Categoria: Relazioni umane

Sei un giudicante oppure un opinionista

Differenza tra Giudizio e Opinione

Spesso se ne parla ma se ci chiediamo la differenza, può capitare di fare confusione e quindi questo articolo vuol tentare di fare un po’ di chiarezza.

Con il termine giudizio si indica il giudicare; con quello di opinione, opinare.

In generale, potremmo definire che l’opinione, esprime un parere che viene espresso senza avere la pretesa di dichiarare verità assolute, esprime invece un pensiero, un’impressione, un qualcosa insomma che è soggetta al cambiamento in seguito ad una eventuale rielaborazione. Il giudizio invece, al contrario, è una definizione che mette fine ad ogni discussione, è permanente, a volte inappellabile e almeno per certe cose, può essere considerata una verità totale, assoluta anche se potrebbe non esserlo. Chi viene giudicato può essere bollato come l’ultimo (oppure il primo) degli uomini.

Sulle prime è facile tendere a considerare questi due termini come sinonimi (provate a consultare un dizionario dei sinonimi e dei contrari).

Peccato però che etimologicamente la distanza dal sinonimo sia abbastanza rilevante.

Consultiamo la Treccani.

  • Opinione dal latino dal lat. opinioonis, affine a opinari «opinare».

Il termine si riferisce al fatto che una o più persone, si fanno un’idea in riferimento a fatti oppure ad un determinato fenomeno in assenza di un criterio di certezza totale che permetta di giudicarne la  natura. Ecco che quindi si suggerisce una interpretazione che diviene personale; tale interpretazione (opinione) viene accolta come esatta e per conseguenza viene accettata come vera anche se possa esserci qualche vaga possibilità che potrebbe non essere tale.

  • Giudizio: dal lat. iudicium, der. di iudex -dĭcis«giudice». Qui il ragionamento è un po’ più complesso dal momento che può riferirsi a:
    • L’attività del giudice, quindi applicazione delle norme di legge;
    • Per analogia,  g. finale, ovvero dal punto di vista religioso (qualsiasi religione), del nostro operato al cospetto del tribunale di Dio;
    • Dopo un dibattimento c’è una sentenza o il verdetto dei giudici ove il giudizio può essere di condanna, assoluzione, oppure severo, troppo grave, inappellabile, etc.
    • Per estens., quando non c’è l’intervento dei giudici ma di altri tipo: una commissione giudicatrice, il parere (giudizio) di un insegnante; o in casi ove, ad esempio, ci si appella al giudizio dell’altro oppure della comunità, etc.
    • In situazioni in vigore presso agli uomini primitivi ci si rimetteva al giudizio di Dio, ad esempio attraverso un duello, oppure prove difficilissime, etc
    • Nel linguaggio comune, tutte quelle affermazioni ove si esprime un parere (opinione) in merito alla qualità, il merito, il valore, etc.
    • La capacità di una mente che giudica o che ha una buona attitudine al giudizio (lui è una persona che giudica bene, oppure lascio al tuo giudizio, etc) 

Quindi con opinione indichiamo una persona che attraverso l’esperienza e l’osservazione (in merito ad un fatto specifico) ha preso una certa posizione. Tale posizione è ovviamente soggettiva.

Con l’altro termine, giudicare, viene inteso quando si viene chiamati a legiferare, punire, assolvere oppure condannare, essere quindi giudice sulle cose, persone, fatti.  

In questo caso quindi, si è al di sopra delle parti, si è quindi oggettivi.

Quindi, potremmo anche sintetizzare con il dire che il popolo ha opinioni ma, poiché il popolo deve essere guidato, chi guida giudica ciò che è meglio per il popolo stesso.

L’opinione è un riflesso della propria esperienza, oppure di come vediamo una certa cosa, mentre il giudizio ha a che fare con il sentenziare.

Un’altra prospettiva potrebbe riassumersi con il fatto che l’opinione prevede una rapporto da pari a pari, mentre il giudizio viene tipicamente dall’alto verso il basso (erigersi a giudice).

Ma ancora, sicuramente abbiamo una opinione e diamo un giudizio.

Quindi potremmo dare scontato di aver dimostrato che i due termini non possono considerarsi sinonimi.

E ancora, tutti hanno o possono farsi un’opinione, ma solo poche persone possono realmente giudicare.

Le nostre credenze nascono dal fatto che ognuno di noi è in grado di farsi un’idea (opinione) più o meno su tutto. L’importante è tener presente che le opinioni possono cambiare e che anzi, solo chi le cambia può realmente cambiare le cose. Quindi, nel formarsi un’opinione, dobbiamo mantenere un certo grado di elasticità, soprattutto quando una certa opinione che ci siamo fatti, ad esempio di una persona, una situazione, etc. ci crea disagio oppure non è più attuale.

Un esempio tipico, potrebbe essere quello di riflettere sulla credenza dei bambini verso Babbo Natale oppure verso la Befana. Una credenza che con il tempo si trasforma.

Chi esprime una opinione, sa che è opinabile e quindi non si offende se gli altri ne hanno un’altra. Non sente di essere un genio se gli altri la sostengono né di essere un idiota se non trova un largo consenso e comunque non obbliga nessuno a pensarla come lui.

Chi giudica invece è convinto di sapere, conoscere, vedere e prevedere assolutamente tutto. Di avere la verità infusa. Lui è l’unico che sa e quindi si sente superiore a tutti, potrebbe avere un’autostima delirante e spesso, tenta di manipolare il prossimo (tipico dei narcisisti) per convincerlo del proprio punto di vista.

Passa buona parte del suo tempo nel plagiare gli altri, il suo continuo confrontarsi non è teso alla comprensione o al confronto ma solo al giudizio. Raramente cambia idea, anche in presenza di evidenti errori, incoerenze, difetti oppure di cose che potrebbero essere nocive per altri. Il giudicante, resterà testardo fino in fondo e accetta solo chi si adegua alle sue idee.

Il giudizio, all’interno della nostra società, e primancora nelle società arcaiche, nasce nel momento in cui si è reso necessario avere un capo, una persona posta al di sopra degli altri, con il potere di decidere e quindi anche di emettere giudizi.

Tutto ciò, necessario e funzionale nelle società arcaiche, ha provocato nell’attuale società un’enorme competizione. Tutti vogliono vincere, comandare, giudicare. Quindi tutto ciò che facciamo va inevitabilmente in quella direzione, vincere la competizione. Peccato che ciò che veramente è vincente oggi è l’omologazione e sempre meno l’originalità (che poi, è sempre stata premiante). Si è omologati in tutto, nelle azioni, reazioni, emozioni, sensazioni abitudini, abbigliamento, taglio dei capelli, etc.

Ecco che diviene comune, banalmente comune ‘giudicare’ chi si veste non alla moda, non si comporta come gli altri, etc. Si diventa, quindi oggettivi in merito a tutto ciò che crediamo e quindi tutto diventa più statico e meno orientati al cambiamento e di conseguenza mettiamo a rischio la nostra crescita emotiva, il nostro stato psichico che rimane basso e le nostre relazioni si mantengono povere.

La sessualità maschile: miti e stereotipi

La sessualità maschile: miti e stereotipi

Lo stereotipo per eccellenza stabilisce che uomini e donne hanno desideri sessuali diversi.

Peccato che la ricerca ribalta alcune credenze dal momento che ciò che sappiamo, il più delle volte è ben diverso dalla realtà e quindi sono solo credenze popolari.

Quali sono le credenze più comuni:

Gli uomini pensano sempre al sesso

Fisher e altri nel 2012 hanno fatto una ricerca ove veniva chiesto a donne ed uomini la frequenza delle loro fantasie sessuali.

Dato che la ricerca su questo tema è sorprendentemente incoerente, Fisher et al. (2012) hanno chiesto, inizialmente, a uomini e donne di riferire con quale frequenza pensavano al sesso. La risposta per gli uomini è stata 8 per gli uomini e 6 per le donne.

Nella seconda fase, i ricercatori hanno fornito dei contatori ad entrambi (uomini e donne) e hanno chiesto loro di schiacciare un bottone tutte le volte che il sesso faceva parte dei loro pensieri. Il numero è cambiato; gli uomini lo hanno schiacciato 34 volte, le donne 19 (i valori sono medi).

Da notare e sottolineare che ammettere di avere fantasie sessuali, per le donne è più difficile che per gli uomini dal momento che ciò le renderebbe più criticabili (degli uomini) e quindi meno desiderabili sul piano sociale.

Inoltre i ricercatori non hanno escluso la possibilità che la presenza dei contatori e l’incarico dato loro , possa aver influenzato i loro pensieri. 

Quindi, dalle risposte si sarebbe indotti a pensare che in effetti si, gli uomini pensano più spesso al sesso.

La maggior parte delle ricerche giunge a questa conclusione ma sembrerebbe che la differenza potrebbe essere meno rilevante. 

Gli uomini hanno o hanno avuto più partner delle donne

Molte ricerche (Wiederman, 1997; Jonason & Fisher, 2009; Petersen & Hyde, 2010; Alexander & Fisher, 2003) avrebbero evidenziato che gli uomini (eterosessuali) affermano di aver più partner di quanto affermano le donne.

La ricerca di Wiederman ha fornito una serie di spiegazioni per chiarire questa differenza. Infatti gli uomini tendono a considerare e quindi a contare, anche le prostitute come partner sessuali, oppure anche coloro con cui si è fatto prevalentemente del sesso parziale, come ad esempio il sesso orale, ed altre situazioni minori.

Dall’analisi di questi dati, i ricercatori hanno notato che nel riferire il numero dei partner, gli uomini esprimevano un numero che finiva per 0 oppure per 5. Sembrerebbe quindi che se ad esempio abbiamo avuto 13 partner oppure non siamo sicuri sul numero reale si tenda ad arrotondare alla cinquina successiva.

Ma non finisce qui, perché, sempre secondo lo studio, se gli uomini tendono ad arrotondare in eccesso, le donne al contrario, lo fanno in difetto.

Altri studiosi, Alexander and Fisher (2003), in un altro progetto, hanno posto la stessa domanda, ovvero dichiarare il numero di partner sessuali avuti, mentre erano collegati con una strumentazione elettronica presentata come la macchina della verità. Le donne hanno dichiarato di più.

In merito alla quesito iniziale, ovvero che gli uomini hanno più partner delle donne, sembrerebbe che non sia proprio vero dal momento che le differenze percepite siano dovute al fatto che gli uomini tendono a sovrastimare mentre le donne fanno il contrario.

Le donne sono più fedeli

Anche questa è una credenza  dal momento che gli uomini dichiarano maggiori infedeltà mentre le donne meno (Fincham & May, 2017; Blow & Hartnett, 2005; Petersen & Hyde, 2010). La ricerca tuttavia ammette che questa tendenza stia calando. Anche le donne tendono ad ammettere le proprie infedeltà più liberamente.

Quindi come dicevamo sopra, gli uomini ammettono di essere più infedeli e quindi le ricerche confermano questo stereotipo (che, alla luce delle ricerche, stereotipo non è) ma, questa differenza si sta assottigliando.

Rapporto a tre – agli uomini interessa di più

Questo aspetto sembra essere maggiormente sollevato dagli uomini che lo propongono (alle loro partner) più delle donne (Morris et al.(2016). Altre ricerche, Hughes et al. (2004) suggeriscono la stessa cosa dal momento che nelle loro ricerche, il fenomeno vede coinvolto il doppio degli uomini pechè i maschi partecipanti alle ricerche, avrebbero espresso questo desiderio molto più delle donne.

Sembrerebbe che le donne siano meno disposte ad avere contemporaneamente più partner maschili, perché, più degli uomini, temono per la loro reputazione. Infatti altre ricerche (Jonason and Marks (2009) avrebbero confermato che le donne sono giudicate più negativamente se interessate a relazioni di questo tipo.

Quindi questo stereotipo sembrerebbe confermato.

Questo tipo di ricerche hanno fornito ‘sostanza scientifica’ a quanto correttamente oppure erroneamente si pensava  in merito alla sessualità di entrambi i generi.

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Cosa vuol dire essere in lutto

Quando perdiamo un ‘qualcosa’ che per la nostra vita è significativa e importante, avviene dentro di noi una specie di adattamento nei confronti di quella perdita, dal momento che stare senza quella cosa (che può essere un oggetto, una persona, un lavoro, …) perdiamo una parte di noi. Il lutto quindi è quella fase (più o meno lunga) necessaria per operare quel recupero.

In modo più specifico però, si usa il termine ‘stare in lutto’ per far riferimento alla perdita (decesso) di una persona a noi cara con la quale avevamo un rapporto molto stretto. Quali sono le tipiche reazioni ad un evento così traumatico?

Quando accade un evento così traumatico, il dolore che si prova è indubbiamente grande,  un dolore direttamente proporzionale alla profondità della reazione ma anche a quanto improvvisa e imprevista si è verificato. Se ad esempio si tratta di un congiunto molto anziano e malato da tempo, l’impatto emotivo sarà diverso da una perdita di un congiunto giovane deceduto per motivi accidentali e assolutamente imprevedibili (ad esempio un incidente automobilistico). Ad ogni situazione luttuosa troviamo certamente il coinvolgimento di una o più emozioni ma che anche può coinvolgere altri aspetti come ad esempio un declino fisico più o meno lungo, oppure relativo a persone vicine, ma anche la conclusione di una relazione significativa.

In situazioni come questa la risposta più immediata e naturale non può che essere il dolore che viene vissuto ‘ognuno come gli pare’, dal momento che la diversità è una caratteristica tipica degli esseri complessi (e l‘essere umano è il più complesso dell’universo), ma il lutto attraversa anche alcune fasi ben specifiche. Nasce dal riconoscimento di ciò che si è perso e continua anche in seguito, se si rifiuta di operare una reazione adeguata. Le risposte, come dicevamo sopra sono relative, ovvero al caso specifico ma anche al background socio-culturale del soggetto. Dal punto di vista emozionale (sia che si trattino di emozioni primarie che di secondarie), assistiamo invariabilmente a reazioni emotive che comprendono il pianto, la tristezza, un atteggiamento depresso, rabbia, senso di colpa, stupore,accettazione, incredulità, rifiuto, …

Quando il dolore è grande, incontenibile, un comportamento tipico comprende un pianto dirotto, insonnia, scarso rendimento sul lavoro, .. e, come ovvio che sia, una reazione naturale al fatto, il vuoto è enorme, si fa difficoltà ad accettare, la perdita è incolmabile, …

Una volta assorbito il colpo, la negazione della perdita viene sostituita dalla rabbia che viene orientata verso tutti (medici, infermieri, il padreterno, il partito, la scuola, la chiesa, gli altri, lo stesso defunto,…)  i sensi di colpa si esplicano con frasi che richiamano azioni non fatte e che invece si potevano fare.

Il tono dell’umore, se le emozioni risultano incontenibili, può variare, anche in modo preoccupante e come dicevamo sopra, tutto ciò può essere normale se  la persona era molto importante per noi, e morendo, si è portata via qualcosa di profondo e radicato.

La natura del dolore ha tutta una serie di relazioni che coinvolgono l’apparato psichico, quello sociale, quello emotivo ed ha riflessi anche sul fisico e quindi va, sostanzialmente inquadrato da un punto di vista olistico.

Le reazioni fisiche possono avere riflesso sul ciclo sonno-veglia,  portare a disturbi alimentari (p.es calo appetito), calo delle difese immunitarie e quindi rischio di ammalarsi, problemi generici di natura fisica. Tra quelle mentali, si può passare da un’alterazione dell’umore (scatti d’ira improvvisi, tristezza, malinconia, …), senso di disperazione (‘e ora come faccio’), aumento dell’ansia, inasprimento del senso di colpa, … quelle sociali  attengono al rifiuto di lavorare, vedere amici, problemi con la famiglia, …

In sintesi quindi, ed in relazione all’intesità che si aveva con la persona deceduta, avremmo un dolore (e con tutta la sua pletora di specifiche reazione), la presenza di pensieri ossessivi e costanti, eventuali problemi di natura fisica, eventuali sentimenti di colpa, una sorta di ostilità aspecifica (orientata più verso il mondo che persone o situazioni specifiche) e cambiamenti comportamentali più o meno evidenti per giungere, in alcuni casi, in particolare se in età giovanile (preadolescenza ed adolescenza) anche cambiamenti del carattere che possono essere anche strutturali.

Il lutto – significato

Il lutto quindi è la risposta tramite il quale ci si adatta alla perdita; tale modalità è direttamente collegata al contesto dal momento che in ogni cultura ci si attende un determinato comportamento.

– È dolce e commendevole, Amleto, in te, il rendere a tuo padre tutto questo tributo di cordoglio; … Ma incaponirsi in un lutto ostinato, è atteggiamento d’empia testardaggine un non virile modo di soffrire, .. Diamine! Questa è colpa contro il cielo, contro chi è morto, contro la natura, ma soprattutto contro la ragione, cui la morte dei padri è tema usuale, …’

Amleto SCENA II – Sala nel castello di Elsinore

In merito alle cause, la reazione dipenderà anche dalle circostanze che l’hanno determinata, ma anche dal ruolo che la persona aveva che genererà specifiche reazioni alla perdita.

Pensiamo ad esempio alla perdita del coniuge, chi resta, oltre al dolore immenso per la perdita dovrà anche sobbarcarsi un’enormità di fatti e decisioni in merito alla organizzazione delle funerale, degli aspetti finanziari ed economici, gestire il tutto con il lavoro, i figli, il tutto in un momento ove servono tante energie che non si possiedono. Immaginiamo ad esempio come può essere difficile dirlo ai figli, soprattutto se sono piccoli; immaginiamo gli aspetti finanziari, se il coniuge deceduto era l’unico che aveva un reddito sicuro e su cui la famiglia reggeva le proprie sorti.

Pensiamo invece alla morte di un figlio, piccolo o grande che sia. Per un genitore credo non ci sia nulla di più devastante. Una perdita del genere suscita un’infinità di emozioni tra cui quello del senso di ingiustizia (‘ma come, così giovane, no…non è giusto’, ‘quante cose avrebbe potuto fare’, etc. ). Ci si sente responsabili, anche se al di fuori di ogni umana responsabilità..

Quando ci muore un genitore, la perdita in termini emotivi è profonda e il dolore è devastante; a ciò si associa un senso di paura e di profonda tristezza. Anche in questo caso l’intensità del dolore è intimamente legata ad una serie di fattori tra cui il tipo di rapporto, il sesso, l’età, gli eventuali aspetti religiosi, eventuali precedenti esperienze di decessi, etc..). con la perdita di un genitore si perde un consigliere e un amico, da cui inevitabilmente il senso di solitudine è più accentuata anche se la famiglia e il giro di amici non ci fa mancare il sostegno. Dopo il colpo iniziale giunge una consapevolezza profonda: ‘nulla sarà come prima’.

Il dolore, come si sa, ha svariate sfumature e in particolare, il dolore legato al lutto ne ha uno specifico legato al cosiddetto dolore anticipato. Si verifica tutte le volte in cui ci troviamo a dover affrontare un caso di malato terminale, un caso in cui parenti e amici, attendono una morte annunciata.

Il dolore non cambia, cambia solo il fatto che tutti hanno il tempo di abituarsi alla perdita, ma per il resto è assimilabile a ciò che abbiamo visto prima. Ciò non esclude che quando il fatto diviene realtà, anche se preparati, l’esplosione di dolore sia più mitigato. Infatti anche se sappiamo in anticipo ciò che accadrà, il dolore successivo non sarà né facile né più breve. L’attesa del decesso può creare un attaccamento più forte e di conseguenza dopo, la sofferenza e l’elaborazione del lutto potrebbe essere più profonda.

Il dolore, dal punto di vista emozionale, può essere difficile da controllare e spesso assistiamo a reazioni ove le sue naturali espressioni potrebbero non manifestarsi. Il soggetto in questione potrebbe aver accettato di negarlo ma, prima o poi i conti devono tornare e prima o poi, tutto il dolore che abbiamo voluto sommergere torna a galla in tutta la sua prorompente distruttività, determinando una possibile caduta nella malattia fisica e/o psichica.

Evitiamo quindi di negare l’evidenza, lavoriamo costantemente sul dolore, lasciamolo esprimere. Il dolore è come un fiume in piena, lasciamolo scorrere, cercare di contenerlo può fare più danni di quanto sembrerebbe. Se notiamo tali comportamenti in un nostro amico oppure un congiunto, cerchiamo di intervenire in modo opportuno.

Il lutto ha un lavoro, spesso gravoso; nessuno ci si può sottrarre se vuole mantenere l’anima in buona salute. Dobbiamo fare tutto ciò che serve per tornare alla normalità, per ritrovare quel ‘senso’ che la perdita potrebbe aver fatto smarrire. Dobbiamo ‘ricostruire’ il mondo anche senza quella persona e dobbiamo, nel caso, attivarci per creare nuovi rapporti con i tempi e modi che ogni individuo ritiene consoni.

Rivolgersi a nuove conoscenze, non equivale, come qualcuno potrebbe pensare ad un tradimento, ma è un modo per veicolare l’energia (di cui siamo fatti) verso nuove scoperte emotive. La persona scomparsa non verrà mai più dimenticata (la perdita di una persona cara è sempre un trauma e i traumi non si cancellano mai) e la carica affettiva che avevamo non verrà mai eliminata.

Il processo della elaborazione del lutto passa più o meno tra queste fasi: desiderio di riportare in vita la persona (come nei traumi, il ricordo continuo del trauma stesso, altro non sarebbe che il desiderio di tornare all’attimo prima dell’evento traumatico, proprio per poterlo evitare – se lo avessi saputo avrei potuto fare …),  momento in cui si vive una profonda disorganizzazione (lavoro, casa, amici, parenti,…), ovviamente l’emozione più forte è quella della tristezza e poi, infine, la fase della riorganizzazione.

Lungo queste fasi, sicuramente la depressione (più o meno reattiva) potrebbe farci compagnia, ed è una cosa anche abbastanza naturale ma, qualora la sintomatologia perdura e non ci permette di recuperare uno stile di vita adattivo in tempi consoni, potrebbe essere utile valutare la possibilità di usufruire di un aiuto professionale

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Parlare del padre, oggi, è molto difficile, contrariamente a quanto lo poteva essere fino alla fine dell’ultima guerra. Infatti il ruolo del padre era chiaro e netto e nessuno lo metteva in discussione. Poi però tutto cambia e per i padri diviene difficile provvedere al sostentamento economico per se stessi e per la propria famiglia. In seguito, il boom economico riuscì parzialmente a ricomporre questo ruolo ma negli anni successivi, sia in Italia che altrove, le cose cambiano notevolmente al punto di creare un mito, quello del padre assente. Questo mito è stato rinforzato anche dal fatto che si è posta l’attenzione sulla madre e sul suo impegno e sempre meno su quella del padre, via via sempre più svalutato.

La psicoanalisi, con Freud, evidenziò l’importanza del padre (vedi il complesso di Edipo), ma in seguito, i suoi allievi scrissero molto di più sul ruolo della madre e sempre di meno su quello del padre. Melania Klein, si focalizzò sul ruolo del bambino attaccato al seno materno, Bowlby  sulla figura di attaccamento e Winnicot ribadisce l’importanza che una madre buona è indispensabile per la crescita dell’uomo.

Dov’è il padre? E’ stato escluso da ogni discussione che lo veda come utile alla crescita del benessere psicologico dei figli.

C’è naturalmente una differenza sostanziale tra il ruolo materno e quello paterno. Il padre, non allatta, non porta il feto, non lo nutre, non lo partorisce.

Quindi il legame madre-figlio è essenziale per la sopravvivenza del figlio, quello con il padre invece, è un legame tutto da  costruire, e la sua fragilità può essere risolta solo se la società a contorno, istituzionalizza dei riti e delle regole, tipo quella che avevano i Romani. Li, il Pater familias, aveva potere di vita e di morte con la sua familias. Era il capo indiscusso: la moglie, i figli, le nuore e gli schiavi erano a lui sottomessi. Egli esercitava la patria potesta, un potere che esercitava fino alla sua morte, e che gli conferiva molte facoltà, tra cui quella di vita e di morte oltre al potere di venderlo (il figlio) come schiavo. 

Ma, a parte queste estremizzazioni (durate più di 700 anni), è indubbio che il padre lo si associa al senso di responsabilità; in lui si vede il sostegno, insieme alla madre, per curare lo sviluppo emotivo della prole e con essa le generazioni future, permettendo che la specie (Homo Sapiens Sapiens) abbia un futuro. Oggi viviamo in un mondo ove viene esclusivamente premiata l’efficienza produttiva e sempre meno quella di tramandare valori.

Un altro aspetto non meno importante viene affidata alla constatazione che oggi, sia madre che padre sono maggiormente preoccupati a farsi amare e sempre meno a farsi rispettare e soprattutto a mettere in primo piano ciò che dovrebbe (lo è sempre stato) essere l’attività primaria: l’educazione. Una funzione spesso esercitata dalla madre e sempre meno dal padre.

Assistiamo sempre di più ad una madre che si accolla tutte le funzioni (anche quelle paterne) e un padre che si sfila sempre di più.

Il Processo di Kafka, narra di una persona condannata per un crimine di cui non ricorda nulla, chi dovrebbe non gli dice nulla fino alla fine del processo, che si conclude con la sua condanna.  Potrebbe essere una buona metafora di questo padre sempre più assente?

Cosa è rimasto del Pater Familias di cui parlavo sopra? La risposta è facile: nulla o poco più.

Il padre può solo proporre modelli o valori, a cui il figlio può opporre il proprio no e a cui viene spesso rimandata la gestione del conflitto (utilissimo per la crescita) che spesso viene elusa.

Dal momento che alla madre viene riconosciuto un potere di natura biologica, quindi fortissimo e ineludibile, al padre (avendo persa la Patria Potestas di cui sopra) rimane un legame che non è biologico ma simbolicamente adottivo.

Mitologemi che rimandano al padre

Conosciamo tutti la storia di Telemaco, figlio di Ulisse e di Penelope. Vive nell’attesa del suo ritorno, del ritorno di un padre che non ha mai visto.

Un mito che racconta la storia dei figli abbandonati e a quei tempi, più di oggi, l’abbandono era reale.

Come abbiamo detto sopra, gli psicoanalisti dopo Freud, hanno raramente scritto in merito del padre. Il mito di Telemaco (figura maschile) è stata presa per la prima volta da Jacques Lacan e recentemente da Massimo Recalcati, ove  il disagio giovanile viene in qualche modo ripreso da una prospettiva psicoanalitica e non solo sociale (si parla moltissimo infatti del disagio giovanile). 

In buona sostanza, il concetto evidenziato si riferisce al complesso di Edipo ed al senso di castrazione che il figlio prova in quella fase.

Il fine di tutto questo è ovviamente la progressione maturativa del figlio il quale, vedendosi impedito l’accesso alla madre e quindi, vedendosi inibito il principio del piacere, impara a seguire regole e leggi, obblighi e divieti, costringendolo ad andare oltre il proprio egoistico bisogno del possesso sia delle cose che delle persone. Ecco quindi che la funzione del padre, diviene quella di introdurre nella vita del figlio, attraverso il linguaggio, il modo, fatto di limiti, per entrare in una relazione con se e con gli altri caratterizzata dall’equilibrio.

Affinchè tutto ciò accada, il complesso di castrazione (simbolico) deve essere giocato seriamente.  E non come avviene in chi attende Godot, oppure come chi, similmente, attende qualcuno che non  arriverà mai. Come abbiamo detto, oggi i padri tendono più a ricercare il consenso dai figli piuttosto che castrare.

Il padre e la sua funzione sta venendo sempre meno dalla nostra società. L’autorità simbolica del padre è sparita dalla nostra società, è relegata (ma non sempre) alla figura di colui che mantiene, ma che ha smesso di trasmettere i valori tipici di cui la società ha ancora bisogno.

Separazioni, divorzi, precarietà lavorativa, alcolismo, gioco d’azzardo, … generano una spaccatura da cui i figli non trovano l’orientamento necessario. I bambini hanno bisogno di direzione ma molto spesso sono i genitori che fanno decidere ai figli.

Nel mito, Telemaco attende l’arrivo del padre, che poi arriva. Nella nostra società i figli attendono Godot. 

Oggi non serve più un padre che elargisce disciplina (non è più credibile) ma, come dice Recalcati, un padre che elargisce testimonianza. Non ci sono più Pater Familias con potere assoluto, ma solo padri testimoni.

Un padre che dica ai figli come stare in questo mondo, quanta passione mettere nelle cose, un padre che insegna, con la propria testimonianza (ed esempio), come essere felici e vivere in questo mondo, pur con tutte le sue contraddizioni, con desiderio, ma anche, non dimentichiamolo, con responsabilità.

Il padre di oggi, non è più quello che  risponde ‘perché lo dico io’; serve un padre umano, che pur con tutti i suoi limiti, dimostra che la vita ha un senso anche se ignora il senso ultimo della vita.

I Social Network  e le coppie  

L’influenza dei Social Network nella vita di coppia 

E’ indubbio che i Social Network hanno egemonizzato la vita di tutti noi. Spesso, si passa moltissimo tempo saltando tra Facebook, Twitter, … e altri, mettendo in secondo piano spesso tutto il resto.

Le coppie, anche le più consolidate, spesso hanno discussioni se non liti, proprio su questo argomento

Di certo, nessuno avrebbe mai pensato che sarebbe accaduto quello che sta accadendo. I SN hanno alterato pesantemente valori come famiglia, scuola, coppia, società, politica (In un tweet Trump ha detto che…  Bersani ha risposto con un tweet, …) quante volte lo leggiamo sui giornali oppure lo sentiamo nei vari TG?

L’impatto dei SN in questi ultimissimi anni (e in maniera sempre più crescente) è sotto gli occhi di tutti. La comunicazione, le relazioni, ha nuove regole, insegnate da nessuno ma che tutti oramai conoscono benissimo. La comunicazione, in particolare quella umana, si basa su modalità di scambio completamente differenti anche perché oggi, la possibilità di restare/entrare in contatto, indipendentemente dal tempo e dalla geografia  (spazio e tempo), sono immediate.

Ma, ai fini del benessere psicologico, qual è l’impatto? I SN migliorano la qualità delle relazioni? Che uso se ne fa? Quando si esagera e  se ne diventa dipendenti (c’è gente che addirittura non ne può fare a meno)? Che riflessi sul lavoro, la famiglia, il tempo libero?

Esistono diverse ricerche in merito, ed hanno indagato su impatto e correlazione con le relazioni, e incidenza sulle eventuali rotture, infedeltà, distrazioni, trascuratezze, … Pare che su Twitter ci siano circa 550 milioni di utenti, e ogni giorno si lanciano in rete circa 59 milioni di messaggi. Contrariamente a Facebook, è meno interattivo e offre poche opportunità di chat, anche se, mai dire mai. Ad esempio un mio paziente mi ha confessato che è grazie a twitter che la sua vita è cambiata.

Una ricerca della Università del Missouri-Columbia, condotta dal Dr Russell Clayton, su circa 500 utenti (per più del 60% di genere femminile) evidenzia inequivocabilmente che il tempo speso su twitter è intimamente legato ai conflitti di coppia (malumori, litigi, gelosie…); l’esistenza di tali conflitti  permette di anticipare l’esito negativo della relazione (divorzio, rotture, tradimenti, …) e che tale (prevedibile) esito non dipende dalla durata dalle storia.  Dello stesso autore, altre ricerche avevano evidenziato una forte correlazione tra la gelosia e l’uso di facebook.

Un’altra ricerca, questa volta della University of Oxford, quindi inglese, sostiene che una delle principali cause delle crisi delle coppie avviene quando si usano i SN come primaria forma di comunicazione.

Il campione preso in esame era di 24000 coppie che usano tutti i giorni Facebook.  L’utilizzo di FB quasi esclusivo per comunicare (no telefonate per intenderci ma solo messaggi su messanger) crea molti problemi all’interno della coppia stessa.  Pur non parlando di tradimenti, l’utilizzo del mezzo per comunicare, crea fraintendimenti, suscitano fantasie, portano a fare gratuite idealizzazioni, insomma la comunicazione è falsata, distorta e quindi, oserei dire, distorsiva, dice una cosa che non c’è. A tutto ciò si deve aggiungere la necessità del controllo (che tutti più o meno conosciamo), che può rasentare l’ossessione fino a giungere al negare all’altro qualsiasi forma di privacy, anche la più innocente.

Ciò non bastasse, l’Associazione degli avvocati, quelli che si occupano delle separazione e dei divorzi, quindi gli Avvocati Matrimonialisti, ha divulgato una serie di dati che confermerebbe che Facebook, è una delle principali cause di separazione, per le coppie giovani, ma anche sposate di diversi anni, e arrivano alla rottura perché i tradimenti (non sempre reali) si sono realizzati in rete.

Nel Regno Unito, su tre separazioni, una avviene grazie a Facebook (sostenuto da Divorce online); in Italia una su 5.

Anche WhatsApp non scherza. L’instabilità della coppia avviene con un linguaggio leggermente diverso, perché differente è il mezzo e la sua grammatica (è in linea, ha ricevuto ma non letto, non risponde, chissà con chi starà parlando, …) tutte chiacchiere, ipotesi, pensieri negativi, servono solo ad alimentare ipotesi, supposizioni, gelosie, a volte anche deliri…

WhatsApp è un ottimo strumento per comunicare ma in seguito, potrebbe diventare come FB (vedi sopra); ma da subito lo strumento deve essere usato per comunicare l’essenziale (in questo è fantastico) ma, messaggi e pensieri complessi vanno fatti sempre e solo l’uno di fronte all’altro.

Ma i SN non sono solo negativi, dal momento che, secondo un esperto di coppia e sessuologo il dr  Vito Frugis,  le coppie saltano se c’è una crisi preesistente e Facebook è solo uno dei tanti possibili detonatori. In questi casi il SN è solo una via di fuga, un qualcosa che permette di dialogare con altre persone, un modo per condividere emozioni e sensazioni, un po’ come si faceva con il diario. Ecco che il virtuale, permette di avere conversazioni con sconosciuti e con la quale è facile proiettare bisogni, ansie, paure, …

Cosa si fa dallo psicologo se non proiettare tutto ciò? Solo che lo psicologo poi aiuta a ricollocare il tutto in un mondo reale più armonioso, mentre nel SN tutto può restare virtuale ma, avendo ‘scaricato’, ci fa star meglio anche se poi non cambia nulla. I rapporti costruiti online, si basano su proiezioni al punto da dare l’illusione che possa essere ‘ideale’. Ma dopo l’incontro, ci si scontra con la realtà, e la nuova coppia si deve confrontare con tutte le difficoltà di una coppia, fatta da due sconosciuti, con un vissuto completamente diverso e che hanno il compito di creare un intreccio simmetrico.  Cercare un partner in rete è relativamente facile, il difficile viene dopo.

Frequento una persona che si è appena separata

Mi sono separata – nessuno mi aiuta

Quale sono i traumi più difficili da superare? Al primo posto sicuramente il lutto per la perdita di una persona cara; subito dopo: la separazione.

Come separarsi e quando? Non esiste il tempo giusto, tutto è soggettivo, è legato al vissuto del soggetto, quindi alle sue esperienze, ai suoi desideri, ai suoi bisogni; e poi è anche legato al partner, alle sue caratteristiche, ma anche al momento preciso che si sta attraversando e alle decisioni che si dovrebbero prendere.

Il passato è molto importante perché evidenzia come sono state vissute le prime separazioni infantili e sono condizionanti perché influenzano il modo con cui, in futuro, si affronteranno situazioni analoghe. Conoscerle può aiutare per ricalcarle ma, soprattutto se negative, per operare scelte diverse e quindi più consapevoli ed efficaci.

Le considerazioni che seguono vanno intese come ipotesi di massima, quindi generiche e non specifiche.

In merito al tempo in cui si decide è importante perché, una separazione tra i 20 e i 30 anni è relativamente più semplice perché l’arco temporale che rimane è molto più ampio e si è maggiormente aperti alla prospettiva di una nuova relazione; dopo diviene più difficile, in particolare per chi vorrebbe costruirsi una famiglia (idem per chi la famiglia l’ha invece creata); vedrebbe crollare tutto un progetto di vita o nella migliore delle ipotesi la vedrebbe messa in forse. Oltre i 50anni per gli uomini e per le donne sarebbero sfide completamente diverse: opportunità per nuove conquiste sessuali per l’uomo, atte a confermare la proprio virilità, perché no, anche con donne più giovani; mentre per le donne, che sono prossime alla menopausa, inciderebbe molto sul fronte della propria autostima.

Una volta digerito il fatto che c’è una separazione in atto oppure appena conclusa, ci sono due aspetti importanti da tenere in considerazione: una legata al soggetto e l’altra all’entourage che potrebbe supportarci.

Mi sono separata – cosa fare

Poche cose ma fondamentali.   Manteniamo ordinato l’ambiente in cui viviamo (o andremo a vivere); cestiniamo ciò che non serve e che magari ricordano l’altro. Cerchiamo di rinnovare l’ambiente con cose diverse; ci sembrerà di vivere una nuova vita.

Evitiamo di trascurarci, quindi curiamo l’igiene, l’alimentazione, il fisico e le relazioni amicali. Insomma, coccoliamoci, non può che farci che bene. Se poi c’è una cosa che abbiamo sempre voluto fare senza trovare il tempo, ecco, è arrivato il momento per farla.

Poi ricordiamoci il potere dei proverbi ’amor con amor si paga’, ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’, etc. Evitiamo (è fondamentale) di avere rapporti con l’altro (vederlo, sentirlo, spiarlo, cercarlo, messaggi, …); ogni contatto non fa che allungare i tempi di elaborazione del distacco; ogni volta che c’è il contatto, si riapre la ferita; più la teniamo aperta, più tempo sarà necessario per recuperare una propria autonomia. Se la storia si è chiusa, cerchiamo di essere più decisi, soffriremo un po’ ma solo così, lentamente, recuperiamo lo spazio necessario per ricominciare; insomma, dobbiamo mettere in campo tutte le difese necessarie per accettare ciò che è successo e trovare la strada per voltare pagina.

Separarsi è difficile, doloroso, a volte duro da accettare, fino a giungere la rifiuto. Ma quando è inevitabile, seguire qualche regola, non può che aiutare.  

Abbiamo strutturato la nostra vita scegliendo una vita di coppia, ora è difficile accettare che la coppia non c’è più e che con essa non ci saranno più tutte quelle piccole abitudini che costellavano il nostro tempo. L’organizzazione cui avevamo dato alla nostra vita va cambiata. Dobbiamo riorganizzarla, forse totalmente.  L’abbiamo impostata  in un certo modo ed ora, assistiamo al crollo di tutto ciò in cui avevamo creduto. Oltre all’aspetto esistenziale, ci sono anche tanti altri problemi concreti che vanno gestiti e possibilmente risolti: i figli, il mutuo, gli aspetti economici, logistici, i beni da dividere, l’assegno di mantenimento. Se poi la separazione è lacerata dai conflitti tra i partner tutto si complica.

I conflitti saranno più o meno accentuati in funzione delle ragioni che hanno determinato la separazione (ed esempio un tradimento, un disamoramento, incompatibilità di carattere, …).

Anche laddove la separazione è stata voluta da noi, oppure è stata condivisa, rimane comunque un amaro senso di fallimento a cui possono accompagnarsi anche critiche alla nostra capacità di operare scelte giuste.

Mi sono separata – Cosa dire e cosa non dire

Un nostro amico/a si sta separando. Chiediamoci cosa sta passando. Evitiamo di semplificare e di pontificare. L’altro sta passando un momento terribile. Angoscia, stupore, fallimento, paura, rabbia, disgusto, stordimento, stanchezza … tutte cose in continuo mutamento (in che fase della separazione sta?); cosa dobbiamo fare? Ascoltare. Ascoltiamo, evitiamo invadenza, rimettiamoci ai suoi bisogni. Dirà o deciderà cose che verranno smentite nel giro di poco tempo. Vorrà uscire oppure piangere, vorrà conoscere altre persone oppure nessuno mai … noi dobbiamo solo ascoltare e restare pazienti.

Evitiamo di giudicare, di proiettare le nostre ansie (come farà con il lavoro, i bambini, i soldi …), cerchiamo di evitare facce di commiserazione (come quella che si fa per le persone che vediamo come spacciate).

Si invece, a tutto ciò che alleggerisce. Non siamo noi che dobbiamo risolvere il problema, evitiamo ramanzine (hai fatto male, oppure hai fatto bene, faresti meglio a fare così, etc). Tutte cose inutili. Facciamo solo cose utili, andiamogli a prendere i bambini a scuola, accompagniamoli in palestra o a danza, andiamo a fare la spesa, svuotiamogli la spazzatura, … insomma tutte piccole cose, che alleggeriscono, in questo momento di estrema pesantezza, la sua vita. Proponiamo noi cose (cinema, ristorante, uscite fuori porta, …), assecondiamo ogni suo desiderio, anche se per noi potrebbe essere un capriccio; se deve traslocare, diamogli un aiuto e, se non ha figli, cerchiamo di stare il più possibile vicino organizzando i fine settimana e le serate. 

Evitare di dire cose sbagliate. Non sappiamo quali sono? Nel dubbio vale sempre la solita regola: astenersi.

Frequento una persona difficile

Frequento una persona difficile

E’ noto a tutti che al mondo ci sono persone con le quali è proprio difficile dialogare. Proviamo un po’ a pensare alla nostra cerchia (amici, famigliari, colleghi di lavoro, etc).  Parliamo più o meno con tutti ma Tizio proprio non lo si sopporta. Tizio è proprio una persona ‘difficile’, aspra, puntigliosa, polemica, iraconda, una persona che tende allo scontro e mai alla cordialità o quanto meno ad un dialogo civile. Insomma, con Tizio, è ‘impossibile’ avere interazioni piacevoli. Tutti, chi più, chi meno, hanno avuto, hanno ed avranno questo tipo di esperienze.

Ma, ci siamo chiesti come mai? Da cosa dipende? Ebbene una ricerca ha ‘scoperto’ cosa c’è che non va in loro e di contro, come fare per instaurare con queste persone una comunicazione più facile.

Una possibile spiegazione psicologica ci viene dalla teoria degli stili di attaccamento. Secondo questa teoria, noi da adulti ci relazioneremo in funzione della relazione che abbiamo stabilito con i nostri genitori (in particolare con la figura primaria di attaccamento) e/o con tutte le altre persone che si sono prese cura di noi (zii, nonni, etc) durante l’infanzia.

Quindi, possiamo tranquillamente sostenere che se da piccoli eravamo certi di poter contare sul fatto che i nostri genitori ci amavano, ci accudivano, ci sostenevano ebbene anche da adulti potrebbe accadere la stessa cosa, ovvero, sappiamo di poter contare su tutte le persone che ci circondano (amici, colleghi, affetti, etc). Questo è un stile di attaccamento, e viene chiamato ‘sicuro’. Da ciò si evince che ne esiste almeno un altro,, chiamato ‘insicuro’ ove il bambino è stato trascurato, abbandonato, dimenticato, etc dai genitori. Ma non è finita qui, perché esistono altre possibili declinazioni dello stile insicuro, ovvero, avremmo una variante detta ‘evitante’, ove allo scopo di evitare le delusioni si tende a fuggire dalle relazioni intime, ed un’altra chiamata ‘ansiosa’ ove il soggetto è alla ricerca continua di certezze e rassicurazioni.

L’individuo, oggetto di questo articolo è quello con la variabile ‘evitante’. Quindi, la difficoltà ad avvicinarsi a questi individui ci viene dal fatto che, per una sorta di difesa inconscia, appresa durante l’infanzia, fanno di tutto per innalzare barriere con lo scopo di impedire una vicinanza di cui sono incapaci di gestirne le dinamiche.

La teoria dell’attaccamento di cui sopra stabilisce che tali modelli sono inconsci, quindi non se ne ha una piena e diretta consapevolezza. Da ciò si evince che le cosiddette persone difficili,  ignorano di innalzare barriere allo scopo di proteggersi (inconsciamente) dalla paura dell’abbandono (lo fanno e basta). Sono talmente difesi che diviene impossibile guardare ‘oltre’ queste difese. Hanno imparato a nascondere bene la loro parte vulnerabile.

La ricerca – presupposti teorici

Sulla base della teoria, brevemente esposta sopra, due ricercatori, Anthony Sierra e Robert Ricco (2017), hanno cercato di mettere a fuoco e quindi comprendere in che modo i due soggetti (quelli con stile sicuro e quelli con stile insicuro) gestiscono il conflitto. L’idea di fondo è che le persone difficili, siano maggiormente orientate all’evitamento del conflitto e quando questo evitamento fallisce, scelgano sistemi poco costruttivi nel tentativo di risolverlo.

I due ricercatori, avevano interesse a confrontare i due stili insicuri (evitante e ansioso) perché, a loro dire, erano in grado di predire la strategia che sarebbe stata usata per gestire il conflitto.    

Gli autori hanno preso in considerazione ben 4 strategie dl conflitto, ovvero: la costrizione, l’evitamento, la tendenza a dominare e l’integrazione.

E’ evidente che c’è una sola strategia vincente, quella che permette una piena collaborazione per risolvere il problema, ovvero: l’integrazione.

Nelle ipotesi dei ricercatori, gli evitanti, hanno difficoltà nella gestione del conflitto perché: diffidenza verso gli altri (considerati poco premurosi e per niente leali); gli altri hanno scarsa empatia (che ne sanno dei miei problemi); infine, evitano il conflitto dal momento che inconsciamente non vogliono far passare l’idea di essere persone bisognose  di una relazione.

La ricerca – raccolta dati

Sono stati utilizzati strumenti (self-report) atti a individuare lo stile di attaccamento e le strategie per la gestione del conflitto e quali sono le credenze di base. I dati sono stati ottenuti da un campione di 449 studenti la cui età era compresa tra i 18 e i 56 anni). La stragrande maggioranza aveva una relazione e solo il 14% era sposato.

La ricerca – esito

Gli evitanti (stile attaccamento insicuro), rispetto agli ansiosi, hanno la tendenza ad evitare il conflitto perché poco vantaggioso. Quando l’evitamento non riesce usano, tra le 4 strategie di cui sopra, quella basata sulla dominazione: ecco perché queste persone risultano ‘difficili’, refrattari ad ogni intimità, con la tendenza ad allontanare e nelle loro interazioni sono polemici e neanche a farlo apposta hanno, incredibilmente, sempre ragione.

La conclusione dei ricercatori è che: 

L’attaccamento evitante risulta essere più problematico rispetto a quello ansioso, quando si tratta di gestire dei conflitti all’interno delle relazioni amorose

Quindi, laddove le persone che vivono le discussioni all’interno della coppia come una opportunità e sempre foriera di benefici, le loro strategie adottate sono sempre caratterizzate dalla integrazione (da cui ci si attende sempre risultati positivi).

Nel caso invece delle persone difficili penso sia utile riflettere sul fatto che tutti i nostri tentativi di risultare cordiali e flessibili, sia assolutamente ininfluente. Questi soggetti non hanno nessun interesse a ‘chiacchierare’ anche in modo semplice e informale (da cui la maggior parte delle persone ne trae giovamento); quando lo fanno, le loro reazioni ci danno la sgradevole sensazione di aver detto cose percepite come offensive o comunque sbagliate. Insomma, esperienze quanto più frustranti possibili.

Lo studio dei due ricercatori (Ricco e Sierra), ci invita a riflettere sui motivi per cui queste persone sono così. Se vogliamo avere con queste persone buoni rapporti, ci viene richiesta una buona dose di pazienza, costanza e ottima predisposizione. Dovremmo essere amichevoli anche oltre misura, perché alla fine, potrebbe essere possibile ‘rompere il ghiaccio’ e riuscire, finalmente, ad avere relazioni e interazioni positive. Anche le persone difficili hanno il loro lato ‘morbido’. Basta solo avere la pazienza e la capacità di cercarlo.

Cause della scelta ripetitiva del partner sbagliato

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato

Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliataOgnuno di noi è inconsciamente attratto da ciò che ci è famigliare. Quindi, se siamo cresciuti con genitori che ci hanno amato, saremo felici e forse anche persone di successo.

La figura di attaccamento, ha per ognuno di noi grandissima importanza. Se hanno creato con noi un buon legame (sicuro, sano e coerente) è relativamente più facile evitare persone manipolatorie, narcisisti, etc e anzi, questi soggetti, non susciteranno nessun interesse mentre, al contrario, saremo attratti da persone rispettose, autonome e alla ricerca della giusta intimità, supporto, reciprocità e  desiderosi di una comunicazione simmetrica.

Tutto questo, ovviamente salta, se da bambino, tutti o parte dei nostri bisogni emotivi non sono stati minimamente soddisfatti.

Ecco perché, da adulti, si corre il rischio di trovare il partner sbagliato. Se da bimbi non abbiamo avuto una figura di riferimento con le caratteristiche citate sopra (sicuro, sano e coerente), si ha la tendenza ad essere più vulnerabili.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Come vediamo l’amoreRisultati immagini per mi innamora della persona sbagliata

C’è da premettere una cosa fondamentale, atavica, oserei dire archetipica: l’essere umano, dovendo operare una scelta, si è sempre affidato alla sua esperienza, fatta prevalentemente di conoscenze acquisite.  Prendiamo ad esempio il cibo: tendiamo a mangiare cose che ci piacciono; cose che, confrontate con altri cibi, ci piacciono di più. Se possiamo scegliere tra A e B e ci piace di più A, scegliamo A.  

Per l’amore, non possiamo scegliere se abbiamo conosciuto una sola versione dell’amore, quella della figura di attaccamento (tipicamente la mamma). Quindi, applicando ciò che abbiamo detto sopra, se dobbiamo scegliere tra A (il riflesso dell’amore appreso da mamma) e B (una versione dell’amore diverso da quello di mamma), non abbiamo scampo: sceglieremo sempre A. Quindi se la mamma ha una visione dell’amore malata, anche noi avremo lo stesso destino.  Da adulto quel bimbo o bimba, farà scelte basate su ciò che conosce e nella scelta dell’amore e quindi del partner, sceglierà la versione che conosce di più, sia nel bene che nel male.  Quindi il legame che avremmo instaurato con la nostra figura di attaccamento, determinerà, nel modo più vario possibile, l’orientamento delle nostre scelte.  

Se da piccolo, abbiamo dovuto faticare non poco per ottenere l’attenzione di nostra madre, oppure se pur avendo avuto attenzioni, le abbiamo ottenute o vissute in modo insufficiente o conflittuali o non nel modo che avremmo desiderato, da adulti potrebbe accadere di scegliere il partner sbagliato.

Ma, come mai e perché?

Se incontriamo un partner che si dimostra apparentemente disponibile sul piano emotivo, ma questa disponibilità è a volte negata (cioè esattamente come ci è accaduto durante l’infanzia), il tutto ci sembra normale. Un bambino non amato si porta dietro una ferita enorme e quel comportamento (disponibilità emotiva alternante) incoerente, ci indurrà a fare tutti gli sforzi possibili per stabilizzare questo legame Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliata(esattamente come abbiamo fatto da piccoli) e tutto ciò ci sembrerà naturale, da momento che siamo convinti che è così che le cose funzionano.

Quindi, in questo caso, ove nell’infanzia, non siamo stati amati, per forza di cose non abbiamo mai conosciuto e assimilato il concetto di reciprocità (io, mamma ti amo e tu, mamma mi ami) caratterizzato da amore, cura, indipendenza, etc.  da adulti non disporremo delle giuste conoscenze che possono orientare le nostre scelte verso un amore sano e di conseguenza, giusto.

Un bimbo/a non amato, necessariamente non va associato a trascurato, lasciato solo, abbandonato o che ha anche subito abusi. No, perché in questo caso le eventuali patologie potrebbero essere altre. Il caso in questione riepiloga la situazione in cui ciò che è veramente mancato, è il supporto emotivo.

Se siamo cresciuti all’ombra di una sorella o fratello che aveva una posizione più in vista di noi (perché malato, oppure meno intelligente, oppure semplicemente perché più il cocco di mamma), oppure perché abbiamo dovuto essere noi a prenderci cura della mamma (perché vulnerabile, indifesa, fragile, malata, depressa, etc), oppure perché era narcisista, o peggio ancora borderline (tutte situazioni ove la mamma non era assolutamente in grado di fornire il supporto emotivo di cui sopra), tenderemo ad avere questo tipo di difficoltà.

In tutti questi casi, da adulti potremmo essere affascinati da tutto ciò che è estremo, dal momento che emotivamente saremmo instabili e con la tendenza a fare confusione in amore (incapacità di stabilire un rapporto stabile e non ondulatorio). Tenderemo a confondere, ad esempio, tutti gli alti e bassi della relazione con la passione, mentre passione non è, ma solo isteria. Questi alti e bassi ci sembrano normali (questo abbiamo appreso) o tuttalpiù, percepiti come il risultato di una forte passionalità. Ecco perché, chi si porta dietro la ferita dei non amati, tende a relazionarsi SOLO con soggetti borderline oppure narcisisti, da cui non ne viene mai nulla di buono ma, dopo un inizio FANTASTICO, rimane solo dolore.

Ecco anche perché tali soggetti, cadono spesso nelle grinfie di un manipolatore. Una evidenza di questa manipolazione subita da una madre manipolatrice è dato dal senso di colpa. Se ne soffriamo, non è da escludere che l’educazione avuta era totalmente intrisa di filtri emotivi ambigui e strumentali. Quindi, dovremmo pensare che il senso di colpa, in questi casi, non è assolutamente reale ma solo indotto, a fini strumentali  o, per dirla con un termine più completo, frutto di manipolazioni continue e protratte.

Inoltre, chi da piccolo è stato manipolato, tenderà, da grande a fare altrettanto ma anche il contrario, cioè a farsi manipolare. Ecco che siamo arrivati al paradosso, rendere normale la manipolazione al punto che diviene l’unica forma di comunicazione da cui è difficile, se non impossibile, farne ritorno.  

Un genitore così, però, non ha necessariamente delle colpe. Semplicemente, non ha gli strumenti, forse perché anche lui ha sofferto di denutrizione emotiva.  Dovremmo tutti riflettere su ciò che i nostri genitori (che molto probabilmente adoriamo e amiamo in modo incondizionato) ci hanno dato.

Noi volevamo 100; loro credono di averci dato 100. Ciò che abbiamo percepito è 15. Restiamo per tutta la vita in attesa di quel 85 che non arriverà mai, perché loro, ne sono convinti, ci hanno dato 100, ovvero il massimo. Allora non rimane che una cosa: ‘rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo da soli, dentro di noi e nel mondo quel 85 di cui abbiamo assolutamente bisogno‘.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Cosa cambiare

Intanto essere consapevoli e non in perenne e passiva attesa di un qualcosa che oramai non arriverà più gratuitamente. Dal momento che le nostre azioni sono prevalentemente guidate dalle nostre conoscenza apprese nel corso della nostra vita, è importante iniziare ad essere più consapevoli.

Quando instauriamo una nuova relazione, cerchiamo di discriminare tra ciò che è vero e ciò che è illusione. Ciò che è vero è ciò che dicono i fatti; ciò che è illusorio è vedere alla nuova storia con le lenti dell’infanzia. Smettiamola a far affidamento sullo stile di attaccamento (lo abbiamo appreso da piccoli ed ora siamo grandi); da oggi in poi, siamo noi e solo noi a fare la differenza, anche in virtù di chi scegliamo per avere al nostro fianco. Se vogliamo correggere le esperienze emotive, dobbiamo scegliere un partner sano. La caratteristica di una relazione sana parte innanzitutto dal sentirsi rispettati e deve essere caratterizzata da interdipendenza, reciprocità, coerenza; ove non c’è morbosità, svalutazioni continue, e non c’è dipendenza o co-dipendenza affettiva.

Se c’è tutto questo ci sono buone e di star correggendo le esperienze che si sono dimostrate emotivamente povere e quindi stai nutrendo il tuo stato emotivo e cosa molto più importante, il tuo rapporto è sano.

Mia madre è narcisista

Mia madre è narcisista

Il genitore narcisista decide di mettere al mondo un figlio al solo scopo di utilizzarlo come una sua estensione. La comunicazione avviene in modo subliminale, impercettibile. La disapprovazione arriva con uno sguardo oppure non dalle parole usate ma dal tono della voce. Il tutto avviene ad un livello di intimità sottilissima ma molto efficace e questa modalità rappresenta la struttura portante che costruisce la personalità del figlio.

Le caratteristiche di tali madri si possono riepilogare in:

nulla di ciò che fa o che dice può essere messo in discussione, non esistono confini che lei non può oltrepassare, sceglie il figlio bravo da quello che è destinato a fare il capro espiatorio (fa favoritismi), cerca continuamente e con ogni stratagemma di indebolire,  denigra, critica, sminuisce, a volte cerca anche di farti passare per pazzo, è invidiosa, bugiarda e  deve essere sempre al centro della scena, è egoista, ostinata, manipolatoria, è presa solo dai propri bisogni, irragionevolmente difensiva e refrattaria ad ogni critica, tende ad essere terrorizzante, infantile, meschina, aggressiva e incapace di sentire vergogna, capovolge i ruoli, è una sfruttatrice, naturalmente è infallibile e quindi non sbaglia mai, distrugge le relazione dei figli, riesce ad essere patetica, etc.

Il termine ‘narcisismo’  sta veramente diventando di uso comune e quando usato, lo si fa per evidenziare un aspetto negativo. Su Wikipedia, troviamo una descrizione generica e specifica allo stesso tempo. Il termine avrebbe una vasta gamma di significati, dal momento che descrive un significato psicoanalitico, un disturbo mentale (vedi il dsm5 pag 775), ove vengono descritti ben 7 punti che differenziano il narcisismo patologico (senso grandioso di importanza, fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati):

  • Crede di essere “speciale”;
  • Richiede eccessiva ammirazione;
  • Ha un senso di diritto (tutto gli è dovuto);
  • Sfrutta i rapporti interpersonali;
  • E’ incapace di identificarsi o di riconoscere i sentimenti e le necessità degli altri;
  • E’ spesso invidioso/a degli altri;
  • ha spesso atteggiamenti arroganti e presuntosi.

Il narcisismo rappresenta anche un problema culturale o sociale, o può essere semplicemente un aspetto della personalità. Escludendo il narcisismo secondario, ovvero quello che viene definito come sano amor proprio, viene usato per descrivere una persona con aspetti problematica. Quindi, quando lo sentiamo in genere descrive egoismo, presunzione, vanità, egocentrismo, etc. insomma una persona arrogante e altezzosa.

Nella realtà delle cose, il narcisismo è una patologia grave che può nuocere gravemente, in particolare i bambini. Chi ha, oppure ha avuto la sventura di avere genitori centrati su se stessi, privi di empatia, ha avuto la sgradevole sensazione di percepirsi come uno strumento ad uso e consumo del genitore e non come un soggetto diverso e da proteggere e rispettare.

Da tutto ciò si evince che una madre narcisista danneggia pesantemente la propria prole. Questi bambini crescono in un contesto ove la negazione è costante, dove si è indotti a pensare di essere figli indegni e che, di ogni cosa, se ne è direttamente responsabili. Naturalmente non è vero nulla, questa è solo una distorsione della realtà, tuttavia il proprio Sé cresce e si forma proprio su questa distorsione e da adulti, cresciuti avendo assimilato questi messaggi errati, si sperimentano affetti distruttivi. 

La distorsione porta l’adulto a farsi domande che normalmente le persone non si fanno (sono buono o cattivo? Mi apprezzano per ciò che sono oppure per ciò che faccio? Quella persona mi piace veramente? E così via).

Mia madre è narcisista – come se ne esce?

La risposta aggressiva non funziona mai, occorre individuare un modello alternativo, che sia allo stesso tempo più funzionale e che vada oltre.

Si parte dai messaggi che nel tempo sono stati interiorizzati, con lo scopo di una più efficace rimodulazione.

Il narcisista, come diceva Freud, non diventerà mai un nostro paziente, ma le sue vittime si, e in particolare i figli di questi genitori narcisisti. Da adulti, è possibile, attraverso un percorso personale, lavorare per comprendere tutte queste dinamiche che ci hanno forgiato favorendo una rielaborazione ristrutturante.

Alcuni studiosi hanno messo in evidenza la presenza di diverse modalità di narcisismo genitoriale (prevalentemente materna).

Le caratteristiche sono le seguenti:

  • Madri abilissime nell’intrattenere; sono deliziose e amabili ma in famiglia (figli e partner) sono temute; donne che eseguono, vengono percepite come molto divertenti e a volte anche appariscenti; per alcune persone sono adorabili, per altri, il loro modo di ‘apparire’, infastidisce; a queste donne, l’unica cosa che realmente interessa è l’adulazione e l’approvazione degli altri.
  • Ipocondriaca o psicosomatica: abilissime nel manipolare gli altri con dolori e malattie con il solo scopo di diventare il centro di ogni attenzione. Tutte le attenzioni devono essere per lei. Di contro si preoccupano pochissimo di coloro che la circondano e l’unico modo per ottenere la di lei attenzione consiste nel prendersi cura di lei. La malattia diviene uno strumento da contrapporre alle frustrazioni e alle difficoltà della vita. Nessuno potrà mai essere più malata di lei. Se qualcuno ‘osa’ avere una malattia più grave, lei ne inventerà una ancora più grave.
  • In quest’altro caso abbiamo donne il cui unico obiettivo è: raggiungere l’obiettivo. L’importante è il successo e non come lo si raggiunge. Queste donne solitamente cavalcano il successo, occupano una posizione sociale elevata e se non raggiungono ciò che si sono prefissate, reagiscono con furia e aggressività.
  • Le madri dipendenti da sostanze: la bottiglia oppure la droga al primo posto e mai il proprio bambino. La dipendenza occuperà sempre il primo posto. Solo in caso di disintossicazione il tratto narcisistico diminuisce anche se la diminuzione potrebbe essere marginale.
  • Madri bisognose sul piano emotivo: tutte le madri narcisistiche sono bisognose, ma questa tipologia lo è ancora di più. In questo caso, paradossalmente è la madre (e non il figlio) ad essere bisognosa. E’ il figlio che deve prendersi cura emotivamente della madre, ribaltando così, in modo plateale, i ruoli. Ecco che quindi, i sentimenti del bambino sono ignorati o tuttalpiù trascurati. Difficilmente riceverà da genitore più di quanto egli dia.
  • Madri con un sè privato ed uno pubblico: tipicamente, in società sono gentili ed educate ma in casa tendono ad essere abusanti. La comunicazione con i figli sono ambigue e ciò può causare discontinuità cognitiva ed emozionale; i possibili effetti di questo atteggiamento possono essere anche legati ad una personalità dissociate.

Anche se un genitore del genere arreca notevoli danni ai propri figli è bene evidenziare che tali genitori, non nascono così.  In alcuni casi, queste madri potrebbero aver avuto, a loro volta,  una madre narcisista (e quindi essere state anch’esse vittime), oppure aver subito altri soprusi. Ma forse, più ragionevolmente, queste madri non sono mai cresciute, ma sono rimaste in una sorta di narcisismo infantile ove non è stato possibile realizzare una delle verità fondamentali che ogni essere umano dovrà accettare ovvero: ‘il mondo non giro intorno a noi‘. Comunque, in tutti i possibili casi, è un problema della madre non del figlio. Compito del figlio è uno solo: affrancarsi.

In casi del genere, il sentimento predominante non deve essere mai la vendetta ma sempre e solo il recupero. E’ un lavoro difficile ma comprendendo a fondo il problema diviene possibile costruire, o meglio ri-costruire un’immagine interna materna da utilizzare ogni volta che serve, contrariamente all’immagine di una madre narcisista che chiede sempre, soprattutto quando ha bisogno.

L’abito fa o non fa il monaco?

L’abito fa o non fa il monaco?

Sembrerebbe di si: l’abito fa il monaco.

Il proverbio recita: l’abito non fa il monaco! implicitamente quindi, invita a diffidare delle apparenze (non è tutto oro ciò che luccica), perché spesso sono ingannevoli e perché com’è giusto che sia, le persone non sono come sembrano, almeno ad una prima occhiata.

Per quanto vogliamo tentare di essere obiettivi, dobbiamo sempre ricordare che abbiamo due emisferi, il destro e il sinistro. Il giudizio che diamo di una persona è automatico (quindi inconscio). Nel giro di 10 secondi decidiamo IN oppure OUT. In quella manciata di secondi valutiamo la persona. Ci guidano alcune cose tipo, il modo di presentarsi, l’abbigliamento, come si esprime, la sua mimica quindi, siamo influenzati molto dalla comunicazione non verbale.  

Quindi l’apparenza conta e molto. Ma non è sempre vero ovviamente, infatti, in questa foto Einstein non sembra molto intelligente eppure…

Esistono però tantissime ricerche i cui risultati confermerebbero che valutiamo gli altri sulla base della prima impressione.

Qualcuno direbbe che è una valutazione superficiale ma le ricerche hanno evidenziato che nel nostro cervello, le risposte sono immediate perché, da questa immediatezza, l’uomo ha evitato l’estinzione.

Tendiamo a pensare con i paradigmi odierni dove la sicurezza (fisica, alimentare, abitativa, etc) è relativamente concreta; proviamo invece a pensare alle condizioni che l’uomo viveva fino a 2-300 anni fa o meglio ancora nel periodo preistorico.

Immaginiamo di essere soli, in un posto che non offre nessuna sicurezza e si avvicina un uomo, grosso, armato,  con un’espressione truce e dal portamento sicuro. Che fai? Non hai molto tempo per decidere, perché dalla velocità di decidere dipende la tua vita: sei in grado di combattere oppure è meglio fuggire?

Ebbene, dal primo ominide ad oggi, l’evoluzione è progredita dovendo reagire a questa e ad altre situazioni minacciose simili.

Anche se oggi andiamo in giacca e cravatta, abbiamo gli abiti e l’aspetto curato, ciò che scatta nel nostro cervello è molto simile a quello del cavernicolo. I tempi della psiche sono molto lunghi. Dal primo ominide sono passati 2.3 milioni di anni. Il nostro cervello si è evoluto lungo tutti questi anni e si poggiavano su un cervello ancora più primitivo. Da pochi anni (2-300) viviamo in un contesto sociale via via più sicuro ove l’accesso alle risorse è migliorato moltissimo; ciononostante il cervello si evolve lentamente e quindi ancora oggi, ahimè, le apparenze contano.

Abbiamo mai provato ‘a pelle’ di giudicare una persona? Quante volte hai o ti sei detto: ‘quella persona non mi piace’? Il tutto, quanto tempo ti ci è voluto? Qualcuno dice massimo 10 secondi.

Poi oggi le variabili sono ovviamente infinite e quindi riusciamo a gestire meglio i rapporti. Quelli destinati ad essere più stabili e duraturi (un nuovo collega) oppure quelli destinati a non ripetersi (un incontro sul treno oppure aereo).

Questo vale anche per noi: in pochi secondi anche tu, a pelle, hai dato la tua impressione.

Con il tempo può cambiare, naturalmente, ma se devi ‘vendere’ qualcosa a qualcuno, non hai chance future, ti giochi tutto subito.

I ricercatori hanno dimostrato che i primi minuti, condizionano le emozioni, i giudizi e i pensieri,  in merito a ciò che siamo.

Paradossalmente poi, quel primo giudizio, è duro a morire perché il nostro cervello è strutturato più nel cercare conferme a quel primo giudizio che ricredersi. In altre parole, la prima impressione conta e molto; cambiarla diviene difficile dal momento che tendiamo più a mantenere l’idea che lavorare per cambiarla. Se poi siamo di mentalità aperta e non abbiamo pregiudizi, il nostro punto di vista e in occasione di eventuali fatti può cambiare. Se invece abbiamo una visione miope, la tendenza rimarrà la stessa: persistere sulla primaria impressione.

Ecco perché, anche se l’abito non fa il monaco, influenza pesantemente la prima impressione.

Non hai mai una seconda occasione, per dare una buona prima impressione”

L’abito fa o non fa il monaco – Si può cambiare la prima impressione?

IL bello della vita è che tutto e il contrario di tutto può accadere. In fisica quantistica questo principio viene spiegato con l’ipotesi degli infiniti universi paralleli o multiverso (tipo Sliding Doors, per intenderci).

Restando nel nostro universo, è possibile cambiare la prima impressione ma non è né semplice nè diretto quindi, meglio iniziare bene.

Tutto inizia con il darsi la mano. Ma questa abitudine dove nasce?

Dagli Etruschi, e in seguito dai Romani. Lo scopo? Verificare che l’altro non fosse armato (ovviamente di notte).

Quindi, darsi la mano, non era proprio il modo più amichevole per iniziare una conoscenza.

Altra cosa ad esempio è quella relativa ai guanti. Si usa, nel darsi la mano, toglierli prima. Il motivo? Nel medioevo si usava mettere del veleno nel guanto da usare appunto per colpire (dando la mano) un avversario. Per evitare ciò si era presa l’abitudine di togliersi il guanto; abitudine che poi è diventata consuetudine.

Scambiarsi la mano è un’abitudine più maschile mentre le donne hanno altre usanze: si scambiano baci, oppure abbracci o altre modalità locali.  

Quindi, poiché darsi la mano è un segno di virilità, l’energia che mettiamo in quello scambio dà immediatamente la prima impressione. Ovviamente deve essere giusta, cioè non a tenaglia ma nemmeno ‘moscia’, deve essere semplicemente amichevole. Uomo o donna che tu sia, stringi la mano dando l’idea che è esattamente ciò che vuoi fare. 

Esistono anche altre modalità, come ad esempio l’abbigliamento, dallo status sociale, e da mille altri fattori. Laddove per certi soggetti un abbigliamento casual (Zuckerberg, Marchionne, Jobs, etc) è tollerato in altri lo è meno.

La paura del giudizio degli altri

La paura del giudizio degli altri

scimmia-gabbia-lorenzUno dei bisogni primari dell’essere umano è quello di essere amati (gli esperimenti di Lorenz sulla scimmietta in gabbia lo dimostra ampiamente ed ha permesso di definire e descrivere i modelli di attaccamento sia nel bambini (John Bowlby) che nelle coppie. Tutti i bambini, tengono molto all’amore dei propri genitori la cui mancanza può provocare, da grandi, una delle paure più diffuse; la paura di non essere accettati che a sua volta genera altre paure che sono, ad esempio, legate al proprio aspetto, ai propri titoli scolastici, alle proprie origini, all’età, al lavoro, etc.  Il tutto per non essere esclusi, umiliati, emarginati etc.

Diceva Aristotele che l’uomo è un animale sociale, nel senso che tende per sua natura ad unirsi agli altri esseri umani e costituirsi e integrarsi in una società. Questo è sempre accaduto e sempre accadrà perché è un comportamento adattivo. La psicologia evoluzionistica sostiene che le nostre paure ed emozioni sono solo risposte che il nostro sistema nervoso ha assimilato nel corso dei millenni per uno scopo ben preciso: adattarsi all’ambiente.

Quello che è accaduto per millenni, accade anche oggi, e sin dalla più tenera età. I genitori ci insegnano continuamente che è molto importante il giudizio degli altri. Peccato però che per avere un buon giudizio dagli altri, spesso implica ‘fare ciò che gli altri si attendono da noi’, ovvero soddisfare le aspettative altrui. Ma cosa succede facendo così? Si mettono in secondo piano le nostre, dimenticando anche quali sono i valori a cui si è sempre creduto. Quindi, per evitare il rifiuto e l’emarginazione, tendiamo a conformarci.  Chi non teme il giudizio negativo per una cosa o per un’altra?

In epoche molto antiche (preistoria – paleolitico) i ‘lupi solitari’ avevano meno chance di sopravvivenza di coloro che invece si riunivano in gruppi (di raccoglitori, cacciatori, etc). Solo grazie alle varie specializzazioni (traendo vantaggio da competenze e abilità singole) un gruppo di individui poteva sperare di sopravvivere in un ambiente allora molto più ostile di oggi. In questo contesto, chi non si integrava (uomini che andavano fuori dal villaggio; donne che invece restavano per accudire ai figli, ai vecchi e agli ammalati) rischiava grosso, ovvero quello di essere esclusi (cacciati, emarginati) dal gruppo; il che equivaleva a morte precoce.

I nostri arcavoli, quindi, erano spaventati dall’idea di essere valutati negativamente dal resto del gruppo.  Il gruppo poteva reagire male se durante la caccia non si faceva il proprio dovere, se si parlava male del capo, se si andava contro le regole, etc. Forse proprio in questo ambito si può trovare una possibile spiegazione alla paura di parlare in pubblico.  Ecco perché esporsi in pubblico, per alcuni, è visto come una sorta di fobia (che può sfociare in fobia sociale).

Nella nostra psiche quindi, è rimasta (come tratto evolutivo) questa sorta di paura  che sta alla base di tante fobie, paure, senso di insicurezza, di precarietà. Buona parte dei nostri pensieri ossessivi in merito alla percezione di disastri imminenti risiede in questa prospettiva anche se, naturalmente, questa va considerata solo una delle possibili cause. Vanno infatti considerate anche le differenze individuali che sono relative alla unicità di ogni essere umano.  

Considerando che nessuno può in tutta tranquillità, sostenere di ‘essere completamente all’altezza’  ognuno di noi deve realizzare i propri sogni, perché ogni sogno che rimane nel cassetto, nel tempo, non può che fare la muffa.  Se vogliamo fare una cosa,  dobbiamo semplicemente farla. In punto di morte è sconfortante dover dire: volevo fare una cosa e non l’ho fatta; volevo andar là e non ci sono andato, etc.   

Gli altri giudicano e noi lo percepiamo in modo accentuato solo se anche noi siamo giudicanti. Se noi, invece, viviamo e lasciamo vivere e non giudichiamo le scelte altrui, avremmo la tendenza di pensare che anche gli altri faranno la stessa cosa. Analizziamo noi stessi e se troviamo tracce di giudizio, liberiamocene.

Quando pensiamo che gli altri, tutti gli altri, stiano li solo ed esclusivamente per monitorare ogni nostro movimento (mentre sarebbe più semplice pensare che la gente ha la sua vita) possiamo star certi che tra i meccanismi di difesa, quello che opera in quel momento è il meccanismo della proiezione ; noi e solo noi, stiamo proiettando sugli altri ciò che in realtà sta accadendo dentro di noi.

Quindi, se è in gioco il meccanismo della proiezione, ciò che pensiamo che gli altri dicano o facciamo, in realtà altro non è che: ’sto giudicando me stesso’. 

Pensiamo ad esempio a chi, malato di DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) non consegna mai un lavoro perché è vittima del proprio perfezionismo e quindi trova sempre qualcosa che non va. Nelle situazioni non patologiche, troviamo sempre nella quotidianità soggetti che peccano di perfezionismo. Non sarà che queste persone hanno imposto a se stessi uno standard troppo elevato? Non sarà che dietro questo atteggiamento un po’ pedante si cela una persona profondamente insicura?

Uno dei principi fondamentali che regolano l’attuale società (non quella del paleolitico) si condensa in una frase molto semplice:

non è possibile piacere a tutti

Se invece questo è il nostro obiettivo, ebbene, soffriremo sempre. Non è sano pensare che gli altri facciamo esattamente ciò che ‘faremmo noi’. Gli altri sono altri e quindi hanno una loro autonomia. In quella autonomia, possono interpretare il nostro comportamento (che sicuramente sarà pieno di buonsenso e disponibilità) come avverso e ostile o nella migliore delle ipotesi discutibile.come-fai-sbagli

Vediamo ad esempio lo schieramento dell’elettorato all’ultimo referendum, quello della riforma costituzionale. Quelli del SI e quelli del NO.

Ho visto amici di lunga data (avversari nella decisione) che si sono insultati e alcuni addirittura che hanno troncato la loro amicizia. Entrambi straconvinti che la propria decisione fosse l’unica possibile.

Dovremmo quindi, semplicemente intraprendere un solo modello, quello dell’autenticità che non è quello del sempre si o quello degli alternativi che dicono sempre no. L’autenticità impone che chi fa e dice, lo fa senza preoccuparsi di ciò che gli altri possono dire. Questa scelta, impone che ognuno di noi faccia esattamente ciò che desidera ignorando il giudizio degli altri.

Oggi non siamo nel paleolitico, se un gruppo ci esclude, ne possiamo costruirne un altro.

Esistono le persone tossiche?

Ama il prossimo tuo come te stesso.  Troviamo scritto nei vangeli ma, siamo sicuri che nella vita quotidiana, questo comandamento è completamente e totalmente giusto?

Giusto seguirlo ma non sarebbe altrettanto saggio usare anche un pizzico di sana prudenza? Molti studi e molte ‘personalità’ evidenziano, senza ombra di dubbio che alcune persone, spiace ammetterlo, ci avvelenano, sono tossiche.

Dato per assodato questo dato, potrebbe essere utile saper riconoscere queste persone e adottare una sano comportamento difensivo. Esistono ovunque, sul lavoro, tra gli amici, anche in casa. Queste persone, a volte inconsapevolmente, si comportano come vampiri anche se sembrano normalissimi e nella loro ‘normalità’ sono in grado di distruggere la nostra vita.

Uno studio di una psicologa americana, esperta nel linguaggio del corpo, Lillian Glass (Toxic People: 10 Ways Of Dealing With People Who Make Your Life Miserable by Lillian Glass (Feb 15, 1997), ha coniato per loro il termine ‘gente tossica’ e ne ha steso un catalogo che comprende ben 10 categorie e cioè: il sociopatico, l’invidioso, l’arrogante, il pettegolo, il capo autoritario, il mediocre, il vittimista, l’aggressivo, l’umiliatore, il nevrotico.

Vediamoli insieme

  1. Il sociopatico. Dal punto di vista della tossicità, sta al primo posto. Inoltre, sin da subito, fa un’ottima impressione, quindi, anche per questo, è molto pericoloso. E’ in grado di dire esattamente ciò che amiamo sentire ma, attenzione perché non conosce il significato della parola responsabilità, non ha scrupoli, mente a tal punto che alle volte anche lui dimentica la verità, se poi pensate che possa minimamente preoccuparsi dei vostri diritti e delle vostre ragioni, o addirittura dei vostri sentimenti, siete completamente fuori strada. E’ una persona narcisistica, quindi pieno di sé, e non si preoccupa minimamente di contraddirsi, tanto si sente superiore al punto che l’articolo maggiormente usato è :’IO’. L’autrice sostiene che il modo più efficace per scoprirlo (ricordo che è esperta nel linguaggio del corpo), è quello di osservarlo attentamente, in particolare in faccia: inespressiva, anaffettiva, nessun muscolo in movimento. Come comportarsi con questi soggetti? In un solo modo: la fuga.
  2. L’invidioso. Perennemente irritato per tutto ciò che non ha, o meglio per tutto ciò che gli altri hanno e lui no. Ecco che l’oggetto della sua invidia, diviene l’obbiettivo primario del suo istinto distruttivo. Distrugge ogni conquista dell’altro, ne sminuisce la portata. I successi altrui, spesso il risultato di sacrifici, costanza, fatiche, etc. sono per lui inconcepibili. Tutto ciò che l’altro può aver raggiunto, lo ha raggiunto solo con l’inganno; quindi se è il primo della classe, evidentemente se la fa con il professore; se ha una buona reputazione al lavoro, è raccomandato; se ha un bel fisico, mbe allora è solo un povero narcisista stupido e ignorante, e cosi via. Va da se, che l’unico a soffrire è solo lui, l’invidioso.
  3. L’arrogante presuntuoso. I pedanti, i superbi e i vanagloriosi appartengono a questa tipologia di persone. Sono soggetti convinti, anzi straconvinti di avere sempre ragione, e che la loro scelta, solo la loro scelta, è la migliore in assoluto. Di qualsiasi cosa si discute, hanno sempre una risposta; sanno di tutto e di tutti. Le opinioni degli altri sono costantemente messe in dubbio con un immancabile: ‘sei sicuro?’, sul piano intellettuale sono dispotici, pontificano continuamente e in ogni discussione, solo la loro ipotesi merita di essere discussa. Tutte le altre sono banali, irrilevanti, sterili, etc. Anche sul piano lavorativo pensano di essere indispensabili ma, grazie anche alle loro convinzioni spesso errate, prima o poi si danneggiano. E’ molto utile avere un certo livello di autostima, ma non bisogna esagerare perché l’eccesso di sicurezza spesso distrugge queste persone.
  4. Il pettegolo maldicente. Appartiene alla categoria dei supertossici, in ambito lavorativo generano malcontento a tutti i livelli. Indiscreto al punto da mettere in cattiva luce i colleghi, magari più bravi e competenti, senza tra l’altro trarne vantaggio alcuno. Abilissimo nel sapere tutto di tutti.  Eventuali lacune vengono subito coperte con invenzioni prive di veridicità. Infatti è abilissimo nel condire falsità con pseudo verità basate su dettagli verosimili con l’aggiunta di contesti credibili. Allontanarli e bocca chiusa sono le armi più efficaci, in caso contrario entreremmo nel suo mondo da distruggere.  L’unica difesa è tenersene lontano e non raccontagli mai nulla: entreremmo nella sua rete di bugie piccole e grandi, mescolate a confidenze che prima o poi il pettegolo renderà pubbliche senza alcun rimorso. Resta da dire che quasi tutti noi partecipiamo alla diffusione di pettegolezzi, quantomeno per commentarli. Un pò di autocritica è utile per non diventare tossici a nostra volta.
  5. Il capo autoritario. IL ‘capo’ ha ovviamente delle prerogative. La più importante è indubbiamente legata agli obiettivi da raggiungere. I subordinati, dovrebbero sapere, in linea di principio, ciò che devono fare e ciò che ci si attende da loro. Se gli obiettivi non vengono raggiunti, il capo può legittimamente ‘avere qualche rimprovero’ da fare. Fin qui credo ci sia un accordo generale. Quando però il capo diviene un despota, impone la propria volontà in maniera aggressiva e inappropriata, quando umilia i propri sottoposti, etc. ecco, ci troviamo difronte ad una persona tossica. Gli autoritari (non gli autorevoli) mantengono il controllo con il terrore e lavorare con queste persone non è mai facile.
  6. Il mediocre. Esistono persone che evitano il coinvolgimento, l’azione, a cui preferiscono un atteggiamento molle e caratterizzato dall’immobilismo. Questi comportamenti sono contagiosi. Meglio non lasciarsi contagiare, la visione della vita da questa prospettiva potrebbe indurre chiunque alla emulazione con il rischio di diventare indolenti come loro e correre il rischio di cadere sotto l’ombrello (tutt’altro che protettivo) della depressione. Anche se il danno peggiore lo fanno a se stessi, i mediocri possono avvelenare anche chi ha un atteggiamento più reattivo e costruttivo. Se ci svegliamo di buon umore e andiamo in cucina a prepararci la colazione e ci troviamo un nostro coinquilino che vede tutto un disastro ….. torniamo a letto e aspettiamo che se ne vada, altrimenti corriamo il rischio di rovinare il buon umore e portarcelo dietro per tutto il giorno.
  7. Il vittimista. Tutto il mondo è contro di lui. E’ perseguitato dalla sfortuna (a suo dire) ma non fa assolutamente nulla per cambiare questa situazione. E’ perennemente in lotta con il mondo intero e si corre il rischio, ascoltandolo, di rimanerne contagiato. Inoltre, riesce quasi sempre ed in particolare si commette l’errore, ascoltandolo, di farci sentire (spesso riuscendoci) in colpa e responsabili della sua disperazione.
  8. L’aggressivo verbale. Il destino di queste persone è quasi sempre lo stesso: finisconno per restare perennemente soli proprio perché con il loro modo di fare allontanano tutti. Con il loro modi e cioè, intimidatori, offensivi, ferocemente e impietosamente ironici, creano, in chi li ascolta, dei danni paragonabili a quelli di un’aggressione fisica. Tentare qualsiasi ragionamento è tragicamente inutile e tentare di resistere è altrettanto inutile. Sono così, non sentono ragioni. Se un giorno ti lodano, stai pur certo che il giorno dopo lanciano un attacco ancora più feroce. Persone tossiche, da evitare ma, anche in virtù dell’innata tendenza alla sopravvivenza degli intossicati, prima o poi sparisce dal nostro radar. Come dicevamo prima, tutti lo abbandonano. 
  9. L’umiliatore. Il peggiore, dal momento che gode nell’umiliare e sminuire gli altri senza scrupoli e senza pietà. Le persone (in genere amici) vengono letteralmente destabilizzate. Apparentemente sembra l’amico più affidabile del mondo, sembra sempre disposto ad aiutare, mentre in realtà raccoglie informazioni che poi verranno usate contro di voi mettendovi, agli occhi degli altri, in una posizione il più sgradevole possibile. Finche si ha una posizione di parità, questa caratteristica non emerge ma se, ad esempio nel mondo lavorativo, acquisisce una posizione superiore, tutte le informazioni acquisite diventano strumenti per demolirvi. Tra i tossici è tra i peggiori perché può creare danni a volte difficilmente recuperabili anche perché può condizionare pesantemente la vostra vita.
  10. Il nevrotico. Le precedenti persone potrebbero tranquillamente essere definite anche ‘cattive’. Non è così nel nevrotico, anche se con il proprio atteggiamento possono causare danni sia a se stessi che agli altri, inutile dirlo, senza un reale motivo. Questi individui si pongono obiettivi spesso irraggiungibili e pretendono la stessa cosa da voi. Tendono alla perfezione e al controllo ricorrendo ad ogni mezzo, anche utilizzando, senza cattiveria, la leva affettiva, nel tentativo spesso vano di piacete a tutti i costi. I nevrotici, sono sempre pieni di fantasie e di autosufficienza. Raramente ascoltano o chiedono consigli ma sono sempre pronti a dare il loro aiuto a patto però di seguire le loro regole. Sono di solito, nella versione supertossica, quelli che spesso dicono:”… ho fatto tanto per te e in cambio questa è la tua riconoscenza?

Come difenderci

Come abbiamo visto, ci sono molte persone tossiche che influenzano e controllano il nostro tempo e il nostro spazio, con richieste irragionevoli e a volte esagerate. Dobbiamo salvaguardare la nostra integrità. Proviamo a vedere come.

  • Non dobbiamo farci soffocare e farci coinvolgere nei loro problemi. Focalizziamoci sulle nostre soluzioni. Come allontanare questa minaccia senza alterare il livello di stress. Questo è un approccio più funzionale.
  • Le persone tossiche hanno come obiettivo (spesso inconscio) di farvi affogare con loro, nei lori problemi. Unica e valida difesa è quella di porre di limiti oltre il quale nessuno può e deve andare. Impariamo a distinguerli da coloro che hanno realmente bisogno di aiuto.
  • Queste persone non seguiranno mai i vostri eventuali consigli. Voi non preoccupatevene e quindi, elargiteli con moderazione e senza enfasi.
  • Non fatevi coinvolgere, tagliate corto. Se vi invitano ad entrare in guerra e non ci sono gli strumenti necessari per farla, non fatevi coinvolgere. Se una discussione non porterà mai a nulla, evitatela.
  • Ogni persona ha un limite, non superatelo e non permettete a nessuno di tirarvi per la giacchetta.
  • Gli altri non agiscono come noi. Se loro sono negativi e noi no, evitiamo di seguire i loro ragionamenti, perchè noi abbiamo altre prospettive. Atteniamoci ai fatti e non ai ‘se’.
  • Difficile non farsi opinioni e non cadere nella tentazione del giudizio. Eppure è proprio questo che non dobbiamo fare: giudicare. Ogni essere umano ha un vissuto, diverso dal nostro. Ogni comportamento, anche tossico ha i suoi perchè. Dobbiamo solo difenderci, non giudicare.

Rapporto conflittuale madre-figlio

Altrove ho tentato di descrivere il rapporto conflittuale madre figlia, mentre qui vorrei, anche per amore di completezza, affrontare i conflitti tra una madre e il suo figlio (maschio).

madre preoccupataNell’affrontare questo argomento non posso prescindere dagli studi di Bowlby e dagli stili di attaccamento dei bambini. L’autore, nell’esaminare i vari modelli e stili, ha evidenziato che uno solo di quei stili è utile e sano per il bambino, ovvero quello in cui la mamma (tipica figura di attaccamento) sa creare una base sicura da cui il figlio può partire per esplorare il mondo. Va da se che, tutti gli altri stili generano difficoltà tali da esporli, da adulti, ad una marcata difficoltà nel relazionarsi in genere ma in particolare (anche se non necessariamente) con il mondo femminile. Le difficoltà possono essere di natura relazionale (tipica dei narcisisti patologici) ma anche di natura sessuale (impotenza, incapacità di mantenere l’erezione, in particolare durante la penetrazione, eiculazione precoce, priapismo, philofobia, etc).madre figlio

Una madre in grado di costruire una base sicura è, in linea di principio, in grado di far crescere il proprio figlio ‘affrancato’ che in altri termini descrive una persona libera, sicura di se stessa, in grado di saper prendere decisioni e assumersi responsabilità, in una parola fiduciosa dei propri mezzi e limiti. Questo bambino percepisce la madre come separata da se ma affidabile, che se necessario, sa essere presente e dare l’eventuale sostegno di cui il figlio (a tutte le età) potrebbe aver bisogno.

Il problema dell’amore è una delle grandi sofferenze dell’umanità e nessuno dovrebbe vergognarsi di pagare il suo tributo.
Carl Gustav Jung

Figure di attaccamento diverse (insicuro evitante, ansioso ambivalente, disorientato/disorganizzato) possono (ma non necessariamente sempre) dare al bambino la certezza di avere a che fare con un tipo di madre caratterizzato da quelle figure mitologiche negative ovvero, la strega, Medusa (pietrifica chiunque la guarda), le Arpie (rapitrici di anime), le Erinni (personificazione femminile della vendetta,  Chimere. etc.

Queste figure mitiche, per chi ha dimestichezza con la terminologia Junghiana, appartengono a quel tipo di inconscio che Jung ha chiamato Collettivo che, contrariamente a quello personale (conflitti rimossi),  contiene la conoscenza universale, ovvero tutte le fantasie che l’uomo ha avuto da sempre, forse già nella sua forma phitecus, per poi estenderla in quella di Homo.figlio

Madri così, non si separano mai dai figli e, ciò che è più grave, alcuni di questi maschi ne rimangono patologicamente invischiati. Queste madri, pietrificano, succhiano, soffocano e, in una parola, fanno restare il figlio un eterno bambino. Queste madri ‘credono’, sempre e indiscutibilmente, di amare i loro bambini e di fare tutto ciò che serve ma, in realtà, il risultato che spesso vediamo è che questi soggetti vivono come fossero castrati.

Vorrei evitare di fare un’apologia dell’amore. Una madre che sa veramente amare, lo vede dai risultati. Il risultato più evidente lo vede nei sui figli che sono liberi di volare e in grado di prendere e dare quell’amore che ha nutrito la loro vita dal primo giorno di vita e che non smetterà mai.

Spesso ci chiediamo perché siamo nevrotici. Ecco, lo scenario che ho descritto è nevrogeno. Chi ha madri così ha molte chance di esserlo.

Quali sono le caratteristiche di questa tipologia di madri?

Alcune caratteristiche possono racchiudersi in una madre iperprotettiva, inibente, perennemente preoccupata per tutto e per tutti, molto ansiosa, pericolosamente simbiotica.

Il destino dei suoi figli (nelle sue declinazioni negative),va dalle difficoltà di natura sessuale (come abbiamo detto sopra) a problemi di relazione con un partner e addirittura alla incapacità di avere relazioni con l’altro sesso.

Tutto (può) dipende(re) dal peccato originale del rapporto malato con la figura materna da cui si deve e si può liberarsi. Grazie a questo problema originario, è venuta a mancare una corretta integrazione del sé. In questa costruzione mancano alcune parti fondamentali, che un percorso psicoteraputico è in grado di ricostruire. Dobbiamo decristallizzare ciò che per lungo tempo ci è sembrato naturale (e doloroso) per ricostruire, utilizzando ciò che si è sfarinato, per fare un impasto più congruo.

 

La fiaba e i conflitti infantili

fiabe e bambiniNell’articolo sull’importanza delle fiabe , abbiamo visto come i nostri bambini si interrogano sui grandi quesiti della vita.

In questo contesto, la fiaba rende chiaro al bambino ciò che nella realtà quotidiana ed esterna è ancora per lui confuso. Esprimendo in modo chiaro il bene ed il male, le fiabe riproducono anche, in modo intellegibile per il bambino, un suo conflitto interiore indicandogli la possibile strada per risolverlo e lo spingono a sperare che i buoni propositi e comportamenti saranno premiati, cioè avranno un riconoscimento funzionale all’aumento della sua autostima e quindi, al suo benessere.bambini e fiabe

Il bambino attraversa all’inizio della vita un conflitto fondamentale relativo alla integrazione della sua personalità, per affrontare e risolvere il quale, adeguatamente alla sua età, la fiaba può essere di grande aiuto, grazie proprio alla distinzione ed integrazione tra valori, mete e personaggi diversi che essa consente, fino al prevalere del personaggio che personifica , con la sua vita, il coraggio ed il bene con il quale ci si può identificare. In tal senso la fiaba apporta anche speranza. Speranza di riuscire con l’impegno ed il perseguimento del bene personale ed altrui. Caratteristica dell’essere umano è l’ambivalenza, presente fin dall’inizio della vita, ed è necessario, per non esserne lacerati, che anche se per gradi, la nostra personalità si unifichi, in modo da permetterci di affrontare le difficoltà che incontreremo con sempre maggiore sicurezza. L’integrazione della personalità e del nostro mondo interiore è un processo ed un compito fondamentale che, come esseri umani, siamo chiamati a svolgere e perseguire per tutta la vita, in modi diversi.

puffoSuccessivamente, il bambino attraversa il suo secondo conflitto, quello edipico, nel corso del quale attraversa esperienze dolorose e che lo disorientano; quando il bambino, lottando, riesce a liberarsi del potere che i genitori hanno su di lui, essendone lui estremamente dipendente, inizia allora a diventare se stesso. La fiaba ha, in questo caso, una vera e propria funzione catartica, che consente al bambino di diventare cosciente del suo conflitto, dell’odio edipico per il genitore, della sua insicurezza ed aggressività, della gelosia per fratelli e sorelle, là dove presenti. Non solo, poiché il bambino piccolo è ancora dominato da sentimenti di onnipotenza e dal supporto del “pensiero magico”, la fiaba ha una funzione fondamentale, quella di permettergli di rimuovere i conflitti che egli vive all’interno del suo ambente e di cominciare quindi ad accedere ad un processo di sublimazione, che rappresenta uno dei più evoluti meccanismi di difesa dell’Io.

Per analizzare le fiabe ed il loro significato psicologico, si utilizzano, oltre alle categorie semantiche di coscienza ed inconscio personale e collettivo anche quelle di Super Io, Io e Es.eroe e drago

Il processo di maturazione interiore comporta uno scontro tra Es ed Io ed Io e Super Io.

Le fiabe parlano, oltre che all’Io cosciente, anche al nostro inconscio: l’ambiguità contenuta nelle fiabe, si sviluppa nell’inconscio, dando significati diversi alla medesima narrazione, a seconda dell’individuo che la ascolta o legge, del suo contesto e della sua storia.

donna volanteNella fiaba però, in realtà, non c’è ambivalenza come nella vita e nella nostra interiorità, ci sono solo buoni o solo cattivi. Ciò rende tutto più chiaro e rende la sua narrazione più scorrevole e comprensibile, favorendo l’integrazione delle diverse caratteristiche della nostra personalità, a livello inconscio (dove attraverso le raffigurazioni immaginative della fiaba, possiamo tranquillamente far emergere aspetti della nostra ombra come il lupo cattivo ad es. e della saggezza, come quella rappresentata da un vecchio mago buono o da una fata, simbolo anche di un aspetto del nostro lato femminile) e della nostra coscienza, dove si colloca il senso del lungo percorso fatto dal protagonista della fiaba, con il quale ci si può identificare, per raggiungere la sua meta.

La fiaba offre una grande opportunità, quella di poter leggere all’interno di ogni narrazione, una visione dei diversi percorsi di vita, dietro i quali ritroviamo importanti tracce di quello che è stato il cammino dell’umanità, dei problemi e delle difficoltà oltre che delle ingiustizie che ha incontrato. Così, come del modo in cui le persone coinvolte e rappresentate nelle fiabe attraverso la storia dei personaggi, hanno affrontato e molte volte superato, le loro fasi più difficili. ilmondo della fiaba
Le fiabe sono quindi delle vere perle di saggezza, utili ad aiutare bambini ed adulti a crescere in modo equilibrato, trovando il significato e le giuste motivazioni del vivere quotidiano.  La fiaba è una testimonianza della vita, dei suoi problemi e delle diverse soluzioni.

Sono lesbica – come dirlo ai miei genitori

coming out lesbicheSono lesbica – come dirlo ai miei genitori

L’orientamento sessuale, somiglia più ad un sistema quantistico (M e F) e non ad uno binario (M o F) con l’aggiunta di tante altre sfumature che si hanno prima di capire, anche se la completa comprensione potrebbe non arrivare mai.

Ecco che allora, accettare e individuare quali sono le tue preferenze potrebbe somigliare ad un lungo viaggio … interiore. Durante questo viaggio, non stupirti se a volte ti senti confusa. Datti tutto il tempo per comprendere la tua vera natura, ascolta il tuo corpo, esplora i tuoi sentimenti e le tue tendenze e infine, accetta il risultato del tuo viaggio. 

Sono lesbica – riconoscimento

La fase di riconoscimento (o “fase dello specchio” teorizzata da J. J. Lacan relativamente al bambino di 6/18 mesi quando davanti allo specchio guardando la propria immagine riflessa, prende per la prima volta coscienza di sè) è quella in cui una ragazza diventa consapevole del proprio orientamento sessuale cioè di essere lesbica. Può accadere che trovandosi davanti alla propria immagine, “riflessa” da un’altra donna, la ragazza si trovi a pensare: “mi piacciono le donne!”. E’ questo il momento importantissimo del coming out interiore, presupposto del successivo coming out socializzato.co lesbiche

A livello individuale, la donna lesbica in questa prima e complessa fase, vive un profondo conflitto, sintetizzabile nella domanda che si pone: “ lo dico o non lo dico agli altri?” E soprattutto: “Lo dico o non lo dico ai miei genitori?”, accompagnata da senso di incertezza ed interrogativi tipo: “ Se glielo dico come reagiranno?”. Non è la sola domanda generata dal riconoscimento di essere lesbica, infatti la ragazza si chiede anche come comunicarlo, quando farlo e quali saranno le conseguenze nel contesto familiare. La ragazza prova incertezza su chi dovranno essere le prime persone a cui dirlo, così ad es. si potrebbe chiedere se dirlo prima ad un’amica fidata e farsi poi aiutare da lei nel grande momento del coming out con i propri genitori. La fase di attesa è problematica e carica di ansia, spesso più di ciò che accade dopo che l’avremo detto agli altri per noi importanti: genitori, amici, colleghi, dopo che avremo fatto cioè coming out.

co lesbicaSono lesbica – Coming out

Il coming out è il momento in cui si rivela agli altri la propria omosessualità. E’ un momento di autosvelamento, molto importante che si può meglio comprendere pensando all’etimologia di questo termine che nella sua definizione completa è “coming out the closet”, là dove closet sta ad indicare un “ripostiglio” o armadio, un posto cioè molto privato dove si ripongono e conservano cose personali che pur in uso, non si vuole però siano, nell’immediato, visibili ad altri. Rivelare la propria omosessualità, come si comprende, non è facile. Non soltanto differentemente da quanto avveniva nell’antichità, l’omosessualità sia maschile che femminile, attualmente è oggetto di maggiori stereotipi e pregiudizi, ma ciò è doppiamente vero per le donne, se lesbiche, spesso considerate meno femminili (sminuite nella loro femminilità, nel loro essere donne) e addirittura incapaci, a causa del loro orientamento sessuale, di diventare madri, cosa assolutamente non vera. Infatti alcuni pregiudizi e fantasie popolari, con non poca confusione e spunti mitologici, vogliono le donne lesbiche dotate di un apparato genitale diverso, incompleto; tutte troppo mascoline, aggressive e virili, che nutrono sempre sentimenti negativi verso uomini e bambini. Anche se può esserci qualche ragazza e donna lesbica così, non lo sono certamente tutte. Ci sono ragazze e donne lesbiche che sono ottime madri e che hanno rapporti molto amichevoli con gli uomini. co due lesbicheNon vi è una precisa corrispondenza tra il momento della consapevolezza e quello del coming out. Per superare le nostre titubanze e valutare come le nostre reazioni sono influenzate positivamente e negativamente dalle reazioni degli altri, prima di affrontare il coming out ufficiale con i nostri genitori, oltre che per contare su un sostegno, quando sentiremo di averne più bisogno, è consigliabile farlo prima con un’amica o amico, una persona a cui ci sentiamo legate, di cui ci fidiamo e che pensiamo possa capirci. Sarà così più facile superare il primo scoglio, quello della comunicazione stessa, e vedremo che dopo averlo fatto, ci sentiremo leggere e oneste con noi stesse e con gli altri e ciò ci incoraggerà a proseguire su questa strada. Anche se non saremo subito accettate da tutti, saremo sempre più noi stesse e questa onestà nei sentimenti ed intellettuale, ci renderà più forti e libere, in grado di provare di nuovo a far capire come siamo quando ce la sentiremo. Quando abbiamo paura e vorremmo arretrare per questo dalla nostra decisione, pensiamo che non è un caso se, nonostante tutti i dubbi ed i lunghi travagli dell’animo e la grande paura di essere disapprovati, moltissime donne ed uomini omosessuali, decidono di dichiarare in modo aperto, il proprio orientamento sessuale ai genitori. Ciò permette di far crescere il nostro rapporto con loro, stabilendo una relazione più intima e consente anche di dimostrare in modo chiaro ed  evidente alla nostra campagna, di quanto teniamo a lei e alla solidità dell’unione che abbiamo stabilito.

Fare coming out avrà come conseguenza positiva, quella di poter finalmente vivere in modo aperto, senza più dover nascondere la propria vita sessuale e sentimentale e questo da impulso alla nostra crescita psicologica, all’aumento della stima di sé, legata anche ad una maggiore egosintonia del vissuto omosessuale e capacità di identificare sempre meglio i nostri desideri, che si chiariranno infatti in modo più lucido, contribuendo alla strutturazione di una identità più solida e capace di autoidentificarsi per ciò che è, con un progressivo potenziamento della capacità di confrontarsi con gli altri. dirlo agli altri

Dobbiamo inoltre considerare che il coming out è un processo continuo e mai concluso, perché l’instaurarsi di ogni nuovo rapporto amicale ed affettivo o di altro tipo, per noi significativo, ci mette davanti al bisogno, necessità e desiderio di rivelare o meno il nostro orientamento sessuale. Può accadere che con alcune persone si decida di esser aperti sul nostro orientamento sessuale, mentre con altre decidiamo di tenerlo nascosto; è una nostra scelta ed un nostro diritto.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Ragazze e donne lesbiche

lesbo simboloRagazze e donne lesbiche attraversano diverse fasi durante il riconoscimento, l’accettazione e la comunicazione del proprio orientamento sessuale. Spesso tutto inizia, per una ragazza, da un sentimento di attrazione per una amica, una compagna di scuola, di università oppure verso una collega di lavoro che, con la sua sola presenza o all’idea di incontrarla, suscita particolare emozione: sentiamo il cuore che batte più forte, il desiderio di starle più vicino, un inaspettato brivido che ci percorre quando le sfioriamo la mano o il volto. Poi notiamo che ci piace come lei si veste, il suo nuovo taglio di capelli ci sembra la renda più attraente così come il suo trucco. “E’ il nostro modello ideale ” iniziamo a pensare, sicuramente ci piacerebbe essere come lei, niente di ciò che fa e che cambia nel suo look, nel suo modo di muoversi, ci sfugge. Ci piacerebbe imitarla ma soprattutto, la verità è che ci piacerebbe avvicinarci di più a lei. Lei ci piace, lo abbiamo notato. Poi accade qualcosa dentro di noi che ci stupisce: desideriamo baciarla! Desideriamo andare oltresono lesbica Il desiderio di sfiorare le sue labbra con le nostre è sempre più forte, dobbiamo ammetterlo! Vorremmo stringerla a noi, abbracciarla, e poi… in una parola, vorremmo averla “tutta per noi!”, perché se qualcun altro la guarda, la tocca, noi siamo gelose, ce ne siamo accorte. E’ un momento particolare ed un po’ strano, siamo sorprese ma un po’ ce lo aspettavamo, l’emozione è profonda: quel qualcosa che sta avvenendo dentro di noi ci sorprende e ci incuriosisce ma un po’ ci spaventa. Ce lo chiediamo: “ Sono lesbica?”

lesbicheE’ un momento critico ed anche se lo sentiamo, vorremmo inizialmente negarlo e pensare che ci stiamo sbagliando, soprattutto se la nostra educazione è stata rigida e se il contesto sociale in cui viviamo non accetta l’omosessualità come una normale variante del comportamento umano, ma la considera qualcosa di diverso, di anomalo. Da nascondere. La nostra è una società omofobica e spesso durante la crescita, interiorizziamo l’omofobia, per cui la prima spinta contraria a ciò che sentiamo di essere in un primo momento, potrà indubbiamente venire da noi stesse attraverso dubbi, confusione, desiderio di scappare e negazione, magari buttandoci in rapporti etero per dimostrare a noi stesse il contrario. La lotta inizialmente non è semplice perché l’omofobia interiorizzata ci può portare a sentire di valere meno (svalutazione di sé) riconoscendo di essere lesbiche. Il tentativo di negare la propria identità sessuale, legata anche alla paura di essere rifiutate/i, può portare a condotte autolesive o di abuso con un utilizzo inappropriato di sostanze psicotrope (psicofarmaci ma anche alcol e droghe) oppure a consultare coattivamente più professionisti con la speranza che essi ci tolgano i dubbi e rafforzino in noi l’orientamento eterosessuale. Ciò può anche accadere, ma con la conseguenza di vivere poi con una alienazione sempre maggiore della nostra vera identità, che ci può portare a rafforzare la nostra tendenza a negare ciò che sentiamo, a razionalizzarlo con una limitazione sempre maggiore della nostra consapevolezza.cartone lesbiche

Quando una ragazza lesbica si rende conto che è attratta sia sentimentalmente che sessualmente dalle donne e che è con loro che desidera e sogna rapporti romantici, la prima fase di un lungo processo che dovrà attraversare e che la porterà a diventare pienamente se stessa e a farsi accettare per ciò che è, è quella del riconoscimento di essere lesbica. Se la ragazza si sentisse più sorpresa perché ha o ha avuto già un ragazzo, invece di entrare in confusione o peggio nel panico, le consiglio di pensare alla possibilità di essere semplicemente bisessuale. Accade, non è neppure poi così raro.

ho scoperto di essere lesbicaNon esiste un’età specifica in cui ci si può accorgere che ci piacciono le donne . può accadere a 15, 16 anni così come a 18 o a 25 ma anche a 30 o 40. Non solo quindi quando si iniziano a fare le prime scoperte ed a stabilire i primi rapporti affettivi al di fuori della famiglia di origine, ma anche quando si è già avuta una vita affettiva e sessuale consolidata con gli uomini e perfino nel pieno di una vita matrimoniale, anche dopo che si sono avuti dei figli. In questi casi, così come se ti piacciono molto anche i ragazzi, è più probabile che tu non sia lesbica ma piuttosto bisessuale.lesbica

Le emozioni e le sensazioni che ti pervadono in questi momenti sono sicuramente tante e vanno dalla confusione al senso di colpa, dallo sconforto al rifiuto, alla depressione fino al desiderio e tendenza ad isolarti, cosa assolutamente sconsigliata. Anche se ti senti sola, ci sono moltissime donne che hanno già provato quello che tu provi ora, altre che lo stanno provando ora e moltissime che hanno superato questi momenti di inquietudine e difficoltà in modo brillante. Se non si ha nessuno con cui confidarsi o anche se lo si ha, ma non si riesce a capire bene se stesse o ad accettarsi, si possono fare due cose: andare in qualche locale per gay e lesbiche e confrontarsi con altre persone che hanno già fatto il tuo percorso e chiedere un aiuto psicologico. Ci si può anche iscrivere a qualche forum apposito, che tratti questa tematica e dove si potranno scambiare idee, opinioni e sostegno.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

La mia partner è frigida – cause e cure

La mia partner è frigida – cause e curefrigidità cure

La mia partner è frigida, le cause hanno inizio nella fase genitale  dello sviluppo psicosessuale umano.

Si verifica tutte le volte in cui la donna  non trova piacere sessuale (cioè, non si eccita, anche se stimolata in modo opportuno e se il sesso viene vissuto come un’inutile e fastidiosa incombenza) e viene chiamata in vario modo tra cui: algida, fredda, frigida, etc.

La frigidità è una caratteristica che oggi trova poca accoglienza (a chi fa piacere avere una partner frigida?), eppure in passato era la normalità, dal momento che veniva considerato ‘naturale’, che una donna non provasse piacere.

Se poi, dopo il matrimonio questa ‘naturale’ tendenza persisteva, nessuno (il marito) se ne rammaricava, dal momento che era percepita come una garanzia di fedeltà. Le donne dal loro canto, non ci facevano caso, dal momento che ignoravano la loro naturale predisposizione fisiologica al piacere. In alcuni paesi del mondo (penisola araba, africa e sud-est asiatico), viene ancora praticato ritualmente l’infibulazione. L’infibulazione è la castrazione del genitale femminile. Prevede l’escissione (asportazione) del clitoride, delle labbra (piccole e grande) vaginali, che elimina del tutto la possibilità di provare piacere. Chi lo desidfrigidità mancanza desiderioera può cercare siti dove si tratta l’argomento in modo più specifico.

E’ un disturbo che ha diverse connotazioni: riguarda donne che non hanno mai avuto un orgasmo; donne che lo avevano ma ne hanno perso la capacità e donne che occasionalmente si trovano in questa situazione. Con questa difficoltà le donne possono rattristarsi, sentirsi frustrate oppure provare angoscia, al punto da sperimentare momenti depressivi, che le portano a limitare la loro vita sessuale ai solo preliminari, evitando il rapporto nella sua interezza.

Tornando al discorso principale, oggi, contrariamente a ieri, la frigidità e quindi lo scarso interesse verso tutto ciò che attiene alla sessualità, rientra tra i disturbi sessuali e viene chiamata in modi diversi asseconda della modalità.

frigidità causeCon anedonia si descrive l’incapacità di provare piacere (dormire, mangiare, fare sesso, frequentare persone, etc);

Il desiderio sessuale ipoattivo (presente anche nel DSM) caratterizza un’assenza o una mancanza o di fantasia sessuale;

L’anorgasmia l’incapacità di ottenere eccitamento durante il rapporto sessuale. Anche l’uomo ne soffre e si manifesta con la difficoltà a mantenere l’erezione fino alla fine; nella donna invece, si manifesta con la mancanza di desiderio che limita la lubrificazione della vagina. Quindi, la donna non raggiunge l’orgasmo (un fenomeno molto diffuso e ben celato dalle donne che per concludere l’atto, fingono di raggiungerlo);

La dispareunia si applica per tutte quelle situazioni ove la donna prova dolore vaginale durante il rapporto;

Il vaginismo, invece, ha come effetto, la contrazione (involontaria) dei muscoli perineali. La contrazione è così forte da impedire la penetrazione.

Come dicevamo, oggi la frigidità, viene considerata un disturbo sessuale e come tale può essere curato.

Le causefrigidità femminile

Un contesto socio culturale ostativo o addirittura rifiutante, una madre inibente e che quindi non ha permesso un’accettazione libera della sessualità, eventuali disfunzioni sessuali o difetti erotici del partner (partner inibito, impotente, freddo, disinteressato, etc), un trauma sessuale (violenza, abuso, etc). Tutte queste e altre ‘cause’, generano frustrazione insoddisfazione, delusione e quindi provocano un calo o un blocco della componente eros.

La terapia

Per quale motivo la donna non prova piacere? Questa è sicuramente una prima domanda da porsi e, prima di ogni altra cosa, va verificato se esiste un problema di natura medica. Se tutti gli accertamenti necessari sono negativi, allora è sensato ipotizzare un’eziologia psicogena. La verifica medica va effettuata perché esistono problematiche (diabete, ormoni, tiroide, etc) mediche che inibiscono la sessualità.

Sul fronte psicologico va verificato l’eventuale situazione di temporaneità. Ad esempio, potrebbe esserci un problema di coppia e in quanto tale, la frigidità è la risposta somatizzata di quel problema, che va risolto con una terapia di coppia. Se persiste, la frigidità ha radici più profonde e vanno analizzate in modo approfondito.

I problemi sono di molteplice natura: ad un primo livello ci potrebbe essere la paura di perdere il controllo, la paura dell’aggressività maschile (l’uomo è anche molto ruvido e questo potrebbe spaventare), paura della propria femminilità (incapacità di gestirla).

Una donna frigida, non perde la capacità di innamorarsi né quella di desiderare di avere rapporti sessuali e né tantomeno inibisce il desiderio di avere figli, anzi. Molte donne accettano di non provare piacere, ma non quello di rinunciare alla maternità. Qualcuno sosterrebbe che non è obbligatorio provare piacere ma, l’essere umano ha un apparato genitale non solo ai fini riproduttivi, quindi, la mancanza di piacere sessuale, nel tempo, genera scompensi psicologici anche gravi, che possono sconfinare nelle fobie e nella depressione, tutte sindromi a discapito dell’armonia in ambito personale e famigliare.

Fortunatamente la frigidità estrema è rara. Le donne frigide spesso non hanno la capacità di raggiungere l’orgasmo (anorgasmiche), ma riescono ad eccitarsi. Basterebbe quindi, in questo caso più lieve, lavorare sulle condizioni a contorno (atmosfera, petting, tecnica, etc) e con una valida collaborazione del partner, il problema si potrebbe risolvere, in tutti gli altri casi è opportuno valutare l’ipotesi di iniziare un percorso psicoterapeutico.

Genitori figli e lo smartphone

bambini e genitoriNel salotto di attesa, i pazienti, mentre attendono, navigano con gli smartphone. Se i genitori accompagnano i figli, entrambi ‘ammazzano’ il tempo, ‘facendo la stessa cosa. Una volta, ricordo che stavo su una nave con mio figlio ed eravamo in procinto di partire per la Sardegna. Mi ha fatto fare tutto il giro della nave e per ogni cosa mi chiedeva:”… perché quello è così, oppure colà….” Ed io, naturalmente rispondevo. Oggi i bambini, anche piccoli, invece di chiedere a mamma o papà, chiedono a SIRI (per chi non lo sapesse, Siri è un assistente digitale installato sull’iPhone). La morale, ammettendo ce ne sia una, è che i bambini quando hanno una domanda, la fanno a chi risponde. Siri risponde sempre, i genitori sempre meno. I nostri figli, non interagiscono più in un mondo reale (chiedono a Siri). E’ un dato di fatto. La colpa è ovviamente dei genitori perché spesso predicano bene ma razzolano male, molto male. Ad esempio chi si sente immune da questa critica? Quanti di voi vanno a letto con il telefonino? Quanti di voi in questo momento non sono ‘connessi’? Avete il vostro partner alla guida invece di parlare con lui, state leggendo questo articolo? i bambini e le mammeVostro figlio vi chiede una cosa ma state rispondendo ad un post di Facebook oppure ad un messaggio di Whatapp, oppure ad un sms oppure …. Insomma caro genitore, stai con tuo figlio ma in realtà stai altrove.

E’ indubbio che questo oggetto fa parte di noi. E’ più facile non indossare l’orologio che uscire di casa senza di lui. E’ pieno di tecnologia (infatti il telefono è l’accessorio spesso meno usato) e ci fa stare in contatto. Il gruppo  ieri si ritrovava con il pallore o il gioco della campana, oggi con l’oggetto perchè permette al gruppo di ‘ritrovarsi li’ e non più al famoso ‘muretto’.  Il gruppo appunto è da sempre e da tutti, riconosciuto come fondamentale per costruirsi una identità esterna alla famiglia (permette di affrancarsi) e si realizza oggi anche (forse: solo) attraverso relazioni virtuali.famiglia e smartphone

Negli USA, alcuni ricercatori di un centro medico di Boston confermano che questa è oramai diventata una tendenza che poi vuol dire, uno stile di vita. Lo studio, fatto nel 2013 nei mesi estivi (luglio e agosto) evidenzierebbe che i genitori si interessano di più del proprio cellulare che dei propri figli. L’ambiente ove si è svolto lo studio era, pensate un po’, un fastfood, tipo Mcdonald’s per intenderci (solo agli americani vengono queste idee). Bene, nel fastfood i ricercatori avevano coinvolto 55 famiglie; il loro compito era semplicemente: consumare un pasto. L’osservazione ha evidenziato che 40 famiglie vedevano i genitori a volte ‘distratti‘ con sms, a navigare su internet, a telefonare per quasi tutta la durata del pranzo. 15 gruppi invece, non hanno fatto altro: interagire con il cellulare.

mamma e smatphoneQualcuno dirà che viviamo in un mondo complesso e la tecnologia, che è diventata pervasiva, ci fa spesso confondere il tempo (che prima era nettamente scaglionato: un tempo per il lavoro e uno per la famiglia) tra la vita privata che spesso, troppo spesso, si sovrappone e si intreccia con tutto il resto. Tutta questa tecnologia, che permette l’intreccio di sui sopra, deprime la relazione genitore-figlio. L’influenza della tecnologia diviene destabilizzante. Per non demonizzarla in modo unilaterale, a suo favore dobbiamo anche ammettere che in certe cose ci sono vantaggi evidenti ad esempio per la formazione, la comunicazione, scambio di materiali didattici, giochi formativi, etc.papa e figlio

Gli esperti (psicologi e ricercatori) ritengono che i genitori dovrebbero limitare l’uso di cellulari o tablet, perché i ragazzi, in assenza di questo ‘contenimento costruttivo’ tendono a vivere in un mondo sempre meno reale ma pieno di finzioni (la tecnologia ne inventa una al giorno). Vivere nella perenne finzione, porta inevitabilmente ad un conflitto con la realtà. Il risultato di queste ‘distrazioni’ genera, e sono sotto l’occhio di tutti: bambini passivi o aggressivi, indisciplinati, irrequieti, chiusi nelle proprie stanze (il cortile non esiste più). Questi bambini sono tendenzialmente più soggetti all’ansia oppure alla collera spesso violenta.

Ecco che a questo punto, i genitori si avvalgono di specialisti perché non sono in grado di comprendere più i loro figli (come potrebbero date le premesse). In questo contesto ammettono di non essere più in grado di gestire la situazione. Vengono da noi per avere la formula magica in grado di ‘aggiustare’ tutto in particolare il loro figlio.

Come se ne esce.

Cari genitori, ascoltate di più i vostri figli, dedicategli più tempo, quando entrate in casa, lasciate la tecnologia fuori di cassa, le cose andranno sicuramente meglio.

Però non è così facile, il prossimo Homo, si chiamerà Ciberneticus. Tutte le regole, anche quelle psicologiche che regolano i rapporti genitori figli saranno inevitabilmente riscritte e rimodulate.

Perche’ ci arrabbiamo

arrabbiataPerche’ ci arrabbiamo

Chi non si è mai arrabbiato nella vita? La domanda è mal posta, infatti dovremmo dire: “da quanto non mi arrabbio?”, dal momento che è una delle emozioni/attività che facciamo più spesso, forse addirittura più spesso del far l’amore. Ma, perchè accade, quali sono i reali motivi? perchè nella pletora di azioni di Homo sapiens sapiens, questa caratteristica è così diffusa?arrabbiato

I motivi sono tanti ma forse possiamo circoscriverli in:

  1. Qualcuno non ci obbedisce oppure ci nega cose che, a nostro avviso, non dovrebbero;
  2. Sto ‘manovrando’ oggetti che non funzionano;
  3. L’altro ci sminuisce o pretende cose contro la mia volontà.

Tutte queste cose possono generare ira, rabbia, collera, etc

litighiamo semprePerchè ci arrabbiamo – E’ una cosa utile?

Ovviamente ci arrabbiamo perché vorremmo ricondurre le cose lungo il sentiero che a noi sta bene. L’ira è rivolta verso qualcuno con cui siamo in relazione e quindi l’obiettivo ultimo è quello di ricondurre quella relazione entro i binari prefissati.

Giusto o non giusto, arrabbiandoci dovremmo ottenere la salvaguardia di alcune cose tra cui: ripristinare il rapporto con la persona in oggetto; portare avanti le nostre tesi; ripristinare in nostro equilibrio; non ammalarci; difendere i nostri interessi, etc.lei urla

In merito alla utilità, qualcuno sostiene anche che arrabbiarsi, di tanto in tanto, farebbe bene al cuore (limitando i rischi di infarto). Secondo uno studio dell’Università di Harvard (lo studio è stato fatto grazie alla collaborazione di circa 2500 soggetti maschi tra i 50 e gli 85 anni), la maggior parte di coloro che hanno avuto un infarto avevano la tendenza a reprimere l’ira o a manifestarla in modo blando. Sempre secondo lo studio, chi invece esprime la propria irritazione, anche in modo violento, correrebbe meno rischi.

Di contro, chi cronicamente si arrabbia, ha maggiore possibilità di avere malattie coronariche.

liti continueEcco che quindi si giunge alla conclusione che, mediamente, arrabbiarsi è abbastanza facile, mentre risulta molto ma molto difficile arrabbiarsi nel momento giusto, nel modo giusto e con la persona giusta e per una giusta causa.

Il settimanale New Scientist, che ha a sua volta interpellato diversi psicologi, si chiede se alla fin fine esiste un modo corretto, un modo dove non si fanno danni (a se stessi e agli altri)? Il risultato di questa intervista si racchiude in una immagine, quella di ‘rabbia incanalata’ ove il tutto avviene in modo controllato. Ecco questo potrebbe essere un modo corretto.

In queste situazioni si può sostenere, che proprio grazie alla rabbia si raggiungono i  propri obiettivi, producendo in noi effetti benefici. Insomma la rabbia è un carburante a volte necessario, purchè dietro vi sia un senso ed uno scopo.

Nel mondo lavorativo, un manager si arrabbia per spingere i propri dipendenti vs un obiettivo comune; una coppia che non litiga mai, è destinata a separarsi prima di una più litigiosa, etc.

L’ira è necessaria per vincere in ogni campo, anche su quello di battaglia, purchè non venga fraintesa con l’odio.

Perchè ci arrabbiamo – cosa fare?

Entrando nello specifico, caro lettore, cos’è che veramente ti fa arrabbiare? Lasciando in secondo piano tutti i fatti accidentali (perdi un oggetto, la macchina non funziona, il rubinetto perde, etc), tutte le altre cose, le conosci bene e sono sicuramente molto specifiche per te e quasi sicuramente solo per te; il più delle volte agli altri capita di irritarsi per altre cose che per te possono apparire insignificanti oppure facilmente gestibili. Insomma, ognuno di noi ha il suo ‘tallone di Achille’.

Allora, in tal caso, non sarebbe più opportuno, una volta per tutte ‘lavorarci’ su questa cosa in modo approfondito e risolutivo? Se alcune cose ti fanno arrabbiare forse non hai affrontato la cosa in modo drastico ma ti sei accontentato di una pseudo soluzione che invece di risolverlo, il problema, lo ha solo ignorato. Ma sappiamo bene che se un problema c’è, l’unico modo per eliminarlo è: risolverlo. Allora, prendiamo il lato positivo dell’arrabbiatura ovvero, quello di farci capire che non tolleriamo certe cose. Ecco che la ‘cosa’ diviene una opportunità.

Grazie a questa nuova visione, proviamo ad esercitare un maggior controllo su noi stessi, per tutte quelle cose che percepiamo come spiacevoli. Se una cosa, istintivamente, mi provoca una reazione violenta, proviamo a vedere come siamo capaci a controllare quelle reazioni e a reagire in modo diverso. Continuando nello stesso e identico modo, nulla cambia. Per cambiare dobbiamo prima capire e prevenire. Se ci arrabbiamo abbiamo sicuramente fatto errori. Non abbiamo capito oppure non abbiamo prevenuto. Quindi, la colpa è nostra.

Ma, non è tutto e ci sono anche risvolti positivi.

Uno studio (Università di Melbourne) avrebbe dimostrato che chi, in una relazione si arrabbia di più, ci tiene di più.

Lo studio che ha ha preso in considerazione la vita di coppia di circa 500 fidanzati tra i 25-50 anni.   Il risultato sembrerebbe incredibile dal momento che, come abbiamo detto sopra, il partner più soggetto ad escandescenze, tiene alla relazione più dell’altro perchè  vorrebbe essere sempre sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda dell’altro.

Ecco quindi che la rabbia viene un pò rivalutata dal momento che se l’altro di arrabbia, allora ci ama. 

Ciao come stai

Assaporare nel profondo le relazioni, è ormai un’utopia. Quando ci si incontra abitualmente ci diciamo:

“Ciao, come stai?” e l’altro, anche se non è vero risponde:

– “Tutto bene grazie e tu?.” 

E poi? Cosa fa la gente dopo essersi salutata?

Eric Berne afferma: “L’eterno problema umano è la strutturazione delle ore della veglia.”

Le relazioni sono regolate oramai dalle buone maniere: impariamo a comportarci come si deve.

Dove sono finite le emozioni? E l’autenticità? 

Le emozioni obbediscono a determinate regole.

Se solo ci fermassimo un attimo, a riflettere, quante occasioni di autenticità ci perdiamo ogni giorno?

Il nostro modo di affrontare la vita è il più semplice. È semplice dare la colpa agli altri; è semplice dare la colpa a noi stessi; è semplice proiettare all’esterno le responsabilità del proprio mondo interno.

Altri stereotipi:

 “Mio figlio ha preso un’insufficienza a scuola”; ” è tutta colpa del docente!”

 “Mio marito mi ha tradita”; “è tutta colpa sua”

“ho perso una vita a starti dietro”

“è tutta colpa tua”

“non devi uscire e devi occuparti della casa”

” è tutta colpa tua se non posso andare a divertirmi”

 E’ così semplice. È semplice affidarsi al volere dell’altro piuttosto che affrontare qualcosa di cui si ha paura: assumersi le proprie responsabilità.

Il termine, responsabile, da un lato richiama la capacità di rispondere di sé, dei proprio pensieri, delle proprie azioni ed emozioni; dall’altro significa anche la consapevolezza di poter rispondere per e verso l’altro.

La parola – colpa – viene gettata come un sasso nello spazio drammatico delle relazioni e ci permette di apparire come Vittima o Carnefice.

Ciò che colpisce è la ripetitività con cui questa parola ritorna ogniqualvolta l’individuo deve confrontarsi con situazioni faticose e difficili, che implicano la consapevolezza dei limiti propri e altrui.

Il senso di colpa è sempre accompagnato a un sentimento di angoscia; c’è invece una modalità quasi trionfalistica ed esibitoria nel buttare in faccia all’altro la frase “è colpa tua!”. 

Sono modalità utilizzate per difendersi da situazioni vissute come angosciose, che immettono paura. Dichiararsi o dichiarare l’altro colpevole è un mezzo per mascherare le paure e i conflitti sottostanti.

Sotto questa prospettiva, la modalità “è tutta colpa sua!”

Oltre ad avere una funzione sociale, è indispensabile  per la salute di alcuni individui. La loro stabilità psichica e la loro posizione, sono così precarie e incerte che, a privarli di questi riti formali, si rischia di farli piombare in una disperazione irreversibile. 

Tuttavia, le soddisfazioni assicurate da un’intimità libera da ogni elemento illusorio sono tali che, perfino personalità dell’equilibrio precario, possono tranquillamente abbandonare questi schemi organizzativi e distruttivi, quando trovano un partner adatto per una relazione migliore.

Non si tratta di re-impostare un rapporto alla luce di questi riti formali, bensì di riconoscere ” il gioco che stiamo giocando ” ( cit. Eric Berne) e di comprendere e rendersi consapevoli del ruolo che ci siamo assegnati, nel quale siamo caduti.

Porre  proprio ruolo di fronte a se stessi, diventa il punto di partenza per la costruzione di un modello alternativo a quello esistente distruttivo.

Non riconoscere il ruolo assunto, stringe in spirali sempre più strette di tensione, la nostra vita personale.

È importante poter fare esperienza di riconoscimento da parte degli altri e acquisire la consapevolezza del proprio diritto a essere nel mondo; divenire responsabili di sé e per gli altri.

LA PAURA SI SUPERA GUARDANDOLA.

A cura della d.ssa. Marilena Caputo

Studio Bumbaca, Roma, Via Appia Nuova 225 / Avezzano (loc FORME) - cell: 366 2645 616 - PI : 10726621005