Le parafilie – Feticismo e feticismo di travestimento

Il termine feticcio deriva dalla parola fetisio, coniata nel XV secolo dai coloni portoghesi per descrivere gli oggetti inanimati che le popolazioni dell’attuale Nuova Guinea adoravano come divinità; etimologicamente deriva dal latino facticius, il cui significato è fasullo, oggetto tragico, ambivalente.

In termini clinici il feticismo è una parafilia, e il suo esordio è solitamente in adolescenza, sebbene il feticcio possa avere acquisito una particolare significato già nella fanciullezza (coperta di linus). E’ una variabile clinica significativa solo quando il desiderio feticistico interferisce con il funzionamento sessuale normale dell’individuo.

Si definisce feticista la persona che, durante un periodo di almeno sei mesi, ha fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano l’uso di oggetti inanimati (i feticci); queste fantasie causano disagio clinicamente significativo e compromissione  dell’are sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento. Molto spesso i feticci sono mutande, reggiseno, calze, scarpe, stivali, che il feticista tiene in mano mentre si masturba, vi si strofina contro, odora, oppure che può chiedere di indossare al partner durante i rapporti sessuali. Attraverso il feticcio si esprime il desiderio onnipotente di controllare, ispezionare, indagare.

Secondo la teoria sessuale psicoanalitica nel feticismo l’oggetto sessuale normalmente si sostituisce con un altro in relazione ad esso ma assolutamente inadatto quale traguardo sessuale. Il feticismo sarebbe, quindi, un compromesso fra la scoperta e il rifiuto della mancanza del pene nel femminile. Il feticcio è elaborato come un oggetto perduto e poi ricostruito che difende ed esorcizza l’angoscia della castrazione. L’oggetto feticistico sarebbe, nello specifico, l’ultima cosa vista dal feticista prima di scoprire i genitali femminili, considerati come la conseguenza di una castrazione. La misura dell’intensità del coinvolgimento feticistico è dimostrata dal fatto che quel particolare oggetto che lui elegge a feticcio non è il simbolo di un pene mancante ma il pene stesso.

I trattamenti terapeutici del feticismo comprendono l’ipnosi, la psicoterapia psicoanalitica e la terapia comportamentistica.

Il feticismo di travestimento

In termini clinici si parla di Feticismo di travestimento nel caso di un maschio eterosessuale che per un periodo di almeno sei mesi abbia fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente riguardanti il travestimento; queste fantasie causano disagio clinicamente significativo e compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento. La vestizione è, dunque, utilizzata in modo feticistico per eccitarsi sessualmente.

Solitamente il maschio con feticismo di travestimento colleziona gli indumenti femminili che ogni tanto utilizza per travestirsi; altri inseriscono una sola parte dell’abbigliamento femminile sotto il loro abito maschile, alcuni indossano esclusivamente vestiti da donna e hanno l’abitudine di truccarsi. Il capo prescelto si trasforma in un oggetto erotico che la persona utilizza prima della masturbazione e poi nel rapporto sessuale. Anche se il suo orientamento è fondamentalmente eterosessuale, non disdegna rapporti omosessuali occasionali ed ha comunque pochi partner.

Chi si traveste vive in un campo di grandi dimensioni metaforiche, dove l’illusione appaga senza riserve il suo desiderio di essere subalterno, fragile, conservando nel contempo la sua mascolinità. Il suo scopo è, quindi, quello di negare la differenza dei sessi o, addirittura, di contenerli entrambi nella sua persona. Proprio perché l’apparenza femminile viene utilizzata per mantenere la mascolinità non si può parlare di disfunzione dell’identità di genere.

A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

Autore dell'articolo: domenico bumbaca