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Attacchi di panico – modi giusti e modi sbagliati

Gli attacchi di panico sono invalidanti


Gli attacchi di panico, e chi ne soffre lo sa benissimo, hanno due caratteristiche: sono invalidanti (almeno nel momento della crisi ma non solo, poichè la relativa paura limita terribilmente il nostro raggio di azione), ed anche, sono molto frequenti. L’OMS (Org Mond Sanità) dice che è il disturbo più frequente e colpisce il 20% della popolazione e i numeri aumentano sempre di più.

Limitante perché, non si fa altro che pensare al nuovo attacco, e quindi, di conseguenza, si limita la propria vita trasformandola in una prigione, dal momento che porta con se una grande sfiducia in merito alle proprie capacità e dal senso di limitazione di autonomia che ne deriva.  

Chi soffre di attacchi di panico e non fa nulla per risolvere sa che ogni adp è unico, perché ogni volta si provano le stesse sensazioni che si sono provate la prima volta (cuore che batte all’impazzata, il petto dolorante, arrossamento della pelle, difficoltà respiratoria, etc). Ogni volta il dolore è così forte che si corre al pronto soccorso il quale, dopo i controlli di prassi (elettrocardiogramma, pressione, etc), ci rimanda a casa suggerendo l’uso di un ansiolitico.

Insomma, per quanto si abbia sperimentato, è quasi impossibile far tesoro delle esperienze passate  in merito a tutto ciò che concerne gli attacchi di ansia.  

Dice Jung:

Noi siamo un processo psichico che non controlliamo, o che dirigiamo solo parzialmente. Di conseguenza , non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solo di conoscerlo. In fondo, noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute“.
 

Attacchi di panico – neurotrasmettitori

Come tutte le volte precedenti, anche questo attacco, passa. dopo la crisi si normalizzano i parametri di allerta. I ‘parametri’ si riferiscono ad alcuni neurotrasmettitori (legati maggiormente ai disturbi dell’ansia e dell’umore), che sono:

La serotonina è associata al sonno, all’umore, all’appetito e ad altri aspetti legati alla regolazione dell’organismo. Sembrerebbe anche (e alcune ricerche lo confermerebbero) che un ridotto dosaggio della serotonina stia alla base dell’ansia e della depressione.

La dopamina contribuisce, in parte, alla sintomatologia in questione (AdP). Ha diverse funzioni, dal momento che influenza la quantità di energia che un soggetto può avere, la capacità di attenzione e altre variabili che, se sono sbilanciati, possono generare l’ansia.

La norepinefrina è un altro neurotrasmettitore che gestisce la reazione allo stress, e che è responsabile alla risposta di fuga o lotta in un momento di ansia.   

Il GABA (acido gamma- aminobutirrico) bilancia la eccitazione/agitazione con sensazioni  di calma e relax.

La crisi passa, torniamo ad essere quelli di sempre senza bisogno del medico. Che esperienza ne traiamo? Che strategie potremmo mettere in campo per gestire meglio le crisi?  

Ricordiamo che:

a) non vi sono lesioni del SNC ma ‘solo’ un parziale malfunzionamento; b) avere adp non vuol dire essere ‘pazzi’ o ‘fuori di testa’ perché è ‘solo’ un disturbo d’ansia facilmente curabile; c) i sintomi ‘imitano’ altre malattie fisiche quindi poche prove strumentali permettono di escluderle; d) è un disturbo che ha caratteristiche genetiche, quindi non è difficile ritrovarlo in un famigliare; e) raramente durante l’infanzia adolescenza, più frequente nella giovinezza 20-30anni; f) alcune sostanze ne favoriscono l’insorgenza come ad esempio il caffè, la marijuana e l’hashish.

Attacchi di panico – Le sette cose da fare (non risolvono ma aiutano a gestirla meglio).

  1. Rilassarsi – durante la crisi alcuni parti del corpo si contraggono. Impara a rilassarle. Prova a prendere confidenza con il training autogeno.  
  2. Respirare – Il respiro corto, tipico dell’attacco di ansia, ossigena solo la parte superiore del polmone, non tutto. Al cervello arriva quindi meno sangue ben ossigenato. Respira lentamente e profondamente;
  3. Parla con te – ‘sto avendo un attacco di panico, non ho un collasso o peggio. Non posso svenire, tra un po’ passa’. Prova a dirtelo;
  4. Accetta l’AdP – l’ansia non si ferma con la volontà però possiamo accettarla e dirci: sto avendo un adp.
  5. Scrivi la tua esperienza –  nel corso dell’attacco, prova a scrivere tutto ciò che stai passando, ma scrivi le sole sensazioni non in termini catastrofici tipo: morirò.
  6. Torna nei luoghi dove hai avuto adp. Anche se non è facile può essere di aiuto.
  7. Chiedi aiuto – dopo le consultazioni mediche, che in questi casi saranno tutte negative, chiedi aiuto ad uno psicoterapeuta. Solo la psicoterapia (coadiuvato da eventuali farmaci) poò risolvere, definitivamente, le crisi di attacco di panico.

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  1. L’ansia genera paura e la paura l’ansia
    1. Non è così ma esattamente il contrario. Siamo ansiosi perché spaventati. Poi si innesca il circuito autoreferenziale ovvero ansia e paura si influenzano a vicenda in un vortice che fa saltare il controllo psicobiologico generando l’adp. Inoltre, se cerchi di ridurre l’ansia non diminuisce la paura. Se invece si lavora sulla paura, riducendola, si riduce automaticamente anche l’ansia.
  2. L’AdP si cura sedando l’ansia con i farmaci
    1. Come dicevamo sopra, se si seda l’ansia, rimane la paura. Il farmaco quindi, blocca l’attivazione fisiologica ma la paura rimane. Quindi occorre lavorare su questo aspetto per risolvere il problema. Sedando con ansiolitici potrebbe inoltre, avere come effetto collaterale che dopo pochi mesi, paradossalmente l’ansia aumenta.
  3. Uso di tecniche di rilassamento
    1. Vanno bene nei momenti di crisi, per controllarle meglio ma, il problema è sempre lo stesso. Così controlliamo l’ansia ma non la paura. Inoltre, cercando di controllare i nostri parametri fisiologici (da evitare) corriamo il rischio di perderne irrimediabilmente il controllo. Il 90% del nostro cervello fa questo da milioni di anni.
  4. L’adp dura ore
    1. Non è vero, dura pochi minuti. Quindi se dura ore NON E’ un adp (potrebbe essere una crisi isterica, un’angoscia profonda, ansia generalizzata, etc). Trattare come adp una crisi che NON LO E’, può essere dannoso.
  5. Correlazione con la depressione
    1. Accade come per l’ansia e la paura. C’è spesso una inversione. Infatti il panico non è uno dei sintomi oppure una conseguenza della depressione; alcuni studi evidenziano che il 70% delle volte che si sperimenta il panico, accade poi che ci si deprime e non il contrario. In uno studio recente, evidenzia che chi soffre di depressione post-partum in precedenza soffriva anche di un disturbo fobico-ossessivo. Curando questo si curava anche la depressione.  
  6. Per guarire dagli adp servono anni di psicoterapia
    1. L’adp è una risposta olistica (della mente sul corpo) ad alcuni aspetti del quotidiano che ‘proprio non ci stanno bene’ ma che non possiamo fare altro che accettarle, senza poi farlo veramente; chi ne soffre, ha perso il controllo sulla propria vita; chi ne soffre ha un retaggio famigliare (famigliarità genetica), etc. La durata della terapia è legata a tutte queste e altre ragioni. Solo la psicoterapia è in grado di ‘mettere sul tavolo’ il tutto (e questo non accade nel corso della prima seduta ma nel corso delle sedute). Spesso si tira fuori dalle scarpe sassolini che stanno li da anni. In alcuni casi la terapia dura anche poche settimane. Io ad esempio ho risolto un caso nel giro di poche sedute. Quindi da cosa dipende? Dal soggetto e dalla sua predisposizione al cambiamento.
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