Una riflessione sulla violenza giovanile

Negli ultimi anni si registra un senso di malessere diffuso nella nostra società, nelle nostre famiglie: spesso si sentono notizie di avvenimenti aberranti, pensiamo ai casi di violenza intrafamiliare nelle forme dell’abuso sui minori o dei parricidi; pensiamo ai casi di violenza etnico-religiose; pensiamo alla violenza nelle scuole e nelle carceri.

L’analisi di un fenomeno così complesso, come la strutturazione di modelli di comportamenti devianti, necessita di un’attenzione al contesto in cui si declina l’azione sociale, per non perdere di vista la specificità dei percorsi attraverso cui il disagio, l’insofferenza e la privazione, possono tradursi in “devianza”.

La nostra attenzione dovrebbe allora focalizzarsi sul fatto che, le azioni violente, sono il frutto di un deficit relazionale, all’interno dei sistemi di convivenza: un’azione violenta è pur sempre un’azione, che va “pensata” e confrontata con “l’altro”, con chi l’azione violenta la costringe in una categoria, in una parola: pensiamo al bullismo o alle forme di devianza adolescenziale che sono emblematiche rispetto alla mancanza di uno spazio di riflessione sulle forme di aggressività, prepotenza o impetuosità del comportamento.

I comportamenti violenti sono una fase di passaggio dell’adolescenza, vanno utilizzati, pensati ed affrontati. Il problema di fondo è che spesso vi è una negazione di questi aspetti poiché prenderne atto significherebbe anche confrontarli con l’aspetto relazionale, cosa che implica una messa in discussione di più partecipanti all’azione definita violenta, siano essi vittime, carnefici o passivi spettatori.

Spesso il comportamento aggressivo consiste proprio in una modalità cristallizzata di interazione con gli altri, determinata circolarmente dall’influenza di fattori sia individuali che sociali.

Talvolta rappresenta una sfida all’identità che permette all’adolescente di sperimentarsi in un ruolo diverso, di dialogare con la famiglia, con la scuola, o solo di “rendersi visibile”; le azione violente diverrebbero quindi dei modi per comunicare la reazione alle regole imposte e non pensate o alla paura del diverso.

Spesso genitori ed insegnanti si domandano perché nelle classi dei propri figli o alunni si manifestino dei comportamenti di prevaricazione: il rischio è quello di cercare il bambino da etichettare come violento e l’altro come vittima.

In conclusione, sarebbe opportuno evidenziare il ruolo adattivo del conflitto, come occasione di crescita personale e relazionale, sia esso in famiglia, a scuola o sul lavoro, a volte necessario per il raggiungimento di nuovi equilibri di convivenza più funzionali all’attuale momento di cambiamento.

* Tratto da R. Dominici; G. Montesarchio “Il danno Psichico. Mobbing, bulling e wrongful:uno strumento psicologico e legale per le nuove pèerizie e gli interventi preventivi nelle organizzazioni”, FrancoAngeli, Milano, 2003.

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