Categoria: Psicoterapia

Freud e la sessualità

Freud e la sessualità

Spesso parlando di Freud, la prima cosa che si sente dire è che per lui tutto si riconduce al sesso. Intanto precisiamo che c’è una bella differenza tra il sesso e la sessualità.

Il sesso è legato agli aspetti biologici, mentre la sessualità comprende tutti gli aspetti psicologici.

Origine del termine libido

Buona parte della confusione la si deve quasi sicuramente al termine che Freud usa nei suoi scritti. Nei ‘Tre saggi sulla teoria sessuale’, Freud usa spesso il termine ‘libido’. Nella prima parte si tratta il tema della perversione; nella seconda, questi aspetti perversi sono connessi con la sessualità infantile; la terza parte, invece, tratta della sessualità dell’adolescente e di tutti quei cambiamenti che avvengono con la pubertà.

Freud intuì l’importanza di questo aspetto, la perversione, dal momento che è insita  in ogni essere umano. Tutto parte dall’infanzia, dal momento che attraverso una serie di cambiamenti, modifiche, limitazioni, elaborazioni, questi aspetti risultano evidenti nell’età adulta. Quindi, la sessualità adulta non può essere vista (ricordiamoci che siamo ai primi del novecento) come ‘mettere il pene in vagina’ (‘immissio penis in vagina), oppure ‘eiaculare in vagina’ (eiaculatio spermatis in interpositum) così come era (e forse lo è ancora) riportato nel codice canonico e nella struttura morale degli individui, dal momento che è qualcosa di molto molto più complesso.

Non riconoscerlo, potrebbe avere come conseguenza, infelicità e nevrosi.

Nel mio lavoro vedo spesso gli effetti di questo mancato riconoscimento. Ad esempio, nelle terapie di coppia, dove la principale causa del disaccordo ha origine sessuale, spesso ho rilevato che il disaccordo, oppure il ‘problema’, risiede spesso nel fatto che uno dei due ha difficoltà o fantasie incomunicabili (perché percepite come perverse). Quando finalmente queste fantasie vengono condivise (e le resistenze sono incredibili), tutto si scioglie come neve al sole.

Ma, torniamo al termine ambiguo, ovvero libido.

Dal latino libidine, è stato introdotto nel linguaggio psicoanalitico. In psicoanalisi significa; energia, espressione vitale e rappresenta tale energia sia per quanto riguarda l’aspetto psichico che sessuale; ma anche su altre forme di investimento, ad esempio verso un oggetto esterno (acquisto della vettura dei tuoi sogni, il viaggio da sempre sognato, etc), ma anche l’investimento di se stessi (libido narcisistica, oppure dell’Io); per Jung invece, il termine ha un significato molto più ampio, dal momento che rappresenta l’energia psichica in toto, è un impulso che non viene inibito da nessuna istanza morale e comprende non solo la sessualità ma anche altri aspetti come ad esempio, appetiti, affetti, bisogni, …

Il termine, cosi come abbiamo visto, è molto distante dall’uso e abuso che se ne fa comunemente. Buona parte della popolazione ne ha una percezione riduttiva e in alcuni casi distorta, dal momento che siamo stati abituati a limitare il campo di interesse alla sola sfera sessuale.

Importanza delle pulsioni

Approfondiamo la conoscenza di questo termine, facendo riferimento al suo promulgatore, il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud.

Per Freud, la libido è pura energia che, partendo dagli istinti (pulsione è il sinonimo più usato) e sulle sue ripercussioni, ovvero il comportamento, dal momento che ne è influenzato.  

Questi due principi li ritroviamo anche in Empedocle che li evidenzia come philia , (amicizia, amore) e neikos (odio, discordia) e la loro funzione ma anche il loro nome sono identiche al nostro Eros, e Thanatos che vedremo sotto.

Eros è la divinità greca dell’amore e mira ad organizzare la realtà in modo armonioso, mentre Thanatos tende a far si che tutto ciò che vive debba trasformarsi in un qualcosa di inorganico.

La pulsione di vita (incarnata dalla figura di Eros) attiene a tutti quegli impulsi legati ad emozioni ed affetti. In particolare, tutto ciò che ci fa innamorare, entrare in relazione (networking) con gli altri, desiderare di fare figli, …

Sul fronte opposto abbiamo la pulsione di morte, una tensione auto(distruttiva), viene rappresentata dal dio della Morte Thanatos (dal greco θάνατος). Questa è una pulsione che, come facilmente possiamo intuire, si oppone alla vita e fa di tutto per renderla ancora più complicata. Il nostro comportamento, influenzato dalle pulsioni, è caratterizzato da: fare sempre gli stessi errori (anche se il detto popolare dice che sbagliando si impara, cosa a cui io non credo), fare le stesse cose pur sapendo che è sbagliata (ad esempio, riallacciare una relazione che sappiamo essere sbagliata).

La libido e il piacere

Anche se, come abbiamo visto sopra, viene naturale, pensando al piacere, pensare solo a quello sessuale, inutile dirlo, nella testa di Freud c’era molto di più (i maligni pensano che in Freud c’era tutto meno che il sesso).

Un esempio: quando abbiamo fame, cosa proviamo dopo aver mangiato? Si, piacere. Abbiamo fatto una lunga camminata in montagna, abbiamo finito l’acqua da un bel pezzo e finalmente riusciamo a bere. Cosa proviamo dopo aver bevuto? Abbiamo finalmente acquistato la vettura dei nostri sogni. Cosa proviamo mentre la guidiamo nei primi chilometri?

Dove troviamo la libido?

Freud affermò che si trova all’interno dell’apparato psichico (Es, Io e Super Io)

‘In merito all’apparato psichico, la prima rappresentazione che ne da Freud (prima topica – Il termine “topico” viene dal greco e significa “teoria dei luoghi” e quindi, luogo psichico) abbiamo l’inconscio, il conscio e il preconscio; nella seconda topica i ‘luoghi’ diventano: Io, Super Io ed ES.’

Nell’Es, ove il principio del piacere trova il suo luogo di elezione, troviamo la spinta che punta al piacere immediato; il nostro comportamento è guidato inconsciamente al piacere che ci procura un godimento immediato. Abbiamo voglia di alcol e non vediamo l’ora di berci un bel cocktail oppure un bicchiere di vino, una birra, …

L’Io pur fronteggiando l’energia libidica che scaturisce dall’Es, tende al raggiungimento del piacere ma considera tutti gli aspetti della realtà. L’Io considera il contesto, alla base di ogni relazione sociale. L’Io quindi, controlla sia il comportamento che la percezione e lotta continuamente per equilibrare le diverse spinte pulsionali dell’Es.

Ad esempio, ho una vettura che potrebbe raggiungere i 300Km orari: l’Es vorrebbe spingerla al massimo; l’Io pensa che non sarebbe saggio ne salutare andare oltre i 130 Km dal momento che siamo in autostrada.  

Il Super-Io (molto simile all’Io), si distingue per il fatto che da molta importanza, (forse troppa in alcuni casi) alla morale. Ha interiorizzato valori e regole della società (prima dai genitori, poi dalla scuola, chiesa, partito, …) frutto della interazione continua con le altre persone.

Ad esempio, vorremmo tanto fare una certa cosa ma ci sentiamo in colpa e quindi non la facciamo. Siamo in una strada larga e senza autovelox, vorremmo andare oltre i limiti consentiti ma sappiamo che non si può e quindi evitiamo di farlo. Oppure vorremmo tanto tentare di sedurre la fidanzata di un nostro amico (ci piace da morire dice l’Es, non si può dice l’Io, mi sento terribilmente in colpa solo per averlo pensato, dice il Super-Io).

Le fasi dello sviluppo psicosessuale

Per Freud, la libido non c’è solo negli adulti ma, naturalmente diremmo noi,  innaturalmente direbbero i benpensanti, esiste anche nei bambini, in tutte le fasce di età. Ovviamente la libido è presente ma in modo completamente diversa di come gli adulti pensano, ovvero è caratterizzata dal modo con cui si ottiene il piacere. Infatti:

nella fase orale si ottiene con la bocca;

in quella anale con il controllo degli sfinteri;

in quella fallica si ottiene prevalentemente manifestando un comportamento esibizionista

nella fase di latenza si comincia ad avere vergogna e pudore, in merito alla sessualità;

infine la fase genitale, con la pubertà e la piena maturazione sessuale.

Blocco della libido

Quando la libido non segue il suo flusso naturale, allora ne abbiamo un blocco. Se ciò accade, allora c’è qualcosa (ostacolo) che frena o addirittura blocca la naturale progressione della nostra crescita. Quindi la libido deve spostarsi lungo le varie fasi e non bloccarsi a singole fasi. Se ciò avviene, la fase successiva parte con minore energia e il blocco si traduce in quella che Freud chiama fissazione.

Come abbiamo visto, ciò che noi pensiamo della libido è diverso da come la vedeva Freud che non l’ha minimamente pensata come desiderio del solo piacere sessuale. Freud l’ha concepito nel senso più esteso possibile, dal momento che riguarda ogni ambito del vivere quotidiano e che, avanzando lungo le varie fasi dello sviluppo, assumesse le specificità della fase stessa.

L’importanza del VUOTO in psicologia

L’importanza del VUOTO in psicologia

I Buddisti, in merito a questo aspetto, si rifanno al Sutra del Cuore il cui messaggio è:

tutto è vuoto, una volta compreso interiormente questo punto, si è finalmente liberi, andando oltre l’illusione.

 Ecco parte del testo:

Il Sutra del Cuore

 “Ascolta, Shariputra:
questo stesso corpo è il vuoto
e il vuoto stesso è questo corpo.
Questo corpo non è altro che il vuoto
e il vuoto non è altro che questo corpo.
Lo stesso vale per le sensazioni,
le percezioni, le formazioni mentali
e la coscienza….

Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;

lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza…

Ci sono due tipi di vuoto: il vuoto interiore, il vuoto creativo.

Vuoto interiore

E’ uno spazio che contiene dolore, che si insinua dentro di noi e che costella le nostre giornate. Ci sentiamo spenti, nulla ci piace, e non c’è nulla in grado di tirarci su. E’ difficile uscirne, anche perché ci assale un senso di angoscia, spesso senza oggetto (di cui si ignorano le cause). Le cause possono essere molteplici e spesso può essere utile far ricorso ad un sostegno.

Vuoto creativo

Contrariamente al vuoto interiore, connotato negativamente, qui ci troviamo alla sua antitesi. Partendo dal presupposto che non è possibile avere un pieno se non è preceduto da un vuoto oppure dal concetto del silenzio, che per i greci era fondamentale per poter creare qualcosa di utile e saggio, oppure ancora dalla passività feconda, nota a chi pianta un seme e attende il germoglio ma anche a chi lascia il campo a maggese (dalla cui necessaria inazione è necessaria per riprendere nuovo slancio) oppure quello che ogni madre ha verso i figli che crescono. Ecco quindi che il vuoto non è concepito come dannoso bensi come un momento necessario se non addirittura indispensabile per promuovere il processo creativo.

Ognuno di noi constata quotidianamente viviamo in un periodo dominato dall’eccesso, che potremmo anche ridefinire come ‘troppo pieno’ da cui certamente si ravvisa la necessità di creare momenti o spazi da riservare al vuoto, che potremmo definire come passività attiva.

Un possibile esempio di passività attiva, oltre a quello precedente del campo lasciato a maggese, può essere rappresentato dalla storie delle storie, quella dell’eroe, che interrompe la sua attività perché malato, oppure è imprigionato oppure perché rapito dall’estasi d’amore (Ulisse, Achille, Lancillotto, …). Ebbene, non sono solo semplici pause, bensì hanno una funzione ben precisa e strutturale. La solitudine a cui si abbandona Lancillotto, sembra si contrapponga all’azione cui ci ha abituato, non è quindi assolutamente uno spazio sterile (come non lo è il campo a maggese) ma com’è facile intuire, propedeutico e necessario alla ripresa di nuove avventure. In questa stasi, il cavaliere sembra perdersi (in tutti i miti dell’eroe abbiamo queste pause) ma in realtà ritrova tutte le energie che lo rilanciano verso le avventure.

Da tutto ciò si evince, spero in modo sufficientemente convincente che il vuoto non è un qualcosa di negativo o peggio ancora, dannoso, ma al contrario utile al processo creativo, e quindi alla crescita.

Quindi, il vuoto è quel ‘luogo’ ove c’è il nulla, non ci sono i pensieri, dove per decidere, non mi faccio influenzare da nulla, ma lascio la mia mentre libera e in attesa di un qualcosa che affiora.

Paradossalmente si risolvono i problemi proprio quando non siamo focalizzati su di loro ma ascoltando i suggerimenti che affiorano dall’inconscio.  Dal vuoto affiorano soluzioni che il solo ragionamento ignora.

Se siamo concentrati, intellettivamente su questo o quel problema, se quindi usiamo solo una parte, una piccolissima parte del nostro apparato psichico, trascuriamo tutto il resto. In nostro apparato psichico è fatto dall’Io, dall’inconscio personale e dall’inconscio collettivo, serbatoio degli archetipi.  Se usiamo solo l’Io (il ragionamento) trascuriamo tutto il resto che è enorme. L’io è solo un punto dove il resto è un tabellone gigantesco.

Ad esempio, quante volte ti sei arrovellato nella ricerca di una soluzione per un problema specifico senza trovare una soluzione? E quante volte, non pensando a quel problema specifico, all’improvviso hai ‘visto’ la soluzione davanti a te? Ecco, tutto questo accade perché l’Io ha ceduto energia e il resto dell’apparato psichico ha avuto le risorse per  ‘lavorare‘ e trovare, trovandola, la soluzione.

Ecco dove sta il vantaggio del vuoto: fare vuoto dentro, liberare la mente perché essa è concentrata sull’identità consueta e non riesce a vedere nulla o quasi.

“L’intima natura delle cose ama nascondersi”, Eraclito

Questa definizione di Eraclito, poetica ed ermetica allo stesso tempo, spiega che la natura di ogni fenomeno risiede quasi sempre dietro le apparenze di quel fatto/fenomeno e dei suoi effetti. Questa natura intima, in realtà non si nasconde ma semplicemente non è vista. Quante volte ti sarà successo di non vedere nulla e poi, all’improvviso, quasi per miracolo, tutto ti sembra più chiaro e illuminante? Quindi, quella cosa, quella situazione, quella soluzione è sempre stata li, era presente ed agente.

Se invece non risolviamo, allora vuol dire che abbiamo portato dentro troppo di noi, ci abbiamo pensato troppo, ci siamo inzavorrati. Tutta zavorra che dobbiamo eliminare e prima lo facciamo prima staremo meglio.

Ciò che non conosciamo della natura, nonostante la conoscenza attuale, è di gran lunga più importante e più attraente di quel poco che conosciamo.

Ecco che la malattia è il risultato di questo conflitto. Un conflitto tra l’anima e il corpo. Ma leggiamo cosa dice Jung in merito a questo aspetto.

 «La malattia è la dolorosa testimonianza di qualche conflitto in atto nel corpo e nell’anima. io cerco di scoprire che cosa i miei pazienti stiano nascondendo a se stessi; perciò, quando si rivolgono a me, mi limito al ruolo dell’ascoltatore. Faccio il vuoto nella mia mente, la rendo cioè ricettiva. Devo liberarmi di ogni preconcetto, evitare di dare giudizi sullo stato morale o spirituale che essi mi svelano.”

(C.G. Jung – Da un intervista del New York Times a Jung, fatta nel Settembre 1912, in cui egli parla della psicologia dell’americano.)

 Anche se non sempre, il vuoto non è assimilabile all’assenza (vedi Lancillotto, oppure il campo a maggese sopra), ma una gestazione più o meno lunga. I tempi della psiche non sono gli stessi di quelli del corpo, il tempo per elaborare non sono quelli che sono ma quelli che devono essere. Tutto questo può durare anche anni e a volte, per risorgere, per tornare a vivere,  bisogna toccare il fondo.

In merito all’archetipo del Sé, esso non si nasconde mai ma semplicemente è celato dal NOISE (rumore di fondo); tutte le sovrastrutture, inutili e dannose  (religiose, morali, sociali, …) che noi umani, da tempo immemorabile ci siamo inventati per ingabbiarci, circoscrive il nostro spazio vitale sempre di più.

Spesso si legge che i mistici avevano ‘visto’ ciò che oggi la fisica quantistica ci svela quasi quotidianamente.

In merito al vuoto, sia i mistici che la fisica quantistica ci dice che non c’è niente di così pieno di energia in quello spazio che ci ostiniamo a definire vuoto.

Danah Zohar, psicologa e studiosa di fisica, scrive che ‘il vuoto in se’ può essere concepito come il campo dei campi, o in altri termini come un mare di potenzialità.

Il campo, in fisica è una grandezza (proprietà di un fenomeno, sostanza oppure corpo) che può essere espressa come una funzione (relazione tra due insiemi) della posizione nello spazio e nel tempo oppure nello spaziotempo.

Questo campo, non contiene nulla (particelle) e tuttavia:  

‘le particelle sorgono come eccitazioni […] al suo interno. […] Il vuoto è il substrato di tutto ciò che è.” [Danah Zohar – L’Io ritrovato, Sperlink & Kupfer, Milano

La metafora in psicoanalisi

La metafora in psicoanalisi

Il termine deriva dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto». Significa quindi mutamento, spostamento di posizione, trasferimento. E’ una figura retorica che, partendo da una frase se ne deduce un’altra (apparentemente illogica) con un più forte impatto emotivo. In tal caso, il potere che la metafora offre alla comunicazione è di gran lunga superiore.

Luca  è una tartaruga; Carlo  è un falco; Antonio è un pallone gonfiato;   quella donna è una vipera…

 Quindi, la metafora è un linguaggio figurato, ove in modo simbolico (usando la fantasia e la creatività) le consuetudini mondane si combinano con qualcosa che non c’è, per mettere in luce aspetti più profondi di un individuo (Vorrei fare gli auguri a te che mi riscaldi il cuore anche nei giorni più freddi e mi ricordi sempre come si fa a sorridere). 

Nasce dalla retorica (il bel parlare). Ha un uso persuasivo e poetico ed è generalizzato, cioè lo si applica in ogni contesto (in tutte le discipline). Quindi la metafora viene spesso usata, perché semplifica, anche nei ragionamenti scientifici.

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido – Albert Einstein

Da punto di vista psicologico, la metafora è diverse cose tra cui: un modo per comunicare, generare cambiamenti, uno strumento evolutivo e creativo, è inoltre in grado di offrire la possibilità di generare pensieri sempre cangianti.  E inoltre un modo per semplificare, introducendo l’emotività ai contenuti verbali; fornisce inoltre e in modo creativo, una comprensione dell’altro. Rende la comunicazione più empatica e fluente e accelera il processo di apprendimento.  Fa vibrare, ti incanta, ti permette di fare un viaggio superando il limite della realtà e della fantasia.

Un esempio di metafora che supera la barriera del tempo? Le parabole di Gesù Cristo! Poi tantissime altre le troviamo nella letteratura (Le opere di Omero, la Divina Commedia), nell’arte (La primavera del Botticelli; le 4 stagioni di Arcimboldo,la rappresentazione del tempo in Dalì, etc).

La metafora in psicoanalisi – la psicoanalisi

Per Freud, il pensare per immagini è molto più inconscio del pensare per parole (coscienza). Quindi, il pensare per immagini, ovvero attraverso metafore, rappresenta un modo di pensare tramite il quale, l’inconscio si manifesta.

Secondo Jung, le immagini che emergono nella nostra mente (in seguito ad una emozione, ad esempio), rappresenta l’organizzatore della nostra mente. Ecco perché il mito e l’archetipo sono immagini metaforiche universali.

Quindi sia il concetto junghiano di archetipo che di mito che la cultura umana (in ogni parallelo e meridiano del nostro mondo) ha prodotto, evidenzia la tendenza innata di creare immagini metaforiche, tendenza che è presente in ogni uomo e sono quindi da considerare universali. Mito e archetipo (modo metaforico per descrivere cose simboliche) rappresentano un modo innato, tipicamente umano, per narrare in modo più empatico.

Ma perché abbiamo bisogno di fare ricorso alle metafore?  Come abbiamo detto sopra, perché giunge prima all’animo delle persone.

Dal punto di vista psicoanalitico, potremmo dire che entra in gioco il meccanismo di difesa della rimozione; tale meccanismo permette all’inconscio di rivelarsi alla coscienza attraverso le metafore e i simboli.

Ecco quindi che quando il soggetto dice: ’sto andando in pezzi’, si sta esprimendo per immagini, ovvero in modo metaforico sta, in altre parole, rivevando una delle dinamiche del suo sé.

Ecco perché, l’interpretazione metaforica nel corso di una psicoanalisi è auspicabile, dal momento che favorisce la parte creativa del paziente. Attraverso la metafora, l’analista entra nell’animo del paziente in modo simbolico, lasciando poi a lui la ri-narrazione cognitiva secondo il suo linguaggio. La metafora chiave o le metafore chiave, sono quelle che permettono il reale cambiamento.

Quindi, in ambito terapeutico, può essere utilizzata la metafora purchè ‘cum grano salis’. In alcuni casi rappresenta una modalità comunicativa molto efficace. Può essere usata di volta in volta in funzione di ciò che accade durante la seduta; c’è chi la usa frequentemente chi meno. Inoltre la metafora è utile con alcuni pazienti meno con altri.

Mia madre è narcisista

Mia madre è narcisista

Il genitore narcisista decide di mettere al mondo un figlio al solo scopo di utilizzarlo come una sua estensione. La comunicazione avviene in modo subliminale, impercettibile. La disapprovazione arriva con uno sguardo oppure non dalle parole usate ma dal tono della voce. Il tutto avviene ad un livello di intimità sottilissima ma molto efficace e questa modalità rappresenta la struttura portante che costruisce la personalità del figlio.

Le caratteristiche di tali madri si possono riepilogare in:

nulla di ciò che fa o che dice può essere messo in discussione, non esistono confini che lei non può oltrepassare, sceglie il figlio bravo da quello che è destinato a fare il capro espiatorio (fa favoritismi), cerca continuamente e con ogni stratagemma di indebolire,  denigra, critica, sminuisce, a volte cerca anche di farti passare per pazzo, è invidiosa, bugiarda e  deve essere sempre al centro della scena, è egoista, ostinata, manipolatoria, è presa solo dai propri bisogni, irragionevolmente difensiva e refrattaria ad ogni critica, tende ad essere terrorizzante, infantile, meschina, aggressiva e incapace di sentire vergogna, capovolge i ruoli, è una sfruttatrice, naturalmente è infallibile e quindi non sbaglia mai, distrugge le relazione dei figli, riesce ad essere patetica, etc.

Il termine ‘narcisismo’  sta veramente diventando di uso comune e quando usato, lo si fa per evidenziare un aspetto negativo. Su Wikipedia, troviamo una descrizione generica e specifica allo stesso tempo. Il termine avrebbe una vasta gamma di significati, dal momento che descrive un significato psicoanalitico, un disturbo mentale (vedi il dsm5 pag 775), ove vengono descritti ben 7 punti che differenziano il narcisismo patologico (senso grandioso di importanza, fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati):

  • Crede di essere “speciale”;
  • Richiede eccessiva ammirazione;
  • Ha un senso di diritto (tutto gli è dovuto);
  • Sfrutta i rapporti interpersonali;
  • E’ incapace di identificarsi o di riconoscere i sentimenti e le necessità degli altri;
  • E’ spesso invidioso/a degli altri;
  • ha spesso atteggiamenti arroganti e presuntosi.

Il narcisismo rappresenta anche un problema culturale o sociale, o può essere semplicemente un aspetto della personalità. Escludendo il narcisismo secondario, ovvero quello che viene definito come sano amor proprio, viene usato per descrivere una persona con aspetti problematica. Quindi, quando lo sentiamo in genere descrive egoismo, presunzione, vanità, egocentrismo, etc. insomma una persona arrogante e altezzosa.

Nella realtà delle cose, il narcisismo è una patologia grave che può nuocere gravemente, in particolare i bambini. Chi ha, oppure ha avuto la sventura di avere genitori centrati su se stessi, privi di empatia, ha avuto la sgradevole sensazione di percepirsi come uno strumento ad uso e consumo del genitore e non come un soggetto diverso e da proteggere e rispettare.

Da tutto ciò si evince che una madre narcisista danneggia pesantemente la propria prole. Questi bambini crescono in un contesto ove la negazione è costante, dove si è indotti a pensare di essere figli indegni e che, di ogni cosa, se ne è direttamente responsabili. Naturalmente non è vero nulla, questa è solo una distorsione della realtà, tuttavia il proprio Sé cresce e si forma proprio su questa distorsione e da adulti, cresciuti avendo assimilato questi messaggi errati, si sperimentano affetti distruttivi. 

La distorsione porta l’adulto a farsi domande che normalmente le persone non si fanno (sono buono o cattivo? Mi apprezzano per ciò che sono oppure per ciò che faccio? Quella persona mi piace veramente? E così via).

Mia madre è narcisista – come se ne esce?

La risposta aggressiva non funziona mai, occorre individuare un modello alternativo, che sia allo stesso tempo più funzionale e che vada oltre.

Si parte dai messaggi che nel tempo sono stati interiorizzati, con lo scopo di una più efficace rimodulazione.

Il narcisista, come diceva Freud, non diventerà mai un nostro paziente, ma le sue vittime si, e in particolare i figli di questi genitori narcisisti. Da adulti, è possibile, attraverso un percorso personale, lavorare per comprendere tutte queste dinamiche che ci hanno forgiato favorendo una rielaborazione ristrutturante.

Alcuni studiosi hanno messo in evidenza la presenza di diverse modalità di narcisismo genitoriale (prevalentemente materna).

Le caratteristiche sono le seguenti:

  • Madri abilissime nell’intrattenere; sono deliziose e amabili ma in famiglia (figli e partner) sono temute; donne che eseguono, vengono percepite come molto divertenti e a volte anche appariscenti; per alcune persone sono adorabili, per altri, il loro modo di ‘apparire’, infastidisce; a queste donne, l’unica cosa che realmente interessa è l’adulazione e l’approvazione degli altri.
  • Ipocondriaca o psicosomatica: abilissime nel manipolare gli altri con dolori e malattie con il solo scopo di diventare il centro di ogni attenzione. Tutte le attenzioni devono essere per lei. Di contro si preoccupano pochissimo di coloro che la circondano e l’unico modo per ottenere la di lei attenzione consiste nel prendersi cura di lei. La malattia diviene uno strumento da contrapporre alle frustrazioni e alle difficoltà della vita. Nessuno potrà mai essere più malata di lei. Se qualcuno ‘osa’ avere una malattia più grave, lei ne inventerà una ancora più grave.
  • In quest’altro caso abbiamo donne il cui unico obiettivo è: raggiungere l’obiettivo. L’importante è il successo e non come lo si raggiunge. Queste donne solitamente cavalcano il successo, occupano una posizione sociale elevata e se non raggiungono ciò che si sono prefissate, reagiscono con furia e aggressività.
  • Le madri dipendenti da sostanze: la bottiglia oppure la droga al primo posto e mai il proprio bambino. La dipendenza occuperà sempre il primo posto. Solo in caso di disintossicazione il tratto narcisistico diminuisce anche se la diminuzione potrebbe essere marginale.
  • Madri bisognose sul piano emotivo: tutte le madri narcisistiche sono bisognose, ma questa tipologia lo è ancora di più. In questo caso, paradossalmente è la madre (e non il figlio) ad essere bisognosa. E’ il figlio che deve prendersi cura emotivamente della madre, ribaltando così, in modo plateale, i ruoli. Ecco che quindi, i sentimenti del bambino sono ignorati o tuttalpiù trascurati. Difficilmente riceverà da genitore più di quanto egli dia.
  • Madri con un sè privato ed uno pubblico: tipicamente, in società sono gentili ed educate ma in casa tendono ad essere abusanti. La comunicazione con i figli sono ambigue e ciò può causare discontinuità cognitiva ed emozionale; i possibili effetti di questo atteggiamento possono essere anche legati ad una personalità dissociate.

Anche se un genitore del genere arreca notevoli danni ai propri figli è bene evidenziare che tali genitori, non nascono così.  In alcuni casi, queste madri potrebbero aver avuto, a loro volta,  una madre narcisista (e quindi essere state anch’esse vittime), oppure aver subito altri soprusi. Ma forse, più ragionevolmente, queste madri non sono mai cresciute, ma sono rimaste in una sorta di narcisismo infantile ove non è stato possibile realizzare una delle verità fondamentali che ogni essere umano dovrà accettare ovvero: ‘il mondo non giro intorno a noi‘. Comunque, in tutti i possibili casi, è un problema della madre non del figlio. Compito del figlio è uno solo: affrancarsi.

In casi del genere, il sentimento predominante non deve essere mai la vendetta ma sempre e solo il recupero. E’ un lavoro difficile ma comprendendo a fondo il problema diviene possibile costruire, o meglio ri-costruire un’immagine interna materna da utilizzare ogni volta che serve, contrariamente all’immagine di una madre narcisista che chiede sempre, soprattutto quando ha bisogno.

Dinamiche tra coscienza e inconscio

Dinamiche tra coscienza e inconscio

Come si addestrano gli elefanti? Ce lo dice Coelho in un suo racconto: L’elefante e la corda.

Nel suo racconto, Coelho ci dice che da piccolo, l’elefantino viene legato con una corda molto robusta che a sua volta viene legata ad un palo altrettanto robusto. Il piccolo elefante, istintivamente cosa fa? Tenta di liberarsi. Ci prova per un certo periodo di tempo. Ci prova con tutte le sue forze che, ovviamente non bastano. I tentativi diminuiscono sempre più finchè si convince che non ci riuscirà mai, la corda è più forte e smette ogni tentativo. Si abitua all’idea che è così. Oramai la corda diviene parte integrante delle sue abitudini. Una cosa ineluttabile: lui, la corda, il palo. Da adulto, l’elefante ricorda quanto vani sono stati i suoi sforzi e il domatore può anche legarlo con una corda sottile: l’elefante non farà nessun tentativo per liberarsi anche se ora potrebbe. Non perché non ne avrebbe la forza, ma semplicemente perché ciò che manca è la forza mentale. Nel tempo si è abituato a vivere con poco spazio intorno a se e non fa nessun tentativo per cambiare questa cosa.

Ma, non accade la stessa agli esseri umani?

Cosa fa infatti la società per ‘addestrarci’?

La famiglia stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato e lo inculca nei propri figli. Con  il sistema di premi o castighi, queste ‘regole’ vengono imposte e introiettate. I bambini imparano a fare e a non ribellarsi.

I bambini che per loro natura sono liberi e spensierati (si muovono in base a principi ‘primari’ o in base al principio del piacere), tentano di evadere, ma i loro educatori indicano qual è la retta via. Quella ‘retta via’ diviene la corda dell’elefantino.

Da adulti, pur essendo liberi, pur avendo le forze per ribellarsi, spesso neanche ci provano. Tendono a starsene al ‘sicuro’ in quella finta gabbia che la società (l’addestratore) ha costruito e sono pochi coloro che si ribellano e cercano di realizzare la propria unicità.

Tutto questo ‘preludio’ ci conduce al nocciolo del discorso, l’inconscio e all’influenza che ha nel determinare non solo i comportamenti, anche altre cose che gravitano intorno alla nostra vita (i nostri gusti, le nostre abitudini, ciò che scegliamo, etc).Risultati immagini per coscienza e inconscio

Tutte le nostre scelte emotive vengono orchestrate dall’inconscio e capire come dialogarci ci permetterebbe di conoscerci meglio e se necessario ci permetterebbe di liberarci della corda che ci lega ad una serie di convinzioni e di credenze che potrebbero non essere in sintonia con la nostra reale essenza.

Immaginate quante cose potrebbe fare l’elefante senza quel condizionamento; immaginate cosa potremmo fare noi se comprendessimo a quali condizionamenti siamo stati sottoposti; scopriremmo le nostre reali aspirazioni, il nostro talento, le nostre reali emozioni: ci si aprirebbe un mondo di infinite possibilità. Tutto questo perché è appunto l’inconscio che determina una serie di fattori tra cui l’emotività e il coinvolgimento libidico verso persone o cose.

La natura delle emozioni, come tutti sappiamo, possono essere fonte di gioia oppure di sofferenza. Ma queste ‘sensazioni’ non appartengono all’inconscio, bensi alla coscienza. Solo la coscienza è in grado di collocarle basandosi su categoria come la ragione, il pragmatismo, la razionalità. Per l’inconscio esiste solo il coinvolgimento emozionale che in quanto tale non è né positivo né negativo. In altre parole le emozioni non vengono distinte tra il  bene e il male.

L’inconscio prende tutto (sia il bene che il male) e solo per una sorta di alimentazione emotiva anche se la coscienza, che percepisce costantemente la sofferenza, ne farebbe volentieri a meno.

Quante volte ci sarà capitato di essere allegri oppure infelici senza conoscerne le ragioni. Ebbene questo accade perché tutto ciò che ci appassiona, ci coinvolge, ci emoziona viene dall’inconscio. La personalità si forma attraverso il dialogo tra queste due istanze (conscio – inconscio) ovvero tra esigenze reali (devo alzarmi per andare a scuola) ed emotive (oggi preferisco andare a spasso). La quotidianità, così come realmente si dispiega per tutti noi, avviene grazie a come si dispongono queste due forze, ovvero tra il principio del piacere (primario e inconscio) e il principio della realtà (secondario e cosciente).

In questa eterna lotta, vince chi è più forte in quel momento.

Quante volte ci siamo detti: ’ora vado dal capo e gliene dico quattro?’.

Poi andiamo dal capo e …. Non diciamo nulla di ciò che avremmo voluto.

Questo ci conferma che ‘volere’ non coincide sempre con ‘potere’. Quando accade questo potremmo pensare che l’inconscio in realtà vuole altro, ma anche che ancora non siamo pronti. La coscienza si rafforza solo quando le idee o le convinzioni sono solide. Un po’ come una interrogazione a scuola. Solo se abbiamo studiato e ripetuto più volte, andrà bene. Una poesia, saremmo in grado di recitarla bene, se l’abbia imparata e ripetuta bene più e più volte. Questa è la dinamica della coscienza. Così funzioniamo. Se una determinata cosa ‘andare dal capo e dirgliene quattro’ è veramente consolidata, riusciremo a farlo. In caso contrario sarà l’inconscio a vincere. Vince ciò che è indifferenziato. Vince il principio del piacere;  quello che usa il meno sforzo possibile. Per andare dal capo e dirgliene quattro, ci vuole un certo spessore; finchè non lo abbiamo, non ci riusciremo.

Noi dobbiamo tener presente che il 95% o più del nostro cervello è rappresentato dal Sistema Nervoso Autonomo. Autonomo, ovvero, non gestito dalla coscienza. Respiriamo, reagiamo al caldo oppure al freddo, dormiamo, digeriamo, camminiamo, guidiamo etc. grazie al lavoro del SNA. La nostra coscienza non interviene.

L’inconscio funziona attraverso la ripetizione di ciò che abbiamo appreso. Ciò che ripetiamo continuamente è ciò che abbiamo appreso quando la coscienza ancora non era sviluppata completamente ovvero durante l’infanzia e l’adolescenza. Tutto ciò che abbiamo sperimentato risiede prevalentemente nell’inconscio e nella vita adulta non facciamo altro che ripetere. Un po’ come è accaduto all’elefantino di cui sopra. Ripetiamo ciò che abbiamo appreso inconsciamente (o con pochissima coscienza) e le nostre azioni sono guidate da quei meccanismi automatici.

Quante volte ci diciamo: non voglio fare come mio padre e poi, grazie anche all’analisi, emerge dolorosamente che facciamo anche peggio?

Questo perché la forza dell’inconscio, dell’automatismo, è formidabile e il lavoro per far emergere la coscienza lo è ancora di più (pensiamo alla fatica per imparare una poesia, oppure per andare dal capo). La tendenza dell’inconscio ci porta a ripetere (coazione a ripetere) al solo scopo di farci rivivere tutte le esperienze emotive accadute durante il processo di crescita (psico-evolutivo). Questo accade perché l’inconscio riconosce le emozioni a prescindere dalla loro qualità (buona – cattiva). Ma allora, quando facciamo ciò che facciamo, è la coscienza o l’inconscio che ci guida? Una possibile risposta: la coscienza esegue, l’inconscio ordina e questo perché tutto ciò che ci piace sta nell’inconscio.

Dinamiche tra coscienza e inconscio – Ma perchè soffriamo?

Il benessere e la sofferenza nascono dalla interazione tra le due istanze (C/I). La sofferenza psicologica avviene perchè tra le due istanze c’è un conflitto (principio del piacere contro principio di realtà). Mentre il benessere psicologico avviene quando non c’è  tensione ma armonia, dal momento che entrambi perseguono lo stesso obiettivo.

Da tutto ciò abbiamo compreso che il benessere c’è quando l’inconscio non si oppone.  Quando ciò accade, tutto diventa facile e gioioso. Ma perché accade?

Perché stiamo andando incontro ai nostri reali bisogni e desideri. Stiamo facendo cose grazie al nostro naturale talento e non ci sono resistenze inconsce in opposizione. Non stiamo ripetendo nulla, siamo semplicemente noi.

Neuroplasticità e cambiamento

Neuroplasticità e cambiamento

Quante volte sentiamo frasi del tipo: ‘Io sono fatto così’, oppure ‘..lo sai com’è fatto’ e via dicendo. Ci siamo chiesti come mai? E poi, è mai possibile che non sia possibile cambiare? E’ possibile ‘… piantarla di essere come si è’, in particolare laddove da ciò dipende un continuo disagio e infelicità per noi e per chi ci sta intorno?
La risposta ovviamente è affermativa ma per comprendere come trasformare il pensiero e di conseguenza il nostro comportamento, è necessario capire come si forma.
Il nostro cervello, nella sua neuro-fisio-anatomia, è composto da cellule, detti neuroni e ce ne sono veramente tanti, qualcuno ipotizza da 30 a 100 miliardi. Ogni neurone si collega con altri neuroni (pare, che un neurone potrebbe (nella sua massima potenzialità) collegarsi con altri 100 milioni di suoi simili (è come se ognuno di noi potesse parlare contemporaneamente al telefono con altre 100mila persone). Il ‘collegamento’ avviene attraverso un meccanismo chiamato sinapsi.

 

La totalità di  questi collegamenti formano le ‘reti neuronali’. Tutto ciò che di noi ci riporta a qualsiasi altra cosa, come un pensiero, un ricordo, una particolare abilità etc. lo dobbiamo alle reti neuronali che, come abbiamo visto, sono ‘gruppi di neuroni’ collegati tra di loro.
Ogni essere umano ha le sue reti neuronali; si sono formate nel corso della propria vita, esclusivamente in funzione delle proprie esperienze. Quindi, la famiglia, l’ordine di nascita, la scuola, gli amici, gli eventuali traumi e i suoi effetti, il tipo di studi, le critiche e gli incoraggiamenti, insomma, tutto ciò che abbiamo vissuto, stabilisce quale neurone si è collegato con chi e come si sono formate la reti neuronali presenti nel nostro cervello. Sempre a proposito di numeri, sembra che il numero di reti neuronali che il nostro cervello sia in grado (nella sua massima potenzialità) di fare sia un numero enorme, ovvero 10 seguito da un milione di zeri. Veramente impressionante. Nell’universo non esiste nulla di più complesso del nostro cervello.
Ciò che siamo, lo siamo in funzione delle reti neuronali. Esse ci rappresentano. Tutto ciò che accade o potrebbe accadere, altro non è che l’espressione di queste reti e delle loro interconnessioni. Le reti si costruiscono da quando nasciamo, ma alcune vengono ereditate. Come l’inconscio personale che è la somma delle esperienze individuali e l’inconscio collettivo della specie.
Noi reagiamo in risposta ad uno stimolo e per comprenderlo, ricorriamo alle reti, che ci permettono una interpretazione. Quindi, uno stimolo fa si che nel cervello si attivino reazioni chimiche (sinapsi ad esempio); tale reazione produce una controreazione che può essere reattiva (un colpo di luce colpisce la retina? La controreazione è chiuderla) oppure emotiva che a sua volta riceverà una risposta, presumibilmente congruente.

Neuroplasticità e cambiamento – Opinioni e/o preconcetti

Può accadere che più reti siano interconnesse in modo stabile e duraturo. Quando questo accade, la reazione è quasi sempre la stessa. In questo caso le connessioni sono solide e difficili al cambiamento. In questi collegamenti possiamo racchiudere tutto ciò in cui crediamo, ad esempio le opinioni, ma anche le cose apprese. Ma in merito alle opinioni, queste divengono stabilizzate, consolidate, cristallizzate e quindi, per noi, indiscutibilmente vere. I circuiti neuronali si sono rafforzati a tal punto che è difficile alleggerirli. Difficile, ma non impossibile.
Finalmente siamo arrivati al punto oggetto del presente articolo: la neuroplasticità.
In altre parole, se è vero che un circuito neuronale può rafforzarsi, è anche vero il contrario, ovvero tali circuiti possono sciogliersi. In questo caso le reti, non più alimentate, perdono consistenza, si sfilacciano, si staccano e l’opinione che avevamo di quella persona, di quel partito, di quella squadra di calcio, etc, cambia.
Il nostro cervello funziona in modo tale da mantenere saldamente le nostre credenze, tende più a confermare che per il suo contrario. Se crediamo in una cosa, ad esempio un ideale politico, o l’opinione che abbiamo di una persona, ci rifiutiamo di vedere indizi che metterebbero in dubbio la nostra idea. Le discrepanze ci sono, lo percepiamo ma non le vogliamo vedere. Come dicevamo, il cervello funziona così e lo fa per farlo lavorare il meno possibile, per risparmiare.
Per favorire il cambiamento, potrebbe essere utile mettere in discussione la situazione attuale. Ciò facendo diviene possibile verificare l’esistenza di nuove prospettive non solo sul fatto in questione, ma anche su se stessi. Questa nuova impostazione fa maggiore chiarezza in noi stessi e permette la creazione di nuove reti neuronali e quindi il formarsi di nuove idee e opinioni.
Laddove diviene impossibile sradicare paure, pregiudizi e opinioni perché nascoste e schiacciate dalle resistenze, allora occorre valutare l’ipotesi di una psicoanalisi, l’unica in grado di penetrare nella profondità dell’inconscio e liberare antichi blocchi, permettendo una presa di coscienza liberatrice.

Perché non andare da uno psicologo

Perché  non andare da uno psicologo

perchè no allo allo psicologoSembra diventato un luogo comune che porta spesso le persone in terapia a dire, riferendosi ad amici o colleghi: ’Dottore, e meno male che dallo psicoanalista ci vado io…’, lasciando intendere che ben altre persone dovrebbero andarci.

Vero o non vero, è indubbio che molte persone, pur  avendo problemi di natura psicologica, non vanno dallo psicologo, anche se (e molti studi scientifici lo hanno ampiamente dimostrato) ne trarrebbero vantaggi e miglioramenti.

Perché  non andare da uno psicologo – motivi per non andare

Di seguito cercherò di elencare alcuni motivi (non tutti ma spero esaustivi) che vengono usate per non considerare lo psicologo una possibile soluzione ai nostri problemi.

Perché  non andare da uno psicologo – Non ne ho bisogno

Molte, moltissime persone ‘resistono’. Sono persone che hanno sempre risolto i loro problemi. Eppure, ci sono alcuni problemi che non è possibile risolvere da soli. Anche noi terapeuti, a volte, ci rivolgiamo ai nostri colleghi. Molti miei pazienti, nel corso del primo incontro mi dicono: ‘dottore, è più di un anno che ho questo problema. Ho tentato di risolverlo oda solo. Non ci sono riuscito. Mi arrendo. La prego, mi aiuti’.

Perché  non andare da uno psicologo – Non sono matto

Lo psicologo non cura i matti. I cosiddetti ‘matti’ hanno patologie molto gravi e spesso le cure sono solo farmacologiche e in presidi sanitari ben precisi. I professionisti della salute mentale si distinguono in:

  • neurologo – cura persone con danni neurologici tipo ictus, epilessie, malattie traumatiche (frattura cranio, lesione interna al cervello, etc), i cui sintomi possono essere: disturbi dell’attenzione nel caso di trauma al lobo frontale, alterazione del carattere, disturbi della memoria; Malattia di Alzheimer, demenze, etc.
  • psichiatra: cura il disagio attraverso il riequilibrio degli eventuali scompensi chimici del cervello. Elettivamente attraverso l’uso dei farmaci, tenta un riequilibrio dei neurotrasmettitori coinvolti nel disagio. Ad esempio nella depressione, lo scompenso è dovuto alla serotonina e quindi lo P prescrive uno psicofarmaco teso ad incrementare l’attività di questa sostanza;  lo psichiatra può esercitare anche la psicoterapia.
  • psicologo specializzato in psicoterapia: cura i disagi, senza l’uso di farmaci, relativi all’ansia, depressione nevrotica, dipendenze, attacchi di panico, insomma le nevrosi e gli eventuali problemi di natura relazionale, etc.

Perché  non andare da uno psicologo – Dura troppo tempo

In questo caso dipende da molti fattori, primo fra tutti la capacità e volontà al cambiamento. Le terapie possono anche durare poco tempo, dipende dagli obiettivi che ci si pone. Nel caso di sintomatologie specifiche può anche durare pochissimo tempo. Se invece si vuol intraprendere una psicoanalisi, la durata dell’intervento è assolutamente non prevedibile.

Alla domanda della maggior parte dei pazienti: ‘ma, quanto dura?’ , nessun professionista è in grado di rispondere, perché ogni essere umano è unico, quindi unico è l’intervento. Tuttavia non è vero in ‘assoluto’ che dura tanto tempo, perché dipende da tanti fattori. Il raggiungimento del benessere psicologico deve poggiare su basi realistiche, quindi è necessario tempo, pazienza, molta fatica e tanto impegno. Una cosa che non deve mancare è la fiducia. Se lo psicologo non ve ne ispira, cambiate, ma ricordate che non è un mago. Tuttavia sappiate che a volte capita, anche nel corso di 2-4 sedute, che il paziente riesca  a trovare gli spunti necessari per uscire dal pantano e continuare da solo.perchè non andare dallo psicologo

Perché  non andare da uno psicologo – Cosa penserebbero gli altri

Anche qui, vale lo stesso principio del divorzio. In passato ci si vergognava, oggi paradossalmente, potrebbe capitare di vergognarsi del contrario. Anche per lo psicologo le cose sono cambiate: il consenso nei confronto di questa professione e dei suoi fruitori è totalmente diverso. L’accettazione è ormai pressoché totale. Tuttavia esistono ‘sacche di resistenza’ ma il fruitore di questi servizi sappia che il professionista è tenuto a non rivelare mai i dati del paziente e soprattutto il contenuto delle sedute (salvo una eventuale e specifico consenso).  Questo accade anche per il minore. Ai genitori dei minorenni (a cui si richiede una specifica autorizzazione) dico sempre che non rivelerò nulla dei nostri incontri salvo specifico consenso del minore. Infine, sarà sempre il paziente che rivelerà (o meno) il percorso, quindi basterà non comunicarlo. Una cosa curiosa ma forse anche abbastanza ovvia, molti miei pazienti sono stati inviati da altri pazienti.

Perché  non andare da uno psicologo – Ma funzionerà?

Le aspettative sono sempre tante. Una volta che decidiamo di lasciare la torre però, non dobbiamo attenderci che sotto ci sia un tappeto rosso ad attenderci. Sotto c’è quello che hanno tutti e noi siamo esattamente come gli altri.

Il fatto che la terapia debba funzionare è sicuramente un’aspettativa legittima.

Tuttavia come è ovvio che sia, lo psicologo non ha il potere di guarire come per magia. Lo psicologo non è in grado di convincere l’altro a lavorare su di se e di fidarsi. Spesso i pazienti non si fidano e attendono il click che li convinca. Solo allora cominciano a lavorare seriamente. Molto illuminante l’esempio di Jung in merito al sogno dello scarabeo d’oro.  Se quindi si desidera avere certezze al 100% sul risultato è bene verificare le credenziali del professionista (basta vedere l’albo di appartenenza), richiedete e fate un primo colloquio durante il quale potrete farvene un’idea  ma, fate attenzione alle vostre paranoie, nel senso che se siete sospettosi anche dell’aria che respirate, forse anche il terapeuta che state consultando potrà non convincervi. In tal caso, provate ad affidarvi, cercando di instaurare una buona relazione gestendo le vostre diffidenze e correndo qualche rischio.  

Perché  non andare da uno psicologo – Costa troppo

Tutto ha un costo, anche l’onorario di un professionista. Onorario, che, va ricordato, è il più basso dei professionisti sanitari. Una seduta, di circa 50, 55 minuti costa mediamente 60-80€. Quanto costa una visita di qualsiasi altro professionista impegnato per la stessa durata? Molte, moltissime persone non vivono sereni, non sono felici, non dormono, hanno paura di guidare, di prendere un aereo, etc limitando di molto la propria vita e quella delle persone vicine. Investire sul proprio benessere è il primo passo per guarire e migliorare il proprio e l’altrui stile di vita.

Perché  non andare da uno psicologo – Farmaci

Raramente il solo farmaco risolve definitivamente il problema, dal momento che se il problema è di natura psicologica, dopo un po’,  tutto torna come prima. Se il problema è psicologico (e non frutto di uno scompenso biochimico) l’uso del farmaco è temporaneo ed esclusivamente di supporto. Inoltre, come dicevo prima, il suo uso è rarissimo. Io raramente ho suggerito una visita psichiatrica ma quando l’ho fatto era necessario ed è sempre stato utilissimo.  Se nel corso del primo o dei primi incontri non è accaduto l’incantesimo della guarigione, sappiate che affinchè si cominci a star bene è necessario che tra paziente ed analista si sia instaurata una ‘relazione’ terapeutica.  

Perché  non andare da uno psicologo – Preferisco parlare con un amico

Lo psicologo non ascolta passivamente e non da ‘buoni consigli’. Alcuni amici hanno indubbiamente delle buone capacità di ascolto e sanno essere anche molto empatici. Ma un professionista della salute, ad esempio uno psicoterapeuta ha una formazione di almeno 10 anni  (3+2 per la laurea, 1 di apprendistato, almeno 4 di specializzazione). Inoltre ad esempio lo psicoterapeuta psicoanalista, altre alla formazione di cui sopra, fa un’analisi personale  di 200-400 ore (4-8 anni). In tutto questo tempo ha acquisito competenze tecniche e scientifiche enormi e grazie anche alla propria analisi, capacità empatiche (derivanti da una conoscenza di se stessi approfondita) molto utili da utilizzare nella professione.

Perché  non andare da uno psicologo – conclusione

Quindi, tutto sommato, vere difficoltà non esistono. Ciò che esiste può essere annoverato nel capitolo dei pregiudizi, idee errate, errori cognitivi, credenze oramai obsolete, etc).  Le pseudo ragioni citate sopra potrebbero allontanare la possibilità di trarre vantaggio da un intervento psicologico che potrebbe consentirci di star bene con noi stessi e con tutto ciò che ci circonda.    

Potrei aggiungere altri motivi ma credo siano sufficienti. Dubito che questo articolo riesca a convincere i narcisisti e le persone estremamente diffidenti, ma spero di aver dato qualche spunto di riflessione. Oltre alla lettura di questo articolo credo possa essere utile leggerne un altro ovvero, al suo contrario un video che spieghi meglio perché dovrei andare dallo psicologo e cosa rimane dopo una seduta.

Sono perennemente indeciso

Sono perennemente indeciso

sono perennemente indecisoC’è una bella differenza tra l’eterno indeciso e colui che ha il sacro tarlo del dubbio.

Il primo è colui che chiede a tutti consigli e poi non ascolta nessuno, anzi, la sua confusione aumenta; tende a lamentarsi sempre e con tutti mentre farebbe meglio a starsene solo con se stesso ed ascoltare il suo mondo interno; considerando che il nostro sistema nervoso è estremamente complesso, il problema della indecisione potrebbe risiedere nel fatto che non ci siamo posti la giusta domanda e quindi, come facciamo a decidere se partiamo da domande errate? Sempre il primo tende a giudicarsi e ovviamente sempre male mentre dovrebbe semplicemente attendere con fiducia che la soluzione compaia semplicemente e comunque mai avere rimpianti. La scelta fatta, proprio perché è stata fatta, è necessariamente quella giusta. Inutile e insensato avere rimpianti. Il corso della vita ci cambia dopo ogni decisione e nel bene o nel male, quella è la strada intrapresa e va  rispettata (anche perché non si torna indietro).

Sono perennemente indeciso – come decidere

Decidere qual è la cosa giusta è per alcuni la cosa più facile del mondo, mentre per altri un tormento.

La nostra vita è fatta da decisioni continue. Alcune di esse sono facili e oramai  automatiche mentre altre, in particolare quelle frutto di imprevisti o fatti nuovi, necessitano di una elaborazione interiore.

Decidere bene è importante proprio perché da esse dipende buona parte del nostro benessere, messo spesso in difficoltà da decisioni sbagliate, affrettate, lente oppure addirittura non prese.

Ma noi come siamo, decisi o indecisi? Perché a volte facciamo difficoltà a prendere una decisione? Come si fa ad essere più determinati? Quali sono i meccanismi che si celano dietro questo processo mentale così importante per ognuno di noi?  

Molte persone si definiscono indecise o perennemente indecise ma, anche loro (lo ammettono) alla fine una decisione la prendono, anche perché la vita, la quotidianità ci impone continuamente di prendere decisioni.

Incredibilmente decidiamo anche nella vita intrauterina, dal momento che alcuni studi sostengono che siamo in grado di scegliere quali suoni ci piacciono di più.

Dal momento che iniziamo e concludiamo la nostra giornata prendendo continuamente una serie di decisioni potremmo, forse riduttivamente affermare che viviamo decidendo e decidendo viviamo. Ogni qualvolta che dobbiamo risolvere un problema lo facciamo decidendo cosa fare e nel farlo saremo concordi nel sostenere che la decisione, alla fin fine si poggia su poche alternative. Quindi decideremo scegliendone una. Come conclusione del discorso, dal momento che scegliamo tra diverse alternative, il problema dell’indecisione dovrebbe esaurirsi imparando a risolvere i problemi.

Vorrei però aggiungere un punto fondamentale che sta alla base di ogni processo decisionale. La decisione viene più facilmente ponendoci una domanda, quella giusta. La vita ci offre infinite sfide (cambio lavoro, sposarsi, separarsi, in quale città vivere, fare figli, etc). Alcuni di questi ‘problemi’ non sono vissuti come tali e quindi la decisione non rappresenta nessuna difficoltà. Altre invece, impongono una maggiore riflessione.

Ad esempio, decidere di separarsi, oppure cambiare un lavoro. In questi casi, porsi una giusta domanda aiuta moltissimo il processo decisionale.

In merito alla separazione, una possibile domanda potrebbe essere: ’se mi separo, tra un anno sarò più felice?’; in ambito lavorativo: ‘se rimango in questa azienda, tra un anno ancora ci sarà?’, etc

Facciamoci la giusta domanda e dalla / dalle risposte che ci daremo, sicuramente decideremo in modo più consapevole.

Un altro aspetto del decidere è legato ad un atteggiamento innato dell’essere umano che Freud ha chiamato principio primario. Tutti avrete notato come i bambini piccoli quando vogliono una cosa, la vogliono e basta. Se non arriva, cosa fanno? Piangono. Non prendono minimamente in considerazione i bisogni degli altri. Rispondono esclusivamente al principio del piacere: voglio quella cosa: punto. Crescendo, i bambini cominciano a capire che non tutto si può avere (principio della realtà).

Quando non riusciamo a decidere quindi, ci troviamo di fronte al ‘ritorno’ dall’inconscio del principio del piacere: voglio tutto e subito, contrastato però da quello della realtà. Questo conflitto mette il soggetto in una situazione di stallo.ansia

Sono perennemente indeciso – decido ora oppure dopo

Chi decide subito, tendenzialmente, usa l’inconscio. Nessun filtro operata dalla parte razionale (la coscienza). Quando noi dobbiamo decidere tra Maria e Antonella, il nostro inconscio ha già deciso; se non riusciamo a decidere evidentemente la parte razionale sta ancora valutando.

Però non dobbiamo commettere l’errore di pensare che tutti i decisionisti siano avventati. Molti ‘decisi’ hanno fatto un bel lavoro su se stessi, si conoscono, sanno molto bene cosa vogliono e cosa non vogliono.

Immaginiamo che Marco deve decidere se intraprendere una relazione a distanza, cosa che non ha mai fatto prima. Mentre Matteo, questo problema non lo ha, lo ha già fatto e ha scoperto che non gli piace e quindi decide subito per il  no.

Quindi dovendo decidere, occorre fare molta attenzione a decidere facendosi guidare dai bisogni ma solo da quelli giusti per se. Matteo ha capito che una relazione a distanza non fa per lui e quindi non ha nessuna difficoltà nel decidere. Marco decide basandosi sul presente mentre Matteo ha uno sguardo sul futuro.

Alcuni sostengono che bisogna lavorare per vivere un bel presente, altri invece cercando di fare una previsione sul futuro. Chi dei due ha ragione? Tutti e nessuno. Ognuno segue la propria prospettiva.

Sono perennemente indeciso – gli indecisi cronici

Sono coloro che, pur avendo valutato pro e contro, pur avendo fatto accurate riflessioni, pur avendo avuto consigli rassicuranti, rimandano la decisione.  Questi soggetti rimandano perché temono di non poter tornare indietro, nel caso che la decisione dovesse risultare, oppure essere considerata errata. Non avere chance, una volta presa la decisione, di tornare indietro (cambio lavoro, vado a lavorare in un’altra azienda. Ma se va male, se mi trovo peggio, posso tornare indietro?). Chi non decide, corre il rischio che altri decidano per lui.

Chi infine, non riesce a decidere oppure ogni volta che deve prendere una decisione più o meno importante entra in ansia, potrebbe valutare di chiedere un aiuto e la psicoterapia è in grado di stabilire un equilibrio tra il processo primario del principio del piacere e quello secondario del principio di realtà.

LA DEPRESSIONE POST-PARTUM

La depressione post-partum

depressione post partumLa gravidanza  cambia la vita della donna, della famiglia, della coppia. In tutta la vita di una donna, la gravidanza viene considerata forse quella con un più alto grado di affettività. Rappresenta appunto uno snodo centrale nella esistenza della donna: infatti segna in modo unico, l’esistenza della donna e del suo partner. Dal punto di vista psicologico, dalla situazione di figlio, si passa a quello di genitore.

La donna, oltre ad avere trasformazioni fisiche, ha anche cambiamenti interiori a cui occorre dare un particolare ascolto. I sentimenti non sono esclusivamente di felicità, ma possono essere anche di tristezza  e paura. Le donne più vulnerabili potrebbero non essere in grado di ‘reggere’ e potrebbero, quindi, sperimentare anche un periodo di depressione più o meno lungo e doloroso.

La depressione post-partum: dopo il parto o  BABY BLUESdownload

Subito dopo il parto, la neo-mamma potrebbe vivere un momento di marcata tristezza  (malinconia) della durata di qualche giorno. Il termine Maternity Blues (o baby blues – malinconia) lo dobbiamo a Donald Winnicot (pediatra e psicoanalista inglese) e descrive uno stato di disagio psicologico subito dopo il parto. Questo disagio coinvolge circa l’85% delle partorienti e descrive una sorta di lieve depressione dovuta a diversi fattori tra cui: alterazione del ciclo sonno veglia; cambiamento fisico; senso di inadeguatezza, pianto immotivato;   inquietudine; disturbi dell’ alimentazione; stanchezza; etc. per qualche giorno noteremo un alternarsi della gioia per la maternità a momenti di leggera depressione che, grazie al sostegno del persone vicine, in poco tempo tende a scomparire.

La depressione post-partum: dopo il parto – depressione vera e propria

Il termine viene dal latino (dopo il parto) e, diversamente dal baby blues, dura molto di più e potrebbe manifestarsi anche con forme di psicosi. Coinvolge circa il 10-20% delle partorienti; tale percentuale aumenta in caso di gravidanze successive. Questo tipo di depressione è ben più grave e può durare anche un anno. I sintomi comprendono tutti quelli descritti sopra ma in modo più persistente:

I disturbi del sonno, possono trasformarsi in insonnia o al suo contrario in sonno eccessivo;

il leggero pianto può divenire disperato, eccessivo, inconsulto;

si ha un’esagerata e immotivata paura di far male al bambino o, al contrario, non se ne ha nessun interesse;

l’umore cambia spesso e improvvisamente.

La depressione post-partum: cause

Al momento non esiste una spiegazione definitiva. Alcuni studi sono a favore di un cambiamento ormonale (calo di progesterone ed estrogeni).

Sul fronte psicologico invece abbiamo problematiche relative al contesto sociale, ai cambiamenti fisici, al carico di nuove responsabilità, etc. ”.

La depressione post-partum: dopo il parto – psicosi

In questo caso, la depressione è molto grave e le cure sono prevalentemente mediche.

La sintomatologia è ben più grave delle due precedenti. Siamo in presenza di confusione mentale, stati di agitazione, paranoia, insonnia tendenze suicide, allucinazioni, etc. Le tendenze suicide possono essere accompagnate da tendenze omicide verso il bambino. Le statistiche però sono confortanti, dal momento che questi casi sono dello 1 x 1000.

La depressione post-partum: dopo il parto – prevenzione

Esistono delle cause naturali (fisiologiche) ma è possibile fare opera di prevenzione agendo sulla sfera psichica e con il coinvolgimento di tutto l’entourage sociale che gravita intorno alla donna (partner, genitori amici, etc). Nei primissimi giorni del rientro in casa, potrebbe essere utile moderare il numero dei visitatori,  avere una buona alimentazione, limitare le eventuali tensioni interne alla famiglia, avere un ascolto empatico e realistico di ciò che sta accadendo.

Ovviamente la prevenzione vera e propria va fatta prima. Le donne più vulnerabili potrebbero avvantaggiarsi usufruendo di tutta una serie di servizi (percorsi di accompagnamento alla nascita) in grado di offrire alle neo mamme (o alle mamme con un passato di depressione post partum), tutti gli strumenti necessari a pre-venire, ciò che accadrà attraverso una condivisione delle informazioni, delle strategie, delle emozioni e bisogni.  Tutti i fattori di rischio vengono analizzati, affrontati e per ognuno di essi verrà messo in campo la strategia più idonea. La mamma deve poter contare su una rete di solidarietà forte e stabile anche perché verrà insegnato che è possibile chiedere aiuto (la famiglia di origine, al partner, agli amici, etc) .

La maternità non è sempre come ce lo fanno vedere i media, un periodo di gioia e di felicità, dal momento che può presentare delle increspature. E’ un periodo complesso (per le neo mamme, unico e di cui non si ha esperienza diretta). Aumentando la consapevolezza di questa unicità, è facile diminuire sensibilmente i sensi di colpa (non sono/sarò una buona madre) accettando la propria scarsa esperienza e imparando, come dicevo prima, a chiedere aiuto, ricevendo ciò che serve veramente: comprensione, sostegno e coraggio.

La depressione post-partum: dopo il parto – cura

Il supporto medico è condizionato dalla gravità (baby blues, depressione oppure psicosi). Quindi il medico potrebbe avvalersi di ansiolitici, antidepressivi oppure antipsicotici (nei casi più gradi l’allattamento verrà interrotto). In ambito psicologico, la psicoterapia rappresenta la terapia di elezione meglio se accompagnata da terapia rilassanti, come ad esempio il training autogeno.

Disturbo Post Traumatico acuto da stress

dptDisturbo post traumatico da stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, ed il Disturbo Acuto da Stress presentano una sintomatologia molto simile; ciò che li differenzia in tal senso è la durata dei sintomi. Non esistendo linee guida specifiche e definite per la psicoterapia del Disturbo Acuto da Stress, si ritiene utile sottoporre le persone che ne soffrono a trattamenti psicoterapeutici simili a quelli utilizzati per il Disturbo Post Traumatico da Stress quali la psicoterapia cognitivo comportamentale (sintomi) e la psicoterapia psicodinamica (processi). E’ sempre più diffusa a livello clinico, l’idea che un trattamento precoce del Disturbo Acuto da Stress possa ridurre le possibilità che esso evolva in una forma cronica di Disturbo Post traumatico da Stress.

Nello specifico del trattamento immediato del Disturbo Acuto da Stress, vediamo che esso dovrà essere articolato su più livelli. Innanzitutto è necessario curare eventuali ferite o lesioni organiche e tenere sotto controllo sintomi cardiocircolatori come ipertensione ed aritmie cardiache che potenzialmente, possono essere letali. E’ quindi necessario controllare lo stato acuto di ansia, agitazione ed irritabilità, i sintomi dissociativi e proteggere il sonno della persona. Si può intervenire in questa fase con psicofarmaci ansiolitici e antipsicotici a basso dosaggio. Sono utili anche per prevenire rischi psicopatologici legati a gravi disturbi dell’umore, con particolare riferimento agli esiti possibili di una depressione maggiore, antidepressivi e stabilizzatori dell’umore.

E’ necessario però non confondere un processo di lutto che avrà in generale la sua naturale risoluzione con l’esordio della depressione che consegue ad un trauma, per quanto tale distinzione non sia molto semplice e richiede prolungati contatti con la persona traumatizzata.

Come vedremo più avanti per la psicoterapia, anche un trattamento farmacologico troppo precoce per la depressione, prima che il processo di lutto si sia concluso attraverso tutte le sue fasi, può essere deleterio, perché non avrebbe senso comprimerlo o accelerarlo a forza, poiché ogni persona ha i suoi tempi che dovranno sempre essere rispettati. Affinché il lutto si compia in seguito ad un evento traumatico, come una violenza sessuale o fisica, o la perdita improvvisa di un proprio caro, una catastrofe naturale, … è necessario che la persona passi attraverso una serie di fasi, quali un’esperienza acuta di angoscia e di disperazione, il confronto con la situazione che si è vissuta ed il nuovo assetto, per arrivare poi alla risoluzione, cioè al superamento del dolore psichico normale connesso all’esperienza drammatica vissuta.

Soffocare il lutto con dei farmaci potrebbe comportare in seguito la necessità di confrontarsi con la stessa esperienza, quando la situazione interna non è favorevole e le difese non sono più quelle appropriate, cosa che darebbe luogo ad un’angoscia insormontabile che potrebbe provocare una fuga dalla reale elaborazione intrapsichica dell’esperienza, che verrebbe ingoiata senza essere metabolizzata con ulteriori e successivi evitamenti.dpt incidente

Un aspetto fondamentale di ogni esperienza traumatica è che essa scatena una serie di meccanismi di difesa di tipo fobico quali innanzitutto l’evitamento, che può generalizzarsi a tal punto che il soggetto può  cercare di evitare di ascoltare o/e pronunciare alcune parole collegate al trauma perche possono scatenarne il ricordo e l’emozione di paura ed impotenza ad esso connessa vissuta dal soggetto.

In una prima fase del trattamento di un soggetto affetto da Disturbo Acuto da Stress è poco utile cercare motivazioni profonde mentre è necessario cercare di aiutarlo a riprendere il prima possibile in mano la propria vita, affrontando le paure da cui è paralizzato con una psicoterapia per “evitare” che i sintomi di evitamento, oltre a quelli tipici come l’insonnia si cronicizzino in un disturbo post traumatico da stress. Poiché ogni trauma è scatenato da un evento critico ma non tutte le persone che vivono un evento o esperienza critica presentano poi un Disturbo Acuto da Stress o un Disturbo Post Traumatico da Stress, è evidente che in alcuni individui è presente una personalità con alcune aree di vulnerabilità che le predispongono maggiormente di altre a rispondere in un certo modo, legate tanto ad esperienze precedenti e non ben integrate avute nel corso del proprio sviluppo, in particolare nei primi legami di attaccamento, ma anche alle zone di sé oscure,  la cui conoscenza potrebbe rafforzare il soggetto ed aiutarlo a migliorare i suoi meccanismi di difesa. Per questo motivo, una volta attutita la sintomatologia acuta legata all’evento traumatico, sul lungo termine, per evitare risposte traumatiche ad eventi critici ma tipici della vita, oltre a migliorare la capacità di evitare per quanto possibile ulteriori traumi, riconoscendo quelle situazioni che potrebbero causarli, è utile una psicoterapia ad orientamento psicodinamico che consenta di esplorare quelle zone della propria personalità vulnerabili ed integrarle nella personalità complessiva. Si tratta di zone inconsce che non riuscendo a dialogare con la nostra coscienza, la influenzano però facilmente in modo negativo soggiogandola orientando anche i nostri comportamenti in modo diverso da come in effetti vorremmo, facendoci anche magari esporre  a situazioni per noi rischiose e potenzialmente traumatiche.  

Può essere utile un approfondimento in merito al trauma e ai primi studio psicoanalitici iniziati sa Freud

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Non sono mai soddisfatto di me

Quante volte ci siamo detti: non sono soddisfatto di me!

Chi più, chi meno, ma tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo fatto questa riflessione.

Una volta fatta questa constatazione però, qualcuno ha poi, dopo una opportuna rielaborazione, fatto qualcosa e le cose sono cambiate. Altre invece non hanno fatto nulla e le cose sono rimaste com’erano, ma il tutto è stato archiviato con una scrollata di spalle.

In questo articolo vorrei parlare però di quelle persone che ‘viaggiano’ perennemente con questo senso di insoddisfazione. Un senso che non molla, non da tregua, non da scampo.

Un sensazione che ha effetti sul corpo (stanchezza, depressione, fiacca, malavoglia per ogni cosa) e sulla mente (tristezza, disistima, senso di inadeguatezza, malumore, irrascibilità, …) che spesso, troppo spesso, viene sottovalutata, archiviata momentaneamente come una cosa fastidiosa (una mosca che si posa sulla mano) oppure come invalidante (un elefante che ci passa sopra).

Viviamo in un contesto, in un mondo, in un arco temporale, … ove tutto è possibile. Tutto ma anche il suo contrario. Allora se tutto è possibile, anche trovare il modo per essere soddisfatti, sta nelle potenzialità di tutti.

Ma se commettiamo l’errore di vedere l’erba del vicino, la nostra ci parrà sempre meno verde.

Quando non abbiamo ciò che desideriamo, quando il nostro umore non è quello che vorremmo, quando le emozioni che proviamo sono diverse da quelle che vorremmo, quando non … etc, allora siamo insoddisfatti.

Vorrei escludere dalla discussione situazioni ove il sentimento di insoddisfazione abbia senso, come ad esempio nelle situazioni concrete (perdita di un lavoro, un amore, la salute, etc).

Focalizziamoci su quelle situazioni ove l’insoddisfazione ha una natura esistenziale.

Una natura del tipo: non sentirsi importante per nessuno, non sentirsi amati oppure di appartenere ad un gruppo, percepire la propria vita come noiosa, …

Ma anche, sentirsi come si sentono certe persone (forse un po’ snob) che non sono nè appagate né contente pur avendo, ad esempio, anche una ‘bella’ vita, appagante e piena di fatti che gratificherebbero tutti, tutti meno loro, perché in loro c’è sempre qualcosa che ‘…. manca.

Questi strani personaggi proprio non ce la fanno, nonostante tutto, ad essere felici. Perché? Perché sono alla ricerca della perfezione assoluta e la felicità sempre e comunque è una cosa che prima o poi arriverà, ma di certo non ora, non in questo momento, mai in un ‘presente’. Persone che non sanno vivere le emozioni per quello che sono, semplici ed elementari, come un bicchiere d’acqua fresca; per loro le emozioni dovrebbero essere simili al più raffinato dei cocktail che ovviamente nessun barman ha ancora creato. Per loro la realtà non è mai appagante perché per loro, nella loro mente, c’è ben altro, rispetto a ciò che c’è ora; il loro ‘ben altro’ ha ovviamente la connotazione di una grandiosità che non trova mai un riscontro terreno, appartenendo forse ad un qualcosa di ‘ideale’ che, come tale, non esiste ne mai esisterà (infatti l’ideale è e rimane ‘l’essere che non è’. Per questi soggetti (fortunatamente non tutti gli insoddisfatti), chi si ‘contenta’ dell’acqua fresca, non può che essere un mediocre, rendendosi quindi, tra l’altro, odiosi e antipatici. Chi, rispetto a questo tema, reagisce nel modo descritto, ovvero in modo snobbistico, può solo sentirsi completamente appagato da un qualcosa che, come dicevamo prima, non può che essere speciale.

Tali persone però, in fondo hanno una scarsissima autostima. Raramente hanno la reale percezione del loro reale valore e la grandiosità delle loro aspettative (mai realizzabili) che in realtà tradisce solo la consapevolezza che la loro autostima vacilla continuamente. Anche per questi soggetti, la soluzione è sempre la stessa: vivere come un comune mortale che si sa, è limitato  e limitante.

Ma quando accade che l’insoddisfazione diviene più lacerante?

Quando qualcuno (o noi stessi) o qualcosa ci impedisce la piena gratificazione dei nostri desideri.

Quando poi queste insoddisfazioni non vengono percepite dagli altri, possono manifestarsi alcune somatizzazioni anche  invalidanti.  Un possibile esito lo troviamo anche nella depressione, in particolar modo quando per qualsivoglia motivo si decide di rinunciare a lottare.  

Positività della insoddisfazione

Quando abbiamo fame, ci sentiamo insoddisfatti e questo ci induce a pranzare tutti i giorni, anche più volte al giorno. Tutto ciò ci spinge anche a fare di tutto per avere i mezzi per garantirci la soddisfazione di questa esigenza primaria.

Se non facciamo l’amore oppure un nostro progetto non si è realizzato, torniamo ad essere insoddisfatti, almeno fino a che …

 Tutto è un giro vizioso (o virtuoso). L’insoddisfazione innalza la tensione finchè non avviene la scarica e proprio in quel momento, forse per poco, siamo felici. La felicità è assenza di tensioni. L’insoddisfazione (la sofferenza) innalza la tensione ed è un modo per giungere alla felicità. Un esempio valido per tutti è certamente l’amore. Con questo sentimento è possibile raggiungere entrambi i vertici: la felicità e l’infelicità.

Da tutto questo si evince che chi è assolutamente privo di insoddisfazione, ha qualche problema.    

Nel mondo in cui viviamo c’è sempre vento. Il vento (pneuma, spirito) sposta l’aria tra due ambienti con pressione differente. Cosi accade anche dentro di noi. L’insoddisfazione è foriera di vitalità. Una vitalità che spinge all’azione, necessaria per cambiare il nostro stato.

Nel mondo c’è una totale alternanza: giorno e notte, le stagioni, etc. Cosi come in noi. Abbiamo tutti una medaglia che contiene due facce, in una c’è la felicità o il bene, nell’altra l’infelicità o il male.

Non basta soddisfare tutti i desideri per essere felici, questo lo sanno tutti. Chi sta male fa di tutto per star meglio e così via, in un incessante e continuo flusso d’aria che passa da uno strato all’altro, fine alla fine dei tempi.

Tuttavia non potremmo mai essere totalmente soddisfatti dal momento che una quota di insoddisfazione è insita in noi essere umani ed una molla che ha promosso e promuove costantemente il processo evolutivo. .

Ansia

Spesso, dietro l’ansia si cela il desiderio di fuga.

ansia al femminileSi fugge dalla obbligatorietà di assumersi la responsabilità delle proprie scelte oppure delle conseguenze (eventuali) delle proprie scelte.  Quando dimentichiamo ad esempio persone, cose, situazioni etc. stiamo fuggendo da ciò a cui siamo chiamati come ad esempio, un impegno preso. Che bello, dirà qualcuno. Mi allontano dalla situazione stressante e sto meglio ma, dirà qualcun altro, in tal modo, cosa imparo, cosa correggo, quali abilità sviluppo? Continuando con queste dinamiche, si innesca un circolo sicuramente tutt’altro che virtuoso che porta, inevitabilmente e fatalmente verso una china dove trova dimora, il calo dell’autostima, la percezione di inefficacia e inconsistenza.  Tutto ciò, lentamente ma inesorabilmente, conduce nel circolo vizioso dell’aumento dell’ansia, proprio quell’ansia che erroneamente volevamo evitare. Nell’azione sta la felicità, quindi, assumiamoci le nostre responsabilità e gradualmente impareremo tutto ciò che serve per avere fiducia in noi stessi.

Per affrontare la vita non basta essere capaci, abili, intelligenti. Bisogna anche essere coraggiosi, tenaci, riuscire a controllare la propria ansia e quella degli altri.
Francesco Alberoni, Abbiate coraggio, 1998

Ma cos’è l’ansia?

Nell’ansia non mancano mai: preoccupazione, paura, stress, paura di non essere all’altezza.

L’ansia è un modo di essere, momentaneo oppure duraturo, uno stato psichico. Il soggetto ansioso è preoccupato oppure ha paura. La paura spesso è senza oggetto, ovvero manca nell’immediato spazio temporale, una minaccia specifica (un cane che mi sta attaccando; una malattia invalidante; insomma un pericolo reale). Questa paura, oppure preoccupazione, può essere intensa e a volte anche duratura. Può riferirsi ad un qualcosa di osservabile (non solo esterno ma anche proveniente dalla propria interiorità) ma anche alla incapacità di adattarsi ad un fattore di stress (lavoro, relazioni, salute, etc).

Le emozioni tipiche dell’ansia sono quelle citate sopra (paura, preoccupazione, etc) accompagnata da sintomi fisici che, per l’ansia sono o possono essere: nausea, dolori al petto, respiro corto, palpitazioni, tremore, mal di pancia, etc.  

Persino le mie ansie hanno l’ansia…
Charlie Brown, in Charles M. Schulz, Peanuts, 1950/2000

Il soggetto ansioso può essere distinto in funzione della sintomatologia. Quindi da un lato troveremo la sensazione di essere minacciati;  questa ‘paura’ si traduce, sul piano fisiologico in una sorta di preparazione alla lotta; avremo quindi un’alterazione dei parametri fisiologici quali l’aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue, della sudorazione, aumento della tensione muscolare, etc.ansia

Chi soffre d’ansia, può avere, nei casi estremi, una reazione emotiva abnorme, come ad esempio terrore, attacchi di panico, brividi, nausea, etc.

Tuttavia, l’ansia è un’emozione come tutte le altre (rabbia, infelicità, paura, tristezza) ed entro certi limiti, è adattiva, avendo permesso all’umanità di sopravvivere.  L’ansia quindi, entro i limiti descritti sopra, va considerata come una risorsa importantissima, dal momento che tende a proteggerci dai rischi, innalzando il livello di sicurezza e permettendoci di aumentare le nostre prestazioni. Si pensi ad esempio all’innalzamento dell’ansia in prossimità di un colloquio di lavoro oppure di un esame.   

L’ansia è l’interesse che si paga su un guaio prima che esso arrivi
William Ralph Inge

A tutto però c’è un  limite, anche all’ansia quindi. Se l’innalzamento è eccessivo oppure ingiustificato, potremmo avere una reazione opposta, ovvero inadeguata e bloccante. In questo caso il ricorso alla psicoterapia (in casi estremi coadiuvati da un’appropriata terapia farmacologica) di tipo analitico (per scoprire le reali cause, spesso di natura prevalentemente inconscia) risulta essere il modo più rapido ed efficace.

Legati all’ansia ci sono anche altri disturbi più specifici che sono:

Le fobie, il panico, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbi da traumi, la paura (di volare, di guidare), ansia da prestazione, disturbi sessuali, etc.).

Ansia e psicoanalisi

In psicoanalisi, più che di ansia, si usa il termine di angoscia.

Secondo la psicoanalisi, i meccanismi di difesa dell’Io, impediscono a specifiche pulsioni di essere soddisfatte.  Queste pulsioni, o spinte pulsionali furono in un periodo remoto (tipicamente prima infanzia) tanto desiderate ma proibite o vissute come tali. Il conflitto tra principio del desiderio e principio della realtà non fu risolto e quindi subì il destino della rimozione.  L’attuale ansia viene dall’emergere di questi desideri (contrastato dalla difese dell’IO). Poiché questi contenuti (rimossi) non vengono riconosciuti, il soggetto tende a indirizzare sul mondo esterno, oppure sul proprio corpo, ciò che in realtà investe esclusivamente il proprio mondo psichico.  

Quindi, ci troviamo in presenza di un conflitto interiore. L’individuo, colpito da questo complesso, vive come in presenza di una catastrofe imminente.  Ci si trova, quasi sempre immancabilmente, in contesti ove l’ambiente è stato inadeguato, non ponendo in modo opportuno, le condizioni minime per favorire uno sviluppo in grado di contenere e gestire l’angoscia.

L’angoscia può essere nevrotica (quando il pericolo percepito è interno); reale, quando il pericolo è esterno.

Freud, in merito all’angoscia,  lo ricollega al trauma dei traumi: il trauma della nascita.

L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia e quindi la fonte e il prototipo della sensazione d’ansia
Sigmund Freud

Nel nascere, proviamo una profonda angoscia, dal momento che il nascituro non può assolutamente fare nulla. Quindi, quando l’adulto prova angoscia, rivive quel momento. Nel tempo, quel trauma si trasforma e diviene angoscia ogni qualvolta si teme di perdere l’oggetto (mamma, partner, etc) e in particolare di perdere il suo amore o la sua stima.

Caratteristiche della terapia Junghiana

La psicologia analitica, su cui si basa la terapia junghiana, prende in considerazione tutta la vita psichica del soggetto (passata, presente e futura) e tende ad orientare le intenzioni e le tensioni, verso la sua naturale destinazione (ovvero il proprio progetto della vita). Si focalizza sullo sviluppo dell’Io ma tende a farlo confluire in qualcosa di più vasto e profondo, il Sé.

Un principio fondamentale della teoria junghiana si basa sul principio che ognuno di noi possiede una specifica energia (libido) che ci spingerebbe verso ciò che veramente siamo, ovvero verso la propria autorealizzazione;  Jung definisce questo processo, da me descritto altrove come il processo di individuazione.

Finalità

Rendere cosciente l’inconscio, ovvero rendere evidente ciò che, grazie ai meccanismi di difesa, è stato rimosso. La terapia non si focalizza sul sintomo, ma sulle dinamiche (inconsce) che stanno alla base del sintomo. In altre parole, se abbiamo un attacco di panico, noi junghiani tendiamo a chiederci il perché.

Questo tipo di approccio prende in considerazione tutto ciò che riguarda la persona. I sintomi, rappresentano (in forma simbolica e tramite i segni) il disagio. Dietro  quei sintomi, ci troviamo spesso la rappresentazione simbolica del disagio reale. Tutta la sintomatologia nevrotica non è necessariamente il risultato di eventuali traumi, ma può esser vista anche come un tentativo che la psiche utilizza per affrontare il disagio da una prospettiva diversa.

 Se la libido (energia psichica) si blocca nel suo divenire, facendo di conseguenza alterare l’equilibrio preesistente, diventiamo nevrotici, perché veniamo svuotati di energia vitale. Ne consegue che una condizione indispensabile per uscire dalla nevrosi, richiede necessariamente lo sblocco della libido. Attraverso questo sblocco, è lecito attendersi un miglioramento delle relazioni che regolano le dinamiche tra il soggetto e il mondo esterno.  

Transfert

La relazione che si instaura tra Paziente (P) e Analista (A), ha una importanza fondamentale per la terapia Junghiana. Il transfert, a cui Jung diede molta importanza, viene considerata come una relazione molto particolare tra la psiche del P e quella dell’A, utilissima ai fini della guarigione.

Il metodo somiglia a quello classico (freudiano), anche se ovviamente esistono delle differenze.  Le differenze si focalizzano sulla concettualizzazione dell’inconscio e della libido, sulla teoria del trauma, la nozione di sessualità infantile e altre cose poco utili al nostro discorso. Si basa sulla interpretazione dei sogni, sulle libere associazioni, sulle dinamiche del transfert e del controtransfert, su ciò che accade nella vita del soggetto e sulle sue fantasie.  

Sogni

Se vogliamo capire il nostro inconscio dobbiamo necessariamente capire i nostri sogni. I nostri sogni vengono a noi attraverso simboli che, opportunamente interpretati, ci permettono di comprenderne il significato, tramite il quale potrà essere possibile individuare tutti quegli elementi utili a promuovere la trasformazione della personalità e quindi possiamo tranquillamente considerarli come elementi trasformativi.

Se l’obiettivo che si intende perseguire è quello di promuovere un adattamento alla realtà più congruente, eliminare le nevrosi e scoprire ciò che noi veramente siamo, allora la terapia junghiana è sicuramente l’approccio indicato. Tale adattamento o riadattamento alle esigenze della realtà (come eventuale conseguenza di una nevrosi oppure di una psicosi) non potrà mai prescindere dalle motivazioni più reali e profonde del soggetto. Adattarsi quindi con ciò che NOI vogliamo e non con ciò che gli ALTRI vorrebbero.

La tecnica

Attraverso le libere associazioni, i sogni e la loro interpretazione e con l’ampliamento delle conoscenze dei nostri contenuti con quelle collettive, la tecnica analitica conduce verso l’accettazione di tutto ciò che, precedentemente rimosso, dovrà divenire cosciente.

Una caratteristica della tecnica è legata alla ingerenza (A vs P). Se è vero che tutte le terapie fanno ingerenze, è verissimo che nella terapia junghiana, tale ingerenza è minima. E’ minima perché siamo dell’avviso (e fa anche parte del mio stile di vita) che ogni essere umano è libero di essere come desidera. Quindi anche di essere nevrotico.  Il nostro obiettivo tende a promuovere, nel paziente, un ascolto alla propria interiorità. Tale ascolto, deve essere preferenziale ad esempio a quello degli altri (genitori, amici, partner, etc). Del resto, il processo di individuazione mira proprio a questo, la piena realizzazione di se stessi, della nostra vera e più profonda essenza. Più che all’Io, profondamente influenzato da mille ‘enti’ esterni, dovremmo dare ascolto alla nostra essenza più profonda che chiamiamo Sé.

Per noi la persona nevrotica è quella persona che sente di voler fare una cosa specifica ma riesce solo a fare altro e ci chiede aiuto.

Diagnosi in psicoterapia

Cos’è una diagnosi?

Il termine, dia-gnosis, “conoscere attraverso”, di derivazione latina (diagnōsis, dal greco διάγνωσις (diágnōsis) ma anche da διαγιγνώσκειν – diaghignóskein, capire), formato da διά (diá, attraverso) + γιγνώσκειν – ghignóskein, conoscere), definisce un sistema/procedura che permette di identificare la natura o la causa di qualcosa in qualsiasi ambito. In ambito medico, definisce un quadro clinico su cui intervenire.

In merito alle persone quindi, una diagnosi non dice ciò che una persona possa essere o cosa è, ma solo cosa, dal punto di vista clinico è o potrebbe essere.

«La diagnosi è una cosa del tutto irrilevante… Nel corso degli anni mi sono abituato a trascurare totalmente la diagnosi di specifiche nevrosi. Ciò che veramente conta è il quadro psicologico, che può essere disvelato nel corso della cura oltre il velame dei sintomi patologici»  (C.G.Jung)

Secondo il pensiero Junghiano, l’intervento che si fa, non è per una nevrosi specifica ma, esattamente ciò che si può o si deve fare ‘per quella persona’. Ricordo ad esempio di un giovane ingegnere di qualche tempo fa, inviatomi da una sua collega (mia ex paziente) che una volta mi disse: ‘ho parlato della nostra terapia con la nostra comune conoscente, ebbene, ella mi ha detto: con me non ha fatto così!’. Una volta finita l’analisi, nel corso del nostro ultimo incontro, il giovane ingegnere, in procinto di diventare anche lui, un mio ex paziente, riferendosi al colloquio citato sopra ebbe modo di dirmi: ’dottore, ora capisco perché con me ha fatto altro. Ha fatto altro perché siamo diversi, siamo tutti diversi e non esiste una pillola per ogni persona’.

Quindi, cosa fa lo psicoterapeuta? Non si focalizza sui sintomi ma sulla persona, in quanto realtà umana specifica, da avviare verso il processo di individuazione. Il processo che porta il soggetto ad una trasformazione necessaria e finalizzata, alla eliminazione dei disturbi che quei sintomi lasciavano intravedere.

Quindi vien da chiedersi? A cosa serve la diagnosi? La diagnosi è irrilevante. Dire che quella persona è borderline, depressa oppure bipolare non ci offre nessun aiuto. Quella persona ha un vissuto che la porta a vivere con una modalità tale, che quelle diagnosi sintetizzano grossolanamente. Servono solo a individuare che tipo di eventuale farmaco somministrare. Serve allo psichiatra quindi, non allo psicoterapeuta.

Una volta una mia ex paziente mi disse: ’la mia psichiatra mi ha detto che sono bipolare, perché lei non me lo ha detto?’. Un’altra ‘il mio neurologo vuole sapere se sono psicotica oppure borderline’ …. Etc. A tutti rispondo: ‘io sono uno psicoanalista, non utilizzo nosografie psichiatriche. Per me lei è la signora X e non una psicotica oppure una persona bipolare. Io mi focalizzo sulla signora X e non sulla persona con la diagnosi di bipolare’.

Ho sempre condiviso e fatto mio  il pensiero di Jung che in merito sosteneva che l’esperienza ha insegnato di tenersi lontano sia dalle diagnosi che dai metodi. Non esiste un protocollo in psicoterapia. (prendiamo ad esempio, una TAC: vediamo com’è fatto il suo cervello ma non ci aiuta a  comprendere come il paziente stia vivendo un conflitto sentimentale o lavorativo. Solo il colloquio ci fornisce le informazioni necessarie). Siamo tanti e tutti diversi, quindi ogni volta che mi accosto ad un ‘caso’ non ho questionari (sia fisici che mentali). Ascolto ciò che mi dice e reagisco in funzione del controtransfert. Ogni comunicazione che mi arriva, la assorbo senza fare nessun tipo di ipotesi. La mia reazione è in funzione di ciò che io sono. Il ‘metodo’ che userò (vedi sopra il caso del giovane ingegnere) sarà in funzione di ciò che io sarò dopo quel racconto.

Ciò non implica la demonizzazione della diagnosi, dal momento che rappresenta  un modo di vedere il paziente secondo lo schema di un sistema diagnostico specifico. In tale accezione, il tutto si sposta sul tipo di sistema diagnostico utilizzato, dal momento che di sistemi diagnostici ve ne sono tanti.

La diagnosi dà un orientamento (ed è un metodo pratico e immediato nella eventualità di uno scambio con altri colleghi) ad uso esclusivo del medico ma di nessuna utilità per il paziente. Quindi cos’è decisivo e veramente importante? La sua storia, la sua essenza e la sua sofferenza.

Spesso i pazienti che vanno dallo psichiatra, hanno storie che non raccontano oppure che raccontano parzialmente. Tante, anzi no, tantissime persone, che ho seguito e seguo spesso mi dicono: ‘dottore, io questa cosa non l’ho mai raccontata a nessuno’. Ricordo che un mio ex paziente, che soffriva di attacchi di panico, immancabilmente alle 4 del mattino si svegliava e in seguito faceva fatica a riaddormentarsi. Attraverso una serie di associazioni un giorno mi disse, candidamente che ‘… una mattina alle 4 del mattino, la polizia entrò in casa per trarre il padre in arresto’.

Allora, quando comincia veramente la terapia? Solo dopo aver ascoltato tutta la sua storia spesso inizialmente lacunose, ma che con calma e pazienza nel tempo escono fuori. Quando escono fuori, si inizia a guarire. Perché? Perché questo è il segreto celato e spesso inconscio. Questo segreto ha causato la rovina ma rappresenta anche una chiave, anzi, ‘la chiave’ che porta alla guarigione.  Cosa fa il terapeuta per ‘svelare’ questo segreto? Domande, domande giuste e poste al momento opportuno. E raramente le domande sono concentrate sul sintomo perché lo sono sempre sulla sua storia.

Depressione

La depressione nevrotica

La depressione è uno stato psicopatologico caratterizzato da un tono dell’umore molto basso, da un profondo senso di tristezza e di abbattimento e  profonda prostrazione sia psichica che fisica. Le persone depresse che vedo (sia uomini che donne; sia giovani che meno giovani) hanno in comune un’espressione di sconforto profondo. La loro mimica tradisce la desolazione che hanno nell’anima. Tutto è difficile, stancante, non hanno energia per pensare e fare cose nuove. Escono per lavoro, se lavorano; finito il lavoro tornano a casa, e si mettono sul divano. Oppure, se studiano, non vanno all’università; dormono tutto il giorno. Non si lavano, ma restano ‘in-pigiamati tutto il giorno. La sera non riescono ad addormentarsi e allora qualcuno ricorre all’alcol, oppure all’antidepressivo in dosi sempre più massicce.

Se sei depresso, stai vivendo nel passato.

Se sei ansioso, stai vivendo nel futuro

Se sei in pace, stai vivendo nel presente

(Lao Tzu)

Può accadere (e accade più o meno a tutti almeno una volta nella vita) di essere malinconici. Una malinconia che però, in breve tempo passa e lo si avverte dalla constatazione, che il tono dell’umore è ripristinato come  lo è l’equilibrio affettivo. Quando tutto questo non accade (dopo un certo periodo di tempo), allora siamo in presenza di una depressione.

La depressione ha diverse declinazioni e possono essere differenziate sulla base delle cause che le generano (ad esempio, sulla base di fattori fisici, genetici, psicologici).

La depressione nevrotica – come riconoscerla

Il depresso è sicuramente triste, si apprezza poco, pigro e quindi quasi sempre privo di interessi e spirito di iniziativa. I sentimenti che il depresso prova maggiormente sono di indegnità, di ansia, irrequietezza, insicurezza; è spesso insonne (perché il depresso soffre di insonnia oppure chi soffre di insonnia è spesso depresso); il depresso ha un calo del desiderio sessuale, si stanca facilmente, può avere spesso il mal di testa, avere le vertigini e avere problemi tipici del cardiopatico.

Nella forma maggiore, può anche tentare (a volte riuscendoci) il suicidio.

Le depressioni sono di due tipi: maggiore (detta anche endogena, che viene generata o si sviluppa all’interno); minore detta anche nevrotica o reattiva.

La depressione maggiore fa parte delle psicosi; si assiste ad episodi depressivi la cui durata è variabile, possono esserci ricadute e gli eccessi sono molto presenti; l’angoscia è disperata e spesso senza oggetto, cioè non riconducibile a fatti reali. La pena che si prova, pur avendo un fattore scatenante, potrebbe non essere riconducibile a qualcosa di realmente accaduto. C’è quasi sempre un senso di vuoto e di dolore interiore profondo. Il depresso ha delle convinzioni (spesso deliranti); si autoaccusa e prova rimorso e la conseguente esigenza di espiazione.

Le forme minori (nevrotiche e reattive), fanno capo a conflitti interiori che, potrebbe spesso voler dire: difficoltà di adattamento alle proprie avventure e/o disavventure quotidiane. Si sta male ma senza mai raggiungere il livello psicotico (totale alienazione); tutto ciò che accade è contestuale alla vita del paziente e tutti, chi più chi meno, riescono a comprendere il perché dei sintomi. La quotidianità è costellata di pessimismo, irritabilità, lamenti, scontentezza, tristezza, etc.

La depressione nevrotica -come e perchè

Età avanzata: a causa della perdita di una finalità legata ad un ruolo (ad esempio andando in pensione), oppure all’isolamento dovuto ai figli grandi e lontani e alla mancanza di una occupazione.

Climaterio: dovuto al declino del ruolo in famiglia e in società ma anche al calo prestazionale.

Gravidanza: il periodo che va dalla gravidanza al pueperio/allattamento. In questo caso le concause sono biologiche e psicologiche.

Delusioni: le delusioni amorose spesso rappresentano l’ennesima perdita. Ci si deprime non per la delusione in se, ma perchè questa rappresenta un’altra sconfitta da aggiungere a tutte le altre.

In tutte le cause, studi ed evidenze cliniche hanno verificato l’esistenza di un fattore comune: la perdita. La perdita di ‘cose’ oppure ‘oggetti’ su cui c’era investita una forte carica affettiva (rottura legame, separazione/divorzio, un divieto, etc). Rivestono particolare importanza i lutti infantili e/o precoci che rimangono inconsci: la non elaborazione adeguata costituisce un precedente di quella depressione che si manifesta da adulti.

La depressione nevrotica – Cura

Mai come in questo caso, la terapia ideale è quella combinata: una psicoterapia di tipo analitica e quella farmacologica.

Leggi anche come curare la depressione.

Quella persona, a pelle, non mi piace  

Quella persona, a pelle, non mi piace

Capita che una persona ci è antipatica e quando accade, il motivo potrebbe essere legato all’ombra, il lato oscuro dell’uomo. Nel nostro caso, quando una persona, istintivamente, a pelle come si dice oggi, ci infastidisce, ci irrita, non ci piace, etc. potrebbe voler dire che:

  • Con questa persona, facciamo fatica a entrare in sintonia perché le nostre illusioni non sono sostenute e di conseguenza, se una cosa è palese, non la ignora per compiacerci, non riusciamo a dargliela a bere distorcendo la verità e non si presta ai nostri giochetti.
  • Lui/lei è il riflesso della nostra ombra, ovvero è in grado (ovviamente inconsciamente) di riflettere ciò che di noi non ci piace. L’altro ha qualità (che abbiamo anche noi) che assolutamente non ci piacciono.
  • Il soggetto potrebbe ricordarci un qualcosa (problema, evento, etc) che ha ancora qualche effetto in noi, oppure ricordarci cose ancora sospese dentro di noi, tipico delle situazioni non risolte e che ancora ci limitano.
  • La persona ci mostra ciò che vorremmo ma che ancora non siamo in grado di essere o avere. perché i nostri limiti ancora ce lo impediscono. Invece di ammettere un pizzico di sana invidia, inconsciamente, tendiamo a denigrarlo, con la speranza di abbassarlo ai nostri occhi.
  • Ci sentiamo trattati male esattamente come facciamo noi, ma con noi stessi.

Il principio espresso sopra si focalizza sul riflesso che vediamo sulle altre persone. Il meccanismo di difesa è ovviamente quello della proiezione. Proiettiamo quindi parti di noi all’esterno e quando una persona ci è ‘cordialmente antipatica’ dovremmo valutare proprio ciò che ho scritto sopra: su di lui/lei abbiamo proiettato cose nostre che facciamo fatica ad accettare.

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?

(Luca 6,41)

Questo tipo di esperienza, ci porta ad allontanare o ad allontanarsi da queste persone anche se, si dovrebbe evincere (da quanto citato sopra) che dietro questi incontri apparentemente negative, si cela una grande opportunità: mettere in luce l’ombra e di conseguenza, elaborarla e risolverla. I nostri processi interni sono diabolici perchè inconsci. Per liberarci e finalmente esprimere il meglio di noi, occorre rendere conscio tutto ciò che è inconscio e l’incontro con questi personaggi altro non è che l’incontro con l’ombra, il lato peggiore di ognuno di noi.

Quando incontriamo persone affini, quell’incontro, che può tradursi in un’amicizia o in un amore, ci rende felici e più completi.

 Il contrario invece genera rifiuto e fuga. Ma anche se la situazione ci disturba, dovremmo valutare l’opportunità di non sprecare quella circostanza. Come diceva George Bernard Shaw, ci si lamenta spesso, quando le cose vanno male, che è per colpa delle circostanze. Però, sempre citando Shaw, le persone che progrediscono, nella vita, sono solo quelle che si danno da fare e utilizzano solo le circostanze utili e se non si trovano, fanno di tutto per crearle. Ecco allora che, difronte ad un individuo che ‘a pelle’ non ci piace, si crea l’opportunità di apprendere più cose di noi. Il fastidio che proviamo, invece di indurci alla fuga, dovrebbe essere trasformata in una ‘circostanza’ che potrebbe aiutarci a progredire. Proviamo a iniziare a valutare la persona, sulla base della griglia sopra esposta: a quale dei cinque motivi esposti è quello che fa più il caso nostro. Quale rabbia, dolore, paura ha riattivato l’incontro? Smettiamola di usare i stessi modelli, quella di cercare eventuali colpe fuori di noi. L’inconscio agisce attraverso i sogni, attraverso i lapsus, tramite i sintomi (nevrosi), ma anche attraverso le proiezioni. Se non ascoltiamo il messaggio, l’inconscio tornerà a torturarci, finchè non ci decideremo di prestargli ascolto.

Paradossalmente, se una persona ci fa soffrire, dovremmo essere grati a quella persona, proprio perché mostrandosi per quello che è (un narcisista, un manipolatore, una persona tossica, etc) ha evidenziato la nostra fragilità e implicitamente, andrebbe vista come opportunità (purchè venga colta) in grado di  attivare il processo di guarigione.

Certo, da chi ci fa male, dobbiamo difenderci. Dobbiamo difenderci dalle persone tossiche, ad esempio allontanandoci ma, dobbiamo chiederci: perché quella persona mi provoca tanti disagi? In primis la allontano ma poi cerco di capire quale tasto ha premuto.

Se una persone ci spaventa, ci mette paura, allo stesso modo, potremmo difenderci allontanandoci.

In tal modo, cogliendo cioè l’eventuale opportunità,  abbiamo maggiori chance di rendere conscio ciò che prima non lo era e diventare più liberi. Diventando più liberi, realizziamo che nessuno può veramente ferirci attraverso azioni o parole (magari denigratorie). Le nostre ferite accumulate durante tutti gli stadi della vita (fanciullezza, adolescenza, maturità), ci hanno resi più forti anche se pieni di lividi, mentre altre, nascoste o invisibili ci hanno reso inconsapevoli. Quei lividi, oppure quelle ferite invisibili, sono il risultato del nostro dolore, disagio, nevrosi. Con questo dolore, a volte ci sono danni collaterali (ad esempio questo dolore è rappresentato da tutte quelle persone che abbiamo lasciato andare perché non in grado di gestire) perdonabili, quando la soglia di questo dolore risulta insopportabile.

La relazione con le persone è sempre critica perché siamo tutti diversi e spesso i nostri bisogni e le nostre aspettative possono risultare non in sintonia. Se abbiano troppe aspettative, dovremmo imparare a calibrarle. Il benessere interiore non ci viene prevalentemente dall’altro, ma viene generato dentro di noi, attraverso il processo di individuazione teso ad una migliore conoscenza di noi stessi. Quindi, come l’altro non è il solo artefice della nostra felicità non andrebbe mai visto come il carnefice, unico responsabile della nostra infelicità, perché come abbiamo detto sopra, sta solo risvegliando ciò che è sepolto dentro di noi, ma che non chiede altro, che essere portato alla luce e risolto una volta per tutte. Una delle leggi universali recita: ognuno è vittima e carnefice di se stesso.  

Insonnia e depressione

Insonnia e depressione

Una volta, gli esseri umani dormivano 8 ore, lavoravano 8 ore e mangiavano per 8 ore.  Oggi dormiamo 8 ore (negli ultimi 30anni dormiamo meno), lavoriamo 8 ore, mangiamo 2 ore e il resto del tempo lo impieghiamo per divertirci, istruirci, creare, etc. Quindi un terzo del nostro tempo lo passiamo dormendo. Tutti sanno che dormire è necessario, esattamente come nutrirsi. Possiamo stare a digiuno per uno o più giorni ma difficilmente possiamo stare più di una notte senza dormire. Il sonno è quindi un bisogno forse superiore come importanza al cibo. E’ importante (come il cibo ad esempio) per mantenerci sani sia fisicamente che psicologicamente.

Chi non dorme bene, soffre ed ha disturbi, anche gravi, che cambiano in negativo, la salute e la qualità della vita e gli esperti dicono, che circa il 45% della popolazione mondiale ne soffre.

Dormire poco o male produce effetti negativi sulla salute. Nell’immediato (il giorno dopo) ha effetti riscontrabili nella memoria, la capacità di concentrazione e di apprendimento. Indirettamente (e in funzione di quanto sopra) agisce negativamente sulla vita di relazione (famiglia, amici, lavoro…). Un primo indizio legato all’insonnia, è la possibile insorgenza di una depressione. Chi dorme poco, potrebbe essere un po’ depresso. Gli specialisti definiscono questa situazione come ‘bidirezionale’, dove da una parte c’è l’insonnia e dall’altra disturbi di ansia e depressivi.

Correlazione tra la insonnia e la depressione

insonnia

Alcune ricerche suggeriscono che il 60-90 % delle persone a cui è stata diagnosticata la depressione, soffrono anche di insonnia. Questo insonnia, può esprimersi con una difficoltà ad addormentarsi, oppure con un sonno troppo breve (poche ore) e quindi assolutamente insufficiente. Sono stati rilevati anche alterazioni fisiologiche durante il sonno nelle persone che soffrono di depressione (tracciati EEG con alterazioni).

Altri studi (epidemiologici e clinici) sembra che abbiamo dimostrato anche il contrario.  Ovvero, chi dorme poco e male può sviluppare una depressione. Pare che il 40,4% di chi ha disturbi del sonno presenta anche disturbi depressivi, rispetto a coloro che dormono bene, che sono appena il 16,4%. Da ciò gli esperti suggeriscono di trattare precocemente i disturbi del sonno, anche per prevenire l’eventuale insorgenza della depressione.

Altro paradosso ci viene dalla constatazione che curando positivamente i disturbi del sonno, si ottiene una maggiore efficacia sulla depressione ma, quei farmaci che hanno effetto sulla depressione alterano o riducono specifiche fasi del sonno.

Fortunatamente chi dorme bene, migliora l’eventuale sottostante disturbo psichico.

“- Non dormire più! Macbeth uccide il sonno! – … il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II).

Insonnia e disturbi d’ansia

Anche l’ansia, compreso quello generalizzata, il disturbo post-traumatico e gli attacchi di panico,  può essere influenzata dai disturbi del sonno.  L’insonnia (anche nelle forme più lievi) può dar maggior corpo a questo tipo di disturbi e determinare uno o più attacchi. Inoltre, chi soffre dei disturbi di cui sopra in modo primario, ha anche disturbi del sonno. Ad esempio spesso ci raccontano di attacchi di panico notturni, oppure, nel caso del DPT (disturbo post traumatico da stress), sono frequenti la presenza di incubi. Tornando alla statistica, il 42% degli insonni, ha anche ansia, il 13%, ansia generalizzata.

Anche in questi casi ci sono effetti collaterali dovuti all’esperienza e ai condizionamenti patologici e fisiologici. Il disturbo d’ansia genera insonnia; l’insonnia genera ansia.   Da dove nasce l’uno e da dove l’altro, può a volte essere difficilmente definibile. Come dicevamo prima, chi soffre di tanta ansia forse difficilmente riesce ad addormentarsi; mentre chi non riesce ad addormentarsi, con il progredire di questa difficoltà, comincia a veder salire l’ansia. Una volta instaurato il vortice, il disagio diviene insopportabile.

In conclusione, se riusciamo a trattare in modo efficace l’insonnia, come per la depressione, riusciamo a trovare sollievo anche nel disturbo di ansia.    

Come trattare l’insonnia

Se sono escluse cause organiche, allora molto probabilmente la cause sono psicologiche e la psicoterapia è un ottimo strumento per guarirne.

Come conoscersi meglio

Come conoscersi meglio, ovvero il principio di individuazione

Come conoscersi meglio: gli archetipi

individuazionePrima di parlare del processo di individuazione è necessario fare alcune premesse in merito all’apparato psichico e di alcuni suoi contenuti e modalità di azione.

  1. Coscienza e inconscio. Il nostro apparato psichico è composto da due entità ben distinte: l’Io (ovvero la coscienza, ovvero, ciò che percepiamo di noi durante lo stato di veglia) e l’inconscio. Viviamo in una società molto tecnica e veloce che tende a ignorare l’inconscio. Essere solo coscienza non va bene perché saremmo vuoti e poveri di emozioni. Essere solo inconsci, al contrario, sarebbe pericoloso, perché vivremmo come dei pazzi. Dobbiamo pensare a queste due entità come elementi fondamentali, il cui equilibrio è indispensabile per la salute psichica e per la nostra vita in generale.
    1. Per Freud l’essere umano è condizionato dall’inconscio e difficilmente riesce a controllarlo; l’inconscio contiene tutti i nostri conflitti rimossi e compito dell’analisi è quello di svuotarlo.
    2. Per Jung invece, le due istanze devono dialogare continuamente, devono integrarsi, dal momento che l’uno è fondamentale all’altro, quindi l’inconscio non verrà mai svuotato e mai prevarrà sulla coscienza, e per la coscienza il discorso è equivalente. La razionalità (coscienza) e l’irrazionalità (inconscio) nella visione Junghiana, vanno mano nella mano, generando equilibrio e armonia.
  2. Gli opposti. Nel pensiero Junghiano è molto forte il principio degli opposti o, per meglio dire, dell’ambivalenza. Il bene e il male, il maschio e la femmina, lo Yin e lo Yang, etc. Queste polarità sono necessarie, come altrettanto necessarie sono la compensazione e il bilanciamento, al fine del raggiungimento dell’equilibrio psichico. Ad esempio, per Freud il sogno rappresenta un desiderio represso, dando quindi un’ampia prevalenza dell’inconscio; Jung invece ritiene che le due entità si bilanciano e quindi l’interpretazione del desiderio represso sarebbe troppo unilaterale. Quindi, il sogno ci mostrerebbe altre possibilità a cui la coscienza non aveva fatto attenzione. Per Jung, tutto ciò che sta nella psiche, necessita anche di un suo equivalente opposto. Questi opposti sono in tensione che compensa l’intero sistema; in tal modo raggiunge la sua completezza.
  3. Archetipi che concorrono alla individuazione. Ben 5 archetipi concorrono al processo; essi sono anima / animus, persona, ombra, Senex e Sé. Vediamoli brevemente in dettaglio:
    1. Anima/Animus. Rappresentano la controparte maschile (per le donne) e femminile (per gli uomini. In ogni essere umano c’è una controparte dell’altro sesso (la biologia ha individuato estrogeni negli uomini e testosterone nelle donne, ovviamente in piccola parte). Jung ha individuato aspetti ‘femminili’ della psiche degli uomini e ‘maschili’ in quella delle donne. Entrambi rappresentano un ‘ponte’ tra la coscienza e l’inconscio.
    2. Persona. Dal latino persōna persōnam, che a sua volta viene dal greco πρόσωπον (prósōpon) dove indica il volto dell’individuo, ma anche la maschera, che gli attori indossavano in teatro per far capire quale personaggio veniva rappresentato. Dal latino indicava la funzione, la parte di un personaggio. Tutti noi, ogni giorno, portiamo una maschera da esibire in ogni circostanza. La Persona però ha due aspetti: uno negativo e l’altro positivo. Infatti l’aspetto positivo fa da freno agli aspetti dell’inconscio che altrimenti agirebbero senza controllo e fa si che l’Io possa intervenire per regolarli. E’ la Persona che ci mette in relazione con il mondo esterno, regolando il flusso dell’inconscio vs la coscienza e facendo da ‘ponte’ vs il mondo relazione. E’ importante comprendere che la Persona non rappresenta la totalità della psiche ma che ne è solo una parte e solo quando si intuisce questa cosa, inizia il viaggio dentro noi stessi e di conseguenza si inizia il processo di individuazione.  
    3. Ombra. Inevitabilmente, iniziando questo percorso, il primo incontro che facciamo è proprio con l’ombra, ovvero il lato oscuro dell’uomo. Tutte le cose orribili e indegne che abbiamo fatto e che, pur avendole fatte, le rifiutiamo come estranee alla nostra essenza,, in realtà rappresentano esattamente ciò che senexdesideravamo; inaccettabile diremmo, eppure quasi sempre è così.  
    4. Senex, ovvero colui che sa. Questa ‘figura’ rappresenta, in virtù dell’età avanzata, il massimo dell’esperienza e delle capacità. Dovrebbe aver ridotto l’Ombra e compreso l’anima/animus e avere una dialettica coerente con la Persona. Può essere rappresentato (ad esempio nei sogni) da figure come il sacerdote, l’intellettuale, il professore, etc. Però, come per i precedenti archetipi, anche qui abbiamo un lato negativo che può essere rappresentato da alcune caratteristiche come la cocciutaggine (che indicherebbe una incapacità al cambiamento perché oramai sa tutto lui), ma anche da altre figure negative che sono rappresentate da persone anziane ma malvagie o autoritarie.se
    5. Il Sé. Il Sé, racchiudendo e comprendendo tutti gli archetipi dell’individuazione, rappresenta tutto ciò che è sinonimo di totalità e di completezza. Dal momento che rappresenta la totalità, è ovviamente anche in parte inconscio. Nei sogni assume spesso varie forme, come ad esempio la personalità superiore, il cavaliere vittorioso, l’angelo, etc.  Questo archetipo assume la forma di una sorta di trascendenza e in quanto tale sembrerebbe inafferrabile, irraggiungibile ma pur essendo privo di concretezza, riesce a manifestarsi in varie forme. Pensiamo ai miracolati, a coloro che  vedono la madonna, i buddisti nella forma più completa, ovvero coloro che hanno raggiunto l’illuminazione. Anche in questo archetipo abbiamo una parte negativa e viene rappresentata dal megalomane, dalla radicalizzazione intellettuale o religiosa. Tali radicalizzazioni, se non comprese e controbilanciate portano spesso alla rovina e alla distruzione dell’individuo.

Come conoscersi meglio, il processo di individuazione

“In realtà, il processo d’individuazione è quel processo biologico…attraverso il quale ogni essere vivente diventa quello che è destinato a diventare fin dal principio”
(C.G.Jung, Opere, Vol. 11, p.294)

Partendo dai presupposti sopra elencati, Jung, dopo la rottura con Freud, cominciò ad approfondire la propria individuazione, utile per se stesso ma anche per i propri pazienti perché, come possiamo leggere nei suoi scritti, solo se il medico è interessato al problema del paziente, la sua azione diviene efficace. Se invece si chiude nella sua corazza emotiva perde ogni efficacia. Jung dice che :”… Io prendo i pazienti sul serio ….”  Insomma, solo se il medico è ferito, questi può guarire e solo se è disposto a mettere in gioco tutto se stesso, c’è la certezza dell’efficacia terapeutica, che va ovviamente integrata con la sua professionalità e preparazione.

Tale processo quindi, altro non è che un percorso interiore che ha come obiettivo ultimo, la conoscenza e la scoperta di ciò che si è. In questo percorso ognuno ha il suo stile (nessuno può insegnare questa cosa dal momento che ognuno ha l’esclusività dei propri contenuti archetipici) , il suo progredire, rappresenta (e lo vedo quotidianamente negli sforzi dei miei analizzandi) un’esperienza dolorosa ma unica e irrinunciabile.  

 ” I miei pazienti e analizzandi mi hanno portato così vicino alla realtà della vita umana, che mi hanno costretto ad apprendere cose essenziali. Gli incontri con la gente più varia, e di tanto differenti livelli psicologici, sono stati per me incomparabilmente più importanti di episodiche conversazioni con celebrità. I colloqui più belli e più significativi della mia vita furono anonimi. “

Carl Gustav Jung

Come abbiamo visto, solo riconoscendo che l’Io è solo una parte della psiche, si riesce a comprendere i messaggi che emergono dall’inconscio. Grazie a queste naturali ‘effervescenze’ che provengono da profondità sconosciute, la nostra ragione può capire e approfondire, permettendo la piena integrazione con l’Io, producendo uno stato di benessere stabile e duraturo.  

La psicoterapia ci aiuta a comprendere i messaggi che affiorano dall’inconscio anche se poi però, la piena accettazione è un compito individuale. Tutti sanno che la cosa più difficile è proprio capire e conoscere se stessi. Per far ciò è necessario un Io in grado di mantenersi saldo e di mettersi in ascolto del proprio mondo interiore.

L’individuazione è quindi, secondo Jung, ciò a cui siamo chiamati a fare, ovvero sviluppare la  propria personalità individuale, differenziarsi  dagli altri. 

Se qualcuno si chiede: chi sono e cosa faccio in questo mondo, ebbene la risposta è:

 diventare unici.

Cos’è una fobia

ragnoLa fobia è una paura pervasiva e persistente e duratura nel tempo, nei confronti di un oggetto o situazione che non la giustificano. Si tratta di una paura sproporzionata al pericolo reale, rappresentato dall’oggetto o situazione in questione, ma che non può essere controllata attraverso spiegazioni razionali, ragionamenti oppure dimostrazioni. Parlando di fobia, ci si riferisce a livello clinico, ad una paura che supera le normali capacità volontarie di controllo di un soggetto e che in reazione al suo esistere, produce come effetto l’evitamento della situazione/stimolo temuta, in modo da evitare, alla persona che ne soffre, un temporaneo disagio, che può (o potrebbe) farla sentire anche molto male, con tutti i sintomi psicofisiologici tipici dell’ansia. E’ evidente però a questo punto, che l’esistenza di una fobia, che può essere più o meno grave ed invasiva, può provocare un certo grado di disadattamento alla realtà sociale, scolastica, lavorativa ed interpersonale.

La persona che soffre di una fobia è in grado di riconoscere che la sua paura è irragionevole e che non è dovuta ad una effettiva pericolosità dell’oggetto, attività o situazione temuta, ma che le sue cause si collocano altrove, cioè nella propria storia personale, anche se molti preferiscono convivere con fobie dolorose e limitanti anziché comprenderne le origini e liberarsene, provando paura anche nei confronti di un eventuale percorso che le porti non solo a liberarsi di sintomi fastidiosi ma anche delle ulteriori limitazioni ad essi connessi, conoscendone le cause.

Per riprendere il nostro discorso, possiamo quindi affermare che una fobia è dunque una paura estrema, irrazionale e sproporzionata, per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con la quale gli altri abitualmente riescono a confrontarsi senza per questo dover affrontare particolari sintomi e limiti psicologici.paura cani La persona che soffre di una fobia, come ad esempio la paura dei cani o dei ragni, può essere sopraffatta dal terrore, alla sola idea di entrare in contatto con un piccolo ed innocuo animale, come un cucciolo di cane anche neonato o anche, con una lucertola. Questo accade anche per azioni fatte naturalmente da milioni di persone (passeggiare in una piazza, andare in un centro commerciale, stare in spazi deserti, etc).  Così ad esempio se la persona soffre di claustrofobia entrerà in un grande stato di ansia fino al terrore, all’idea di dover entrare nella metropolitana perché il timore di cui diventerà preda, sarà quello di non poter uscire come vorrebbe se improvvisamente ci fosse un pericolo.

Le persone affette da disturbi fobici, sono consapevoli della irrazionalità del loro disturbo ma allo stesso tempo, non riescono a controllare la loro paura.
L’ansia da fobia, o “fobica”, trova una serie di espressioni a livello psicofisiologico.

A livello fisiologico i sintomi più comuni sono i seguenti: tachicardia, vertigini, extrasistole, disturbi gastrici con nausea, diarrea, senso di soffocamento, disturbi urinari, rossore, sudorazione eccessiva, tremore e spossatezza.

Un comportamento tipico di quando abbiamo paura, viene attivato dal nostro sistema di difesa organicistico primordiale  è quello della fuga dall’oggetto temuto che in origine è finalizzato alla propria salvaguardia. Del resto, quando si ha paura, si sta male ed è normale voler fuggire: la fuga è un’ottima strategia di emergenza. Scappare è una strategia elaborata automaticamente dal nostro SNC quando non possiamo attaccare chi attacca noi, perché lo riteniamo più forte. E’ un sistema di difesa antico, che un tempo permetteva all’uomo di difendersi dai predatori e dai suoi nemici con i quali non era conveniente combattere in battaglia. D’altra parte, è per l’appunto, solo una strategia di emergenza.

La tendenza invece ad evitare tutte quelle situazioni o condizioni o oggetti che possono essere associate alla nostra reazione di paura o fobica ha, a lungo andare, un effetto negativo di rinforzo sui comportamenti stessi di evitamento. Questo accade perché la nostra fuga o evitamento, non fa che confermare al nostro inconscio, più ancora che alla nostra coscienza, la pericolosità della situazione evitata e questo ci prepara così all’’evitamento successivo. Quindi a livello clinico possiamo affermare che ogni evitamento dell’oggetto o situazione temuti, agisce rinforzando negativamente la paura ovvero la amplifica, come se le desse un’ulteriore ragione di esserci.

Se entriamo in una spirale di progressivi evitamenti, non facciamo altro che aumentare la sfiducia nelle nostre risorse e ad un aumento increscioso della reazione fobica.

In queste situazioni, la fobia, l’evitamento e la reazione fobica, potranno arrivare ad interferire in modo significativo con la normale vita quotidiana dell’individuo e con il suo funzionamento lavorativo oppure scolastico oltre che con le sue normali attività e relazioni sociali. In tal modo, il disagio scatenato da una fobia può diventare sempre più limitante.

paura aereoConsideriamo ad esempio chi soffre della fobia dell’aereo – aerofobia – ma che per lavoro dovrebbe fare brevi trasferte, rese sicuramente più facili da questo mezzo di trasporto,  può ad esempio ritrovarsi costretto/a rinunciare spesso ad incarichi che comportano tali trasferimenti con tutto l’imbarazzo che può derivarne.

Un limite particolare può essere rappresentato dalla fobia di siringhe ed aghi che può spingere alcune persone ad evitare addirittura esami medici necessari o alcuni donne a scegliere di non fare bambini, pur desiderati, per evitare di partorire ed entrare in contatto con simili strumenti medici.paura aghi

Parlando di fobie è necessario notare che si differenziano in base al contenuto dell’oggetto temuto (al quale, secondo la psicologia dinamica, sottostà una data proiezione) e che è quindi necessario fare per il momento un distinguo, tra fobie generalizzate e fobie specifiche. Rientrano tra le fobie generalizzate l’agorafobia (con o senza attacco di panico) e la fobia sociale che hanno un impatto molto invalidante sulle persone che ne soffrono.

L’agorafobia definisce la paura di trovarsi in spazi aperti da soli, là dove se servisse, non si potrebbe, secondo il proprio immaginario, chiedere aiuto e soccorso. In particolar modo in caso di un attacco di panico o di forte ansia. L’agorafobia è molto limitante e spesso la persona che ne soffre può uscire soltanto in presenza di un accompagnatore. E’ una fobia fortemente limitante anche rispetto alle possibilità di inserimento sociale e lavorativo del soggetto.

timidezzaLa fobia sociale definisce invece la paura di agire di fronte agli altri, nel timore che le proprie azioni possano rivelarsi imbarazzanti o umilianti per chi le compie e di ricevere in conseguenza dei giudizi negativi. Si tratta di una fobia che porta ad evitare quasi tutte le situazioni sociali, per paura di fare qualcosa di sbagliato e di essere giudicati male per questo. Le persone con fobia sociale, temono situazioni nelle quali sono costrette a fare qualcosa davanti agli altri come parlare ed esporre ad esempio una relazione ma spesso anche solo mangiare o telefonare in presenza di altri. Le persone affette da fobia sociale sono fortemente timorose che i segni della propria ansia siano o diventino evidenti agli altri, come la loro tendenza ad arrossire e sudare facilmente, oppure avere il cuore che batte a mille per l’ansia. Possono anche aver paura di non avere argomenti per parlare con gli amici, che gli “manchi la battuta”.

La persona affetta da fobia sociale si rende conto che il suo timore è irrazionale ma nonostante ciò, esso è incontrollabile nel caso in cui non venga trattato con la psicoterapia (ed in casi di assoluta necessità in un primo momento con dei farmaci sotto stretto controllo medico specialistico) essa tende purtroppo a diventare un disturbo cronico, invalidante e difficile da estirpare.

Le fobie semplici si suddividono in base al tipo:

Tipo animale: cinofobia, ornitofobia, aracnofobia, cioè paura degli uccelli e paura dei ragni ad es.

Tipo Sangue/ infezioni/ ferite: vi è in questi casi una fobia del sangue (ematofobia), delle siringhe, degli aghi o ferite che richiedono importanti medicazioni.

Tipo ambiente naturale, come ad es., la fobia dei temporali, definita brontofobia, la fobia dell’altezza, definita acrofobia, del buio, definita scotofobia.

Tipo situazionale: questo concetto è utilizzato quando la fobia si riferisce ad una situazione specifica e particolare come l’attraversamento di un tunnel o di un ponte o la paura di volare detta aviofobia.

Fobie di altro tipo: in questo contesto si inseriscono fobie particolari che portano la persona ad evitare delle situazioni nelle quali si teme ad esempio di poter soffocare o ammalarsi, anche se ciò in realtà è altamente improbabile se non impossibile; in questi casi, il disturbo fobico è collegato ad ipocondria o al DOC, Disturbo Ossessivo Compulsivo.

La dismorfobia è una fobia che si manifesta con un’alterata percezione da parte della persona che ne soffre del proprio corpo o di una sua parte che erroneamente vede come brutte e ripugnanti,   anche in assenza di difetti evidenti.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Paura di essere derisi, ovvero la Gelotofobia

Il termine fobia deriva dal greco φόβος,phóbos, “panico, paura”.
Una fobia è caratterizzata da una paura intensa e persistente, duratura nel tempo, nei confronti di una specifica cosa, in realtà non adatta provocare a livello razionale un timore così intenso.

Le fobie sono molto comuni: esse  colpiscono circa il 5% della popolazione mondiale. Questo vuol dire che un individuo ogni 20 soffre di almeno una fobia ed in modo maggiore le donne rispetto agli uomini.

Una particolare fobia è quella denominata gelotofobia ((γέλως = “le risa”). Ma cosa significa il termine gelotofobia?
Contrariamente a quanto potrebbe sembrare al primo impatto ed anche se
il termine può farci pensare alla fobia di mangiar gelati, non si tratta di questo.
La gelotofobia è una condizione inquadrata nella famiglia delle fobie (ed alla sotto categoria della fobia sociale),  questo termine di origine greco significa “paura del riso”.
Infatti la persona che è affetta da gelotofobia vive in una una costante paura di essere derisa e criticata dagli altri che gravitano intorno a lei.
Anche se può accadere a tutti noi di essere molto sensibili alle critiche altrui, nei gelotofobici, sembra essere presente una incapacità di distinguere, tra un sorridere finto ed un sarcastico.   
Le persone che soffrono di gelotofobia infatti, interpretano in modo erroneo la mimica facciale a  il loro tono di voce, le posture, etc,  credendo di essere sempre loro stessi ‘oggetto della derisione’ degli altri.
Sembra possibile che chi soffre di questo disturbo, sia stato oggetto di critiche esagerate e derisione in passato.
La gelotofobia essendo fonte continua di sofferenza nel rapporto con  gli altri, generando umiliazione, rabbia e  frustrazione,  può causare depressione oppure uno stato di patologica tristezza.
A cura della d.ssa Elesabetta Lazzari
Studio Bumbaca, Roma, Piazza Re di Roma 3 / Avezzano (loc FORME) - cell: 366 2645 616 - 06 60200 248 - PI : 10726621005