La Sindrome di Hikikomori 

La Sindrome di Hikikomori, (引きこもり o 引き籠もり, il suo significato letterale è : isolarsi, stare da parte, e viene da hiku , che vuol dire “tirare”  e da  e komoru , che invece vuol dire “ritirarsi“. E’ un termine giapponese e definisce una condizione di isolamento estremo, da parte di adolescenti (ma anche da parte di giovani adulti), prevalentemente nei maschi e per un periodo di almeno sei mesi.   

La Sindrome di Hikikomori – boom in Italia

E’ un fenomeno che colpisce, oramai anche in Italia ed è diventato tristemente un boom che colpisce soggetti da 14 ai 25 anni che, non lavorano, non studiano, non hanno amici, e stanno tutto il giorno chiusi nello loro camere. Non parlano con nessuno e con i loro genitori non vanno oltre l’essenziale. Trascorrono buona parte del giorno a dormire, tendono, per non entrare in rapporto con nessuno, a restare quindi in totale solitudine. Vivono di più durante le ore notturne. Si creano falsi profili social e con quello entrano in relazione con una società (prevalentemente di simili) da cui sono fuggiti.

Anche se in Giappone riguarda moltissimi giovani, sarebbe un errore pensare che sia un fenomeno relegato solo a quella società, dal momento che coinvolge quasi tutti i paesi le cui economie sono iper-sviluppate. Paesi ove la competizione è altissima e non tutti sono in grado di ‘reggere’, infatti qualcuno cede e preferisce ritirarsi. Anche in Italia, il fenomeno esiste ed è in espansione. Sono in molti a chiedere aiuto, in particolare i genitori. 

La Sindrome di Hikikomori – cause

Il fenomeno ha i  contorni ancora non ben definiti.

Molte associazioni stanno tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma, come al solito, vedi ad esempio il caso della sindrome di affaticamento cronico, il disagio viene confuso per qualcosa di altro (in questo caso per inettitudine, svogliatezza, fragilità, mancanza di iniziative, nuove generazioni prive di spina dorsale, …).

I ‘bamboccioni’ oppure i giovani “choosy” (schizzinosi), per giungere a coniare per loro un acronimo ovvero ‘Neet’ (acronimo che sta per Not in Education, Employment or Training, ovvero tutti quei giovani che rifiutano qualsiasi forma di inserimento sociale, educazione, lavoro, … tutta gente cioè che rifiuta percorsi formativi, non lavorano, ….).

La Sindrome di Hikikomori – definizione clinica

Non esiste una classificazione definita. Nel DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) è definito ancora come ‘sindrome culturale giapponese’ che oltre a non voler dire nulla, è di per se pericolosa. Tende a sottostimare il problema (sta esplodendo in tutto il mondo e quindi, non è relegato solo al Giappone).

Viene spesso confusa con sindromi depressive, oppure, visto che il ragazzo è ‘incollato’ ad internet, lo si etichetta con la dipendenza da internet, causando quasi immediatamente la confisca del pc e quindi chiudendogli l’unica finestra (anche se virtuale) sul mondo. In alcuni casi si sono anche riscontrati sintomatologie di tipo ossessivo compulsivo, ma non si esclude che tali manifestazioni rappresentano solo un effetto dell’autoisolamento

La Sindrome di Hikikomori – approccio terapeutico

L’adolescente si rifugia nella solitudine ma interagisce con  il mondo tramite internet. La difficoltà ad incontrare l’altro, grazie alla rete, diminuisce anche perché la rete, ne accetta i limiti, è in grado di attendere e di rispettare lo spazio e i tempi.

Spazio e tempo che nella vita reale sono percepiti come troppo severi, inconciliabili, non in sintonia.

Si manifesta in questi soggetti, quindi, il terrore per l’insuccesso anche perché la nostra società viene percepita come molto competitiva ed esige una completa e totale omologazione; la nostra società tollera pochissimo la diversità (a cui si sente di appartenere quel giovane).

Quindi, per poter essere efficaci, ogni eventuale psicoterapia, dovrebbe focalizzarsi sul perché, quel giovane, ha deciso di arrendersi e di ritirarsi,  e quindi ha optato per il ‘ritiro sociale’ (che potrebbe essere il termine che definisce questo tipo di patologia).

L’obiettivo terapeutico dovrebbe tendere quindi a rompere l’isolamento mitigando l’inevitabile ansia da prestazione e il terrore del fallimento (dovuto a insicurezza) e ristabilire rapporti genitoriali più efficaci e funzionali.  

Non dimentichiamo che in tutte i miti, leggende, etc. il ritiro dell’Eroe (Un possibile esempio di passività attiva) avviene sempre (Gesu e i suoi 40 giorni nel deserto, Gautama Buddha, Lancillotto, Amleto, …). Il ritiro è necessario per ricaricarsi, oppure per comprendere la reale essenza del proprio sé, …).

In questo caso però, non ci troviamo in una situazione di passività attiva ma molto più verosimilmente, in quella ove il terrore di fallire.

L’enorme senso di ansia, porta alla paralisi, al blocco emotivo, alla negazione delle proprie capacità, ed ogni psicoterapia deve focalizzarsi sul recupero della fiducia in se stessi.