L’importanza della memoria nelle interazioni psicosociali

memoriaPer i greci, le anime dei defunti, una volta arrivati nel regno di Ade, dio degli inferi, vengono portate sulla riva del fiume Lete, il fiume dell’oblio.

Chi beve la sua acqua è destinato a dimenticare tutto, per questo motivo, gli Orfici lo sconsigliavano suggerendo invece di  dissetarsi presso il fiume Mnemosine, che scorre vicino al Lete perché, solo non dimenticando, c’è la possibilità di aggiungervi anche i ricordi futuri incrementando così la propria saggezza. Delle proprietà dell’acqua di questi fiumi ne parlano Platone, Virgilio e anche Dante.

Dimenticare comporta spesso conseguenze notevoli: riduce la capacità di formarsi idee in ogni ambito (politiche,  etiche, sociali, relazionali, etc), limita la capacità di giudicare fatti o persone, favorisce l’influenza operata dai media, a volte false e propagandistiche (in ambito politico, nelle vendite, etc)la memoria e l'oblio

I ricordi possono essere individuali o collettivi e possono manifestarsi in modo cosciente o in modalità inconscia e la memoria aiuta l’attività intellettuale a rielaborare i contenuti permettendo di fare ad esempio ipotesi nel risolvere problemi. Quindi, continuamente, grazie alla memoria, pensiamo o formuliamo soluzioni.

Se è vero che la memoria è principalmente utile, in virtù della capacità che abbiamo di gestire le relative informazioni, dobbiamo tenere presente che gli ‘organi’ di lettura sono la coscienza e l’inconscio e solo quest’ultimo ha un accesso totale; la coscienza invece ha un’accesso parziale. 

Per l’inconscio non esiste un presente oppure un futuro quindi un prima o un dopo (molto più utili alla coscienza); per l’inconscio l’accesso non ha limiti, è tutto sempre presente. La neocorteccia, ‘luogo’ della coscienza e quindi sede della logica è l’unica struttura che è in grado di evidenziare le differenze del tempo e del divenire e che quindi ci permette di muoverci nel mondo sensibile (ovvero l’ambiente esterno al soggetto).

Quindi, come dicevamo prima, nell’inconscio ovvero nella parte più profonda di noi, il funzionamento è completamente diverso. Il passato non ha la stessa valenza della coscienza. Oggi, contrariamente a quando eravamo piccoli e quindi meno abili a gestire i conflitti, come ad esempio quelli legati all’Edipo, reagiamo diversamente alle stesse emozioni.

Se è così, come mai i contenuti inconsci rimangono tale a meno di una faticosa analisi? Stiamo parlando di due strutture che funzionano in modo diverso. La logica della coscienza è diversa da quella dell’inconscio, perché come dicono gli studi di Matte Blanco (uno psicoanalista cileno), i due strati (coscienza e inconscio) ‘… è come se parlassero due lingue differenti’, infatti il modo di comunicazione è per immagini che possono essere schematiche come ad esempio nel mandala tibetani oppure come nei sogni.

In base a questa serie di osservazioni si evincerebbe che tutto ciò che ascoltiamo e leggiamo, venga poi tradotta in immagini che rimangono impressa negli strati profondi della psiche e del SNC. Questo ‘processo’ è assolutamente ignoto alla coscienza e, ancora oggi anche ai neuro scienziati. Speriamo che alcuni progetti di studi in Europa e in USA offrano qualche ulteriore chiarimento.

Sembrerebbe confermato che sia la memoria (cioè voler ricordare) che l’oblio (cioè, voler dimenticare – ben diverso dal concetto di rimozione) sarebbero frutto di un atto volontario.

Tutto ciò che è in contrasto o in disaccordo con gli obiettivi della coscienza vengono ‘letteralmente’ seppelliti nel profondità dell’apparato psichico. Ricordare quindi, è legato a come i ricordi sono stati ‘memorizzati’, quindi attraverso uno sforzo mnemonico per cose dimenticate, attraverso l’analisi e le libere associazioni per cose rimosse.

Le manipolazioni (eventuali) del nostro pensiero e dei suoi contenuti avvengono ad un livello diverso da quello mnemonico, avvengono cioè al livello della percezione e comunicazione. Un esempio per tutti, i film della serie Matrix  ripropongono una profonda sfiducia della realtà così come sembra apparirci dal momento che altro non è che un inganno costruito ad arte per renderci sfruttabili.

È evidente che esistono – oggi come in passato – potenti spinte verso la soppressione di quanto possa stimolare il potenziamento delle facoltà cognitive e, di conseguenza, l’autonomia di pensiero.

Ancora oggi si preferisce lo studio di sistemi teorici mortificanti, a volte addirittura reificanti, rispetto agli scritti di Aleksander Lurija, il grande studioso russo padre delle neuroscienze, che ha indagato con profitto i segreti della memoria. In conformità con la dottrina psicanalitica, Lurija ritiene – e dimostra! – che la memoria è potenzialmente infinita in estensione, volontaria e strettamente correlata con la capacità di gestione cosciente dei ricordi.

La mente umana è concepita come un “sistema funzionale” di processi mentali interconnessi con capacità di autoregolarsi. Seguendo Vygotskij, neuropsichiatra dell’infanzia e dello sviluppo e suo connazionale, che propone una dottrina alternativa a quella di Piaget riguardo allo sviluppo del pensiero e del linguaggio nel bambino, Lurija sostiene che la mente umana si forma storicamente, attraverso l’elaborazione delle esperienze. Anche qui vediamo la centralità attribuita alla memoria, intesa non come un semplice aggregato di elementi disparati, ma come progressiva integrazione del Sé.

Questo genere di paradigmi, similmente a quelli di carattere psicanalitico o “del profondo”, sono da considerarsi opposti al c.d. “riduzionismo” psicologico, che vuole la mente umana limitata e meccanica.

Esempi di questo ultimo sono le varie scuole di pensiero che studiano i processi cognitivi umani sul modello degli elaboratori elettronici. Un tale raffronto appare tendenzioso e riduttivo e non può avere alcuna validità scientifica, in quanto i risultati di ricerca ottenuti su un sistema non possono per nessun motivo essere riferiti ad un sistema diverso.

Basti pensare all’assurdità di fantasie deliranti come c.d. “test di Turing“, che ipotizza la costruzione di un computer talmente perfetto da poter fedelmente riprodurre i processi mentali umani a tal punto che una persona, trovandosi a dialogare con esso, non potrebbe distinguerlo da un interlocutore umano.

È evidente che il successo di un simile test dimostrerebbe non tanto il progresso dei mezzi tecnologici quanto l’appiattimento delle modalità di comunicazione umana o, nella migliore delle ipotesi, l’imbecillità dell’interlocutore scelto per eseguire il test! Tali costruzioni teoriche meccanicistiche sono finalizzate ad indurci a percepire noi stessi come “cose” le cui capacità sono limitate e dirette esclusivamente allo svolgimento di determinate funzioni.

Esse hanno lo scopo di rendere più accettabile il fenomeno della “reificazione” che, altrimenti, sarebbe percepito per quello che è realmente: una riduzione dell’individuo al sistema socio-economico ed una violenza nei confronti della psiche.

Estratto di un articolo pubblicato su http://www.amnesiavivace.it

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