Categoria: Personalità

Porsi un obiettivo e fallirlo

Porsi un obiettivo e fallirlo

A nessuno piace fallire eppure, anche dietro un fallimento può celarsi una molteplice opportunità di crescita. Un fallimento evidenzia i nostri limiti, un lato oscuro su cui focalizzare la nostra attenzione con l’obiettivo di migliorare. Un fallimento non è una minaccia ma potrebbe essere la nostra miglior opportunità.

Con questo nessuno vuol dire che bisogna fare una collezione di fallimenti, nessuno ama fallire, ma a volte può accadere e quando accade, vedendola come una opportunità, forse riusciremo a trarne il massimo dei vantaggi. Ma quali sono i possibili vantaggi di un fallimento?

  • Può un fallimento bloccarti?

Cimentarsi in qualsiasi cosa è un privilegio per molti (non per tutti); tuttavia il cimentarsi non implica obbligatoriamente il successo. Può anche andar male o comunque non proprio come desideriamo. Questo insuccesso, totale o parziale, non è comunque una pietra tombale sui nostri sforzi. Questo insuccesso non ci mette definitivamente fuori gioco. Ma tutto dipende dal tipo di reazione. Rinunciamo? Allora potrebbe voler dire che in fondo, non ci tenevamo così tanto. Anzi l’insuccesso potrebbe in qualche modo darci la piena consapevolezza del reale interesse che avevamo. Perché tutti sanno che quando si desidera veramente una cosa, nulla potrà fermarci, mai.

  • Il modo giusto per fare le cose

Non esiste un unico modo per fare una specifica cosa o, per meglio dire, una determinata cosa può essere fatta in infiniti modi diversi. Quante case identiche esistono? Quante penne diverse ci sono? Quanti vestiti, colori, automobili, aerei, etc…. Se nel fare una determinata cosa, a noi può sembrare errata, stai pur certo che per qualcun altro potrebbe andar bene. Se la tua ultima presentazione ti sembra povera, perché dopo averla ‘presentata’ la gente ti fa un applauso? Quindi, come abbiamo visto, non esiste un modo giusto in assoluto. Esiste un criterio però che potrebbe permetterci di darci quiete. Ovvero, la cosa fatta, realizzata, funziona? Se funziona allora va bene anche se altri l’avrebbero fatta in modo diverso

  • Proviamo a farla diversamente

Mi sono super impegnato per fare una cosa, ci ho speso tempo, denaro, anche il sonno. Dopo averlo messo in campo però, il risultato è evidentemente e palesemente un fallimento. Butto tutto? Rifaccio tutto da capo? O cercherei di verificare se esistono alternative più efficaci?

  • Non si può avere sempre ragione.

Quanta gente conosciamo che ‘… ha sempre ragione’? Beati loro, diranno i più. Poveri loro, mi permetto di dire io. Non si può avere sempre ragione; è un peso gravoso. Troppo stress. E’ bello alle volte commettere un errore e lo è ancora di più ammetterlo. Perdoniamoci e andiamo oltre.

  • Il fallimento ci aiuta a restare umili.

L’umiltà è una virtù. Grazie a tale virtù, riusciamo a vedere in modo lampante i nostri limiti. Quante volte i nostri insegnanti ci hanno detto che per imparare è necessario essere utili? Restare ancorati al nostro punto di vista, nonostante sembri palesemente errato, ci espone a delle inutile conseguenze, che potrebbero portarci a perdere l’opportunità di imparare sugli effetti benefici della umiltà ma anche quello di continuare a fallire e a non apprendere nulla di veramente utile.

  • Per prova ed errori si arriva al successo

Abbiamo tantissimi esempi che ci mostrano che la strada del successo è lastricata di tanti altri fallimenti. Ad esempio le scoperte scientifiche, i professionisti, gli artisti, gli inventori, etc … quanti insuccessi prima di veder coronato il loro sogno? Lo stesso Freud, quando ha scritto L’interpretazione dei sogni, ha sperato che con esso sarebbe diventato famoso e forse anche ricco. Ha dovuto attendere altri 10 anni, ha dovuto scrivere una sintesi della sua Interpretazione, un libricino di poche pagine, Il Sogno, per vedere finalmente il successo. Per tutti questi personaggi, il fallimento non li ha annichiliti ma anzi, credendo nel loro progetto, li ha fortificati e li ha spinti a migliorare, spinando così la strada del successo.

  • Il fallimento ci insegna ad essere più flessibili

Avevi in mente di fare una cosa e l’hai fatta. Il risultato è un disastro. Che insegnamento utile possiamo trarne? Intanto, vorrei rifarmi. Ecco che allora, provo a rimodulare i vari aspetti finchè non trovo il modo più efficace. Quindi, grazie al fallimento precedente, sono diventato più flessibile. La stessa cosa può essere vista anche in altri modo che, guarda caso, possono risultare migliori.

  • Quali sono le tue competenze

Se hai le competenze, se sei pronto, se hai l’allenamento giusto, se…se…se…

Se ci sono i presupposti allora solo l’esecuzione può darti le conferme di cui hai bisogno. Se invece non agisci perché temi di fallire, hai già fallito. Solo ‘lanciandoti’ saprai effettivamente quale è la tua reale forza. 

  • Gli altri hanno altro da fare, non stanno sempre con il dito puntato.

Viviamo in un mondo dove, è sotto gli occhi di tutti, gli errori che sono stati fatti sono a volte anche colossali, eppure la gente, pur non dimenticando, lascia correre. Pensiamo ai fatti di cronaca, ogni giorno ne abbiamo uno nuovo. Cosa fa la gente? Raramente si cura dei singoli errori, delle singole persone. La gente ha altro da fare. Semmai la gente ricorda solo gli errori di cui ne sono vittime (vedi ad esempio la legge Fornero e il suo colossale errore sugli esodati). Quindi, è solo l’individuo che penalizza il proprio fallimento, o lo giudica più grande di quanto è veramente, mentre gli altri, magari se ne sono già dimenticati.

  • il fallimento è un punto di nuova partenza

Una volta che hai elaborato il fallimento, sei pronto per ricominciare, sicuramente con un approccio diverso. Inutile fermarsi oltre il giusto su un fallimento, la vita ci chiama continuamente verso nuove sfide.

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Cosa vuol dire essere in lutto

Quando perdiamo un ‘qualcosa’ che per la nostra vita è significativa e importante, avviene dentro di noi una specie di adattamento nei confronti di quella perdita, dal momento che stare senza quella cosa (che può essere un oggetto, una persona, un lavoro, …) perdiamo una parte di noi. Il lutto quindi è quella fase (più o meno lunga) necessaria per operare quel recupero.

In modo più specifico però, si usa il termine ‘stare in lutto’ per far riferimento alla perdita (decesso) di una persona a noi cara con la quale avevamo un rapporto molto stretto. Quali sono le tipiche reazioni ad un evento così traumatico?

Quando accade un evento così traumatico, il dolore che si prova è indubbiamente grande,  un dolore direttamente proporzionale alla profondità della reazione ma anche a quanto improvvisa e imprevista si è verificato. Se ad esempio si tratta di un congiunto molto anziano e malato da tempo, l’impatto emotivo sarà diverso da una perdita di un congiunto giovane deceduto per motivi accidentali e assolutamente imprevedibili (ad esempio un incidente automobilistico). Ad ogni situazione luttuosa troviamo certamente il coinvolgimento di una o più emozioni ma che anche può coinvolgere altri aspetti come ad esempio un declino fisico più o meno lungo, oppure relativo a persone vicine, ma anche la conclusione di una relazione significativa.

In situazioni come questa la risposta più immediata e naturale non può che essere il dolore che viene vissuto ‘ognuno come gli pare’, dal momento che la diversità è una caratteristica tipica degli esseri complessi (e l‘essere umano è il più complesso dell’universo), ma il lutto attraversa anche alcune fasi ben specifiche. Nasce dal riconoscimento di ciò che si è perso e continua anche in seguito, se si rifiuta di operare una reazione adeguata. Le risposte, come dicevamo sopra sono relative, ovvero al caso specifico ma anche al background socio-culturale del soggetto. Dal punto di vista emozionale (sia che si trattino di emozioni primarie che di secondarie), assistiamo invariabilmente a reazioni emotive che comprendono il pianto, la tristezza, un atteggiamento depresso, rabbia, senso di colpa, stupore,accettazione, incredulità, rifiuto, …

Quando il dolore è grande, incontenibile, un comportamento tipico comprende un pianto dirotto, insonnia, scarso rendimento sul lavoro, .. e, come ovvio che sia, una reazione naturale al fatto, il vuoto è enorme, si fa difficoltà ad accettare, la perdita è incolmabile, …

Una volta assorbito il colpo, la negazione della perdita viene sostituita dalla rabbia che viene orientata verso tutti (medici, infermieri, il padreterno, il partito, la scuola, la chiesa, gli altri, lo stesso defunto,…)  i sensi di colpa si esplicano con frasi che richiamano azioni non fatte e che invece si potevano fare.

Il tono dell’umore, se le emozioni risultano incontenibili, può variare, anche in modo preoccupante e come dicevamo sopra, tutto ciò può essere normale se  la persona era molto importante per noi, e morendo, si è portata via qualcosa di profondo e radicato.

La natura del dolore ha tutta una serie di relazioni che coinvolgono l’apparato psichico, quello sociale, quello emotivo ed ha riflessi anche sul fisico e quindi va, sostanzialmente inquadrato da un punto di vista olistico.

Le reazioni fisiche possono avere riflesso sul ciclo sonno-veglia,  portare a disturbi alimentari (p.es calo appetito), calo delle difese immunitarie e quindi rischio di ammalarsi, problemi generici di natura fisica. Tra quelle mentali, si può passare da un’alterazione dell’umore (scatti d’ira improvvisi, tristezza, malinconia, …), senso di disperazione (‘e ora come faccio’), aumento dell’ansia, inasprimento del senso di colpa, … quelle sociali  attengono al rifiuto di lavorare, vedere amici, problemi con la famiglia, …

In sintesi quindi, ed in relazione all’intesità che si aveva con la persona deceduta, avremmo un dolore (e con tutta la sua pletora di specifiche reazione), la presenza di pensieri ossessivi e costanti, eventuali problemi di natura fisica, eventuali sentimenti di colpa, una sorta di ostilità aspecifica (orientata più verso il mondo che persone o situazioni specifiche) e cambiamenti comportamentali più o meno evidenti per giungere, in alcuni casi, in particolare se in età giovanile (preadolescenza ed adolescenza) anche cambiamenti del carattere che possono essere anche strutturali.

Il lutto – significato

Il lutto quindi è la risposta tramite il quale ci si adatta alla perdita; tale modalità è direttamente collegata al contesto dal momento che in ogni cultura ci si attende un determinato comportamento.

– È dolce e commendevole, Amleto, in te, il rendere a tuo padre tutto questo tributo di cordoglio; … Ma incaponirsi in un lutto ostinato, è atteggiamento d’empia testardaggine un non virile modo di soffrire, .. Diamine! Questa è colpa contro il cielo, contro chi è morto, contro la natura, ma soprattutto contro la ragione, cui la morte dei padri è tema usuale, …’

Amleto SCENA II – Sala nel castello di Elsinore

In merito alle cause, la reazione dipenderà anche dalle circostanze che l’hanno determinata, ma anche dal ruolo che la persona aveva che genererà specifiche reazioni alla perdita.

Pensiamo ad esempio alla perdita del coniuge, chi resta, oltre al dolore immenso per la perdita dovrà anche sobbarcarsi un’enormità di fatti e decisioni in merito alla organizzazione delle funerale, degli aspetti finanziari ed economici, gestire il tutto con il lavoro, i figli, il tutto in un momento ove servono tante energie che non si possiedono. Immaginiamo ad esempio come può essere difficile dirlo ai figli, soprattutto se sono piccoli; immaginiamo gli aspetti finanziari, se il coniuge deceduto era l’unico che aveva un reddito sicuro e su cui la famiglia reggeva le proprie sorti.

Pensiamo invece alla morte di un figlio, piccolo o grande che sia. Per un genitore credo non ci sia nulla di più devastante. Una perdita del genere suscita un’infinità di emozioni tra cui quello del senso di ingiustizia (‘ma come, così giovane, no…non è giusto’, ‘quante cose avrebbe potuto fare’, etc. ). Ci si sente responsabili, anche se al di fuori di ogni umana responsabilità..

Quando ci muore un genitore, la perdita in termini emotivi è profonda e il dolore è devastante; a ciò si associa un senso di paura e di profonda tristezza. Anche in questo caso l’intensità del dolore è intimamente legata ad una serie di fattori tra cui il tipo di rapporto, il sesso, l’età, gli eventuali aspetti religiosi, eventuali precedenti esperienze di decessi, etc..). con la perdita di un genitore si perde un consigliere e un amico, da cui inevitabilmente il senso di solitudine è più accentuata anche se la famiglia e il giro di amici non ci fa mancare il sostegno. Dopo il colpo iniziale giunge una consapevolezza profonda: ‘nulla sarà come prima’.

Il dolore, come si sa, ha svariate sfumature e in particolare, il dolore legato al lutto ne ha uno specifico legato al cosiddetto dolore anticipato. Si verifica tutte le volte in cui ci troviamo a dover affrontare un caso di malato terminale, un caso in cui parenti e amici, attendono una morte annunciata.

Il dolore non cambia, cambia solo il fatto che tutti hanno il tempo di abituarsi alla perdita, ma per il resto è assimilabile a ciò che abbiamo visto prima. Ciò non esclude che quando il fatto diviene realtà, anche se preparati, l’esplosione di dolore sia più mitigato. Infatti anche se sappiamo in anticipo ciò che accadrà, il dolore successivo non sarà né facile né più breve. L’attesa del decesso può creare un attaccamento più forte e di conseguenza dopo, la sofferenza e l’elaborazione del lutto potrebbe essere più profonda.

Il dolore, dal punto di vista emozionale, può essere difficile da controllare e spesso assistiamo a reazioni ove le sue naturali espressioni potrebbero non manifestarsi. Il soggetto in questione potrebbe aver accettato di negarlo ma, prima o poi i conti devono tornare e prima o poi, tutto il dolore che abbiamo voluto sommergere torna a galla in tutta la sua prorompente distruttività, determinando una possibile caduta nella malattia fisica e/o psichica.

Evitiamo quindi di negare l’evidenza, lavoriamo costantemente sul dolore, lasciamolo esprimere. Il dolore è come un fiume in piena, lasciamolo scorrere, cercare di contenerlo può fare più danni di quanto sembrerebbe. Se notiamo tali comportamenti in un nostro amico oppure un congiunto, cerchiamo di intervenire in modo opportuno.

Il lutto ha un lavoro, spesso gravoso; nessuno ci si può sottrarre se vuole mantenere l’anima in buona salute. Dobbiamo fare tutto ciò che serve per tornare alla normalità, per ritrovare quel ‘senso’ che la perdita potrebbe aver fatto smarrire. Dobbiamo ‘ricostruire’ il mondo anche senza quella persona e dobbiamo, nel caso, attivarci per creare nuovi rapporti con i tempi e modi che ogni individuo ritiene consoni.

Rivolgersi a nuove conoscenze, non equivale, come qualcuno potrebbe pensare ad un tradimento, ma è un modo per veicolare l’energia (di cui siamo fatti) verso nuove scoperte emotive. La persona scomparsa non verrà mai più dimenticata (la perdita di una persona cara è sempre un trauma e i traumi non si cancellano mai) e la carica affettiva che avevamo non verrà mai eliminata.

Il processo della elaborazione del lutto passa più o meno tra queste fasi: desiderio di riportare in vita la persona (come nei traumi, il ricordo continuo del trauma stesso, altro non sarebbe che il desiderio di tornare all’attimo prima dell’evento traumatico, proprio per poterlo evitare – se lo avessi saputo avrei potuto fare …),  momento in cui si vive una profonda disorganizzazione (lavoro, casa, amici, parenti,…), ovviamente l’emozione più forte è quella della tristezza e poi, infine, la fase della riorganizzazione.

Lungo queste fasi, sicuramente la depressione (più o meno reattiva) potrebbe farci compagnia, ed è una cosa anche abbastanza naturale ma, qualora la sintomatologia perdura e non ci permette di recuperare uno stile di vita adattivo in tempi consoni, potrebbe essere utile valutare la possibilità di usufruire di un aiuto professionale

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Parlare del padre, oggi, è molto difficile, contrariamente a quanto lo poteva essere fino alla fine dell’ultima guerra. Infatti il ruolo del padre era chiaro e netto e nessuno lo metteva in discussione. Poi però tutto cambia e per i padri diviene difficile provvedere al sostentamento economico per se stessi e per la propria famiglia. In seguito il boom economico riuscì parzialmente a ricomporre questo ruolo ma negli anni successivi, sia in Italia che altrove, le cose cambiano notevolmente al punto di creare un mito, quello del padre assente. Questo mito è stato rinforzato anche dal fatto che si è posta l’attenzione sulla madre e sul suo impegno e sempre meno su quella del padre, via via sempre più svalutato.

La psicoanalisi, con Freud, evidenzio la importanza del padre (vedi il complesso di Edipo), ma in seguito, i suoi allievi scrissero molto di più sul ruolo della madre e sempre di meno su quello del padre. Melania Klein, si focalizzò sul ruolo del bambino attaccato al seno materno, Bowlby  sulla figura di attaccamento e Winnicot ribadisce l’importanza che una madre buona è indispensabile per la crescita dell’uomo.

Dov’è il padre? E’ stato escluso da ogni discussione che lo veda come utile alla crescita del benessere psicologico dei figli.

C’è naturalmente una differenza sostanziale tra il ruolo materno e quello paterno. Il padre, non allatta, non porta il feto, non lo nutre, non lo partorisce, non lo allatta.

Quindi il legame madre figlio è essenziale per la sopravvivenza del figlio, quello con il padre, invece è un legame tutto da  costruire, è la sua fragilità può essere risolta solo se la società a contorno istituzionalizza dei riti e delle regole tipo quella che avevano i Romani. Li, il Pater familias, aveva potere di vita e di morte con la sua familias. Era il capo indiscusso: la moglie, i figli, le nuore e gli schiavi erano a lui sottomessi. Egli esercitava la patria potesta, un potere che esercitava fino alla sua morte, e di cui aveva molte facoltà tra cui quella di vita e di morte oltre al potere di venderlo come schiavo. 

Ma, a parte queste estremizzazioni (durate più di 700 anni), è indubbio che il padre lo si associa al senso di responsabilità, di sostenere, insieme alla madre, lo sviluppo emotivo e non solo della generazione che segue, quindi far si che Homo Sapiens Sapiens abbia un futuro. Oggi viviamo in un mondo ove viene esclusivamente premiata l’efficienza produttiva e sempre meno quella di tramandare valori.

Un altro aspetto non meno importante viene affidata alla constatazione che oggi, sia madre che padre sono maggiormente preoccupati a farsi amare e sempre meno a farsi rispettare e soprattutto a mettere in primo piano ciò che dovrebbe (lo è sempre stato) essere l’attività primaria: l’educazione. Una funzione spesso esercitata dalla madre e sempre meno dal padre.

Assistiamo sempre di più ad una madre che si accolla tutte le funzioni (anche quelle paterne) e un padre che si sfila sempre di più.

Il Processo di Kafka, narra di una persona condannata per un crimine di cui non ricorda nulla, chi dovrebbe non gli dice nulla fino alla fine del processo, che si conclude con la sua condanna.  Potrebbe essere una buona metafora di questo padre sempre più assente?

Cosa è rimasto del Pater Familias di cui parlavo sopra? La risposta è facile: nulla o poco più.

Il padre può solo proporre modelli o valori, a cui il figlio può opporre il proprio no e a cui viene spesso rimandata la gestione del conflitto (utilissimo per la crescita) che spesso viene elusa.

Dal momento che alla madre viene riconosciuto un potere di natura biologica, quindi fortissimo e ineludibile, al padre (avendo persa la Patria Potestas di cui sopra) rimane un legame che non è biologico ma simbolicamente adottivo.

Mitologemi che rimandano al padre

Conosciamo tutti la storia di Telemaco, figlio di Ulisse e di Penelope. Vive nell’attesa del suo ritorno, del ritorno di un padre che non ha mai visto.

Un mito che racconta la storia dei figli abbandonati e a quei tempi, più di oggi, l’abbandono era reale.

Come abbiamo detto sopra, gli psicoanalisti dopo Freud, hanno raramente scritto in merito del padre. Il mito di Telemaco (figura maschile) è stata presa per la prima volta da Jacques Lacan e recentemente da Massimo Recalcati, ove  il disagio giovanile viene in qualche modo ripreso da una prospettiva psicoanalitica e non solo sociale (si parla moltissimo infatti del disagio giovanile). 

In buona sostanza, il concetto evidenziato si riferisce al complesso di Edipo ed al senso di castrazione che il figlio prova in quella fase.

Il fine di tutto questo è ovviamente la progressione maturativa del figlio il quale, vedendosi impedito l’accesso alla madre e quindi, vedendosi inibito il principio del piacere, impara a seguire regole e leggi, obblighi e divieti, costringendolo ad andare oltre il proprio egoistico bisogno del possesso sia delle cose che delle persone. Ecco quindi che la funzione del padre, diviene quella di introdurre nella vita del figlio, attraverso il linguaggio, il modo, fatto di limiti, per entrare in una relazione con se e con gli altri caratterizzata dall’equilibrio.

Affinchè tutto ciò accada, il complesso di castrazione (simbolico) deve essere giocato seriamente.  E non come avviene in chi attende Godot, oppure come chi, similmente, attende qualcuno che non  arriverà mai. Come abbiamo detto, oggi i padri tendono più a ricercare il consenso dai figli piuttosto che castrare.

Il padre e la sua funzione sta venendo sempre meno dalla nostra società. L’autorità simbolica del padre è sparita dalla nostra società, è relegata (ma non sempre) alla figura di colui che mantiene, ma che ha smesso di trasmettere i valori tipici di cui la società ha ancora bisogno.

 

Separazioni, divorzi, precarietà lavorativa, alcolismo, gioco d’azzardo, … generano una spaccatura da cui i figli non trovano l’orientamento necessario. I bambini hanno bisogno di direzione ma molto spesso sono i genitori che fanno decidere ai figli.

Nel mito, Telemaco attende l’arrivo del padre, che poi arriva. Nella nostra società i figli attendono Godot. 

Oggi non serve più un padre che elargisce disciplina (non è più credibile) ma, come dice Recalcati, un padre che elargisce testimonianza. Non ci sono più Pater Familias con potere assoluto, ma solo padri testimoni.

Un padre che dica ai figli come stare in questo mondo, quanta passione mettere nelle cose, un padre che insegna, con la propria testimonianza (ed esempio), come essere felici e vivere in questo mondo, pur con tutte le sue contraddizioni, con desiderio, ma anche, non dimentichiamolo, con responsabilità.

Il padre di oggi, non è più quello che  risponde ‘perché lo dico io’; serve un padre umano, che pur con tutti i suoi limiti, dimostra che la vita ha un senso anche se ignora il senso ultimo della vita.

Il potere e l’abuso sessuale

ABUSI SESSUALI: QUANDO IL POTERE DA ALLA TESTA

Tutti abbiamo appreso dal tam tam mediatico di abusi e molestie del mondo dello spettacolo. Si urla e si strepita per lo scandalo ma sappiamo tutti che non è una novità. Queste cose sono sempre accadute e non solo ad Hollywood.

Weinstein licenziato dalla società che ha fondato: coinvolto in scandalo molestie sessuali

Abbiamo anche ‘scoperto’, che questa modalità non avviene solo nel mondo dello spettacolo ma anche in quella della impresa, dei professionisti, della politica…; tutta gente stimatissima ma con il vizietto chiamato: “comportamenti sessuali predatori”.

Perché questo comportamento è molto comune tra le persone che ‘possono’ Il potere da alla testa?

Vediamo quali possono essere le possibili ragioni.

Dominanza sociale

Fattore molto importante che stabilisce una sorta di gerarchia di potere che si sviluppa o che si sono sviluppate quasi fosse una legge di natura, all’interno del contesto sociale. Quindi abbiamo dominanze del tipo: uomini sulle donne, ricchi vs i poveri, bianchi  vs i neri, … Le persone ‘dominanti’ tendono a sentirsi superiori, si credono al di sopra ed agiscono di conseguenza. Le donne di condizione sociale più bassa, sono considerate ‘prede’ perché inferiori e più fragili e quindi facilmente manipolabili.. Nella loro mente c’è la malsana idea che queste donne, inferiori sul piano sociale, dovrebbero sentirsi lusingate delle loro attenzioni. Ecco che condiscono le loro avances (spesso brutali) con la promessa più o meno esplicitata di una possibile ascesa sociale.

Fare eccezione

Gli uomini che detengono qualsiasi forma di potere, tendono a pensare che tutto ciò che governa  le persone(inferiori) non riguarda loro dal momento che non sono applicabili proprio perché, appartengono  o pensano di appartenere alla classe superiore. Si fanno inoltre forte del loro potere e/o del loro denaro con la convinzione che tutto può essere acquistato, dal momento che è facile se non automatico cercare (e spesso raggiungere) un accordo con le loro vittime.

Sono un maschio

Alcune esperimenti hanno evidenziato che gli uomini che fanno carriera, tendono con il tempo a trattare in modo diverso i colleghi con cui in passato avevano un rapporto da pari. Con il tempo il principio di egualitarismo, cambia radicalmente tendendo ad assegnare a se stessi premi e incentivi. L’esperimento si è basato sull’analisi del testosterone, che in questi soggetti era superiore.  L’esperimento ha dimostrato anche che le donne, contrariamente agli uomini, tendono ad avere un comportamento più etico.

Naturalmente non si può fare di tutta l’erba un fascio, dal  momento che non tutti gli uomini di potere si comportano così, anzi svolgono il proprio ruolo con competenza, professionalità, senso di giustizia, umiltà.

In merito alla diade uomo di potere – subalterno deve sempre valere la regola che l’abuso sessuale va ipotizzato ogni qualvolta il primo ‘ci prova’ con l’altro.

Se un datore di lavoro ci ‘prova’ con una dipendente, la dipendente teme le eventuali conseguenze di un rifiuto; se invece la situazione è di parità, la donna si sente libera di rifiutare (o accettare) dal momento che percepisce di avere nulla da temere.

Ogni qualvolta ci troviamo in presenza di una evidente asimmetria, colui che ha maggior potere dovrebbe assumere un comportamento altamente etico. Insomma, ‘non ci dovrebbe provare’.

L’abuso invece è un crimine e quindi è al di fuori da questa discussione. La legge, in questi casi è abbastanza chiara: fare avances alle dipendenti, facendosi forza o abusando del proprio ruolo (superiorità gerarchica) è un reato. Le statistiche del resto parlano chiaro, il fenomeno (molestie sessuali) in ambito lavorativo, riguarderebbe il 40-60% in ambito lavorativo. Peccato che la legge non ci protegge dal disagio e dall’imbarazzo di chi deve vivere quotidianamente con questa situazione.

Ma reato o meno, è altamente disonorevole abusare della propria posizione perché tra l’altro si espone l’altro alla vergogna e alla paura (ad esempio di perdere il lavoro).

La metafora in psicoanalisi

La metafora in psicoanalisi

Il termine deriva dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto». Significa quindi mutamento, spostamento di posizione, trasferimento. E’ una figura retorica che, partendo da una frase se ne deduce un’altra (apparentemente illogica) con un più forte impatto emotivo. In tal caso, il potere che la metafora offre alla comunicazione è di gran lunga superiore.

Luca  è una tartaruga; Carlo  è un falco; Antonio è un pallone gonfiato;   quella donna è una vipera…

 Quindi, la metafora è un linguaggio figurato, ove in modo simbolico (usando la fantasia e la creatività) le consuetudini mondane si combinano con qualcosa che non c’è, per mettere in luce aspetti più profondi di un individuo (Vorrei fare gli auguri a te che mi riscaldi il cuore anche nei giorni più freddi e mi ricordi sempre come si fa a sorridere). 

Nasce dalla retorica (il bel parlare). Ha un uso persuasivo e poetico ed è generalizzato, cioè lo si applica in ogni contesto (in tutte le discipline). Quindi la metafora viene spesso usata, perché semplifica, anche nei ragionamenti scientifici.

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido – Albert Einstein

Da punto di vista psicologico, la metafora è diverse cose tra cui: un modo per comunicare, generare cambiamenti, uno strumento evolutivo e creativo, è inoltre in grado di offrire la possibilità di generare pensieri sempre cangianti.  E inoltre un modo per semplificare, introducendo l’emotività ai contenuti verbali; fornisce inoltre e in modo creativo, una comprensione dell’altro. Rende la comunicazione più empatica e fluente e accelera il processo di apprendimento.  Fa vibrare, ti incanta, ti permette di fare un viaggio superando il limite della realtà e della fantasia.

Un esempio di metafora che supera la barriera del tempo? Le parabole di Gesù Cristo! Poi tantissime altre le troviamo nella letteratura (Le opere di Omero, la Divina Commedia), nell’arte (La primavera del Botticelli; le 4 stagioni di Arcimboldo,la rappresentazione del tempo in Dalì, etc).

La metafora in psicoanalisi – la psicoanalisi

Per Freud, il pensare per immagini è molto più inconscio del pensare per parole (coscienza). Quindi, il pensare per immagini, ovvero attraverso metafore, rappresenta un modo di pensare tramite il quale, l’inconscio si manifesta.

Secondo Jung, le immagini che emergono nella nostra mente (in seguito ad una emozione, ad esempio), rappresenta l’organizzatore della nostra mente. Ecco perché il mito e l’archetipo sono immagini metaforiche universali.

Quindi sia il concetto junghiano di archetipo che di mito che la cultura umana (in ogni parallelo e meridiano del nostro mondo) ha prodotto, evidenzia la tendenza innata di creare immagini metaforiche, tendenza che è presente in ogni uomo e sono quindi da considerare universali. Mito e archetipo (modo metaforico per descrivere cose simboliche) rappresentano un modo innato, tipicamente umano, per narrare in modo più empatico.

Ma perché abbiamo bisogno di fare ricorso alle metafore?  Come abbiamo detto sopra, perché giunge prima all’animo delle persone.

Dal punto di vista psicoanalitico, potremmo dire che entra in gioco il meccanismo di difesa della rimozione; tale meccanismo permette all’inconscio di rivelarsi alla coscienza attraverso le metafore e i simboli.

Ecco quindi che quando il soggetto dice: ’sto andando in pezzi’, si sta esprimendo per immagini, ovvero in modo metaforico sta, in altre parole, rivevando una delle dinamiche del suo sé.

Ecco perché, l’interpretazione metaforica nel corso di una psicoanalisi è auspicabile, dal momento che favorisce la parte creativa del paziente. Attraverso la metafora, l’analista entra nell’animo del paziente in modo simbolico, lasciando poi a lui la ri-narrazione cognitiva secondo il suo linguaggio. La metafora chiave o le metafore chiave, sono quelle che permettono il reale cambiamento.

Quindi, in ambito terapeutico, può essere utilizzata la metafora purchè ‘cum grano salis’. In alcuni casi rappresenta una modalità comunicativa molto efficace. Può essere usata di volta in volta in funzione di ciò che accade durante la seduta; c’è chi la usa frequentemente chi meno. Inoltre la metafora è utile con alcuni pazienti meno con altri.

Frequento una persona permalosa

Frequento una persona permalosa

caratteristiche delle persone permalose

E’ molto difficile comunicare con un permaloso. Bisogna stare attenti ad evitare certi argomenti, avere cura degli aggettivi da usare, fare molta attenzione ad esporre le proprie opinioni, e così via. In presenza di un soggetto con questa caratteristica è facilissimo inciampare. Il percorso somiglia molto ad una strada piena di ostacoli, dove alcuni di essi sono celati e su cui è facilissimo rimanerci incastrati. Basta una virgola fuori posto e magari solo nello specifico momento, per assistere ad una reazione sproporzionata. In poche parole ciò che il permaloso non sopporta sono le critiche ed essere messo in discussione.

Non riesce a stare tranquillo, sereno; è sempre sulla difensiva, si offende, reagisce in modo esagerato ed arrogante e naturalmente se glielo fai presente negherà anche l’evidenza con il classico:’…Chi? Io? Ma no’.

La permalosità è diffusa e molto evidente. Vediamo di seguito come la si potrebbe affrontare

Il permaloso – Autostima fragile

I termini in gioco in questo comportamento molto diffuso sono fondamentalmente due e sono contrapposti ma solo in apparenza: egocentrismo e insicurezza.

Il permaloso, esercitando la permalosità (mi si conceda questo giro di parole) difende la propria autostima (e se la deve proteggere, evidentemente è fragile).

In altre parole, è indubbio che molte persone vivono la propria esistenza sulla base di un parametro irrinunciabile: il giudizio altrui. Se è positivo allora c’è un valore. Se c’è consenso allora valgo. Se non c’è, sono svalutato come soggetto.

Ognuno di noi vorrebbe tendere ad essere migliore, più bello, più intelligente, più … più … più … e quindi alcuni (solo alcuni per fortuna), in particolare chi vede minacce dalle valutazioni altrui, evidentemente ha un punto di fragilità che lo obbliga alla difesa continua. 

Ecco quindi parzialmente spiegato il comportamento (a volte irragionevole) del permaloso. Ecco perché in sua presenza, ognuno di noi sa che deve misurare le parole. Vorrebbero tutta l’attenzione su di se (in caso contrario si sentirebbero trascurati) dal momento che si sentono protagonisti in ogni contesto (al matrimonio sono sia lo sposo che la sposa, al funerale il defunto, etc) e di conseguenza, qualsiasi critica non potrebbe che essere indirizzata a loro. Quindi tutta l’attenzione su di loro ma, a patto che sia solo positiva.

Ecco che uno scherzo innocente, oppure una critica o peggio ancora un rimprovero, scatenano i mostri, legittimandoli al contrattacco più feroce.

Due parole in merito alle critiche.

Chi non è stato oggetto di critiche almeno una volta nella vita? In un modo o nell’altro, chi più chi meno, mostriamo tutti una certa sensibilità alle critiche (non è appannaggio di un solo tipo di personalità). La reattività alle medesime è il risultato del proprio vissuto. Proviamo a vedere di seguito alcuni contesti specifici.

Poca autostima

In questo caso, ovvero in quella dove l’autostima è bassa, la sensibilità al giudizio è in relazione alla paura di non valere. Queste persone sono insicure e si sentono spesso inadeguate, non all’altezza.

Ferita affettiva

Quando ci troviamo in presenza di persone ipersensibili, quasi sempre ci troviamo a trattare soggetti che hanno avuto un’infanzia difficile; individui che vivono con una ferita affettiva, la ferita dei non amati, la cui profondità varia da caso a caso.

Ferita narcisistica e narcisismo

Nel caso del narcisista dobbiamo evidenziare che questi, viaggia perennemente con una corazza e quindi, teme che ogni critica, anche la più blanda, possa (almeno è ciò che percepisce) scalfire questa corazza. Il narcisista è convinto di essere speciale, l’unto del signore e ogni accenno di critica, anche l’osservazione più innocente viene percepita come una minaccia alla sua autorità (che ovviamente è e deve essere indiscussa).

Ci vuole veramente poco a far irritare un narcisista, oppure ad urtare la sua suscettibilità, infatti è sufficiente non condividere un punto di vista, oppure anche averne uno leggermente diverso: prenderà, siatene certi, il tutto come un affronto, come una critica intollerabile oltre che naturalmente inconsistente e reagirà con rabbia anche ridicolizzando colui o colei che ha ‘osato‘.

Possibili cause

In età precoce (sempre li sembra abbia inizio) il permaloso potrebbe aver subito, in modo continuativo, disattenzioni ai propri bisogni.

Secondo la teoria psicoanalitica, tale condizione altera negativamente lo sviluppo del super Io, orientandolo verso una posizione molto giudicante, in presenza di un Io fragile; fragile perché, alla sua base, c’è una grande ferita affettiva.

Ogni battuta, frecciatina, allusione, critica, anche velata, fa si che, quella frustrazione patita e vissuta come un mancato riconoscimento, fa emergere una sensazione insopportabile: non valgo nulla.

Al permaloso, quindi, manca l’equilibrio che viene della propria autostima, ovvero la capacità di accettarsi, riconoscersi, percepire il proprio valore e sentirsi un tutt’uno con se stesso.

Nella vita accadrà sempre che possiamo essere oggetti di critiche, offese, invidie … ma chi ha una solida autostima sa che sono cose che possono accadere ma anche che non possono e non devono impedire l’ambizione di realizzare i propri desideri.

Il permaloso non sa star bene con se stesso e quindi non è in grado di tollerare il fatto che a volte si può anche perdere.

Da adulti riusciremo a star bene con noi stessi e con il resto del mondo a patto che, durante l’infanzia, abbiamo avuto il necessario sostegno emotivo e siamo stati accettati e quindi riconosciuti (e non continuamente svalutati).

Mio figlio ha il DOC – cosa fare

Mio figlio ha il DOC – cosa fare

Tutti sanno cos’è il DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo), ma molti ignorano l’impatto che tale disturbo ha sui famigliari, in particolare quando ad averlo è uno dei figli.

Una recente ricerca (Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psichiatry), mostra come un figlio con il DOC influenza la famiglia di appartenenza attraverso una serie di disagi che vanno dalle difficoltà nella vita sociale, nella routine famigliare ma anche nella vita lavorativa dei genitori.

Fin qui, nulla di nuovo, la cosa più importante deriva dal fatto che (secondo la ricerca) tali effetti dipenderebbero più che dal figlio, dal comportamento dei genitori. La loro risposta al disagio del figlio sarebbe parte del problema. I genitori insomma, con il loro comportamento, spesso ansioso, accentuerebbero le problematiche del DOC.

I due ricercatori (Evelyn Stewart e David L. Pauls), hanno utilizzato un discreto numero di famiglie, provenienti da diverse località. Attraverso un metodo recente (l’OCD Family Functioning (OFF) Scale), hanno acquisito le informazioni intervistando sia i pazienti che i loro genitori. Tale nuovo metodo è stato costruito con lo scopo di valutare l’impatto che ha il DOC.

Risultati della ricerca

In tutte le famiglie, ove esiste uno della famiglia che ha il DOC, si è registrato un elevato livello di ansia e di stress. In particolare, i bambini con il DOC, erano caratterizzati da una elevata sensazione di frustrazione e di rabbia; i genitori invece, sperimentavano tendenzialmente sentimenti di tristezza.

In aggiunta a quanto sopra, la quotidianità di queste famiglie è stata stravolta, anche nelle cose più insignificanti. Cambiamenti che hanno avuto influenza sulla routine quotidiana ma anche in merito agli aspetti sociali (amicizia), scolastiche e professionali.

Tali disagi non riguardano quindi i bambini affetti di DOC  ma anche la mamma e ameno un terzo dei padri.

L’elemento scatenante era quasi sempre attribuibile al modo con cui la famiglia reagisce al disturbo del figlio. Invece di incoraggiare i bambini ad affrontare le proprie paure, i comportamenti incoraggiavano l’acuirsi del comportamento DOC. Questa modalità è la vera ragione, dicono i ricercatori, dei risultati negativi che il bambino e la famiglia sperimentano.  

Conclusioni

Lo staff medico e psicologico deve fornire ai genitori modelli educativi più efficaci da implementare in età pediatrica. Tali modelli dovrebbero favorire un miglioramento del benessere emotivo, sia in ambito sociale che lavorativo.

Frequento una persona difficile

Frequento una persona difficile

E’ noto a tutti che al mondo ci sono persone con le quali è proprio difficile dialogare. Proviamo un po’ a pensare alla nostra cerchia (amici, famigliari, colleghi di lavoro, etc).  Parliamo più o meno con tutti ma Tizio proprio non lo si sopporta. Tizio è proprio una persona ‘difficile’, aspra, puntigliosa, polemica, iraconda, una persona che tende allo scontro e mai alla cordialità o quanto meno ad un dialogo civile. Insomma, con Tizio, è ‘impossibile’ avere interazioni piacevoli. Tutti, chi più, chi meno, hanno avuto, hanno ed avranno questo tipo di esperienze.

Ma, ci siamo chiesti come mai? Da cosa dipende? Ebbene una ricerca ha ‘scoperto’ cosa c’è che non va in loro e di contro, come fare per instaurare con queste persone una comunicazione più facile.

Una possibile spiegazione psicologica ci viene dalla teoria degli stili di attaccamento. Secondo questa teoria, noi da adulti ci relazioneremo in funzione della relazione che abbiamo stabilito con i nostri genitori (in particolare con la figura primaria di attaccamento) e/o con tutte le altre persone che si sono prese cura di noi (zii, nonni, etc) durante l’infanzia.

Quindi, possiamo tranquillamente sostenere che se da piccoli eravamo certi di poter contare sul fatto che i nostri genitori ci amavano, ci accudivano, ci sostenevano ebbene anche da adulti potrebbe accadere la stessa cosa, ovvero, sappiamo di poter contare su tutte le persone che ci circondano (amici, colleghi, affetti, etc). Questo è un stile di attaccamento, e viene chiamato ‘sicuro’. Da ciò si evince che ne esiste almeno un altro,, chiamato ‘insicuro’ ove il bambino è stato trascurato, abbandonato, dimenticato, etc dai genitori. Ma non è finita qui, perché esistono altre possibili declinazioni dello stile insicuro, ovvero, avremmo una variante detta ‘evitante’, ove allo scopo di evitare le delusioni si tende a fuggire dalle relazioni intime, ed un’altra chiamata ‘ansiosa’ ove il soggetto è alla ricerca continua di certezze e rassicurazioni.

L’individuo, oggetto di questo articolo è quello con la variabile ‘evitante’. Quindi, la difficoltà ad avvicinarsi a questi individui ci viene dal fatto che, per una sorta di difesa inconscia, appresa durante l’infanzia, fanno di tutto per innalzare barriere con lo scopo di impedire una vicinanza di cui sono incapaci di gestirne le dinamiche.

La teoria dell’attaccamento di cui sopra stabilisce che tali modelli sono inconsci, quindi non se ne ha una piena e diretta consapevolezza. Da ciò si evince che le cosiddette persone difficili,  ignorano di innalzare barriere allo scopo di proteggersi (inconsciamente) dalla paura dell’abbandono (lo fanno e basta). Sono talmente difesi che diviene impossibile guardare ‘oltre’ queste difese. Hanno imparato a nascondere bene la loro parte vulnerabile.

La ricerca – presupposti teorici

Sulla base della teoria, brevemente esposta sopra, due ricercatori, Anthony Sierra e Robert Ricco (2017), hanno cercato di mettere a fuoco e quindi comprendere in che modo i due soggetti (quelli con stile sicuro e quelli con stile insicuro) gestiscono il conflitto. L’idea di fondo è che le persone difficili, siano maggiormente orientate all’evitamento del conflitto e quando questo evitamento fallisce, scelgano sistemi poco costruttivi nel tentativo di risolverlo.

I due ricercatori, avevano interesse a confrontare i due stili insicuri (evitante e ansioso) perché, a loro dire, erano in grado di predire la strategia che sarebbe stata usata per gestire il conflitto.    

Gli autori hanno preso in considerazione ben 4 strategie dl conflitto, ovvero: la costrizione, l’evitamento, la tendenza a dominare e l’integrazione.

E’ evidente che c’è una sola strategia vincente, quella che permette una piena collaborazione per risolvere il problema, ovvero: l’integrazione.

Nelle ipotesi dei ricercatori, gli evitanti, hanno difficoltà nella gestione del conflitto perché: diffidenza verso gli altri (considerati poco premurosi e per niente leali); gli altri hanno scarsa empatia (che ne sanno dei miei problemi); infine, evitano il conflitto dal momento che inconsciamente non vogliono far passare l’idea di essere persone bisognose  di una relazione.

La ricerca – raccolta dati

Sono stati utilizzati strumenti (self-report) atti a individuare lo stile di attaccamento e le strategie per la gestione del conflitto e quali sono le credenze di base. I dati sono stati ottenuti da un campione di 449 studenti la cui età era compresa tra i 18 e i 56 anni). La stragrande maggioranza aveva una relazione e solo il 14% era sposato.

La ricerca – esito

Gli evitanti (stile attaccamento insicuro), rispetto agli ansiosi, hanno la tendenza ad evitare il conflitto perché poco vantaggioso. Quando l’evitamento non riesce usano, tra le 4 strategie di cui sopra, quella basata sulla dominazione: ecco perché queste persone risultano ‘difficili’, refrattari ad ogni intimità, con la tendenza ad allontanare e nelle loro interazioni sono polemici e neanche a farlo apposta hanno, incredibilmente, sempre ragione.

La conclusione dei ricercatori è che: 

L’attaccamento evitante risulta essere più problematico rispetto a quello ansioso, quando si tratta di gestire dei conflitti all’interno delle relazioni amorose

Quindi, laddove le persone che vivono le discussioni all’interno della coppia come una opportunità e sempre foriera di benefici, le loro strategie adottate sono sempre caratterizzate dalla integrazione (da cui ci si attende sempre risultati positivi).

Nel caso invece delle persone difficili penso sia utile riflettere sul fatto che tutti i nostri tentativi di risultare cordiali e flessibili, sia assolutamente ininfluente. Questi soggetti non hanno nessun interesse a ‘chiacchierare’ anche in modo semplice e informale (da cui la maggior parte delle persone ne trae giovamento); quando lo fanno, le loro reazioni ci danno la sgradevole sensazione di aver detto cose percepite come offensive o comunque sbagliate. Insomma, esperienze quanto più frustranti possibili.

Lo studio dei due ricercatori (Ricco e Sierra), ci invita a riflettere sui motivi per cui queste persone sono così. Se vogliamo avere con queste persone buoni rapporti, ci viene richiesta una buona dose di pazienza, costanza e ottima predisposizione. Dovremmo essere amichevoli anche oltre misura, perché alla fine, potrebbe essere possibile ‘rompere il ghiaccio’ e riuscire, finalmente, ad avere relazioni e interazioni positive. Anche le persone difficili hanno il loro lato ‘morbido’. Basta solo avere la pazienza e la capacità di cercarlo.

Cause della scelta ripetitiva del partner sbagliato

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato

Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliataOgnuno di noi è inconsciamente attratto da ciò che ci è famigliare. Quindi, se siamo cresciuti con genitori che ci hanno amato, saremo felici e forse anche persone di successo.

La figura di attaccamento, ha per ognuno di noi grandissima importanza. Se hanno creato con noi un buon legame (sicuro, sano e coerente) è relativamente più facile evitare persone manipolatorie, narcisisti, etc e anzi, questi soggetti, non susciteranno nessun interesse mentre, al contrario, saremo attratti da persone rispettose, autonome e alla ricerca della giusta intimità, supporto, reciprocità e  desiderosi di una comunicazione simmetrica.

Tutto questo, ovviamente salta, se da bambino, tutti o parte dei nostri bisogni emotivi non sono stati minimamente soddisfatti.

Ecco perché, da adulti, si corre il rischio di trovare il partner sbagliato. Se da bimbi non abbiamo avuto una figura di riferimento con le caratteristiche citate sopra (sicuro, sano e coerente), si ha la tendenza ad essere più vulnerabili.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Come vediamo l’amoreRisultati immagini per mi innamora della persona sbagliata

C’è da premettere una cosa fondamentale, atavica, oserei dire archetipica: l’essere umano, dovendo operare una scelta, si è sempre affidato alla sua esperienza, fatta prevalentemente di conoscenze acquisite.  Prendiamo ad esempio il cibo: tendiamo a mangiare cose che ci piacciono; cose che, confrontate con altri cibi, ci piacciono di più. Se possiamo scegliere tra A e B e ci piace di più A, scegliamo A.  

Per l’amore, non possiamo scegliere se abbiamo conosciuto una sola versione dell’amore, quella della figura di attaccamento (tipicamente la mamma). Quindi, applicando ciò che abbiamo detto sopra, se dobbiamo scegliere tra A (il riflesso dell’amore appreso da mamma) e B (una versione dell’amore diverso da quello di mamma), non abbiamo scampo: sceglieremo sempre A. Quindi se la mamma ha una visione dell’amore malata, anche noi avremo lo stesso destino.  Da adulto quel bimbo o bimba, farà scelte basate su ciò che conosce e nella scelta dell’amore e quindi del partner, sceglierà la versione che conosce di più, sia nel bene che nel male.  Quindi il legame che avremmo instaurato con la nostra figura di attaccamento, determinerà, nel modo più vario possibile, l’orientamento delle nostre scelte.  

Se da piccolo, abbiamo dovuto faticare non poco per ottenere l’attenzione di nostra madre, oppure se pur avendo avuto attenzioni, le abbiamo ottenute o vissute in modo insufficiente o conflittuali o non nel modo che avremmo desiderato, da adulti potrebbe accadere di scegliere il partner sbagliato.

Ma, come mai e perché?

Se incontriamo un partner che si dimostra apparentemente disponibile sul piano emotivo, ma questa disponibilità è a volte negata (cioè esattamente come ci è accaduto durante l’infanzia), il tutto ci sembra normale. Un bambino non amato si porta dietro una ferita enorme e quel comportamento (disponibilità emotiva alternante) incoerente, ci indurrà a fare tutti gli sforzi possibili per stabilizzare questo legame Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliata(esattamente come abbiamo fatto da piccoli) e tutto ciò ci sembrerà naturale, da momento che siamo convinti che è così che le cose funzionano.

Quindi, in questo caso, ove nell’infanzia, non siamo stati amati, per forza di cose non abbiamo mai conosciuto e assimilato il concetto di reciprocità (io, mamma ti amo e tu, mamma mi ami) caratterizzato da amore, cura, indipendenza, etc.  da adulti non disporremo delle giuste conoscenze che possono orientare le nostre scelte verso un amore sano e di conseguenza, giusto.

Un bimbo/a non amato, necessariamente non va associato a trascurato, lasciato solo, abbandonato o che ha anche subito abusi. No, perché in questo caso le eventuali patologie potrebbero essere altre. Il caso in questione riepiloga la situazione in cui ciò che è veramente mancato, è il supporto emotivo.

Se siamo cresciuti all’ombra di una sorella o fratello che aveva una posizione più in vista di noi (perché malato, oppure meno intelligente, oppure semplicemente perché più il cocco di mamma), oppure perché abbiamo dovuto essere noi a prenderci cura della mamma (perché vulnerabile, indifesa, fragile, malata, depressa, etc), oppure perché era narcisista, o peggio ancora borderline (tutte situazioni ove la mamma non era assolutamente in grado di fornire il supporto emotivo di cui sopra), tenderemo ad avere questo tipo di difficoltà.

In tutti questi casi, da adulti potremmo essere affascinati da tutto ciò che è estremo, dal momento che emotivamente saremmo instabili e con la tendenza a fare confusione in amore (incapacità di stabilire un rapporto stabile e non ondulatorio). Tenderemo a confondere, ad esempio, tutti gli alti e bassi della relazione con la passione, mentre passione non è, ma solo isteria. Questi alti e bassi ci sembrano normali (questo abbiamo appreso) o tuttalpiù, percepiti come il risultato di una forte passionalità. Ecco perché, chi si porta dietro la ferita dei non amati, tende a relazionarsi SOLO con soggetti borderline oppure narcisisti, da cui non ne viene mai nulla di buono ma, dopo un inizio FANTASTICO, rimane solo dolore.

Ecco anche perché tali soggetti, cadono spesso nelle grinfie di un manipolatore. Una evidenza di questa manipolazione subita da una madre manipolatrice è dato dal senso di colpa. Se ne soffriamo, non è da escludere che l’educazione avuta era totalmente intrisa di filtri emotivi ambigui e strumentali. Quindi, dovremmo pensare che il senso di colpa, in questi casi, non è assolutamente reale ma solo indotto, a fini strumentali  o, per dirla con un termine più completo, frutto di manipolazioni continue e protratte.

Inoltre, chi da piccolo è stato manipolato, tenderà, da grande a fare altrettanto ma anche il contrario, cioè a farsi manipolare. Ecco che siamo arrivati al paradosso, rendere normale la manipolazione al punto che diviene l’unica forma di comunicazione da cui è difficile, se non impossibile, farne ritorno.  

Un genitore così, però, non ha necessariamente delle colpe. Semplicemente, non ha gli strumenti, forse perché anche lui ha sofferto di denutrizione emotiva.  Dovremmo tutti riflettere su ciò che i nostri genitori (che molto probabilmente adoriamo e amiamo in modo incondizionato) ci hanno dato.

Noi volevamo 100; loro credono di averci dato 100. Ciò che abbiamo percepito è 15. Restiamo per tutta la vita in attesa di quel 85 che non arriverà mai, perché loro, ne sono convinti, ci hanno dato 100, ovvero il massimo. Allora non rimane che una cosa: ‘rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo da soli, dentro di noi e nel mondo quel 85 di cui abbiamo assolutamente bisogno‘.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Cosa cambiare

Intanto essere consapevoli e non in perenne e passiva attesa di un qualcosa che oramai non arriverà più gratuitamente. Dal momento che le nostre azioni sono prevalentemente guidate dalle nostre conoscenza apprese nel corso della nostra vita, è importante iniziare ad essere più consapevoli.

Quando instauriamo una nuova relazione, cerchiamo di discriminare tra ciò che è vero e ciò che è illusione. Ciò che è vero è ciò che dicono i fatti; ciò che è illusorio è vedere alla nuova storia con le lenti dell’infanzia. Smettiamola a far affidamento sullo stile di attaccamento (lo abbiamo appreso da piccoli ed ora siamo grandi); da oggi in poi, siamo noi e solo noi a fare la differenza, anche in virtù di chi scegliamo per avere al nostro fianco. Se vogliamo correggere le esperienze emotive, dobbiamo scegliere un partner sano. La caratteristica di una relazione sana parte innanzitutto dal sentirsi rispettati e deve essere caratterizzata da interdipendenza, reciprocità, coerenza; ove non c’è morbosità, svalutazioni continue, e non c’è dipendenza o co-dipendenza affettiva.

Se c’è tutto questo ci sono buone e di star correggendo le esperienze che si sono dimostrate emotivamente povere e quindi stai nutrendo il tuo stato emotivo e cosa molto più importante, il tuo rapporto è sano.

Dinamiche tra coscienza e inconscio

Dinamiche tra coscienza e inconscio

Come si addestrano gli elefanti? Ce lo dice Coelho in un suo racconto: L’elefante e la corda.

Nel suo racconto, Coelho ci dice che da piccolo, l’elefantino viene legato con una corda molto robusta che a sua volta viene legata ad un palo altrettanto robusto. Il piccolo elefante, istintivamente cosa fa? Tenta di liberarsi. Ci prova per un certo periodo di tempo. Ci prova con tutte le sue forze che, ovviamente non bastano. I tentativi diminuiscono sempre più finchè si convince che non ci riuscirà mai, la corda è più forte e smette ogni tentativo. Si abitua all’idea che è così. Oramai la corda diviene parte integrante delle sue abitudini. Una cosa ineluttabile: lui, la corda, il palo. Da adulto, l’elefante ricorda quanto vani sono stati i suoi sforzi e il domatore può anche legarlo con una corda sottile: l’elefante non farà nessun tentativo per liberarsi anche se ora potrebbe. Non perché non ne avrebbe la forza, ma semplicemente perché ciò che manca è la forza mentale. Nel tempo si è abituato a vivere con poco spazio intorno a se e non fa nessun tentativo per cambiare questa cosa.

Ma, non accade la stessa agli esseri umani?

Cosa fa infatti la società per ‘addestrarci’?

La famiglia stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato e lo inculca nei propri figli. Con  il sistema di premi o castighi, queste ‘regole’ vengono imposte e introiettate. I bambini imparano a fare e a non ribellarsi.

I bambini che per loro natura sono liberi e spensierati (si muovono in base a principi ‘primari’ o in base al principio del piacere), tentano di evadere, ma i loro educatori indicano qual è la retta via. Quella ‘retta via’ diviene la corda dell’elefantino.

Da adulti, pur essendo liberi, pur avendo le forze per ribellarsi, spesso neanche ci provano. Tendono a starsene al ‘sicuro’ in quella finta gabbia che la società (l’addestratore) ha costruito e sono pochi coloro che si ribellano e cercano di realizzare la propria unicità.

Tutto questo ‘preludio’ ci conduce al nocciolo del discorso, l’inconscio e all’influenza che ha nel determinare non solo i comportamenti, anche altre cose che gravitano intorno alla nostra vita (i nostri gusti, le nostre abitudini, ciò che scegliamo, etc).Risultati immagini per coscienza e inconscio

Tutte le nostre scelte emotive vengono orchestrate dall’inconscio e capire come dialogarci ci permetterebbe di conoscerci meglio e se necessario ci permetterebbe di liberarci della corda che ci lega ad una serie di convinzioni e di credenze che potrebbero non essere in sintonia con la nostra reale essenza.

Immaginate quante cose potrebbe fare l’elefante senza quel condizionamento; immaginate cosa potremmo fare noi se comprendessimo a quali condizionamenti siamo stati sottoposti; scopriremmo le nostre reali aspirazioni, il nostro talento, le nostre reali emozioni: ci si aprirebbe un mondo di infinite possibilità. Tutto questo perché è appunto l’inconscio che determina una serie di fattori tra cui l’emotività e il coinvolgimento libidico verso persone o cose.

La natura delle emozioni, come tutti sappiamo, possono essere fonte di gioia oppure di sofferenza. Ma queste ‘sensazioni’ non appartengono all’inconscio, bensi alla coscienza. Solo la coscienza è in grado di collocarle basandosi su categoria come la ragione, il pragmatismo, la razionalità. Per l’inconscio esiste solo il coinvolgimento emozionale che in quanto tale non è né positivo né negativo. In altre parole le emozioni non vengono distinte tra il  bene e il male.

L’inconscio prende tutto (sia il bene che il male) e solo per una sorta di alimentazione emotiva anche se la coscienza, che percepisce costantemente la sofferenza, ne farebbe volentieri a meno.

Quante volte ci sarà capitato di essere allegri oppure infelici senza conoscerne le ragioni. Ebbene questo accade perché tutto ciò che ci appassiona, ci coinvolge, ci emoziona viene dall’inconscio. La personalità si forma attraverso il dialogo tra queste due istanze (conscio – inconscio) ovvero tra esigenze reali (devo alzarmi per andare a scuola) ed emotive (oggi preferisco andare a spasso). La quotidianità, così come realmente si dispiega per tutti noi, avviene grazie a come si dispongono queste due forze, ovvero tra il principio del piacere (primario e inconscio) e il principio della realtà (secondario e cosciente).

In questa eterna lotta, vince chi è più forte in quel momento.

Quante volte ci siamo detti: ’ora vado dal capo e gliene dico quattro?’.

Poi andiamo dal capo e …. Non diciamo nulla di ciò che avremmo voluto.

Questo ci conferma che ‘volere’ non coincide sempre con ‘potere’. Quando accade questo potremmo pensare che l’inconscio in realtà vuole altro, ma anche che ancora non siamo pronti. La coscienza si rafforza solo quando le idee o le convinzioni sono solide. Un po’ come una interrogazione a scuola. Solo se abbiamo studiato e ripetuto più volte, andrà bene. Una poesia, saremmo in grado di recitarla bene, se l’abbia imparata e ripetuta bene più e più volte. Questa è la dinamica della coscienza. Così funzioniamo. Se una determinata cosa ‘andare dal capo e dirgliene quattro’ è veramente consolidata, riusciremo a farlo. In caso contrario sarà l’inconscio a vincere. Vince ciò che è indifferenziato. Vince il principio del piacere;  quello che usa il meno sforzo possibile. Per andare dal capo e dirgliene quattro, ci vuole un certo spessore; finchè non lo abbiamo, non ci riusciremo.

Noi dobbiamo tener presente che il 95% o più del nostro cervello è rappresentato dal Sistema Nervoso Autonomo. Autonomo, ovvero, non gestito dalla coscienza. Respiriamo, reagiamo al caldo oppure al freddo, dormiamo, digeriamo, camminiamo, guidiamo etc. grazie al lavoro del SNA. La nostra coscienza non interviene.

L’inconscio funziona attraverso la ripetizione di ciò che abbiamo appreso. Ciò che ripetiamo continuamente è ciò che abbiamo appreso quando la coscienza ancora non era sviluppata completamente ovvero durante l’infanzia e l’adolescenza. Tutto ciò che abbiamo sperimentato risiede prevalentemente nell’inconscio e nella vita adulta non facciamo altro che ripetere. Un po’ come è accaduto all’elefantino di cui sopra. Ripetiamo ciò che abbiamo appreso inconsciamente (o con pochissima coscienza) e le nostre azioni sono guidate da quei meccanismi automatici.

Quante volte ci diciamo: non voglio fare come mio padre e poi, grazie anche all’analisi, emerge dolorosamente che facciamo anche peggio?

Questo perché la forza dell’inconscio, dell’automatismo, è formidabile e il lavoro per far emergere la coscienza lo è ancora di più (pensiamo alla fatica per imparare una poesia, oppure per andare dal capo). La tendenza dell’inconscio ci porta a ripetere (coazione a ripetere) al solo scopo di farci rivivere tutte le esperienze emotive accadute durante il processo di crescita (psico-evolutivo). Questo accade perché l’inconscio riconosce le emozioni a prescindere dalla loro qualità (buona – cattiva). Ma allora, quando facciamo ciò che facciamo, è la coscienza o l’inconscio che ci guida? Una possibile risposta: la coscienza esegue, l’inconscio ordina e questo perché tutto ciò che ci piace sta nell’inconscio.

Dinamiche tra coscienza e inconscio – Ma perchè soffriamo?

Il benessere e la sofferenza nascono dalla interazione tra le due istanze (C/I). La sofferenza psicologica avviene perchè tra le due istanze c’è un conflitto (principio del piacere contro principio di realtà). Mentre il benessere psicologico avviene quando non c’è  tensione ma armonia, dal momento che entrambi perseguono lo stesso obiettivo.

Da tutto ciò abbiamo compreso che il benessere c’è quando l’inconscio non si oppone.  Quando ciò accade, tutto diventa facile e gioioso. Ma perché accade?

Perché stiamo andando incontro ai nostri reali bisogni e desideri. Stiamo facendo cose grazie al nostro naturale talento e non ci sono resistenze inconsce in opposizione. Non stiamo ripetendo nulla, siamo semplicemente noi.

Influenze tra gli stili genitoriali e il matrimonio

Influenze tra gli stili genitoriali e il matrimonio

Una recente ricerca giapponese, evidenzia i diversi stili genitoriali e la relativa influenza sul numero dei matrimoni e dei figli desiderati.

La ricerca è stata gestita da due professori universitari giapponesi (Prof. Nishimura Kazuo – Università di Kobe e il professor YAGI Tadashi – Doshisha University).

Nell’ambito del progetto RIETI (The Research Institute of Economy, Trade and Industry), un progetto giapponese orientato alla ricerca di una crescita economica sostenibile, sono stati utilizzati i dati di un sondaggio di circa 10.000 persone, effettuato online nel mese di gennaio 2016 dall’agenzia Rakuten Research, Inc.

Lo studio analizza i metodi genitoriali giapponesi (molto antichi e radicati, per non dire archetipici) e ne studia gli effetti sulla vita da adulti dei figli.

I metodi sono stati classificati come segue: Supporto, Rigoroso (Tiger), Indulgente, Non coinvolto, e Abusivo.  I ricercatori hanno anche studiato gli effetti di tali stili degli intervistati nel confronti dei genitori. Sarebbe emerso che i soggetti che hanno avuto un’educazione di supporto, tendevano a vedere i lori padri e madri come ideali, contrariamente a chi, invece aveva avuto genitori abusivi, che al contrario, difficilmente vedevano i propri genitori come modelli positivi da seguire.

I tassi di matrimonio sembrano essere più alti tra coloro il cui partner ideale viene rappresentato da un modello simile alla propria madre (o al proprio padre); questo gruppo esprimeva più di altri, il desiderio di avere più  figli.

I soggetti con genitori che hanno promosso un’educazione di supporto, tendono a vedere i propri  genitori come modelli positivi da seguire. I risultati confermano che questa modalità è legata a tassi più alti di matrimonio ed il desiderio di un numero più elevato di prole.

Quali sono i tipi di genitorialità

Di supporto: questi genitori sono più indipendenti, hanno molta fiducia in se stessi, molto tempo trascorso con i figli e molto interesse verso la prole.

Rigorosa (Tiger): livello di indipendenza basso, livello di fiducia medio-alto, bassi livelli di indipendenza, livello di fiducia medio-alto, interesse mostrato verso i bambini rigoroso o abbastanza rigoroso, presenza di molte regole.

Indulgente: livelli di fiducia elevato o medi, disciplina blanda, tempo trascorso insieme, un pò più della media.

Non coinvolta:  livelli di interesse bassi (così come indicati nel figlio), educazione poco rigorosa, poco tempo passato insieme, solo alcune regole.

 Abusiva: bassi livelli di interesse nel bambino, livelli di indipendenza bassi, livelli di fiducia bassi, molto rigorosa.

La timidezza e relazioni sociali

La timidezza e relazioni sociali

La timidezza, secondo uno studio inglese, sarebbe correlata al ruolo sociale. Sul Journal of Personality (rivista ove è stata pubblicata la ricerca), viene riportato che la timidezza varia nel tempo, quindi non è una peculiarità fissa, ma cambierebbe in funzione dei vari ruoli che il soggetto assume nel corso della sua vita sociale. Lo studio ha preso in considerazione i dati di circa 550.000 adulti ed ha evidenziato che la timidezza si associa alla occupazione, al sesso e ad altre variabili sociali e demografiche.

In sintesi, le donne sembrano essere più timide da adulte mentre gli uomini lo sono di più da giovani per poi diminuirne l’intensità con il crescere. Le donne invece sembrano più stabili.

Chi è sempre stato occupato tende ad essere meno timido di chi ha avuto periodi di disoccupazione oppure ha lavorato prevalentemente a casa. Chi lavora oppure ha lavorato nelle vendite tende ad essere meno timido degli altri.

Lo studio è stato coordinato da Nejra Van Zalk, un ricercatore dell’Università di Greenwich.

L’interesse verso questo tema viene dal fatto che subito dopo la laurea, Nejra (il ricercatore inglese), cominciò con il dottorato ad interessarsi della timidezza, trattandola più come un tratto umano e meno come uno stato, notando che la letteratura che tratta il tema, la trattava come un problema  da affrontare e risolvere.

La maggior parte delle persone con questo problema, semplicemente non vorrebbero averlo.  Da un punto di vista storico però, la timidezza non è stata sempre vista come un problema ma come una qualità desiderabile  (in particolare nelle donne). Tutto ciò ha portato il ricercatore ad analizzare questa caratteristica, la timidezza, nei vari ambienti o eventi significativi nella vita delle persone e di come possa peggiorare o migliorare nello specifico contesto.

I dati raccolti, sono stati forniti dalla BBC della Gran Bretagna (i dati si riferivano a circa 550.000 soggetti di età variabile dai 17 ai 70 anni). Grazie a questa enorme mole di dati, è stato possibile confrontare il tasso di timidezza tra i vari ceti sociali, ma anche nei vari lavori (qualificati, non qualificati) e quelli relativi alle vendite che com’è facile attendersi, aveva un livello di timidezza tra i più bassi.

Livelli più bassi si sono riscontrati anche nelle persone che avevano una relazione stabile rispetto ai single. Un altro elemento emerso è relativo all’ambiente: c’è chi cambia perché si adatta all’ambiente e chi, invece, sceglie l’ambiente più consono alla propria timidezza (scegliendo un lavoro e non un altro ad esempio).

Un altro aspetto emerso, avrebbe dimostrato che la  timidezza non è un destino ineluttabile, dal momento che le cose possono essere modificate. Ci sarebbe insomma una certa possibilità di trasformazione. Ad esempio, chi è timido, potrebbe tentare di superarle sottoponendosi a specifiche sfide. Tutto ciò potrebbe sembrare evidente ma, solo ora c’è uno studio che lo conferma.

Inoltre questo è forse il primo studio che tratta la timidezza in base al proprio ruolo sociale, basandosi su un’enorme basi di dati.

Lo studio è trasversale (cioè, si basa su dati presi una sola volta e non confrontati su base longitudinale, ovvero nel tempo).  Uno studio analogo ma su base longitudinale avrebbe permesso di verificare gli effetti che i differenti ruoli sociali (acquisiti nel tempo, ad esempio, studente, lavoratore, manager etc) influiscono sul cambiamento. 

Neuroplasticità e cambiamento

Neuroplasticità e cambiamento

Quante volte sentiamo frasi del tipo: ‘Io sono fatto così’, oppure ‘..lo sai com’è fatto’ e via dicendo. Ci siamo chiesti come mai? E poi, è mai possibile che non sia possibile cambiare? E’ possibile ‘… piantarla di essere come si è’, in particolare laddove da ciò dipende un continuo disagio e infelicità per noi e per chi ci sta intorno?
La risposta ovviamente è affermativa ma per comprendere come trasformare il pensiero e di conseguenza il nostro comportamento, è necessario capire come si forma.
Il nostro cervello, nella sua neuro-fisio-anatomia, è composto da cellule, detti neuroni e ce ne sono veramente tanti, qualcuno ipotizza da 30 a 100 miliardi. Ogni neurone si collega con altri neuroni (pare, che un neurone potrebbe (nella sua massima potenzialità) collegarsi con altri 100 milioni di suoi simili (è come se ognuno di noi potesse parlare contemporaneamente al telefono con altre 100mila persone). Il ‘collegamento’ avviene attraverso un meccanismo chiamato sinapsi.

 

La totalità di  questi collegamenti formano le ‘reti neuronali’. Tutto ciò che di noi ci riporta a qualsiasi altra cosa, come un pensiero, un ricordo, una particolare abilità etc. lo dobbiamo alle reti neuronali che, come abbiamo visto, sono ‘gruppi di neuroni’ collegati tra di loro.
Ogni essere umano ha le sue reti neuronali; si sono formate nel corso della propria vita, esclusivamente in funzione delle proprie esperienze. Quindi, la famiglia, l’ordine di nascita, la scuola, gli amici, gli eventuali traumi e i suoi effetti, il tipo di studi, le critiche e gli incoraggiamenti, insomma, tutto ciò che abbiamo vissuto, stabilisce quale neurone si è collegato con chi e come si sono formate la reti neuronali presenti nel nostro cervello. Sempre a proposito di numeri, sembra che il numero di reti neuronali che il nostro cervello sia in grado (nella sua massima potenzialità) di fare sia un numero enorme, ovvero 10 seguito da un milione di zeri. Veramente impressionante. Nell’universo non esiste nulla di più complesso del nostro cervello.
Ciò che siamo, lo siamo in funzione delle reti neuronali. Esse ci rappresentano. Tutto ciò che accade o potrebbe accadere, altro non è che l’espressione di queste reti e delle loro interconnessioni. Le reti si costruiscono da quando nasciamo, ma alcune vengono ereditate. Come l’inconscio personale che è la somma delle esperienze individuali e l’inconscio collettivo della specie.
Noi reagiamo in risposta ad uno stimolo e per comprenderlo, ricorriamo alle reti, che ci permettono una interpretazione. Quindi, uno stimolo fa si che nel cervello si attivino reazioni chimiche (sinapsi ad esempio); tale reazione produce una controreazione che può essere reattiva (un colpo di luce colpisce la retina? La controreazione è chiuderla) oppure emotiva che a sua volta riceverà una risposta, presumibilmente congruente.

Neuroplasticità e cambiamento – Opinioni e/o preconcetti

Può accadere che più reti siano interconnesse in modo stabile e duraturo. Quando questo accade, la reazione è quasi sempre la stessa. In questo caso le connessioni sono solide e difficili al cambiamento. In questi collegamenti possiamo racchiudere tutto ciò in cui crediamo, ad esempio le opinioni, ma anche le cose apprese. Ma in merito alle opinioni, queste divengono stabilizzate, consolidate, cristallizzate e quindi, per noi, indiscutibilmente vere. I circuiti neuronali si sono rafforzati a tal punto che è difficile alleggerirli. Difficile, ma non impossibile.
Finalmente siamo arrivati al punto oggetto del presente articolo: la neuroplasticità.
In altre parole, se è vero che un circuito neuronale può rafforzarsi, è anche vero il contrario, ovvero tali circuiti possono sciogliersi. In questo caso le reti, non più alimentate, perdono consistenza, si sfilacciano, si staccano e l’opinione che avevamo di quella persona, di quel partito, di quella squadra di calcio, etc, cambia.
Il nostro cervello funziona in modo tale da mantenere saldamente le nostre credenze, tende più a confermare che per il suo contrario. Se crediamo in una cosa, ad esempio un ideale politico, o l’opinione che abbiamo di una persona, ci rifiutiamo di vedere indizi che metterebbero in dubbio la nostra idea. Le discrepanze ci sono, lo percepiamo ma non le vogliamo vedere. Come dicevamo, il cervello funziona così e lo fa per farlo lavorare il meno possibile, per risparmiare.
Per favorire il cambiamento, potrebbe essere utile mettere in discussione la situazione attuale. Ciò facendo diviene possibile verificare l’esistenza di nuove prospettive non solo sul fatto in questione, ma anche su se stessi. Questa nuova impostazione fa maggiore chiarezza in noi stessi e permette la creazione di nuove reti neuronali e quindi il formarsi di nuove idee e opinioni.
Laddove diviene impossibile sradicare paure, pregiudizi e opinioni perché nascoste e schiacciate dalle resistenze, allora occorre valutare l’ipotesi di una psicoanalisi, l’unica in grado di penetrare nella profondità dell’inconscio e liberare antichi blocchi, permettendo una presa di coscienza liberatrice.

L’abito fa o non fa il monaco?

L’abito fa o non fa il monaco?

Sembrerebbe di si: l’abito fa il monaco.

Il proverbio recita: l’abito non fa il monaco! implicitamente quindi, invita a diffidare delle apparenze (non è tutto oro ciò che luccica), perché spesso sono ingannevoli e perché com’è giusto che sia, le persone non sono come sembrano, almeno ad una prima occhiata.

Per quanto vogliamo tentare di essere obiettivi, dobbiamo sempre ricordare che abbiamo due emisferi, il destro e il sinistro. Il giudizio che diamo di una persona è automatico (quindi inconscio). Nel giro di 10 secondi decidiamo IN oppure OUT. In quella manciata di secondi valutiamo la persona. Ci guidano alcune cose tipo, il modo di presentarsi, l’abbigliamento, come si esprime, la sua mimica quindi, siamo influenzati molto dalla comunicazione non verbale.  

Quindi l’apparenza conta e molto. Ma non è sempre vero ovviamente, infatti, in questa foto Einstein non sembra molto intelligente eppure…

Esistono però tantissime ricerche i cui risultati confermerebbero che valutiamo gli altri sulla base della prima impressione.

Qualcuno direbbe che è una valutazione superficiale ma le ricerche hanno evidenziato che nel nostro cervello, le risposte sono immediate perché, da questa immediatezza, l’uomo ha evitato l’estinzione.

Tendiamo a pensare con i paradigmi odierni dove la sicurezza (fisica, alimentare, abitativa, etc) è relativamente concreta; proviamo invece a pensare alle condizioni che l’uomo viveva fino a 2-300 anni fa o meglio ancora nel periodo preistorico.

Immaginiamo di essere soli, in un posto che non offre nessuna sicurezza e si avvicina un uomo, grosso, armato,  con un’espressione truce e dal portamento sicuro. Che fai? Non hai molto tempo per decidere, perché dalla velocità di decidere dipende la tua vita: sei in grado di combattere oppure è meglio fuggire?

Ebbene, dal primo ominide ad oggi, l’evoluzione è progredita dovendo reagire a questa e ad altre situazioni minacciose simili.

Anche se oggi andiamo in giacca e cravatta, abbiamo gli abiti e l’aspetto curato, ciò che scatta nel nostro cervello è molto simile a quello del cavernicolo. I tempi della psiche sono molto lunghi. Dal primo ominide sono passati 2.3 milioni di anni. Il nostro cervello si è evoluto lungo tutti questi anni e si poggiavano su un cervello ancora più primitivo. Da pochi anni (2-300) viviamo in un contesto sociale via via più sicuro ove l’accesso alle risorse è migliorato moltissimo; ciononostante il cervello si evolve lentamente e quindi ancora oggi, ahimè, le apparenze contano.

Abbiamo mai provato ‘a pelle’ di giudicare una persona? Quante volte hai o ti sei detto: ‘quella persona non mi piace’? Il tutto, quanto tempo ti ci è voluto? Qualcuno dice massimo 10 secondi.

Poi oggi le variabili sono ovviamente infinite e quindi riusciamo a gestire meglio i rapporti. Quelli destinati ad essere più stabili e duraturi (un nuovo collega) oppure quelli destinati a non ripetersi (un incontro sul treno oppure aereo).

Questo vale anche per noi: in pochi secondi anche tu, a pelle, hai dato la tua impressione.

Con il tempo può cambiare, naturalmente, ma se devi ‘vendere’ qualcosa a qualcuno, non hai chance future, ti giochi tutto subito.

I ricercatori hanno dimostrato che i primi minuti, condizionano le emozioni, i giudizi e i pensieri,  in merito a ciò che siamo.

Paradossalmente poi, quel primo giudizio, è duro a morire perché il nostro cervello è strutturato più nel cercare conferme a quel primo giudizio che ricredersi. In altre parole, la prima impressione conta e molto; cambiarla diviene difficile dal momento che tendiamo più a mantenere l’idea che lavorare per cambiarla. Se poi siamo di mentalità aperta e non abbiamo pregiudizi, il nostro punto di vista e in occasione di eventuali fatti può cambiare. Se invece abbiamo una visione miope, la tendenza rimarrà la stessa: persistere sulla primaria impressione.

Ecco perché, anche se l’abito non fa il monaco, influenza pesantemente la prima impressione.

Non hai mai una seconda occasione, per dare una buona prima impressione”

L’abito fa o non fa il monaco – Si può cambiare la prima impressione?

IL bello della vita è che tutto e il contrario di tutto può accadere. In fisica quantistica questo principio viene spiegato con l’ipotesi degli infiniti universi paralleli o multiverso (tipo Sliding Doors, per intenderci).

Restando nel nostro universo, è possibile cambiare la prima impressione ma non è né semplice nè diretto quindi, meglio iniziare bene.

Tutto inizia con il darsi la mano. Ma questa abitudine dove nasce?

Dagli Etruschi, e in seguito dai Romani. Lo scopo? Verificare che l’altro non fosse armato (ovviamente di notte).

Quindi, darsi la mano, non era proprio il modo più amichevole per iniziare una conoscenza.

Altra cosa ad esempio è quella relativa ai guanti. Si usa, nel darsi la mano, toglierli prima. Il motivo? Nel medioevo si usava mettere del veleno nel guanto da usare appunto per colpire (dando la mano) un avversario. Per evitare ciò si era presa l’abitudine di togliersi il guanto; abitudine che poi è diventata consuetudine.

Scambiarsi la mano è un’abitudine più maschile mentre le donne hanno altre usanze: si scambiano baci, oppure abbracci o altre modalità locali.  

Quindi, poiché darsi la mano è un segno di virilità, l’energia che mettiamo in quello scambio dà immediatamente la prima impressione. Ovviamente deve essere giusta, cioè non a tenaglia ma nemmeno ‘moscia’, deve essere semplicemente amichevole. Uomo o donna che tu sia, stringi la mano dando l’idea che è esattamente ciò che vuoi fare. 

Esistono anche altre modalità, come ad esempio l’abbigliamento, dallo status sociale, e da mille altri fattori. Laddove per certi soggetti un abbigliamento casual (Zuckerberg, Marchionne, Jobs, etc) è tollerato in altri lo è meno.

Spiegazione e utilità della rabbia

Spiegazione e utilità della rabbia

E’ una emozione tipica, vista come fondamentale da quasi tutti i psicologi e fa parte, insieme al disgusto e al disprezzo del sentimento e dei comportamenti correlati a ciò che comunemente caratterizza l’ostilità. Quando il comportamento ostile si palesa, in prima istanza diviene difficile trovare cosa predomina (disgusto, disprezzo oppure rabbia). Da un punto di vista linguistico, possiamo definire due diverse tipologie di rabbia: stato emotivo intenso e quindi, avremmo ira, collera, esasperazione, furore, etc; stato emotivo lieve e quindi definibile con fastidio, irritazione, impazienza, etc.

Di essa è possibile identificare l’origine, le manifestazioni espressive, le modificazioni fisiologiche e le eventuali possibili azioni. E’ un’emozione primitiva, quindi la si osserva anche negli animali e nei bambini piccoli.

E’ una delle emozioni più precoci esattamente come il dolore e la gioia

Contrariamente alle altre due, però, questa emozione è la prima ad essere inibita. Quasi nessuna cultura e società, ai giorni d’oggi la incoraggia. Per studiarne quindi le espressioni di questa emozione, diviene necessario affidarsi agli studi evolutivi; dobbiamo ciò fare in fretta perché le regole che ne controllano l’inibizione entrano in gioco prestissimo.

Spiegazione e utilità della rabbia- Da dove nasce la rabbia? 

Tutte le teorie psicologiche sostengono che costrizione e frustrazione (fisica e psicologica) generano tipicamente questo emozione: la rabbia. Da soli però non bastano e non spiegano il fenomeno. Esistono altri fattori come ad esempio, la responsabilità della persona che genera frustrazione e costrizione. Ma ancora di più, conta la volontà di arrecare danno, e la possibilità (ignorata) di evitare la situazione frustrante. Insomma, se qualcuno di oppone, intenzionalmente, al soddisfacimento dei nostri bisogni, allora la rabbia ha maggiori possibilità di scatenarsi.

Spiegazione e utilità della rabbia – Contro chi ci si arrabbia?

Quando si verificano una serie di concause (serie di eventi), questa emozione viene espressa con maggiori probabilità. Gli eventi o concause possono dipendere dallo stato di bisogno, da chi o cosa si oppone, la presenza della intenzionalità a questa opposizione (e non ad esempio, ad un fatto di causa maggiore, non voluto e non desiderato), l’assenza di paura verso chi si frappone tra noi e ciò che desideriamo, il forte desiderio di aggredire, attaccare colui o il fatto frustrante, e infine con la fase ultima e inevitabile: l’attacco.   

Questo è quello che accade in natura; ovviamente nei confronti di un attacco, il soggetto tende a valutare due possibilità; contrattaccare oppure fuggire. L’evoluzione, negli umani ha indotto la paura delle conseguenze, e molto spesso la risposta aggressiva viene evitata. Oltre a evitare l’azione, si è indotto un altro atteggiamento: quello di mascheramento. I segnali di rabbia vengono quindi non solo evitati ma anche celati dalle espressioni facciali. Le regole sociali, inoltre impediscono l’azione verso il soggetto frustrante ed abbiamo quindi così diverse reazioni tra cui orientare l’aggressione verso qualcosa di diverso (cambio di obiettivo – ad esempio verso un qualcosa di cui non si ha paura), oppure verso se stessi (autolesionismo).

Spiegazione e utilità della rabbia – Come il corpo manifesta la rabbia? 

Quando una persona è arrabbiata lo si vede subito. Basta vederla in viso. Quindi, al primo posto poniamo le espressioni facciali che è rintracciabile in tutte le culture. Digrignare i denti (come gli animali), aggrottare le sopracciglia, esprimono al meglio l’evidenza di questa forte emozione. Un altro elemento è rappresentato dalla muscolatura del corpo che si predispone alla eventualità di un attacco.

Le sensazioni sono quelle di perdere il controllo, sentire vampate ci calore ed essere irrequieti. La voce cambia, diviene intensa (fino ad urlare, maledire, dannare, minacciare, etc). Ci sono poi le variazioni fisiologiche caratterizzate dall’aumento del battito cardiaco, della pressione, della sudorazione, della tensione dei muscoli. Se non possiamo ‘scaricare’ la rabbia nell’azione immediata, in virtù dell’inibizione appresa, questo stato alterato dura più a lungo.

Spiegazione e utilità della rabbia – Quali sono le funzioni della rabbia? 

La spiegazione più evidente è rappresentata dal desiderio di veder scomparire l’oggetto frustrante.

Grazie alla rabbia, l’organismo si sovreccita (avendo così l’energia necessaria per impiegare nell’azione). Con la rabbia, si induce il soggetto alla fuga (per paura) oppure all’attacco.

In ultimo, tutte le ricerche, hanno evidenziato che la rabbia è ed è stata funzionale alla sopravvivenza sia dell’individuo che della specie, quindi, entro certi limiti è necessaria.

Gli animali, ad esempio, attaccano per motivi legati appunto alla mera sopravvivenza, quindi per attaccare un predatore, un qualcosa o qualcuno che li spaventa, per motivi di territorialità sessuale, per difendere la prole, etc.

Negli uomini invece, per motivazioni legate alla realizzazione del se, alla difesa della propria immagine, etc. Ci si arrabbia quindi per indurre il soggetto frustrante ad un cambio di comportamento.

Il cervello e la psicoanalisi

Il cervello e la psicoanalisi

Il primo ominide (Lucy) camminava sul suolo terrestre circa 2.3 milioni di anni fa; a sua volta, prima di lui, c’erano le scimmie e prima ancora i paleo-mammiferi  preceduti dai rettili.

Gli scienziati hanno individuato (per semplificare ovviamente) tre diversi tipi di cervelli (costruiti uno sulle spalle dell’altro) o meglio tre cervelli in uno.

Il cervello dei rettili, su cui in seguito si è costruito il cervello dei paleo mammiferi e infine quello dei neo mammiferi.

Questo paradigma è stato per la prima volta enunciato dal neurologo Paul D. MacLean (1º maggio 1913 – 26 dicembre 2007, neuroscienziato americano). Nel corso dei suoi studi sul cervello ipotizzò l’esistenza di tre cervelli che rappresentano momenti evolutivi della storia umana. Similmente agli strati geologici: ognuno di essi rappresenta i sedimenti che si sono stratificati nel corso dell’evoluzione.

Questi ‘sedimenti’ nel caso del cervello sono:

  1. l’archipallium (cervelletto e bulbo spinale) o cervello primitivo (rettile);
  2. paleopallium (sistema limbico) o cervello intermedio (paleo-mammifero);
  3. neopallium (emisferi cerebrali) chiamato anche neocorteccia  o cervello superiore (neo mammiferi).

Nel primo vi trovano dimora gli istinti e le funzioni vitali (controllo del respiro, del ritmo cardiaco, sensibilità, attività motoria etc); nel secondo il centro delle emozioni; nel terzo, più recente (solo nei primati) tutte le funzioni cognitive, simboliche e razionali, ovvero la coscienza.

Queste tre aree anche se sono coordinate, sono indipendenti l’uno dall’altra e in grado di gestirsi in autonomia. Quindi, se qualcuno ha mai pensato che la coscienza coordinasse il tutto si è dovuto ricredere. La teoria dei 3 cervelli, ha riformulato tutto o quasi ciò che in precedenza si credeva,  comprese le teorie sulla elaborazione dei pensieri, sulle cause del comportamento e sulle malattie.

Tutto ciò avviene negli anni 50 e alcuni psicoanalisti hanno sentito l’esigenza di tradurre le intuizioni freudiane in merito alla ripartizione dell’apparato psichico (ES-inconscio; Io; Super-Io) stabilendo quale struttura neurologica potesse ‘contenerne’ i singoli elementi.   

Si ipotizzava quindi che l’Inconscio (Es), potesse risiedere nel sistema limbico o in generale nel cervello denominato neurovegetativo, meglio noto come sistema nervoso autonomo. Mentre l’Io e il Super Io nella corteccia, o meglio nella neo-corteccia ma anche più in generale nel sistema nervoso centrale volontario.

Grazie a questa intuizione, anche la psicosomatica trovava una legittimazione dal momento che questa strutturazione forniva le basi scientifiche alla natura organica per ciò che prima si supponeva fosse solo riconducibile alla natura psicologica.

Anche dal punto di vista gerarchico, le strutture più elevate (corteccia) venivano ricondotte alle funzioni più elevate (attività volontarie coscienti e razionali) rispetto a quelle emotive, autonome e perlopiù neurovegetative.

In seguito, altre ricerche specificavano ulteriori specializzazioni al livello degli emisferi: il destro dedicato ad aspetti simbolici, astratti, spaziali e visivi (creatività); il sinistro alle funzioni analitiche e razionali che trovano il massimo utilizzo della parola.

Quindi la parte sinistra del cervello, che si occupa  dei processi linguistici (percezione degli eventi e concatenazione degli stessi nel tempo) potremmo semplificando, chiamarlo cervello ingegnere perchè interpreta la realtà in modo analitico; il destro invece, che potremmo chiamarlo cervello poeta, è specializzato nella percezione della realtà vista nel suo insieme, quindi in modo spaziale e ne da un’interpretazione emotiva.

Nessuno dei due emisferi è dominante, dal momento che lavorano in modo integrato; il destro si occupa delle emozioni, il sinistro della ragione, del pragmatismo, dell’analisi.

Ma cosa è più importante, l’aspetto emotivo oppure quello logico-razionale? Si tenderebbe a dire che gli occidentali sceglierebbero quello razionale o Apollineo, mentre gli orientali quello emotivo o Dionisiaco.

Anche se questa visione è stata abbandonata da tempo, negli anni 80 gli psicoanalisti tendevano a correlare le diverse specializzazioni emisferiche alla psicopatologia. Ecco quindi che l’isterico o il Dionisiaco con le sue stravaganze veniva correlato all’emisfero destro, mentre l’ossessivo compulsivo (iperanalitico) al sinistro.

È noto il concetto di processo primario e secondario dal punto di vista psicoanalitico (p.es. l’aggressività è primaria e poi, attraverso l’educazione diviene secondario).

Parlando ad esempio di difese, è facile comprenderle nelle loro suddivisioni tra primarie e secondarie.

Quelle primarie sono primitive, immature, quindi classificate come inferiori perché vengono notate primariamente nella prima infanzia; in definitiva sono inconsce e si pongono come confine tra il Sé e il mondo reale.

Le secondarie, al contrario sono più evolute, mature e quindi di ordine superiore e delimitano i confini interni (Io, Super-Io, ES /coscienza, istanze morali e inconscio) oppure tra l’Io che si occupa di relazionarsi con la realtà attraverso l’osservazione e l’esperienza.

Quindi, da un punto di vista neurobiologico, si è rapportato l’emisfero destro con i processi primari e il sinistro con quelli secondari.

Il passaggio dal dx al sx avviene tramite messaggi che gli emisferi si spediscono utilizzando un apparato neuroanatomico essenziale, il corpo calloso che si occupa di transcodificare ciò che l’emisfero destro trasferisce sotto forma di immagini in un qualcosa di comprensibile e comunicarlo al sinistro. Ovviamente accade anche il contrario.

Freud ha sempre sostenuto che l’inconscio funziona tramite immagini e simboli (vedi il processo onirico) e processi primari, mentre i processi secondari e coscienti venivano caratterizzati dal pensare per parole.

Gli studi degli anni 50 avrebbero confermato ciò che Freud pensava all’inizio del ‘900.

Per non parlare della rimozione, uno dei meccanismi di difesa alla base dell’inconscio. Come abbiamo detto sopra i due emisferi comunicano attraverso il corpo calloso. Nel caso della rimozione, questo flusso di comunicazione sarebbe inibito.

L’Es (inconscio) e il processo primario, vengono ricondotti all’emisfero destro, mentre l’Io (coscienza) e il processo secondario al sinistro e alle sue attività che per natura sono logico-verbali.

In alcuni dei sui scritti, Freud sosteneva che le modalità del pensare e del sentire dovevano per forza di cose essere soggette a leggi specifiche; in particolare ha sempre sostenuto che il compito dell’analisi è di rendere cosciente l’inconscio  e che in definitiva il destino dell’Es è quello di ridursi all’Io.

Jung invece ha sempre sostenuto (e in seguito Freud ha concordato) che non sarà mai possibile svuotare (e quindi eliminare) tutti i contenuti dell’inconscio. Anche perché, per Jung l’inconscio si suddivide in quello personale (simile all’inconscio freudiano) e quello collettivo (equiparabile forse al Sistema Nervoso Autonomo).  Il primo soggetto ad un parziale svuotamento mentre il secondo, avrebbe una funzione diversa ed è quindi soggetto ad un continuo aggiornamento incrementale.

Tuttavia la psicoanalisi classica, pur prendendo nota degli sviluppi dello studio del cervello, ha sempre concordato sul fatto che emisferi  (dx e sx) e processi (primari e secondari) sono complementari ed entrambi operativi con funzioni indipendenti. In altri termini, il processo primario non va considerato come inferiore al secondario ma, com’è giusto che sia, svolge funzioni diverse e quindi altrettanto utili e necessarie. La percezione di ciò che accade viene elaborata a livello neurologico (emisferi) e psicologico (Es-Io, processo primario-secondario) in modo simultaneo  ma cognitivamente diverso.

Ciò che viene da un emisfero, dopo una specifica elaborazione, viene trasferito all’altro che ne integra (secondo le sue specificità) i contenuti per giungere ad una nuova visione.

Nel corso del processo psicoanalitico, ciò che sta nell’inconscio viene svelato e rielaborato fornendo all’Io del paziente nuove prospettive. Ciò che l’Io del paziente percepisce nella sua quotidianità diviene materiale con cui l’inconscio prende spunto per ‘rilasciare’ i suoi contenuti soggetti alla rimozione. In questo processo continuo, le prospettive del soggetto cambiano continuamente.

Concludendo, la stretta collaborazione tra i due emisferi  (che come abbiamo detto sono indipendenti e complementari) sono da correlare con la salute psicofisica del soggetto.

Chi suona il pianoforte usa entrambe le mani che concorrono in modo indipendente e complementare a tradurre in musica ciò che c’è sullo spartito.

Teorie psicodinamiche della tossicodipendenza

Teorie psicodinamiche della tossicodipendenza

tossicodipendenzaIn campo psicoanalitico, non esiste ancora una vera e propria teoria della tossicomania e quindi, dell’alcolismo, che è uno dei modi in cui essa si declina.
La tossicodipendenza infatti, è ancora oggi affrontata come se fosse qualcosa d’altro, un’epifenomeno che rimanda ad una patologia sottostante lasciando intendere che è quella che in realtà deve essere curata.

Ogni approccio psicodinamico infatti tende a ricercare “qualcosa che è accaduto prima“, considerando una serie di eventi concatenati tra loro che riescano poi a dare un senso all’attuazione di un comportamento tossicodipendente ed alla sua genesi.
Tentando di esemplificare questo aspetto, possiamo citare alcuni esempi di come diversi autori psicoanalitici, considerati eminenti clinici nel loro campo, considerino la tossicodipendenza.

Meltzer ad esempio, ritiene che la tossicomania sia un “tipo di organizzazione narcisistica delle strutture infantili che indebolisce e può eliminare la parte adulta della personalità dal controllo del comportamento“.
Rosenfeld sovrappone la personalità del tossicodipendente a quella della persona affetta da sindrome maniaco depressivo.
Bowlby, sulla base della sua “teoria dell’attaccamento“, elabora l’esistenza di una similitudine tra la tossicodipendenza ed una condizione di “iperdipendenza“, poi meglio  definita come “attaccamento ansioso” o “immaturo“. 
Kohut  ritiene che la tossicomania  vada inquadrata nell’ambito dei disturbi narcisistici. La droga è, in questi casi,  “una sostituzione di una funzione che l’apparato psichico non può svolgere, non un sostituto di un oggetto d’amore o da cui essere amati”. 
Bergeret
 ritiene invece che non esista una struttura di personalità considerabile come specifica del tossicomane. Non solo, egli afferma che non esiste neppure una struttura psichica profonda che caratterizza i comportamenti di dipendenza.

Qualsiasi tipo di organizzazione mentale, per l’autore, può dare loro origine e individua quindi tossicomani la cui struttura è nevrotica e tossicomani con modalità di funzionamento mentale di tipo psicotico, oltre a tossicomani con un’organizzazione depressiva della personalità.
Adler cerca di spiegare le dinamiche che si trovano alla base delle tossicodipendenze, utilizzando alcuni concetti fondamentali della Psicologia Individuale.
Tra questi:

  • l’intelligenza privata
  • i falsi scopi
  • il pensiero antitetico
  • la finzione

Nel modo in cui essi vengono elaborati dal bambino trascurato e maltrattato, oppure, troppo viziato.

Intelligenza privata (o “personale”): si tratta di un meccanismo usuale nei nevrotici, il cui  scopo è  quello di giustificare i propri pensieri e azioni, meccanismo passibile naturalmente di molti errori, dal momento che tendono a rispondere a bisogni molto soggettivi.
La persona desidera sfuggire alle esigenze del quotidiano, evitare di dover prendere decisioni e di fuggire davanti alle proprie responsabilità. Ciò  porta il soggetto a crearsi un mondo proprio, del tutto individuale, lontano dal mondo collettivo in cui in effetti vive e a cui, ovviamente, dovrebbe adeguarsi. 
I falsi scopi, che rappresentano modalità di comportamento o di reazione tipiche, sono  attivate dai bambini in situazioni dove si sentono scoraggiati. Il loro fine è quello di   recuperare una certa sicurezza e capacità di affermarsi per ritrovare una collocazione sociale.
Secondo Dreikurs R., 1969, sono  quattro i  falsi scopi che un bambino può  attuare per trovare una propria collocazione:

  1. attenzione indebita
  2. lotta per il potere
  3. vendetta
  4. totale inadeguatezza

Tutte e quattro sono modalità psicologiche di rassicurazione disadattative, con le quali il soggetto, può fare del male a sè stesso ed agli altri.

Il pensiero antitetico: secondo Adler, definisce una percezione della realtà basata sugli opposti (come ad esempio, alto/basso, maschile/femminile) ed influisce nel determinare lo stile di vita del soggetto.
Il tossicodipendente attua in continuazione quelle modalità dinamiche, osservabili ad un occhio clinico, che lo spingono a passare da uno stato di inferiorità a una condizione di superiorità. Egli infatti, combatte una specie di lotta contro la sostanza stessa e così facendo, persegue una volontà di potenza che lo induce a pensare di poter gestire la droga in una  continua sfida dove egli, pur percependosi come vincitore, in realtà, viene continuamente sconfitto. Il tossicodipendente, nella sua lotta per affermare la sua volontà di potenza, secondo Adler, non fa che perdere, al di là della sua percezione soggettiva.
Le finzioni patologiche rappresentano degli  strumenti che consentono al tossicomane di costruirsi un mondo fittizio, onirico, che permettono di fuggire dal reale e di alleviare così, la grande ansia ed angoscia derivante dal caos in cui si trova.
Secondo Adler quando un soggetto fa uso di sostanze, ciò significa che egli vuole cancellare il proprio sentimento di inferiorità e che la sostanza  d’abuso, è da lui utilizzata per non dover affrontare i problemi a cui la realtà inevitabilmente mette davanti. Assumere la sostanza tossica, garantisce una percezione fittizia del mondo, che però viene tradotta, dal tossicomane,  “come se” fosse reale.
Appare chiaro che il benessere indotto dalle sostanze  di abuso, non permette all’individuo di potersi confrontare,  capire e risolvere i propri problemi, al contrario, lo porta all’abuso pur di poter rivivere le sensazioni piacevoli e riprodurre il mondo fittizio in cui esse lo immergono.
Vediamo quindi instaurarsi, nel tossicodipendente, un sistema di finzioni il cui scopo è quello di difendere il precario senso d’identità  fino ad allora raggiunto, negandone contemporaneamente, i problemi e gli aspetti critici.
Le relazioni infantili con le figure genitoriali hanno, sempre secondo Adler,  un ruolo fondamentale nello sviluppo delle diverse forme di tossicodipendenza.

Il bambino viziato ad esempio, è quello che sviluppando una dipendenza assoluta particolarmente con la madre, non procede secondo un corretto processo di individuazione perchè  “abituato alla costante presenza di una persona, ogni situazione che ne preveda l’assenza appare ora inaccettabile” (Ansbacher H, Ansbacher R, 1997).
Il tossicodipendente sostituisce la sostanza stupefacente alla madre, persona sempre presente e capace di nutrire il soggetto, stesso ruolo che assegna alla sostanza con cui si droga.
Essendo una persona estremamente insicura e che avverte ciò in modo profondo, incapace dinanzi alle esigenze della realtà, il tossicodipendente utilizza le droghe e l’alcol come agente che lo deresponsabilizza da ciò che “dovrebbe fare” e rispetto al quale si sente incapace o insufficiente. Così facendo, egli può poi facilmente imputare all’ambiente i suoi fallimenti, ciò che non gli permette però di sviluppare un sentimento sociale adeguato.
Così, sarà molto più difficile per questo tipo di personalità, riuscire ad assolvere, nelle sue relazioni con il mondo esterno, i propri compiti vitali in autonomia.

Il bambino trascurato o maltrattato è quello che è stato privato della presenza di  persone che si sono prese adeguatamente cura di lui,  cercando di alleviare il  suo primissimo sentimento di inferiorità fisiologica.
In questo caso, il piccolo dell’uomo, non raggiunge un grado  sufficiente di autonomia. Questo a sua volta,  aggrava il suo sentimento d’inferiorità, trasformandolo in un vero complesso d’inferiorità.
Adler ha effettuato una similitudine  tra lo stile di vita del tossicomane e  quello del melanconico.

Il melanconico infatti,  utilizza la propria debolezza come un’arma che gli permette di evitare le responsabilità ed  aspira a “costringere l’altro alla propria volontà e a conservare il prestigio, mediante l’anticipazione della rovina” (Adler A, 1920).
La droga, secondo Adler, favorisce l’illusione di significatività: i drogati hanno  infatti mete troppo elevate che, in quanto tali, non possono essere raggiunte. Questo provoca  frustrazione e come conseguenza, l’utilizzo della sostanza permette di alleviarla. Ciò gli  permette di vivere momenti di illusione, rifugiandosi nel mondo della fantasia.

La Psicologia Individuale di Adler, ha tentato una descrizione dello “stile di vita tossicomanico”, analizzandone psicogenesi e  finalità delle scelte soggettive.

Adler, ritiene che alla base dei comportamenti che conducono alla dipendenza, ci sia la ricerca del piacere e che i meccanismi che troviamo alla base della dipendenza siano identici a quelle che troviamo nelle patologie nevrotiche.

L’Autore mette sullo stesso piano le persone che fanno abuso di sostanze, siano essi nevrotici oppure criminali; egli considera la tossicodipendenza come l’espressione di un sintomo nevrotico, alla base del quale vi è un mancato adattamento alla vita e che  fin dall’infanzia,  si manifesta generalmente, con comportamenti rinunciatari, deboli, evitanti, etc. Tutto ciò è connesso ad uno scarso sviluppo di sentimento sociale.
Questi fenomeni possono portare l’individuo a cercare di isolarsi per andare oltre il  suo angosciante sentimento di inferiorità, utilizzando  una sostanza di abuso per non dover affrontare i problemi a cui la realtà pone davanti.
Un altro fine molto importante dell’utilizzo di sostanze  di abuso, è quello di evitare di prendere decisioni e di non dare risposte ai quesiti della vita e della realtà.
Secondo F. Parenti (1983), tutti i tossicomani hanno alcuni aspetti comuni nel loro temperamento, come la “tendenza a mentire e il diritto a ricevere”
La tendenza a mentire, l’iperdifesa, l’arroganza sono caratteristiche distintive dello stile di vita del tossicomane, che dà così un’immagine di sè del tutto negativa e provando allo stesso tempo, una grande  diffidenza nei riguardi del mondo esterno percepito e rappresentato come nemico.
Il tossicodipendente, pur essendo consapevole di commettere un crimine,  per giustificarlo, colpevolizza la società oltre le responsabilità che realmente gli sono attribuibili. Per il tossicodipendente, è colpa della società ciò che lui vive. Questo perchè la sua mentalità è dissociale. E’ una persona sempre attenta e molto sospettosa, che vive i reati che ogni volta commette per procurarsi la sostanza d’abuso, come conseguenza di qualcosa che gli spettava e non gli è stato concesso e quindi, hanno portato alla frustrazione di un suo diritto.

Tornando ad Adler, vediamo che egli descrive il drogato come una persona che si rifugia nella sostanza per giustificare e sopportare il fallimento delle proprie azioni, similmente ad una persona nevrotica ma non pazza, che preferisce trovare rifugio all’interno di un manicomio invece di affrontare le proprie responsabilità, di fronte alle quali si sente incapace o fallace.
Nonostante le teorie sugli stati pre-morbosi (che condurrebbero all’uso di sostanze come tentativo di “autocura” che poi diventano il problema) e sulle similitudini tra tossicodipendenza e altre psicopatologie, molti autori concordano oggi sul fatto che è necessario affrontare la tossicodipendenza come una patologia vera e propria, alla quale possono associarsene delle altre. La tossicomania sarebbe quindi un epifenomeno, ovvero un fenomeno secondario di uno primario, anche se non se ne percepisce il rapporto.  Come dicevamo sopra, l’epifenomeno è la tossicodipendenza, il fenomeno è quello che i vari autori (vedi sopra) hanno evidenziato. In sintesi, il tossicodipendente è un nevrotico e andrebbe curato (sul piano psicologico) come tale. Ovviamente la terapia deve assolutamente essere integrata con quella medica.

La  tossicodipendenza non deve più essere considerata come qualcosa esclusivamente interna all’individuo, un problema esclusivamente intrapsichico. Allo stesso tempo, non deve essere considerata esclusivamente, un effetto farmacologico di alcune particolari sostanze o, anche,  soltanto derivante dalle condizioni  di un determinato ambiente socioculturale.  Nella tossicodipendenza, molti fattori interagiscono tra loro.
La tossicodipendenza fa “saltare” come un corto circuito, strutture biologiche e psicologiche evolutive dell’individuo, facendolo sprofondare nel funzionamento di  strutture primarie primitive e radicali.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Ansia

Spesso, dietro l’ansia si cela il desiderio di fuga.

ansia al femminileSi fugge dalla obbligatorietà di assumersi la responsabilità delle proprie scelte oppure delle conseguenze (eventuali) delle proprie scelte.  Quando dimentichiamo ad esempio persone, cose, situazioni etc. stiamo fuggendo da ciò a cui siamo chiamati come ad esempio, un impegno preso. Che bello, dirà qualcuno. Mi allontano dalla situazione stressante e sto meglio ma, dirà qualcun altro, in tal modo, cosa imparo, cosa correggo, quali abilità sviluppo? Continuando con queste dinamiche, si innesca un circolo sicuramente tutt’altro che virtuoso che porta, inevitabilmente e fatalmente verso una china dove trova dimora, il calo dell’autostima, la percezione di inefficacia e inconsistenza.  Tutto ciò, lentamente ma inesorabilmente, conduce nel circolo vizioso dell’aumento dell’ansia, proprio quell’ansia che erroneamente volevamo evitare. Nell’azione sta la felicità, quindi, assumiamoci le nostre responsabilità e gradualmente impareremo tutto ciò che serve per avere fiducia in noi stessi.

Per affrontare la vita non basta essere capaci, abili, intelligenti. Bisogna anche essere coraggiosi, tenaci, riuscire a controllare la propria ansia e quella degli altri.
Francesco Alberoni, Abbiate coraggio, 1998

Ma cos’è l’ansia?

Nell’ansia non mancano mai: preoccupazione, paura, stress, paura di non essere all’altezza.

L’ansia è un modo di essere, momentaneo oppure duraturo, uno stato psichico. Il soggetto ansioso è preoccupato oppure ha paura. La paura spesso è senza oggetto, ovvero manca nell’immediato spazio temporale, una minaccia specifica (un cane che mi sta attaccando; una malattia invalidante; insomma un pericolo reale). Questa paura, oppure preoccupazione, può essere intensa e a volte anche duratura. Può riferirsi ad un qualcosa di osservabile (non solo esterno ma anche proveniente dalla propria interiorità) ma anche alla incapacità di adattarsi ad un fattore di stress (lavoro, relazioni, salute, etc).

Le emozioni tipiche dell’ansia sono quelle citate sopra (paura, preoccupazione, etc) accompagnata da sintomi fisici che, per l’ansia sono o possono essere: nausea, dolori al petto, respiro corto, palpitazioni, tremore, mal di pancia, etc.  

Persino le mie ansie hanno l’ansia…
Charlie Brown, in Charles M. Schulz, Peanuts, 1950/2000

Il soggetto ansioso può essere distinto in funzione della sintomatologia. Quindi da un lato troveremo la sensazione di essere minacciati;  questa ‘paura’ si traduce, sul piano fisiologico in una sorta di preparazione alla lotta; avremo quindi un’alterazione dei parametri fisiologici quali l’aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue, della sudorazione, aumento della tensione muscolare, etc.ansia

Chi soffre d’ansia, può avere, nei casi estremi, una reazione emotiva abnorme, come ad esempio terrore, attacchi di panico, brividi, nausea, etc.

Tuttavia, l’ansia è un’emozione come tutte le altre (rabbia, infelicità, paura, tristezza) ed entro certi limiti, è adattiva, avendo permesso all’umanità di sopravvivere.  L’ansia quindi, entro i limiti descritti sopra, va considerata come una risorsa importantissima, dal momento che tende a proteggerci dai rischi, innalzando il livello di sicurezza e permettendoci di aumentare le nostre prestazioni. Si pensi ad esempio all’innalzamento dell’ansia in prossimità di un colloquio di lavoro oppure di un esame.   

L’ansia è l’interesse che si paga su un guaio prima che esso arrivi
William Ralph Inge

A tutto però c’è un  limite, anche all’ansia quindi. Se l’innalzamento è eccessivo oppure ingiustificato, potremmo avere una reazione opposta, ovvero inadeguata e bloccante. In questo caso il ricorso alla psicoterapia (in casi estremi coadiuvati da un’appropriata terapia farmacologica) di tipo analitico (per scoprire le reali cause, spesso di natura prevalentemente inconscia) risulta essere il modo più rapido ed efficace.

Legati all’ansia ci sono anche altri disturbi più specifici che sono:

Le fobie, il panico, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbi da traumi, la paura (di volare, di guidare), ansia da prestazione, disturbi sessuali, etc.).

Ansia e psicoanalisi

In psicoanalisi, più che di ansia, si usa il termine di angoscia.

Secondo la psicoanalisi, i meccanismi di difesa dell’Io, impediscono a specifiche pulsioni di essere soddisfatte.  Queste pulsioni, o spinte pulsionali furono in un periodo remoto (tipicamente prima infanzia) tanto desiderate ma proibite o vissute come tali. Il conflitto tra principio del desiderio e principio della realtà non fu risolto e quindi subì il destino della rimozione.  L’attuale ansia viene dall’emergere di questi desideri (contrastato dalla difese dell’IO). Poiché questi contenuti (rimossi) non vengono riconosciuti, il soggetto tende a indirizzare sul mondo esterno, oppure sul proprio corpo, ciò che in realtà investe esclusivamente il proprio mondo psichico.  

Quindi, ci troviamo in presenza di un conflitto interiore. L’individuo, colpito da questo complesso, vive come in presenza di una catastrofe imminente.  Ci si trova, quasi sempre immancabilmente, in contesti ove l’ambiente è stato inadeguato, non ponendo in modo opportuno, le condizioni minime per favorire uno sviluppo in grado di contenere e gestire l’angoscia.

L’angoscia può essere nevrotica (quando il pericolo percepito è interno); reale, quando il pericolo è esterno.

Freud, in merito all’angoscia,  lo ricollega al trauma dei traumi: il trauma della nascita.

L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia e quindi la fonte e il prototipo della sensazione d’ansia
Sigmund Freud

Nel nascere, proviamo una profonda angoscia, dal momento che il nascituro non può assolutamente fare nulla. Quindi, quando l’adulto prova angoscia, rivive quel momento. Nel tempo, quel trauma si trasforma e diviene angoscia ogni qualvolta si teme di perdere l’oggetto (mamma, partner, etc) e in particolare di perdere il suo amore o la sua stima.

Caratteristiche della terapia Junghiana

La psicologia analitica, su cui si basa la terapia junghiana, prende in considerazione tutta la vita psichica del soggetto (passata, presente e futura) e tende ad orientare le intenzioni e le tensioni, verso la sua naturale destinazione (ovvero il proprio progetto della vita). Si focalizza sullo sviluppo dell’Io ma tende a farlo confluire in qualcosa di più vasto e profondo, il Sé.

Un principio fondamentale della teoria junghiana si basa sul principio che ognuno di noi possiede una specifica energia (libido) che ci spingerebbe verso ciò che veramente siamo, ovvero verso la propria autorealizzazione;  Jung definisce questo processo, da me descritto altrove come il processo di individuazione.

Finalità

Rendere cosciente l’inconscio, ovvero rendere evidente ciò che, grazie ai meccanismi di difesa, è stato rimosso. La terapia non si focalizza sul sintomo, ma sulle dinamiche (inconsce) che stanno alla base del sintomo. In altre parole, se abbiamo un attacco di panico, noi junghiani tendiamo a chiederci il perché.

Questo tipo di approccio prende in considerazione tutto ciò che riguarda la persona. I sintomi, rappresentano (in forma simbolica e tramite i segni) il disagio. Dietro  quei sintomi, ci troviamo spesso la rappresentazione simbolica del disagio reale. Tutta la sintomatologia nevrotica non è necessariamente il risultato di eventuali traumi, ma può esser vista anche come un tentativo che la psiche utilizza per affrontare il disagio da una prospettiva diversa.

 Se la libido (energia psichica) si blocca nel suo divenire, facendo di conseguenza alterare l’equilibrio preesistente, diventiamo nevrotici, perché veniamo svuotati di energia vitale. Ne consegue che una condizione indispensabile per uscire dalla nevrosi, richiede necessariamente lo sblocco della libido. Attraverso questo sblocco, è lecito attendersi un miglioramento delle relazioni che regolano le dinamiche tra il soggetto e il mondo esterno.  

Transfert

La relazione che si instaura tra Paziente (P) e Analista (A), ha una importanza fondamentale per la terapia Junghiana. Il transfert, a cui Jung diede molta importanza, viene considerata come una relazione molto particolare tra la psiche del P e quella dell’A, utilissima ai fini della guarigione.

Il metodo somiglia a quello classico (freudiano), anche se ovviamente esistono delle differenze.  Le differenze si focalizzano sulla concettualizzazione dell’inconscio e della libido, sulla teoria del trauma, la nozione di sessualità infantile e altre cose poco utili al nostro discorso. Si basa sulla interpretazione dei sogni, sulle libere associazioni, sulle dinamiche del transfert e del controtransfert, su ciò che accade nella vita del soggetto e sulle sue fantasie.  

Sogni

Se vogliamo capire il nostro inconscio dobbiamo necessariamente capire i nostri sogni. I nostri sogni vengono a noi attraverso simboli che, opportunamente interpretati, ci permettono di comprenderne il significato, tramite il quale potrà essere possibile individuare tutti quegli elementi utili a promuovere la trasformazione della personalità e quindi possiamo tranquillamente considerarli come elementi trasformativi.

Se l’obiettivo che si intende perseguire è quello di promuovere un adattamento alla realtà più congruente, eliminare le nevrosi e scoprire ciò che noi veramente siamo, allora la terapia junghiana è sicuramente l’approccio indicato. Tale adattamento o riadattamento alle esigenze della realtà (come eventuale conseguenza di una nevrosi oppure di una psicosi) non potrà mai prescindere dalle motivazioni più reali e profonde del soggetto. Adattarsi quindi con ciò che NOI vogliamo e non con ciò che gli ALTRI vorrebbero.

La tecnica

Attraverso le libere associazioni, i sogni e la loro interpretazione e con l’ampliamento delle conoscenze dei nostri contenuti con quelle collettive, la tecnica analitica conduce verso l’accettazione di tutto ciò che, precedentemente rimosso, dovrà divenire cosciente.

Una caratteristica della tecnica è legata alla ingerenza (A vs P). Se è vero che tutte le terapie fanno ingerenze, è verissimo che nella terapia junghiana, tale ingerenza è minima. E’ minima perché siamo dell’avviso (e fa anche parte del mio stile di vita) che ogni essere umano è libero di essere come desidera. Quindi anche di essere nevrotico.  Il nostro obiettivo tende a promuovere, nel paziente, un ascolto alla propria interiorità. Tale ascolto, deve essere preferenziale ad esempio a quello degli altri (genitori, amici, partner, etc). Del resto, il processo di individuazione mira proprio a questo, la piena realizzazione di se stessi, della nostra vera e più profonda essenza. Più che all’Io, profondamente influenzato da mille ‘enti’ esterni, dovremmo dare ascolto alla nostra essenza più profonda che chiamiamo Sé.

Per noi la persona nevrotica è quella persona che sente di voler fare una cosa specifica ma riesce solo a fare altro e ci chiede aiuto.

Quella persona, a pelle, non mi piace  

Quella persona, a pelle, non mi piace

Capita che una persona ci è antipatica e quando accade, il motivo potrebbe essere legato all’ombra, il lato oscuro dell’uomo. Nel nostro caso, quando una persona, istintivamente, a pelle come si dice oggi, ci infastidisce, ci irrita, non ci piace, etc. potrebbe voler dire che:

  • Con questa persona, facciamo fatica a entrare in sintonia perché le nostre illusioni non sono sostenute e di conseguenza, se una cosa è palese, non la ignora per compiacerci, non riusciamo a dargliela a bere distorcendo la verità e non si presta ai nostri giochetti.
  • Lui/lei è il riflesso della nostra ombra, ovvero è in grado (ovviamente inconsciamente) di riflettere ciò che di noi non ci piace. L’altro ha qualità (che abbiamo anche noi) che assolutamente non ci piacciono.
  • Il soggetto potrebbe ricordarci un qualcosa (problema, evento, etc) che ha ancora qualche effetto in noi, oppure ricordarci cose ancora sospese dentro di noi, tipico delle situazioni non risolte e che ancora ci limitano.
  • La persona ci mostra ciò che vorremmo ma che ancora non siamo in grado di essere o avere. perché i nostri limiti ancora ce lo impediscono. Invece di ammettere un pizzico di sana invidia, inconsciamente, tendiamo a denigrarlo, con la speranza di abbassarlo ai nostri occhi.
  • Ci sentiamo trattati male esattamente come facciamo noi, ma con noi stessi.

Il principio espresso sopra si focalizza sul riflesso che vediamo sulle altre persone. Il meccanismo di difesa è ovviamente quello della proiezione. Proiettiamo quindi parti di noi all’esterno e quando una persona ci è ‘cordialmente antipatica’ dovremmo valutare proprio ciò che ho scritto sopra: su di lui/lei abbiamo proiettato cose nostre che facciamo fatica ad accettare.

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?

(Luca 6,41)

Questo tipo di esperienza, ci porta ad allontanare o ad allontanarsi da queste persone anche se, si dovrebbe evincere (da quanto citato sopra) che dietro questi incontri apparentemente negative, si cela una grande opportunità: mettere in luce l’ombra e di conseguenza, elaborarla e risolverla. I nostri processi interni sono diabolici perchè inconsci. Per liberarci e finalmente esprimere il meglio di noi, occorre rendere conscio tutto ciò che è inconscio e l’incontro con questi personaggi altro non è che l’incontro con l’ombra, il lato peggiore di ognuno di noi.

Quando incontriamo persone affini, quell’incontro, che può tradursi in un’amicizia o in un amore, ci rende felici e più completi.

 Il contrario invece genera rifiuto e fuga. Ma anche se la situazione ci disturba, dovremmo valutare l’opportunità di non sprecare quella circostanza. Come diceva George Bernard Shaw, ci si lamenta spesso, quando le cose vanno male, che è per colpa delle circostanze. Però, sempre citando Shaw, le persone che progrediscono, nella vita, sono solo quelle che si danno da fare e utilizzano solo le circostanze utili e se non si trovano, fanno di tutto per crearle. Ecco allora che, difronte ad un individuo che ‘a pelle’ non ci piace, si crea l’opportunità di apprendere più cose di noi. Il fastidio che proviamo, invece di indurci alla fuga, dovrebbe essere trasformata in una ‘circostanza’ che potrebbe aiutarci a progredire. Proviamo a iniziare a valutare la persona, sulla base della griglia sopra esposta: a quale dei cinque motivi esposti è quello che fa più il caso nostro. Quale rabbia, dolore, paura ha riattivato l’incontro? Smettiamola di usare i stessi modelli, quella di cercare eventuali colpe fuori di noi. L’inconscio agisce attraverso i sogni, attraverso i lapsus, tramite i sintomi (nevrosi), ma anche attraverso le proiezioni. Se non ascoltiamo il messaggio, l’inconscio tornerà a torturarci, finchè non ci decideremo di prestargli ascolto.

Paradossalmente, se una persona ci fa soffrire, dovremmo essere grati a quella persona, proprio perché mostrandosi per quello che è (un narcisista, un manipolatore, una persona tossica, etc) ha evidenziato la nostra fragilità e implicitamente, andrebbe vista come opportunità (purchè venga colta) in grado di  attivare il processo di guarigione.

Certo, da chi ci fa male, dobbiamo difenderci. Dobbiamo difenderci dalle persone tossiche, ad esempio allontanandoci ma, dobbiamo chiederci: perché quella persona mi provoca tanti disagi? In primis la allontano ma poi cerco di capire quale tasto ha premuto.

Se una persone ci spaventa, ci mette paura, allo stesso modo, potremmo difenderci allontanandoci.

In tal modo, cogliendo cioè l’eventuale opportunità,  abbiamo maggiori chance di rendere conscio ciò che prima non lo era e diventare più liberi. Diventando più liberi, realizziamo che nessuno può veramente ferirci attraverso azioni o parole (magari denigratorie). Le nostre ferite accumulate durante tutti gli stadi della vita (fanciullezza, adolescenza, maturità), ci hanno resi più forti anche se pieni di lividi, mentre altre, nascoste o invisibili ci hanno reso inconsapevoli. Quei lividi, oppure quelle ferite invisibili, sono il risultato del nostro dolore, disagio, nevrosi. Con questo dolore, a volte ci sono danni collaterali (ad esempio questo dolore è rappresentato da tutte quelle persone che abbiamo lasciato andare perché non in grado di gestire) perdonabili, quando la soglia di questo dolore risulta insopportabile.

La relazione con le persone è sempre critica perché siamo tutti diversi e spesso i nostri bisogni e le nostre aspettative possono risultare non in sintonia. Se abbiano troppe aspettative, dovremmo imparare a calibrarle. Il benessere interiore non ci viene prevalentemente dall’altro, ma viene generato dentro di noi, attraverso il processo di individuazione teso ad una migliore conoscenza di noi stessi. Quindi, come l’altro non è il solo artefice della nostra felicità non andrebbe mai visto come il carnefice, unico responsabile della nostra infelicità, perché come abbiamo detto sopra, sta solo risvegliando ciò che è sepolto dentro di noi, ma che non chiede altro, che essere portato alla luce e risolto una volta per tutte. Una delle leggi universali recita: ognuno è vittima e carnefice di se stesso.  

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