Categoria: Abbandono

I Social Network  e le coppie  

L’influenza dei Social Network nella vita di coppia 

E’ indubbio che i Social Network hanno egemonizzato la vita di tutti noi. Spesso, si passa moltissimo tempo saltando tra Facebook, Twitter, … e altri, mettendo in secondo piano spesso tutto il resto.

Le coppie, anche le più consolidate, spesso hanno discussioni se non liti, proprio su questo argomento

Di certo, nessuno avrebbe mai pensato che sarebbe accaduto quello che sta accadendo. I SN hanno alterato pesantemente valori come famiglia, scuola, coppia, società, politica (In un tweet Trump ha detto che…  Bersani ha risposto con un tweet, …) quante volte lo leggiamo sui giornali oppure lo sentiamo nei vari TG?

L’impatto dei SN in questi ultimissimi anni (e in maniera sempre più crescente) è sotto gli occhi di tutti. La comunicazione, le relazioni, ha nuove regole, insegnate da nessuno ma che tutti oramai conoscono benissimo. La comunicazione, in particolare quella umana, si basa su modalità di scambio completamente differenti anche perché oggi, la possibilità di restare/entrare in contatto, indipendentemente dal tempo e dalla geografia  (spazio e tempo), sono immediate.

Ma, ai fini del benessere psicologico, qual è l’impatto? I SN migliorano la qualità delle relazioni? Che uso se ne fa? Quando si esagera e  se ne diventa dipendenti (c’è gente che addirittura non ne può fare a meno)? Che riflessi sul lavoro, la famiglia, il tempo libero?

Esistono diverse ricerche in merito, ed hanno indagato su impatto e correlazione con le relazioni, e incidenza sulle eventuali rotture, infedeltà, distrazioni, trascuratezze, … Pare che su Twitter ci siano circa 550 milioni di utenti, e ogni giorno si lanciano in rete circa 59 milioni di messaggi. Contrariamente a Facebook, è meno interattivo e offre poche opportunità di chat, anche se, mai dire mai. Ad esempio un mio paziente mi ha confessato che è grazie a twitter che la sua vita è cambiata.

Una ricerca della Università del Missouri-Columbia, condotta dal Dr Russell Clayton, su circa 500 utenti (per più del 60% di genere femminile) evidenzia inequivocabilmente che il tempo speso su twitter è intimamente legato ai conflitti di coppia (malumori, litigi, gelosie…); l’esistenza di tali conflitti  permette di anticipare l’esito negativo della relazione (divorzio, rotture, tradimenti, …) e che tale (prevedibile) esito non dipende dalla durata dalle storia.  Dello stesso autore, altre ricerche avevano evidenziato una forte correlazione tra la gelosia e l’uso di facebook.

Un’altra ricerca, questa volta della University of Oxford, quindi inglese, sostiene che una delle principali cause delle crisi delle coppie avviene quando si usano i SN come primaria forma di comunicazione.

Il campione preso in esame era di 24000 coppie che usano tutti i giorni Facebook.  L’utilizzo di FB quasi esclusivo per comunicare (no telefonate per intenderci ma solo messaggi su messanger) crea molti problemi all’interno della coppia stessa.  Pur non parlando di tradimenti, l’utilizzo del mezzo per comunicare, crea fraintendimenti, suscitano fantasie, portano a fare gratuite idealizzazioni, insomma la comunicazione è falsata, distorta e quindi, oserei dire, distorsiva, dice una cosa che non c’è. A tutto ciò si deve aggiungere la necessità del controllo (che tutti più o meno conosciamo), che può rasentare l’ossessione fino a giungere al negare all’altro qualsiasi forma di privacy, anche la più innocente.

Ciò non bastasse, l’Associazione degli avvocati, quelli che si occupano delle separazione e dei divorzi, quindi gli Avvocati Matrimonialisti, ha divulgato una serie di dati che confermerebbe che Facebook, è una delle principali cause di separazione, per le coppie giovani, ma anche sposate di diversi anni, e arrivano alla rottura perché i tradimenti (non sempre reali) si sono realizzati in rete.

Nel Regno Unito, su tre separazioni, una avviene grazie a Facebook (sostenuto da Divorce online); in Italia una su 5.

Anche WhatsApp non scherza. L’instabilità della coppia avviene con un linguaggio leggermente diverso, perché differente è il mezzo e la sua grammatica (è in linea, ha ricevuto ma non letto, non risponde, chissà con chi starà parlando, …) tutte chiacchiere, ipotesi, pensieri negativi, servono solo ad alimentare ipotesi, supposizioni, gelosie, a volte anche deliri…

WhatsApp è un ottimo strumento per comunicare ma in seguito, potrebbe diventare come FB (vedi sopra); ma da subito lo strumento deve essere usato per comunicare l’essenziale (in questo è fantastico) ma, messaggi e pensieri complessi vanno fatti sempre e solo l’uno di fronte all’altro.

Ma i SN non sono solo negativi, dal momento che, secondo un esperto di coppia e sessuologo il dr  Vito Frugis,  le coppie saltano se c’è una crisi preesistente e Facebook è solo uno dei tanti possibili detonatori. In questi casi il SN è solo una via di fuga, un qualcosa che permette di dialogare con altre persone, un modo per condividere emozioni e sensazioni, un po’ come si faceva con il diario. Ecco che il virtuale, permette di avere conversazioni con sconosciuti e con la quale è facile proiettare bisogni, ansie, paure, …

Cosa si fa dallo psicologo se non proiettare tutto ciò? Solo che lo psicologo poi aiuta a ricollocare il tutto in un mondo reale più armonioso, mentre nel SN tutto può restare virtuale ma, avendo ‘scaricato’, ci fa star meglio anche se poi non cambia nulla. I rapporti costruiti online, si basano su proiezioni al punto da dare l’illusione che possa essere ‘ideale’. Ma dopo l’incontro, ci si scontra con la realtà, e la nuova coppia si deve confrontare con tutte le difficoltà di una coppia, fatta da due sconosciuti, con un vissuto completamente diverso e che hanno il compito di creare un intreccio simmetrico.  Cercare un partner in rete è relativamente facile, il difficile viene dopo.

Frequento una persona che si è appena separata

Mi sono separata – nessuno mi aiuta

Quale sono i traumi più difficili da superare? Al primo posto sicuramente il lutto per la perdita di una persona cara; subito dopo: la separazione.

Come separarsi e quando? Non esiste il tempo giusto, tutto è soggettivo, è legato al vissuto del soggetto, quindi alle sue esperienze, ai suoi desideri, ai suoi bisogni; e poi è anche legato al partner, alle sue caratteristiche, ma anche al momento preciso che si sta attraversando e alle decisioni che si dovrebbero prendere.

Il passato è molto importante perché evidenzia come sono state vissute le prime separazioni infantili e sono condizionanti perché influenzano il modo con cui, in futuro, si affronteranno situazioni analoghe. Conoscerle può aiutare per ricalcarle ma, soprattutto se negative, per operare scelte diverse e quindi più consapevoli ed efficaci.

Le considerazioni che seguono vanno intese come ipotesi di massima, quindi generiche e non specifiche.

In merito al tempo in cui si decide è importante perché, una separazione tra i 20 e i 30 anni è relativamente più semplice perché l’arco temporale che rimane è molto più ampio e si è maggiormente aperti alla prospettiva di una nuova relazione; dopo diviene più difficile, in particolare per chi vorrebbe costruirsi una famiglia (idem per chi la famiglia l’ha invece creata); vedrebbe crollare tutto un progetto di vita o nella migliore delle ipotesi la vedrebbe messa in forse. Oltre i 50anni per gli uomini e per le donne sarebbero sfide completamente diverse: opportunità per nuove conquiste sessuali per l’uomo, atte a confermare la proprio virilità, perché no, anche con donne più giovani; mentre per le donne, che sono prossime alla menopausa, inciderebbe molto sul fronte della propria autostima.

Una volta digerito il fatto che c’è una separazione in atto oppure appena conclusa, ci sono due aspetti importanti da tenere in considerazione: una legata al soggetto e l’altra all’entourage che potrebbe supportarci.

Mi sono separata – cosa fare

Poche cose ma fondamentali.   Manteniamo ordinato l’ambiente in cui viviamo (o andremo a vivere); cestiniamo ciò che non serve e che magari ricordano l’altro. Cerchiamo di rinnovare l’ambiente con cose diverse; ci sembrerà di vivere una nuova vita.

Evitiamo di trascurarci, quindi curiamo l’igiene, l’alimentazione, il fisico e le relazioni amicali. Insomma, coccoliamoci, non può che farci che bene. Se poi c’è una cosa che abbiamo sempre voluto fare senza trovare il tempo, ecco, è arrivato il momento per farla.

Poi ricordiamoci il potere dei proverbi ’amor con amor si paga’, ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’, etc. Evitiamo (è fondamentale) di avere rapporti con l’altro (vederlo, sentirlo, spiarlo, cercarlo, messaggi, …); ogni contatto non fa che allungare i tempi di elaborazione del distacco; ogni volta che c’è il contatto, si riapre la ferita; più la teniamo aperta, più tempo sarà necessario per recuperare una propria autonomia. Se la storia si è chiusa, cerchiamo di essere più decisi, soffriremo un po’ ma solo così, lentamente, recuperiamo lo spazio necessario per ricominciare; insomma, dobbiamo mettere in campo tutte le difese necessarie per accettare ciò che è successo e trovare la strada per voltare pagina.

Separarsi è difficile, doloroso, a volte duro da accettare, fino a giungere la rifiuto. Ma quando è inevitabile, seguire qualche regola, non può che aiutare.  

Abbiamo strutturato la nostra vita scegliendo una vita di coppia, ora è difficile accettare che la coppia non c’è più e che con essa non ci saranno più tutte quelle piccole abitudini che costellavano il nostro tempo. L’organizzazione cui avevamo dato alla nostra vita va cambiata. Dobbiamo riorganizzarla, forse totalmente.  L’abbiamo impostata  in un certo modo ed ora, assistiamo al crollo di tutto ciò in cui avevamo creduto. Oltre all’aspetto esistenziale, ci sono anche tanti altri problemi concreti che vanno gestiti e possibilmente risolti: i figli, il mutuo, gli aspetti economici, logistici, i beni da dividere, l’assegno di mantenimento. Se poi la separazione è lacerata dai conflitti tra i partner tutto si complica.

I conflitti saranno più o meno accentuati in funzione delle ragioni che hanno determinato la separazione (ed esempio un tradimento, un disamoramento, incompatibilità di carattere, …).

Anche laddove la separazione è stata voluta da noi, oppure è stata condivisa, rimane comunque un amaro senso di fallimento a cui possono accompagnarsi anche critiche alla nostra capacità di operare scelte giuste.

Mi sono separata – Cosa dire e cosa non dire

Un nostro amico/a si sta separando. Chiediamoci cosa sta passando. Evitiamo di semplificare e di pontificare. L’altro sta passando un momento terribile. Angoscia, stupore, fallimento, paura, rabbia, disgusto, stordimento, stanchezza … tutte cose in continuo mutamento (in che fase della separazione sta?); cosa dobbiamo fare? Ascoltare. Ascoltiamo, evitiamo invadenza, rimettiamoci ai suoi bisogni. Dirà o deciderà cose che verranno smentite nel giro di poco tempo. Vorrà uscire oppure piangere, vorrà conoscere altre persone oppure nessuno mai … noi dobbiamo solo ascoltare e restare pazienti.

Evitiamo di giudicare, di proiettare le nostre ansie (come farà con il lavoro, i bambini, i soldi …), cerchiamo di evitare facce di commiserazione (come quella che si fa per le persone che vediamo come spacciate).

Si invece, a tutto ciò che alleggerisce. Non siamo noi che dobbiamo risolvere il problema, evitiamo ramanzine (hai fatto male, oppure hai fatto bene, faresti meglio a fare così, etc). Tutte cose inutili. Facciamo solo cose utili, andiamogli a prendere i bambini a scuola, accompagniamoli in palestra o a danza, andiamo a fare la spesa, svuotiamogli la spazzatura, … insomma tutte piccole cose, che alleggeriscono, in questo momento di estrema pesantezza, la sua vita. Proponiamo noi cose (cinema, ristorante, uscite fuori porta, …), assecondiamo ogni suo desiderio, anche se per noi potrebbe essere un capriccio; se deve traslocare, diamogli un aiuto e, se non ha figli, cerchiamo di stare il più possibile vicino organizzando i fine settimana e le serate. 

Evitare di dire cose sbagliate. Non sappiamo quali sono? Nel dubbio vale sempre la solita regola: astenersi.

Frequento una persona difficile

Frequento una persona difficile

E’ noto a tutti che al mondo ci sono persone con le quali è proprio difficile dialogare. Proviamo un po’ a pensare alla nostra cerchia (amici, famigliari, colleghi di lavoro, etc).  Parliamo più o meno con tutti ma Tizio proprio non lo si sopporta. Tizio è proprio una persona ‘difficile’, aspra, puntigliosa, polemica, iraconda, una persona che tende allo scontro e mai alla cordialità o quanto meno ad un dialogo civile. Insomma, con Tizio, è ‘impossibile’ avere interazioni piacevoli. Tutti, chi più, chi meno, hanno avuto, hanno ed avranno questo tipo di esperienze.

Ma, ci siamo chiesti come mai? Da cosa dipende? Ebbene una ricerca ha ‘scoperto’ cosa c’è che non va in loro e di contro, come fare per instaurare con queste persone una comunicazione più facile.

Una possibile spiegazione psicologica ci viene dalla teoria degli stili di attaccamento. Secondo questa teoria, noi da adulti ci relazioneremo in funzione della relazione che abbiamo stabilito con i nostri genitori (in particolare con la figura primaria di attaccamento) e/o con tutte le altre persone che si sono prese cura di noi (zii, nonni, etc) durante l’infanzia.

Quindi, possiamo tranquillamente sostenere che se da piccoli eravamo certi di poter contare sul fatto che i nostri genitori ci amavano, ci accudivano, ci sostenevano ebbene anche da adulti potrebbe accadere la stessa cosa, ovvero, sappiamo di poter contare su tutte le persone che ci circondano (amici, colleghi, affetti, etc). Questo è un stile di attaccamento, e viene chiamato ‘sicuro’. Da ciò si evince che ne esiste almeno un altro,, chiamato ‘insicuro’ ove il bambino è stato trascurato, abbandonato, dimenticato, etc dai genitori. Ma non è finita qui, perché esistono altre possibili declinazioni dello stile insicuro, ovvero, avremmo una variante detta ‘evitante’, ove allo scopo di evitare le delusioni si tende a fuggire dalle relazioni intime, ed un’altra chiamata ‘ansiosa’ ove il soggetto è alla ricerca continua di certezze e rassicurazioni.

L’individuo, oggetto di questo articolo è quello con la variabile ‘evitante’. Quindi, la difficoltà ad avvicinarsi a questi individui ci viene dal fatto che, per una sorta di difesa inconscia, appresa durante l’infanzia, fanno di tutto per innalzare barriere con lo scopo di impedire una vicinanza di cui sono incapaci di gestirne le dinamiche.

La teoria dell’attaccamento di cui sopra stabilisce che tali modelli sono inconsci, quindi non se ne ha una piena e diretta consapevolezza. Da ciò si evince che le cosiddette persone difficili,  ignorano di innalzare barriere allo scopo di proteggersi (inconsciamente) dalla paura dell’abbandono (lo fanno e basta). Sono talmente difesi che diviene impossibile guardare ‘oltre’ queste difese. Hanno imparato a nascondere bene la loro parte vulnerabile.

La ricerca – presupposti teorici

Sulla base della teoria, brevemente esposta sopra, due ricercatori, Anthony Sierra e Robert Ricco (2017), hanno cercato di mettere a fuoco e quindi comprendere in che modo i due soggetti (quelli con stile sicuro e quelli con stile insicuro) gestiscono il conflitto. L’idea di fondo è che le persone difficili, siano maggiormente orientate all’evitamento del conflitto e quando questo evitamento fallisce, scelgano sistemi poco costruttivi nel tentativo di risolverlo.

I due ricercatori, avevano interesse a confrontare i due stili insicuri (evitante e ansioso) perché, a loro dire, erano in grado di predire la strategia che sarebbe stata usata per gestire il conflitto.    

Gli autori hanno preso in considerazione ben 4 strategie dl conflitto, ovvero: la costrizione, l’evitamento, la tendenza a dominare e l’integrazione.

E’ evidente che c’è una sola strategia vincente, quella che permette una piena collaborazione per risolvere il problema, ovvero: l’integrazione.

Nelle ipotesi dei ricercatori, gli evitanti, hanno difficoltà nella gestione del conflitto perché: diffidenza verso gli altri (considerati poco premurosi e per niente leali); gli altri hanno scarsa empatia (che ne sanno dei miei problemi); infine, evitano il conflitto dal momento che inconsciamente non vogliono far passare l’idea di essere persone bisognose  di una relazione.

La ricerca – raccolta dati

Sono stati utilizzati strumenti (self-report) atti a individuare lo stile di attaccamento e le strategie per la gestione del conflitto e quali sono le credenze di base. I dati sono stati ottenuti da un campione di 449 studenti la cui età era compresa tra i 18 e i 56 anni). La stragrande maggioranza aveva una relazione e solo il 14% era sposato.

La ricerca – esito

Gli evitanti (stile attaccamento insicuro), rispetto agli ansiosi, hanno la tendenza ad evitare il conflitto perché poco vantaggioso. Quando l’evitamento non riesce usano, tra le 4 strategie di cui sopra, quella basata sulla dominazione: ecco perché queste persone risultano ‘difficili’, refrattari ad ogni intimità, con la tendenza ad allontanare e nelle loro interazioni sono polemici e neanche a farlo apposta hanno, incredibilmente, sempre ragione.

La conclusione dei ricercatori è che: 

L’attaccamento evitante risulta essere più problematico rispetto a quello ansioso, quando si tratta di gestire dei conflitti all’interno delle relazioni amorose

Quindi, laddove le persone che vivono le discussioni all’interno della coppia come una opportunità e sempre foriera di benefici, le loro strategie adottate sono sempre caratterizzate dalla integrazione (da cui ci si attende sempre risultati positivi).

Nel caso invece delle persone difficili penso sia utile riflettere sul fatto che tutti i nostri tentativi di risultare cordiali e flessibili, sia assolutamente ininfluente. Questi soggetti non hanno nessun interesse a ‘chiacchierare’ anche in modo semplice e informale (da cui la maggior parte delle persone ne trae giovamento); quando lo fanno, le loro reazioni ci danno la sgradevole sensazione di aver detto cose percepite come offensive o comunque sbagliate. Insomma, esperienze quanto più frustranti possibili.

Lo studio dei due ricercatori (Ricco e Sierra), ci invita a riflettere sui motivi per cui queste persone sono così. Se vogliamo avere con queste persone buoni rapporti, ci viene richiesta una buona dose di pazienza, costanza e ottima predisposizione. Dovremmo essere amichevoli anche oltre misura, perché alla fine, potrebbe essere possibile ‘rompere il ghiaccio’ e riuscire, finalmente, ad avere relazioni e interazioni positive. Anche le persone difficili hanno il loro lato ‘morbido’. Basta solo avere la pazienza e la capacità di cercarlo.

La solitudine

solitudine tempi moderniPsicoanalisi e solitudine

Il sentimento di solitudine come disagio interiore, ci evidenzia che la solitudine è un sentimento molto doloroso e forse anche il più doloroso che l’uomo sperimenta nel corso della propria vita.

Pensando all’angoscia della morte, potremmo erroneamente dissentire, ma così non è, dal momento che la presenza dell’angoscia, spinge l’uomo all’azione e quindi ad attivare, anche se in minima parte, la residua azione della pulsione di vita. Insomma, è indubbio che nasciamo soli e veniamo espulsi dal tutto. 

Chi tende alla solitudine ha sperimentato nella prime fasi dello sviluppo psico-sessuale, una sorta di regressione narcisistica come conseguenza di traumi precoci come ad esempio la presenza della figura di attaccamento percepita come falsa presenza.  

Viviamo in una strana epoca; un’epoca in cui la solitudine si associa all’isolamento e chi si isola è visto come incerto, indeciso, sconfitto.

Tutto questo anche se in fondo sappiamo che il nostro equilibrio  (se lo abbiamo), fatto di famiglia, amici, lavoro, è in continuo divenire.

Ad esempio spesso confondiamo l’attaccamento verso una persona con l’amore, ma se qualcosa comincia a non andare per il verso giusto, si entra in ansia o ci spaventiamo, perché vediamo davanti a noi solitudine e desolazione.

Quante persone, alla fine di una storia, decidono di mettersi ‘a maggese’ per un tempo indefinito?

Psicoanalisi e solitudine – L’utilità della solitudine

solitudineQuando si è soli si ha la possibilità, finalmente, di percepire la forza e la bellezza che può essere insita nella solitudine. Si, perché ‘star solo’ non deve essere necessariamente declinato con: ‘mi manca questo o quello’ bensì con un senso di completezza, di pienezza ove ritroviamo (o che possiamo ritrovare), la vera essenza di noi; questo è il momento in cui si percepisce maggiormente lo stato di calma e di serenità (assenza di tensioni) che ci fa dire: ‘sto proprio bene’. Solo in questo stato, si sente il reale desiderio di creare relazioni (networking) con amici e con il partner. Il legame che si crea, ci porta ad una relazione che non è banalmente riconducibile alla ricerca di un ‘rifugio’ oppure di un ‘appoggio’ o, peggio ancora, ad una spalla dove trovare consolazione.

pensieri negativi e solitudineQuando stiamo con i nostri pensieri (quasi sempre negativi, quindi inutili e quasi sempre dannosi) non siamo nello stato descritto sopra. Per poter vivere in una dialettica privilegiata con noi stessi, i ‘pensieri’ di cui sopra, devono essere eliminati anche se, stando nello stato di benessere, in genere, non rappresenta nessuno sforzo. E’ un po’ come quando non vediamo l’ora di tornare a casa, metterci sul divano e riprendere quella fantastica lettura interrotta la sera prima.

Il nostro cervello non ha bisogno dei ‘pensieri’ citati prima, perché vengono percepiti come veleno. Il nostro apparato psichico ha bisogno invece di farsi abbracciare dal silenzio, per poi lasciarsi andare in una ‘undiscovery region’ dove, ad esempio chi medita, lo percepisce come l’alfa e l’omega della contemplazione. pensieri e cervello

Ma, verrebbe da chiedere: come si fa? Ognuno deve trovare il suo percorso, il suo metodo, da solo oppure con l’aiuto di un professionista. Ma in extrema ratio avviene tutte le volte che facciamo un’attività (sportiva, artistica, lavorativa, etc), che amiamo e che quindi ci ‘rapisce’ e dove tutto sembra semplicemente perfetto.

bambini e fantasiaMentre la ‘noia’ porta i bambini a scoprire la fantasia e la creatività, gli adulti hanno la possibilità di sperimentare che, di tanto in tanto, star soli può essere piacevole; la ‘piacevolezza’ sta nel fatto che in questo stato, possiamo ragionare, riflettere, trovare soluzioni. Quando invece (sia per adulti che bambini) si supera quella sottile linea rossa, questa ‘ritirata’ diviene eccessiva e pericolosa anche perché spesso viene usata come ‘difesa’ da un mondo (relazionale) percepito come pauroso o ingannevole.

Psicoanalisi e solitudine – lo spazio nella coppia

Per ‘vincere la solitudine’ molti cercano una relazione di coppia. Una relazione che espone i due soggetti a rischi elevatissimi (qualcuno ci muore anche ammazzato). Una volta instaurata, la coppia potrebbe anche frantumarsi (un tradimento, una malattia, un abbandono, etc). solitudine e coppia

Ecco che allora, compare un dolore profondo e si ha la netta sensazione di essere soli. La morale (ammettendo ce ne sia una) è che non dobbiamo vedere l’altro come una stampella.

Vivere in una relazione a due è un’altra cosa, diversa dalla funzione della stampella. La coppia è un incontro tra due universi (purchè ognuno lo abbia costruito, il proprio universo). La coppia non esclude la presenza di un reciproco spazio che può anche essere esclusivo e che offra quindi la  possibilità di muoversi in autonomia.

Non farlo, quindi chiudendo e racchiudendo la coppia in uno spazio unico e indissolubile potrebbe portare alla sofferenza. Insomma la propria interiorità non dovrebbe mai essere sacrificata.

Artisti e poeti antichi e moderni hanno sempre sostenuto queste tesi.

“La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo” Seneca

“… bisogna essere molto forti per amare la solitudine” P.P.Pasolini

solitudineInutile ribadire la differenza che intercorre tra: sentirsi soli ed essere soli. Allo stesso modo possiamo dire che non c’è somiglianza tra essere depressi ed essere in solitudine.

Mentre da una parte ci isoliamo per ricaricarci oppure semplicemente per riposarci in buona compagnia (con noi stessi), dall’altra ci troviamo a constatare, né più né meno, che siamo in una forma più o meno grave di psicopatologia.

Chi si sente solo o chi ha deciso di isolarsi lo fa spesso sulla base di sensazioni di inadeguatezza (nessuno mi vuole, a chi posso interessare, inutile che chiamo Tizio, lo disturberei soltanto, etc). Queste persone tendono a non chiedere nessun tipo di aiuto, anzi, spavaldamente dichiarano pure di stare benissimo. Insomma, non hanno nessun problema. Ma tutti sappiamo la verità: mentono!

Psicoanalisi e solitudine – come se ne esce
rete di amici

Ammettendo il proprio problema! Cominciando finalmente a fare quello che non si è fatto ovvero tessendo una rete intorno a se fatta di amici, attività di svago (sport, mostre, cinema, teatro, etc), lavoro.

Tutto comincia alzando il telefono. Gli obiettivi devono essere a brevissimo tempo e ovviamente raggiungibili cioè alla propria portata altrimenti si chiamerebbero in modo diverso: sogni.

Psicoanalisi e solitudine – Ma qual è la natura della solitudine?

Ci tocca tutti e si radica profondamente, non si può eliminare e ci accompagna fino all’ultimo dei nostri giorni (recente la storia di un professore inglese, trapiantato in Italia e quindi senza parenti, che è stato lasciato morire solo, anche se i suoi studenti si sarebbero presi cura di lui molto volentieri, ma che per motivi di privacy, l’ospedale ha negato ogni visita perché era concessa solo ai parenti).

bimbi nell'uteroTutti abbiamo provato la solitudine allo stesso modo: nascendo. Nascendo ci siamo separati per sempre dal grembo materno e da quella pienezza, abbiamo dolorosamente sperimentato cosa vuol dire essere soli. Un po’, forse come è accaduto ad Adamo ed Eva, cacciati dal paradiso terreste e condannati ad una vita di privazioni e di sofferenze.

Quindi, in sintesi, esser soli, non vuol necessariamente dire che non abbiamo nessuno intorno ma, semplicemente evidenzia l’incapacità di comunicare cose a nostro avviso importanti, oppure dar credito e quindi valore a tutti quei pensieri visti come inaccettabili dagli altri.

 

Nessuno mi vuole bene

la ferita dei non amatiNessuno mi vuole bene

Finalmente me ne rendo conto. Tra me e gli altri c’è un abisso incolmabile. Sono vivo eppure sono come morto. Questa ferita resterà sempre aperta e finchè vivrò continuerà a sanguinare.

Ma perché? Perché questa inquietudine non si placa, perché vago tra una spiegazione insufficiente alla disperata ricerca di un’altra, altrettanto scarna. Di fatto, alla fin fine, si giunge alla stessa e desolante constatazione: nessuno mi ha amato. Nessuno mi amerà. Punto.

Questa desolante visione del proprio vissuto,  vale per chi non è stato amato ma anche per chi lo è stato troppo, o nel modo sbagliato o con sufficienza.

Due sono le grandi gioie nella vita d’amore di un uomo: la prima, quando per la prima volta può dire “amo” – l’altra ancora più grande, quando può dire “sono amato”.
Carlo Dossi, Note azzurre, 1870/1907 (postumo 1912/64)

Le persone che hanno una scarsa autostima oppure poca fiducia in se stessi  hanno questo tipo di ferita.
Lo studio dell’analista deve essere il luogo ove vengono conciliati e associati due aspetti importanti del vivere: il mondo interiore (mancanza d’amore, ad esempio) ma anche quello esteriore legato al rispetto delle regole che attiene al vivere sociale.  Ecco che in tal modo o forse solo in tal modo, tutto il rifiuto percepito (dal mondo interiore ed esteriore) può trovare nuovi spazi e nuove modalità espressive.

Quando il nostro inconscio ci parla,  spesso ci domina e la coscienza, ovvero i nostri propositi, vacillano, e si prova lo stesso disagio di quando non riusciamo a mantenere lo sguardo. I bambini che non sono stati amati fanno fatica, da adulti, ad amarsi sotto lo sguardo dell’altro. In questo contesto, anche se è amato, se non addirittura amatissimo, lui non lo sente, non lo percepisce.nessuno mi ama

Molte coppie che vedono fallire la loro relazione si trovano a sperimentare lo stesso senso di perdita provato nell’infanzia; in questo caso,  non viene da pensare che ciò che sta accadendo sia già stato vissuto molto tempo prima e si sta ‘richiamando’ quella sofferenza?  Solo chi è stato amato, si ama. La mancanza di amore è fondante per l’Ombra; le nostra zone grigie equivalgono alla minor conoscenza di noi. Chi non è stato amato si sente rifiutato o almeno vive questa sensazione.

Il contesto è apparentemente semplice. Ci sono due estremi che si toccano e cioè:

  • Quella che viene chiamata ‘ferita narcisistica ovvero il trauma che si ha (o si crede di avere); nella fattispecie, il trauma è l’intima convinzione che da piccoli non siamo stati amati.
  • L’altro, è rappresentato dal disperato bisogno dell’Io di essere amato. Quella disperazione che porta a dire: “io non ce ‘l’ho (l’amore) ma da qualche parte deve esserci”.

Quindi abbiamo un si e un no. Una difficile convivenza. Alle volte prevale l’uno (no, nessuno mi ama); alle volte l’altro (eppure si vorrei e da qualche parte c’è). Un gioco infinito che va spezzato;  che è vissuto solo da chi, da bambino, ha provato la frustrazione della mancanza d’amore. Poiché c’è il rischio che si innesti il modello di comunicazione passivo (non ho amore, allora ne do tanto) cioè quello di ‘zerbinarsi’, prostarsi, umiliarsi , insomma tutti quei comportamenti (non necessariamente evidenti e plateali) che portano inevitabilmente a tradire e al venir meno del rispetto per se stessi.

Quando si raggiunge alla consapevolezza di essere prigionieri di questo meccanismo, ecco che nasce il desiderio di rivivere e superare i traumi infantili e cercare così di ritrovare il sentiero perduto e realizzare le proprie potenzialità.

nessuno mi amerà maiSe ci lasciamo ispirare dalla religione, notiamo che il cristianesimo e il buddismo propongono la ricerca dell’indipendenza, indipendentemente dal fatto di essere amati. 

Quindi occorre smettere di percepirsi come vittima e reagire, liberarsi e trasformarsi in un soggetto pieno di vitalità. Il passato non si minimizza, c’è stato ed ha prodotto le sue ferite ma poiché si vive nel presente è necessario stimolarsi ed agire.
Questo discorso ne  introduce altri come ad esempio la differenza tra il lutto e la depressione.

Nel primo caso, una persona viene a mancare e il mondo ne soffre, si impoverisce; nella depressione si impoverisce l’Io del soggetto. Nel primo caso si affronta concretamente il fatto e si elabora la perdita reale. Nel secondo, invece si perde il soggetto stesso. La ferita è sempre aperta  e l’Io viene svuotato continuamente.  

Amare significa affidarsi completamente, incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata. Amare è un atto di fede, e chiunque abbia poca fede avrà anche poco amore.
Erich Fromm, L’arte di amare, 1956

Chi si è sentito non amato, porta delle ferite che sono senza parole. Infatti non riesce a guarire perché non trova le parole necessarie. Ciò che diviene facile è il racconto dei loro abbandoni, allontanamenti, incomprensioni  e si riferiscono tutti a periodi in cui si era in grado di percepire la sofferenza. Quando questa situazione di mancanza di amore è stata vissuta nel periodo neonatale, cioè nei primi mesi di vita, ci si trova, anche da adulti, nell’incapacità di verbalizzare tale dolore. Ecco perché, spesso, nel corso della psicoterapia, non si riesce a verbalizzare la sofferenza e le analisi sono lunghissime e spesso costellate da interruzioni, prima di riuscire, finalmente, a comunicare la sofferenza. Non si riesce a ‘cogliere’ il punto perché mancano le parole per dirlo, perché quando la ferita ebbe luogo non si era in grado di verbalizzare.

Insomma, se il bimbo cresce in un ambiente affettuoso e stimolante, da adulto ha maggiori chance di essere in grado di instaurare rapporti di coppia stabili e duraturi.la ferita dei non amati 1

Una volta ritrovata la radice della ferita, diviene possibile andare finalmente oltre e ritrovare ciò che è mancato: amore, comprensione, certezze, stima, affidamento etc.  Finalmente può donarsi ciò che l’ambiente famigliare ha negato.

Chi invece non riesce in questa impresa, cioè chi non riesce a sbloccare questo dolore, sperimenterà che il dolore stesso è distruttivo. Per liberarlo, bisogna avere il coraggio di mostrarsi, confrontarsi, raccontarsi.

In sintesi, non è mai l’amore di un altro che ci guarisce, ma solo l’amore che finalmente decidiamo di dare a noi stessi.

Per una lettura ovviamente più esaustiva suggerisco la lettura che segue

La ferita dei non amati –  Schellenbaum Peter

Separazione e divorzio – quali danni

Separazione e divorzio

Separazione e divorzio, quali sono i danni? Secondo alcune statistiche Istat nel   ’95 si separavano 158 coppie ogni 1.000 abitanti e 80 divorziavano, nel 2010 sono raddoppiati (rispettivamente 307 e  182). Sempre secondo questa statistica la relazione dura in media 15 anni, ed è sempre in crescita (più le separazione dei divorzi); inoltre aumenta l’età media: 45 per gli uomini e 42 per le donne. Potrebbe sembrare una buona notizia ma se valutiamo anche un altro fattore, è aumentata l’età in cui ci si sposa, l’entusiasmo sfuma.

Separazione e divorzio – consensuale o giudiziale

Buone notizie invece sul fronte della consensualità che per le separazioni è  l’85% nel 2010, e il 72,4% per i divorzi. Si va dal giudice nel  14,5% dei casi. I figli assistono in prima persona nel 68,7% delle separazioni e nel 58,5% dei divorzi;    circa il 90% di loro sono affidati ad entrambi i genitori.

In merito ai costi (separarsi costa, lo sanno tutti) nel circa il 20% è previsto un assegno di mantenimento (quasi sempre all’ex moglie) di circa 520€ al nord, mentre 447€ nel resto d’Italia.

Come abbiamo citato sopra ci sono circa 55.000 divorzi e 88.000 separazioni. Il costo di un divorzio si aggira intorno ai 25.000€.

Separazione e divorzio – Ma … i danni psicologici?

Una separazione/divorzio crea danni psicologici enormi e molto stressanti al punto di avere ripercussione sulla salute per cause di natura psicosomatica.  L’ansia, la depressione, riflessi sull’autostima ed altre anomalie simili sono alla causa di comportamenti auto lesivi (abuso di psicofarmaci, alcol, droghe) e non mancano scelte di vita discutibili che inevitabilmente portano, tra l’altro, ad alterare le sfere relazionali in cui si gravita (lavoro, famiglia, amici, etc).

Se poi ci sono figli, un comportamento dei genitori sbagliato, ha effetti che possono, nel momento e nel tempo, risultare disastrosi.

Sposarsi è una scelta di vita importante e cruciale, ma separarsi lo è mille volte di più. Nel primo caso, abbiamo amore e desiderio di unire, nel secondo l’amore è finito e si è dominati dall’esigenza di dividere e di allontanarsi, oppure allontanare.  Se poi ci sono i figli, i genitori dovrebbero essere molto responsabili. I figli vanno protetti, tutelati e non, come accade spesso, strumentalizzati.

Sono poche le coppie che prima di separarsi decidono di affidarsi ad una consulenza psicologica. La consulenza, potrebbe tradursi in una terapia di coppia, oppure una terapia individuale e, nel caso estremo in una separazione.  La consulenza però, fornisce sempre e comunque una maggiore consapevolezza e promuove un comportamento teso al contenimento degli effetti secondari della separazione, in particolare in presenza dei figli.

Separazione e divorzio – intervento sulla coppia

Se la coppia è in crisi, c’è un evidente conflitto tra i due. Se si va dal giudice, il conflitto diviene ricorsivo e quindi insanabile. Non è quindi lontano dal vero sostenere la tesi che laddove la terapia unisce (o almeno ci prova) il diritto separa ancora di più, oserei dire in modo irreversibile.

Negli USA, esiste una figura a sostegno delle coppie in crisi, uno psicologo con il ruolo di Divorcer Planner. In Italia invece, le persone che sentono che non ci siano più i presupposti di una convivenza e decidono la separazione, rimangono soli con il proprio dolore e con i problemi.

In questa desolazione, affrontano il percorso cercando di districarsi tra le proprie inquietudini e il freddo linguaggio burocratico e legale. Mai con in casi simili, lo sconforto può risultare esasperante e   spesso porta alle sintomatologie di cui dicevo sopra.

Ecco che il ruolo dello psicologo potrebbe adeguatamente sopperire e supportare in questo momento decisivo della propria vita lasciando intravedere prospettive più rasserenanti e indicando un cammino che offra un maggiore equilibrio.

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Non so se ti amo

L’amore è certamente un impareggiabile sentimento, forse il più emozionante e più … pericoloso. Perché, come tutti sanno, l’amore  è un’emozione che quando arriva, lo fa senza preavviso e ovviamente potrebbe creare dipendenza affettiva. Ci avvolge e ci fa tremare i polsi ma … potrebbe portare ad avere dubbi e paradossalmente, il dubbio principe si può sintetizzare con una sola, semplice e terribile frase: è amore quel che provo? Oddio quanto siamo confusi: confusi al punto che non sappiamo rispondere. Quante cose dovremmo cambiare, quante nuove situazioni dovremmo affrontare .. ma siamo pronti? Scappiamo e ci copriamo dietro l’ovvietà e perché no, tentiamo anche di fuggire. Ma come? E’ semplice, basterebbe rispondere: non so se ti amo e via, tutto fatto. Abbiamo risolto e ricominciamo da dov’eravamo prima e cioè torniamo a ricercare  e ricercare ancora in un giro di giostra che si ripete all’infinito.

Allora, ti piace l’amore?
E’ pericoloso. Ci scappano le ferite. Non è una serenata al balcone, somiglia a una mareggiata di libeccio, strapazza il mare sopra, lo rimescola sotto.
Non lo so se mi piace” ……
Erri De Luca

Dietro questo schema c’è spesso lo stesso dilemma che raramente è riferito al soggetto (lui o lei) ma al tema principale che poi è il vero problema e cioè: “… ho una grossa confusione sul fatto che …. Non so cos’è l’amore” (e non: non so se ti amo). L’amore dovrebbe essere simile ad un respiro lento e tranquillo e non un affanno.

Allora come se ne esce?

Proviamo a rispondere seguendo un pensiero diverso, un pensiero non razionale, non logico ma emotivo, un pensiero ‘laterale’.

L’amore  è un modo di vivere. Un vivere non casuale perché le emozioni che proviamo non sono casuali, ma acasuali. L’amore, quando viene, viene seguendo uno schema che potremmo, con Jung, definire sincronistico, perché dipendono da noi: siamo noi che decidiamo, sebbene ne ignoriamo le cause.

Influenza  degli archetipi Anima/Animus

“Anticamente la nostra natura non era quella di oggi. I generi non erano tre o due, come ora, maschio e femmina, ma ce n’era uno che partecipava di entrambi… un androgino… la forma di questo essere era sferica, e aveva quattro mani e quattro gambe… Giove decise di tagliarlo a metà… da tempo perciò è connaturato agli esseri umani l’amore reciproco, per questo ognuno è sempre alla ricerca della propria metà, sia essa uomo o donna, indipendentemente dal proprio sesso, per ricostituire l’intero iniziale… Per questo diciamo che ognuno cerca la propria metà… La causa della nostra ricerca è che un tempo eravamo interi, e al desiderio e al perseguimento dell’intero noi diamo nome amore” (Platone) 

Seguendo la dinamica archetipica, in ogni relazione di coppia,  Animus e Anima esprimono la dualità presente in ognuno  e non è facile accettarli e conciliarli in noi stessi; questa difficoltà sta alla base della difficoltà che uomini e donne trovano nel tentativo di comprendersi. Perchè, come ovvia conseguenza, il tutto parte dalla non comprensione di sé.
Tra le due energie (maschile e femminile; Yin e Yang) si sviluppa anche una forza di attrazione che apre la via ad una possibile integrazione. L’amore non è mai facile, è un lavoro e una conquista e la fatica più dura avviene all’interno di se stessi. Anche se, come diceva Jung, gli opposti si attraggono, è anche vero che gli opposti convivono anche con difficoltà.
Ecco perchè ogni rapporto raramente è tranquillo ed ha potenzialmente in sé il massimo della gioia e il massimo del turbamento. Il nostro scopo è quindi realizzare l’armonia sia dentro di noi che nel rapporto con l’altro; il messaggio è che quanto più riusciremo ad armonizzare la nostra psiche tanto più riusciremo a realizzare una relazione soddisfacente con l’altro migliorando la convivenza sociale

Ma, ti amo?

Iniziamo provando a cambiare la frase : “Non so se ti amo”  sostituendola con la riflessione, ben più profonda che si può esprimere con:”… vogliamo amare quella persona?”

Il conflitto genera o meglio potrebbe generare un quesito inquietante: mi sto ingannando?

Per rispondere proviamo a chiederci:”Dov’è l’inganno?” 

Considerare l’amore come un qualcosa di esterno e che decide di entrare in noi, nella nostra vita?

No, non è così, le cose stanno diversamente, perché nel relazionarci con la realtà dovremmo confrontarci con il quesito legato al fatto se si tratta di amore vero o soltanto di una banale emozione, molto simile ma che,

amore non è.

E la realtà  spesso ci dice che l’amore lo creiamo noi, quando scegliamo di amare.

Quindi ecco perchè chiederci se amare o non amare potrebbe essere fuorviante perché ciò che sarebbe più giusto chiederci è se vogliamo farlo oppure no. Amare non contempla condizioni. Siamo noi che con animo sereno, dobbiamo decidere se perdonare, dare fiducia, comprendere, ascoltare, sostenere, incoraggiare, preparare una cena in modo che quando il nostro amore entra in casa sentendo l’odore della cena pronta  … si senta a casa. Insomma amare è dedicare tempo, accettare gratuitamente, senza chiedere niente in cambio, senza limiti o condizioni e … fidarsi e affidarsi.

Solo così, quindi, amando, la confusione svanisce, perché in realtà non c’è mai stato motivo di chiederci se amassimo o meno qualcuno.

Quando si smette di amare, in genere non si ha la pazienza di aspettare che finisca bene. Si cerca la strada più breve: la rottura, la sofferenza. Invece ci vuole lo stesso impegno e la stessa intensità dell’inizio, bisogna superare gli egoismi, vivere questo momento con la stessa passione, far sentire alla persona lasciata tutto il bene che c’è stato: ci vuole amore per chiudere una storia.
M.Troisi

Se dubitiamo di amare qualcuno, abbiamo una sola certezza: non abbiamo  ancora imparato ad amare, perché se avessimo iniziato questo cammino, non ci chiederemmo se amiamo oppure no, ma ameremmo e basta.

Ma, come si supera la paura di amare (PHILOFOBIA, ovvero paura d’innamorarsi o di essere innamorati.)?

Ecco qualche consiglio:non basta innamorarsi

  • Non fuggire. La fuga o l’evitamento rinforzano la paura.
  • Come andrà a finire? Non si sa, quindi vivila giorno per giorno. Se evolverà, te ne accorgerai e farai ciò che serve 
  • Non confrontarla che le altre storie. Ogni storia, come ogni essere umano, è unica. Se hai sofferto, dimentica, cerca di vedere solo gli aspetti positivi della nuova storia.
  • Hai paura? non tenerti nulla dentro, parlane, parlane e poi ricomincia dall’inizio. Solo il dialogo ci permette di riacquistare fiducia nel prossimo e in noi stessi.
  • Non ci riesci? non chiuderti in te, cerca l’aiuto di un esperto.

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Ti amo da morire

“Ti amo da morire”. Quando chi ti ama pronuncia questa frase la prima cosa da chiedersi è: chi dei due deve morire lei/lui o noi? Se morir d’amore è uno spasmo che tende alla vita sognata e agognata, tutto va bene, ma se significa soccombere alla follia dell’altro, allora non è amore. Per conoscere l’amore e distinguerlo dal non amore è bene tornare alle origini, fare quattro passi dalle parti di Socrate per conoscere, nel Simposio, il racconto della nascita di Eros.
Nella mitologia greca Eros è figlio di Povertà ed Espediente, come la madre è mancante di qualcosa, ma come il padre se la cava in ogni circostanza avversa: non è proprio così l’amore? E poi Eros è scalzo, non teme il freddo e le asperità…l’amore vero sa affrontare ogni ostacolo pur di colmare la mancanza dell’altro, quell’altro che amiamo. Siamo disposti a questo? Se la risposta è affermativa, allora amiamo e il ti amo da morire altro non è se non quel sottile confine tra la vita e la morte, che il grande amore avverte ogni volta che l’amato si allontana per poi riavvicinarsi: con il corpo e con la mente.
Ma se il ti amo da morire significa ti amo al punto da distruggere il tuo equilibrio e per farti diventare uno strumento dei miei voleri fino ad ucciderti se non corrispondi più a ciò che mi aspetto da te: allora no, non è amore ma egoismo che sa di morte.
Nella frase ti amo da morire troviamo anche le due grandi pulsioni freudiane di Amore e Morte che avrebbero il compito di dare equilibrio al mondo e al singolo individuo, nella loro eterna lotta per strapparsi il primato a vicenda. Non è quello che ci accade quando l’oggetto d’amore è così desiderabile da volerlo inglobare? Quel ti mangerei detto con passione è un’influenza dell’istinto di morte che vuole prendere il sopravvento, senza mettere in atto il proposito. Ma qui, a parte casi patologici, è solo il voler possedere l’innamorato senza giungere alla sua distruzione che ci priverebbe della sua presenza.
Amor ca nulla amato amar perdona, l’amore non consente a chi è amato di non riamare, sono le parole che Dante fa pronunciare, nel VI canto dell’Inferno, a Francesca da Rimini follemente innamorata, e ricambiata, del cognato Paolo. Come se il grande amore per qualcuno fosse sufficiente per essere corrisposti. Questa idea ci riporta ad un ti amo da morire pericoloso se si insinua in un animo predisposto alla sottomissione dell’altro.
C’è anche il caso in cui il ti amo da morire si riferisce a noi stessi avvinti da un amore così potente da renderci disponibili all’annullamento per fonderci in un noi-come-coppia. Questo genere di ti amo da morire non ha nulla di egoistico, ma al contrario è una manifestazione potente di chi darebbe la vita per l’altro o quantomeno di chi avverte in alcuni momenti di estasi il desiderio di farlo.
Maria Giovanna Farina

 

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Aspetti positivi e negativi di bugie e menzogne

Nascita ed evoluzione

Secondo uno studio del  Professore di Psicologia, Robert Feldman, presso l’Università del Massachusetts

“…Le persone mentono con una media di 3 volte ogni 10 minuti.”

Sindrome del bugiardo patologicoSembra oramai che la scienza abbia accertato che bugiardi si nasce. Già in fasce si piange per attirare l’attenzione e a tre anni, se non si è d’accordo su qualcosa, i bambini sono in grado di simulare con un sorriso di circostanza per, ad esempio, un regalo poco gradito. Ma attraverso il gioco del ‘come fosse’ il bambino, mentendo a se stesso, crea una pseudo realtà che realtà non è (io sono superman, oppure io sono il leone, etc) e quest’attività ludica contribuisce al processo di trasformazione e maturazione che la crescita comporta quotidianamente. In questo comportamento si ravvisa lo sviluppo della fantasia generati dalla finzione attraverso giochi di ruolo, imparando di conseguenza ad essere se stesso e a conoscersi meglio. Ma c’è anche chi è un  è bugiardo patologico, un pinocchio radicale chi, ad esempio  ignorando la gravità delle cose dette e non dette,  arriva a non riconoscerne le conseguenze causando a se stesso e agli altri molta sofferenza.

Alcuni studi dimostrano, ad esempio che mentire potrebbe essere molto utile, ad esempio, per fare strada nella vita oppure per mantenere buone relazioni sociali. Fingere, inoltre, sarebbe un meccanismo biologico utilissimo, legato alla lotta per la sopravvivenza e quindi essenziale per il processo evolutivo.

Il bugiardo deve avere buona memoria.
Marco Fabio Quintiliano

Mentiamo quindi per avere successo, avere vantaggi sul lavoro, nelle relazioni amicali e in quelle amorose e per non dare inutili sofferenze. Anche se socialmente inaccettabile, mentire appartiene a quella categorie di cose di cui …. Non si può fare a meno.

Però più spesso, mentire è dannoso, per il singolo, la società, la coppia. 

Ciò che facciamo quotidianamente è vivere con la nostra Persona, con la nostra identità e l’esigenza di coerenza e significato, segna il senso del nostro appartenere ad un contesto sociale. La bugia, quindi, inserita in questo contesto pone il soggetto (persona) ad essere visto con sospetto e considerato in termini negativi.

Come abbiamo anticipato sulle origini della bugie, raccontarle favorisce il ricordo di quell’esperienza legata alla fanciullezza quando, tramite essa, riuscivamo a sottrarci ad una realtà che poteva essere percepita come limitante o a rischio di sanzione da parte dell’autorità (genitori, maestri, parenti, etc). In alcuni contesti, quindi, può essere utile alla propria crescita personale quando ad esempio, in modo quasi presuntuoso ci si vede Direttori Generali di una grande azienda e il fantasticare quella posizione ci spinge a fare di tutto per raggiungerla.  Se però non sappiamo cavalcare questa sfida, la ‘bugia’ potrebbe connotarsi come una ‘fuga dalla realtà’; in tal caso sono ovvi gli effetti deleteri.

Un po’ di sincerità è pericolosa, ma molta è assolutamente fatale.
Oscar Wilde

Tornando al bugiardo patologico possiamo dire di loro che, anche se non necessario, mentono,   manipolano le persone a proprio piacimento, sono impazienti, seduttivi, disinibiti, intolleranti, pretenziosi, privi di rimorso e incapaci di relazioni affettive significative.

Come difendersi

Essere intolleranti, smascherare senza indulgenza ogni bugia, riflettere sul ‘colpevole’ il proprio comportamento; come estrema ratio e in casi estremi, allontanarlo, abbandonarlo. Tenere presente che, generalmente, il bugiardo (patologico) vuole stare al centro dell’attenzione, cerca di essere seduttivo ed è un abile provocatore, è molto volubile e refrattario alle emozioni (anche se finge bene emozioni che non ha), usa la propria fisicità per attirare l’interesse, in ogni discussioni raramente esce da una impostazione generica (insomma, entra raramente nei dettagli, preferisce dialoghi molto suggestivi ma senza profondità), adora la teatralità, si lascia influenzare dalle situazioni e tende a considerare intime, relazioni che intime non lo sono.

Fa bene la bugia?

Secondo una  ricerca dell’Università di Notre Dame nell’Indiana 2 le persone poco sincere si ammalano di più.  Dire bugie sembra far male sia al corpo, che allo spirito. Invece, le persone più sincere vivevano meglio.
C’era un nesso molto forte fra il miglioramento del proprio stato di salute e della qualità delle proprie relazioni e la riduzione del numero di bugie quotidiane. Si evitavano problemi psicologici come la malinconia o le tensioni, e anche fisici come il mal di testa e il mal di gola”. Inoltre, c’erano risultati positivi anche nelle relazioni interpersonali, che erano diventate più “lineari” cominciando a dire meno bugie, sia piccole che grandi”.

Secondo lo studio, il benessere è in sintonia con la sincerità.  Infatti da quando si comincia a dire la verità, il carico della tensione si allenta permettendoci di vivere la nostra quotidianità con minori conflitti.

Quello che ho detto ho detto. E qui lo nego!
Totò

Insomma, le persone poco sincere potrebbero avere una vita molto complicata e uscire dal ginepraio   delle menzogne può diventare un’impresa impossibile. Però basta ricordare una cosa: la bugia non ha potere. Almeno fino a quando non ci crediamo.

Il tradimento e la coppia – un vissuto antico

Il tradimento e la coppia – un vissuto antico

Sul tradimento si è scritto sin dalla notte dei tempi, segno evidente che c’è sempre stato anche se nessuno lo tollera. Secondo il notissimo rapporto Kinsey pubblicato nel 1940, pare che un marito su 2 comincia la sua relazione adulterina prima dei 40anni (quindi il 50%) mentre per le donne la percentuale sarebbe del 26%.

L’esperienza del tradimento e del lutto può svolgere una funzione trasformativa, se riusciamo a elaborarne il vissuto.

Aldo Carotenuto, Amare tradire, 1991

Rossetto sulla camicia, scoperta del tradimentoFarà parte del processo evolutivo? Potrebbe essere un ottimo spunto per uno studio approfondito che lasciamo volentieri alla ricerca. Sembrerebbe tuttavia che il tutto ebbe inizio con la scoperta che nella riproduzione il ruolo del maschio era fondamentale. Com’è noto l’uomo scoprì questa connessione tardissimo. Fino ad allora i figli erano della madre e l’uomo non aveva nessun potere sui figli della donna. Inoltre la gelosia non era ammessa perchè non funzionale alla pace e all’armonia della vita della caverna. La donna poteva scegliere di concedersi ai piaceri con chiunque (idem per l’uomo). Le cose cambiarono quando si scoprì che lo sperma era determinante per la riproduzione e l’uomo acquistò nuovo potere  e reclamò il diritto di essere padre dei sui figli. Da allora il tradimento non era più ammesso, perchè, andando con un altro uomo, la donna rischiava di essere fecondata e questo avrebbe creato squilibri nel clan di appartenenza.

Il tradimento presuppone che ci sia stato, in primis,  un avvicinamento emotivo tra due soggetti che desiderano una relazione intima, e possibilmente prolungata nel tempo.  Oggi si pone maggiormente l’attenzione sulla costruzione di legami stabili basati sul mutuo sostegno, il rispetto e la comprensione. Dopo l’innamoramento, l’altro entra nel nostro spazio vitale più intimo; a volte ciò crea l’illusione di conoscere la persona amata come noi stessi, dimenticando  che a volte è già difficile conoscere bene se stessi. Il fatto di provare una forte ‘attrazione sessuale’, crea l’illusione di aver finalmente trovato ristoro alle proprie ricerche. Ma, quante volte il desiderio sessuale è solo fine a se stesso? Quante volte si confonde la gioia della passione per amore; quante volte in realtà siamo mossi dal bisogno di dare sollievo alla propria solitudine, oppure al  desiderio di conquistare, o di essere conquistati se non, al polo opposto a sentimenti di vendetta? Insomma, il legame di coppia è uno dei legami più antichi dell’umanità, così come pure il tradimento perché si ha l’illusione della fusione completa e il patto che si stabilisce (ti amerò per sempre …) spesso, molto, troppo spesso si rompe tradendo così l’impegno preso.La sessualità con il coniuge, la sessualità con l'amante

Quando si ama troppo, ad esempio, si può essere spaventati da questo legame ecco allora che interviene il tradimento che funge da ‘distanziatore‘ da un sentimento percepito come possibile elemento che crea dipendenza o che ci fa percepire il rischio di essere succube dell’altro. 

Anche la paura della solitudine porta a tradire, non perchè veramente interessati all’altro. Sempre la paura può essere alla base della costruzione della coppia, non perchè innamorati ma solo per la paura di restare soli.

Ma, se scoperti, mentire, è utile? Proviamo a dare un ‘occhio’ a questo aspetto da differenti prospettive (traditore e tradito) senza avere la pretesa della esaustività.

Se una donna non tradisce, è perché non le conviene.

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 1935/50 (postumo 1952)

Colui che tradisce, mente, perché vorrebbe  ‘proteggere’ l’altro dai particolari che inevitabilmente farebbero soffrire. Insomma si appella al diritto di evitare inutili sofferenze. Ovviamente anche a se stesso; la situazione è già così ‘carica’ che si preferisce alleggerirla.

Il tradito invece pensa ben altro. Intanto sul lato emozionale c’è rabbia, tristezza, vergogna, impotenza, aggressività, autocommiserazione, calo della stima, senso di disgusto, etc. Dai più  viene vissuta come il tentativo del partner di proteggere il terzo e quindi come volontà a mantenere e prolungare lo stato di tradimento.

Come dicevo, prospettive diverse.

La coppia e’ un insieme di tre persone di cui una e’ temporaneamente assente. (David Riondino)

Perché si tradisce

tradita dalla mia migliore amica, mi ha tradito con la mia migliore amicaSi tradisce perché nella coppia c’è incomunicabilità (o noia?); ma anche per evitare l’intimità (resistenze?) e allora si preferisce fare la guerra per non sembrare vulnerabili;  per colmare il vuoto esistenziale o per recuperare ciò che si è perso in una relazione coniugale fittizia, cioè creata senza grandi emozioni ma per uniformità sociale. Senza dimenticare che potrebbe essere anche un modo (un po’ estremo) per richiamare l’attenzione sul fatto che qualcosa si è rotto, forse non definitivamente. In questo caso, spesso inconsciamente si lasciano tracce utili per far emergere il tradimento. Un’altra forma di infedeltà è quella contro se stessi, quando, anche se infelici, si preferisce restare forzatamente in coppia, si tradisce il patto con se stessi.

Hillman, sostiene che colui/colei che subisce il tradimento potrebbe trasformare tale veleno in un mezzo per crescere e per, di consegenza, aumentare la propria autonomia individuale. 
Diviene utile quindi, seguendo questo autore, frantumare la fiducia primaria, affinche sia possibile che i rapporti possano evolvere; insomma così facendo diviene possibile riuscire a distinguere l’Altro dal e e imparare a fidarsi o meno.
Ne consegue che in tal modo si acquisisce  la piana consapevolezza di essere traditi o, di poter tradire.

Secondo le statistiche le donne tradiscono perché insoddisfatte dal matrimonio e perché si innamorano cercando e trovando un coinvolgimento emotivo, mentre gli uomini, al contrario, l’associano più al piacere e il tradire spesso viaggia su due linee, spesso  parallele: l’amore per la moglie e il sesso con l’amante. In entrambe le situazioni si è condannati a vivere parzialmente le singole situazioni venendo meno al piacere della compiutezza, della relazione totalizzante.

Coloro che non sono fedeli conoscono i piaceri dell’amore; coloro che sono fedeli ne conoscono le tragedie. (Oscar Wilde)

Se ne esce?gli sms prove di tradimento

Certo, purchè la coppia si ami ancora e lo desideri. Il percorso terapeutico si basa sull’instaurazione di una comunicazione autentica, l’unica in grado di chiarire cosa non funziona. Il tradimento è doloroso ma potrebbe diventare una opportunità per accogliere il cambiamento dell’altro come una sfida a modificarsi profondamente e a mutare la relazione.

Leggi anche questo articolo che tratta di sesso e coccole, ma anche  l’influenza degli odori nella scelta del partner

In amore bisogna saper resettare

Ho letto questo articolo da un trafiletto del quotidiano “Il Messaggero” scritto da Federico Moccia e l’ho riportato senza nessun commento

Bisogna resettare il cuore ogni tanto, come si dice in tecnologichese. Mettere i ricordi in un bell’hard disk senza perderli, sapendo di averli pronti ogni volta che vorremmo riassaporarli. Ricordare dove sono esattamente, senza tradirli, ma lasciarli li, in archivio. Per evitare che il loro ingombro rallenti troppo il nostro oggi. Quell’oggi che diventerà il ricordo di domani. La priorità è trasformare questa giornata, ogni minuto che stiamo vivendo, nel miglior momento possibile. Fino all’ultimo istante dobbiamo guardare avanti, non indietro. Non si possono costruire i ricordi basandosi solo su altri ricordi, quelli passati. Se ne devono creare di nuovi, in continua evoluzione. Esattamente come accade per i sogni. I ricordi sono tracce, sono custodie preziose di sensazioni che non possono pretendere di sostituirsi a quello che di nuovo deve accadere. Jean Cocteau dice “la sorgente disapprovava quasi sempre l’itinerario del fiume”. Edna Ferber afferma che “vivere nel passato è un’attività stupida e solitaria. Guardarsi indietro fa male ai muscoli del collo, ti fa sbattere contro la gente impedendoti di andare dritta per la tua strada”. Mark Twain saggiamente dichiara “tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite. Terry Brooks dice che “i ricordi sono nastri colorati da appendere al vento e non statuine di cristallo da tenere chiuse in uno scrigno”. Woody Allen si chiede se un ricordo è qualcosa che hai o un qualcosa che hai perduto. Resettare serve a questo. A capire se quanto è accaduto riesce a farci respirare, a farci vivere quello che deve succedere.
Non è un modo comodo di rimuovere per paura. E’ un modo di liberare, fare spazio al nuovo, al poi. Come una stanza che, troppo piena di cose, soffoca chi la guarda e non consente di mettere altri oggetti che forse ora ci piacciono di più. Ci rappresentano meglio. Avere percezione del passato, distillandolo, per guardar al futuro. Fai e dimentica. Ama e dimentica. Fallo per azzerare il cuore e ricominciare. Fallo per darti un altra chance di felicità e soddisfazione. Ricorda le pagine già scritte ma compra un nuovo quaderno da riempire. Non nascerà nessuna nuova parola da vecchi discorsi.

La gelosia un sentimento antico

È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. (William Shakespeare)

Chi è posseduto dal demone della gelosia, teme che il proprio partner, possa sfuggirgli via. Possa insomma, come un’anguilla, sgusciare via e prendersi la sua libertà.il colore della gelosia

Il geloso, teme di perdere l’oggetto (non riuscendo a vederlo come un soggetto) dei suoi desideri o perché altri glielo portano via, oppure perché l’oggetto stesso ricerca uno spazio ove lui/lei non è compreso.

Ma, esiste un’indagine che ci dica quante sono le persone gelose?  Willy Pasini, nel suo libro: La gelosia, sostiene che “… E’ difficile “quantificare”, dato che molti italiani considerano la gelosia un sentimento negativo, un po’ imbarazzante da confessare, e quindi la negano. Un sondaggio Abacus rileva che il 25 per cento degli italiani è “molto geloso” e il 45 percento “un po’ geloso”. Un altro condotto da Renato Mannaheimer presenta cifre analoghe: il 35 percento “abbastanza geloso”. In pole position i maschi, soprattutto fino ai 45 anni. Molti somatizzano la gelosia, sicché al suo posto “nominano” bruciori di stomaco, emicranie, coliti. E altrettanto numerosi sono quelli che la negano (o la minimizzano) e si ammalano: secondo un’indagine di “Riza Psicosomatica”, succede addirittura a 8 italiani su 10. E’ come se il corpo parlasse, e dicesse quello che non osiamo dichiarare… A parte l’Italia, quanto “colpisce” la gelosia nel resto del mondo? Secondo un saggio di Laurence Jyl, Les jalouses et les jaloux, il 28 per cento dei francesi è “malato” di gelosia, mentre gli altri sono “portatori sani”. Dunque, possiamo concludere che la gelosia riguarda tutti”.

Le sembianze della gelosia

Nella gelosia c’è più amor proprio che amore. (François De La Rochefoucauld)

Cos’è la gelosia se non una degenerazione dell’amore? Spesso nell’opera di Verdi agisce come la forza distruttiva del corso positivo degli eventi. Otello è la figura per antonomasia. La gelosia di Amneris rovina l’amore fra Radamès e Aida. Anche l’Alfredo di Traviata scatena la propria gelosia nella scena del duello con il barone. Alla fine della sua carriera Verdi arriva a sorridere, e a farci sorridere, di questa pericolosa debolezza umana, con il Dottor Cajus del suo Falstaff. Altri esempi presi dalla lirica e dalla letteratura ci mostrano che si può essere gelosi per una contrapposizione tra un desiderio fisico e un altro spirituale. Ad esempio tutti quei casi di prepotenza dovuto al proprio ruolo sociale; ad esempio Don Rodrigo in contrapposizione a Renzo; il Conte di Luna cerca di strappare Leonora a Manrico (Il Trovatore), arrivando addirittura all’eliminazione fisica del rivale (per poi scoprire tardivamente che era suo fratello ).

Poi abbiamo la gelosia per un amore non corrisposto: Amneris ama Radames che a sua volta ama Aida; Santuzza ama Turiddu mentre questo ama Lola (Cavalleria Rusticana) , nel Giardino dei Finzi Contini, il protagonista ama Nicole che però ama Giampiero; nelle Notti bianche di Dostoyevsky, il sognatore ama Naspenka che però ama un altro.

Ma anche la gelosia come illusione del tradimento, anche quando questi è assolutamente inesistente o ingiustificata: la Tosca sospettosa di Mario Caravadossi (Tosca di Giacomo Puccini); Lucia viene ingannata dal fratello si convince di essere stata tradita da Edgardo (Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizzetti); Otello sospetta Desdemona perché istigato da Jago. Dalla letteratura, invece, vorrei citare: La sonata a Kreutzer di Tolstoj (il nome viene dalla sonata di Beethoven) … qui il tizio, Vasja Pozdnyšev, uccide la moglie sospettando (solo sospettando) che lei lo tradisca con un musicista che lui stesso le ha presentato. I dubbi gli nascono mentre i due suonano, uno al violino, l’altra al pianoforte la sonata e quando li trova a cena insieme, a casa, per altro lei lo aveva in qualche modo comunicato, la uccide… Da questo libro sono stati tratti alcuni film …Tolstoj non svela se lei lo ha tradito o meno, ma il lettore sospetta di no! La formula narrativa è inusuale, l’uxoricida racconta la storia ad uno sconosciuto in treno e finisce per chiedergli perdono.

La gelosia provata da uomini anziani per una giovane  che invece di mostrarsi riconoscente si innamora (com’è giusto che sia) di un coetaneo (I pagliacci; L’Italiana ad Algeri.

Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il qual fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome fu monna Ghita, della quale egli senza saper perché prestamente divenne geloso, di che la donna avvedendosi prese sdegno; e più volte avendolo della cagione della sua gelosia addomandato né egli alcuna avendone saputa assegnare se non cotali generali e cattive, cadde nell’animo della donna di farlo morire del male del quale senza cagione aveva paura. (Giovanni Boccaccio)

Come dimenticare infine, i danni che una fanciulla un po’ frivola può generare? Basta pensare alla Carmen di Bizet. In quest’opera, Carmen si innamora di Don Jose ma poi ne rimane delusa e lo lascia. Quando poi lei si innamora di Escamillo, Don Jose impazzisce e la uccide. Molti uomini hanno difficoltà a gestire questo tipo di donna anche se inizialmente è proprio questa loro spregiudicatezza ad affascinarli.

Infine c’è la gelosia che comporta violenza da parte dell’altra donna e la cronaca, di tanto in tanto ce  lo ricorda.

Come si manifesta

Moltissime persone manifestano la loro gelosia in assenza di qualunque circostanza, di qualunque evento che possa giustificarla.
Spesso, alla fine, risulta evidente che tutto è simile ad un castello costruito dalla nostra mente, causando, assai spesso la rottura di una relazione e la letteratura ci mostra qualche esempio. Una fra tutte, “Rebecca la prima moglie” di Daphne Du Maurier, qui la gelosia è tutta nella testa della seconda moglie, che spinta anche dalla governante, si convince che il marito sia ancora innamorato della prima.

Come combattere la propria gelosia?
Per combattere la propria gelosia spesso non è sufficiente la buona volontà, non è sufficiente proporsi buone intenzioni. A volte, nei casi più tenaci, occorre intraprendere un percorso, facendosi aiutare da un esperto, allo scopo di comprendere perché diviene necessario inventarsi tanti e tali costruzioni che strozzano la propria vita e la serenità di chi ci sta vicino. Bisogna cercare di capire le proprie incertezze personali, migliorare la propria autostima, riporre maggiore fiducia negli altri.

Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri. (Barthes, Roland)

La gelosia si lega al concetto di possessività, alla possibile perdita di ciò che si ritiene proprio, perché parte dall’idea che ciò che si ha di più “caro” potrebbe, da un momento all’altro, svanire. Entrambi i sentimenti pretendono l’ “altro”, vogliono la sua presenza in termini esclusivi e personali.

Nella gelosia si ha paura dell’abbandono, della perdita, della separazione, di ciò che si ritiene proprio e necessario al proprio benessere; gelosia ed invidia dell’altro che potrebbe condividere ciò che è nostro. Si può essere gelosi per le caratteristiche che il rivale ha e noi non abbiamo (invidia?).

In questo contesto, trascuriamo la gelosia “normale” perché dovrebbe essere sempre presente purchè a livelli accettabili. Chi dichiara di non esserlo o mente oppure in realtà potrebbe non amare veramente. Anche perché, spesso un pizzico di sana gelosia alimenta l’amore tra i partner.

Ciò che ci interessa invece, è quel tipo di gelosia amante degli eccessi, al punto tale che può tranquillamente sconfinare nel patologico.

Quali sono le situazioni che lasciano intuire il tratto patologico? Alcune tra le tante:

  1. Eccessivo controllo delle relazioni del partner verso persone dell’altro sesso;
  2. minimizzare, invidiare e aggredire tutti i possibili rivali;
  3. paura abbandoniche e tristezza per la possibile perdita;
  4. aggressività persecutoria verso il partner;
  5. poca autostima e senso di continua inadeguatezza;
  6. controllo di ogni comportamento dell’ “altro”.

La gelosia patologica si alimenta da tutto ciò che spesso non ha nessun fondamento; viene generata e alimentata da pensieri, quasi sempre irreali, che si basano su ipotesi inesistenti e continuamente sostenuti da pensieri negativi. Questi pensieri producono delle vere e proprie rappresentazioni mentali che portano a sceneggiare situazioni e contesti che hanno come risultato il fatto che la realtà effettiva, banalmente, e a volte tragicamente, viene interpretata erroneamente. Questi pensieri, se non deviati o interrotti, possono in alcuni casi portare a  veri e propri “deliri di gelosia”. Come accennavo sopra, il risultato di questi ‘deliri’ sono spesso all’origine dei fatti di cronaca, spesso caratterizzate da inaudite atrocità.

Dove nasce la gelosia

“…. Da un tradimento svelato, uno sguardo intercettato, un sospetto? Assolutamente no. La gelosia nasce nel bambino, come altre emozioni e sentimenti, ed è legata alle sue fasi dello sviluppo psicosessuale: la prima infanzia e il complesso di Edipo verso i quattro, sei anni… “  (Willy Pasini, La Gelosia)

Se è vero, quindi che la gelosia, il più delle volte, sgorga dalle sorgenti della vita (l’infanzia), dobbiamo ricondurre l’eventuale deriva patologica in una cattiva relazione con i genitori e comunque con la propria figura di attaccamento. In virtù di tale ipotesi, potremmo sostenere che tale figura (tipicamente la madre) non ha favorito lo sviluppo dell’autostima e della fiducia contribuendo così alla creazione di un adulto geloso perchè ignaro delle sue possibilità e del suo valore. Quindi il comportamento geloso verrebbe rinforzato dal fatto che ogni ‘altro’ viene considerato più degno.

Nel caso estremo, quello in cui la gelosia spinge a ricercare il  possesso assoluto del partner, alcune teorie psicologiche ipotizzano che  alla base possa esserci una cattiva relazione affettiva costruita con i propri genitori, sopratutto quello di sesso opposto. Poiché la richiesta di affettività è stata frustrata sistematicamente durante l’infanzia, l’adulto pensa di riscattarla, attraverso il possesso assoluto dell’altro.

Gelosia e psicoanalisi

Freud ipotizza tre diverse tipologie di gelosia (1922, Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità):

La gelosia normale che si manifesta principalmente con dolore, ansia, angoscia, causati dal vissuto cognitivo-emotivo di aver perduto la persona amata, da sentimenti ostili verso il rivale, da un atteggiamento autocritico volto ad attribuire a sé stessi la responsabilità della perdita affettiva e dalla ferita narcisistica.

La gelosia proiettata che proviene, per entrambi i sessi, dai tradimenti già esperiti nel corso della vita affettiva o da spinte inconscie verso il tradimento (Chi la pensa, la fa). Nei rapporti di coppia bisogna resistere alle continue tentazioni per evitare di tradire. Colui che avverte in sé l’esistenza di queste tentazioni attuerà un meccanismo inconscio per alleviare il proprio disagio: proietterà sull’altro le proprie tendenze al tradimento. Al riguardo Freud cita Desdemona quale esempio di gelosia proiettata:

Chiamai il mio amore traditore. E lui, che mi rispose? … Se d’altre donne io mi diletto Vi stendete sul letto con altri uomini

Freud osserva che le persone affette da gelosia proiettata valutano un comportamento civettuolo alla stregua di un tradimento.

La gelosia delirante è determinata da tendenze al tradimento che sono state rimosse ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto che le pone in essere. Per Freud la gelosia delirante corrisponde ad una forma di omosessualità latente che preme per manifestarsi. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa può essere descritta mediante la formula: “Non sono io che lo amo è Lei che lo ama”. E’ come se oggetto della gelosia diventasse l’altro, il rivale o la rivale.

La gelosia e la dipendenza affettiva, in conclusione, potrebbero essere le due facce di una stessa medaglia. Se è presente l’una è molto probabile che sia presente anche l’altra.

Willy Pasini, conclude il suo libro sulla gelosia con:

Dobbiamo però imparare a non avere paura di questa “malattia”, a non vergognarcene, a non essere imbarazzati. Questo è il primo passo. Il secondo consiste nel cercare di “educare” tale sentimento invece di negarlo, giocando sulle allusioni e le illusioni, sul potere straordinario (e dimenticato) del flirt, sulla leggerezza. Per rendere la gelosia positiva, anzi addirittura afrodisiaca

 

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Come reagire ad una delusione d’amore

Come reagire ad una delusione d’amore

Quando una coppia è in crisi potrebbe essere utile prendere in considerazione una   psicoterapia di coppia, ma se comunque alla fine la storia si chiude,  normalmente c’è una persona che viene lasciata ed una che lascia.

Se la delusione ti ha spento un sogno, non lasciare che ti spenga la vita. Vivila fino in fondo, troverai un nuovo tesoro: la tua serenità!
Anonimo

La persona lasciata vive, per un tempo non definibile (perché diverso da soggetto a soggetto), una serie di passaggi di ‘stato’ caratterizzati prevalentemente da sofferenza, in alcuni casi con veri e propri attacchi di panico mentre in altri l’incapacità di gestire la frustrazione può indurre a sperimentare una sorta di   dipendenza affettiva per un certo lasso di tempo; nella fase successiva accade, non di rado, che l’amato viene ‘sostituito’ da una persona che in qualche modo possa compensare la mancanza, ma il più delle volte rappresentano solo delle mere illusioni; infine, alla fine di una lunga elaborazione (simile a quella del lutto) si intravede un nuovo percorso, una nuova prospettiva, in alcuni casi addirittura una trasformazione. Un po’ come dire che, l’esperienza, seppur dolorosa, ha fornito al soggetto lo spunto per vedersi meglio dentro e comprendere i proprio bisogni, limiti e potenzialità.

Nei giorni (a volte mesi) che seguono la separazione, colui che subisce l’abbandono viene colto, a giorni alterni, da momenti di disperazione e ansia. Si va alla ricerca dei perché e immancabilmente non riesce a rassegnarsi alla decisione dell’altro. Il deluso sperimenta su se stesso tutti quei comportamenti tipici del disturbo ossessivo compulsivo, è incapace di controllare i contenuti della propria mente, la sua attenzione è monopolizzata da pensieri e immagini che la sua volontà non riesce a scacciare (pensa continuamente e senza sosta alla persona che lo ha lasciato e sono manifesti i sintomi tipici della depressione: apatia, svogliatezza, senso di vuoto, perdita di interesse verso le proprie passioni, perdita di appetito, insonnia, difficoltà di concentrazione, etc.

In sostanza, il deluso evidenzia la mancata accettazione del fatto di essere stato lasciato e questo ‘stato’ ha una durata che può variare da 1 a 6 o più mesi, a seconda delle capacità individuali di accettare il fatto, andare incontro al cambiamento e riuscire a staccarsi dall’altro.

In questo periodo, potrebbe essere utile dominare il tempo riempendolo di altre cose; evitare quindi di stare soli, cercare di uscire con amici, se viene da piangere, non evitarlo (a volte, piangere, fa molto bene) , parlare con amici, viaggiare, etc. Laddove è possibile, evitare di prendere decisioni (di qualsiasi tipo), e in particolare, sospendere tutto, anche il giudizio, perché se una possibilità di tornare insieme esiste, questa non deve essere forzata in nessuna maniera, deve arrivare con naturalezza e spontaneità dall’altro. Insomma, si può fare poco o nulla per ripristinare la situazione precedente e quindi la cosa più opportuna è quella di vivere la quotidianità in maniera più equilibrata e con la minore sofferenza possibile.

In questa fase è importante, inoltre, mantenere la consapevolezza e non abbandonarsi ai diversi stati d’animo che si accavallano, per non confondersi e credere, ad esempio, si essersi ammalati senza rimedio. Proviamo quindi a concettualizzare il nostro stato come se fossimo in preda a qualche demone che a volte ci fa star bene a volte male e che con il tempo, i momenti di benessere aumenteranno sempre più. Insomma, non vi siete persi definitivamente ma solo in maniera transitoria.

Tutte le battaglie nella vita servono a insegnarci qualcosa, anche quelle perdute.
                              P. Coelho

Una grande sofferenza ci pervade e non di rado si ha la paura di vedere l’altro in ‘altracompagnia, oppure di non riuscire a trovare un’altra persona adatta.

Cosa fare? Inutile negarlo, la sofferenza va accettata. La propria sofferenza, in quel momento è enorme e a nulla valgono i suggerimenti di moderazione che ci giungono da amici. Però potrebbe essere utile, nei momenti di lucidità paragonare la nostra sofferenza con, ad esempio, la disperazione di una madre che perde il proprio figlio in guerra, la fame nel mondo, le guerre, i terremoti e le inondazione e le conseguenti sofferenze delle popolazioni.

Una cosa assolutamente da fare è quella di evitare i sentimenti di autosvalutazione, di non darsi la colpa per quello che è successo. Di non fare, ad esempio, l’errore di giustificare l’altro per averci lasciato perchè siamo dei pigri, perchè ci siamo fatti crescere la pancia, perchè non ci lavavamo i denti ogni mattina o perchè non prestavamo attenzione alle sue esigenze, etc. insomma, sentirsi brutti, fragili, piccoli, inutili.

Allora cosa fare? Consideriamo una cosa fondamentale e cioè che in amore le persone si amano per quello che sono, e che non troveremo mai nessuno uguale a noi stessi anche perché se non sempre, sicuramente quasi sempre, ci scegliamo gli opposti perchè sono fonte di arricchimento e di compensazione.

Le motivazioni nella scelta dell’altro sono molteplici, quasi sempre tutte inconsce e spesso come forma di compensazione (scegliamo le persone che soffrono perché vogliamo fare del bene, oppure perchè da piccoli siamo stati tanto amati e noi ricambiamo quell’amore, etc.). Ma il punto vero è che dobbiamo sempre ricordare che noi siamo ciò che siamo e quindi, anche con margini di miglioramento (chi non ne ha?) noi siamo nel giusto come lo era l’altro. Le storie finiscono, semplicemente perché si esaurisce l’amore, o la spinta propulsiva che ci spingeva verso l’altro (le altre ‘ragioni’ , pancia, barba lunga etc, sono sciocchezze e fuorvianti).

Dobbiamo assolutamente evitare di idealizzare l’altro perché così facendo ci condanniamo a prolungare la fase di sofferenza e a ritardare l’accettazione della perdita; le persone sono piene di difetti con cui spesso non riusciamo a convivere, se queste hanno preso la decisione di abbandonarci, a maggior ragione facciamo un errore nel continuare ad idealizzare un sentimento unilaterale.

Le illusioni ci aiutano a vivere. Le delusioni, a morire.

Roberto GervasoLa volpe e l’uva, 1989

A cosa serve idealizzare chi, ad esempio, ci ha giurato eterno amore e poi, sparisce? Le difficoltà si affrontano insieme e mai separandosi. Quindi evitare di cadere in questa trappola (mai più troverò un amore simile; resterò sempre solo/a; ho sbagliato tantissime cose, era perfetto/a, etc)

Grandissimo aiuto ci potrebbe venire dai familiari e quindi usiamoli. Parliamo con i nostri genitori perché aiuta a superare prima e meglio i brutti momenti e perché potrebbero avere la capacità di sdrammatizzare stati d’animo che possono sembrarci impossibili da gestire.

Vivere (quando ci si riesce) sempre alla giornata e non pensare mai al domani. L’dea che potremmo avere in questi casi, del nostro domani, non è mai reale. La ragione deve dominare sul cuore e lo può fare solo vivendo il presente; in questo modo sarà più facile affrontare in maniera sana i diversi stati d’animo e sarà meno doloroso gestirli.

Ovviamente è opportuno non rispondere al canto delle sirene (lo/la voglio vedere). Ulisse si fece legare per evitarlo, quindi anche voi, evitate ogni possibilità di contatto; questo perché la sensazione che si prova nel rivederlo/a scatena uno stato di euforia e di esaltazione enorme e quasi sempre inutile. Del resto è più facile dimenticare una persona se non la vediamo più. Pensate che dramma sarebbe, ad esempio, se il vostro perduto amore, lavora nel vostro stesso ambiente di lavoro … una ferita perennemente sanguinante. Unica possibile (e ammessa) variante, il caso che sia l’altro a volerci vedere, lì la risposta varia da caso a caso, anche perchè non è da escludere che l’altro abbia avuto modo di ripensare alla sua decisione. Solo che in questo caso potrebbe essere opportuno sapere ciò che si desidera perché il più delle volte, l’incontro, si conclude con tante inutili e sterili chiacchiere, quindi accettare l’incontro a specifiche condizioni.

Non chiudersi è fondamentale come fondamentale è assecondare ogni occasione di cambiamento ma ciò che veramente è indispensabile è: fare tesoro di questa esperienza. Fare tesoro significa soggettivizzare il tutto. Dare la colpa all’altro, agli altri, comunque al di fuori di noi stessi, anche se potrebbe essere verissimo, non serve a nulla.

Ciò che serve è porsi delle domande con il solo scopo di migliorare noi stessi. Dobbiamo cambiare prospettiva, atteggiamento.

Trasformare l’innegabile ‘veleno’ di quest’abbandono, in medicina che cura e guarisce

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Stili di attaccamento nella coppia

Ogni relazione è caratterizzata dall’impulso dell’individuo a creare legami di attaccamento: questa esigenza/bisogno rientra nell’ambito dei comportamenti sani ed equilibrati premiati, tra l’altro, anche dalle continue spinte del processo evolutivo. In sostanza due individui si desiderano, si cercano, si mettono insieme, e infine formano una coppia. L’attrazione sessuale, i fattori sociali ed emozionali più o meno complessi distinguono le unioni adulte (coppia)  da altri tipi di relazioni (amicali, lavorative, associative, etc). Non di rado la scelta di un partner si focalizza verso una  ricerca di quelle qualità che mancano nella propria famiglia di origine o, in alternativa,  il desiderio di mantenere proprio ciò che era soddisfacente e familiare, ma anche, dall’eventuale bisogno di guarire le ferite emozionali.

L’individuo implicitamente e forse inconsciamente si ritrova ad aver scelto un partner con la speranza di realizzare un senso di completezza. Quando nella coppia sono presenti valori, aspirazioni comuni, e supporto reciproco, allora prevalgono l’armonia e la soddisfazione. Per esempio Mario vede in Lucia una qualità che gli ricorda il modo di fare calmo e tranquillo della madre. Lucia è attratta dalla passione che Mario ha per la vita, che lei sperimenta come un eccitante contrasto in confronto con la propria famiglia che ha un atteggiamento distaccato. Per la maggioranza il fascino e l’attrazione iniziale si mantengono per mesi e forse anni, prima che abbiano inizio le inevitabili sfide. Quando la coppia vive delle situazioni che vengono sperimentate come una frattura del legame di attaccamento, le ferite che ne derivano, se irrisolte, compromettono la relazione.

Ma, dal punto di vista terapeutico, come possono essere esplorati e quindi compresi e risolti i problemi di attaccamento in terapia?

La teoria dell’attaccamento

La teoria dell’attaccamento è considerata come una delle spiegazioni più convincenti e studiate riguardanti le relazioni amorose adulte (Johnson, Millikin & Makinen 2001); Bowlby concettualizzò che la vicinanza (contatto), una base sicura (sicurezza) e un rifugio sicuro (conforto e protezione) sono fondamentali per un attaccamento umano sano. Bowlby elaborò la teoria dell’attaccamento sul legame madre – bambino (o figura di attaccamento – bambino) e successivamente notò che il legame che si stabiliva nelle relazioni adulte presentava notevoli somiglianze. Egli suggerì che questi sono bisogni che durano per tutta la vita dalla culla fino alla tomba.

Gli stili di attaccamento degli adulti

Sulla base della ricerca sono stati identificati 4 prototipi di stili di attaccamento adulto: uno sicuro più tre stili insicuri, preoccupato, distanziante e timoroso. In un precedente articolo ho evidenziato gli stili di attaccamento dei bambini.

Le persone sicure, prevalentemente,  ricercano l’intimità preoccupandosi poco dell’abbandono, si aprono facilmente, sono ben disposte a dedicarsi al proprio partner in caso di bisogno, ma hanno anche la capacità di affrontare e superare le avversità della vita per gestire il proprio stress emozionale e le emozioni espresse dal loro partner.

Anche le persone con uno stile di attaccamento preoccupato cercano l’intimità, tuttavia tendono a mostrare elevati livelli di ansia riguardo l’abbandono.

Le persone con uno stile di attaccamento distanziante sono caratterizzati da elevati livelli di evitamento  dell’intimità e scarsi livelli di ansia riguardo l’abbandono.  

Quindi, in sintesi:

stile

Le coppie, formandosi, hanno stili di attaccamento diverso e di conseguenza possono combinarsi in diverse modalità.

Banse (2004), avvalora la forte correlazione tra la soddisfazione nella relazione e lo stile di attaccamento. Sia negli uomini che nelle donne c’è una correlazione negativa tra la soddisfazione nella relazione e lo stile di attaccamento timoroso. Banse trovò che gli effetti negativi degli stili di attaccamento timoroso e distanziante potevano essere compensati dallo stile del partner o dalla combinazione degli stili di coppia. Tuttavia sembra che uno stile di attaccamento preoccupato nei mariti, è collegato a una scarsa soddisfazione in entrambi i partner, senza alcuna compensazione che vada a bilanciare la relazione (p.es. una moglie presente).

In un matrimonio, la sicurezza dell’attaccamento, può cambiare nel corso del tempo?

Alcuni ricercatori hanno esplorato il grado di sicurezza dell’attaccamento percepito, mettendo a confronto coppie che avevano una relazione recente, con coppie sposate da sei anni. Prevedibilmente, si conferma che la sicurezza dell’attaccamento tende ad aumentare nel corso del tempo. Anche altri autori concordano sul fatto che uno stile sicuro è rasserenante in situazione di stress, poiché, com’è logico attendersi, una relazione affidabile influenza la soddisfazione coniugale. Avviene il contrario nelle relazioni insicure.

Un crescente numero di ricerche indica che è possibile migliorare la sicurezza dell’attaccamento. Durante il ciclo di vita gli stili di attaccamento possono oscillare a causa di fattori stressanti, contestuali, ambientali e situazionali, incluso l’unione con il partner. La possibilità di cambiare gli stili, riparando le ferite dell’attaccamento  e modificando i modelli relazionali, è stata convalidata da diversi studi e ricerche. La relazione terapeutica stessa può coltivare la sicurezza nella relazione se include gli elementi dell’attaccamento sano (es. sicurezza, conferma, comprensione e affidabilità) unitamente con la sintonizzazione del terapeuta.

Esperienze irrisolte di attaccamento

Le ferite di attaccamento sono quelle che si verificano quando una figura significativa, genitore o partner, non riesce a rispondere durante un periodo critico di bisogno. Nella vita di una coppia questi incidenti dolorosi rimasti irrisolti derivanti da un passato disconfermante tendono ad essere innescati da eventi simili che hanno un tema ricorrente. Quando ciò avviene in una coppia si creano delle barrire.

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Fine della relazione di coppia

Quando una relazione si conclude, chi la subisce prova sentimenti che vanno dalla tristezza alla solitudine, passando a volte per la rabbia e la paura.

Tutti questi stati d’animo rubano il sonno, e rendono la giornata priva di interesse. Non si dorme e a volte, si è costretti a ricorrere ad un aiuto farmacologico e di giorno, il lavoro, o meglio la necessaria attenzione da dedicare al lavoro ne risente, a volte pesantemente.

Ci si sente bloccati, appesi, come in una specie di terra di nessuno, in un luogo ove le certezze e la forza raggiunta nel rapporto di coppia, vengono a mancare e si ha la netta percezione che tutto sia effimero, precario, fragile. Prima c’era un bel bicchiere di cristallo, ora solo frantumi di quel meraviglioso bicchiere quasi sempre colmo di pienezza.

Non ci si sente più amati come prima e, ovviamente, si è fuori dall’orizzonte visivo di colui o colei che una volta era la nostra vita; tutto ciò provoca una profonda sofferenza accompagnata dalla sensazione di abbandono e da quello che, almeno per un pò, diventerà il nostro compagno quotidiano: la solitudine

Non siamo più ‘unici’ per l’altro e convincersi di questa intollerabile realtà, diviene la vera sfida da cui spesso se ne esce spesso male. Grazie al ricorso di speciali processi psicologici (meccanismi di difesa) si riesce a proteggersi dal rischio di sapere di non essere più amati, attraverso un graduale e inconsapevole processo di negazione. Questi meccanismi permettono di allentare la presa ma anche di porci in una posizione di ambiguità nei confronti di ciò che prima era il rapporto di coppia favorendo però lo stato di confusione, incomprensione, sofferenza, false aspettative, etc.

Per non destabilizzarci, potrebbe essere molto utile ricorrere ad un delicato percorso psicologico teso a definire i confini della relazione appena conclusa. Questo perchè, definendo la nuova situazione in modo chiaro, possibilmente da entrambi, si creano i presupposti per impostare i primi, necessari passi verso quel processo di reale separazione psicologica e autonomia dall’altro. Diventarà quindi più tollerabile la separazione dall’altro e guardare con fiducia e serenità al proprio futuro

Se mamma e papa’ si separano

Mi hanno ‘girato’ questo ritaglio di giornale firmato da : P.D. Milano.

L’ho trovato molto bello, e ho deciso di pubblicarlo senza nessun commento ma, chi lo legge, è libero di farne; in fondo questo è un blog pubblico

Ho letto l’ìinchiesta: “I bambini ci sfidano”. Sono figlia di separati e voglio gridare forte a chi non sa, cioè agli adulti, che non ci sono mai buone soluzioni per i figli quando mamma e papà si dividono e che non è vero che basta volere bene ai figli e stargli vicino perché le cose si sistemino. Non è vero! Quando tua madre e tuo padre si separano, senti che ti si rompe qualcosa dentro, e non sai cosa. Senti che dovresti fare qualcosa e non sai cosa. E a chi lo dici? A quei due patetici “adulti” carichi di problemi che sono i tuoi genitori? Tuo padre si è “innamorato” e che quello che fino a pochi giorni prima era il suo mondo, ora è diventata la sua trappola e se ne va lasciandoti li. Tua madre è abitata solo da rabbia e depressione e non la riconosci più e tutti e due si aspettano di essere capiti, accettati, curati, …. Ti dicono che ti vogliono bene, che la cosa più importante nella loro vita sei tu, meno male che ci sei tu, che in fondo per te non cambia niente perché loro ti vogliono sempre bene, anzi, adesso hai due case … E tu senti il laccio intorno al collo che si stringe. E vorresti scappare, perché l’unica cosa che i tuoi genitori ti hanno fatto capire davvero è che sei solo, che la vita è complicata, e che l’amore non è mai un fatto scontato, neanche quello dei genitori per i figli.Se mamma e papà si separano

Tu invece si che a quei genitori vuoi bene perché nelle tue vene, nel tuo DNA ci sono tutti e due, perché le prime voci che hai sentito sono state le loro, le prime carezze che hai avuto sono state le loro, i primi sorrisi erano sempre i loro,  e nella tua mente e nel tuo cuore loro saranno, per sempre, insieme, indivisibili …. E ora papà ti vuole presentare la sua nuova “fidanzata” e mamma spera di incontrare un altro uomo.

No! Non ci posso stare!

Crescere in queste condizioni è davvero difficile, e anche ora che sono una donna adulta, sposata e con figli, porto dentro di me il dolore per l’incapacità dei miei genitori di essere felici. La donna di mio padre mi è sempre antipatica, e non mi stupisce che lui ora non la sopporti più. Mia madre, dopo che ha accettato la separazione e ha smesso di odiare mio padre, si è ritrovata un compagno, ed è serena, ma anche in lei c’è una ferita profonda che solo io riesco a vedere in certi suoi sguardi assenti, lontani, velati di malinconia che finiscono sempre con la stessa domanda: “E papà l’hai sentito? Come sta?”

———–                                                                            P.D. Milano

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La coppia – pensiero ottimista e pessimista

 

Ottimisti e pessimisti vivono in mondi differenti e reagiscono alle stesse circostanze in modi completamente diversi.

Facciamo un esempio. Una sera, prima di uscire, una donna chiede al marito di fare il bagno ai figli e di metterli a letto. Al suo ritorno li trova tutti sul sofà intenti a guardare la tv. Una reazione potrebbe essere: «Non ci posso credere! Perché non riesce a fare la più piccola cosa che gli chiedo di fare? Perché devo essere sempre io quella che grida ai bambini di andare a letto?». Troppo infuriata per parlare, spegne bruscamente la tv e spedisce i bambini a letto. Dopo un lasso di tempo carico di tensione, comincia a rammaricarsi della sua rabbia e a pensare scontenta: «Mi odio quando faccio così! Ma vorrei che fosse più comprensivo! Non si interessa affatto a me, ecco perché reagisco in questo modo. Il nostro matrimonio è un fallimento…». I pensieri negativi si ingrandiscono come una palla di neve che rotola giù da un pendio. Ma c’è un altro modo di reagire alla stessa situazione. È altrettanto possibile, trovandoli tutti a guardare la tv, dire: «Perbacco, siete ancora svegli? È così interessante il programma? Bene, allora fatemelo vedere un po’ insieme a voi, ma tra poco dovrete andare a letto». Una persona che reagisce in questo modo potrebbe pensare: «Oggi ha voluto passare un po’ di tempo con i bambini», lasciar perdere la rabbia iniziale e adottare un atteggiamento positivo.

 

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La coppia e i suoi problemi

…..in silenzio

dovranno passare ancora mille anni affinchè l’uomo si riduca Al silenzio.
Ma purtroppo l’uomo si riduce ogni giorno IN silenzio.

Il silenzio che si riceve quando si pone una richiesta mai soddisfatta, che cade nel vuoto.
Eppure non è una richiesta così pesante. Ma il vostro compagno “non sente”….. e …. rimane in silenzio.

Un silenzio di chi , con gli anni sta diventando AUTISTICO.
Sì, uso questo termine per identificare un uomo/una donna che dimostrano
a)   di non essere capaci di cogliere la richiesta d’aiuto del /della proprio compagno/a … oppure
b)   di cogliere, ma essere incapaci di reagire adeguatamente.

Vivere è comunicare: le parole sono le compagne quotidiane della nostra vita: uniscono o dividono.

Mettono però  in luce la nostra necessità di comunicare qualcosa.

È una sfida, in fondo, tra noi stessi e i nostri interlocutori.

La vita di coppia è una sfida alla comunicazione.

 
Chi si  riconosce questo “quadro familiare”:
Stanchezza per l’arrivo della sera, dopo una lunga giornata lavorativa … cena piu o meno frugale (e messa a letto dei figli)
riposo sul divano davanti ad una rumorosissima scatola tecnologica, sonno immancabile e profondo che impedisce qualsiasi rapporto, anche fisico, tra i compagni

vi riconoscete? Non è impossibile intervenire attivamente per cambiare questa situazione.

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La coppia

Perchè le coppie di formano?

Alla nascita, i genitori rappresentano la pienezza del mondo, i genitori, SONO, il mondo. Il bimbo, sin dai primi giorni, percepisce il mondo come accogliente oppure come minaccioso. Queste prime impressioni possono ‘segnare’ le scelte che poi verranno operate nel corso della vita e in tutti i vari ambiti della sfera umana.

In merito alla scelta del nostro partner, spesso si è portati a formare una coppia per la paura della solitudine, per un bisogno di sicurezza e non perché si è interessati veramente all’altro. L’amore è strettamente legato al desiderio di voler dare qualcosa di sé all’altro. Spesso invece, nella coppia si è portati solo a chiedere (o a pretendere) cure e attenzioni dal partner, rendendo impossibile la “crescita” di entrambi.

Questa continua richiesta d’amore, genera però solo frustrazione per entrambi!

E’ questa la classica situazione di chi ama soprattutto per colmare un vuoto, legato probabilmente a qualcosa che è mancato nel periodo infantile (sicurezza, protezione, rifugio, tenerezza, comprensione).

Leggi anche : Stili di attaccamento nella coppia

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e anche Mancanza di amore,

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E’ giusto perdonare il tuo partner se ti ha tradito?

 

Secondo una recente statistica, circa il 15% degli uomini ammette di tradire la propria moglie o la propria ragazza, e le donne a loro volta non sono neppure troppo lontane, con una percentuale che si aggira intorno al 10%.

Ciò che differenzia uomini e donne è la loro propensione al perdono, infatti le donne sono molto più aperte a perdonare l’infedeltà dei loro compagni.

Un altro studio ha fatto emergere che buona parte dei matrimoni finiti, dipendeva dall’infedeltà della loro compagna, piuttosto che da qualche scappatella di chi “porta i pantaloni” in casa.

Gli uomini sono più pronti a perdonare loro stessi, meno a perdonare le loro compagne per gli stessi errori.

Per una donna tradita infatti, si tratta di un’offesa nei confronti della sua dignità. Per un uomo tradito dalla propria compagna invece, si tratta di un’offesa diretta alla propria mascolinità.

E’ una questione di principio, di orgoglio di essere uomo. E’ qualcosa che va dritta alla sua identità maschile.

Una cosa è certa, uomini e donne, tradiscono per le stesse ragioni: per il bisogno di ricevere attenzioni ed ovviamente, affetto.

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