La paura del giudizio degli altri

cosa vuol dire giudicare gli altri

La paura del giudizio degli altri

scimmia-gabbia-lorenzUno dei bisogni primari dell’essere umano è quello di essere amati (gli esperimenti di Lorenz sulla scimmietta in gabbia lo dimostra ampiamente ed ha permesso di definire e descrivere i modelli di attaccamento sia nel bambini (John Bowlby) che nelle coppie.

Tutti i bambini, tengono molto all’amore dei propri genitori la cui mancanza può provocare, da grandi, una delle paure più diffuse; la paura di non essere accettati che a sua volta genera altre paure che sono, ad esempio, legate al proprio aspetto, ai propri titoli scolastici, alle proprie origini, all’età, al lavoro, etc.  Il tutto per non essere esclusi, umiliati, emarginati etc.

Diceva Aristotele che l’uomo è un animale sociale, nel senso che tende per sua natura ad unirsi agli altri esseri umani e costituirsi e integrarsi in una società. Questo è sempre accaduto e sempre accadrà perché è un comportamento adattivo.

La psicologia evoluzionistica sostiene che le nostre paure ed emozioni sono solo risposte che il nostro sistema nervoso ha assimilato nel corso dei millenni per uno scopo ben preciso: adattarsi all’ambiente.

Quello che è accaduto per millenni, accade anche oggi, e sin dalla più tenera età. I genitori ci insegnano continuamente che è molto importante il giudizio degli altri. Peccato però che per avere un buon giudizio dagli altri, spesso implica ‘fare ciò che gli altri si attendono da noi’, ovvero soddisfare le aspettative altrui.

Ma cosa succede facendo così? Si mettono in secondo piano le nostre, dimenticando anche quali sono i valori a cui si è sempre creduto. Quindi, per evitare il rifiuto e l’emarginazione, tendiamo a conformarci.  Chi non teme il giudizio negativo per una cosa o per un’altra?

In epoche molto antiche (preistoria – paleolitico) i ‘lupi solitari’ avevano meno chance di sopravvivenza di coloro che invece si riunivano in gruppi (di raccoglitori, cacciatori, etc). Solo grazie alle varie specializzazioni (traendo vantaggio da competenze e abilità singole) un gruppo di individui poteva sperare di sopravvivere in un ambiente allora molto più ostile di oggi.

In questo contesto, chi non si integrava (uomini che andavano fuori dal villaggio; donne che invece restavano per accudire ai figli, ai vecchi e agli ammalati) rischiava grosso, ovvero quello di essere esclusi (cacciati, emarginati) dal gruppo; il che equivaleva a morte precoce.

I nostri arcavoli, quindi, erano spaventati dall’idea di essere valutati negativamente dal resto del gruppo.  Il gruppo poteva reagire male se durante la caccia non si faceva il proprio dovere, se si parlava male del capo, se si andava contro le regole, etc.

Forse proprio in questo ambito si può trovare una possibile spiegazione alla paura di parlare in pubblico.  Ecco perché esporsi in pubblico, per alcuni, è visto come una sorta di fobia (che può sfociare in fobia sociale).

Nella nostra psiche quindi, è rimasta (come tratto evolutivo) questa sorta di paura  che sta alla base di tante fobie, paure, senso di insicurezza, di precarietà. Buona parte dei nostri pensieri ossessivi in merito alla percezione di disastri imminenti risiede in questa prospettiva anche se, naturalmente, questa va considerata solo una delle possibili cause. Vanno infatti considerate anche le differenze individuali che sono relative alla unicità di ogni essere umano.  

Considerando che nessuno può in tutta tranquillità, sostenere di ‘essere completamente all’altezza’  ognuno di noi deve realizzare i propri sogni, perché ogni sogno che rimane nel cassetto, nel tempo, non può che fare la muffa.  Se vogliamo fare una cosa,  dobbiamo semplicemente farla. In punto di morte è sconfortante dover dire: volevo fare una cosa e non l’ho fatta; volevo andar là e non ci sono andato, etc.   

Gli altri giudicano e noi lo percepiamo in modo accentuato solo se anche noi siamo giudicanti. Se noi, invece, viviamo e lasciamo vivere e non giudichiamo le scelte altrui, avremmo la tendenza di pensare che anche gli altri faranno la stessa cosa. Analizziamo noi stessi e se troviamo tracce di giudizio, liberiamocene.

Quando pensiamo che gli altri, tutti gli altri, stiano li solo ed esclusivamente per monitorare ogni nostro movimento (mentre sarebbe più semplice pensare che la gente ha la sua vita) possiamo star certi che tra i meccanismi di difesa, quello che opera in quel momento è il meccanismo della proiezione ; noi e solo noi, stiamo proiettando sugli altri ciò che in realtà sta accadendo dentro di noi.

Quindi, se è in gioco il meccanismo della proiezione, ciò che pensiamo che gli altri dicano o facciamo, in realtà altro non è che: ’sto giudicando me stesso’. 

Pensiamo ad esempio a chi, malato di DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) non consegna mai un lavoro perché è vittima del proprio perfezionismo e quindi trova sempre qualcosa che non va.

Nelle situazioni non patologiche, troviamo sempre nella quotidianità soggetti che peccano di perfezionismo. Non sarà che queste persone hanno imposto a se stessi uno standard troppo elevato? Non sarà che dietro questo atteggiamento un po’ pedante si cela una persona profondamente insicura?

Uno dei principi fondamentali che regolano l’attuale società (non quella del paleolitico) si condensa in una frase molto semplice:

non è possibile piacere a tutti

Se invece questo è il nostro obiettivo, ebbene, soffriremo sempre. Non è sano pensare che gli altri facciamo esattamente ciò che ‘faremmo noi’. Gli altri sono altri e quindi hanno una loro autonomia.

In quella autonomia, possono interpretare il nostro comportamento (che sicuramente sarà pieno di buonsenso e disponibilità) come avverso e ostile o nella migliore delle ipotesi discutibile.

Vediamo ad esempio lo schieramento dell’elettorato all’ultimo referendum, quello della riforma costituzionale. Quelli del SI e quelli del NO.

Ho visto amici di lunga data (avversari nella decisione) che si sono insultati e alcuni addirittura che hanno troncato la loro amicizia. Entrambi straconvinti che la propria decisione fosse l’unica possibile.

Dovremmo quindi, semplicemente intraprendere un solo modello, quello dell’autenticità che non è quello del sempre si o quello degli alternativi che dicono sempre no.

L’autenticità impone che chi fa e dice, lo fa senza preoccuparsi di ciò che gli altri possono dire. Questa scelta, impone che ognuno di noi faccia esattamente ciò che desidera ignorando il giudizio degli altri.

Oggi non siamo nel paleolitico, se un gruppo ci esclude, ne possiamo costruirne un altro.

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