Categoria: Psicoterapia

La Sindrome di Hikikomori

La Sindrome di Hikikomori 

La Sindrome di Hikikomori, (引きこもり o 引き籠もり, il suo significato letterale è : isolarsi, stare da parte, e viene da hiku , che vuol dire “tirare”  e da  e komoru , che invece vuol dire “ritirarsi“. E’ un termine giapponese e definisce una condizione di isolamento estremo, da parte di adolescenti (ma anche da parte di giovani adulti), prevalentemente nei maschi e per un periodo di almeno sei mesi.   

La Sindrome di Hikikomori – boom in Italia

E’ un fenomeno che colpisce, oramai anche in Italia ed è diventato tristemente un boom che colpisce soggetti da 14 ai 25 anni che, non lavorano, non studiano, non hanno amici, e stanno tutto il giorno chiusi nello loro camere. Non parlano con nessuno e con i loro genitori non vanno oltre l’essenziale. Trascorrono buona parte del giorno a dormire, tendono, per non entrare in rapporto con nessuno, a restare quindi in totale solitudine. Vivono di più durante le ore notturne. Si creano falsi profili social e con quello entrano in relazione con una società (prevalentemente di simili) da cui sono fuggiti.

Anche se in Giappone riguarda moltissimi giovani, sarebbe un errore pensare che sia un fenomeno relegato solo a quella società, dal momento che coinvolge quasi tutti i paesi le cui economie sono iper-sviluppate. Paesi ove la competizione è altissima e non tutti sono in grado di ‘reggere’, infatti qualcuno cede e preferisce ritirarsi. Anche in Italia, il fenomeno esiste ed è in espansione. Sono in molti a chiedere aiuto, in particolare i genitori. 

La Sindrome di Hikikomori – cause

Il fenomeno ha i  contorni ancora non ben definiti.

Molte associazioni stanno tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma, come al solito, vedi ad esempio il caso della sindrome di affaticamento cronico, il disagio viene confuso per qualcosa di altro (in questo caso per inettitudine, svogliatezza, fragilità, mancanza di iniziative, nuove generazioni prive di spina dorsale, …).

I ‘bamboccioni’ oppure i giovani “choosy” (schizzinosi), per giungere a coniare per loro un acronimo ovvero ‘Neet’ (acronimo che sta per Not in Education, Employment or Training, ovvero tutti quei giovani che rifiutano qualsiasi forma di inserimento sociale, educazione, lavoro, … tutta gente cioè che rifiuta percorsi formativi, non lavorano, ….).

La Sindrome di Hikikomori – definizione clinica

Non esiste una classificazione definita. Nel DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) è definito ancora come ‘sindrome culturale giapponese’ che oltre a non voler dire nulla, è di per se pericolosa. Tende a sottostimare il problema (sta esplodendo in tutto il mondo e quindi, non è relegato solo al Giappone).

Viene spesso confusa con sindromi depressive, oppure, visto che il ragazzo è ‘incollato’ ad internet, lo si etichetta con la dipendenza da internet, causando quasi immediatamente la confisca del pc e quindi chiudendogli l’unica finestra (anche se virtuale) sul mondo. In alcuni casi si sono anche riscontrati sintomatologie di tipo ossessivo compulsivo, ma non si esclude che tali manifestazioni rappresentano solo un effetto dell’autoisolamento

La Sindrome di Hikikomori – approccio terapeutico

L’adolescente si rifugia nella solitudine ma interagisce con  il mondo tramite internet. La difficoltà ad incontrare l’altro, grazie alla rete, diminuisce anche perché la rete, ne accetta i limiti, è in grado di attendere e di rispettare lo spazio e i tempi.

Spazio e tempo che nella vita reale sono percepiti come troppo severi, inconciliabili, non in sintonia.

Si manifesta in questi soggetti, quindi, il terrore per l’insuccesso anche perché la nostra società viene percepita come molto competitiva ed esige una completa e totale omologazione; la nostra società tollera pochissimo la diversità (a cui si sente di appartenere quel giovane).

Quindi, per poter essere efficaci, ogni eventuale psicoterapia, dovrebbe focalizzarsi sul perché, quel giovane, ha deciso di arrendersi e di ritirarsi,  e quindi ha optato per il ‘ritiro sociale’ (che potrebbe essere il termine che definisce questo tipo di patologia).

L’obiettivo terapeutico dovrebbe tendere quindi a rompere l’isolamento mitigando l’inevitabile ansia da prestazione e il terrore del fallimento (dovuto a insicurezza) e ristabilire rapporti genitoriali più efficaci e funzionali.  

Non dimentichiamo che in tutte i miti, leggende, etc. il ritiro dell’Eroe (Un possibile esempio di passività attiva) avviene sempre (Gesu e i suoi 40 giorni nel deserto, Gautama Buddha, Lancillotto, Amleto, …). Il ritiro è necessario per ricaricarsi, oppure per comprendere la reale essenza del proprio sé, …).

In questo caso però, non ci troviamo in una situazione di passività attiva ma molto più verosimilmente, in quella ove il terrore di fallire.

L’enorme senso di ansia, porta alla paralisi, al blocco emotivo, alla negazione delle proprie capacità, ed ogni psicoterapia deve focalizzarsi sul recupero della fiducia in se stessi.

Effetti dell’insonnia sul cervello

Effetti dell’insonnia sul cervello

Quali sono gli effetti dell’insonnia sul cervello? Sembrerebbe, da uno studio fatto con i topi, che si possono avere danni al cervello, anche dopo soli 5 giorni continui di insonnia. Per questo e mille altre ragioni è molto importante dormire bene.

Effetti dell’insonnia sul cervello – lo studio

Sono stati condotti studi che dimostrerebbero che anche dopo pochi giorni, addirittura 5 di insonnia, sono sufficienti per creare danni alla guaina mielinica che ricopre i fasci nervosi.

Questi 5 giorni continui, lascerebbero ‘segni’ sul nostro cervello. Questi danni sarebbero a carico delle fibre nervose. Chiara Cirelli, della University of Wisconsin-Madison e Michele Bellesi dell’Università Politecnica di Ancona, hanno condotto uno studio sui topi (pubblicato sulla rivista SLEEP)che avrebbero evidenziato che la guanina mielina (una guaina che protegge e ottimizza il funzionamento delle fibre nervose), si riduce in soli 5 giorni di sonno disturbato.

Results

We find that g-ratio – the ratio of the diameter of the axon itself to the outer diameter of the myelinated fiber – increases after chronic sleep loss. This effect is mediated by a reduction in myelin thickness and is not associated with changes in the internodal length. Relative to sleep, plasma corticosterone levels increase after acute sleep deprivation, but show only a trend to increase after chronic sleep loss.

Conclusions

Chronic sleep loss may negatively affect myelin./( https://academic.oup.com/sleep/advance-article-abstract/doi/10.1093/sleep/zsy034/4850494?redirectedFrom=fulltext)

Bellesi spiega che hanno lasciato i topi svegli per 4,5 giorni (con un calo del sonno del 70%). Considerando che un uomo dorme mediamente 7 ore per notte,  per riprodurre gli stessi risultati l’uomo dovrebbe dormire solo 2 ore a notte per 4 giorni e mezzo di seguito.

Con questa riduzione del sonno gli effetti sui topi sono stati evidenti e anche abbastanza veloci.

Il risultato? Quello che abbiamo detto sopra, riduzione dello spessore della guaina mielinica. Questa struttura è importantissima per il funzionamento del cervello.

Provate a pensare ad un impianto elettrico dove i cavi sono senza guaina oppure con una guaina sottilissima o che si assottiglia ogni giorno di più. Ci sarebbero seri problemi di funzionamento nella gestione dell’energia elettrica nella vostra casa.

Dormire solo 2 ore per notte, per 4,5 giorni sarebbe una situazione pressoché rara se non impossibile ma, Bellesi ci informa che accadrebbe lo stesso dormendo solo 5 ore ma ovviamente per più settimane.

I ricercatori ammettono che al momento ignorano se questo deficit, nel lungo tempo permane (in fondo quest’esperimento è il primo effettuato con queste caratteristiche. Di fatto i danni strutturali dovuti alla mancanza di sonno, possono verificarsi anche ad una struttura apparentemente poco influente, come la mielina, che all’interno del nostro sistema nervoso è abbastanza stabile.

Accadrebbe la stessa cosa all’uomo? Da dimostrare, sostengono gli scienziati. Suggeriscono di effettuare, in soggetti con insonnia cronica, la tomografia ad emissione di positroni (la PET) per verificare se la mancanza del sonno, ha avuto effetti  sulla dimensione della mielina.

Figli di genitori con disturbi mentali

Frequento una persona i cui genitori soffrivano di disturbi mentali

Quali sono gli effetti sui figli ove un genitore o entrambi, soffrivano di una qualche forma di disagio mentale? Una domanda tutt’altro che  peregrina, dal momento che sono propri i nostri genitori che ci iniziano alla vita e ci aprono la strada verso il mondo. Sono interessanti gli studi sulle figure di attaccamento di Bowlby ove viene spiegato quali possono essere le possibili conseguenze.

Oltre agli studi di Bowlby, molti altri ne sono stati fatti tra cui quello del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Pittsburgh; questo studio, condotto nel 2009, ha evidenziato che se hai un genitore bipolare, tu, figlio, hai il 14% in più di sviluppare la medesima patologia. Se invece il disturbo lo hanno entrambi i genitori, le possibilità aumentano. Aumenta anche la possibilità che tu possa avere problemi di natura psicosociali.

la Concordia University, in Canada, ha fatto un’altra ricerca analoga (ovvero genitori con disagio); questi ragazzi, avrebbero maggiori difficoltà nel regolare l’emotività e i comportamento.  La equipe,  (Mark Ellenbogen ne era il coordinatore), ha rilevato che in ambienti famigliari particolarmente stressanti, può accadere che i parametri biologici possano modificarsi al punto da destabilizzare l’umore. Infatti, i figli di cui stiamo parlando, hanno durante il giorno, il livello di cortisolo più elevato degli altri. Il cortisolo è un ormone che viene rilasciato ogni qualvolta ci troviamo in una situazione di stress.

Cosa fare con genitori bipolari

Per evitare che il disagio dei genitori abbia ricadute negative sui propri figli, un ruolo determinante viene affidato alla prevenzione. Attraverso un intervento precoce, i ricercatori canadesi hanno attivato un progetto teso a ridurre tutte le situazioni di stress all’interno delle famiglie con genitori bipolari e figli tra i 6 e gli 11 anni, inizialmente iniziando con quelli a maggior rischio.

Il team ha operato su due aspetti:

  • Genitori: per migliorare e ottimizzare la comunicazione, e nel gestire situazioni concrete della vita quotidiana in maniera più funzionale;
  • Figli: i figli con genitori con disturbi di salute mentale rischiano continuamente di essere abbandonati a se stessi, ed un supporto è necessario per fornire loro quel supporto emotivo che potrebbe arrivare distorto (dai loro genitori). I bambini devono crescere, sviluppando competenze e abilità, nel gestire lo stress tramite giochi formativi ed educativi ed attività fisiche in sintonia con la loro età.

Se si gioca d’anticipo, allentando lo stress e favorendo (all’interno di queste famiglie) una comunicazione più efficace, è prevedibile che sia possibile evitare che la vita di tutti i giorni si mantenga entro limiti accettabili riducendo il rischio di malattia anche per i figli.

Un altro grave rischio ci viene da quello relativo all’eventuale distacco dalla famiglia. Questo può avvenire ad esempio in seguito all’ospedalizzazione di uno dei genitori, che raramente sono di breve durata; in questo caso, il distacco potrebbe minare il legame con quel genitore, venendo a mancare tutta quelle serie di attività che prima venivano svolte quotidianamente, mettendo ulteriormente in crisi il rapporto genitori-figli. In queste situazioni, il bambino si sente come minimo, poco curati, abbandonati, non amati, isolati, …

Ciò che quasi sempre accade (e lo vedo quotidianamente nel mio lavoro di terapeuta) al bambino, ciò che potrebbe accadere, è l’insorgenza di un sentimento difficile da assorbire: il senso di colpa. I bambini si convincono di essere la causa della malattia del genitore. Si sentono responsabili e quindi vengono assaliti d ansia, abbandono, tristezza,… questi sono i sentimenti dominanti che provano bambini che crescono in questo contesto. Capita anche, e spesso, che debbano essere proprio loro a prendersi cura di questi genitori. Ad esempio una bimba di 8-10 anni con una mamma malata, inevitabilmente sarà lei a prendersi cura del resto della famiglia: sarà lei ad accompagnare a scuola i fratellini/sorelline più piccoli; sarà lei che si occuperà del vitto; sarà lei che si occuperà della pulizia della casa; sarà lei che ….

Frequento una persona ossessiva

Frequento una persona ossessivaQuali sono le caratteristiche di una persona ossessiva

Le persone che soffrono di DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) hanno la necessità di ‘sentirsi a posto’. Frequenti una persona ossessiva? Non lo dimenticare mai.

Chi ne soffre, ha il bisogno di sentire che tutto è a posto, ovvero, ciò che indossa, ciò che possiede, come organizza la sua stanza, come si lava, quante volte si lava, come chiude la porta, come chiude l’acqua, come e quante volte controlla che è ben chiusa, come prende appunti a scuola, fare cose per un certo numero di volte in modo perfetto (altrimenti deve ricominciare), camminare tra una mattonella e l’altra, contare i passi che fa, oppure ricominciare a contarli ad esempio ogni 5 passi, lavare il pavimento 5 volte al giorno, lavarsi i denti anche 17 volte al giorno perché:

‘appena mi sveglio lavo i denti; dopo aver fatto colazione, lavo i denti; prima di uscire di casa, lavo i denti; appena arrivo in ufficio, lavo i denti; a metà mattina, se prendo un caffe, lavo i denti; prima di pranzo, lavo i denti; dopo pranzo, lavo i denti; a metà pomeriggio, lavo i denti; prima di uscire dal lavoro, lavo i denti, appena arrivo a casa, lavo i denti; prima di cena …. Dopo cena …. E così via’.

Ecco, questo potrebbe voler dire: ‘sentirsi a posto’.

Di DOC, ne soffre più o meno il 2% della popolazione e l’età è ininfluente dal momento che anche i bambini ne soffrono. La persona si sente ingabbiata in un circolo senza fine di rituali ossessivi, che possono anche essere compulsivi. Questi rituali sono processi mentali ripetitivi, possono riguardare aspetti fisici (compulsivi) oppure solo mentali (ossessioni pure).

Sono manifestazioni autonome, prendono possesso del cervello e oscurano tutti gli altri pensieri (che possono anche essere importanti perché legati alla realtà).

Ogni persona è unica nel suo genere e nel caso delle ossessioni accade la stessa cosa. Le ossessioni di Tizio, sono diverse da quelle di Caio.  

E’ come se avesse due cervelli, uno ‘normale’ che sa che il suo comportamento può sembrare ridicolo ma l’altro cervello, quello ossessivo, non lo prende minimamente in considerazione.

Le possibili fissazioni vanno dall’ordine alla pulizia, ma anche a quella di essere omosessuale senza saperlo.

Ossessioni – quali cure

Curare questa patologia non è semplice dal momento che ogni paziente ha modalità diverse; quindi ogni caso va affrontato individualmente per scoprire cosa va bene per lui. Trovare la cura, è la cosa più difficile. In alcuni casi, i pazienti dovranno abituarsi ad una convivenza con la propria ossessione e farla diventare il proprio stile di vita.

Come vivere con una persona ossessiva

Vivere e in alcuni casi crescere con una persona affetta da tale patologia, indubbiamente genera dei cambiamenti. Avere accanto un ossessivo potrebbe essere paragonato ad un tango (ove l’uomo conduce la danza e la donna si lascia condurre). Anche se sei tranquillo, anche se ti fai guidare, loro devono sapere che ci sei, che stai attento a loro e che tu non li tratti come diversi.

Alcuni suggerimenti

Cosa è il disturbo ossessivo-compulsivo o DOC, ne abbiamo già parlato altrove, e sappiamo che in presenza di una persona cara che ne soffre, tutto il contesto ne risente. Ne risente infatti lo spazio comune, la routine quotidiana, e tutto ciò che di pratico c’è all’interno della relazione  (fratello, genitore, partner, …). Ecco che apprendere come gestire il soggetto, cominciando dal riconoscerne i sintomi, diviene utile anche per farsi aiutare a trovare il modo per recuperare le energie spese in questa lotta quotidiana.

Alcuni suggerimenti pratici possono aiutare a gestire al meglio una situazione che a volte è critica oltre l’inverosimile.

  1. Diario: registrare cosa e quando accade potrebbe tornare utile, in particolare se si tratta di un bambino.
  2. Distrazione: se il soggetto vuole fare il gesto compulsivo, proponi di fare altre cose: due passi, scrivere qualcosa, fare sport, …
  3. Le tue abitudini: non le stravolgere. Sii presente senza alimentare la sua ossessione. Non lasciarti impressionare, si adatterà.
  4. Non assecondare: tutti gli studi evidenziano che assecondare il bisogno dei rituali, ovvero adattarsi ai comportamenti maniacali del famigliare ossessivo, alimenta il vortice di ansia, di paura e delle eventuali compulsioni, determinando un aggravamento dei sintomi. Quindi, non assecondare mai azioni che a nostro giudizio sono ossessive (non rispondere alle stesse domande, se la persona ha paura di qualcosa, evitare di rassicurare, …). Se leggi solo ora, e quindi fino ad oggi hai assecondato perché ti sembrava la cosa migliore, non puoi improvvisamente cambiare atteggiamento. Informa (lui/lei e il resto della famiglia) che ci sarà una graduale diminuzione del coinvolgimento tuo e della famiglia ai suoi rituali. L’obiettivo è quello di ridurre tale frequenza fino alla loro totali abolizione.
  5. Ambiente: sii affettuoso e incoraggiante. Pur non assecondando le sue manie, chiedi cosa potresti fare per aiutarlo/a. fagli capire che gli atteggiamenti compulsivi sono il sintomo di una malattia e che tu, non hai nessuna intenzione di aggravarne i sintomi. Sarebbe come mandarlo in giro d’inverno, con abiti estivi. Le parole affettuose, di comprensione ma caratterizzate da fermezza (assertività) è ciò di cui si ha veramente bisogno al fine di limitare gli atteggiamenti errati. Incoraggiamo i comportamenti consoni, rendiamoli responsabile dei propri comportamenti e se serve, quando serve, non neghiamo un abbraccio
  6. Circoscrivere: chiedi di limitare azioni compulsive solo in certi ambienti della casa; gli eventuali gesti/rituali (chiudere una porta, la finestra, chiudere/aprire acqua, … devono essere limitate solo a certe stanze.
  7. Ambiente domestico: contribuiamo ad abbassare i contrasti che potrebbero crearsi
  8. Rimprovero: evita di farlo ed evita punizioni. L’altro è malato, non lo dimenticare. Se fosse cardiopatico non gli chiederesti di fare una corsa oppure una scalata in montagna.
  9. Traguardi: vanno tutti festeggiati, anche se minimi.
  10. Solitudine: trascorri del tempo lontano da quella persona. Trascorri del tempo per conto tuo. Evita di correre il rischio del burnout (bruciarsi). Se sei troppo preoccupato per la persona malata, corri il rischio di perdere la necessaria lucidità. Il tempo passato lontano, per conto tuo, serve anche ad eliminare la tensione che nel tempo hai accumulato. Solo se sei sempre ‘destressato’ potrai mantenere il necessario equilibrio che la situazione richiede.
  11. Decisioni: cosa si può fare per contrastare il disturbo? Che decisioni utili si potrebbero prendere? Confrontiamoci con l’interessato prima di consultare gli altri.
  12. Interessi: non trascurarli; non lasciarti inglobare nelle ossessioni dell’altro, cura i tuoi interessi, insegui sempre le tue passioni, in particolare se devi convivere con un disturbo come questo.
  13. Ciò che provi è normale: ti senti affranto, arrabbiato, confuso, ansioso, sopraffatto in riferimento alla persona in oggetto? E’ normalissimo! Questa malattia è complessa ed è causa di frustrazione continua in tutti coloro che ne sono coinvolti. Ma, ricordati che tutto ciò è generato dalla malattia, non dalla persone che ne soffre. La persona che ne soffre, è anche altro e sicuramente è in grado di darti anche altro. Focalizzati su questo e tutto sembrerà più facile. Se pensi a questo, sarà più facile evitare lo scontro oppure provare rancore per la malattia e mai con la persona.
  14. Psicoterapia: come prima cosa, suggerisci una visita dallo specialista. Come risultato sarà possibile intraprendere una cura che, asseconda della gravità, potrà essere integrata (farmaci e psicoterapia). E’ importante riuscire a convincere la persona a curare il disturbo. I tipi di approccio sono equivalenti (io suggerisco una terapia di tipo analitico – sono uno psicoanalista) dal momento che ciò che conta è la ‘relazione’ che si instaura con il terapeuta. Ricordo ad esempio che una terapia si è conclusa nel momento in cui il paziente mi ha confessato che i suoi pensieri li ha sempre ma che, da un certo momento, ha deciso di seguire ciò che ci eravamo detti nel corso dei nostri incontri (i pensieri sono inutili e in alcuni casi nocivi); ha deciso quindi, una volta che i pensieri sopraggiungevano, di interromperli, notando che riusciva a giungere a fine giornata sereno e tranquillo e questo solo perché glielo avevo detto io, dal momento che mi percepiva come autorevole. Se diviene necessario l’uso dei farmaci, che a volte rappresentano un sostegno prezioso, inutile fare gli eroi, usiamoli.

Le varie forme del DOC che esprimono alcune delle paure di: 

  • Malattie: compulsione legata all’igiene; persone che ad esempio si lavano le mani ripetutamente;
  • Pericolo: controllo continuo (gas chiuso, porta chiusa, finestra chiusa; ….) pensano che gli oggetti di uso quotidiano siano pericolosi;
  • Catastrofi: le persone insicure o con bassa stima e con un profondo senso di colpa, hanno paura di catastrofi immediate oppure di essere punite per le proprie colpe;
  • Superstizione: queste persone esprimono la loro compulsività curando la disposizione delle cose (quell’oggetto deve essere esattamente li), dei numeri, dei colori, …
  • Accumulo: le persone che accumulano, temono che se gettano qualcosa, potrebbe accadere di tutto (c’è gente che oltre a non buttare assolutamente nulla, vanno in giro a raccogliere cose (riviste, etc.) che vengono accatastate nella casa (che non contieni più nulla).

La depressione. Cosa è.

Cosa è la depressione

Cosa è la depressione, iniziamo leggendo insieme la definizione tecnica presente sul ‘librone’ delle malattie mentali il Il DSM 5 anche per essere sicuri non confonderla con altre patologie.

DSM sta per Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali); il 5 sta per la versione che poi è l’ultima (almeno ad oggi).

Nel DSM troviamo che il Disturbo Depressivo Maggiore rappresenta un quadro clinico che è caratterizzato da un umore depresso con perdita di piacere o interesse per tutte quelle attività che normalmente prima venivano svolte quotidianamente. Tale stato dura da tempo (minimo due settimane). Ma non basta questo calo dell’umore, infatti servono almeno altri 5 sintomi tra tutti quelli che seguono.

Peso: assistiamo ad una perdita/aumento di peso significativa e quindi insolita.

Disturbo del sonno: eccessivo tempo speso a dormire (più di 9-10 ore al di), oppure insonnia.

Motricità: agitazione/rallentamento sia psichico che motorio tutti i giorni.

Stanchezza: sentirsi affaticati, stanchi, senza forze tutti i giorni. In merito alla stanchezza cronica (tipica della depressione), spesso si assiste ad un paradosso: tornando al lavoro, il senso di stanchezza diminuisce sensibilmente. Il senso di stanchezza che si prova durante la depressione non va attribuita quindi alla stanchezza fisica bensì a quella emotiva. Ecco che, tornando al lavoro, la stanchezza mentale sparisce dal momento che impieghiamo l’energia psichica in qualcosa di concreto e non a rimuginare su cose spesso inesistenti.

Autostima: provare sensi di colpa continui e spesso senza una reale giustificazione ed autoesprimere sentimenti tesi a svalutare continuamente la propria persona.

Concentrazione: incapacità di concentrarsi, essere continuamente indecisi.

Pensieri di morte: pensare continuamente alla morte, oppure al suicidio. Questi soggetti si sentono assolutamente inadeguati e di peso sia per la famiglia che per gli amici che invece, tentano in ogni modo di stimolarlo per tornare ad essere la persona attiva e spensierata di prima; cosa che per lui, al momento, è impossibile e quindi tutti i pensieri gravitano intorno a questo vortice.

Altri sintomi: calo della libido, pessimismo, deficit di memoria, irritabilità, pianto continuo, mancanza del sorriso, ansia, etc.

Nell’insieme, il depresso smette di prendersi cura di se, smette di lavorare, non ne ha più voglia, non ne vede il senso; smette di fare attività sportiva e, grazie al calo della libido smette di avere rapporti sessuali. Non ha voglia di nulla, tutto gli è insopportabile e di qualsiasi cosa, non ne vede la ragione per affaticarsi. E’ tutto inutile. Un pò come ci dice Amleto:

ho perso tutto il mio brioso umore, tralasciato ogni usata occupazione; e ciò grava a tal punto sul mio spirito che questa bella struttura, la terra, mi sembra un promontorio senza vita, questo stupendo baldacchino, il cielo, questa splendida volta, il firmamento, questo tetto maestoso, ingemmato di fuochi d’oro… ebbene, per me non è nient’altro che un odiato pestilenziale ammasso di vapori. Che sublime capolavoro è l’uomo! Quanto nobile nella sua ragione! Quanto infinito nelle sue risorse! Quanto espressivo nelle sue movenze, mirabile: un angelo negli atti, un dio nell’intelletto! La bellezza dell’universo mondo! La perfezione del regno animale! Eppure che cos’è agli occhi miei questo conglomerato di terriccio? L’uomo per me non ha alcuna attrattiva… e nemmeno la donna, …’  Amleto, atto primo scena seconda

Per il depresso, il momento peggiore è la mattina dal momento che si sveglia ed è già stanco ed ha davanti a se una lunga giornata da affrontare, e tutto ciò viene vissuto come insopportabile ma anche con paura.

In merito ai pensieri, non possono che essere tutti incentrati sul pessimismo, e quindi con un futuro tutt’altro che roseo, ci si sente responsabili di tutto, ci si svaluta continuamente. Le frasi tipiche e ricorrenti che caratterizzano il depresso sono: non riesco a decidere, sono un perdente, va tutto male, è colpa mia, sono un peso per tutti, ho fallito in tutto, e in merito alla ruminazione il suo commento tipico è: non riesco a non pensarci.

Sul piano comportamentale tendono ad isolarsi, svolgono il minimo indispensabile, la normale vita quotidiana di una volta è solo un vago ricordo perché tutto viene tralasciato. Possiamo assistere anche ad esplosioni d’ira, con rilievi sul piano verbale che fisico. Possiamo quindi assistere a rotture di oggetti ma anche ad aggressioni con insulti.

Freud e la sessualità

Freud e la sessualità

Spesso parlando di Freud, la prima cosa che si sente dire è che per lui tutto si riconduce al sesso. Intanto precisiamo che c’è una bella differenza tra il sesso e la sessualità.

Il sesso è legato agli aspetti biologici, mentre la sessualità comprende tutti gli aspetti psicologici.

Origine del termine libido

Buona parte della confusione la si deve quasi sicuramente al termine che Freud usa nei suoi scritti. Nei ‘Tre saggi sulla teoria sessuale’, Freud usa spesso il termine ‘libido’. Nella prima parte si tratta il tema della perversione; nella seconda, questi aspetti perversi sono connessi con la sessualità infantile; la terza parte, invece, tratta della sessualità dell’adolescente e di tutti quei cambiamenti che avvengono con la pubertà.

Freud intuì l’importanza di questo aspetto, la perversione, dal momento che è insita  in ogni essere umano. Tutto parte dall’infanzia, dal momento che attraverso una serie di cambiamenti, modifiche, limitazioni, elaborazioni, questi aspetti risultano evidenti nell’età adulta. Quindi, la sessualità adulta non può essere vista (ricordiamoci che siamo ai primi del novecento) come ‘mettere il pene in vagina’ (‘immissio penis in vagina), oppure ‘eiaculare in vagina’ (eiaculatio spermatis in interpositum) così come era (e forse lo è ancora) riportato nel codice canonico e nella struttura morale degli individui, dal momento che è qualcosa di molto molto più complesso.

Non riconoscerlo, potrebbe avere come conseguenza, infelicità e nevrosi.

Nel mio lavoro vedo spesso gli effetti di questo mancato riconoscimento. Ad esempio, nelle terapie di coppia, dove la principale causa del disaccordo ha origine sessuale, spesso ho rilevato che il disaccordo, oppure il ‘problema’, risiede spesso nel fatto che uno dei due ha difficoltà o fantasie incomunicabili (perché percepite come perverse). Quando finalmente queste fantasie vengono condivise (e le resistenze sono incredibili), tutto si scioglie come neve al sole.

Ma, torniamo al termine ambiguo, ovvero libido.

Dal latino libidine, è stato introdotto nel linguaggio psicoanalitico. In psicoanalisi significa; energia, espressione vitale e rappresenta tale energia sia per quanto riguarda l’aspetto psichico che sessuale; ma anche su altre forme di investimento, ad esempio verso un oggetto esterno (acquisto della vettura dei tuoi sogni, il viaggio da sempre sognato, etc), ma anche l’investimento di se stessi (libido narcisistica, oppure dell’Io); per Jung invece, il termine ha un significato molto più ampio, dal momento che rappresenta l’energia psichica in toto, è un impulso che non viene inibito da nessuna istanza morale e comprende non solo la sessualità ma anche altri aspetti come ad esempio, appetiti, affetti, bisogni, …

Il termine, cosi come abbiamo visto, è molto distante dall’uso e abuso che se ne fa comunemente. Buona parte della popolazione ne ha una percezione riduttiva e in alcuni casi distorta, dal momento che siamo stati abituati a limitare il campo di interesse alla sola sfera sessuale.

Importanza delle pulsioni

Approfondiamo la conoscenza di questo termine, facendo riferimento al suo promulgatore, il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud.

Per Freud, la libido è pura energia che, partendo dagli istinti (pulsione è il sinonimo più usato) e sulle sue ripercussioni, ovvero il comportamento, dal momento che ne è influenzato.  

Questi due principi li ritroviamo anche in Empedocle che li evidenzia come philia , (amicizia, amore) e neikos (odio, discordia) e la loro funzione ma anche il loro nome sono identiche al nostro Eros, e Thanatos che vedremo sotto.

Eros è la divinità greca dell’amore e mira ad organizzare la realtà in modo armonioso, mentre Thanatos tende a far si che tutto ciò che vive debba trasformarsi in un qualcosa di inorganico.

La pulsione di vita (incarnata dalla figura di Eros) attiene a tutti quegli impulsi legati ad emozioni ed affetti. In particolare, tutto ciò che ci fa innamorare, entrare in relazione (networking) con gli altri, desiderare di fare figli, …

Sul fronte opposto abbiamo la pulsione di morte, una tensione auto(distruttiva), viene rappresentata dal dio della Morte Thanatos (dal greco θάνατος). Questa è una pulsione che, come facilmente possiamo intuire, si oppone alla vita e fa di tutto per renderla ancora più complicata. Il nostro comportamento, influenzato dalle pulsioni, è caratterizzato da: fare sempre gli stessi errori (anche se il detto popolare dice che sbagliando si impara, cosa a cui io non credo), fare le stesse cose pur sapendo che è sbagliata (ad esempio, riallacciare una relazione che sappiamo essere sbagliata).

La libido e il piacere

Anche se, come abbiamo visto sopra, viene naturale, pensando al piacere, pensare solo a quello sessuale, inutile dirlo, nella testa di Freud c’era molto di più (i maligni pensano che in Freud c’era tutto meno che il sesso).

Un esempio: quando abbiamo fame, cosa proviamo dopo aver mangiato? Si, piacere. Abbiamo fatto una lunga camminata in montagna, abbiamo finito l’acqua da un bel pezzo e finalmente riusciamo a bere. Cosa proviamo dopo aver bevuto? Abbiamo finalmente acquistato la vettura dei nostri sogni. Cosa proviamo mentre la guidiamo nei primi chilometri?

Dove troviamo la libido?

Freud affermò che si trova all’interno dell’apparato psichico (Es, Io e Super Io)

‘In merito all’apparato psichico, la prima rappresentazione che ne da Freud (prima topica – Il termine “topico” viene dal greco e significa “teoria dei luoghi” e quindi, luogo psichico) abbiamo l’inconscio, il conscio e il preconscio; nella seconda topica i ‘luoghi’ diventano: Io, Super Io ed ES.’

Nell’Es, ove il principio del piacere trova il suo luogo di elezione, troviamo la spinta che punta al piacere immediato; il nostro comportamento è guidato inconsciamente al piacere che ci procura un godimento immediato. Abbiamo voglia di alcol e non vediamo l’ora di berci un bel cocktail oppure un bicchiere di vino, una birra, …

L’Io pur fronteggiando l’energia libidica che scaturisce dall’Es, tende al raggiungimento del piacere ma considera tutti gli aspetti della realtà. L’Io considera il contesto, alla base di ogni relazione sociale. L’Io quindi, controlla sia il comportamento che la percezione e lotta continuamente per equilibrare le diverse spinte pulsionali dell’Es.

Ad esempio, ho una vettura che potrebbe raggiungere i 300Km orari: l’Es vorrebbe spingerla al massimo; l’Io pensa che non sarebbe saggio ne salutare andare oltre i 130 Km dal momento che siamo in autostrada.  

Il Super-Io (molto simile all’Io), si distingue per il fatto che da molta importanza, (forse troppa in alcuni casi) alla morale. Ha interiorizzato valori e regole della società (prima dai genitori, poi dalla scuola, chiesa, partito, …) frutto della interazione continua con le altre persone.

Ad esempio, vorremmo tanto fare una certa cosa ma ci sentiamo in colpa e quindi non la facciamo. Siamo in una strada larga e senza autovelox, vorremmo andare oltre i limiti consentiti ma sappiamo che non si può e quindi evitiamo di farlo. Oppure vorremmo tanto tentare di sedurre la fidanzata di un nostro amico (ci piace da morire dice l’Es, non si può dice l’Io, mi sento terribilmente in colpa solo per averlo pensato, dice il Super-Io).

Le fasi dello sviluppo psicosessuale

Per Freud, la libido non c’è solo negli adulti ma, naturalmente diremmo noi,  innaturalmente direbbero i benpensanti, esiste anche nei bambini, in tutte le fasce di età. Ovviamente la libido è presente ma in modo completamente diversa di come gli adulti pensano, ovvero è caratterizzata dal modo con cui si ottiene il piacere. Infatti:

nella fase orale si ottiene con la bocca;

in quella anale con il controllo degli sfinteri;

in quella fallica si ottiene prevalentemente manifestando un comportamento esibizionista

nella fase di latenza si comincia ad avere vergogna e pudore, in merito alla sessualità;

infine la fase genitale, con la pubertà e la piena maturazione sessuale.

Blocco della libido

Quando la libido non segue il suo flusso naturale, allora ne abbiamo un blocco. Se ciò accade, allora c’è qualcosa (ostacolo) che frena o addirittura blocca la naturale progressione della nostra crescita. Quindi la libido deve spostarsi lungo le varie fasi e non bloccarsi a singole fasi. Se ciò avviene, la fase successiva parte con minore energia e il blocco si traduce in quella che Freud chiama fissazione.

Come abbiamo visto, ciò che noi pensiamo della libido è diverso da come la vedeva Freud che non l’ha minimamente pensata come desiderio del solo piacere sessuale. Freud l’ha concepito nel senso più esteso possibile, dal momento che riguarda ogni ambito del vivere quotidiano e che, avanzando lungo le varie fasi dello sviluppo, assumesse le specificità della fase stessa.

L’importanza del VUOTO in psicologia

L’importanza del VUOTO in psicologia

I Buddisti, in merito a questo aspetto, si rifanno al Sutra del Cuore il cui messaggio è:

tutto è vuoto, una volta compreso interiormente questo punto, si è finalmente liberi, andando oltre l’illusione.

 Ecco parte del testo:

Il Sutra del Cuore

 “Ascolta, Shariputra:
questo stesso corpo è il vuoto
e il vuoto stesso è questo corpo.
Questo corpo non è altro che il vuoto
e il vuoto non è altro che questo corpo.
Lo stesso vale per le sensazioni,
le percezioni, le formazioni mentali
e la coscienza….

Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;

lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza…

Ci sono due tipi di vuoto: il vuoto interiore, il vuoto creativo.

Vuoto interiore

E’ uno spazio che contiene dolore, che si insinua dentro di noi e che costella le nostre giornate. Ci sentiamo spenti, nulla ci piace, e non c’è nulla in grado di tirarci su. E’ difficile uscirne, anche perché ci assale un senso di angoscia, spesso senza oggetto (di cui si ignorano le cause). Le cause possono essere molteplici e spesso può essere utile far ricorso ad un sostegno.

Vuoto creativo

Contrariamente al vuoto interiore, connotato negativamente, qui ci troviamo alla sua antitesi. Partendo dal presupposto che non è possibile avere un pieno se non è preceduto da un vuoto oppure dal concetto del silenzio, che per i greci era fondamentale per poter creare qualcosa di utile e saggio, oppure ancora dalla passività feconda, nota a chi pianta un seme e attende il germoglio ma anche a chi lascia il campo a maggese (dalla cui necessaria inazione è necessaria per riprendere nuovo slancio) oppure quello che ogni madre ha verso i figli che crescono. Ecco quindi che il vuoto non è concepito come dannoso bensi come un momento necessario se non addirittura indispensabile per promuovere il processo creativo.

Ognuno di noi constata quotidianamente viviamo in un periodo dominato dall’eccesso, che potremmo anche ridefinire come ‘troppo pieno’ da cui certamente si ravvisa la necessità di creare momenti o spazi da riservare al vuoto, che potremmo definire come passività attiva.

Un possibile esempio di passività attiva, oltre a quello precedente del campo lasciato a maggese, può essere rappresentato dalla storie delle storie, quella dell’eroe, che interrompe la sua attività perché malato, oppure è imprigionato oppure perché rapito dall’estasi d’amore (Ulisse, Achille, Lancillotto, …). Ebbene, non sono solo semplici pause, bensì hanno una funzione ben precisa e strutturale. La solitudine a cui si abbandona Lancillotto, sembra si contrapponga all’azione cui ci ha abituato, non è quindi assolutamente uno spazio sterile (come non lo è il campo a maggese) ma com’è facile intuire, propedeutico e necessario alla ripresa di nuove avventure. In questa stasi, il cavaliere sembra perdersi (in tutti i miti dell’eroe abbiamo queste pause) ma in realtà ritrova tutte le energie che lo rilanciano verso le avventure.

Da tutto ciò si evince, spero in modo sufficientemente convincente che il vuoto non è un qualcosa di negativo o peggio ancora, dannoso, ma al contrario utile al processo creativo, e quindi alla crescita.

Quindi, il vuoto è quel ‘luogo’ ove c’è il nulla, non ci sono i pensieri, dove per decidere, non mi faccio influenzare da nulla, ma lascio la mia mentre libera e in attesa di un qualcosa che affiora.

Paradossalmente si risolvono i problemi proprio quando non siamo focalizzati su di loro ma ascoltando i suggerimenti che affiorano dall’inconscio.  Dal vuoto affiorano soluzioni che il solo ragionamento ignora.

Se siamo concentrati, intellettivamente su questo o quel problema, se quindi usiamo solo una parte, una piccolissima parte del nostro apparato psichico, trascuriamo tutto il resto. In nostro apparato psichico è fatto dall’Io, dall’inconscio personale e dall’inconscio collettivo, serbatoio degli archetipi.  Se usiamo solo l’Io (il ragionamento) trascuriamo tutto il resto che è enorme. L’io è solo un punto dove il resto è un tabellone gigantesco.

Ad esempio, quante volte ti sei arrovellato nella ricerca di una soluzione per un problema specifico senza trovare una soluzione? E quante volte, non pensando a quel problema specifico, all’improvviso hai ‘visto’ la soluzione davanti a te? Ecco, tutto questo accade perché l’Io ha ceduto energia e il resto dell’apparato psichico ha avuto le risorse per  ‘lavorare‘ e trovare, trovandola, la soluzione.

Ecco dove sta il vantaggio del vuoto: fare vuoto dentro, liberare la mente perché essa è concentrata sull’identità consueta e non riesce a vedere nulla o quasi.

“L’intima natura delle cose ama nascondersi”, Eraclito

Questa definizione di Eraclito, poetica ed ermetica allo stesso tempo, spiega che la natura di ogni fenomeno risiede quasi sempre dietro le apparenze di quel fatto/fenomeno e dei suoi effetti. Questa natura intima, in realtà non si nasconde ma semplicemente non è vista. Quante volte ti sarà successo di non vedere nulla e poi, all’improvviso, quasi per miracolo, tutto ti sembra più chiaro e illuminante? Quindi, quella cosa, quella situazione, quella soluzione è sempre stata li, era presente ed agente.

Se invece non risolviamo, allora vuol dire che abbiamo portato dentro troppo di noi, ci abbiamo pensato troppo, ci siamo inzavorrati. Tutta zavorra che dobbiamo eliminare e prima lo facciamo prima staremo meglio.

Ciò che non conosciamo della natura, nonostante la conoscenza attuale, è di gran lunga più importante e più attraente di quel poco che conosciamo.

Ecco che la malattia è il risultato di questo conflitto. Un conflitto tra l’anima e il corpo. Ma leggiamo cosa dice Jung in merito a questo aspetto.

 «La malattia è la dolorosa testimonianza di qualche conflitto in atto nel corpo e nell’anima. io cerco di scoprire che cosa i miei pazienti stiano nascondendo a se stessi; perciò, quando si rivolgono a me, mi limito al ruolo dell’ascoltatore. Faccio il vuoto nella mia mente, la rendo cioè ricettiva. Devo liberarmi di ogni preconcetto, evitare di dare giudizi sullo stato morale o spirituale che essi mi svelano.”

(C.G. Jung – Da un intervista del New York Times a Jung, fatta nel Settembre 1912, in cui egli parla della psicologia dell’americano.)

 Anche se non sempre, il vuoto non è assimilabile all’assenza (vedi Lancillotto, oppure il campo a maggese sopra), ma una gestazione più o meno lunga. I tempi della psiche non sono gli stessi di quelli del corpo, il tempo per elaborare non sono quelli che sono ma quelli che devono essere. Tutto questo può durare anche anni e a volte, per risorgere, per tornare a vivere,  bisogna toccare il fondo.

In merito all’archetipo del Sé, esso non si nasconde mai ma semplicemente è celato dal NOISE (rumore di fondo); tutte le sovrastrutture, inutili e dannose  (religiose, morali, sociali, …) che noi umani, da tempo immemorabile ci siamo inventati per ingabbiarci, circoscrive il nostro spazio vitale sempre di più.

Spesso si legge che i mistici avevano ‘visto’ ciò che oggi la fisica quantistica ci svela quasi quotidianamente.

In merito al vuoto, sia i mistici che la fisica quantistica ci dice che non c’è niente di così pieno di energia in quello spazio che ci ostiniamo a definire vuoto.

Danah Zohar, psicologa e studiosa di fisica, scrive che ‘il vuoto in se’ può essere concepito come il campo dei campi, o in altri termini come un mare di potenzialità.

Il campo, in fisica è una grandezza (proprietà di un fenomeno, sostanza oppure corpo) che può essere espressa come una funzione (relazione tra due insiemi) della posizione nello spazio e nel tempo oppure nello spaziotempo.

Questo campo, non contiene nulla (particelle) e tuttavia:  

‘le particelle sorgono come eccitazioni […] al suo interno. […] Il vuoto è il substrato di tutto ciò che è.” [Danah Zohar – L’Io ritrovato, Sperlink & Kupfer, Milano

La metafora in psicoanalisi

La metafora in psicoanalisi

Il termine deriva dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto». Significa quindi mutamento, spostamento di posizione, trasferimento. E’ una figura retorica che, partendo da una frase se ne deduce un’altra (apparentemente illogica) con un più forte impatto emotivo. In tal caso, il potere che la metafora offre alla comunicazione è di gran lunga superiore.

Luca  è una tartaruga; Carlo  è un falco; Antonio è un pallone gonfiato;   quella donna è una vipera…

 Quindi, la metafora è un linguaggio figurato, ove in modo simbolico (usando la fantasia e la creatività) le consuetudini mondane si combinano con qualcosa che non c’è, per mettere in luce aspetti più profondi di un individuo (Vorrei fare gli auguri a te che mi riscaldi il cuore anche nei giorni più freddi e mi ricordi sempre come si fa a sorridere). 

Nasce dalla retorica (il bel parlare). Ha un uso persuasivo e poetico ed è generalizzato, cioè lo si applica in ogni contesto (in tutte le discipline). Quindi la metafora viene spesso usata, perché semplifica, anche nei ragionamenti scientifici.

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido – Albert Einstein

Da punto di vista psicologico, la metafora è diverse cose tra cui: un modo per comunicare, generare cambiamenti, uno strumento evolutivo e creativo, è inoltre in grado di offrire la possibilità di generare pensieri sempre cangianti.  E inoltre un modo per semplificare, introducendo l’emotività ai contenuti verbali; fornisce inoltre e in modo creativo, una comprensione dell’altro. Rende la comunicazione più empatica e fluente e accelera il processo di apprendimento.  Fa vibrare, ti incanta, ti permette di fare un viaggio superando il limite della realtà e della fantasia.

Un esempio di metafora che supera la barriera del tempo? Le parabole di Gesù Cristo! Poi tantissime altre le troviamo nella letteratura (Le opere di Omero, la Divina Commedia), nell’arte (La primavera del Botticelli; le 4 stagioni di Arcimboldo,la rappresentazione del tempo in Dalì, etc).

La metafora in psicoanalisi – la psicoanalisi

Per Freud, il pensare per immagini è molto più inconscio del pensare per parole (coscienza). Quindi, il pensare per immagini, ovvero attraverso metafore, rappresenta un modo di pensare tramite il quale, l’inconscio si manifesta.

Secondo Jung, le immagini che emergono nella nostra mente (in seguito ad una emozione, ad esempio), rappresenta l’organizzatore della nostra mente. Ecco perché il mito e l’archetipo sono immagini metaforiche universali.

Quindi sia il concetto junghiano di archetipo che di mito che la cultura umana (in ogni parallelo e meridiano del nostro mondo) ha prodotto, evidenzia la tendenza innata di creare immagini metaforiche, tendenza che è presente in ogni uomo e sono quindi da considerare universali. Mito e archetipo (modo metaforico per descrivere cose simboliche) rappresentano un modo innato, tipicamente umano, per narrare in modo più empatico.

Ma perché abbiamo bisogno di fare ricorso alle metafore?  Come abbiamo detto sopra, perché giunge prima all’animo delle persone.

Dal punto di vista psicoanalitico, potremmo dire che entra in gioco il meccanismo di difesa della rimozione; tale meccanismo permette all’inconscio di rivelarsi alla coscienza attraverso le metafore e i simboli.

Ecco quindi che quando il soggetto dice: ’sto andando in pezzi’, si sta esprimendo per immagini, ovvero in modo metaforico sta, in altre parole, rivevando una delle dinamiche del suo sé.

Ecco perché, l’interpretazione metaforica nel corso di una psicoanalisi è auspicabile, dal momento che favorisce la parte creativa del paziente. Attraverso la metafora, l’analista entra nell’animo del paziente in modo simbolico, lasciando poi a lui la ri-narrazione cognitiva secondo il suo linguaggio. La metafora chiave o le metafore chiave, sono quelle che permettono il reale cambiamento.

Quindi, in ambito terapeutico, può essere utilizzata la metafora purchè ‘cum grano salis’. In alcuni casi rappresenta una modalità comunicativa molto efficace. Può essere usata di volta in volta in funzione di ciò che accade durante la seduta; c’è chi la usa frequentemente chi meno. Inoltre la metafora è utile con alcuni pazienti meno con altri.

Mia madre è narcisista

Mia madre è narcisista

Il genitore narcisista decide di mettere al mondo un figlio al solo scopo di utilizzarlo come una sua estensione. La comunicazione avviene in modo subliminale, impercettibile. La disapprovazione arriva con uno sguardo oppure non dalle parole usate ma dal tono della voce. Il tutto avviene ad un livello di intimità sottilissima ma molto efficace e questa modalità rappresenta la struttura portante che costruisce la personalità del figlio.

Le caratteristiche di tali madri si possono riepilogare in:

nulla di ciò che fa o che dice può essere messo in discussione, non esistono confini che lei non può oltrepassare, sceglie il figlio bravo da quello che è destinato a fare il capro espiatorio (fa favoritismi), cerca continuamente e con ogni stratagemma di indebolire,  denigra, critica, sminuisce, a volte cerca anche di farti passare per pazzo, è invidiosa, bugiarda e  deve essere sempre al centro della scena, è egoista, ostinata, manipolatoria, è presa solo dai propri bisogni, irragionevolmente difensiva e refrattaria ad ogni critica, tende ad essere terrorizzante, infantile, meschina, aggressiva e incapace di sentire vergogna, capovolge i ruoli, è una sfruttatrice, naturalmente è infallibile e quindi non sbaglia mai, distrugge le relazione dei figli, riesce ad essere patetica, etc.

Il termine ‘narcisismo’  sta veramente diventando di uso comune e quando usato, lo si fa per evidenziare un aspetto negativo. Su Wikipedia, troviamo una descrizione generica e specifica allo stesso tempo. Il termine avrebbe una vasta gamma di significati, dal momento che descrive un significato psicoanalitico, un disturbo mentale (vedi il dsm5 pag 775), ove vengono descritti ben 7 punti che differenziano il narcisismo patologico (senso grandioso di importanza, fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati):

  • Crede di essere “speciale”;
  • Richiede eccessiva ammirazione;
  • Ha un senso di diritto (tutto gli è dovuto);
  • Sfrutta i rapporti interpersonali;
  • E’ incapace di identificarsi o di riconoscere i sentimenti e le necessità degli altri;
  • E’ spesso invidioso/a degli altri;
  • ha spesso atteggiamenti arroganti e presuntosi.

Il narcisismo rappresenta anche un problema culturale o sociale, o può essere semplicemente un aspetto della personalità. Escludendo il narcisismo secondario, ovvero quello che viene definito come sano amor proprio, viene usato per descrivere una persona con aspetti problematica. Quindi, quando lo sentiamo in genere descrive egoismo, presunzione, vanità, egocentrismo, etc. insomma una persona arrogante e altezzosa.

Nella realtà delle cose, il narcisismo è una patologia grave che può nuocere gravemente, in particolare i bambini. Chi ha, oppure ha avuto la sventura di avere genitori centrati su se stessi, privi di empatia, ha avuto la sgradevole sensazione di percepirsi come uno strumento ad uso e consumo del genitore e non come un soggetto diverso e da proteggere e rispettare.

Da tutto ciò si evince che una madre narcisista danneggia pesantemente la propria prole. Questi bambini crescono in un contesto ove la negazione è costante, dove si è indotti a pensare di essere figli indegni e che, di ogni cosa, se ne è direttamente responsabili. Naturalmente non è vero nulla, questa è solo una distorsione della realtà, tuttavia il proprio Sé cresce e si forma proprio su questa distorsione e da adulti, cresciuti avendo assimilato questi messaggi errati, si sperimentano affetti distruttivi. 

La distorsione porta l’adulto a farsi domande che normalmente le persone non si fanno (sono buono o cattivo? Mi apprezzano per ciò che sono oppure per ciò che faccio? Quella persona mi piace veramente? E così via).

Mia madre è narcisista – come se ne esce?

La risposta aggressiva non funziona mai, occorre individuare un modello alternativo, che sia allo stesso tempo più funzionale e che vada oltre.

Si parte dai messaggi che nel tempo sono stati interiorizzati, con lo scopo di una più efficace rimodulazione.

Il narcisista, come diceva Freud, non diventerà mai un nostro paziente, ma le sue vittime si, e in particolare i figli di questi genitori narcisisti. Da adulti, è possibile, attraverso un percorso personale, lavorare per comprendere tutte queste dinamiche che ci hanno forgiato favorendo una rielaborazione ristrutturante.

Alcuni studiosi hanno messo in evidenza la presenza di diverse modalità di narcisismo genitoriale (prevalentemente materna).

Le caratteristiche sono le seguenti:

  • Madri abilissime nell’intrattenere; sono deliziose e amabili ma in famiglia (figli e partner) sono temute; donne che eseguono, vengono percepite come molto divertenti e a volte anche appariscenti; per alcune persone sono adorabili, per altri, il loro modo di ‘apparire’, infastidisce; a queste donne, l’unica cosa che realmente interessa è l’adulazione e l’approvazione degli altri.
  • Ipocondriaca o psicosomatica: abilissime nel manipolare gli altri con dolori e malattie con il solo scopo di diventare il centro di ogni attenzione. Tutte le attenzioni devono essere per lei. Di contro si preoccupano pochissimo di coloro che la circondano e l’unico modo per ottenere la di lei attenzione consiste nel prendersi cura di lei. La malattia diviene uno strumento da contrapporre alle frustrazioni e alle difficoltà della vita. Nessuno potrà mai essere più malata di lei. Se qualcuno ‘osa’ avere una malattia più grave, lei ne inventerà una ancora più grave.
  • In quest’altro caso abbiamo donne il cui unico obiettivo è: raggiungere l’obiettivo. L’importante è il successo e non come lo si raggiunge. Queste donne solitamente cavalcano il successo, occupano una posizione sociale elevata e se non raggiungono ciò che si sono prefissate, reagiscono con furia e aggressività.
  • Le madri dipendenti da sostanze: la bottiglia oppure la droga al primo posto e mai il proprio bambino. La dipendenza occuperà sempre il primo posto. Solo in caso di disintossicazione il tratto narcisistico diminuisce anche se la diminuzione potrebbe essere marginale.
  • Madri bisognose sul piano emotivo: tutte le madri narcisistiche sono bisognose, ma questa tipologia lo è ancora di più. In questo caso, paradossalmente è la madre (e non il figlio) ad essere bisognosa. E’ il figlio che deve prendersi cura emotivamente della madre, ribaltando così, in modo plateale, i ruoli. Ecco che quindi, i sentimenti del bambino sono ignorati o tuttalpiù trascurati. Difficilmente riceverà da genitore più di quanto egli dia.
  • Madri con un sè privato ed uno pubblico: tipicamente, in società sono gentili ed educate ma in casa tendono ad essere abusanti. La comunicazione con i figli sono ambigue e ciò può causare discontinuità cognitiva ed emozionale; i possibili effetti di questo atteggiamento possono essere anche legati ad una personalità dissociate.

Anche se un genitore del genere arreca notevoli danni ai propri figli è bene evidenziare che tali genitori, non nascono così.  In alcuni casi, queste madri potrebbero aver avuto, a loro volta,  una madre narcisista (e quindi essere state anch’esse vittime), oppure aver subito altri soprusi. Ma forse, più ragionevolmente, queste madri non sono mai cresciute, ma sono rimaste in una sorta di narcisismo infantile ove non è stato possibile realizzare una delle verità fondamentali che ogni essere umano dovrà accettare ovvero: ‘il mondo non giro intorno a noi‘. Comunque, in tutti i possibili casi, è un problema della madre non del figlio. Compito del figlio è uno solo: affrancarsi.

In casi del genere, il sentimento predominante non deve essere mai la vendetta ma sempre e solo il recupero. E’ un lavoro difficile ma comprendendo a fondo il problema diviene possibile costruire, o meglio ri-costruire un’immagine interna materna da utilizzare ogni volta che serve, contrariamente all’immagine di una madre narcisista che chiede sempre, soprattutto quando ha bisogno.

Dinamiche tra coscienza e inconscio

Dinamiche tra coscienza e inconscio

Come si addestrano gli elefanti? Ce lo dice Coelho in un suo racconto: L’elefante e la corda.

Nel suo racconto, Coelho ci dice che da piccolo, l’elefantino viene legato con una corda molto robusta che a sua volta viene legata ad un palo altrettanto robusto. Il piccolo elefante, istintivamente cosa fa? Tenta di liberarsi. Ci prova per un certo periodo di tempo. Ci prova con tutte le sue forze che, ovviamente non bastano. I tentativi diminuiscono sempre più finchè si convince che non ci riuscirà mai, la corda è più forte e smette ogni tentativo. Si abitua all’idea che è così. Oramai la corda diviene parte integrante delle sue abitudini. Una cosa ineluttabile: lui, la corda, il palo. Da adulto, l’elefante ricorda quanto vani sono stati i suoi sforzi e il domatore può anche legarlo con una corda sottile: l’elefante non farà nessun tentativo per liberarsi anche se ora potrebbe. Non perché non ne avrebbe la forza, ma semplicemente perché ciò che manca è la forza mentale. Nel tempo si è abituato a vivere con poco spazio intorno a se e non fa nessun tentativo per cambiare questa cosa.

Ma, non accade la stessa agli esseri umani?

Cosa fa infatti la società per ‘addestrarci’?

La famiglia stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato e lo inculca nei propri figli. Con  il sistema di premi o castighi, queste ‘regole’ vengono imposte e introiettate. I bambini imparano a fare e a non ribellarsi.

I bambini che per loro natura sono liberi e spensierati (si muovono in base a principi ‘primari’ o in base al principio del piacere), tentano di evadere, ma i loro educatori indicano qual è la retta via. Quella ‘retta via’ diviene la corda dell’elefantino.

Da adulti, pur essendo liberi, pur avendo le forze per ribellarsi, spesso neanche ci provano. Tendono a starsene al ‘sicuro’ in quella finta gabbia che la società (l’addestratore) ha costruito e sono pochi coloro che si ribellano e cercano di realizzare la propria unicità.

Tutto questo ‘preludio’ ci conduce al nocciolo del discorso, l’inconscio e all’influenza che ha nel determinare non solo i comportamenti, anche altre cose che gravitano intorno alla nostra vita (i nostri gusti, le nostre abitudini, ciò che scegliamo, etc).Risultati immagini per coscienza e inconscio

Tutte le nostre scelte emotive vengono orchestrate dall’inconscio e capire come dialogarci ci permetterebbe di conoscerci meglio e se necessario ci permetterebbe di liberarci della corda che ci lega ad una serie di convinzioni e di credenze che potrebbero non essere in sintonia con la nostra reale essenza.

Immaginate quante cose potrebbe fare l’elefante senza quel condizionamento; immaginate cosa potremmo fare noi se comprendessimo a quali condizionamenti siamo stati sottoposti; scopriremmo le nostre reali aspirazioni, il nostro talento, le nostre reali emozioni: ci si aprirebbe un mondo di infinite possibilità. Tutto questo perché è appunto l’inconscio che determina una serie di fattori tra cui l’emotività e il coinvolgimento libidico verso persone o cose.

La natura delle emozioni, come tutti sappiamo, possono essere fonte di gioia oppure di sofferenza. Ma queste ‘sensazioni’ non appartengono all’inconscio, bensi alla coscienza. Solo la coscienza è in grado di collocarle basandosi su categoria come la ragione, il pragmatismo, la razionalità. Per l’inconscio esiste solo il coinvolgimento emozionale che in quanto tale non è né positivo né negativo. In altre parole le emozioni non vengono distinte tra il  bene e il male.

L’inconscio prende tutto (sia il bene che il male) e solo per una sorta di alimentazione emotiva anche se la coscienza, che percepisce costantemente la sofferenza, ne farebbe volentieri a meno.

Quante volte ci sarà capitato di essere allegri oppure infelici senza conoscerne le ragioni. Ebbene questo accade perché tutto ciò che ci appassiona, ci coinvolge, ci emoziona viene dall’inconscio. La personalità si forma attraverso il dialogo tra queste due istanze (conscio – inconscio) ovvero tra esigenze reali (devo alzarmi per andare a scuola) ed emotive (oggi preferisco andare a spasso). La quotidianità, così come realmente si dispiega per tutti noi, avviene grazie a come si dispongono queste due forze, ovvero tra il principio del piacere (primario e inconscio) e il principio della realtà (secondario e cosciente).

In questa eterna lotta, vince chi è più forte in quel momento.

Quante volte ci siamo detti: ’ora vado dal capo e gliene dico quattro?’.

Poi andiamo dal capo e …. Non diciamo nulla di ciò che avremmo voluto.

Questo ci conferma che ‘volere’ non coincide sempre con ‘potere’. Quando accade questo potremmo pensare che l’inconscio in realtà vuole altro, ma anche che ancora non siamo pronti. La coscienza si rafforza solo quando le idee o le convinzioni sono solide. Un po’ come una interrogazione a scuola. Solo se abbiamo studiato e ripetuto più volte, andrà bene. Una poesia, saremmo in grado di recitarla bene, se l’abbia imparata e ripetuta bene più e più volte. Questa è la dinamica della coscienza. Così funzioniamo. Se una determinata cosa ‘andare dal capo e dirgliene quattro’ è veramente consolidata, riusciremo a farlo. In caso contrario sarà l’inconscio a vincere. Vince ciò che è indifferenziato. Vince il principio del piacere;  quello che usa il meno sforzo possibile. Per andare dal capo e dirgliene quattro, ci vuole un certo spessore; finchè non lo abbiamo, non ci riusciremo.

Noi dobbiamo tener presente che il 95% o più del nostro cervello è rappresentato dal Sistema Nervoso Autonomo. Autonomo, ovvero, non gestito dalla coscienza. Respiriamo, reagiamo al caldo oppure al freddo, dormiamo, digeriamo, camminiamo, guidiamo etc. grazie al lavoro del SNA. La nostra coscienza non interviene.

L’inconscio funziona attraverso la ripetizione di ciò che abbiamo appreso. Ciò che ripetiamo continuamente è ciò che abbiamo appreso quando la coscienza ancora non era sviluppata completamente ovvero durante l’infanzia e l’adolescenza. Tutto ciò che abbiamo sperimentato risiede prevalentemente nell’inconscio e nella vita adulta non facciamo altro che ripetere. Un po’ come è accaduto all’elefantino di cui sopra. Ripetiamo ciò che abbiamo appreso inconsciamente (o con pochissima coscienza) e le nostre azioni sono guidate da quei meccanismi automatici.

Quante volte ci diciamo: non voglio fare come mio padre e poi, grazie anche all’analisi, emerge dolorosamente che facciamo anche peggio?

Questo perché la forza dell’inconscio, dell’automatismo, è formidabile e il lavoro per far emergere la coscienza lo è ancora di più (pensiamo alla fatica per imparare una poesia, oppure per andare dal capo). La tendenza dell’inconscio ci porta a ripetere (coazione a ripetere) al solo scopo di farci rivivere tutte le esperienze emotive accadute durante il processo di crescita (psico-evolutivo). Questo accade perché l’inconscio riconosce le emozioni a prescindere dalla loro qualità (buona – cattiva). Ma allora, quando facciamo ciò che facciamo, è la coscienza o l’inconscio che ci guida? Una possibile risposta: la coscienza esegue, l’inconscio ordina e questo perché tutto ciò che ci piace sta nell’inconscio.

Dinamiche tra coscienza e inconscio – Ma perchè soffriamo?

Il benessere e la sofferenza nascono dalla interazione tra le due istanze (C/I). La sofferenza psicologica avviene perchè tra le due istanze c’è un conflitto (principio del piacere contro principio di realtà). Mentre il benessere psicologico avviene quando non c’è  tensione ma armonia, dal momento che entrambi perseguono lo stesso obiettivo.

Da tutto ciò abbiamo compreso che il benessere c’è quando l’inconscio non si oppone.  Quando ciò accade, tutto diventa facile e gioioso. Ma perché accade?

Perché stiamo andando incontro ai nostri reali bisogni e desideri. Stiamo facendo cose grazie al nostro naturale talento e non ci sono resistenze inconsce in opposizione. Non stiamo ripetendo nulla, siamo semplicemente noi.

Neuroplasticità e cambiamento

Neuroplasticità e cambiamento

Quante volte sentiamo frasi del tipo: ‘Io sono fatto così’, oppure ‘..lo sai com’è fatto’ e via dicendo. Ci siamo chiesti come mai? E poi, è mai possibile che non sia possibile cambiare? E’ possibile ‘… piantarla di essere come si è’, in particolare laddove da ciò dipende un continuo disagio e infelicità per noi e per chi ci sta intorno?
La risposta ovviamente è affermativa ma per comprendere come trasformare il pensiero e di conseguenza il nostro comportamento, è necessario capire come si forma.
Il nostro cervello, nella sua neuro-fisio-anatomia, è composto da cellule, detti neuroni e ce ne sono veramente tanti, qualcuno ipotizza da 30 a 100 miliardi. Ogni neurone si collega con altri neuroni (pare, che un neurone potrebbe (nella sua massima potenzialità) collegarsi con altri 100 milioni di suoi simili (è come se ognuno di noi potesse parlare contemporaneamente al telefono con altre 100mila persone). Il ‘collegamento’ avviene attraverso un meccanismo chiamato sinapsi.

 

La totalità di  questi collegamenti formano le ‘reti neuronali’. Tutto ciò che di noi ci riporta a qualsiasi altra cosa, come un pensiero, un ricordo, una particolare abilità etc. lo dobbiamo alle reti neuronali che, come abbiamo visto, sono ‘gruppi di neuroni’ collegati tra di loro.
Ogni essere umano ha le sue reti neuronali; si sono formate nel corso della propria vita, esclusivamente in funzione delle proprie esperienze. Quindi, la famiglia, l’ordine di nascita, la scuola, gli amici, gli eventuali traumi e i suoi effetti, il tipo di studi, le critiche e gli incoraggiamenti, insomma, tutto ciò che abbiamo vissuto, stabilisce quale neurone si è collegato con chi e come si sono formate la reti neuronali presenti nel nostro cervello. Sempre a proposito di numeri, sembra che il numero di reti neuronali che il nostro cervello sia in grado (nella sua massima potenzialità) di fare sia un numero enorme, ovvero 10 seguito da un milione di zeri. Veramente impressionante. Nell’universo non esiste nulla di più complesso del nostro cervello.
Ciò che siamo, lo siamo in funzione delle reti neuronali. Esse ci rappresentano. Tutto ciò che accade o potrebbe accadere, altro non è che l’espressione di queste reti e delle loro interconnessioni. Le reti si costruiscono da quando nasciamo, ma alcune vengono ereditate. Come l’inconscio personale che è la somma delle esperienze individuali e l’inconscio collettivo della specie.
Noi reagiamo in risposta ad uno stimolo e per comprenderlo, ricorriamo alle reti, che ci permettono una interpretazione. Quindi, uno stimolo fa si che nel cervello si attivino reazioni chimiche (sinapsi ad esempio); tale reazione produce una controreazione che può essere reattiva (un colpo di luce colpisce la retina? La controreazione è chiuderla) oppure emotiva che a sua volta riceverà una risposta, presumibilmente congruente.

Neuroplasticità e cambiamento – Opinioni e/o preconcetti

Può accadere che più reti siano interconnesse in modo stabile e duraturo. Quando questo accade, la reazione è quasi sempre la stessa. In questo caso le connessioni sono solide e difficili al cambiamento. In questi collegamenti possiamo racchiudere tutto ciò in cui crediamo, ad esempio le opinioni, ma anche le cose apprese. Ma in merito alle opinioni, queste divengono stabilizzate, consolidate, cristallizzate e quindi, per noi, indiscutibilmente vere. I circuiti neuronali si sono rafforzati a tal punto che è difficile alleggerirli. Difficile, ma non impossibile.
Finalmente siamo arrivati al punto oggetto del presente articolo: la neuroplasticità.
In altre parole, se è vero che un circuito neuronale può rafforzarsi, è anche vero il contrario, ovvero tali circuiti possono sciogliersi. In questo caso le reti, non più alimentate, perdono consistenza, si sfilacciano, si staccano e l’opinione che avevamo di quella persona, di quel partito, di quella squadra di calcio, etc, cambia.
Il nostro cervello funziona in modo tale da mantenere saldamente le nostre credenze, tende più a confermare che per il suo contrario. Se crediamo in una cosa, ad esempio un ideale politico, o l’opinione che abbiamo di una persona, ci rifiutiamo di vedere indizi che metterebbero in dubbio la nostra idea. Le discrepanze ci sono, lo percepiamo ma non le vogliamo vedere. Come dicevamo, il cervello funziona così e lo fa per farlo lavorare il meno possibile, per risparmiare.
Per favorire il cambiamento, potrebbe essere utile mettere in discussione la situazione attuale. Ciò facendo diviene possibile verificare l’esistenza di nuove prospettive non solo sul fatto in questione, ma anche su se stessi. Questa nuova impostazione fa maggiore chiarezza in noi stessi e permette la creazione di nuove reti neuronali e quindi il formarsi di nuove idee e opinioni.
Laddove diviene impossibile sradicare paure, pregiudizi e opinioni perché nascoste e schiacciate dalle resistenze, allora occorre valutare l’ipotesi di una psicoanalisi, l’unica in grado di penetrare nella profondità dell’inconscio e liberare antichi blocchi, permettendo una presa di coscienza liberatrice.

La personalità umana e i suoi disturbi

La personalità umana e i suoi disturbi

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Quando parliamo di personalità cosa intendiamo? Vediamo cosa dice Teofrasto, un allievo di Aristotele (quindi parliamo della Grecia, più precisamente la Grecia di Atene del circa 300 a.C.). Costui ha ‘individuato ben 30 caratteri morali (che poi si traducono in 30 diverse personalità) che hanno influenzato enormemente tutti gli studi successivi sulla personalità.

Considerando che oggi la popolazione mondiale è di poco più di 7 mld mentre al tempo di Teofrasto i cittadini ateniesi erano circa 300mila (il numero del campione da cui Teofrasto ha rilevato le 30 personalità), colpisce molto la loro attualità.

Teofrasto ha individuato ben 30 personalità distinguendoli in questi caratteri morali: I – La simulazione. II – L’adulazione; III – Il ciarlare; IV – La zotichezza; V – La cerimoniosità; VI – La dissennatezza; VII – La loquacità; VIII – Il raccontar fandonie; IX – La spudoratezza; X – La spilorceria; XI – La scurrilità; XII – L’inopportunità; XIII – Lo strafare; XIV – La storditaggine; XV – La villania; XVI – La superstizione; XVII – La scontentezza; XVIII – La diffidenza; XIX – La repellenza; XX – La sgradevolezza; XXI – La vanagloria; XXII – La tirchieria; XXIII – La millanteria; XXIV – La superbia; XXV – La codardia; XXVI – Il conservatorismo; XXVII – La goliardia tardiva; XXVIII – La maldicenza; XXIX – La propensione per i furfanti: XXX – L’avarizia.

Per ognuna di questi caratteri l’autore ha fornito una descrizione molto accurata. Chi fosse interessato (http://www.miti3000.it/mito/biblio/teofrasto/caratteri.htm).

disturbo-della-personalitaDisturbi della personalità

Solo in seguito, oltre che allo studio della personalità, si studiarono anche i disturbi della personalità. 

Un primo approccio osserva e studia le reazioni con rabbia e violenza ma non quelle ove si evidenzia la presenza di allucinazioni oppure manie (tipiche delle psicosi). In seguito, altri autori hanno descritto alcune forme di comportamento anti sociale e sono state circostanziate sotto la dizione: personalità psicopatica.

Dobbiamo attendere il 1901 per avere una visione più moderna. Un autore importante e pioniere della psichiatria (Emil Kraepelin 1856 – 1926) dà inizio alla nosografia moderna.

Kraepelin afferma che le cause della pazzia sono ignote, dal momento che i relativi disturbi risiedono in stati interni del soggetto che sono sconosciuti e classifica 4 tipologie di individui affetti di antisocialità, ovvero:

  1. Bugiardi patologici e imbroglioni – soggetti superficiali (ma dotati di un certo fascino), privi di moralità e del senso di rispetto e responsabilità verso gli altri;
  2. Criminali impulsivi: coloro che incendiano in modo doloso, rubano senza necessità e commettono violenza sessuale;
  3. Criminali professionisti: sono apparentemente ben adattati e non sono impulsivi; sono interessati al proprio vantaggio, manipolativi, calcolatori e freddi;
  4. Vagabondi patologici: incapaci di stabilire radici, vagano senza meta, irresponsabili e incapaci di svolgere un compito in modo stabile e duraturo.

In seguito, identifica altre nosografie psicopatologiche caratterizzati da impulsivi, ossessivi, devianti sessuali, personalità litigiose e antisociali, instabili, bugiardi, eccentrici, imbroglioni, etc.
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Arriviamo ai giorni d’oggi e leggiamo nel DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) che il disturbo della personalità, è caratterizzato da una ‘deviazione marcata rispetto al contesto’ che è pervasiva e inizia nell’adolescenza o subito dopo e rimane stabile nel tempo.  

Il DSM-V elenca 6 disturbi di personalità e li divide in tre gruppi.

  • Gruppo A: caratterizzato da comportamenti “strani”, “bizzarri” (disturbo schizotipico)
  • Gruppo B: caratterizzato da comportamenti “drammatici”, “instabili” (disturbi antisociale, borderline, narcisistico)
  • Gruppo C: caratterizzato da comportamenti “ansiosi”, “timorosi (disturbi evitante, e ossessivo compulsivo)

Ve ne sono 4 in meno rispetto al DSM-IV che sono stati esclusi dalla sezione 3.

Disturbi della personalità – Precisazione 

Nel lavoro clinico di tutti i giorni, è raro incontrare un soggetto ove è evidente una di queste sintomatologie che si manifesta nella sua forma pura. Accade invece di trovarli confusi l’uno nell’altro oppure, caso più frequente, che lo si ritrova (in parte) in soggetti che manifestano un altro tipo di disturbo come l’ansia, l’attacco di panico oppure la depressione, le dipendenze (da internet, da cellulare, dal gioco d’azzardo, sessuali, etc), oppure in seguito ad un reato o ad un tentativo di suicidio.

Disturbi della personalità – Gruppo  A

  1. Il Disturbo Schizotipico di Personalità

Questo disturbo ha a che fare con il coinvolgimento dell’aspetto fisico, del comportamento e della comunicazione,  che sono palesemente e inequivocabilmente bizzarri e che trovano una ulteriore concretezza in ciò che comunemente possiamo rilevare dall’anomalia del pensiero tipo: strane credenze, il sempre presente pensiero magico, i pensieri ossessivi, sospettare di tutto e di tutti. Questi soggetti, gli schizotimici, hanno paura di interagire nel sociale perché, in virtù della loro sospettosità, vedono malintenzionati ovunque. Inoltre, le loro idee enfatizzano spesso che tutto ciò che vedono e/o che accade, abbiano necessariamente a che fare con loro (il bus ritarda? È la conseguenza di un precedente pensiero malevolo, etc). Sono soggetti fortemente candidati alla schizofrenia.

Quindi questi soggetti hanno distorsioni cognitive, difficoltà nelle relazioni, e possono accompagnarsi ad una varietà di contesti, quali pensiero magico e credenze strane (superstizione, chiaroveggenza, etc); possono avere percezioni e illusioni corporee inesistenti; avere un linguaggio anomalo (stereotipato, metaforico, vago o al contrario estremamente circostanziato, etc); sospettare di tutto e di tutti, hanno pochi amici, possono avere pensieri paranoidi, etc.

Disturbi della personalità – Gruppo  B

  1. Disturbo Antisociale di Personalità

Il DA di Personalità, è più comune tra gli  uomini piuttosto che tra le donne. Chi ne è affetto, mette in atto azioni che danneggiano i diritti e sentimenti degli altri; evita gli obblighi sociali e le regole, ignora e viola i diritti degli altri; sfrutta il prossimo (parassita) esclusivamente per il raggiungimento dei propri obiettivi; non conosce il significato di colpa ed ha un comportamento che lo porta spesso all’arresto; dà sempre la colpa agli altri; abusa con l’alcol e/o altre sostanze. Non ha difficoltà nelle relazioni sociali al punto da risultare anche simpatico e affascinante. Però dura poco. Assolutamente incapace di mantenere un impegno lavorativo stabile e duraturo. E’ spericolato per se stesso e per gli altri, incapace di provare rimorsi.

  1. Disturbo Borderline di Personalità

Il DB della personalità è caratterizzato da una instabilità dell’immagine di sé, dal senso di vuoto e paura dell’abbandono, da relazioni con gli altri  tumultuose e intense, e da una impulsività marcata e che difficilmente passa inosservata.

Si può manifestare con: in caso di abbandono, presunto o reale, è in grado di fare tentativi estremi per evitarlo; i rapporti interpersonali sono densi e passano repentinamente da estremi del tipo amore-odio, supervalutazione e supersvalutazione, etc; immagine e percezione di sé priva di stabilità e continuità;  eccesso nel sesso (promiscuità), alimentazione, uso di sostanze, guida etc. il tutto caratterizzato da estrema impulsività che spesso risultano essere dannose per il soggetto;  ricorso continuo a minacce di suicidio o a comportamenti autolesivi; sul piano affettivo, si riscontra una profonda instabilità, dovuta prevalentemente alla continua alternanza dell’umore; sentimenti di vuoto, che possono anche divenire cronici; iracondia caratterizzata da esplosioni d’ira (spesso immotivati, o come conseguenza di eventuali critiche) incontrollata anche con il ricorso allo scontro fisico; etc.

Questi individui sono, più degli altri, soggetti ad interventi clinici, e inviati presso strutture specializzate (comunità di recupero).

  1. Disturbo Narcisistico di Personalità

Già al tempo dei Greci, tale disturbo era noto (versioni di Conone e  di Partenio – 36 a.c.) come anche ai Romani (versioni di Ovidio 17 a.c.) che lo descrissero con il mito di Narciso. Tutti sanno e un bellissimo quadro di Caravaggio lo rappresenta, che si innamorò del suo riflesso sull’acqua.  

Nel mito così come nel disturbo, il soggetto ha una percezione di se esagerata, esaltata, oserei dire ‘grandiosamente esaltata’. Vive solo (si fa per dire) per essere ammirato, mentre non ha nessun contatto (mancanza di empatia) con gli altri. Ha bisogno degli altri sebbene li disprezza. Li disprezza al punto di sentirsi autorizzati, in modo quasi compulsivo, ad usarli senza scrupoli esclusivamente per il raggiungimento dei propri scopi.

Ad un primo impatto, sanno essere amabili; fanno e dicono la cosa giusta ma, in seguito però divengono egoisti, egocentrici, privi di sensibilità ed estremamente controllanti. I fallimenti, le critiche, le sconfitte possono caricarli (in particolare se criticati) di ira che li porta ad essere vendicativi e distruttivi (rabbia narcisistica).

E’ una sintomatologia che compare subito dopo l’adolescenza, ed è caratterizzata da:

esagerazione del talento (proprio) e dei risultati (anche se modesti) al punto da attendersi qualsiasi tipo di riconoscimento; nelle loro fantasie c’è solo spazio per cose che lo esaltano come amore ideale, fascino, bellezza, successo, potere, etc; ovviamente la sua unicità può confrontarsi solo con soggetti e istituzioni di altissimo livello; accetta solo un’ammirazione smisurata; ovviamente tutto gli è dovuto come ad esempio, trattamenti di favore e che tutto ciò che desidera debba essere soddisfatto all’istante; come dicevamo prima, non trova nessun vincolo morale a sfruttare gli altri; è assolutamente incapace di comprendere le necessità altrui (mancanza di empatia); invidiosissimo degli altri e incline a pensare che gli altri invidino lui;  ovviamente ha il tipico comportamento del presuntuoso e dell’arrogante.

Disturbi della personalità – Gruppo  C

  1. Disturbo Evitante di Personalità

Nel DE della Personalità, la persona pur presentando desiderio di affetto e di accettazione anche molto forte, evita le relazioni ed i rapporti intimi perché teme di essere poco interessante, poco piacevole, assolutamente inadeguato e a volte anche inferiore. Sono quindi timidi e schivi nei confronti delle relazioni sociali, non incontrano quindi persone (salvo quelle ove si è assolutamente certi di piacere). Evitano accuratamente di esporsi e tutto ciò che potrebbe essere vissuto come una novità.

Soffrono molto di questo (a differenza di altri) autoisolamento. Non è escluso che possa essere una conseguenza di un rifiuto percepito o reale avvenuto durante l’infanzia. Si associa molto (somiglianza con) al disturbo di ansia sociale.

Questi soggetti evitano il contatto sociale, sono molto sensibili (in particolare verso le critiche) e si sentono completamente inadeguati in qualsiasi ambito (e spesso sono geniali) e il disturbo si manifesta dalla tarda adolescenza.  

Evitano lavori ove è necessario stare in contatto con altri (lavoro in team) dal momento che temono le critiche, essere rifiutati o disapprovati; se non hanno la certezza di piacere, evitano le relazioni; i rapporti intimi sono inibiti dal momento che temono di essere umiliati e/o ridicolizzati;  socialmente si percepiscono come incapaci, inferiori agli altri  e poco o per nulla attraenti; per evitare ogni possibile forma di imbarazzo, evitano di assumersi rischi e/o responsabilità o lanciarsi in un progetto inedito.

  1. Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Il DOC di Personalità vede il soggetto impegnato al controllo totale, alla pignoleria estrema e all’attaccamento al lavoro ricercando una sempre maggiore efficienza anche sacrificando il tempo libero.

Pur essendo persone rigide e inflessibili, sono molto affidabili dal momento che cercano la perfezione, sono schematici, responsabili dei propri compiti, sanno organizzarsi molto bene e si attrezzano con metodi e schemi molto efficaci.

Però, il tarlo del dubbio li portano a prendere decisioni con molta fatica, dal momento che tendono a prendere in considerazioni tutte le possibilità valutando, per ognuna di esse, pro e contro. Poiché l’errore non è contemplato nè tantomeno le imperfezioni, fanno fatica a concludere le attività iniziate. Questi soggetti, spesso, sono persone di successo, specialmente in ambito intellettuale. Tuttavia raramente ne godono, perché non tollerano le ‘zone grigie’ e perché sono estremamente perfezionisti e nulla li soddisfa appieno.

Il quadro evidenzia una predominanza di pensieri in merito al  perfezionismo, al controllo, all’ordine, a discapito della efficienza, della flessibilità e dell’apertura mentale.

Sono soggetti attenti: alle regole, all’ordine, alle liste, agli schemi, all’organizzazione, al punto che alla fine, possono correre il rischio di perdere di vista anche lo scopo; il suo perfezionismo può interferire con la conclusione dell’incarico; dedizione eccessiva al lavoro a scapito del tempo libero e delle relazioni sociali; è scrupoloso, tenace, rigido, etc.; è un accumulatore dal momento che non riesce a buttare nulla, anche oggetti privi di valore o di valenza affettiva; non delega ed evita il lavoro di team (a meno che non si faccia come vuole lui); tende ad essere avaro, ma non per tirchieria ma al solo scopo di accumulare risorse per il rischio di possibili future situazioni catastrofiche; per concludere, è testardo all’inverosimile ed estremamente rigido.

Perché non andare da uno psicologo

Perché  non andare da uno psicologo

perchè no allo allo psicologoSembra diventato un luogo comune che porta spesso le persone in terapia a dire, riferendosi ad amici o colleghi: ’Dottore, e meno male che dallo psicoanalista ci vado io…’, lasciando intendere che ben altre persone dovrebbero andarci.

Vero o non vero, è indubbio che molte persone, pur  avendo problemi di natura psicologica, non vanno dallo psicologo, anche se (e molti studi scientifici lo hanno ampiamente dimostrato) ne trarrebbero vantaggi e miglioramenti.

Perché  non andare da uno psicologo – motivi per non andare

Di seguito cercherò di elencare alcuni motivi (non tutti ma spero esaustivi) che vengono usate per non considerare lo psicologo una possibile soluzione ai nostri problemi.

Perché  non andare da uno psicologo – Non ne ho bisogno

Molte, moltissime persone ‘resistono’. Sono persone che hanno sempre risolto i loro problemi. Eppure, ci sono alcuni problemi che non è possibile risolvere da soli. Anche noi terapeuti, a volte, ci rivolgiamo ai nostri colleghi. Molti miei pazienti, nel corso del primo incontro mi dicono: ‘dottore, è più di un anno che ho questo problema. Ho tentato di risolverlo oda solo. Non ci sono riuscito. Mi arrendo. La prego, mi aiuti’.

Perché  non andare da uno psicologo – Non sono matto

Lo psicologo non cura i matti. I cosiddetti ‘matti’ hanno patologie molto gravi e spesso le cure sono solo farmacologiche e in presidi sanitari ben precisi. I professionisti della salute mentale si distinguono in:

  • neurologo – cura persone con danni neurologici tipo ictus, epilessie, malattie traumatiche (frattura cranio, lesione interna al cervello, etc), i cui sintomi possono essere: disturbi dell’attenzione nel caso di trauma al lobo frontale, alterazione del carattere, disturbi della memoria; Malattia di Alzheimer, demenze, etc.
  • psichiatra: cura il disagio attraverso il riequilibrio degli eventuali scompensi chimici del cervello. Elettivamente attraverso l’uso dei farmaci, tenta un riequilibrio dei neurotrasmettitori coinvolti nel disagio. Ad esempio nella depressione, lo scompenso è dovuto alla serotonina e quindi lo P prescrive uno psicofarmaco teso ad incrementare l’attività di questa sostanza;  lo psichiatra può esercitare anche la psicoterapia.
  • psicologo specializzato in psicoterapia: cura i disagi, senza l’uso di farmaci, relativi all’ansia, depressione nevrotica, dipendenze, attacchi di panico, insomma le nevrosi e gli eventuali problemi di natura relazionale, etc.

Perché  non andare da uno psicologo – Dura troppo tempo

In questo caso dipende da molti fattori, primo fra tutti la capacità e volontà al cambiamento. Le terapie possono anche durare poco tempo, dipende dagli obiettivi che ci si pone. Nel caso di sintomatologie specifiche può anche durare pochissimo tempo. Se invece si vuol intraprendere una psicoanalisi, la durata dell’intervento è assolutamente non prevedibile.

Alla domanda della maggior parte dei pazienti: ‘ma, quanto dura?’ , nessun professionista è in grado di rispondere, perché ogni essere umano è unico, quindi unico è l’intervento. Tuttavia non è vero in ‘assoluto’ che dura tanto tempo, perché dipende da tanti fattori. Il raggiungimento del benessere psicologico deve poggiare su basi realistiche, quindi è necessario tempo, pazienza, molta fatica e tanto impegno. Una cosa che non deve mancare è la fiducia. Se lo psicologo non ve ne ispira, cambiate, ma ricordate che non è un mago. Tuttavia sappiate che a volte capita, anche nel corso di 2-4 sedute, che il paziente riesca  a trovare gli spunti necessari per uscire dal pantano e continuare da solo.perchè non andare dallo psicologo

Perché  non andare da uno psicologo – Cosa penserebbero gli altri

Anche qui, vale lo stesso principio del divorzio. In passato ci si vergognava, oggi paradossalmente, potrebbe capitare di vergognarsi del contrario. Anche per lo psicologo le cose sono cambiate: il consenso nei confronto di questa professione e dei suoi fruitori è totalmente diverso. L’accettazione è ormai pressoché totale. Tuttavia esistono ‘sacche di resistenza’ ma il fruitore di questi servizi sappia che il professionista è tenuto a non rivelare mai i dati del paziente e soprattutto il contenuto delle sedute (salvo una eventuale e specifico consenso).  Questo accade anche per il minore. Ai genitori dei minorenni (a cui si richiede una specifica autorizzazione) dico sempre che non rivelerò nulla dei nostri incontri salvo specifico consenso del minore. Infine, sarà sempre il paziente che rivelerà (o meno) il percorso, quindi basterà non comunicarlo. Una cosa curiosa ma forse anche abbastanza ovvia, molti miei pazienti sono stati inviati da altri pazienti.

Perché  non andare da uno psicologo – Ma funzionerà?

Le aspettative sono sempre tante. Una volta che decidiamo di lasciare la torre però, non dobbiamo attenderci che sotto ci sia un tappeto rosso ad attenderci. Sotto c’è quello che hanno tutti e noi siamo esattamente come gli altri.

Il fatto che la terapia debba funzionare è sicuramente un’aspettativa legittima.

Tuttavia come è ovvio che sia, lo psicologo non ha il potere di guarire come per magia. Lo psicologo non è in grado di convincere l’altro a lavorare su di se e di fidarsi. Spesso i pazienti non si fidano e attendono il click che li convinca. Solo allora cominciano a lavorare seriamente. Molto illuminante l’esempio di Jung in merito al sogno dello scarabeo d’oro.  Se quindi si desidera avere certezze al 100% sul risultato è bene verificare le credenziali del professionista (basta vedere l’albo di appartenenza), richiedete e fate un primo colloquio durante il quale potrete farvene un’idea  ma, fate attenzione alle vostre paranoie, nel senso che se siete sospettosi anche dell’aria che respirate, forse anche il terapeuta che state consultando potrà non convincervi. In tal caso, provate ad affidarvi, cercando di instaurare una buona relazione gestendo le vostre diffidenze e correndo qualche rischio.  

Perché  non andare da uno psicologo – Costa troppo

Tutto ha un costo, anche l’onorario di un professionista. Onorario, che, va ricordato, è il più basso dei professionisti sanitari. Una seduta, di circa 50, 55 minuti costa mediamente 60-80€. Quanto costa una visita di qualsiasi altro professionista impegnato per la stessa durata? Molte, moltissime persone non vivono sereni, non sono felici, non dormono, hanno paura di guidare, di prendere un aereo, etc limitando di molto la propria vita e quella delle persone vicine. Investire sul proprio benessere è il primo passo per guarire e migliorare il proprio e l’altrui stile di vita.

Perché  non andare da uno psicologo – Farmaci

Raramente il solo farmaco risolve definitivamente il problema, dal momento che se il problema è di natura psicologica, dopo un po’,  tutto torna come prima. Se il problema è psicologico (e non frutto di uno scompenso biochimico) l’uso del farmaco è temporaneo ed esclusivamente di supporto. Inoltre, come dicevo prima, il suo uso è rarissimo. Io raramente ho suggerito una visita psichiatrica ma quando l’ho fatto era necessario ed è sempre stato utilissimo.  Se nel corso del primo o dei primi incontri non è accaduto l’incantesimo della guarigione, sappiate che affinchè si cominci a star bene è necessario che tra paziente ed analista si sia instaurata una ‘relazione’ terapeutica.  

Perché  non andare da uno psicologo – Preferisco parlare con un amico

Lo psicologo non ascolta passivamente e non da ‘buoni consigli’. Alcuni amici hanno indubbiamente delle buone capacità di ascolto e sanno essere anche molto empatici. Ma un professionista della salute, ad esempio uno psicoterapeuta ha una formazione di almeno 10 anni  (3+2 per la laurea, 1 di apprendistato, almeno 4 di specializzazione). Inoltre ad esempio lo psicoterapeuta psicoanalista, altre alla formazione di cui sopra, fa un’analisi personale  di 200-400 ore (4-8 anni). In tutto questo tempo ha acquisito competenze tecniche e scientifiche enormi e grazie anche alla propria analisi, capacità empatiche (derivanti da una conoscenza di se stessi approfondita) molto utili da utilizzare nella professione.

Perché  non andare da uno psicologo – conclusione

Quindi, tutto sommato, vere difficoltà non esistono. Ciò che esiste può essere annoverato nel capitolo dei pregiudizi, idee errate, errori cognitivi, credenze oramai obsolete, etc).  Le pseudo ragioni citate sopra potrebbero allontanare la possibilità di trarre vantaggio da un intervento psicologico che potrebbe consentirci di star bene con noi stessi e con tutto ciò che ci circonda.    

Potrei aggiungere altri motivi ma credo siano sufficienti. Dubito che questo articolo riesca a convincere i narcisisti e le persone estremamente diffidenti, ma spero di aver dato qualche spunto di riflessione. Oltre alla lettura di questo articolo credo possa essere utile leggerne un altro ovvero, al suo contrario un video che spieghi meglio perché dovrei andare dallo psicologo e cosa rimane dopo una seduta.

Sono perennemente indeciso

Sono perennemente indeciso

sono perennemente indecisoC’è una bella differenza tra l’eterno indeciso e colui che ha il sacro tarlo del dubbio.

Il primo è colui che chiede a tutti consigli e poi non ascolta nessuno, anzi, la sua confusione aumenta; tende a lamentarsi sempre e con tutti mentre farebbe meglio a starsene solo con se stesso ed ascoltare il suo mondo interno; considerando che il nostro sistema nervoso è estremamente complesso, il problema della indecisione potrebbe risiedere nel fatto che non ci siamo posti la giusta domanda e quindi, come facciamo a decidere se partiamo da domande errate? Sempre il primo tende a giudicarsi e ovviamente sempre male mentre dovrebbe semplicemente attendere con fiducia che la soluzione compaia semplicemente e comunque, mai avere rimpianti. La scelta fatta, proprio perché è stata fatta, è necessariamente quella giusta. Inutile e insensato avere rimpianti. Il corso della vita ci cambia dopo ogni decisione e nel bene o nel male, quella è la strada intrapresa e va  rispettata (anche perché non si torna indietro).

Sono perennemente indeciso – come decidere

Decidere qual è la cosa giusta è per alcuni la cosa più facile del mondo, mentre per altri un tormento.

La nostra vita è fatta da decisioni continue. Alcune di esse sono facili e oramai  automatiche mentre altre, in particolare quelle frutto di imprevisti o fatti nuovi, necessitano di una elaborazione interiore.

Decidere bene è importante proprio perché da esse dipende buona parte del nostro benessere, messo spesso in difficoltà da decisioni sbagliate, affrettate, lente oppure addirittura non prese.

Ma noi come siamo, decisi o indecisi? Perché a volte facciamo difficoltà a prendere una decisione? Come si fa ad essere più determinati? Quali sono i meccanismi che si celano dietro questo processo mentale così importante per ognuno di noi?  

Molte persone si definiscono indecise o perennemente indecise ma, anche loro (lo ammettono) alla fine una decisione la prendono, anche perché la vita, la quotidianità ci impone continuamente di prendere decisioni.

Incredibilmente decidiamo anche nella vita intrauterina, dal momento che alcuni studi sostengono che siamo in grado di scegliere quali suoni ci piacciono di più.

Dal momento che iniziamo e concludiamo la nostra giornata prendendo continuamente una serie di decisioni potremmo, forse riduttivamente, affermare che viviamo decidendo e decidendo viviamo. Ogni qualvolta che dobbiamo risolvere un problema lo facciamo decidendo cosa fare e nel farlo saremo concordi nel sostenere che la decisione, alla fin fine si poggia su poche alternative. Quindi decideremo scegliendone una. Come conclusione del discorso, dal momento che scegliamo tra diverse alternative, il problema dell’indecisione dovrebbe esaurirsi imparando a risolvere i problemi.

Vorrei però aggiungere un punto fondamentale che sta alla base di ogni processo decisionale. La decisione viene più facilmente ponendoci una domanda, quella giusta. La vita ci offre infinite sfide (cambio lavoro, sposarsi, separarsi, in quale città vivere, fare figli, etc). Alcuni di questi ‘problemi’ non sono vissuti come tali e quindi la decisione non rappresenta nessuna difficoltà. Altre invece, impongono una maggiore riflessione.

Ad esempio, decidere di separarsi, oppure cambiare un lavoro. In questi casi, porsi una giusta domanda aiuta moltissimo il processo decisionale.

In merito alla separazione, una possibile domanda potrebbe essere: ’se mi separo, tra un anno sarò più felice?’; in ambito lavorativo: ‘se rimango in questa azienda, tra un anno ancora ci sarà?’, etc

Facciamoci la giusta domanda e dalla / dalle risposte che ci daremo, sicuramente decideremo in modo più consapevole.

Un altro aspetto del decidere è legato ad un atteggiamento innato dell’essere umano che Freud ha chiamato principio primario. Tutti avrete notato come i bambini piccoli quando vogliono una cosa, la vogliono e basta. Se non arriva, cosa fanno? Piangono. Non prendono minimamente in considerazione i bisogni degli altri. Rispondono esclusivamente al principio del piacere: voglio quella cosa: punto. Crescendo, i bambini cominciano a capire che non tutto si può avere (principio della realtà).

Quando non riusciamo a decidere quindi, ci troviamo di fronte al ‘ritorno’ dall’inconscio del principio del piacere: voglio tutto e subito, contrastato però da quello della realtà. Questo conflitto mette il soggetto in una situazione di stallo.ansia

Sono perennemente indeciso – decido ora oppure dopo

Chi decide subito, tendenzialmente, usa l’inconscio. Nessun filtro operata dalla parte razionale (la coscienza). Quando noi dobbiamo decidere tra Maria e Antonella, il nostro inconscio ha già deciso; se non riusciamo a decidere evidentemente la parte razionale sta ancora valutando.

Però non dobbiamo commettere l’errore di pensare che tutti i decisionisti siano avventati. Molti ‘decisi’ hanno fatto un bel lavoro su se stessi, si conoscono, sanno molto bene cosa vogliono e cosa non vogliono.

Immaginiamo che Marco deve decidere se intraprendere una relazione a distanza, cosa che non ha mai fatto prima. Mentre Matteo, questo problema non lo ha, lo ha già fatto e ha scoperto che non gli piace e quindi decide subito per il  no.

Quindi dovendo decidere, occorre fare molta attenzione a decidere facendosi guidare dai bisogni ma solo da quelli giusti per se. Matteo ha capito che una relazione a distanza non fa per lui e quindi non ha nessuna difficoltà nel decidere. Marco decide basandosi sul presente mentre Matteo ha uno sguardo sul futuro.

Alcuni sostengono che bisogna lavorare per vivere un bel presente, altri invece cercando di fare una previsione sul futuro. Chi dei due ha ragione? Tutti e nessuno. Ognuno segue la propria prospettiva.

Sono perennemente indeciso – gli indecisi cronici

Sono coloro che, pur avendo valutato pro e contro, pur avendo fatto accurate riflessioni, pur avendo avuto consigli rassicuranti, rimandano la decisione.  Questi soggetti rimandano perché temono di non poter tornare indietro, nel caso che la decisione dovesse risultare, oppure essere considerata errata. Non avere chance, una volta presa la decisione, di tornare indietro (cambio lavoro, vado a lavorare in un’altra azienda. Ma se va male, se mi trovo peggio, posso tornare indietro?). Chi non decide, corre il rischio che altri decidano per lui.

Chi infine, non riesce a decidere oppure ogni volta che deve prendere una decisione più o meno importante entra in ansia, potrebbe valutare di chiedere un aiuto e la psicoterapia è in grado di stabilire un equilibrio tra il processo primario del principio del piacere e quello secondario del principio di realtà.

LA DEPRESSIONE POST-PARTUM

La depressione post-partum

depressione post partumLa gravidanza  cambia la vita della donna, della famiglia, della coppia. In tutta la vita di una donna, la gravidanza viene considerata forse quella con un più alto grado di affettività. Rappresenta appunto uno snodo centrale nella esistenza della donna: infatti segna in modo unico, l’esistenza della donna e del suo partner. Dal punto di vista psicologico, dalla situazione di figlio, si passa a quello di genitore.

La donna, oltre ad avere trasformazioni fisiche, ha anche cambiamenti interiori a cui occorre dare un particolare ascolto. I sentimenti non sono esclusivamente di felicità, ma possono essere anche di tristezza  e paura. Le donne più vulnerabili potrebbero non essere in grado di ‘reggere’ e potrebbero, quindi, sperimentare anche un periodo di depressione più o meno lungo e doloroso.

La depressione post-partum: dopo il parto o  BABY BLUESdownload

Subito dopo il parto, la neo-mamma potrebbe vivere un momento di marcata tristezza  (malinconia) della durata di qualche giorno. Il termine Maternity Blues (o baby blues – malinconia) lo dobbiamo a Donald Winnicot (pediatra e psicoanalista inglese) e descrive uno stato di disagio psicologico subito dopo il parto. Questo disagio coinvolge circa l’85% delle partorienti e descrive una sorta di lieve depressione dovuta a diversi fattori tra cui: alterazione del ciclo sonno veglia; cambiamento fisico; senso di inadeguatezza, pianto immotivato;   inquietudine; disturbi dell’ alimentazione; stanchezza; etc. per qualche giorno noteremo un alternarsi della gioia per la maternità a momenti di leggera depressione che, grazie al sostegno del persone vicine, in poco tempo tende a scomparire.

La depressione post-partum: dopo il parto – depressione vera e propria

Il termine viene dal latino (dopo il parto) e, diversamente dal baby blues, dura molto di più e potrebbe manifestarsi anche con forme di psicosi. Coinvolge circa il 10-20% delle partorienti; tale percentuale aumenta in caso di gravidanze successive. Questo tipo di depressione è ben più grave e può durare anche un anno. I sintomi comprendono tutti quelli descritti sopra ma in modo più persistente:

I disturbi del sonno, possono trasformarsi in insonnia o al suo contrario in sonno eccessivo;

il leggero pianto può divenire disperato, eccessivo, inconsulto;

si ha un’esagerata e immotivata paura di far male al bambino o, al contrario, non se ne ha nessun interesse;

l’umore cambia spesso e improvvisamente.

La depressione post-partum: cause

Al momento non esiste una spiegazione definitiva. Alcuni studi sono a favore di un cambiamento ormonale (calo di progesterone ed estrogeni).

Sul fronte psicologico invece abbiamo problematiche relative al contesto sociale, ai cambiamenti fisici, al carico di nuove responsabilità, etc. ”.

La depressione post-partum: dopo il parto – psicosi

In questo caso, la depressione è molto grave e le cure sono prevalentemente mediche.

La sintomatologia è ben più grave delle due precedenti. Siamo in presenza di confusione mentale, stati di agitazione, paranoia, insonnia tendenze suicide, allucinazioni, etc. Le tendenze suicide possono essere accompagnate da tendenze omicide verso il bambino. Le statistiche però sono confortanti, dal momento che questi casi sono dello 1 x 1000.

La depressione post-partum: dopo il parto – prevenzione

Esistono delle cause naturali (fisiologiche) ma è possibile fare opera di prevenzione agendo sulla sfera psichica e con il coinvolgimento di tutto l’entourage sociale che gravita intorno alla donna (partner, genitori amici, etc). Nei primissimi giorni del rientro in casa, potrebbe essere utile moderare il numero dei visitatori,  avere una buona alimentazione, limitare le eventuali tensioni interne alla famiglia, avere un ascolto empatico e realistico di ciò che sta accadendo.

Ovviamente la prevenzione vera e propria va fatta prima. Le donne più vulnerabili potrebbero avvantaggiarsi usufruendo di tutta una serie di servizi (percorsi di accompagnamento alla nascita) in grado di offrire alle neo mamme (o alle mamme con un passato di depressione post partum), tutti gli strumenti necessari a pre-venire, ciò che accadrà attraverso una condivisione delle informazioni, delle strategie, delle emozioni e bisogni.  Tutti i fattori di rischio vengono analizzati, affrontati e per ognuno di essi verrà messo in campo la strategia più idonea. La mamma deve poter contare su una rete di solidarietà forte e stabile anche perché verrà insegnato che è possibile chiedere aiuto (la famiglia di origine, al partner, agli amici, etc) .

La maternità non è sempre come ce lo fanno vedere i media, un periodo di gioia e di felicità, dal momento che può presentare delle increspature. E’ un periodo complesso (per le neo mamme, unico e di cui non si ha esperienza diretta). Aumentando la consapevolezza di questa unicità, è facile diminuire sensibilmente i sensi di colpa (non sono/sarò una buona madre) accettando la propria scarsa esperienza e imparando, come dicevo prima, a chiedere aiuto, ricevendo ciò che serve veramente: comprensione, sostegno e coraggio.

La depressione post-partum: dopo il parto – cura

Il supporto medico è condizionato dalla gravità (baby blues, depressione oppure psicosi). Quindi il medico potrebbe avvalersi di ansiolitici, antidepressivi oppure antipsicotici (nei casi più gradi l’allattamento verrà interrotto). In ambito psicologico, la psicoterapia rappresenta la terapia di elezione meglio se accompagnata da terapia rilassanti, come ad esempio il training autogeno.

Disturbo Post Traumatico acuto da stress

dptDisturbo post traumatico da stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, ed il Disturbo Acuto da Stress presentano una sintomatologia molto simile; ciò che li differenzia in tal senso è la durata dei sintomi. Non esistendo linee guida specifiche e definite per la psicoterapia del Disturbo Acuto da Stress, si ritiene utile sottoporre le persone che ne soffrono a trattamenti psicoterapeutici simili a quelli utilizzati per il Disturbo Post Traumatico da Stress quali la psicoterapia cognitivo comportamentale (sintomi) e la psicoterapia psicodinamica (processi). E’ sempre più diffusa a livello clinico, l’idea che un trattamento precoce del Disturbo Acuto da Stress possa ridurre le possibilità che esso evolva in una forma cronica di Disturbo Post traumatico da Stress.

Nello specifico del trattamento immediato del Disturbo Acuto da Stress, vediamo che esso dovrà essere articolato su più livelli. Innanzitutto è necessario curare eventuali ferite o lesioni organiche e tenere sotto controllo sintomi cardiocircolatori come ipertensione ed aritmie cardiache che potenzialmente, possono essere letali. E’ quindi necessario controllare lo stato acuto di ansia, agitazione ed irritabilità, i sintomi dissociativi e proteggere il sonno della persona. Si può intervenire in questa fase con psicofarmaci ansiolitici e antipsicotici a basso dosaggio. Sono utili anche per prevenire rischi psicopatologici legati a gravi disturbi dell’umore, con particolare riferimento agli esiti possibili di una depressione maggiore, antidepressivi e stabilizzatori dell’umore.

E’ necessario però non confondere un processo di lutto che avrà in generale la sua naturale risoluzione con l’esordio della depressione che consegue ad un trauma, per quanto tale distinzione non sia molto semplice e richiede prolungati contatti con la persona traumatizzata.

Come vedremo più avanti per la psicoterapia, anche un trattamento farmacologico troppo precoce per la depressione, prima che il processo di lutto si sia concluso attraverso tutte le sue fasi, può essere deleterio, perché non avrebbe senso comprimerlo o accelerarlo a forza, poiché ogni persona ha i suoi tempi che dovranno sempre essere rispettati. Affinché il lutto si compia in seguito ad un evento traumatico, come una violenza sessuale o fisica, o la perdita improvvisa di un proprio caro, una catastrofe naturale, … è necessario che la persona passi attraverso una serie di fasi, quali un’esperienza acuta di angoscia e di disperazione, il confronto con la situazione che si è vissuta ed il nuovo assetto, per arrivare poi alla risoluzione, cioè al superamento del dolore psichico normale connesso all’esperienza drammatica vissuta.

Soffocare il lutto con dei farmaci potrebbe comportare in seguito la necessità di confrontarsi con la stessa esperienza, quando la situazione interna non è favorevole e le difese non sono più quelle appropriate, cosa che darebbe luogo ad un’angoscia insormontabile che potrebbe provocare una fuga dalla reale elaborazione intrapsichica dell’esperienza, che verrebbe ingoiata senza essere metabolizzata con ulteriori e successivi evitamenti.dpt incidente

Un aspetto fondamentale di ogni esperienza traumatica è che essa scatena una serie di meccanismi di difesa di tipo fobico quali innanzitutto l’evitamento, che può generalizzarsi a tal punto che il soggetto può  cercare di evitare di ascoltare o/e pronunciare alcune parole collegate al trauma perche possono scatenarne il ricordo e l’emozione di paura ed impotenza ad esso connessa vissuta dal soggetto.

In una prima fase del trattamento di un soggetto affetto da Disturbo Acuto da Stress è poco utile cercare motivazioni profonde mentre è necessario cercare di aiutarlo a riprendere il prima possibile in mano la propria vita, affrontando le paure da cui è paralizzato con una psicoterapia per “evitare” che i sintomi di evitamento, oltre a quelli tipici come l’insonnia si cronicizzino in un disturbo post traumatico da stress. Poiché ogni trauma è scatenato da un evento critico ma non tutte le persone che vivono un evento o esperienza critica presentano poi un Disturbo Acuto da Stress o un Disturbo Post Traumatico da Stress, è evidente che in alcuni individui è presente una personalità con alcune aree di vulnerabilità che le predispongono maggiormente di altre a rispondere in un certo modo, legate tanto ad esperienze precedenti e non ben integrate avute nel corso del proprio sviluppo, in particolare nei primi legami di attaccamento, ma anche alle zone di sé oscure,  la cui conoscenza potrebbe rafforzare il soggetto ed aiutarlo a migliorare i suoi meccanismi di difesa. Per questo motivo, una volta attutita la sintomatologia acuta legata all’evento traumatico, sul lungo termine, per evitare risposte traumatiche ad eventi critici ma tipici della vita, oltre a migliorare la capacità di evitare per quanto possibile ulteriori traumi, riconoscendo quelle situazioni che potrebbero causarli, è utile una psicoterapia ad orientamento psicodinamico che consenta di esplorare quelle zone della propria personalità vulnerabili ed integrarle nella personalità complessiva. Si tratta di zone inconsce che non riuscendo a dialogare con la nostra coscienza, la influenzano però facilmente in modo negativo soggiogandola orientando anche i nostri comportamenti in modo diverso da come in effetti vorremmo, facendoci anche magari esporre  a situazioni per noi rischiose e potenzialmente traumatiche.  

Può essere utile un approfondimento in merito al trauma e ai primi studio psicoanalitici iniziati sa Freud

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Non sono mai soddisfatto di me

Quante volte ci siamo detti: non sono soddisfatto di me!

Chi più, chi meno, ma tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo fatto questa riflessione.

Una volta fatta questa constatazione però, qualcuno ha poi, dopo una opportuna rielaborazione, fatto qualcosa e le cose sono cambiate. Altre invece non hanno fatto nulla e le cose sono rimaste com’erano, ma il tutto è stato archiviato con una scrollata di spalle.

In questo articolo vorrei parlare però di quelle persone che ‘viaggiano’ perennemente con questo senso di insoddisfazione. Un senso che non molla, non da tregua, non da scampo.

Un sensazione che ha effetti sul corpo (stanchezza, depressione, fiacca, malavoglia per ogni cosa) e sulla mente (tristezza, disistima, senso di inadeguatezza, malumore, irrascibilità, …) che spesso, troppo spesso, viene sottovalutata, archiviata momentaneamente come una cosa fastidiosa (una mosca che si posa sulla mano) oppure come invalidante (un elefante che ci passa sopra).

Viviamo in un contesto, in un mondo, in un arco temporale, … ove tutto è possibile. Tutto ma anche il suo contrario. Allora se tutto è possibile, anche trovare il modo per essere soddisfatti, sta nelle potenzialità di tutti.

Ma se commettiamo l’errore di vedere l’erba del vicino, la nostra ci parrà sempre meno verde.

Quando non abbiamo ciò che desideriamo, quando il nostro umore non è quello che vorremmo, quando le emozioni che proviamo sono diverse da quelle che vorremmo, quando non … etc, allora siamo insoddisfatti.

Vorrei escludere dalla discussione situazioni ove il sentimento di insoddisfazione abbia senso, come ad esempio nelle situazioni concrete (perdita di un lavoro, un amore, la salute, etc).

Focalizziamoci su quelle situazioni ove l’insoddisfazione ha una natura esistenziale.

Una natura del tipo: non sentirsi importante per nessuno, non sentirsi amati oppure di appartenere ad un gruppo, percepire la propria vita come noiosa, …

Ma anche, sentirsi come si sentono certe persone (forse un po’ snob) che non sono nè appagate né contente pur avendo, ad esempio, anche una ‘bella’ vita, appagante e piena di fatti che gratificherebbero tutti, tutti meno loro, perché in loro c’è sempre qualcosa che ‘…. manca.

Questi strani personaggi proprio non ce la fanno, nonostante tutto, ad essere felici. Perché? Perché sono alla ricerca della perfezione assoluta e la felicità sempre e comunque è una cosa che prima o poi arriverà, ma di certo non ora, non in questo momento, mai in un ‘presente’. Persone che non sanno vivere le emozioni per quello che sono, semplici ed elementari, come un bicchiere d’acqua fresca; per loro le emozioni dovrebbero essere simili al più raffinato dei cocktail che ovviamente nessun barman ha ancora creato. Per loro la realtà non è mai appagante perché per loro, nella loro mente, c’è ben altro, rispetto a ciò che c’è ora; il loro ‘ben altro’ ha ovviamente la connotazione di una grandiosità che non trova mai un riscontro terreno, appartenendo forse ad un qualcosa di ‘ideale’ che, come tale, non esiste ne mai esisterà (infatti l’ideale è e rimane ‘l’essere che non è’. Per questi soggetti (fortunatamente non tutti gli insoddisfatti), chi si ‘contenta’ dell’acqua fresca, non può che essere un mediocre, rendendosi quindi, tra l’altro, odiosi e antipatici. Chi, rispetto a questo tema, reagisce nel modo descritto, ovvero in modo snobbistico, può solo sentirsi completamente appagato da un qualcosa che, come dicevamo prima, non può che essere speciale.

Tali persone però, in fondo hanno una scarsissima autostima. Raramente hanno la reale percezione del loro reale valore e la grandiosità delle loro aspettative (mai realizzabili) che in realtà tradisce solo la consapevolezza che la loro autostima vacilla continuamente. Anche per questi soggetti, la soluzione è sempre la stessa: vivere come un comune mortale che si sa, è limitato  e limitante.

Ma quando accade che l’insoddisfazione diviene più lacerante?

Quando qualcuno (o noi stessi) o qualcosa ci impedisce la piena gratificazione dei nostri desideri.

Quando poi queste insoddisfazioni non vengono percepite dagli altri, possono manifestarsi alcune somatizzazioni anche  invalidanti.  Un possibile esito lo troviamo anche nella depressione, in particolar modo quando per qualsivoglia motivo si decide di rinunciare a lottare.  

Positività della insoddisfazione

Quando abbiamo fame, ci sentiamo insoddisfatti e questo ci induce a pranzare tutti i giorni, anche più volte al giorno. Tutto ciò ci spinge anche a fare di tutto per avere i mezzi per garantirci la soddisfazione di questa esigenza primaria.

Se non facciamo l’amore oppure un nostro progetto non si è realizzato, torniamo ad essere insoddisfatti, almeno fino a che …

 Tutto è un giro vizioso (o virtuoso). L’insoddisfazione innalza la tensione finchè non avviene la scarica e proprio in quel momento, forse per poco, siamo felici. La felicità è assenza di tensioni. L’insoddisfazione (la sofferenza) innalza la tensione ed è un modo per giungere alla felicità. Un esempio valido per tutti è certamente l’amore. Con questo sentimento è possibile raggiungere entrambi i vertici: la felicità e l’infelicità.

Da tutto questo si evince che chi è assolutamente privo di insoddisfazione, ha qualche problema.    

Nel mondo in cui viviamo c’è sempre vento. Il vento (pneuma, spirito) sposta l’aria tra due ambienti con pressione differente. Cosi accade anche dentro di noi. L’insoddisfazione è foriera di vitalità. Una vitalità che spinge all’azione, necessaria per cambiare il nostro stato.

Nel mondo c’è una totale alternanza: giorno e notte, le stagioni, etc. Cosi come in noi. Abbiamo tutti una medaglia che contiene due facce, in una c’è la felicità o il bene, nell’altra l’infelicità o il male.

Non basta soddisfare tutti i desideri per essere felici, questo lo sanno tutti. Chi sta male fa di tutto per star meglio e così via, in un incessante e continuo flusso d’aria che passa da uno strato all’altro, fine alla fine dei tempi.

Tuttavia non potremmo mai essere totalmente soddisfatti dal momento che una quota di insoddisfazione è insita in noi essere umani ed una molla che ha promosso e promuove costantemente il processo evolutivo. .

Ansia

Spiegazione dell’ansia

Spesso, dietro l’ansia si cela il desiderio di fuga.

ansia al femminileSi fugge dalla obbligatorietà di assumersi la responsabilità delle proprie scelte oppure delle conseguenze (eventuali) delle proprie scelte.  Quando dimentichiamo ad esempio persone, cose, situazioni etc. stiamo fuggendo da ciò a cui siamo chiamati come ad esempio, un impegno preso. Che bello, dirà qualcuno. Mi allontano dalla situazione stressante e sto meglio ma, dirà qualcun altro, in tal modo, cosa imparo, cosa correggo, quali abilità sviluppo? Continuando con queste dinamiche, si innesca un circolo sicuramente tutt’altro che virtuoso che porta, inevitabilmente e fatalmente verso una china dove trova dimora, il calo dell’autostima, la percezione di inefficacia e inconsistenza.  Tutto ciò, lentamente ma inesorabilmente, conduce nel circolo vizioso dell’aumento dell’ansia, proprio quell’ansia che erroneamente volevamo evitare. Nell’azione sta la felicità, quindi, assumiamoci le nostre responsabilità e gradualmente impareremo tutto ciò che serve per avere fiducia in noi stessi.

Per affrontare la vita non basta essere capaci, abili, intelligenti. Bisogna anche essere coraggiosi, tenaci, riuscire a controllare la propria ansia e quella degli altri.
Francesco Alberoni, Abbiate coraggio, 1998

Ma cos’è l’ansia?

Nell’ansia non mancano mai: preoccupazione, paura, stress, paura di non essere all’altezza.

L’ansia è un modo di essere, momentaneo oppure duraturo, uno stato psichico. Il soggetto ansioso è preoccupato oppure ha paura. La paura spesso è senza oggetto, ovvero manca nell’immediato spazio temporale, una minaccia specifica (un cane che mi sta attaccando; una malattia invalidante; insomma un pericolo reale). Questa paura, oppure preoccupazione, può essere intensa e a volte anche duratura. Può riferirsi ad un qualcosa di osservabile (non solo esterno ma anche proveniente dalla propria interiorità) ma anche alla incapacità di adattarsi ad un fattore di stress (lavoro, relazioni, salute, etc).

Le emozioni tipiche dell’ansia sono quelle citate sopra (paura, preoccupazione, etc) accompagnata da sintomi fisici che, per l’ansia sono o possono essere: nausea, dolori al petto, respiro corto, palpitazioni, tremore, mal di pancia, etc.  

Persino le mie ansie hanno l’ansia…
Charlie Brown, in Charles M. Schulz, Peanuts, 1950/2000

Il soggetto ansioso può essere distinto in funzione della sintomatologia. Quindi da un lato troveremo la sensazione di essere minacciati;  questa ‘paura’ si traduce, sul piano fisiologico in una sorta di preparazione alla lotta; avremo quindi un’alterazione dei parametri fisiologici quali l’aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue, della sudorazione, aumento della tensione muscolare, etc.ansia

Chi soffre d’ansia, può avere, nei casi estremi, una reazione emotiva abnorme, come ad esempio terrore, attacchi di panico, brividi, nausea, etc.

Tuttavia, l’ansia è un’emozione come tutte le altre (rabbia, infelicità, paura, tristezza) ed entro certi limiti, è adattiva, avendo permesso all’umanità di sopravvivere.  L’ansia quindi, entro i limiti descritti sopra, va considerata come una risorsa importantissima, dal momento che tende a proteggerci dai rischi, innalzando il livello di sicurezza e permettendoci di aumentare le nostre prestazioni. Si pensi ad esempio all’innalzamento dell’ansia in prossimità di un colloquio di lavoro oppure di un esame.   

L’ansia è l’interesse che si paga su un guaio prima che esso arrivi
William Ralph Inge

A tutto però c’è un  limite, anche all’ansia quindi. Se l’innalzamento è eccessivo oppure ingiustificato, potremmo avere una reazione opposta, ovvero inadeguata e bloccante. In questo caso il ricorso alla psicoterapia (in casi estremi coadiuvati da un’appropriata terapia farmacologica) di tipo analitico (per scoprire le reali cause, spesso di natura prevalentemente inconscia) risulta essere il modo più rapido ed efficace.

Legati all’ansia ci sono anche altri disturbi più specifici che sono:

Le fobie, il panico, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbi da traumi, la paura (di volare, di guidare), ansia da prestazione, disturbi sessuali, etc.).

Ansia e psicoanalisi

In psicoanalisi, più che di ansia, si usa il termine di angoscia.

Secondo la psicoanalisi, i meccanismi di difesa dell’Io, impediscono a specifiche pulsioni di essere soddisfatte.  Queste pulsioni, o spinte pulsionali furono in un periodo remoto (tipicamente prima infanzia) tanto desiderate ma proibite o vissute come tali. Il conflitto tra principio del desiderio e principio della realtà non fu risolto e quindi subì il destino della rimozione.  L’attuale ansia viene dall’emergere di questi desideri (contrastato dalla difese dell’IO). Poiché questi contenuti (rimossi) non vengono riconosciuti, il soggetto tende a indirizzare sul mondo esterno, oppure sul proprio corpo, ciò che in realtà investe esclusivamente il proprio mondo psichico.  

Quindi, ci troviamo in presenza di un conflitto interiore. L’individuo, colpito da questo complesso, vive come in presenza di una catastrofe imminente.  Ci si trova, quasi sempre immancabilmente, in contesti ove l’ambiente è stato inadeguato, non ponendo in modo opportuno, le condizioni minime per favorire uno sviluppo in grado di contenere e gestire l’angoscia.

L’angoscia può essere nevrotica (quando il pericolo percepito è interno); reale, quando il pericolo è esterno.

Freud, in merito all’angoscia,  lo ricollega al trauma dei traumi: il trauma della nascita.

L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia e quindi la fonte e il prototipo della sensazione d’ansia
Sigmund Freud

Nel nascere, proviamo una profonda angoscia, dal momento che il nascituro non può assolutamente fare nulla. Quindi, quando l’adulto prova angoscia, rivive quel momento. Nel tempo, quel trauma si trasforma e diviene angoscia ogni qualvolta si teme di perdere l’oggetto (mamma, partner, etc) e in particolare di perdere il suo amore o la sua stima.

Caratteristiche della terapia Junghiana

La psicologia analitica, su cui si basa la terapia junghiana, prende in considerazione tutta la vita psichica del soggetto (passata, presente e futura) e tende ad orientare le intenzioni e le tensioni, verso la sua naturale destinazione (ovvero il proprio progetto della vita). Si focalizza sullo sviluppo dell’Io ma tende a farlo confluire in qualcosa di più vasto e profondo, il Sé.

Un principio fondamentale della teoria junghiana si basa sul principio che ognuno di noi possiede una specifica energia (libido) che ci spingerebbe verso ciò che veramente siamo, ovvero verso la propria autorealizzazione;  Jung definisce questo processo, da me descritto altrove come il processo di individuazione.

Finalità

Rendere cosciente l’inconscio, ovvero rendere evidente ciò che, grazie ai meccanismi di difesa, è stato rimosso. La terapia non si focalizza sul sintomo, ma sulle dinamiche (inconsce) che stanno alla base del sintomo. In altre parole, se abbiamo un attacco di panico, noi junghiani tendiamo a chiederci il perché.

Questo tipo di approccio prende in considerazione tutto ciò che riguarda la persona. I sintomi, rappresentano (in forma simbolica e tramite i segni) il disagio. Dietro  quei sintomi, ci troviamo spesso la rappresentazione simbolica del disagio reale. Tutta la sintomatologia nevrotica non è necessariamente il risultato di eventuali traumi, ma può esser vista anche come un tentativo che la psiche utilizza per affrontare il disagio da una prospettiva diversa.

 Se la libido (energia psichica) si blocca nel suo divenire, facendo di conseguenza alterare l’equilibrio preesistente, diventiamo nevrotici, perché veniamo svuotati di energia vitale. Ne consegue che una condizione indispensabile per uscire dalla nevrosi, richiede necessariamente lo sblocco della libido. Attraverso questo sblocco, è lecito attendersi un miglioramento delle relazioni che regolano le dinamiche tra il soggetto e il mondo esterno.  

Transfert

La relazione che si instaura tra Paziente (P) e Analista (A), ha una importanza fondamentale per la terapia Junghiana. Il transfert, a cui Jung diede molta importanza, viene considerata come una relazione molto particolare tra la psiche del P e quella dell’A, utilissima ai fini della guarigione.

Il metodo somiglia a quello classico (freudiano), anche se ovviamente esistono delle differenze.  Le differenze si focalizzano sulla concettualizzazione dell’inconscio e della libido, sulla teoria del trauma, la nozione di sessualità infantile e altre cose poco utili al nostro discorso. Si basa sulla interpretazione dei sogni, sulle libere associazioni, sulle dinamiche del transfert e del controtransfert, su ciò che accade nella vita del soggetto e sulle sue fantasie.  

Sogni

Se vogliamo capire il nostro inconscio dobbiamo necessariamente capire i nostri sogni. I nostri sogni vengono a noi attraverso simboli che, opportunamente interpretati, ci permettono di comprenderne il significato, tramite il quale potrà essere possibile individuare tutti quegli elementi utili a promuovere la trasformazione della personalità e quindi possiamo tranquillamente considerarli come elementi trasformativi.

Se l’obiettivo che si intende perseguire è quello di promuovere un adattamento alla realtà più congruente, eliminare le nevrosi e scoprire ciò che noi veramente siamo, allora la terapia junghiana è sicuramente l’approccio indicato. Tale adattamento o riadattamento alle esigenze della realtà (come eventuale conseguenza di una nevrosi oppure di una psicosi) non potrà mai prescindere dalle motivazioni più reali e profonde del soggetto. Adattarsi quindi con ciò che NOI vogliamo e non con ciò che gli ALTRI vorrebbero.

La tecnica

Attraverso le libere associazioni, i sogni e la loro interpretazione e con l’ampliamento delle conoscenze dei nostri contenuti con quelle collettive, la tecnica analitica conduce verso l’accettazione di tutto ciò che, precedentemente rimosso, dovrà divenire cosciente.

Una caratteristica della tecnica è legata alla ingerenza (A vs P). Se è vero che tutte le terapie fanno ingerenze, è verissimo che nella terapia junghiana, tale ingerenza è minima. E’ minima perché siamo dell’avviso (e fa anche parte del mio stile di vita) che ogni essere umano è libero di essere come desidera. Quindi anche di essere nevrotico.  Il nostro obiettivo tende a promuovere, nel paziente, un ascolto alla propria interiorità. Tale ascolto, deve essere preferenziale ad esempio a quello degli altri (genitori, amici, partner, etc). Del resto, il processo di individuazione mira proprio a questo, la piena realizzazione di se stessi, della nostra vera e più profonda essenza. Più che all’Io, profondamente influenzato da mille ‘enti’ esterni, dovremmo dare ascolto alla nostra essenza più profonda che chiamiamo Sé.

Per noi la persona nevrotica è quella persona che sente di voler fare una cosa specifica ma riesce solo a fare altro e ci chiede aiuto.

Diagnosi in psicoterapia

Cos’è una diagnosi?

Il termine, dia-gnosis, “conoscere attraverso”, di derivazione latina (diagnōsis, dal greco διάγνωσις (diágnōsis) ma anche da διαγιγνώσκειν – diaghignóskein, capire), formato da διά (diá, attraverso) + γιγνώσκειν – ghignóskein, conoscere), definisce un sistema/procedura che permette di identificare la natura o la causa di qualcosa in qualsiasi ambito. In ambito medico, definisce un quadro clinico su cui intervenire.

In merito alle persone quindi, una diagnosi non dice ciò che una persona possa essere o cosa è, ma solo cosa, dal punto di vista clinico è o potrebbe essere.

«La diagnosi è una cosa del tutto irrilevante… Nel corso degli anni mi sono abituato a trascurare totalmente la diagnosi di specifiche nevrosi. Ciò che veramente conta è il quadro psicologico, che può essere disvelato nel corso della cura oltre il velame dei sintomi patologici»  (C.G.Jung)

Secondo il pensiero Junghiano, l’intervento che si fa, non è per una nevrosi specifica ma, esattamente ciò che si può o si deve fare ‘per quella persona’. Ricordo ad esempio di un giovane ingegnere di qualche tempo fa, inviatomi da una sua collega (mia ex paziente) che una volta mi disse: ‘ho parlato della nostra terapia con la nostra comune conoscente, ebbene, ella mi ha detto: con me non ha fatto così!’. Una volta finita l’analisi, nel corso del nostro ultimo incontro, il giovane ingegnere, in procinto di diventare anche lui, un mio ex paziente, riferendosi al colloquio citato sopra ebbe modo di dirmi: ’dottore, ora capisco perché con me ha fatto altro. Ha fatto altro perché siamo diversi, siamo tutti diversi e non esiste una pillola per ogni persona’.

Quindi, cosa fa lo psicoterapeuta? Non si focalizza sui sintomi ma sulla persona, in quanto realtà umana specifica, da avviare verso il processo di individuazione. Il processo che porta il soggetto ad una trasformazione necessaria e finalizzata, alla eliminazione dei disturbi che quei sintomi lasciavano intravedere.

Quindi vien da chiedersi? A cosa serve la diagnosi? La diagnosi è irrilevante. Dire che quella persona è borderline, depressa oppure bipolare non ci offre nessun aiuto. Quella persona ha un vissuto che la porta a vivere con una modalità tale, che quelle diagnosi sintetizzano grossolanamente. Servono solo a individuare che tipo di eventuale farmaco somministrare. Serve allo psichiatra quindi, non allo psicoterapeuta.

Una volta una mia ex paziente mi disse: ’la mia psichiatra mi ha detto che sono bipolare, perché lei non me lo ha detto?’. Un’altra ‘il mio neurologo vuole sapere se sono psicotica oppure borderline’ …. Etc. A tutti rispondo: ‘io sono uno psicoanalista, non utilizzo nosografie psichiatriche. Per me lei è la signora X e non una psicotica oppure una persona bipolare. Io mi focalizzo sulla signora X e non sulla persona con la diagnosi di bipolare’.

Ho sempre condiviso e fatto mio  il pensiero di Jung che in merito sosteneva che l’esperienza ha insegnato di tenersi lontano sia dalle diagnosi che dai metodi. Non esiste un protocollo in psicoterapia. (prendiamo ad esempio, una TAC: vediamo com’è fatto il suo cervello ma non ci aiuta a  comprendere come il paziente stia vivendo un conflitto sentimentale o lavorativo. Solo il colloquio ci fornisce le informazioni necessarie). Siamo tanti e tutti diversi, quindi ogni volta che mi accosto ad un ‘caso’ non ho questionari (sia fisici che mentali). Ascolto ciò che mi dice e reagisco in funzione del controtransfert. Ogni comunicazione che mi arriva, la assorbo senza fare nessun tipo di ipotesi. La mia reazione è in funzione di ciò che io sono. Il ‘metodo’ che userò (vedi sopra il caso del giovane ingegnere) sarà in funzione di ciò che io sarò dopo quel racconto.

Ciò non implica la demonizzazione della diagnosi, dal momento che rappresenta  un modo di vedere il paziente secondo lo schema di un sistema diagnostico specifico. In tale accezione, il tutto si sposta sul tipo di sistema diagnostico utilizzato, dal momento che di sistemi diagnostici ve ne sono tanti.

La diagnosi dà un orientamento (ed è un metodo pratico e immediato nella eventualità di uno scambio con altri colleghi) ad uso esclusivo del medico ma di nessuna utilità per il paziente. Quindi cos’è decisivo e veramente importante? La sua storia, la sua essenza e la sua sofferenza.

Spesso i pazienti che vanno dallo psichiatra, hanno storie che non raccontano oppure che raccontano parzialmente. Tante, anzi no, tantissime persone, che ho seguito e seguo spesso mi dicono: ‘dottore, io questa cosa non l’ho mai raccontata a nessuno’. Ricordo che un mio ex paziente, che soffriva di attacchi di panico, immancabilmente alle 4 del mattino si svegliava e in seguito faceva fatica a riaddormentarsi. Attraverso una serie di associazioni un giorno mi disse, candidamente che ‘… una mattina alle 4 del mattino, la polizia entrò in casa per trarre il padre in arresto’.

Allora, quando comincia veramente la terapia? Solo dopo aver ascoltato tutta la sua storia spesso inizialmente lacunose, ma che con calma e pazienza nel tempo escono fuori. Quando escono fuori, si inizia a guarire. Perché? Perché questo è il segreto celato e spesso inconscio. Questo segreto ha causato la rovina ma rappresenta anche una chiave, anzi, ‘la chiave’ che porta alla guarigione.  Cosa fa il terapeuta per ‘svelare’ questo segreto? Domande, domande giuste e poste al momento opportuno. E raramente le domande sono concentrate sul sintomo perché lo sono sempre sulla sua storia.

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