così di intervenire il più precocemente possibile nella malattia di Alzheimer.

Più specificatamente, nel corso dello studio,, sono stati sperimentati su cellule vive, degli anticorpi attivi all’interno delle cellule denominati “magic bullett

Il neurobiologo Antonio Cattaneo e la sua equipe,  potrebbero quindi aver scoperto per la prima volta, un’arma avente un grande potenziale terapeutico per bloccare, fin dagli esordi e nel suo primissimo manifestarsi, questa grave malattia neuro degenerativa.

Esame del sangue e l’Alzheimer.

I risultati di questa ricerca, sono stati resi noti quasi contemporaneamente alla creazione da parte di un team di scienziati della Oxford University e del King College di Londra di un test del sangue che dovrebbe permettere di individuare, se c’è il rischio di ammalarsi di Alzheimer oppure di altri tipi di demenza con almeno un anno di anticipo.

Questo, permetterà di poter intervenire in modo tempestivo a livello farmacologico, nelle primissime fasi della malattia, quando cioè il paziente è ancora in grado di inten

dere e di volere e quindi potrà o meno dare il suo consenso alle necessarie cure cui avrà bisogno. 

Alzheimer, cure e Bioetica

La somministrazione di questo test ematico per capire se la persona svilupperà presto l’Alzheimer o altre demenze, suscita, come è comprensibile, molte perplessità a livello bioeticoBisogna infatti considerare sempre la possibilità di errori e di falsi positivi.

D’altra parte, è necessario che coloro che sono malati ma ancora capaci di prendere decisioni anche importanti,  possano esprimere il loro parere e consenso sulle cure ed sui percorsi di riabilitazione, che in una fase avanzata  dello sviluppo e del manifestarsi della patologia, possono consistere in approcci molto pesanti alla persona, finalizzati al tenerla in vita con ogni mezzo. 

Inoltre va considerato l’enorme impatto che questa malattia ha nella conduzione della quotidianità che la famiglia vedrà trasformarsi continuamente al punto da cambiarne profondamente lo stile di vita.

A cura della D.ssa Elisabetta Lazzari

Autore dell'articolo: domenico bumbaca