La consulenza tecnica nei casi di mobbing

Il termine ‘mobbing’ (dall’inglese “to mob”, aggredire) deriva dall’etologia e precisamente da Konrad Lorenz che lo coniò nel 1971, per indicare l’aggressione di animali di piccola taglia da parte di animali più grandi con l’intento di escluderli dal branco o di ucciderli.

Successivamente, agli inizi degli anni 80,  il prof. Heinz Leymann di Stoccolma l’ha usato per indicare una particolare forma di violenza psicologica messa in atto sul posto di lavoro nei confronti di una vittima designata.

In questo contesto ha individuato circa 45 azioni mobizzanti (strutturate secondo il questionario L.I.P.T.) del datore di lavoro (trasferimenti, spostamenti continui, provvedimenti disciplinari, disagi psico-fisici, prepensionamenti, esclusione dal mondo del lavoro etc…), che continuamente messi in atto esautorano l’individuo fino a strutturare uno stato di sofferenza psico-fisica rilevante, permanente e con ricadute nell’area cognitiva, affettiva e relazionale-sociale.

Il conflitto degenera in un’aggressione protratta che passa da questioni professionali ed oggettive, al coinvolgimento totale della persona, con attacchi alla leadership, episodi pregiudiziali, isolamento, ferite narcisistiche, minacce.

Alcuni autori ricollegano il fenomeno in un problema di comunicazione, in una routine di conflitto e da precisi criteri riguardanti la durata e la frequenza. La sequela del disagio psico-fisico, implica episodi di ansia ed agitazione nei primi sei mesi, l’evoluzione in un disturbo d’ansia o d’umore con tratti depressivi ed il fallimento nei tentativi di ripristinare l’equilibrio precedente in un periodo variabile da 6 a 24 mesi, la cronicizzazione del quadro clinico anche oltre i 24 mesi con ricoveri frequenti.

Lo scopo di una Consulenza tecnica è di esaminare i parametri cognitivi ed affettivi, ovvero il cosiddetto esame di stato mentale per porre una diagnosi sul soggetto. Dal punto di vista cognitivo sono importanti l’organizzazione spazio-temporale, la memoria a breve e lungo termine, la memoria operativa, l’attenzione e la concentrazione, il linguaggio verbale e l’espressione. Dal punto di vista affettivo sono rilevanti  la comunicazione non verbale, l’emotività, l’empatia, la capacità di gestione della pulsione erotica ed aggressiva.

L’impressione derivata dai colloqui non può prescindere dalla esperienza clinica del terapeuta psicologo, ma deve essere oggettivata e supportata da strumenti validati come test della personalità, scale di valutazione e questionari mirati (Hama o Stai per l’ansia di tratto e di stato, Beck per la depressione, Zung per l’ansia sociale, Maudsley per il disturbo ossessivo compulsivo etc), inventari della personalità (MMPI2, Millon-III), test proiettivi (Rorschach, D.F.U. etc), che confermino la prima ipotesi diagnostica.

Al momento attuale non esistono parametri medici o psicologici specifici per accertare il mobbing.

Lo psicologo sceglie gli strumenti che meglio conosce e accreditati da una storia clinica ampiamente validata, riferendosi a manuali come il Dsm o l’ICD10 per accertare un Disturbo depressivo, un disturbo d’ansia od un Post Traumatico da stress, molto comuni in queste situazioni.

Newsletter AIPG n° 8, anno 2002

Condividi questo articolo sul tuo social network preferito

Lascia un commento