Categoria: Personalità

La Sindrome di Hikikomori

La Sindrome di Hikikomori 

La Sindrome di Hikikomori, (引きこもり o 引き籠もり, il suo significato letterale è : isolarsi, stare da parte, e viene da hiku , che vuol dire “tirare”  e da  e komoru , che invece vuol dire “ritirarsi“. E’ un termine giapponese e definisce una condizione di isolamento estremo, da parte di adolescenti (ma anche da parte di giovani adulti), prevalentemente nei maschi e per un periodo di almeno sei mesi.   

La Sindrome di Hikikomori – boom in Italia

E’ un fenomeno che colpisce, oramai anche in Italia ed è diventato tristemente un boom che colpisce soggetti da 14 ai 25 anni che, non lavorano, non studiano, non hanno amici, e stanno tutto il giorno chiusi nello loro camere. Non parlano con nessuno e con i loro genitori non vanno oltre l’essenziale. Trascorrono buona parte del giorno a dormire, tendono, per non entrare in rapporto con nessuno, a restare quindi in totale solitudine. Vivono di più durante le ore notturne. Si creano falsi profili social e con quello entrano in relazione con una società (prevalentemente di simili) da cui sono fuggiti.

Anche se in Giappone riguarda moltissimi giovani, sarebbe un errore pensare che sia un fenomeno relegato solo a quella società, dal momento che coinvolge quasi tutti i paesi le cui economie sono iper-sviluppate. Paesi ove la competizione è altissima e non tutti sono in grado di ‘reggere’, infatti qualcuno cede e preferisce ritirarsi. Anche in Italia, il fenomeno esiste ed è in espansione. Sono in molti a chiedere aiuto, in particolare i genitori. 

La Sindrome di Hikikomori – cause

Il fenomeno ha i  contorni ancora non ben definiti.

Molte associazioni stanno tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma, come al solito, vedi ad esempio il caso della sindrome di affaticamento cronico, il disagio viene confuso per qualcosa di altro (in questo caso per inettitudine, svogliatezza, fragilità, mancanza di iniziative, nuove generazioni prive di spina dorsale, …).

I ‘bamboccioni’ oppure i giovani “choosy” (schizzinosi), per giungere a coniare per loro un acronimo ovvero ‘Neet’ (acronimo che sta per Not in Education, Employment or Training, ovvero tutti quei giovani che rifiutano qualsiasi forma di inserimento sociale, educazione, lavoro, … tutta gente cioè che rifiuta percorsi formativi, non lavorano, ….).

La Sindrome di Hikikomori – definizione clinica

Non esiste una classificazione definita. Nel DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) è definito ancora come ‘sindrome culturale giapponese’ che oltre a non voler dire nulla, è di per se pericolosa. Tende a sottostimare il problema (sta esplodendo in tutto il mondo e quindi, non è relegato solo al Giappone).

Viene spesso confusa con sindromi depressive, oppure, visto che il ragazzo è ‘incollato’ ad internet, lo si etichetta con la dipendenza da internet, causando quasi immediatamente la confisca del pc e quindi chiudendogli l’unica finestra (anche se virtuale) sul mondo. In alcuni casi si sono anche riscontrati sintomatologie di tipo ossessivo compulsivo, ma non si esclude che tali manifestazioni rappresentano solo un effetto dell’autoisolamento

La Sindrome di Hikikomori – approccio terapeutico

L’adolescente si rifugia nella solitudine ma interagisce con  il mondo tramite internet. La difficoltà ad incontrare l’altro, grazie alla rete, diminuisce anche perché la rete, ne accetta i limiti, è in grado di attendere e di rispettare lo spazio e i tempi.

Spazio e tempo che nella vita reale sono percepiti come troppo severi, inconciliabili, non in sintonia.

Si manifesta in questi soggetti, quindi, il terrore per l’insuccesso anche perché la nostra società viene percepita come molto competitiva ed esige una completa e totale omologazione; la nostra società tollera pochissimo la diversità (a cui si sente di appartenere quel giovane).

Quindi, per poter essere efficaci, ogni eventuale psicoterapia, dovrebbe focalizzarsi sul perché, quel giovane, ha deciso di arrendersi e di ritirarsi,  e quindi ha optato per il ‘ritiro sociale’ (che potrebbe essere il termine che definisce questo tipo di patologia).

L’obiettivo terapeutico dovrebbe tendere quindi a rompere l’isolamento mitigando l’inevitabile ansia da prestazione e il terrore del fallimento (dovuto a insicurezza) e ristabilire rapporti genitoriali più efficaci e funzionali.  

Non dimentichiamo che in tutte i miti, leggende, etc. il ritiro dell’Eroe (Un possibile esempio di passività attiva) avviene sempre (Gesu e i suoi 40 giorni nel deserto, Gautama Buddha, Lancillotto, Amleto, …). Il ritiro è necessario per ricaricarsi, oppure per comprendere la reale essenza del proprio sé, …).

In questo caso però, non ci troviamo in una situazione di passività attiva ma molto più verosimilmente, in quella ove il terrore di fallire.

L’enorme senso di ansia, porta alla paralisi, al blocco emotivo, alla negazione delle proprie capacità, ed ogni psicoterapia deve focalizzarsi sul recupero della fiducia in se stessi.

La teoria dei complessi di Jung

La teoria dei complessi

Per Jung i complessi a tonalità affettiva (la teoria dei complessi) si riferiscono a tutte quelle situazioni ove c’è un eccesso di energia psichica, una sorta di affettività un po’ esagerata rispetto al contesto.

Quindi, un ‘complesso’ comprende una serie di rappresentazioni, ricordi e pensieri parzialmente coscienti ma con una forte carica affettiva. Questa carica eccessiva, limita la liberta dell’IO. Parafrasando uno schema astrofisico potremmo dire che il complesso potrebbe essere paragonato ad un buco nero e sappiamo tutti che il buco nero assorbe tutta l’energia.

La teoria dei complessi e le neuroscienze

Sono noti a tutti gli studi di Paul MacLean in merito alla teoria dei tre cervelli. Secondo il ricercatore avremmo tre cervelli: il rettiliano, il limbico ed emotivo e la neocorteccia.

In modo più approfondito, MacLean, paragona i due aspetti (quello emotivo e quello razionale) come quello tra cavallo e cavaliere. Finche va tutto bene, il cavaliere sente di poter gestire il suo cavallo senza problemi ma, in caso di rumori forti o minacce da altri animali (ad esempio un cavallo che scalcia, oppure una lepre che esce improvvisamente dal bosco, … e chi va a cavallo lo sa benissimo), il cavallo si imbizzarrisce e il cavaliere dovrà faticare per restare in sella.

Quindi ogni qualvolta che il sistema limbico (cavallo) si sente in pericolo, le comunicazioni tra i vari sistemi si indeboliscono a favore del ‘cavallo’. Dal punto di vista neurologico il nostro cavallo si chiama amigdala. Quando questa struttura rileva il pericolo, vengono rilasciati ormoni che, una volta in circolo, provocano reazioni del tipo attacco o fuga, ma anche (ben più grave) reazioni del tipo di totale incapacità di esprimere qualsiasi tipo di reazione (congelamento).

Questo percorso viene chiamata ‘via breve’ perché tra la sensazione del pericolo e la reazione, non viene coinvolta la corteccia (in grado di una elaborazione più complessa). Quindi tra gli stimoli c’è sola l’amigdala e nessuna elaborazione superiore (che attinge ai ricordi, esperienze, …) viene attivata e la reazione è automatica (inconscia), raramente cosciente.

Secondo gli studiosi, esistono input sensoriali (ricordi, emozioni, odori, …) che stimolano l’amigdala e ci fanno rivivere (immediatamente) emozioni quali la rabbia, la paura, l’ansia, ma anche sentimenti piacevoli, evocativi, deja-vu, …) che non raggiungono la corteccia. Ecco quindi che in questi casi, il cervello limbico (cavallo) prende il comando e risponde in modo automatico, come abbiamo visto sopra.

La teoria dei complessi – esiste una correlazione

I complessi a tonalità affettiva di Jung caratterizzati da un ‘eccesso di energia psichica’, affettività esagerata (il cavallo imbizzarrito), possano essere paragonati ad una reazione autonoma, così come abbiamo visto sopra.

In questi casi potremmo dire che la reazione del soggetto possa essere il frutto di un pericolo interiorizzato (magari in un’età in cui tale pericolo è stato sovrastimato, se non addirittura il frutto di un errore cognitivo).

Gli studi di Jung del 1905 confermerebbero quelli fatti dai neuro scienziati in merito alla ‘via breve’, ma dal punto di vista clinico.

La teoria dei complessi e il trauma

Tutti sanno che i trami lasciano un ricordo indelebile, e ci riferiamo generalmente ai grandi traumi (terremoto, guerra, incidente, lutto, …). Ampliando il tema, dobbiamo tener presente che esistono anche i micro-traumi che anch’essi lasciano dei segni indelebili ma che raramente raggiungono la soglia della coscienza.

Parlando quindi dei traumi meno riconoscibili, che potremmo chiamare microtraumi ma che si perpetrano per un lungo periodo di tempo (pensiamo ad esempio alle relazioni di attaccamento strumentali di un genitore abusante, o di tutte quelle relazioni ove si viene usati per soddisfare altrui bisogni. Oppure altri abusi, tipo quello di molti bambini che vengono bullizzati (dai più grandi, perché portatori di handicap, perché timidi, perché ritenuti sfigati, …).

Ebbene, anche questi situazioni possono creare situazioni di stress che bypassano l’elaborazione della corteccia cerebrale, ma vengono ‘evasi’ direttamente dall’amigdala; detto in termini psicologici, queste situazioni o quelle che da adulti vengono vissute come simili, molto presumibilmente verranno gestite nel modo automatico (cavallo imbizzarrito) di cui abbiamo discusso sopra.

Quindi, attenzione ai discorsi sul trauma dal momento che abbiamo dimostrato che non esistono solo ‘grandi traumi‘ ma anche quelli piccolini, apparentemente insignificanti, legati al contesto del singolo.

In casi del genere, nella dinamica clinica, notiamo un comportamento ed una emotività non giustificati dal contesto.

In tutti questi casi ci troviamo in una situazione in cui il soggetto è dominato da un complesso che oltre ad essere autonomo tende anche ad essere compulsivo.

La teoria dei complessi – risvolti psicologici

Jung sosteneva che le persone nevrotiche, indipendentemente dal loro vissuto, si rifiutavano o non erano in grado di sopportare l’hic et nunc (il qui e ora) di un dolore reale e legittimo. Quindi, questo ‘dolore’ oppure la sua rappresentazione, frantuma la precedente integrità dell’Io.

Tale scissione fa parte della vita normale di ogni essere umano dal momento che la totalità è fatta per scindersi, ma ciò diventa patologica e quindi malata, solo quando questa scissione è esageratamente ampia e il conflitto diviene intenso e non gestibile. Ecco quindi che si prospetta all’orizzonte una nevrosi e nei casi più estremi anche una possibile psicosi.

La personalità secondo Freud

Come si costruisce la personalità

La personalità che abbiamo da bambini, potrebbe trasformarsi da adulti?  Ci sono state tantissime discussioni in merito alle diverse teorie della personalità. 

Ma vediamo, da che cosa dipende la personalità di un soggetto secondo Freud: Più di cento anni fa sosteneva che la personalità si forma nella prima infanzia e rimane costante, ovvero la stessa, per tutta la vita, quindi anche nell’età adulta. Ebbene, sembra che le ricerche moderne, confermano questa tesi che, ripetiamo, Freud la formulò più di cento anni fa,  confermando che il pensiero di Freud aveva un senso.

Ad esempio, sul Journal of Personality, del mese di febbraio, viene riportato uno studio condotto su 103 bambini per ben 19 anni (una ricerca longitudinale). La ricerca inizia con i bambini di 4 anni ed è stata quindi condotta fino ai loro 20 anni.

I ricercatori, intervistarono genitori e insegnanti, quando i bambini avevano 4 anni. Sulla base di queste osservazioni, i bambini furono classificati in: poco controllati, troppo controllati e resilienti (in psicologia, la resilienza indica la capacità di fronteggiare positivamente le eventuali avversità della vita, mantenendo la capacità di approfittare delle opportunità che la vita offre, preservando la propria identità).

I genitori dovevano compilare ogni anno un questionario fino al raggiungimento dei 10 anni, poi altri questionari all’età di 12, 17 e 23 anni.

I ragazzi classificati come ipercontrollati, erano timidi, quelli poco controllati aggressivi, i resilienti erano a metà tra gli altri due.

Quelli molto controllati fanno troppa attenzione alle proprie emozioni ci dicono gli autori della ricerca, “… quindi sono meno in grado di agire ‘naturalmente’ e ‘spontaneamente’. Perché sono così lenti a riscaldarsi, che sono visti e percepiti dagli altri come molto timidi“, aggiungendo che i bambini poco controllati o ‘incontrollati’ erano più impulsivi e le loro azioni erano dettati dall’impulsività e dalla frustrazione e la loro modalità di comunicazione era tendenzialmente aggressiva.  Questi bambini diventeranno bulli ed erano caratterizzati da sentimenti di rabbia e ricerca di potere.

All’età di 23 anni, questi bambini/ragazzi erano ancora bulli, quindi prepotenti e aggressivi anche se nel corso degli anni, si assisteva ad una moderazione di tali atteggiamenti.

I resilienti invece, erano più adattabili e in grado di gestire e controllare meglio le proprie emozioni. Si riprendevano facilmente dalle avversità e avevano una condotta più matura. Crescendo, il loro comportamento non era né compulsivo né impulsivo ma ponderato.

Inoltre, è stato possibile verificare ciò che Freud aveva intuito, ovvero, crescendo, questi bambini da adulti, riescono a mantenere la loro personalità iniziale. In altre parole i bambini resilienti, ipercontrollati e incontrollati diventavano adulti  con le stesse caratteristiche.

Una piccola differenza c’è tuttavia nei bambini incontrollati, dal momento che da adulti diventavano meno aggressivi. Una possibile spiegazione ci viene dal fatto che quasi certamente questi bambini venivano puniti più degli altri. Quale genitore rinforza l’aggressività dei figli?

Come si modella la nostra personalità?

Come Freud ci ha insegnato (e lo studio lo conferma) la personalità si forma lungo le fasi dello sviluppo e indubbiamente l’ambiente in cui viviamo lo struttura, lo modella.

Nella fase edipica i bambini sviluppano il complesso che spingono le bambine ad essere attratte dal papà o dalle figure paterne e i maschietti dalla figura materna.

Altri psicologi hanno negato l’influenza dell’ambiente (Hans Eysenck e Raymond Cattell) dal momento che pensavano che il fattore determinante fosse l’ereditarietà, cioè per questi studiosi la personalità veniva ereditata. Sostenevano infatti che fattori come la timidezza, oppure l’aggressività fossero codificate nel DNA o in specifiche parti del cervello.

In questa ricerca, i ricercatori affermano senza ombra di dubbio che per la formazione della personalità, giochino fattori come l’ambiente ma anche la genetica.

Tuttavia ciò che è veramente determinante sono i fatti della vita. Se ad esempio, ad un bambino viene detto di essere meritevole esso si sentirà e di conseguenza si comporterà come meritevole; se invece gli viene detto che è immeritevole, avrà quasi certamente problemi legati all’autostima.

Se notano che i fratelli o le sorelle vengono elogiati in ambiti specifici, egli tenderà ad imitare proprio quei tratti.  

Verrebbe da dire che viviamo giorno dopo giorno ciò che diventiamo e diventiamo ciò che viviamo, in un eterno circolo virtuoso di continui cambiamenti.

Quindi la ricerca conferma la teoria della personalità di Freud.   

Figli di genitori con disturbi mentali

Frequento una persona i cui genitori soffrivano di disturbi mentali

Quali sono gli effetti sui figli ove un genitore o entrambi, soffrivano di una qualche forma di disagio mentale? Una domanda tutt’altro che  peregrina, dal momento che sono propri i nostri genitori che ci iniziano alla vita e ci aprono la strada verso il mondo. Sono interessanti gli studi sulle figure di attaccamento di Bowlby ove viene spiegato quali possono essere le possibili conseguenze.

Oltre agli studi di Bowlby, molti altri ne sono stati fatti tra cui quello del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Pittsburgh; questo studio, condotto nel 2009, ha evidenziato che se hai un genitore bipolare, tu, figlio, hai il 14% in più di sviluppare la medesima patologia. Se invece il disturbo lo hanno entrambi i genitori, le possibilità aumentano. Aumenta anche la possibilità che tu possa avere problemi di natura psicosociali.

la Concordia University, in Canada, ha fatto un’altra ricerca analoga (ovvero genitori con disagio); questi ragazzi, avrebbero maggiori difficoltà nel regolare l’emotività e i comportamento.  La equipe,  (Mark Ellenbogen ne era il coordinatore), ha rilevato che in ambienti famigliari particolarmente stressanti, può accadere che i parametri biologici possano modificarsi al punto da destabilizzare l’umore. Infatti, i figli di cui stiamo parlando, hanno durante il giorno, il livello di cortisolo più elevato degli altri. Il cortisolo è un ormone che viene rilasciato ogni qualvolta ci troviamo in una situazione di stress.

Cosa fare con genitori bipolari

Per evitare che il disagio dei genitori abbia ricadute negative sui propri figli, un ruolo determinante viene affidato alla prevenzione. Attraverso un intervento precoce, i ricercatori canadesi hanno attivato un progetto teso a ridurre tutte le situazioni di stress all’interno delle famiglie con genitori bipolari e figli tra i 6 e gli 11 anni, inizialmente iniziando con quelli a maggior rischio.

Il team ha operato su due aspetti:

  • Genitori: per migliorare e ottimizzare la comunicazione, e nel gestire situazioni concrete della vita quotidiana in maniera più funzionale;
  • Figli: i figli con genitori con disturbi di salute mentale rischiano continuamente di essere abbandonati a se stessi, ed un supporto è necessario per fornire loro quel supporto emotivo che potrebbe arrivare distorto (dai loro genitori). I bambini devono crescere, sviluppando competenze e abilità, nel gestire lo stress tramite giochi formativi ed educativi ed attività fisiche in sintonia con la loro età.

Se si gioca d’anticipo, allentando lo stress e favorendo (all’interno di queste famiglie) una comunicazione più efficace, è prevedibile che sia possibile evitare che la vita di tutti i giorni si mantenga entro limiti accettabili riducendo il rischio di malattia anche per i figli.

Un altro grave rischio ci viene da quello relativo all’eventuale distacco dalla famiglia. Questo può avvenire ad esempio in seguito all’ospedalizzazione di uno dei genitori, che raramente sono di breve durata; in questo caso, il distacco potrebbe minare il legame con quel genitore, venendo a mancare tutta quelle serie di attività che prima venivano svolte quotidianamente, mettendo ulteriormente in crisi il rapporto genitori-figli. In queste situazioni, il bambino si sente come minimo, poco curati, abbandonati, non amati, isolati, …

Ciò che quasi sempre accade (e lo vedo quotidianamente nel mio lavoro di terapeuta) al bambino, ciò che potrebbe accadere, è l’insorgenza di un sentimento difficile da assorbire: il senso di colpa. I bambini si convincono di essere la causa della malattia del genitore. Si sentono responsabili e quindi vengono assaliti d ansia, abbandono, tristezza,… questi sono i sentimenti dominanti che provano bambini che crescono in questo contesto. Capita anche, e spesso, che debbano essere proprio loro a prendersi cura di questi genitori. Ad esempio una bimba di 8-10 anni con una mamma malata, inevitabilmente sarà lei a prendersi cura del resto della famiglia: sarà lei ad accompagnare a scuola i fratellini/sorelline più piccoli; sarà lei che si occuperà del vitto; sarà lei che si occuperà della pulizia della casa; sarà lei che ….

Frequento una persona ossessiva

Frequento una persona ossessivaQuali sono le caratteristiche di una persona ossessiva

Le persone che soffrono di DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) hanno la necessità di ‘sentirsi a posto’. Frequenti una persona ossessiva? Non lo dimenticare mai.

Chi ne soffre, ha il bisogno di sentire che tutto è a posto, ovvero, ciò che indossa, ciò che possiede, come organizza la sua stanza, come si lava, quante volte si lava, come chiude la porta, come chiude l’acqua, come e quante volte controlla che è ben chiusa, come prende appunti a scuola, fare cose per un certo numero di volte in modo perfetto (altrimenti deve ricominciare), camminare tra una mattonella e l’altra, contare i passi che fa, oppure ricominciare a contarli ad esempio ogni 5 passi, lavare il pavimento 5 volte al giorno, lavarsi i denti anche 17 volte al giorno perché:

‘appena mi sveglio lavo i denti; dopo aver fatto colazione, lavo i denti; prima di uscire di casa, lavo i denti; appena arrivo in ufficio, lavo i denti; a metà mattina, se prendo un caffe, lavo i denti; prima di pranzo, lavo i denti; dopo pranzo, lavo i denti; a metà pomeriggio, lavo i denti; prima di uscire dal lavoro, lavo i denti, appena arrivo a casa, lavo i denti; prima di cena …. Dopo cena …. E così via’.

Ecco, questo potrebbe voler dire: ‘sentirsi a posto’.

Di DOC, ne soffre più o meno il 2% della popolazione e l’età è ininfluente dal momento che anche i bambini ne soffrono. La persona si sente ingabbiata in un circolo senza fine di rituali ossessivi, che possono anche essere compulsivi. Questi rituali sono processi mentali ripetitivi, possono riguardare aspetti fisici (compulsivi) oppure solo mentali (ossessioni pure).

Sono manifestazioni autonome, prendono possesso del cervello e oscurano tutti gli altri pensieri (che possono anche essere importanti perché legati alla realtà).

Ogni persona è unica nel suo genere e nel caso delle ossessioni accade la stessa cosa. Le ossessioni di Tizio, sono diverse da quelle di Caio.  

E’ come se avesse due cervelli, uno ‘normale’ che sa che il suo comportamento può sembrare ridicolo ma l’altro cervello, quello ossessivo, non lo prende minimamente in considerazione.

Le possibili fissazioni vanno dall’ordine alla pulizia, ma anche a quella di essere omosessuale senza saperlo.

Ossessioni – quali cure

Curare questa patologia non è semplice dal momento che ogni paziente ha modalità diverse; quindi ogni caso va affrontato individualmente per scoprire cosa va bene per lui. Trovare la cura, è la cosa più difficile. In alcuni casi, i pazienti dovranno abituarsi ad una convivenza con la propria ossessione e farla diventare il proprio stile di vita.

Come vivere con una persona ossessiva

Vivere e in alcuni casi crescere con una persona affetta da tale patologia, indubbiamente genera dei cambiamenti. Avere accanto un ossessivo potrebbe essere paragonato ad un tango (ove l’uomo conduce la danza e la donna si lascia condurre). Anche se sei tranquillo, anche se ti fai guidare, loro devono sapere che ci sei, che stai attento a loro e che tu non li tratti come diversi.

Alcuni suggerimenti

Cosa è il disturbo ossessivo-compulsivo o DOC, ne abbiamo già parlato altrove, e sappiamo che in presenza di una persona cara che ne soffre, tutto il contesto ne risente. Ne risente infatti lo spazio comune, la routine quotidiana, e tutto ciò che di pratico c’è all’interno della relazione  (fratello, genitore, partner, …). Ecco che apprendere come gestire il soggetto, cominciando dal riconoscerne i sintomi, diviene utile anche per farsi aiutare a trovare il modo per recuperare le energie spese in questa lotta quotidiana.

Alcuni suggerimenti pratici possono aiutare a gestire al meglio una situazione che a volte è critica oltre l’inverosimile.

  1. Diario: registrare cosa e quando accade potrebbe tornare utile, in particolare se si tratta di un bambino.
  2. Distrazione: se il soggetto vuole fare il gesto compulsivo, proponi di fare altre cose: due passi, scrivere qualcosa, fare sport, …
  3. Le tue abitudini: non le stravolgere. Sii presente senza alimentare la sua ossessione. Non lasciarti impressionare, si adatterà.
  4. Non assecondare: tutti gli studi evidenziano che assecondare il bisogno dei rituali, ovvero adattarsi ai comportamenti maniacali del famigliare ossessivo, alimenta il vortice di ansia, di paura e delle eventuali compulsioni, determinando un aggravamento dei sintomi. Quindi, non assecondare mai azioni che a nostro giudizio sono ossessive (non rispondere alle stesse domande, se la persona ha paura di qualcosa, evitare di rassicurare, …). Se leggi solo ora, e quindi fino ad oggi hai assecondato perché ti sembrava la cosa migliore, non puoi improvvisamente cambiare atteggiamento. Informa (lui/lei e il resto della famiglia) che ci sarà una graduale diminuzione del coinvolgimento tuo e della famiglia ai suoi rituali. L’obiettivo è quello di ridurre tale frequenza fino alla loro totali abolizione.
  5. Ambiente: sii affettuoso e incoraggiante. Pur non assecondando le sue manie, chiedi cosa potresti fare per aiutarlo/a. fagli capire che gli atteggiamenti compulsivi sono il sintomo di una malattia e che tu, non hai nessuna intenzione di aggravarne i sintomi. Sarebbe come mandarlo in giro d’inverno, con abiti estivi. Le parole affettuose, di comprensione ma caratterizzate da fermezza (assertività) è ciò di cui si ha veramente bisogno al fine di limitare gli atteggiamenti errati. Incoraggiamo i comportamenti consoni, rendiamoli responsabile dei propri comportamenti e se serve, quando serve, non neghiamo un abbraccio
  6. Circoscrivere: chiedi di limitare azioni compulsive solo in certi ambienti della casa; gli eventuali gesti/rituali (chiudere una porta, la finestra, chiudere/aprire acqua, … devono essere limitate solo a certe stanze.
  7. Ambiente domestico: contribuiamo ad abbassare i contrasti che potrebbero crearsi
  8. Rimprovero: evita di farlo ed evita punizioni. L’altro è malato, non lo dimenticare. Se fosse cardiopatico non gli chiederesti di fare una corsa oppure una scalata in montagna.
  9. Traguardi: vanno tutti festeggiati, anche se minimi.
  10. Solitudine: trascorri del tempo lontano da quella persona. Trascorri del tempo per conto tuo. Evita di correre il rischio del burnout (bruciarsi). Se sei troppo preoccupato per la persona malata, corri il rischio di perdere la necessaria lucidità. Il tempo passato lontano, per conto tuo, serve anche ad eliminare la tensione che nel tempo hai accumulato. Solo se sei sempre ‘destressato’ potrai mantenere il necessario equilibrio che la situazione richiede.
  11. Decisioni: cosa si può fare per contrastare il disturbo? Che decisioni utili si potrebbero prendere? Confrontiamoci con l’interessato prima di consultare gli altri.
  12. Interessi: non trascurarli; non lasciarti inglobare nelle ossessioni dell’altro, cura i tuoi interessi, insegui sempre le tue passioni, in particolare se devi convivere con un disturbo come questo.
  13. Ciò che provi è normale: ti senti affranto, arrabbiato, confuso, ansioso, sopraffatto in riferimento alla persona in oggetto? E’ normalissimo! Questa malattia è complessa ed è causa di frustrazione continua in tutti coloro che ne sono coinvolti. Ma, ricordati che tutto ciò è generato dalla malattia, non dalla persone che ne soffre. La persona che ne soffre, è anche altro e sicuramente è in grado di darti anche altro. Focalizzati su questo e tutto sembrerà più facile. Se pensi a questo, sarà più facile evitare lo scontro oppure provare rancore per la malattia e mai con la persona.
  14. Psicoterapia: come prima cosa, suggerisci una visita dallo specialista. Come risultato sarà possibile intraprendere una cura che, asseconda della gravità, potrà essere integrata (farmaci e psicoterapia). E’ importante riuscire a convincere la persona a curare il disturbo. I tipi di approccio sono equivalenti (io suggerisco una terapia di tipo analitico – sono uno psicoanalista) dal momento che ciò che conta è la ‘relazione’ che si instaura con il terapeuta. Ricordo ad esempio che una terapia si è conclusa nel momento in cui il paziente mi ha confessato che i suoi pensieri li ha sempre ma che, da un certo momento, ha deciso di seguire ciò che ci eravamo detti nel corso dei nostri incontri (i pensieri sono inutili e in alcuni casi nocivi); ha deciso quindi, una volta che i pensieri sopraggiungevano, di interromperli, notando che riusciva a giungere a fine giornata sereno e tranquillo e questo solo perché glielo avevo detto io, dal momento che mi percepiva come autorevole. Se diviene necessario l’uso dei farmaci, che a volte rappresentano un sostegno prezioso, inutile fare gli eroi, usiamoli.

Le varie forme del DOC che esprimono alcune delle paure di: 

  • Malattie: compulsione legata all’igiene; persone che ad esempio si lavano le mani ripetutamente;
  • Pericolo: controllo continuo (gas chiuso, porta chiusa, finestra chiusa; ….) pensano che gli oggetti di uso quotidiano siano pericolosi;
  • Catastrofi: le persone insicure o con bassa stima e con un profondo senso di colpa, hanno paura di catastrofi immediate oppure di essere punite per le proprie colpe;
  • Superstizione: queste persone esprimono la loro compulsività curando la disposizione delle cose (quell’oggetto deve essere esattamente li), dei numeri, dei colori, …
  • Accumulo: le persone che accumulano, temono che se gettano qualcosa, potrebbe accadere di tutto (c’è gente che oltre a non buttare assolutamente nulla, vanno in giro a raccogliere cose (riviste, etc.) che vengono accatastate nella casa (che non contieni più nulla).

Sei un giudicante oppure un opinionista

Differenza tra Giudizio e Opinione

Spesso se ne parla ma se ci chiediamo la differenza, può capitare di fare confusione e quindi questo articolo vuol tentare di fare un po’ di chiarezza.

Con il termine giudizio si indica il giudicare; con quello di opinione, opinare.

In generale, potremmo definire che l’opinione, esprime un parere che viene espresso senza avere la pretesa di dichiarare verità assolute, esprime invece un pensiero, un’impressione, un qualcosa insomma che è soggetta al cambiamento in seguito ad una eventuale rielaborazione. Il giudizio invece, al contrario, è una definizione che mette fine ad ogni discussione, è permanente, a volte inappellabile e almeno per certe cose, può essere considerata una verità totale, assoluta anche se potrebbe non esserlo. Chi viene giudicato può essere bollato come l’ultimo (oppure il primo) degli uomini.

Sulle prime è facile tendere a considerare questi due termini come sinonimi (provate a consultare un dizionario dei sinonimi e dei contrari).

Peccato però che etimologicamente la distanza dal sinonimo sia abbastanza rilevante.

Consultiamo la Treccani.

  • Opinione dal latino dal lat. opinioonis, affine a opinari «opinare».

Il termine si riferisce al fatto che una o più persone, si fanno un’idea in riferimento a fatti oppure ad un determinato fenomeno in assenza di un criterio di certezza totale che permetta di giudicarne la  natura. Ecco che quindi si suggerisce una interpretazione che diviene personale; tale interpretazione (opinione) viene accolta come esatta e per conseguenza viene accettata come vera anche se possa esserci qualche vaga possibilità che potrebbe non essere tale.

  • Giudizio: dal lat. iudicium, der. di iudex -dĭcis«giudice». Qui il ragionamento è un po’ più complesso dal momento che può riferirsi a:
    • L’attività del giudice, quindi applicazione delle norme di legge;
    • Per analogia,  g. finale, ovvero dal punto di vista religioso (qualsiasi religione), del nostro operato al cospetto del tribunale di Dio;
    • Dopo un dibattimento c’è una sentenza o il verdetto dei giudici ove il giudizio può essere di condanna, assoluzione, oppure severo, troppo grave, inappellabile, etc.
    • Per estens., quando non c’è l’intervento dei giudici ma di altri tipo: una commissione giudicatrice, il parere (giudizio) di un insegnante; o in casi ove, ad esempio, ci si appella al giudizio dell’altro oppure della comunità, etc.
    • In situazioni in vigore presso agli uomini primitivi ci si rimetteva al giudizio di Dio, ad esempio attraverso un duello, oppure prove difficilissime, etc
    • Nel linguaggio comune, tutte quelle affermazioni ove si esprime un parere (opinione) in merito alla qualità, il merito, il valore, etc.
    • La capacità di una mente che giudica o che ha una buona attitudine al giudizio (lui è una persona che giudica bene, oppure lascio al tuo giudizio, etc) 

Quindi con opinione indichiamo una persona che attraverso l’esperienza e l’osservazione (in merito ad un fatto specifico) ha preso una certa posizione. Tale posizione è ovviamente soggettiva.

Con l’altro termine, giudicare, viene inteso quando si viene chiamati a legiferare, punire, assolvere oppure condannare, essere quindi giudice sulle cose, persone, fatti.  

In questo caso quindi, si è al di sopra delle parti, si è quindi oggettivi.

Quindi, potremmo anche sintetizzare con il dire che il popolo ha opinioni ma, poiché il popolo deve essere guidato, chi guida giudica ciò che è meglio per il popolo stesso.

L’opinione è un riflesso della propria esperienza, oppure di come vediamo una certa cosa, mentre il giudizio ha a che fare con il sentenziare.

Un’altra prospettiva potrebbe riassumersi con il fatto che l’opinione prevede una rapporto da pari a pari, mentre il giudizio viene tipicamente dall’alto verso il basso (erigersi a giudice).

Ma ancora, sicuramente abbiamo una opinione e diamo un giudizio.

Quindi potremmo dare scontato di aver dimostrato che i due termini non possono considerarsi sinonimi.

E ancora, tutti hanno o possono farsi un’opinione, ma solo poche persone possono realmente giudicare.

Le nostre credenze nascono dal fatto che ognuno di noi è in grado di farsi un’idea (opinione) più o meno su tutto. L’importante è tener presente che le opinioni possono cambiare e che anzi, solo chi le cambia può realmente cambiare le cose. Quindi, nel formarsi un’opinione, dobbiamo mantenere un certo grado di elasticità, soprattutto quando una certa opinione che ci siamo fatti, ad esempio di una persona, una situazione, etc. ci crea disagio oppure non è più attuale.

Un esempio tipico, potrebbe essere quello di riflettere sulla credenza dei bambini verso Babbo Natale oppure verso la Befana. Una credenza che con il tempo si trasforma.

Chi esprime una opinione, sa che è opinabile e quindi non si offende se gli altri ne hanno un’altra. Non sente di essere un genio se gli altri la sostengono né di essere un idiota se non trova un largo consenso e comunque non obbliga nessuno a pensarla come lui.

Chi giudica invece è convinto di sapere, conoscere, vedere e prevedere assolutamente tutto. Di avere la verità infusa. Lui è l’unico che sa e quindi si sente superiore a tutti, potrebbe avere un’autostima delirante e spesso, tenta di manipolare il prossimo (tipico dei narcisisti) per convincerlo del proprio punto di vista.

Passa buona parte del suo tempo nel plagiare gli altri, il suo continuo confrontarsi non è teso alla comprensione o al confronto ma solo al giudizio. Raramente cambia idea, anche in presenza di evidenti errori, incoerenze, difetti oppure di cose che potrebbero essere nocive per altri. Il giudicante, resterà testardo fino in fondo e accetta solo chi si adegua alle sue idee.

Il giudizio, all’interno della nostra società, e primancora nelle società arcaiche, nasce nel momento in cui si è reso necessario avere un capo, una persona posta al di sopra degli altri, con il potere di decidere e quindi anche di emettere giudizi.

Tutto ciò, necessario e funzionale nelle società arcaiche, ha provocato nell’attuale società un’enorme competizione. Tutti vogliono vincere, comandare, giudicare. Quindi tutto ciò che facciamo va inevitabilmente in quella direzione, vincere la competizione. Peccato che ciò che veramente è vincente oggi è l’omologazione e sempre meno l’originalità (che poi, è sempre stata premiante). Si è omologati in tutto, nelle azioni, reazioni, emozioni, sensazioni abitudini, abbigliamento, taglio dei capelli, etc.

Ecco che diviene comune, banalmente comune ‘giudicare’ chi si veste non alla moda, non si comporta come gli altri, etc. Si diventa, quindi oggettivi in merito a tutto ciò che crediamo e quindi tutto diventa più statico e meno orientati al cambiamento e di conseguenza mettiamo a rischio la nostra crescita emotiva, il nostro stato psichico che rimane basso e le nostre relazioni si mantengono povere.

Porsi un obiettivo e fallirlo

Porsi un obiettivo e fallirlo

A nessuno piace fallire eppure, anche dietro un fallimento può celarsi una molteplice opportunità di crescita. Un fallimento evidenzia i nostri limiti, un lato oscuro su cui focalizzare la nostra attenzione con l’obiettivo di migliorare. Un fallimento non è una minaccia ma potrebbe essere la nostra miglior opportunità.

Con questo nessuno vuol dire che bisogna fare una collezione di fallimenti, nessuno ama fallire, ma a volte può accadere e quando accade, vedendola come una opportunità, forse riusciremo a trarne il massimo dei vantaggi. Ma quali sono i possibili vantaggi di un fallimento?

  • Può un fallimento bloccarti?

Cimentarsi in qualsiasi cosa è un privilegio per molti (non per tutti); tuttavia il cimentarsi non implica obbligatoriamente il successo. Può anche andar male o comunque non proprio come desideriamo. Questo insuccesso, totale o parziale, non è comunque una pietra tombale sui nostri sforzi. Questo insuccesso non ci mette definitivamente fuori gioco. Ma tutto dipende dal tipo di reazione. Rinunciamo? Allora potrebbe voler dire che in fondo, non ci tenevamo così tanto. Anzi l’insuccesso potrebbe in qualche modo darci la piena consapevolezza del reale interesse che avevamo. Perché tutti sanno che quando si desidera veramente una cosa, nulla potrà fermarci, mai.

  • Il modo giusto per fare le cose

Non esiste un unico modo per fare una specifica cosa o, per meglio dire, una determinata cosa può essere fatta in infiniti modi diversi. Quante case identiche esistono? Quante penne diverse ci sono? Quanti vestiti, colori, automobili, aerei, etc…. Se nel fare una determinata cosa, a noi può sembrare errata, stai pur certo che per qualcun altro potrebbe andar bene. Se la tua ultima presentazione ti sembra povera, perché dopo averla ‘presentata’ la gente ti fa un applauso? Quindi, come abbiamo visto, non esiste un modo giusto in assoluto. Esiste un criterio però che potrebbe permetterci di darci quiete. Ovvero, la cosa fatta, realizzata, funziona? Se funziona allora va bene anche se altri l’avrebbero fatta in modo diverso

  • Proviamo a farla diversamente

Mi sono super impegnato per fare una cosa, ci ho speso tempo, denaro, anche il sonno. Dopo averlo messo in campo però, il risultato è evidentemente e palesemente un fallimento. Butto tutto? Rifaccio tutto da capo? O cercherei di verificare se esistono alternative più efficaci?

  • Non si può avere sempre ragione.

Quanta gente conosciamo che ‘… ha sempre ragione’? Beati loro, diranno i più. Poveri loro, mi permetto di dire io. Non si può avere sempre ragione; è un peso gravoso. Troppo stress. E’ bello alle volte commettere un errore e lo è ancora di più ammetterlo. Perdoniamoci e andiamo oltre.

  • Il fallimento ci aiuta a restare umili.

L’umiltà è una virtù. Grazie a tale virtù, riusciamo a vedere in modo lampante i nostri limiti. Quante volte i nostri insegnanti ci hanno detto che per imparare è necessario essere utili? Restare ancorati al nostro punto di vista, nonostante sembri palesemente errato, ci espone a delle inutile conseguenze, che potrebbero portarci a perdere l’opportunità di imparare sugli effetti benefici della umiltà ma anche quello di continuare a fallire e a non apprendere nulla di veramente utile.

  • Per prova ed errori si arriva al successo

Abbiamo tantissimi esempi che ci mostrano che la strada del successo è lastricata di tanti altri fallimenti. Ad esempio le scoperte scientifiche, i professionisti, gli artisti, gli inventori, etc … quanti insuccessi prima di veder coronato il loro sogno? Lo stesso Freud, quando ha scritto L’interpretazione dei sogni, ha sperato che con esso sarebbe diventato famoso e forse anche ricco. Ha dovuto attendere altri 10 anni, ha dovuto scrivere una sintesi della sua Interpretazione, un libricino di poche pagine, Il Sogno, per vedere finalmente il successo. Per tutti questi personaggi, il fallimento non li ha annichiliti ma anzi, credendo nel loro progetto, li ha fortificati e li ha spinti a migliorare, spinando così la strada del successo.

  • Il fallimento ci insegna ad essere più flessibili

Avevi in mente di fare una cosa e l’hai fatta. Il risultato è un disastro. Che insegnamento utile possiamo trarne? Intanto, vorrei rifarmi. Ecco che allora, provo a rimodulare i vari aspetti finchè non trovo il modo più efficace. Quindi, grazie al fallimento precedente, sono diventato più flessibile. La stessa cosa può essere vista anche in altri modo che, guarda caso, possono risultare migliori.

  • Quali sono le tue competenze

Se hai le competenze, se sei pronto, se hai l’allenamento giusto, se…se…se…

Se ci sono i presupposti allora solo l’esecuzione può darti le conferme di cui hai bisogno. Se invece non agisci perché temi di fallire, hai già fallito. Solo ‘lanciandoti’ saprai effettivamente quale è la tua reale forza. 

  • Gli altri hanno altro da fare, non stanno sempre con il dito puntato.

Viviamo in un mondo dove, è sotto gli occhi di tutti, gli errori che sono stati fatti sono a volte anche colossali, eppure la gente, pur non dimenticando, lascia correre. Pensiamo ai fatti di cronaca, ogni giorno ne abbiamo uno nuovo. Cosa fa la gente? Raramente si cura dei singoli errori, delle singole persone. La gente ha altro da fare. Semmai la gente ricorda solo gli errori di cui ne sono vittime (vedi ad esempio la legge Fornero e il suo colossale errore sugli esodati). Quindi, è solo l’individuo che penalizza il proprio fallimento, o lo giudica più grande di quanto è veramente, mentre gli altri, magari se ne sono già dimenticati.

  • il fallimento è un punto di nuova partenza

Una volta che hai elaborato il fallimento, sei pronto per ricominciare, sicuramente con un approccio diverso. Inutile fermarsi oltre il giusto su un fallimento, la vita ci chiama continuamente verso nuove sfide.

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Frequento una persona che ha avuto un lutto.

Cosa vuol dire essere in lutto, essere una persona che ha perso ‘qualcosa’ che per la nostra vita è significativa e importante, avviene dentro di noi una specie di adattamento nei confronti di quella perdita, dal momento che stare senza quella cosa (che può essere un oggetto, una persona, un lavoro, …) perdiamo una parte di noi. Il lutto quindi è quella fase (più o meno lunga) necessaria per operare quel recupero.

In modo più specifico però, si usa il termine ‘stare in lutto’ per far riferimento alla perdita (decesso) di una persona a noi cara con la quale avevamo un rapporto molto stretto. Quali sono le tipiche reazioni ad un evento così traumatico?

Quando accade un evento così traumatico, il dolore che si prova è indubbiamente grande,  un dolore direttamente proporzionale alla profondità della reazione ma anche a quanto improvvisa e imprevista si è verificato. Se ad esempio si tratta di un congiunto molto anziano e malato da tempo, l’impatto emotivo sarà diverso da una perdita di un congiunto giovane deceduto per motivi accidentali e assolutamente imprevedibili (ad esempio un incidente automobilistico).

Ad ogni situazione luttuosa troviamo certamente il coinvolgimento di una o più emozioni ma che anche può coinvolgere altri aspetti come ad esempio un declino fisico più o meno lungo, oppure relativo a persone vicine, ma anche la conclusione di una relazione significativa.

In situazioni come questa la risposta più immediata e naturale non può che essere il dolore che viene vissuto ‘ognuno come gli pare’, dal momento che la diversità è una caratteristica tipica degli esseri complessi (e l‘essere umano è il più complesso dell’universo), ma il lutto attraversa anche alcune fasi ben specifiche.

Nasce dal riconoscimento di ciò che si è perso e continua anche in seguito, se si rifiuta di operare una reazione adeguata. Le risposte, come dicevamo sopra sono relative, ovvero al caso specifico ma anche al background socio-culturale del soggetto. Dal punto di vista emozionale (sia che si trattino di emozioni primarie che di secondarie), assistiamo invariabilmente a reazioni emotive che comprendono il pianto, la tristezza, un atteggiamento depresso, rabbia, senso di colpa, stupore,accettazione, incredulità, rifiuto, …

Quando il dolore è grande, incontenibile, un comportamento tipico comprende un pianto dirotto, insonnia, scarso rendimento sul lavoro, .. e, come ovvio che sia, una reazione naturale al fatto, il vuoto è enorme, si fa difficoltà ad accettare, la perdita è incolmabile, …

Una volta assorbito il colpo, la negazione della perdita viene sostituita dalla rabbia che viene orientata verso tutti (medici, infermieri, il padreterno, il partito, la scuola, la chiesa, gli altri, lo stesso defunto,…)  i sensi di colpa si esplicano con frasi che richiamano azioni non fatte e che invece si potevano fare.

Il tono dell’umore, se le emozioni risultano incontenibili, può variare, anche in modo preoccupante e come dicevamo sopra, tutto ciò può essere normale se  la persona era molto importante per noi, e morendo, si è portata via qualcosa di profondo e radicato.

La natura del dolore ha tutta una serie di relazioni che coinvolgono l’apparato psichico, quello sociale, quello emotivo ed ha riflessi anche sul fisico e quindi va, sostanzialmente inquadrato da un punto di vista olistico.

Le reazioni fisiche possono avere riflesso sul ciclo sonno-veglia,  portare a disturbi alimentari (p.es calo appetito), calo delle difese immunitarie e quindi rischio di ammalarsi, problemi generici di natura fisica. Tra quelle mentali, si può passare da un’alterazione dell’umore (scatti d’ira improvvisi, tristezza, malinconia, …), senso di disperazione (‘e ora come faccio’), aumento dell’ansia, inasprimento del senso di colpa, … quelle sociali  attengono al rifiuto di lavorare, vedere amici, problemi con la famiglia, …

In sintesi quindi, ed in relazione all’intesità che si aveva con la persona deceduta, avremmo un dolore (e con tutta la sua pletora di specifiche reazione), la presenza di pensieri ossessivi e costanti, eventuali problemi di natura fisica, eventuali sentimenti di colpa, una sorta di ostilità aspecifica (orientata più verso il mondo che persone o situazioni specifiche) e cambiamenti comportamentali più o meno evidenti per giungere, in alcuni casi, in particolare se in età giovanile (preadolescenza ed adolescenza) anche cambiamenti del carattere che possono essere anche strutturali.

Il lutto – significato

Il lutto quindi è la risposta tramite il quale ci si adatta alla perdita; tale modalità è direttamente collegata al contesto dal momento che in ogni cultura ci si attende un determinato comportamento.

– È dolce e commendevole, Amleto, in te, il rendere a tuo padre tutto questo tributo di cordoglio; … Ma incaponirsi in un lutto ostinato, è atteggiamento d’empia testardaggine un non virile modo di soffrire, .. Diamine! Questa è colpa contro il cielo, contro chi è morto, contro la natura, ma soprattutto contro la ragione, cui la morte dei padri è tema usuale, …’

Amleto SCENA II – Sala nel castello di Elsinore

In merito alle cause, la reazione dipenderà anche dalle circostanze che l’hanno determinata, ma anche dal ruolo che la persona aveva che genererà specifiche reazioni alla perdita.

Pensiamo ad esempio alla perdita del coniuge, chi resta, oltre al dolore immenso per la perdita dovrà anche sobbarcarsi un’enormità di fatti e decisioni in merito alla organizzazione delle funerale, degli aspetti finanziari ed economici, gestire il tutto con il lavoro, i figli, il tutto in un momento ove servono tante energie che non si possiedono.

Immaginiamo ad esempio come può essere difficile dirlo ai figli, soprattutto se sono piccoli; immaginiamo gli aspetti finanziari, se il coniuge deceduto era l’unico che aveva un reddito sicuro e su cui la famiglia reggeva le proprie sorti.

Pensiamo invece alla morte di un figlio, piccolo o grande che sia. Per un genitore credo non ci sia nulla di più devastante. Una perdita del genere suscita un’infinità di emozioni tra cui quello del senso di ingiustizia (‘ma come, così giovane, no…non è giusto’, ‘quante cose avrebbe potuto fare’, etc. ). Ci si sente responsabili, anche se al di fuori di ogni umana responsabilità..

Quando ci muore un genitore, la perdita in termini emotivi è profonda e il dolore è devastante; a ciò si associa un senso di paura e di profonda tristezza. Anche in questo caso l’intensità del dolore è intimamente legata ad una serie di fattori tra cui il tipo di rapporto, il sesso, l’età, gli eventuali aspetti religiosi, eventuali precedenti esperienze di decessi, etc..). con la perdita di un genitore si perde un consigliere e un amico, da cui inevitabilmente il senso di solitudine è più accentuata anche se la famiglia e il giro di amici non ci fa mancare il sostegno. Dopo il colpo iniziale giunge una consapevolezza profonda: ‘nulla sarà come prima’.

Il dolore, come si sa, ha svariate sfumature e in particolare, il dolore legato al lutto ne ha uno specifico legato al cosiddetto dolore anticipato. Si verifica tutte le volte in cui ci troviamo a dover affrontare un caso di malato terminale, un caso in cui parenti e amici, attendono una morte annunciata.

Il dolore non cambia, cambia solo il fatto che tutti hanno il tempo di abituarsi alla perdita, ma per il resto è assimilabile a ciò che abbiamo visto prima. Ciò non esclude che quando il fatto diviene realtà, anche se preparati, l’esplosione di dolore sia più mitigato. Infatti anche se sappiamo in anticipo ciò che accadrà, il dolore successivo non sarà né facile né più breve. L’attesa del decesso può creare un attaccamento più forte e di conseguenza dopo, la sofferenza e l’elaborazione del lutto potrebbe essere più profonda.

Il dolore, dal punto di vista emozionale, può essere difficile da controllare e spesso assistiamo a reazioni ove le sue naturali espressioni potrebbero non manifestarsi. Il soggetto in questione potrebbe aver accettato di negarlo ma, prima o poi i conti devono tornare e prima o poi, tutto il dolore che abbiamo voluto sommergere torna a galla in tutta la sua prorompente distruttività, determinando una possibile caduta nella malattia fisica e/o psichica.

Quindi, se frequenti una persona che ha avuto un lutto evita di negare l’evidenza, lavoriamo costantemente sul dolore, lasciamolo esprimere. Il dolore è come un fiume in piena, lasciamolo scorrere, cercare di contenerlo può fare più danni di quanto sembrerebbe. Se notiamo tali comportamenti in un nostro amico oppure un congiunto, cerchiamo di intervenire in modo opportuno.

Il lutto ha un lavoro, spesso gravoso; nessuno ci si può sottrarre se vuole mantenere l’anima in buona salute. Dobbiamo fare tutto ciò che serve per tornare alla normalità, per ritrovare quel ‘senso’ che la perdita potrebbe aver fatto smarrire. Dobbiamo ‘ricostruire’ il mondo anche senza quella persona e dobbiamo, nel caso, attivarci per creare nuovi rapporti con i tempi e modi che ogni individuo ritiene consoni.

Rivolgersi a nuove conoscenze, non equivale, come qualcuno potrebbe pensare ad un tradimento, ma è un modo per veicolare l’energia (di cui siamo fatti) verso nuove scoperte emotive. La persona scomparsa non verrà mai più dimenticata (la perdita di una persona cara è sempre un trauma e i traumi non si cancellano mai) e la carica affettiva che avevamo non verrà mai eliminata.

Il processo della elaborazione del lutto passa più o meno tra queste fasi: desiderio di riportare in vita la persona (come nei traumi, il ricordo continuo del trauma stesso, altro non sarebbe che il desiderio di tornare all’attimo prima dell’evento traumatico, proprio per poterlo evitare – se lo avessi saputo avrei potuto fare …),  momento in cui si vive una profonda disorganizzazione (lavoro, casa, amici, parenti,…), ovviamente l’emozione più forte è quella della tristezza e poi, infine, la fase della riorganizzazione.

Lungo queste fasi, sicuramente la depressione (più o meno reattiva) potrebbe farci compagnia, ed è una cosa anche abbastanza naturale ma, qualora la sintomatologia perdura e non ci permette di recuperare uno stile di vita adattivo in tempi consoni, potrebbe essere utile valutare la possibilità di usufruire di un aiuto professionale

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Parlare del padre, oggi, è molto difficile, contrariamente a quanto lo poteva essere fino alla fine dell’ultima guerra. Infatti il ruolo del padre era chiaro e netto e nessuno lo metteva in discussione. Poi però tutto cambia e per i padri diviene difficile provvedere al sostentamento economico per se stessi e per la propria famiglia. In seguito, il boom economico riuscì parzialmente a ricomporre questo ruolo ma negli anni successivi, sia in Italia che altrove, le cose cambiano notevolmente al punto di creare un mito, quello del padre assente. Questo mito è stato rinforzato anche dal fatto che si è posta l’attenzione sulla madre e sul suo impegno e sempre meno su quella del padre, via via sempre più svalutato.

La psicoanalisi, con Freud, evidenziò l’importanza del padre (vedi il complesso di Edipo), ma in seguito, i suoi allievi scrissero molto di più sul ruolo della madre e sempre di meno su quello del padre. Melania Klein, si focalizzò sul ruolo del bambino attaccato al seno materno, Bowlby  sulla figura di attaccamento e Winnicot ribadisce l’importanza che una madre buona è indispensabile per la crescita dell’uomo.

Dov’è il padre? E’ stato escluso da ogni discussione che lo veda come utile alla crescita del benessere psicologico dei figli.

C’è naturalmente una differenza sostanziale tra il ruolo materno e quello paterno. Il padre, non allatta, non porta il feto, non lo nutre, non lo partorisce.

Quindi il legame madre-figlio è essenziale per la sopravvivenza del figlio, quello con il padre invece, è un legame tutto da  costruire, e la sua fragilità può essere risolta solo se la società a contorno, istituzionalizza dei riti e delle regole, tipo quella che avevano i Romani. Li, il Pater familias, aveva potere di vita e di morte con la sua familias. Era il capo indiscusso: la moglie, i figli, le nuore e gli schiavi erano a lui sottomessi. Egli esercitava la patria potesta, un potere che esercitava fino alla sua morte, e che gli conferiva molte facoltà, tra cui quella di vita e di morte oltre al potere di venderlo (il figlio) come schiavo. 

Ma, a parte queste estremizzazioni (durate più di 700 anni), è indubbio che il padre lo si associa al senso di responsabilità; in lui si vede il sostegno, insieme alla madre, per curare lo sviluppo emotivo della prole e con essa le generazioni future, permettendo che la specie (Homo Sapiens Sapiens) abbia un futuro. Oggi viviamo in un mondo ove viene esclusivamente premiata l’efficienza produttiva e sempre meno quella di tramandare valori.

Un altro aspetto non meno importante viene affidata alla constatazione che oggi, sia madre che padre sono maggiormente preoccupati a farsi amare e sempre meno a farsi rispettare e soprattutto a mettere in primo piano ciò che dovrebbe (lo è sempre stato) essere l’attività primaria: l’educazione. Una funzione spesso esercitata dalla madre e sempre meno dal padre.

Assistiamo sempre di più ad una madre che si accolla tutte le funzioni (anche quelle paterne) e un padre che si sfila sempre di più.

Il Processo di Kafka, narra di una persona condannata per un crimine di cui non ricorda nulla, chi dovrebbe non gli dice nulla fino alla fine del processo, che si conclude con la sua condanna.  Potrebbe essere una buona metafora di questo padre sempre più assente?

Cosa è rimasto del Pater Familias di cui parlavo sopra? La risposta è facile: nulla o poco più.

Il padre può solo proporre modelli o valori, a cui il figlio può opporre il proprio no e a cui viene spesso rimandata la gestione del conflitto (utilissimo per la crescita) che spesso viene elusa.

Dal momento che alla madre viene riconosciuto un potere di natura biologica, quindi fortissimo e ineludibile, al padre (avendo persa la Patria Potestas di cui sopra) rimane un legame che non è biologico ma simbolicamente adottivo.

Mitologemi che rimandano al padre

Conosciamo tutti la storia di Telemaco, figlio di Ulisse e di Penelope. Vive nell’attesa del suo ritorno, del ritorno di un padre che non ha mai visto.

Un mito che racconta la storia dei figli abbandonati e a quei tempi, più di oggi, l’abbandono era reale.

Come abbiamo detto sopra, gli psicoanalisti dopo Freud, hanno raramente scritto in merito del padre. Il mito di Telemaco (figura maschile) è stata presa per la prima volta da Jacques Lacan e recentemente da Massimo Recalcati, ove  il disagio giovanile viene in qualche modo ripreso da una prospettiva psicoanalitica e non solo sociale (si parla moltissimo infatti del disagio giovanile). 

In buona sostanza, il concetto evidenziato si riferisce al complesso di Edipo ed al senso di castrazione che il figlio prova in quella fase.

Il fine di tutto questo è ovviamente la progressione maturativa del figlio il quale, vedendosi impedito l’accesso alla madre e quindi, vedendosi inibito il principio del piacere, impara a seguire regole e leggi, obblighi e divieti, costringendolo ad andare oltre il proprio egoistico bisogno del possesso sia delle cose che delle persone. Ecco quindi che la funzione del padre, diviene quella di introdurre nella vita del figlio, attraverso il linguaggio, il modo, fatto di limiti, per entrare in una relazione con se e con gli altri caratterizzata dall’equilibrio.

Affinchè tutto ciò accada, il complesso di castrazione (simbolico) deve essere giocato seriamente.  E non come avviene in chi attende Godot, oppure come chi, similmente, attende qualcuno che non  arriverà mai. Come abbiamo detto, oggi i padri tendono più a ricercare il consenso dai figli piuttosto che castrare.

Il padre e la sua funzione sta venendo sempre meno dalla nostra società. L’autorità simbolica del padre è sparita dalla nostra società, è relegata (ma non sempre) alla figura di colui che mantiene, ma che ha smesso di trasmettere i valori tipici di cui la società ha ancora bisogno.

Separazioni, divorzi, precarietà lavorativa, alcolismo, gioco d’azzardo, … generano una spaccatura da cui i figli non trovano l’orientamento necessario. I bambini hanno bisogno di direzione ma molto spesso sono i genitori che fanno decidere ai figli.

Nel mito, Telemaco attende l’arrivo del padre, che poi arriva. Nella nostra società i figli attendono Godot. 

Oggi non serve più un padre che elargisce disciplina (non è più credibile) ma, come dice Recalcati, un padre che elargisce testimonianza. Non ci sono più Pater Familias con potere assoluto, ma solo padri testimoni.

Un padre che dica ai figli come stare in questo mondo, quanta passione mettere nelle cose, un padre che insegna, con la propria testimonianza (ed esempio), come essere felici e vivere in questo mondo, pur con tutte le sue contraddizioni, con desiderio, ma anche, non dimentichiamolo, con responsabilità.

Il padre di oggi, non è più quello che  risponde ‘perché lo dico io’; serve un padre umano, che pur con tutti i suoi limiti, dimostra che la vita ha un senso anche se ignora il senso ultimo della vita.

Il potere e l’abuso sessuale

ABUSI SESSUALI: QUANDO IL POTERE DA ALLA TESTA

Tutti abbiamo appreso dal tam tam mediatico di abusi e molestie del mondo dello spettacolo. Si urla e si strepita per lo scandalo ma sappiamo tutti che non è una novità. Queste cose sono sempre accadute e non solo ad Hollywood.

Weinstein licenziato dalla società che ha fondato: coinvolto in scandalo molestie sessuali

Abbiamo anche ‘scoperto’, che questa modalità non avviene solo nel mondo dello spettacolo ma anche in quella della impresa, dei professionisti, della politica…; tutta gente stimatissima ma con il vizietto chiamato: “comportamenti sessuali predatori”.

Perché questo comportamento è molto comune tra le persone che ‘possono’ Il potere da alla testa?

Vediamo quali possono essere le possibili ragioni.

Dominanza sociale

Fattore molto importante che stabilisce una sorta di gerarchia di potere che si sviluppa o che si sono sviluppate quasi fosse una legge di natura, all’interno del contesto sociale. Quindi abbiamo dominanze del tipo: uomini sulle donne, ricchi vs i poveri, bianchi  vs i neri, … Le persone ‘dominanti’ tendono a sentirsi superiori, si credono al di sopra ed agiscono di conseguenza. Le donne di condizione sociale più bassa, sono considerate ‘prede’ perché inferiori e più fragili e quindi facilmente manipolabili.. Nella loro mente c’è la malsana idea che queste donne, inferiori sul piano sociale, dovrebbero sentirsi lusingate delle loro attenzioni. Ecco che condiscono le loro avances (spesso brutali) con la promessa più o meno esplicitata di una possibile ascesa sociale.

Fare eccezione

Gli uomini che detengono qualsiasi forma di potere, tendono a pensare che tutto ciò che governa  le persone(inferiori) non riguarda loro dal momento che non sono applicabili proprio perché, appartengono  o pensano di appartenere alla classe superiore. Si fanno inoltre forte del loro potere e/o del loro denaro con la convinzione che tutto può essere acquistato, dal momento che è facile se non automatico cercare (e spesso raggiungere) un accordo con le loro vittime.

Sono un maschio

Alcune esperimenti hanno evidenziato che gli uomini che fanno carriera, tendono con il tempo a trattare in modo diverso i colleghi con cui in passato avevano un rapporto da pari. Con il tempo il principio di egualitarismo, cambia radicalmente tendendo ad assegnare a se stessi premi e incentivi. L’esperimento si è basato sull’analisi del testosterone, che in questi soggetti era superiore.  L’esperimento ha dimostrato anche che le donne, contrariamente agli uomini, tendono ad avere un comportamento più etico.

Naturalmente non si può fare di tutta l’erba un fascio, dal  momento che non tutti gli uomini di potere si comportano così, anzi svolgono il proprio ruolo con competenza, professionalità, senso di giustizia, umiltà.

In merito alla diade uomo di potere – subalterno deve sempre valere la regola che l’abuso sessuale va ipotizzato ogni qualvolta il primo ‘ci prova’ con l’altro.

Se un datore di lavoro ci ‘prova’ con una dipendente, la dipendente teme le eventuali conseguenze di un rifiuto; se invece la situazione è di parità, la donna si sente libera di rifiutare (o accettare) dal momento che percepisce di avere nulla da temere.

Ogni qualvolta ci troviamo in presenza di una evidente asimmetria, colui che ha maggior potere dovrebbe assumere un comportamento altamente etico. Insomma, ‘non ci dovrebbe provare’.

L’abuso invece è un crimine e quindi è al di fuori da questa discussione. La legge, in questi casi è abbastanza chiara: fare avances alle dipendenti, facendosi forza o abusando del proprio ruolo (superiorità gerarchica) è un reato. Le statistiche del resto parlano chiaro, il fenomeno (molestie sessuali) in ambito lavorativo, riguarderebbe il 40-60% in ambito lavorativo. Peccato che la legge non ci protegge dal disagio e dall’imbarazzo di chi deve vivere quotidianamente con questa situazione.

Ma reato o meno, è altamente disonorevole abusare della propria posizione perché tra l’altro si espone l’altro alla vergogna e alla paura (ad esempio di perdere il lavoro).

La metafora in psicoanalisi

La metafora in psicoanalisi

Il termine deriva dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto». Significa quindi mutamento, spostamento di posizione, trasferimento. E’ una figura retorica che, partendo da una frase se ne deduce un’altra (apparentemente illogica) con un più forte impatto emotivo. In tal caso, il potere che la metafora offre alla comunicazione è di gran lunga superiore.

Luca  è una tartaruga; Carlo  è un falco; Antonio è un pallone gonfiato;   quella donna è una vipera…

 Quindi, la metafora è un linguaggio figurato, ove in modo simbolico (usando la fantasia e la creatività) le consuetudini mondane si combinano con qualcosa che non c’è, per mettere in luce aspetti più profondi di un individuo (Vorrei fare gli auguri a te che mi riscaldi il cuore anche nei giorni più freddi e mi ricordi sempre come si fa a sorridere). 

Nasce dalla retorica (il bel parlare). Ha un uso persuasivo e poetico ed è generalizzato, cioè lo si applica in ogni contesto (in tutte le discipline). Quindi la metafora viene spesso usata, perché semplifica, anche nei ragionamenti scientifici.

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido – Albert Einstein

Da punto di vista psicologico, la metafora è diverse cose tra cui: un modo per comunicare, generare cambiamenti, uno strumento evolutivo e creativo, è inoltre in grado di offrire la possibilità di generare pensieri sempre cangianti.  E inoltre un modo per semplificare, introducendo l’emotività ai contenuti verbali; fornisce inoltre e in modo creativo, una comprensione dell’altro. Rende la comunicazione più empatica e fluente e accelera il processo di apprendimento.  Fa vibrare, ti incanta, ti permette di fare un viaggio superando il limite della realtà e della fantasia.

Un esempio di metafora che supera la barriera del tempo? Le parabole di Gesù Cristo! Poi tantissime altre le troviamo nella letteratura (Le opere di Omero, la Divina Commedia), nell’arte (La primavera del Botticelli; le 4 stagioni di Arcimboldo,la rappresentazione del tempo in Dalì, etc).

La metafora in psicoanalisi – la psicoanalisi

Per Freud, il pensare per immagini è molto più inconscio del pensare per parole (coscienza). Quindi, il pensare per immagini, ovvero attraverso metafore, rappresenta un modo di pensare tramite il quale, l’inconscio si manifesta.

Secondo Jung, le immagini che emergono nella nostra mente (in seguito ad una emozione, ad esempio), rappresenta l’organizzatore della nostra mente. Ecco perché il mito e l’archetipo sono immagini metaforiche universali.

Quindi sia il concetto junghiano di archetipo che di mito che la cultura umana (in ogni parallelo e meridiano del nostro mondo) ha prodotto, evidenzia la tendenza innata di creare immagini metaforiche, tendenza che è presente in ogni uomo e sono quindi da considerare universali. Mito e archetipo (modo metaforico per descrivere cose simboliche) rappresentano un modo innato, tipicamente umano, per narrare in modo più empatico.

Ma perché abbiamo bisogno di fare ricorso alle metafore?  Come abbiamo detto sopra, perché giunge prima all’animo delle persone.

Dal punto di vista psicoanalitico, potremmo dire che entra in gioco il meccanismo di difesa della rimozione; tale meccanismo permette all’inconscio di rivelarsi alla coscienza attraverso le metafore e i simboli.

Ecco quindi che quando il soggetto dice: ’sto andando in pezzi’, si sta esprimendo per immagini, ovvero in modo metaforico sta, in altre parole, rivevando una delle dinamiche del suo sé.

Ecco perché, l’interpretazione metaforica nel corso di una psicoanalisi è auspicabile, dal momento che favorisce la parte creativa del paziente. Attraverso la metafora, l’analista entra nell’animo del paziente in modo simbolico, lasciando poi a lui la ri-narrazione cognitiva secondo il suo linguaggio. La metafora chiave o le metafore chiave, sono quelle che permettono il reale cambiamento.

Quindi, in ambito terapeutico, può essere utilizzata la metafora purchè ‘cum grano salis’. In alcuni casi rappresenta una modalità comunicativa molto efficace. Può essere usata di volta in volta in funzione di ciò che accade durante la seduta; c’è chi la usa frequentemente chi meno. Inoltre la metafora è utile con alcuni pazienti meno con altri.

Frequento una persona permalosa

Frequento una persona permalosa

caratteristiche delle persone permalose

E’ molto difficile comunicare con un permaloso. Bisogna stare attenti ad evitare certi argomenti, avere cura degli aggettivi da usare, fare molta attenzione ad esporre le proprie opinioni, e così via. In presenza di un soggetto con questa caratteristica è facilissimo inciampare. Il percorso somiglia molto ad una strada piena di ostacoli, dove alcuni di essi sono celati e su cui è facilissimo rimanerci incastrati. Basta una virgola fuori posto e magari solo nello specifico momento, per assistere ad una reazione sproporzionata. In poche parole ciò che il permaloso non sopporta sono le critiche ed essere messo in discussione.

Non riesce a stare tranquillo, sereno; è sempre sulla difensiva, si offende, reagisce in modo esagerato ed arrogante e naturalmente se glielo fai presente negherà anche l’evidenza con il classico:’…Chi? Io? Ma no’.

La permalosità è diffusa e molto evidente. Vediamo di seguito come la si potrebbe affrontare

Il permaloso – Autostima fragile

I termini in gioco in questo comportamento molto diffuso sono fondamentalmente due e sono contrapposti ma solo in apparenza: egocentrismo e insicurezza.

Il permaloso, esercitando la permalosità (mi si conceda questo giro di parole) difende la propria autostima (e se la deve proteggere, evidentemente è fragile).

In altre parole, è indubbio che molte persone vivono la propria esistenza sulla base di un parametro irrinunciabile: il giudizio altrui. Se è positivo allora c’è un valore. Se c’è consenso allora valgo. Se non c’è, sono svalutato come soggetto.

Ognuno di noi vorrebbe tendere ad essere migliore, più bello, più intelligente, più … più … più … e quindi alcuni (solo alcuni per fortuna), in particolare chi vede minacce dalle valutazioni altrui, evidentemente ha un punto di fragilità che lo obbliga alla difesa continua. 

Ecco quindi parzialmente spiegato il comportamento (a volte irragionevole) del permaloso. Ecco perché in sua presenza, ognuno di noi sa che deve misurare le parole. Vorrebbero tutta l’attenzione su di se (in caso contrario si sentirebbero trascurati) dal momento che si sentono protagonisti in ogni contesto (al matrimonio sono sia lo sposo che la sposa, al funerale il defunto, etc) e di conseguenza, qualsiasi critica non potrebbe che essere indirizzata a loro. Quindi tutta l’attenzione su di loro ma, a patto che sia solo positiva.

Ecco che uno scherzo innocente, oppure una critica o peggio ancora un rimprovero, scatenano i mostri, legittimandoli al contrattacco più feroce.

Due parole in merito alle critiche.

Chi non è stato oggetto di critiche almeno una volta nella vita? In un modo o nell’altro, chi più chi meno, mostriamo tutti una certa sensibilità alle critiche (non è appannaggio di un solo tipo di personalità). La reattività alle medesime è il risultato del proprio vissuto. Proviamo a vedere di seguito alcuni contesti specifici.

Poca autostima

In questo caso, ovvero in quella dove l’autostima è bassa, la sensibilità al giudizio è in relazione alla paura di non valere. Queste persone sono insicure e si sentono spesso inadeguate, non all’altezza.

Ferita affettiva

Quando ci troviamo in presenza di persone ipersensibili, quasi sempre ci troviamo a trattare soggetti che hanno avuto un’infanzia difficile; individui che vivono con una ferita affettiva, la ferita dei non amati, la cui profondità varia da caso a caso.

Ferita narcisistica e narcisismo

Nel caso del narcisista dobbiamo evidenziare che questi, viaggia perennemente con una corazza e quindi, teme che ogni critica, anche la più blanda, possa (almeno è ciò che percepisce) scalfire questa corazza. Il narcisista è convinto di essere speciale, l’unto del signore e ogni accenno di critica, anche l’osservazione più innocente viene percepita come una minaccia alla sua autorità (che ovviamente è e deve essere indiscussa).

Ci vuole veramente poco a far irritare un narcisista, oppure ad urtare la sua suscettibilità, infatti è sufficiente non condividere un punto di vista, oppure anche averne uno leggermente diverso: prenderà, siatene certi, il tutto come un affronto, come una critica intollerabile oltre che naturalmente inconsistente e reagirà con rabbia anche ridicolizzando colui o colei che ha ‘osato‘.

Possibili cause

In età precoce (sempre li sembra abbia inizio) il permaloso potrebbe aver subito, in modo continuativo, disattenzioni ai propri bisogni.

Secondo la teoria psicoanalitica, tale condizione altera negativamente lo sviluppo del super Io, orientandolo verso una posizione molto giudicante, in presenza di un Io fragile; fragile perché, alla sua base, c’è una grande ferita affettiva.

Ogni battuta, frecciatina, allusione, critica, anche velata, fa si che, quella frustrazione patita e vissuta come un mancato riconoscimento, fa emergere una sensazione insopportabile: non valgo nulla.

Al permaloso, quindi, manca l’equilibrio che viene della propria autostima, ovvero la capacità di accettarsi, riconoscersi, percepire il proprio valore e sentirsi un tutt’uno con se stesso.

Nella vita accadrà sempre che possiamo essere oggetti di critiche, offese, invidie … ma chi ha una solida autostima sa che sono cose che possono accadere ma anche che non possono e non devono impedire l’ambizione di realizzare i propri desideri.

Il permaloso non sa star bene con se stesso e quindi non è in grado di tollerare il fatto che a volte si può anche perdere.

Da adulti riusciremo a star bene con noi stessi e con il resto del mondo a patto che, durante l’infanzia, abbiamo avuto il necessario sostegno emotivo e siamo stati accettati e quindi riconosciuti (e non continuamente svalutati).

Mio figlio ha il DOC – cosa fare

Mio figlio ha il DOC – cosa fare

Tutti sanno cos’è il DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo), ma molti ignorano l’impatto che tale disturbo ha sui famigliari, in particolare quando ad averlo è uno dei figli.

Una recente ricerca (Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psichiatry), mostra come un figlio con il DOC influenza la famiglia di appartenenza attraverso una serie di disagi che vanno dalle difficoltà nella vita sociale, nella routine famigliare ma anche nella vita lavorativa dei genitori.

Fin qui, nulla di nuovo, la cosa più importante deriva dal fatto che (secondo la ricerca) tali effetti dipenderebbero più che dal figlio, dal comportamento dei genitori. La loro risposta al disagio del figlio sarebbe parte del problema. I genitori insomma, con il loro comportamento, spesso ansioso, accentuerebbero le problematiche del DOC.

I due ricercatori (Evelyn Stewart e David L. Pauls), hanno utilizzato un discreto numero di famiglie, provenienti da diverse località. Attraverso un metodo recente (l’OCD Family Functioning (OFF) Scale), hanno acquisito le informazioni intervistando sia i pazienti che i loro genitori. Tale nuovo metodo è stato costruito con lo scopo di valutare l’impatto che ha il DOC.

Risultati della ricerca

In tutte le famiglie, ove esiste uno della famiglia che ha il DOC, si è registrato un elevato livello di ansia e di stress. In particolare, i bambini con il DOC, erano caratterizzati da una elevata sensazione di frustrazione e di rabbia; i genitori invece, sperimentavano tendenzialmente sentimenti di tristezza.

In aggiunta a quanto sopra, la quotidianità di queste famiglie è stata stravolta, anche nelle cose più insignificanti. Cambiamenti che hanno avuto influenza sulla routine quotidiana ma anche in merito agli aspetti sociali (amicizia), scolastiche e professionali.

Tali disagi non riguardano quindi i bambini affetti di DOC  ma anche la mamma e ameno un terzo dei padri.

L’elemento scatenante era quasi sempre attribuibile al modo con cui la famiglia reagisce al disturbo del figlio. Invece di incoraggiare i bambini ad affrontare le proprie paure, i comportamenti incoraggiavano l’acuirsi del comportamento DOC. Questa modalità è la vera ragione, dicono i ricercatori, dei risultati negativi che il bambino e la famiglia sperimentano.  

Conclusioni

Lo staff medico e psicologico deve fornire ai genitori modelli educativi più efficaci da implementare in età pediatrica. Tali modelli dovrebbero favorire un miglioramento del benessere emotivo, sia in ambito sociale che lavorativo.

Frequento una persona difficile

Frequento una persona difficile

E’ noto a tutti che al mondo ci sono persone con le quali è proprio difficile dialogare. Proviamo un po’ a pensare alla nostra cerchia (amici, famigliari, colleghi di lavoro, etc).  Parliamo più o meno con tutti ma Tizio proprio non lo si sopporta. Tizio è proprio una persona ‘difficile’, aspra, puntigliosa, polemica, iraconda, una persona che tende allo scontro e mai alla cordialità o quanto meno ad un dialogo civile. Insomma, con Tizio, è ‘impossibile’ avere interazioni piacevoli. Tutti, chi più, chi meno, hanno avuto, hanno ed avranno questo tipo di esperienze.

Ma, ci siamo chiesti come mai? Da cosa dipende? Ebbene una ricerca ha ‘scoperto’ cosa c’è che non va in loro e di contro, come fare per instaurare con queste persone una comunicazione più facile.

Una possibile spiegazione psicologica ci viene dalla teoria degli stili di attaccamento. Secondo questa teoria, noi da adulti ci relazioneremo in funzione della relazione che abbiamo stabilito con i nostri genitori (in particolare con la figura primaria di attaccamento) e/o con tutte le altre persone che si sono prese cura di noi (zii, nonni, etc) durante l’infanzia.

Quindi, possiamo tranquillamente sostenere che se da piccoli eravamo certi di poter contare sul fatto che i nostri genitori ci amavano, ci accudivano, ci sostenevano ebbene anche da adulti potrebbe accadere la stessa cosa, ovvero, sappiamo di poter contare su tutte le persone che ci circondano (amici, colleghi, affetti, etc). Questo è un stile di attaccamento, e viene chiamato ‘sicuro’. Da ciò si evince che ne esiste almeno un altro,, chiamato ‘insicuro’ ove il bambino è stato trascurato, abbandonato, dimenticato, etc dai genitori. Ma non è finita qui, perché esistono altre possibili declinazioni dello stile insicuro, ovvero, avremmo una variante detta ‘evitante’, ove allo scopo di evitare le delusioni si tende a fuggire dalle relazioni intime, ed un’altra chiamata ‘ansiosa’ ove il soggetto è alla ricerca continua di certezze e rassicurazioni.

L’individuo, oggetto di questo articolo è quello con la variabile ‘evitante’. Quindi, la difficoltà ad avvicinarsi a questi individui ci viene dal fatto che, per una sorta di difesa inconscia, appresa durante l’infanzia, fanno di tutto per innalzare barriere con lo scopo di impedire una vicinanza di cui sono incapaci di gestirne le dinamiche.

La teoria dell’attaccamento di cui sopra stabilisce che tali modelli sono inconsci, quindi non se ne ha una piena e diretta consapevolezza. Da ciò si evince che le cosiddette persone difficili,  ignorano di innalzare barriere allo scopo di proteggersi (inconsciamente) dalla paura dell’abbandono (lo fanno e basta). Sono talmente difesi che diviene impossibile guardare ‘oltre’ queste difese. Hanno imparato a nascondere bene la loro parte vulnerabile.

La ricerca – presupposti teorici

Sulla base della teoria, brevemente esposta sopra, due ricercatori, Anthony Sierra e Robert Ricco (2017), hanno cercato di mettere a fuoco e quindi comprendere in che modo i due soggetti (quelli con stile sicuro e quelli con stile insicuro) gestiscono il conflitto. L’idea di fondo è che le persone difficili, siano maggiormente orientate all’evitamento del conflitto e quando questo evitamento fallisce, scelgano sistemi poco costruttivi nel tentativo di risolverlo.

I due ricercatori, avevano interesse a confrontare i due stili insicuri (evitante e ansioso) perché, a loro dire, erano in grado di predire la strategia che sarebbe stata usata per gestire il conflitto.    

Gli autori hanno preso in considerazione ben 4 strategie dl conflitto, ovvero: la costrizione, l’evitamento, la tendenza a dominare e l’integrazione.

E’ evidente che c’è una sola strategia vincente, quella che permette una piena collaborazione per risolvere il problema, ovvero: l’integrazione.

Nelle ipotesi dei ricercatori, gli evitanti, hanno difficoltà nella gestione del conflitto perché: diffidenza verso gli altri (considerati poco premurosi e per niente leali); gli altri hanno scarsa empatia (che ne sanno dei miei problemi); infine, evitano il conflitto dal momento che inconsciamente non vogliono far passare l’idea di essere persone bisognose  di una relazione.

La ricerca – raccolta dati

Sono stati utilizzati strumenti (self-report) atti a individuare lo stile di attaccamento e le strategie per la gestione del conflitto e quali sono le credenze di base. I dati sono stati ottenuti da un campione di 449 studenti la cui età era compresa tra i 18 e i 56 anni). La stragrande maggioranza aveva una relazione e solo il 14% era sposato.

La ricerca – esito

Gli evitanti (stile attaccamento insicuro), rispetto agli ansiosi, hanno la tendenza ad evitare il conflitto perché poco vantaggioso. Quando l’evitamento non riesce usano, tra le 4 strategie di cui sopra, quella basata sulla dominazione: ecco perché queste persone risultano ‘difficili’, refrattari ad ogni intimità, con la tendenza ad allontanare e nelle loro interazioni sono polemici e neanche a farlo apposta hanno, incredibilmente, sempre ragione.

La conclusione dei ricercatori è che: 

L’attaccamento evitante risulta essere più problematico rispetto a quello ansioso, quando si tratta di gestire dei conflitti all’interno delle relazioni amorose

Quindi, laddove le persone che vivono le discussioni all’interno della coppia come una opportunità e sempre foriera di benefici, le loro strategie adottate sono sempre caratterizzate dalla integrazione (da cui ci si attende sempre risultati positivi).

Nel caso invece delle persone difficili penso sia utile riflettere sul fatto che tutti i nostri tentativi di risultare cordiali e flessibili, sia assolutamente ininfluente. Questi soggetti non hanno nessun interesse a ‘chiacchierare’ anche in modo semplice e informale (da cui la maggior parte delle persone ne trae giovamento); quando lo fanno, le loro reazioni ci danno la sgradevole sensazione di aver detto cose percepite come offensive o comunque sbagliate. Insomma, esperienze quanto più frustranti possibili.

Lo studio dei due ricercatori (Ricco e Sierra), ci invita a riflettere sui motivi per cui queste persone sono così. Se vogliamo avere con queste persone buoni rapporti, ci viene richiesta una buona dose di pazienza, costanza e ottima predisposizione. Dovremmo essere amichevoli anche oltre misura, perché alla fine, potrebbe essere possibile ‘rompere il ghiaccio’ e riuscire, finalmente, ad avere relazioni e interazioni positive. Anche le persone difficili hanno il loro lato ‘morbido’. Basta solo avere la pazienza e la capacità di cercarlo.

Cause della scelta ripetitiva del partner sbagliato

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato

Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliataOgnuno di noi è inconsciamente attratto da ciò che ci è famigliare. Quindi, se siamo cresciuti con genitori che ci hanno amato, saremo felici e forse anche persone di successo.

La figura di attaccamento, ha per ognuno di noi grandissima importanza. Se hanno creato con noi un buon legame (sicuro, sano e coerente) è relativamente più facile evitare persone manipolatorie, narcisisti, etc e anzi, questi soggetti, non susciteranno nessun interesse mentre, al contrario, saremo attratti da persone rispettose, autonome e alla ricerca della giusta intimità, supporto, reciprocità e  desiderosi di una comunicazione simmetrica.

Tutto questo, ovviamente salta, se da bambino, tutti o parte dei nostri bisogni emotivi non sono stati minimamente soddisfatti.

Ecco perché, da adulti, si corre il rischio di trovare il partner sbagliato. Se da bimbi non abbiamo avuto una figura di riferimento con le caratteristiche citate sopra (sicuro, sano e coerente), si ha la tendenza ad essere più vulnerabili.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Come vediamo l’amoreRisultati immagini per mi innamora della persona sbagliata

C’è da premettere una cosa fondamentale, atavica, oserei dire archetipica: l’essere umano, dovendo operare una scelta, si è sempre affidato alla sua esperienza, fatta prevalentemente di conoscenze acquisite.  Prendiamo ad esempio il cibo: tendiamo a mangiare cose che ci piacciono; cose che, confrontate con altri cibi, ci piacciono di più. Se possiamo scegliere tra A e B e ci piace di più A, scegliamo A.  

Per l’amore, non possiamo scegliere se abbiamo conosciuto una sola versione dell’amore, quella della figura di attaccamento (tipicamente la mamma). Quindi, applicando ciò che abbiamo detto sopra, se dobbiamo scegliere tra A (il riflesso dell’amore appreso da mamma) e B (una versione dell’amore diverso da quello di mamma), non abbiamo scampo: sceglieremo sempre A. Quindi se la mamma ha una visione dell’amore malata, anche noi avremo lo stesso destino.  Da adulto quel bimbo o bimba, farà scelte basate su ciò che conosce e nella scelta dell’amore e quindi del partner, sceglierà la versione che conosce di più, sia nel bene che nel male.  Quindi il legame che avremmo instaurato con la nostra figura di attaccamento, determinerà, nel modo più vario possibile, l’orientamento delle nostre scelte.  

Se da piccolo, abbiamo dovuto faticare non poco per ottenere l’attenzione di nostra madre, oppure se pur avendo avuto attenzioni, le abbiamo ottenute o vissute in modo insufficiente o conflittuali o non nel modo che avremmo desiderato, da adulti potrebbe accadere di scegliere il partner sbagliato.

Ma, come mai e perché?

Se incontriamo un partner che si dimostra apparentemente disponibile sul piano emotivo, ma questa disponibilità è a volte negata (cioè esattamente come ci è accaduto durante l’infanzia), il tutto ci sembra normale. Un bambino non amato si porta dietro una ferita enorme e quel comportamento (disponibilità emotiva alternante) incoerente, ci indurrà a fare tutti gli sforzi possibili per stabilizzare questo legame Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliata(esattamente come abbiamo fatto da piccoli) e tutto ciò ci sembrerà naturale, da momento che siamo convinti che è così che le cose funzionano.

Quindi, in questo caso, ove nell’infanzia, non siamo stati amati, per forza di cose non abbiamo mai conosciuto e assimilato il concetto di reciprocità (io, mamma ti amo e tu, mamma mi ami) caratterizzato da amore, cura, indipendenza, etc.  da adulti non disporremo delle giuste conoscenze che possono orientare le nostre scelte verso un amore sano e di conseguenza, giusto.

Un bimbo/a non amato, necessariamente non va associato a trascurato, lasciato solo, abbandonato o che ha anche subito abusi. No, perché in questo caso le eventuali patologie potrebbero essere altre. Il caso in questione riepiloga la situazione in cui ciò che è veramente mancato, è il supporto emotivo.

Se siamo cresciuti all’ombra di una sorella o fratello che aveva una posizione più in vista di noi (perché malato, oppure meno intelligente, oppure semplicemente perché più il cocco di mamma), oppure perché abbiamo dovuto essere noi a prenderci cura della mamma (perché vulnerabile, indifesa, fragile, malata, depressa, etc), oppure perché era narcisista, o peggio ancora borderline (tutte situazioni ove la mamma non era assolutamente in grado di fornire il supporto emotivo di cui sopra), tenderemo ad avere questo tipo di difficoltà.

In tutti questi casi, da adulti potremmo essere affascinati da tutto ciò che è estremo, dal momento che emotivamente saremmo instabili e con la tendenza a fare confusione in amore (incapacità di stabilire un rapporto stabile e non ondulatorio). Tenderemo a confondere, ad esempio, tutti gli alti e bassi della relazione con la passione, mentre passione non è, ma solo isteria. Questi alti e bassi ci sembrano normali (questo abbiamo appreso) o tuttalpiù, percepiti come il risultato di una forte passionalità. Ecco perché, chi si porta dietro la ferita dei non amati, tende a relazionarsi SOLO con soggetti borderline oppure narcisisti, da cui non ne viene mai nulla di buono ma, dopo un inizio FANTASTICO, rimane solo dolore.

Ecco anche perché tali soggetti, cadono spesso nelle grinfie di un manipolatore. Una evidenza di questa manipolazione subita da una madre manipolatrice è dato dal senso di colpa. Se ne soffriamo, non è da escludere che l’educazione avuta era totalmente intrisa di filtri emotivi ambigui e strumentali. Quindi, dovremmo pensare che il senso di colpa, in questi casi, non è assolutamente reale ma solo indotto, a fini strumentali  o, per dirla con un termine più completo, frutto di manipolazioni continue e protratte.

Inoltre, chi da piccolo è stato manipolato, tenderà, da grande a fare altrettanto ma anche il contrario, cioè a farsi manipolare. Ecco che siamo arrivati al paradosso, rendere normale la manipolazione al punto che diviene l’unica forma di comunicazione da cui è difficile, se non impossibile, farne ritorno.  

Un genitore così, però, non ha necessariamente delle colpe. Semplicemente, non ha gli strumenti, forse perché anche lui ha sofferto di denutrizione emotiva.  Dovremmo tutti riflettere su ciò che i nostri genitori (che molto probabilmente adoriamo e amiamo in modo incondizionato) ci hanno dato.

Noi volevamo 100; loro credono di averci dato 100. Ciò che abbiamo percepito è 15. Restiamo per tutta la vita in attesa di quel 85 che non arriverà mai, perché loro, ne sono convinti, ci hanno dato 100, ovvero il massimo. Allora non rimane che una cosa: ‘rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo da soli, dentro di noi e nel mondo quel 85 di cui abbiamo assolutamente bisogno‘.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Cosa cambiare

Intanto essere consapevoli e non in perenne e passiva attesa di un qualcosa che oramai non arriverà più gratuitamente. Dal momento che le nostre azioni sono prevalentemente guidate dalle nostre conoscenza apprese nel corso della nostra vita, è importante iniziare ad essere più consapevoli.

Quando instauriamo una nuova relazione, cerchiamo di discriminare tra ciò che è vero e ciò che è illusione. Ciò che è vero è ciò che dicono i fatti; ciò che è illusorio è vedere alla nuova storia con le lenti dell’infanzia. Smettiamola a far affidamento sullo stile di attaccamento (lo abbiamo appreso da piccoli ed ora siamo grandi); da oggi in poi, siamo noi e solo noi a fare la differenza, anche in virtù di chi scegliamo per avere al nostro fianco. Se vogliamo correggere le esperienze emotive, dobbiamo scegliere un partner sano. La caratteristica di una relazione sana parte innanzitutto dal sentirsi rispettati e deve essere caratterizzata da interdipendenza, reciprocità, coerenza; ove non c’è morbosità, svalutazioni continue, e non c’è dipendenza o co-dipendenza affettiva.

Se c’è tutto questo ci sono buone e di star correggendo le esperienze che si sono dimostrate emotivamente povere e quindi stai nutrendo il tuo stato emotivo e cosa molto più importante, il tuo rapporto è sano.

Dinamiche tra coscienza e inconscio

Dinamiche tra coscienza e inconscio

Come si addestrano gli elefanti? Ce lo dice Coelho in un suo racconto: L’elefante e la corda.

Nel suo racconto, Coelho ci dice che da piccolo, l’elefantino viene legato con una corda molto robusta che a sua volta viene legata ad un palo altrettanto robusto. Il piccolo elefante, istintivamente cosa fa? Tenta di liberarsi. Ci prova per un certo periodo di tempo. Ci prova con tutte le sue forze che, ovviamente non bastano. I tentativi diminuiscono sempre più finchè si convince che non ci riuscirà mai, la corda è più forte e smette ogni tentativo. Si abitua all’idea che è così. Oramai la corda diviene parte integrante delle sue abitudini. Una cosa ineluttabile: lui, la corda, il palo. Da adulto, l’elefante ricorda quanto vani sono stati i suoi sforzi e il domatore può anche legarlo con una corda sottile: l’elefante non farà nessun tentativo per liberarsi anche se ora potrebbe. Non perché non ne avrebbe la forza, ma semplicemente perché ciò che manca è la forza mentale. Nel tempo si è abituato a vivere con poco spazio intorno a se e non fa nessun tentativo per cambiare questa cosa.

Ma, non accade la stessa agli esseri umani?

Cosa fa infatti la società per ‘addestrarci’?

La famiglia stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato e lo inculca nei propri figli. Con  il sistema di premi o castighi, queste ‘regole’ vengono imposte e introiettate. I bambini imparano a fare e a non ribellarsi.

I bambini che per loro natura sono liberi e spensierati (si muovono in base a principi ‘primari’ o in base al principio del piacere), tentano di evadere, ma i loro educatori indicano qual è la retta via. Quella ‘retta via’ diviene la corda dell’elefantino.

Da adulti, pur essendo liberi, pur avendo le forze per ribellarsi, spesso neanche ci provano. Tendono a starsene al ‘sicuro’ in quella finta gabbia che la società (l’addestratore) ha costruito e sono pochi coloro che si ribellano e cercano di realizzare la propria unicità.

Tutto questo ‘preludio’ ci conduce al nocciolo del discorso, l’inconscio e all’influenza che ha nel determinare non solo i comportamenti, anche altre cose che gravitano intorno alla nostra vita (i nostri gusti, le nostre abitudini, ciò che scegliamo, etc).Risultati immagini per coscienza e inconscio

Tutte le nostre scelte emotive vengono orchestrate dall’inconscio e capire come dialogarci ci permetterebbe di conoscerci meglio e se necessario ci permetterebbe di liberarci della corda che ci lega ad una serie di convinzioni e di credenze che potrebbero non essere in sintonia con la nostra reale essenza.

Immaginate quante cose potrebbe fare l’elefante senza quel condizionamento; immaginate cosa potremmo fare noi se comprendessimo a quali condizionamenti siamo stati sottoposti; scopriremmo le nostre reali aspirazioni, il nostro talento, le nostre reali emozioni: ci si aprirebbe un mondo di infinite possibilità. Tutto questo perché è appunto l’inconscio che determina una serie di fattori tra cui l’emotività e il coinvolgimento libidico verso persone o cose.

La natura delle emozioni, come tutti sappiamo, possono essere fonte di gioia oppure di sofferenza. Ma queste ‘sensazioni’ non appartengono all’inconscio, bensi alla coscienza. Solo la coscienza è in grado di collocarle basandosi su categoria come la ragione, il pragmatismo, la razionalità. Per l’inconscio esiste solo il coinvolgimento emozionale che in quanto tale non è né positivo né negativo. In altre parole le emozioni non vengono distinte tra il  bene e il male.

L’inconscio prende tutto (sia il bene che il male) e solo per una sorta di alimentazione emotiva anche se la coscienza, che percepisce costantemente la sofferenza, ne farebbe volentieri a meno.

Quante volte ci sarà capitato di essere allegri oppure infelici senza conoscerne le ragioni. Ebbene questo accade perché tutto ciò che ci appassiona, ci coinvolge, ci emoziona viene dall’inconscio. La personalità si forma attraverso il dialogo tra queste due istanze (conscio – inconscio) ovvero tra esigenze reali (devo alzarmi per andare a scuola) ed emotive (oggi preferisco andare a spasso). La quotidianità, così come realmente si dispiega per tutti noi, avviene grazie a come si dispongono queste due forze, ovvero tra il principio del piacere (primario e inconscio) e il principio della realtà (secondario e cosciente).

In questa eterna lotta, vince chi è più forte in quel momento.

Quante volte ci siamo detti: ’ora vado dal capo e gliene dico quattro?’.

Poi andiamo dal capo e …. Non diciamo nulla di ciò che avremmo voluto.

Questo ci conferma che ‘volere’ non coincide sempre con ‘potere’. Quando accade questo potremmo pensare che l’inconscio in realtà vuole altro, ma anche che ancora non siamo pronti. La coscienza si rafforza solo quando le idee o le convinzioni sono solide. Un po’ come una interrogazione a scuola. Solo se abbiamo studiato e ripetuto più volte, andrà bene. Una poesia, saremmo in grado di recitarla bene, se l’abbia imparata e ripetuta bene più e più volte. Questa è la dinamica della coscienza. Così funzioniamo. Se una determinata cosa ‘andare dal capo e dirgliene quattro’ è veramente consolidata, riusciremo a farlo. In caso contrario sarà l’inconscio a vincere. Vince ciò che è indifferenziato. Vince il principio del piacere;  quello che usa il meno sforzo possibile. Per andare dal capo e dirgliene quattro, ci vuole un certo spessore; finchè non lo abbiamo, non ci riusciremo.

Noi dobbiamo tener presente che il 95% o più del nostro cervello è rappresentato dal Sistema Nervoso Autonomo. Autonomo, ovvero, non gestito dalla coscienza. Respiriamo, reagiamo al caldo oppure al freddo, dormiamo, digeriamo, camminiamo, guidiamo etc. grazie al lavoro del SNA. La nostra coscienza non interviene.

L’inconscio funziona attraverso la ripetizione di ciò che abbiamo appreso. Ciò che ripetiamo continuamente è ciò che abbiamo appreso quando la coscienza ancora non era sviluppata completamente ovvero durante l’infanzia e l’adolescenza. Tutto ciò che abbiamo sperimentato risiede prevalentemente nell’inconscio e nella vita adulta non facciamo altro che ripetere. Un po’ come è accaduto all’elefantino di cui sopra. Ripetiamo ciò che abbiamo appreso inconsciamente (o con pochissima coscienza) e le nostre azioni sono guidate da quei meccanismi automatici.

Quante volte ci diciamo: non voglio fare come mio padre e poi, grazie anche all’analisi, emerge dolorosamente che facciamo anche peggio?

Questo perché la forza dell’inconscio, dell’automatismo, è formidabile e il lavoro per far emergere la coscienza lo è ancora di più (pensiamo alla fatica per imparare una poesia, oppure per andare dal capo). La tendenza dell’inconscio ci porta a ripetere (coazione a ripetere) al solo scopo di farci rivivere tutte le esperienze emotive accadute durante il processo di crescita (psico-evolutivo). Questo accade perché l’inconscio riconosce le emozioni a prescindere dalla loro qualità (buona – cattiva). Ma allora, quando facciamo ciò che facciamo, è la coscienza o l’inconscio che ci guida? Una possibile risposta: la coscienza esegue, l’inconscio ordina e questo perché tutto ciò che ci piace sta nell’inconscio.

Dinamiche tra coscienza e inconscio – Ma perchè soffriamo?

Il benessere e la sofferenza nascono dalla interazione tra le due istanze (C/I). La sofferenza psicologica avviene perchè tra le due istanze c’è un conflitto (principio del piacere contro principio di realtà). Mentre il benessere psicologico avviene quando non c’è  tensione ma armonia, dal momento che entrambi perseguono lo stesso obiettivo.

Da tutto ciò abbiamo compreso che il benessere c’è quando l’inconscio non si oppone.  Quando ciò accade, tutto diventa facile e gioioso. Ma perché accade?

Perché stiamo andando incontro ai nostri reali bisogni e desideri. Stiamo facendo cose grazie al nostro naturale talento e non ci sono resistenze inconsce in opposizione. Non stiamo ripetendo nulla, siamo semplicemente noi.

Influenze tra gli stili genitoriali e il matrimonio

Influenze tra gli stili genitoriali e il matrimonio

Una recente ricerca giapponese, evidenzia i diversi stili genitoriali e la relativa influenza sul numero dei matrimoni e dei figli desiderati.

La ricerca è stata gestita da due professori universitari giapponesi (Prof. Nishimura Kazuo – Università di Kobe e il professor YAGI Tadashi – Doshisha University).

Nell’ambito del progetto RIETI (The Research Institute of Economy, Trade and Industry), un progetto giapponese orientato alla ricerca di una crescita economica sostenibile, sono stati utilizzati i dati di un sondaggio di circa 10.000 persone, effettuato online nel mese di gennaio 2016 dall’agenzia Rakuten Research, Inc.

Lo studio analizza i metodi genitoriali giapponesi (molto antichi e radicati, per non dire archetipici) e ne studia gli effetti sulla vita da adulti dei figli.

I metodi sono stati classificati come segue: Supporto, Rigoroso (Tiger), Indulgente, Non coinvolto, e Abusivo.  I ricercatori hanno anche studiato gli effetti di tali stili degli intervistati nel confronti dei genitori. Sarebbe emerso che i soggetti che hanno avuto un’educazione di supporto, tendevano a vedere i lori padri e madri come ideali, contrariamente a chi, invece aveva avuto genitori abusivi, che al contrario, difficilmente vedevano i propri genitori come modelli positivi da seguire.

I tassi di matrimonio sembrano essere più alti tra coloro il cui partner ideale viene rappresentato da un modello simile alla propria madre (o al proprio padre); questo gruppo esprimeva più di altri, il desiderio di avere più  figli.

I soggetti con genitori che hanno promosso un’educazione di supporto, tendono a vedere i propri  genitori come modelli positivi da seguire. I risultati confermano che questa modalità è legata a tassi più alti di matrimonio ed il desiderio di un numero più elevato di prole.

Quali sono i tipi di genitorialità

Di supporto: questi genitori sono più indipendenti, hanno molta fiducia in se stessi, molto tempo trascorso con i figli e molto interesse verso la prole.

Rigorosa (Tiger): livello di indipendenza basso, livello di fiducia medio-alto, bassi livelli di indipendenza, livello di fiducia medio-alto, interesse mostrato verso i bambini rigoroso o abbastanza rigoroso, presenza di molte regole.

Indulgente: livelli di fiducia elevato o medi, disciplina blanda, tempo trascorso insieme, un pò più della media.

Non coinvolta:  livelli di interesse bassi (così come indicati nel figlio), educazione poco rigorosa, poco tempo passato insieme, solo alcune regole.

 Abusiva: bassi livelli di interesse nel bambino, livelli di indipendenza bassi, livelli di fiducia bassi, molto rigorosa.

La timidezza e relazioni sociali

La timidezza e relazioni sociali

La timidezza, secondo uno studio inglese, sarebbe correlata al ruolo sociale. Sul Journal of Personality (rivista ove è stata pubblicata la ricerca), viene riportato che la timidezza varia nel tempo, quindi non è una peculiarità fissa, ma cambierebbe in funzione dei vari ruoli che il soggetto assume nel corso della sua vita sociale. Lo studio ha preso in considerazione i dati di circa 550.000 adulti ed ha evidenziato che la timidezza si associa alla occupazione, al sesso e ad altre variabili sociali e demografiche.

In sintesi, le donne sembrano essere più timide da adulte mentre gli uomini lo sono di più da giovani per poi diminuirne l’intensità con il crescere. Le donne invece sembrano più stabili.

Chi è sempre stato occupato tende ad essere meno timido di chi ha avuto periodi di disoccupazione oppure ha lavorato prevalentemente a casa. Chi lavora oppure ha lavorato nelle vendite tende ad essere meno timido degli altri.

Lo studio è stato coordinato da Nejra Van Zalk, un ricercatore dell’Università di Greenwich.

L’interesse verso questo tema viene dal fatto che subito dopo la laurea, Nejra (il ricercatore inglese), cominciò con il dottorato ad interessarsi della timidezza, trattandola più come un tratto umano e meno come uno stato, notando che la letteratura che tratta il tema, la trattava come un problema  da affrontare e risolvere.

La maggior parte delle persone con questo problema, semplicemente non vorrebbero averlo.  Da un punto di vista storico però, la timidezza non è stata sempre vista come un problema ma come una qualità desiderabile  (in particolare nelle donne). Tutto ciò ha portato il ricercatore ad analizzare questa caratteristica, la timidezza, nei vari ambienti o eventi significativi nella vita delle persone e di come possa peggiorare o migliorare nello specifico contesto.

I dati raccolti, sono stati forniti dalla BBC della Gran Bretagna (i dati si riferivano a circa 550.000 soggetti di età variabile dai 17 ai 70 anni). Grazie a questa enorme mole di dati, è stato possibile confrontare il tasso di timidezza tra i vari ceti sociali, ma anche nei vari lavori (qualificati, non qualificati) e quelli relativi alle vendite che com’è facile attendersi, aveva un livello di timidezza tra i più bassi.

Livelli più bassi si sono riscontrati anche nelle persone che avevano una relazione stabile rispetto ai single. Un altro elemento emerso è relativo all’ambiente: c’è chi cambia perché si adatta all’ambiente e chi, invece, sceglie l’ambiente più consono alla propria timidezza (scegliendo un lavoro e non un altro ad esempio).

Un altro aspetto emerso, avrebbe dimostrato che la  timidezza non è un destino ineluttabile, dal momento che le cose possono essere modificate. Ci sarebbe insomma una certa possibilità di trasformazione. Ad esempio, chi è timido, potrebbe tentare di superarle sottoponendosi a specifiche sfide. Tutto ciò potrebbe sembrare evidente ma, solo ora c’è uno studio che lo conferma.

Inoltre questo è forse il primo studio che tratta la timidezza in base al proprio ruolo sociale, basandosi su un’enorme basi di dati.

Lo studio è trasversale (cioè, si basa su dati presi una sola volta e non confrontati su base longitudinale, ovvero nel tempo).  Uno studio analogo ma su base longitudinale avrebbe permesso di verificare gli effetti che i differenti ruoli sociali (acquisiti nel tempo, ad esempio, studente, lavoratore, manager etc) influiscono sul cambiamento. 

Neuroplasticità e cambiamento

Neuroplasticità e cambiamento

Quante volte sentiamo frasi del tipo: ‘Io sono fatto così’, oppure ‘..lo sai com’è fatto’ e via dicendo. Ci siamo chiesti come mai? E poi, è mai possibile che non sia possibile cambiare? E’ possibile ‘… piantarla di essere come si è’, in particolare laddove da ciò dipende un continuo disagio e infelicità per noi e per chi ci sta intorno?
La risposta ovviamente è affermativa ma per comprendere come trasformare il pensiero e di conseguenza il nostro comportamento, è necessario capire come si forma.
Il nostro cervello, nella sua neuro-fisio-anatomia, è composto da cellule, detti neuroni e ce ne sono veramente tanti, qualcuno ipotizza da 30 a 100 miliardi. Ogni neurone si collega con altri neuroni (pare, che un neurone potrebbe (nella sua massima potenzialità) collegarsi con altri 100 milioni di suoi simili (è come se ognuno di noi potesse parlare contemporaneamente al telefono con altre 100mila persone). Il ‘collegamento’ avviene attraverso un meccanismo chiamato sinapsi.

 

La totalità di  questi collegamenti formano le ‘reti neuronali’. Tutto ciò che di noi ci riporta a qualsiasi altra cosa, come un pensiero, un ricordo, una particolare abilità etc. lo dobbiamo alle reti neuronali che, come abbiamo visto, sono ‘gruppi di neuroni’ collegati tra di loro.
Ogni essere umano ha le sue reti neuronali; si sono formate nel corso della propria vita, esclusivamente in funzione delle proprie esperienze. Quindi, la famiglia, l’ordine di nascita, la scuola, gli amici, gli eventuali traumi e i suoi effetti, il tipo di studi, le critiche e gli incoraggiamenti, insomma, tutto ciò che abbiamo vissuto, stabilisce quale neurone si è collegato con chi e come si sono formate la reti neuronali presenti nel nostro cervello. Sempre a proposito di numeri, sembra che il numero di reti neuronali che il nostro cervello sia in grado (nella sua massima potenzialità) di fare sia un numero enorme, ovvero 10 seguito da un milione di zeri. Veramente impressionante. Nell’universo non esiste nulla di più complesso del nostro cervello.
Ciò che siamo, lo siamo in funzione delle reti neuronali. Esse ci rappresentano. Tutto ciò che accade o potrebbe accadere, altro non è che l’espressione di queste reti e delle loro interconnessioni. Le reti si costruiscono da quando nasciamo, ma alcune vengono ereditate. Come l’inconscio personale che è la somma delle esperienze individuali e l’inconscio collettivo della specie.
Noi reagiamo in risposta ad uno stimolo e per comprenderlo, ricorriamo alle reti, che ci permettono una interpretazione. Quindi, uno stimolo fa si che nel cervello si attivino reazioni chimiche (sinapsi ad esempio); tale reazione produce una controreazione che può essere reattiva (un colpo di luce colpisce la retina? La controreazione è chiuderla) oppure emotiva che a sua volta riceverà una risposta, presumibilmente congruente.

Neuroplasticità e cambiamento – Opinioni e/o preconcetti

Può accadere che più reti siano interconnesse in modo stabile e duraturo. Quando questo accade, la reazione è quasi sempre la stessa. In questo caso le connessioni sono solide e difficili al cambiamento. In questi collegamenti possiamo racchiudere tutto ciò in cui crediamo, ad esempio le opinioni, ma anche le cose apprese. Ma in merito alle opinioni, queste divengono stabilizzate, consolidate, cristallizzate e quindi, per noi, indiscutibilmente vere. I circuiti neuronali si sono rafforzati a tal punto che è difficile alleggerirli. Difficile, ma non impossibile.
Finalmente siamo arrivati al punto oggetto del presente articolo: la neuroplasticità.
In altre parole, se è vero che un circuito neuronale può rafforzarsi, è anche vero il contrario, ovvero tali circuiti possono sciogliersi. In questo caso le reti, non più alimentate, perdono consistenza, si sfilacciano, si staccano e l’opinione che avevamo di quella persona, di quel partito, di quella squadra di calcio, etc, cambia.
Il nostro cervello funziona in modo tale da mantenere saldamente le nostre credenze, tende più a confermare che per il suo contrario. Se crediamo in una cosa, ad esempio un ideale politico, o l’opinione che abbiamo di una persona, ci rifiutiamo di vedere indizi che metterebbero in dubbio la nostra idea. Le discrepanze ci sono, lo percepiamo ma non le vogliamo vedere. Come dicevamo, il cervello funziona così e lo fa per farlo lavorare il meno possibile, per risparmiare.
Per favorire il cambiamento, potrebbe essere utile mettere in discussione la situazione attuale. Ciò facendo diviene possibile verificare l’esistenza di nuove prospettive non solo sul fatto in questione, ma anche su se stessi. Questa nuova impostazione fa maggiore chiarezza in noi stessi e permette la creazione di nuove reti neuronali e quindi il formarsi di nuove idee e opinioni.
Laddove diviene impossibile sradicare paure, pregiudizi e opinioni perché nascoste e schiacciate dalle resistenze, allora occorre valutare l’ipotesi di una psicoanalisi, l’unica in grado di penetrare nella profondità dell’inconscio e liberare antichi blocchi, permettendo una presa di coscienza liberatrice.

L’abito fa o non fa il monaco?

L’abito fa o non fa il monaco?

Sembrerebbe di si: l’abito fa il monaco.

Il proverbio recita: l’abito non fa il monaco! implicitamente quindi, invita a diffidare delle apparenze (non è tutto oro ciò che luccica), perché spesso sono ingannevoli e perché com’è giusto che sia, le persone non sono come sembrano, almeno ad una prima occhiata.

Per quanto vogliamo tentare di essere obiettivi, dobbiamo sempre ricordare che abbiamo due emisferi, il destro e il sinistro. Il giudizio che diamo di una persona è automatico (quindi inconscio). Nel giro di 10 secondi decidiamo IN oppure OUT. In quella manciata di secondi valutiamo la persona. Ci guidano alcune cose tipo, il modo di presentarsi, l’abbigliamento, come si esprime, la sua mimica quindi, siamo influenzati molto dalla comunicazione non verbale.  

Quindi l’apparenza conta e molto. Ma non è sempre vero ovviamente, infatti, in questa foto Einstein non sembra molto intelligente eppure…

Esistono però tantissime ricerche i cui risultati confermerebbero che valutiamo gli altri sulla base della prima impressione.

Qualcuno direbbe che è una valutazione superficiale ma le ricerche hanno evidenziato che nel nostro cervello, le risposte sono immediate perché, da questa immediatezza, l’uomo ha evitato l’estinzione.

Tendiamo a pensare con i paradigmi odierni dove la sicurezza (fisica, alimentare, abitativa, etc) è relativamente concreta; proviamo invece a pensare alle condizioni che l’uomo viveva fino a 2-300 anni fa o meglio ancora nel periodo preistorico.

Immaginiamo di essere soli, in un posto che non offre nessuna sicurezza e si avvicina un uomo, grosso, armato,  con un’espressione truce e dal portamento sicuro. Che fai? Non hai molto tempo per decidere, perché dalla velocità di decidere dipende la tua vita: sei in grado di combattere oppure è meglio fuggire?

Ebbene, dal primo ominide ad oggi, l’evoluzione è progredita dovendo reagire a questa e ad altre situazioni minacciose simili.

Anche se oggi andiamo in giacca e cravatta, abbiamo gli abiti e l’aspetto curato, ciò che scatta nel nostro cervello è molto simile a quello del cavernicolo. I tempi della psiche sono molto lunghi. Dal primo ominide sono passati 2.3 milioni di anni. Il nostro cervello si è evoluto lungo tutti questi anni e si poggiavano su un cervello ancora più primitivo. Da pochi anni (2-300) viviamo in un contesto sociale via via più sicuro ove l’accesso alle risorse è migliorato moltissimo; ciononostante il cervello si evolve lentamente e quindi ancora oggi, ahimè, le apparenze contano.

Abbiamo mai provato ‘a pelle’ di giudicare una persona? Quante volte hai o ti sei detto: ‘quella persona non mi piace’? Il tutto, quanto tempo ti ci è voluto? Qualcuno dice massimo 10 secondi.

Poi oggi le variabili sono ovviamente infinite e quindi riusciamo a gestire meglio i rapporti. Quelli destinati ad essere più stabili e duraturi (un nuovo collega) oppure quelli destinati a non ripetersi (un incontro sul treno oppure aereo).

Questo vale anche per noi: in pochi secondi anche tu, a pelle, hai dato la tua impressione.

Con il tempo può cambiare, naturalmente, ma se devi ‘vendere’ qualcosa a qualcuno, non hai chance future, ti giochi tutto subito.

I ricercatori hanno dimostrato che i primi minuti, condizionano le emozioni, i giudizi e i pensieri,  in merito a ciò che siamo.

Paradossalmente poi, quel primo giudizio, è duro a morire perché il nostro cervello è strutturato più nel cercare conferme a quel primo giudizio che ricredersi. In altre parole, la prima impressione conta e molto; cambiarla diviene difficile dal momento che tendiamo più a mantenere l’idea che lavorare per cambiarla. Se poi siamo di mentalità aperta e non abbiamo pregiudizi, il nostro punto di vista e in occasione di eventuali fatti può cambiare. Se invece abbiamo una visione miope, la tendenza rimarrà la stessa: persistere sulla primaria impressione.

Ecco perché, anche se l’abito non fa il monaco, influenza pesantemente la prima impressione.

Non hai mai una seconda occasione, per dare una buona prima impressione”

L’abito fa o non fa il monaco – Si può cambiare la prima impressione?

IL bello della vita è che tutto e il contrario di tutto può accadere. In fisica quantistica questo principio viene spiegato con l’ipotesi degli infiniti universi paralleli o multiverso (tipo Sliding Doors, per intenderci).

Restando nel nostro universo, è possibile cambiare la prima impressione ma non è né semplice nè diretto quindi, meglio iniziare bene.

Tutto inizia con il darsi la mano. Ma questa abitudine dove nasce?

Dagli Etruschi, e in seguito dai Romani. Lo scopo? Verificare che l’altro non fosse armato (ovviamente di notte).

Quindi, darsi la mano, non era proprio il modo più amichevole per iniziare una conoscenza.

Altra cosa ad esempio è quella relativa ai guanti. Si usa, nel darsi la mano, toglierli prima. Il motivo? Nel medioevo si usava mettere del veleno nel guanto da usare appunto per colpire (dando la mano) un avversario. Per evitare ciò si era presa l’abitudine di togliersi il guanto; abitudine che poi è diventata consuetudine.

Scambiarsi la mano è un’abitudine più maschile mentre le donne hanno altre usanze: si scambiano baci, oppure abbracci o altre modalità locali.  

Quindi, poiché darsi la mano è un segno di virilità, l’energia che mettiamo in quello scambio dà immediatamente la prima impressione. Ovviamente deve essere giusta, cioè non a tenaglia ma nemmeno ‘moscia’, deve essere semplicemente amichevole. Uomo o donna che tu sia, stringi la mano dando l’idea che è esattamente ciò che vuoi fare. 

Esistono anche altre modalità, come ad esempio l’abbigliamento, dallo status sociale, e da mille altri fattori. Laddove per certi soggetti un abbigliamento casual (Zuckerberg, Marchionne, Jobs, etc) è tollerato in altri lo è meno.

Studio Bumbaca, Roma, Via Appia Nuova 225 / Avezzano (loc FORME) - cell: 366 2645 616 - PI : 10726621005