Categoria: Omosessualità

Sono un transessuale e voglio cambiare sesso

Di seguito viene descritto un possibile percorso, il cui iter raramente è uguale per tutti, dal momento che ognuno deve scegliere il suo.  Del resto, il percorso (detto di transizione), che permette ad un/a transessuale di cambiare il sesso biologico, è molto lungo e permette una riassegnazione chirurgica del sesso, è regolamentato in Italia dalla legge. 

L’iter di  transizione e’ il seguente:

  1. Il soggetto ‘sente’ un disagio legato al proprio genere e comincia a farsi tante domande.
  2. Decide di chiedere a professionisti al fine di ‘capire’ meglio il proprio disagio oppure di chiedere terapie ormonali  e chirurgiche. Inizia così un percorso psicologico. Tale percorso è fondamentale e non deve essere vissuto come un obbligo ma come una fase necessaria per conoscere meglio se stessi e tutto ciò a cui andrà incontro. Va visto come teraputico e diagnostico, con l’obiettivo di fare una giusta valutazione della propria realtà, ma anche di sostegno al percorso (che sarà lungo e difficile) cui si va incontro. Tale percorso accompagna il soggetto fino all’operazione chirurgica ma se necessario anche dopo.
  3. Dopo sei mesi, si valuta l’opportunità della terapia ormonale previa approvazione di un altro professionista: l’endocrinologo. Tale terapia è molto utile perché ha degli effetti sul soggetto, che possono fungere da ‘spinta’ per continuare oppure per interrompere il processo. Tale terapia, dopo la riconversione chirurgica, non smetterà più dal momento che dovrà quotidianamente fornire gli ormoni necessari.
  4. A questo punto il soggetto dovrebbe cominciare a vivere ‘come se fosse’ del sesso a cui desidera appartenere (assumendo comportamenti e abbigliamento congrui, etc). Questa fase darà un feedback in merito a ciò che accadrà, definitivamente, dopo l’operazione. Ovviamente il feedback ci dirà se continuare e smettere. 
  5. Iter legale. Dopo due anni (precedenti fasi), i professionisti scrivono una relazione utili alla richiesta da presentare al tribunale di residenza, l’unico in grado di dare l’autorizzazione all’intervento.  Dopo l’intervento e seguendo i dettami della legge 164/82 del  decreto  150/2011, art. 31, comma 4, sarà possibile, presentando sempre richiesta al tribunale di residenza, ottenere da questi l’autorizzazione alle necessarie variazioni anagrafiche a cui far seguire le rettifiche a tutti i documenti (patente, conti corrente, passaporto, etc).
  6. La Riconversione Chirurgica di Sesso (RCS) oppure, il Sex reassignment Surgery (SRS). Si entra in lista di attesa (dopo l’autorizzazione del giudice) in uno dei centri che effettuano questo tipo di intervento (che può durare qualche mese fino a qualche anno) in funzione del tipo di struttura (che può essere pubblica ma anche privata). 
    • L’iter chirurgicoCambiamento uomo vs donna
      • Mammoplastica additiva (protesi per il seno)
      • vaginoplastica (asportazione pene e testicoli e ricostruzione vagina)
      • riduzione pomo di Adamo
      • asportazione ultime due costole
      • eliminazione barba (laser)

      Cambiamento donna vs uomo

      • L’iter chirurgico è molto più complesso. Si inizia con una Adenectomia sottocutanea (riduzione volume mammario) a cui segue l’asportazione della ghiandola mammaria.
      • l’Istero–annessectomia ( asportazione utero e ovaie)
      • Falloplastica

      Il soggetto decide se fare tutto o in parte gli interventi di cui sopra

  7. Il reinserimento nell’ambito relazionale e sociale. Questa attività inizia prima (vedi punto 4), ma ovviamente si completa dopo la fase 6 e la conclusione della 5 ovvero la fase legale. Ora tutto è cambiato, non siamo più ciò che eravamo prima anche dal punto di vista legale. In questa fase si deve ‘confermare’ al mondo intero il proprio status.
  8. Incontri di verifica, da fare nel tempo con lo scopo di verificare l’inserimento sociale, gli aspetti psicologici e fisici, verificare l’efficacia delle terapie ormonali etc. Tali incontri dovrebbe avvenire, a regime, almeno una volta l’anno in assenza di problemi particolari.

Questa è una sintesi veloce i cui approfondimenti dei vari punti possono essere letti in altri articoli legati al presente. 

Che cos’è il transessualismo

Definizione  

transessualismoOgni essere umano ha una identità sessuale fisica che corrisponde alla stessa condizione psicologica. Esiste però una terza via, quella del transessualismo, che riguarda circa una persona su 30.000 – in Italia quindi intorno ai 2-3 mila persone (lo 0.005%  della popolazione mondiale). Gli appartenenti  a questa categoria si trovano nella condizione di avere una identità sessuale fisica che non è corrispondente alla condizione psicologica. In questo caso, dove c’è una differenza tra il genere fisico e quello mentale, ci troviamo in presenza di una persona transessuale.  

La disforia di genere (tormentarsi sulla congruità del proprio genere) evidenzia la presenza di un conflitto tra due entità ben precise: il genere e il sesso fisico.

Appartengo al genere maschile, ho gli organi genitali maschili, ma mi penso come una donna (e il contrario).

Il conflitto sta tra l’esterno (che evidenzia una specifica appartenenza di genere (maschio oppure femmina) e l’interno, ovvero la percezione psicologica che abbiamo di noi.

Ci troviamo quindi in due possibili situazioni:

  1. Esternamente siamo maschi ma internamente ci sentiamo femmine (MtF – male to female)
  2. L’opposto e quindi FtM

Bel pasticcio. Cosa ci si aspetta vedendo una donna? Che in quel corpo ci sia una donna e non un uomo. Bel pasticcio per chi osserva, un incubo per chi lo vive in prima persona che oltre a conviverci, deve anche farlo capire agli altri.trans

Questa specificazione si rende utile, dal momento che comunemente si pensa che questa realtà coinvolge solo un genere (maschio che vuol diventare femmina) ma non è vero, dal momento che investe entrambi i sessi e quindi si usano questi acronimi proprio per differenziare ed essere più specifici.

Quindi in modo chiaro e inequivocabile un soggetto transessuale è colui (o colei) che ‘sente’ di essere del genere opposto a quello in cui si è nati.

Per di più, non riesce a rimanere nella attuale condizione e sente il bisogno di adeguare le due realtà, cioè trasformare il proprio corpo in ossequio al genere cui ‘sente’ di appartenere.

La transessualità comprende in egual misura entrambi i sessi  ed è causata da una serie di ‘errori’ all’atto della gestazione, dovuto al rilascio (non previsto) di ormoni che giocherebbero un ruolo critico, ma ufficialmente la sua eziologia è ignota. Studi recenti però dimostrerebbero una sorta di predisposizione genetica dovuta ad un gene che codifica un enzima (citocromo P17) che ‘tratta’ il metabolismo degli ormoni sessuali, ma anche ad uno stress della madre durante la gravidanza (per questo alcuni sostengono che durante i conflitti bellici, nascano più persone transessuali – cosa difficile da dimostrare, quindi è solo uno spunto teorico). Sembra che non sia solo una prerogativa degli esseri umani  dal momento che accade anche al mondo animale. 

Genere e sesso

Il sesso attiene ad un aspetto fisico mentre il genere all’identità.  Nel cervello c’è la ‘sede’ dell’identità (che ci permette di dire: sono un uomo / una donna).  Il transessuale nasce con un sesso  (caratterizzato da un corredo cromosomico e una specifica conformazione genitale) ma prima o poi realizza di appartenere (identità) ad un genere diverso.  Questa consapevolezza giunge relativamente presto, addirittura in età prescolare.  Il conflitto o meglio l’agonia in cui vive il soggetto, va risolta al più presto. Questo conflitto non può essere ignorato per sempre e in alcuni casi viene vissuto come un fattore di vita o di morte.  Il transessuale viene letteralmente ‘massacrato’ da una serie di fattori interni (disgusto verso se stessi) ed esterni (bigottismo, bullismo, vergogna, esclusione, etc).  Solo il trattamento opportuno risolve il problema e tale percorso ha un indice di successo molto elevato per la medicina e da la possibilità di vivere una vita soddisfacente (che prima era fondamentalmente  vissuto come un incubo).

Differenze con travestitismo

Nel primo caso abbiamo un problema di identità, nel secondo di feticismo. Il primo vuole trasformare il proprio fisico, il secondo vuole solo soddisfare l’apparire come se fosse del sesso opposto  (tipicamente e primariamente di appannaggio del mondo maschile).  

Statisticamente, i transessuali sono più intelligenti (2 standard in più vs media nazionale; 1 vs gli omosessuali);  sono più creativi ed hanno una maggiore abilità artistica.

Omosessualità latente o repressa

Vorrei in questo articolo, affrontare un tema (raro), legato alle persone che soffrono del Disturbo Ossessivo Compulsivo o DOC ma che, ignari di questo disturbo, sono tormentati dai dubbi in merito alla propria scelta di genere.

Persone che, pur avendo avuto una vita sessuale esclusivamente etero, di punto in bianco, cominciano a pensare di essere omosessuali e quindi di aver avuto questo tipo di orientamento sempre latente; quando questi soggetti vengono attanagliati da questo tipo di dubbio, vengono da noi e ci chiedono: dottore, secondo lei, potrei essere un omosessuale latente?

Da quando gli uomini hanno cominciato a scrivere ciò che pensavano e a pensare in merito ai misteri della vita, c’è sempre stata la convinzione che accanto ad una ferma convinzione e comportamento eterosessuale, potesse anche celarsi anche un desiderio di natura omosessuale. Freud, ha cercato di dimostrare (riuscendoci?) che in tutti noi, è presente, in modo congenito, una certa dose di bisessualità. Dal che si deduce che coloro che hanno un orientamento palesemente etero, potrebbero, a volte, avere anche questo tipo di fantasie.

Nel caso del DOC, queste fantasie sono alimentate solo dal DOC e non da una reale latenza.

Omosessualità latente o repressa

Quanta confusione tra i due aspetti, che poi sono completamente diversi.

In un caso, l’orientamento è ben deciso ma viene represso, mentre nell’altro caso, agirebbe a livello inconscio e alcuni sintomi ne potrebbero, prima o poi, tradire la presenza.

Ecco che questa situazione può generare, in tutte quelle persone che tendono ad auto analizzarsi, a pensare di essere omosessuale (dal momento che ne percepiscono una possibile latenza), laddove invece, tali pensieri, poco hanno a che fare con le preferenze sessuali ma quasi sempre sono frutto di ossessioni pure.

Nessuno (uomo o donna) ne è immune. Può accadere ad entrambi quando ad esempio, per qualsivoglia motivo si ha un calo del desiderio sessuale, oppure ci si trova in estrema difficoltà ad eccitarsi anche laddove, in tempi non sospetti, la reazione era diversa da quella attuale (impotenza / frigidità). In questi casi, del resto abbastanza frequenti nella vita di ogni essere umano, si potrebbe ingenerare un pensiero del tipo:’Visto che non mi eccito più come una volta alla vista di una bella donna/un bell’uomo, forse sono diventato/a gay’.

Uno dei tanti possibili esempi

Prendiamo una persona con problemi ossessivo-compulsivo. Questa persona ha sempre avuto un orientamento etero, ma ecco che di punto in bianco comincia a riflettere sul fatto di avere un dubbio (o una paura) ovvero quella di avere, verso una persona del suo stesso sesso, fantasie sessuali. Inizialmente questa serie di pensieri generano un disorientamento, tanta paura e ovviamente un netto rifiuto. Tipico degli ossessivi compulsivi, comincia a rimuginare quasi continuamente. Non pensa ad altro. Comincia a interrogare amici e parenti, cerca insomma ogni forma di rassicurazione che per oggetto ha solo una cosa, solo una domanda, solo un dubbio: “ma non è che sono gay?” Il risultato di questo ‘rimugnare’ è sempre lo stesso: alimentare l’ossessione.

Ovviamente è solo ossessione, non c’è nulla di concreto.

Alcuni esempi di pensieri

Possibili domande:

Sono eccitato/a; quella persona mi piace (stesso sesso);

Ci sono poi altre domande o comportamenti che questi soggetti potrebbero mettere in atto per cercare di ‘capire’, laddove ovviamente non c’è assolutamente nulla da capire.

P.es.

Convincersi del proprio orientamento; riandare alle precedenti relazioni per assicurarsi del proprio orientamento; fare confronti con gli altri etero; rassicurarsi sul fatto di essere etero; evitare di guardare soggetti del proprio sesso; ripetersi di non essere omosessuale; farsi un piano mentale di come dovrebbe eventualmente dichiarare al mondo la propria omosessualità; analizzare il fallimento delle precedenti relazioni per convincersi che non sono finiti perché il partner poteva pensare a me come un gay; pensare a come lasciare l’attuale partner (considerando che non lo si desidera affatto); e così via.

In questo caso, come del resto in ogni contesto ossessivo, c’è una componente legata ai rituali e di seguito provo ad elencarne alcuni:

Camminare, parlare, interagire, avendo cura di essere assolutamente maschili (o femminili).

Lavarsi continuamente (come poteva mancare) se, anche per caso, si è entrati in contatto con persone dall’orientamento diverso dall’etero.

Scegliere film porno assolutamente etero (al fine di verificare e confermare che mi eccito solo per scene appropriate – ovvero non gay); chiedere ripetutamente agli altri se hanno mai pensato e/o trovato attraenti persone del proprio sesso; chiedere agli altri continue rassicurazioni in merito alla propria mascolinità/femminilità. Chiedere al proprio ex (fino allo sfinimento) spiegazioni in merito alla fine della propria relazione; iniziare storie in modo compulsivo (del tipo:prendo e lascio) per dimostrare a se stessi di essere interessati ed eccitati solo da persone del sesso opposto; etc.

Evitamenti

Al primo posto, ovviamente, evitare assolutamente gay, bisex, trans, lesbiche, etc.

Evitare le cose toccate da loro; il contatto fisico; restare soli, di fare conversazioni con persone dello stesso sesso; evitare i luoghi abitualmente frequentate da omosessuali; evitare attività non tipicamente affini al propri sesso; scegliere un abbigliamento ambiguo; musiche, film, etc attinenti a ciò che potrebbe aver a che fare con il mondo gay; evitare, evitare e poi ancora evitare tutto ciò che potrebbe, anche lontanamente evocare ciò di cui si teme.

Cura

Ma se invece di essere un Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), come sta sostenendo lei, dottore, fossi veramente gay?

Queste e infinite altre domande dello stesso tenore vengono affrontate con un terapeuta ad indirizzo analitico. Dietro queste ossessioni, c’è dell’altro. Le persone che soffrono di questa ossessione possono stare tranquille dal momento che nulla ha a che fare con l’orientamento sessuale e tutto ciò che si vorrebbe conoscere è destinato al fallimento perché, al momento nessuno sa con precisione cosa determina l’orientamento sessuale.

Il timore di essere omosessuale funziona esattamente come tutte le altre sintomatologie legate al DOC.

Un percorso psicoterapeutico aiuta chi soffre di questo disagio a ‘riprendersi la vita’.

Sono lesbica – come dirlo ai miei genitori

coming out lesbicheSono lesbica – come dirlo ai miei genitori

L’orientamento sessuale, somiglia più ad un sistema quantistico (M e F) e non ad uno binario (M o F) con l’aggiunta di tante altre sfumature che si hanno prima di capire, anche se la completa comprensione potrebbe non arrivare mai.

Ecco che allora, accettare e individuare quali sono le tue preferenze potrebbe somigliare ad un lungo viaggio … interiore. Durante questo viaggio, non stupirti se a volte ti senti confusa. Datti tutto il tempo per comprendere la tua vera natura, ascolta il tuo corpo, esplora i tuoi sentimenti e le tue tendenze e infine, accetta il risultato del tuo viaggio. 

Sono lesbica – riconoscimento

La fase di riconoscimento (o “fase dello specchio” teorizzata da J. J. Lacan relativamente al bambino di 6/18 mesi quando davanti allo specchio guardando la propria immagine riflessa, prende per la prima volta coscienza di sè) è quella in cui una ragazza diventa consapevole del proprio orientamento sessuale cioè di essere lesbica. Può accadere che trovandosi davanti alla propria immagine, “riflessa” da un’altra donna, la ragazza si trovi a pensare: “mi piacciono le donne!”. E’ questo il momento importantissimo del coming out interiore, presupposto del successivo coming out socializzato.co lesbiche

A livello individuale, la donna lesbica in questa prima e complessa fase, vive un profondo conflitto, sintetizzabile nella domanda che si pone: “ lo dico o non lo dico agli altri?” E soprattutto: “Lo dico o non lo dico ai miei genitori?”, accompagnata da senso di incertezza ed interrogativi tipo: “ Se glielo dico come reagiranno?”. Non è la sola domanda generata dal riconoscimento di essere lesbica, infatti la ragazza si chiede anche come comunicarlo, quando farlo e quali saranno le conseguenze nel contesto familiare. La ragazza prova incertezza su chi dovranno essere le prime persone a cui dirlo, così ad es. si potrebbe chiedere se dirlo prima ad un’amica fidata e farsi poi aiutare da lei nel grande momento del coming out con i propri genitori. La fase di attesa è problematica e carica di ansia, spesso più di ciò che accade dopo che l’avremo detto agli altri per noi importanti: genitori, amici, colleghi, dopo che avremo fatto cioè coming out.

co lesbicaSono lesbica – Coming out

Il coming out è il momento in cui si rivela agli altri la propria omosessualità. E’ un momento di autosvelamento, molto importante che si può meglio comprendere pensando all’etimologia di questo termine che nella sua definizione completa è “coming out the closet”, là dove closet sta ad indicare un “ripostiglio” o armadio, un posto cioè molto privato dove si ripongono e conservano cose personali che pur in uso, non si vuole però siano, nell’immediato, visibili ad altri. Rivelare la propria omosessualità, come si comprende, non è facile. Non soltanto differentemente da quanto avveniva nell’antichità, l’omosessualità sia maschile che femminile, attualmente è oggetto di maggiori stereotipi e pregiudizi, ma ciò è doppiamente vero per le donne, se lesbiche, spesso considerate meno femminili (sminuite nella loro femminilità, nel loro essere donne) e addirittura incapaci, a causa del loro orientamento sessuale, di diventare madri, cosa assolutamente non vera. Infatti alcuni pregiudizi e fantasie popolari, con non poca confusione e spunti mitologici, vogliono le donne lesbiche dotate di un apparato genitale diverso, incompleto; tutte troppo mascoline, aggressive e virili, che nutrono sempre sentimenti negativi verso uomini e bambini. Anche se può esserci qualche ragazza e donna lesbica così, non lo sono certamente tutte. Ci sono ragazze e donne lesbiche che sono ottime madri e che hanno rapporti molto amichevoli con gli uomini. co due lesbicheNon vi è una precisa corrispondenza tra il momento della consapevolezza e quello del coming out. Per superare le nostre titubanze e valutare come le nostre reazioni sono influenzate positivamente e negativamente dalle reazioni degli altri, prima di affrontare il coming out ufficiale con i nostri genitori, oltre che per contare su un sostegno, quando sentiremo di averne più bisogno, è consigliabile farlo prima con un’amica o amico, una persona a cui ci sentiamo legate, di cui ci fidiamo e che pensiamo possa capirci. Sarà così più facile superare il primo scoglio, quello della comunicazione stessa, e vedremo che dopo averlo fatto, ci sentiremo leggere e oneste con noi stesse e con gli altri e ciò ci incoraggerà a proseguire su questa strada. Anche se non saremo subito accettate da tutti, saremo sempre più noi stesse e questa onestà nei sentimenti ed intellettuale, ci renderà più forti e libere, in grado di provare di nuovo a far capire come siamo quando ce la sentiremo. Quando abbiamo paura e vorremmo arretrare per questo dalla nostra decisione, pensiamo che non è un caso se, nonostante tutti i dubbi ed i lunghi travagli dell’animo e la grande paura di essere disapprovati, moltissime donne ed uomini omosessuali, decidono di dichiarare in modo aperto, il proprio orientamento sessuale ai genitori. Ciò permette di far crescere il nostro rapporto con loro, stabilendo una relazione più intima e consente anche di dimostrare in modo chiaro ed  evidente alla nostra campagna, di quanto teniamo a lei e alla solidità dell’unione che abbiamo stabilito.

Fare coming out avrà come conseguenza positiva, quella di poter finalmente vivere in modo aperto, senza più dover nascondere la propria vita sessuale e sentimentale e questo da impulso alla nostra crescita psicologica, all’aumento della stima di sé, legata anche ad una maggiore egosintonia del vissuto omosessuale e capacità di identificare sempre meglio i nostri desideri, che si chiariranno infatti in modo più lucido, contribuendo alla strutturazione di una identità più solida e capace di autoidentificarsi per ciò che è, con un progressivo potenziamento della capacità di confrontarsi con gli altri. dirlo agli altri

Dobbiamo inoltre considerare che il coming out è un processo continuo e mai concluso, perché l’instaurarsi di ogni nuovo rapporto amicale ed affettivo o di altro tipo, per noi significativo, ci mette davanti al bisogno, necessità e desiderio di rivelare o meno il nostro orientamento sessuale. Può accadere che con alcune persone si decida di esser aperti sul nostro orientamento sessuale, mentre con altre decidiamo di tenerlo nascosto; è una nostra scelta ed un nostro diritto.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Ragazze e donne lesbiche

lesbo simboloRagazze e donne lesbiche attraversano diverse fasi durante il riconoscimento, l’accettazione e la comunicazione del proprio orientamento sessuale. Spesso tutto inizia, per una ragazza, da un sentimento di attrazione per una amica, una compagna di scuola, di università oppure verso una collega di lavoro che, con la sua sola presenza o all’idea di incontrarla, suscita particolare emozione: sentiamo il cuore che batte più forte, il desiderio di starle più vicino, un inaspettato brivido che ci percorre quando le sfioriamo la mano o il volto. Poi notiamo che ci piace come lei si veste, il suo nuovo taglio di capelli ci sembra la renda più attraente così come il suo trucco. “E’ il nostro modello ideale ” iniziamo a pensare, sicuramente ci piacerebbe essere come lei, niente di ciò che fa e che cambia nel suo look, nel suo modo di muoversi, ci sfugge. Ci piacerebbe imitarla ma soprattutto, la verità è che ci piacerebbe avvicinarci di più a lei. Lei ci piace, lo abbiamo notato. Poi accade qualcosa dentro di noi che ci stupisce: desideriamo baciarla! Desideriamo andare oltresono lesbica Il desiderio di sfiorare le sue labbra con le nostre è sempre più forte, dobbiamo ammetterlo! Vorremmo stringerla a noi, abbracciarla, e poi… in una parola, vorremmo averla “tutta per noi!”, perché se qualcun altro la guarda, la tocca, noi siamo gelose, ce ne siamo accorte. E’ un momento particolare ed un po’ strano, siamo sorprese ma un po’ ce lo aspettavamo, l’emozione è profonda: quel qualcosa che sta avvenendo dentro di noi ci sorprende e ci incuriosisce ma un po’ ci spaventa. Ce lo chiediamo: “ Sono lesbica?”

lesbicheE’ un momento critico ed anche se lo sentiamo, vorremmo inizialmente negarlo e pensare che ci stiamo sbagliando, soprattutto se la nostra educazione è stata rigida e se il contesto sociale in cui viviamo non accetta l’omosessualità come una normale variante del comportamento umano, ma la considera qualcosa di diverso, di anomalo. Da nascondere. La nostra è una società omofobica e spesso durante la crescita, interiorizziamo l’omofobia, per cui la prima spinta contraria a ciò che sentiamo di essere in un primo momento, potrà indubbiamente venire da noi stesse attraverso dubbi, confusione, desiderio di scappare e negazione, magari buttandoci in rapporti etero per dimostrare a noi stesse il contrario. La lotta inizialmente non è semplice perché l’omofobia interiorizzata ci può portare a sentire di valere meno (svalutazione di sé) riconoscendo di essere lesbiche. Il tentativo di negare la propria identità sessuale, legata anche alla paura di essere rifiutate/i, può portare a condotte autolesive o di abuso con un utilizzo inappropriato di sostanze psicotrope (psicofarmaci ma anche alcol e droghe) oppure a consultare coattivamente più professionisti con la speranza che essi ci tolgano i dubbi e rafforzino in noi l’orientamento eterosessuale. Ciò può anche accadere, ma con la conseguenza di vivere poi con una alienazione sempre maggiore della nostra vera identità, che ci può portare a rafforzare la nostra tendenza a negare ciò che sentiamo, a razionalizzarlo con una limitazione sempre maggiore della nostra consapevolezza.cartone lesbiche

Quando una ragazza lesbica si rende conto che è attratta sia sentimentalmente che sessualmente dalle donne e che è con loro che desidera e sogna rapporti romantici, la prima fase di un lungo processo che dovrà attraversare e che la porterà a diventare pienamente se stessa e a farsi accettare per ciò che è, è quella del riconoscimento di essere lesbica. Se la ragazza si sentisse più sorpresa perché ha o ha avuto già un ragazzo, invece di entrare in confusione o peggio nel panico, le consiglio di pensare alla possibilità di essere semplicemente bisessuale. Accade, non è neppure poi così raro.

ho scoperto di essere lesbicaNon esiste un’età specifica in cui ci si può accorgere che ci piacciono le donne . può accadere a 15, 16 anni così come a 18 o a 25 ma anche a 30 o 40. Non solo quindi quando si iniziano a fare le prime scoperte ed a stabilire i primi rapporti affettivi al di fuori della famiglia di origine, ma anche quando si è già avuta una vita affettiva e sessuale consolidata con gli uomini e perfino nel pieno di una vita matrimoniale, anche dopo che si sono avuti dei figli. In questi casi, così come se ti piacciono molto anche i ragazzi, è più probabile che tu non sia lesbica ma piuttosto bisessuale.lesbica

Le emozioni e le sensazioni che ti pervadono in questi momenti sono sicuramente tante e vanno dalla confusione al senso di colpa, dallo sconforto al rifiuto, alla depressione fino al desiderio e tendenza ad isolarti, cosa assolutamente sconsigliata. Anche se ti senti sola, ci sono moltissime donne che hanno già provato quello che tu provi ora, altre che lo stanno provando ora e moltissime che hanno superato questi momenti di inquietudine e difficoltà in modo brillante. Se non si ha nessuno con cui confidarsi o anche se lo si ha, ma non si riesce a capire bene se stesse o ad accettarsi, si possono fare due cose: andare in qualche locale per gay e lesbiche e confrontarsi con altre persone che hanno già fatto il tuo percorso e chiedere un aiuto psicologico. Ci si può anche iscrivere a qualche forum apposito, che tratti questa tematica e dove si potranno scambiare idee, opinioni e sostegno.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Cosa determina l’orientamento sessuale umano

Cosa determina l’orientamento sessuale umano

In Uganda, il presidente Yoweri Museveni ha stabilito che l’omosessualità è un reato (stabilendo pene che arrivano fino all’ergastolo), almeno fino a che la scienza non dimostri che l’orientamento sessuale è prestabilito anche prima della nascita.omofobia in africa

In risposta a queste evidenti provocazioni, un professore di psicologia della Northwestern University di Evanston (Illinois), J. Michael Bailey, ha fatto una serie di dichiarazioni (Anti-gay Uganda claims sexual orientation is a choice) pubblicate dal New Scientist e che hanno come oggetto il tema legato alla omosessualità dal punto di vista scientifico.

Secondo il professor Bailey, l’orientamento non può essere scelto anche se al momento la scienza ignora cosa lo determina. Il filosofo Arthur Schopenhauer, circa 200 anni fa sosteneva che possiamo scegliere come comportarci ma non i nostri desideri (“A man can indeed do what he wants, but he cannot want what he wants.“). Inoltre, la presunta contagiosità dell’omosessualità viene vigorosamente esclusa dal momento che le testimonianze degli omosessuali dichiarano di aver avuto quei desideri molto tempo prima di aver avuto qualsiasi rapporto sessuale.

Quindi la domanda se l’orientamento (omo, etero o bsx) nasce con noi oppure lo scegliamo in seguito rimane senza risposta anche perché, nel tempo, può cambiare in ognuna di queste tre diverse tipologie. Inoltre la scienza ha ‘solo’ evidenziato che gli aspetti in gioco sono molteplici e i nostri desideri sono alimentati da una non facilmente quantificabile mistura di fattori genetici e ambientali.

In merito a questi aspetti (genetici e ambientali), Bailey sostiene che i dati non sono né chiari né esaustivi. I fratelli omozigoti ad esempio, sembrerebbero avere un orientamento più simile degli altri fratelli (in questo ci potrebbe essere una base genetica) anche se, in una sua ricerca ha evidenziato che se di due gemelli identici uno è omosessuale, l’altro invece è etero. Quindi la genetica non ha nessun ruolo mentre potrebbe averla quella ambientale.

In merito al cambiamento dell’orientamento, anche il famoso rapporto Kinsey, sin dal 1948 sosteneva che non è necessariamente una condizione scolpita nella pietra, lasciando intendere (sulla base delle proprie indagini) che nulla è immutabile con particolare alle donne che, rispetto all’uomo, sarebbero meno rigide in merito alla possibilità del cambiamento.

Una sintesi delle varie ricerche evidenzierebbero quanto segue:

a) L’orientamento può cambiare e questa instabilità appartiene sia agli etero che agli omosessuali.

b) Se non ci fossero pressioni vs la scelta etero (come avviene ad esempio in Uganda) sarebbe molto probabile che più persone si sentirebbero libere di vivere e quindi di esprimere un orientamento diverso, quindi solo la paura di eventuali ritorsioni giocherebbe un ruolo limitante.

c) L’orientamento è il frutto di un equilibrio non ben definito tra biologia, genetica, ambiente e cultura. Non è determinato biologicamente ma è solo una preferenza che nella maggioranza dei casi è etero.

d) Come dicevamo sopra le donne sono più flessibili in merito all’orientamento. Molti studi, in particolare quelli della d.ssa Meredith Chivers (del Center for Addiction and Mental Health dell’Università di Toronto – http://www.queensu.ca/psychology/sage/Home.html) evidenzierebbero che la donna ha una maggiore predisposizione alla bisessualità rispetto agli uomini. Nelle donne quindi l’orientamento è più flessibile, mentre negli uomini la scelta viene vissuta come immutabile e in alcuni casi innata.

e) E’ stato smentito (dalla scienza) che si nasca con un orientamento sessuale e tuttavia questa convinzione errata sta alla base delle società e dei soggetti omofobi.

f) Poiché fino ad ora nessun genetista ha trovato il gene dell’omosessualità non si può prescindere dal fatto che sia omo che etero appartengono alla stessa categoria. Tutti gli schemi che vorrebbero distinguere le persone in omo, etero o bsx sono fuorvianti e non più adeguate. La realtà che li descrive è molto più complessa di quanto sembrerebbe. Tuttavia una recente ricerca sui geni condotta da Bailey (http://www.independent.co.uk/news/world/americas/male-homosexuality-influenced-by-genes-us-study-finds-9127683.html) e da un suo collega Alan Sanders della North Shore University Health System (Illinois) evidenzierebbe che nel 30% di circa 400 fratelli gay si evidenzierebbe un’anomalia genetica del cromosoma X, precisamente dell’ Xq28, che passerebbe dalla madre al figlio condizionando così l’orientamento sessuale futuro (Scientists found that a region of the X chromosome Xq28 had an impact on male sexuality, as did a stretch of DNA on chromosome 8).

g) L’American Psychological Association sostiene che l’orientamento sessuale non può essere modificato a comando. Quindi, ad esempio non c’è una psicoterapia o una religione in grado di operare eventuali ‘aggiustamenti’. La ‘terapia riparativa’, ad esempio quella dello psicoterapeuta statunitense dottor Joseph Nicolosi, sembrerebbe non aver raggiunto nessun risultato apprezzabile ed è vietata dall’Ordine degli Psicologi Italiani. Tuttavia esiste un altro il termine dove «riparativo» vuol dire altro dal momento che non c’è una malattia da ‘riparare’. La parola nasce nel linguaggio psicanalitico, e descrive ‘solo’ quelle situazioni ove l’omosessuale non si ritrova in questa identità sessuale e non desidera questo orientamento e chiede un approfondimento per uscire dalla situazione di incertezza in cui sente di vivere. L’ omosessualità quindi, non è una malattia e sembrerebbe (da una recente ricerca) che un buon 20% di psicologi ancora non lo sanno dal momento che nelle interviste avrebbero sostenuto che sarebbero in grado di riparare il disagio.

h) Nessuna ricerca scientifica ha mai dimostrato che l’orientamento possa essere il frutto o il risultato di traumi infantili, deficit, abusi o rapporti difficili con i propri genitori o con una madre ‘castrante’. Eventuali traumi sessuali possono semmai avere riflessi sulla vita sessuale, indipendentemente dall’orientamento preso. Fino a 40anni fa, nel DSM, l’omosessualità era vista come una forma di devianza sessuale eppure nessuna ha mai dimostrato una correlazione con la psicopatologia. Dal 1990, l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha definito l’omosessualità come una variante e l’ha definitivamente eliminata dall’elenco delle malattie mentali.

Conclusioni

Dagli studi e ricerche riportate si evincerebbe che l’orientamento sessuale non si sceglie ma al massimo può solo essere modificato. Però potrebbe essere scoraggiato come accade in Uganda oppure dai comportamenti omofobi. Tuttavia al momento non vi è nessuna prova reale, concreta, che dimostra che l’orientamento preso possa essere stabilito a prescindere. Cambiare i ragazzi in ragazze (attraverso la chirurgia alla nascita ad esempio – pare che per ragioni mediche sia stato necessario fare anche questa cosa – The New England Journal of Medicine – http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa022236) non ha cambiato il loro orientamento sessuale.

Sono gay: come dirlo ai miei genitori

sono gay, come dirloOuting, coming out, insomma, come lo dico a mamma e papà che sono omosessuale?

Si usa outing quando si è costretti, coming out quando non c’è nessuna costrizione e volontariamente di dichiara la propria omosessualità. In Italia si tende ad usare outing con entrambi i significati.

Quindi Outing viene usato quando si rende pubblico e senza permesso l’identità sessuale o l’orientamento di altri (praticata prevalentemente verso persone famose); oggi, anche grazie ai social network, questa pratica viene estesa anche a persone comuni e le cronache recenti ne hanno tristemente confermato gli effetti tragici.

A molti uomini risulta difficile fare outing (o coming out), cioè svelare la propria omosessualità ai propri genitori.sono gay

Anche se oggi, grazie anche ai media, all’omosessualità viene prestata molta più attenzione, la comunicazione con i genitori non è diventata una pratica comune e molti ragazzi continuano a celare la loro reale natura. Non c’è nulla di male ad essere discreti ma spesso, il fatto di dover nascondere la propria omosessualità alla famiglia, rappresenta un pensiero che genera profondo disagio e a volte anche senso di colpa.

Ma è proprio necessario dirlo ai propri genitori, insomma fare outing?

In un mio articolo precedente ho suggerito ai genitori come comportarsi, e qui cercherò di fare altrettanto sull’altro fronte.

I genitori aspettano che sia tu a trovare le parole per dirlo anche se potrebbero averlo compreso. Mai come in questo caso è difficile dare il suggerimento giusto perché ognuno di noi può declinarlo a modo suo. Ad esempio, c’è chi pretende che lo faccia il genitore e chi, al contrario, ne sarebbe turbato. La soluzione spesso si trova lungo la retta che divide questi due poli. Quindi entrambi, genitori e figli dovrebbero, basandosi sulle reciproche conoscenze, trovare un punto di intesa per ‘gestire’ questo aspetto seguendo il principio della armonia.

coppia gayA parte questa breve dissertazione basata sul buon senso, torniamo alla domanda originaria: è giusto fare outing?

E’ difficile pensare che mamma e papà (o almeno uno dei due) non abbia intuito proprio nulla. E’ anche vero che molti genitori non accettano di buon grado che il proprio figlio abbia operato la scelta omosessuale (nonostante oggi se ne parli tantissimo) e quindi preferiscono far finta di nulla. Quindi in questo caso, ciò se pensate che mamma o papà potrebbe reagire male considera che:

  • potrebbe essere solo una tua percezione (magari errata)
  • l’eventuale rifiuto potrebbe durare solo 3 giorni per poi trasformarsi in accettazione
  • non comunicarlo, genera comunque stress (è un segreto che ti logora)

quindi, fate le tue valutazioni, pensa in maniera oggettiva e non soggettiva (sei diverso da mamma e papà), poniti le priorità necessarie. Valuta quale può essere la scelta migliore affinchè l’armonia famigliare si mantenga serena. In quell’armonia, in quella serenità però mettitici pure tu. Se non dirlo ti genera ansia insostenibile potrebbe essere più utile fare outing; in caso contrario, cioè se non ti da nessun problema interiore lascia stare e viviti la tua vita in modo sereno. La spontaneità spesso non paga e spesso non garantisce la serenità.come dico ai miei genitori che sono gay

Da quando ci si scopre ‘diversi’ si indossa una maschera .  Sentirsi attratti da persone dello stesso sesso è un qualcosa che è più forte di noi, ma questa diversità, poiché non è sbagliata, dovrebbe renderci più forti e farci capire che con il tempo, amici, colleghi e genitori potrebbero capirlo anche da soli. Tutte queste considerazioni dovrebbero farci riflettere sul fatto che chi soffre di più siamo noi e gettare la maschera è un modo per portarsi rispetto.

Eccoci allora al dilemma dell’outing si oppure no.

Riflettiamo sul fatto che i nostri genitori ci hanno visto nascere e ci hanno visto crescere, sempre sotto la loro guida amorevole. Anche se il tempo è passato, noi siamo diventati grandi e loro magari sono un po’ invecchiati; loro, i genitori, vedono  sempre la stessa cosa: un figlio che prima era piccolo ed ora è cresciuto. Insomma, i genitori vedono sempre il loro bambino. Mentire sulla propria identità può anche incrinare la vostra relazione. I genitori potrebbero non accettare la situazione all’inizio ma se la situazione persiste potrebbero risentirsi per la mancanza di fiducia che il nostro silenzio tradisce. Allora, nel caso in cui si decide di fare outing, dovremmo trovare il momento migliore.

dirlo alla mammaIl momento migliore

Il momento migliore parte da te. Premettendo che l’omosessualità non è una malattia,  ma una delle naturali possibili condizioni con cui viene vissuta la propria sessualità, non devi sentirti in colpa ne percepirti come sbagliato. Ecco perché parte da te. Tu, come ti senti? Se vivi la tua condizione con la serenità che meriti sarà molto più facile trasmetterla agli altri, in particolare a chi ti vuole bene. Se stai in questo stato, prova a parlarne con un amico. Cerca tra i tuoi amici chi ha la giusta e necessaria sensibilità, colui della quale ti fidi di più. Fai attenzione però, un errore nella scelta potrebbe allontanarti dal nostro obiettivo. Con questo primo outing, la tua ansia si attenua e sei pronto ad affrontare i genitori. Ma, anche qui, potrebbe essere utile iniziare a fare outing con uno solo di loro, quello che a tuo avviso è più incline alla comprensione. Quando, dopo il necessario tempo, che hai lasciato al genitore scelto per accettare questa nuova situazione, pianifica il  passe definitivo: dirlo all’altro genitore. Ora però hai un alleato con la quale potrà essere più facile.

Per concludere, visto che come abbiamo detto l’omosessualità non è una malattia e i tuoi genitori ti vogliono sicuramente bene, dichiarare la tua natura può spaventare, ma alla fine, ragionandoci, che mai potrà accadere? Borbotteranno per un po’ di tempo e poi ti accetteranno. Anche se ciò non dovesse accadere, sarebbe solo un problema loro; tu, avendo svelato, ti sei  tolto un peso e sicuramente vivrai più sereno.

Ma il tempo è galantuomo.

Ho un figlio gay – cosa fare

genitori di figli gayHai scoperto o sospetti che tuo figlio è gay o tua figlia è lesbica e non sai cosa fare?

E’ un problema che forse ha anche lui e uscirne può essere imbarazzante, proviamo a fare un pò di chiarezza.

Per prima cosa è importante rendersi conto che: si può fare poco, ma si possono commettere tanti errori, anche madornali. Attenzione però all’immobilismo, si tratta dei vostri figli e qualunque sia la vostra opinione in merito alla omosessualità, è bene che sappiate che il vostro ruolo è quello del genitore e vostro figlio ne ha bisogno. L’omosessualità di vostro figlio (presunta o reale) segna una svolta nella vostra relazione.

 Vorrei innanzitutto anteporre al discorso alcuni riferimenti sulla sessualità e sulla privacy.

un figlio rimane sempre un figlio e in lui non è cambiato nulla!

Un ragazzo dai 12-14 anni in su comincia, dopo lo sviluppho scoperto che mio figlio è gayo, ad avere una propria vita sessuale, non può che iniziare con l’autoerotismo e, viste le possibilità della rete quasi sicuramente farà ricorso a tutto ciò che si trova online. In questa fase, l’esigenza più forte è sicuramente quella della privacy. In questi momenti, è tutto dedito alla scoperta della sessualità e quindi alla ricerca di risposte che però non lo mettano in difficoltà. E’ assolutamente necessario che i genitori non siano invadenti e non entrino a gamba tesa negli spazi (sia fisici che mentali) del ragazzo. Pensate che trauma se la mamma o il papà dovessero scoprirlo mentre si masturba o peggio ancora fargli capire che …. sanno. Durante questi momenti critici, durante queste prime esperienze di questo mondo per lui nuovissimo, l’invadenza genitoriale è quanto di più dannoso potrebbe esserci. L’intervento va fatto solo su richiesta e con molta discrezione e sicuramente il ruolo del padre è più incisivo dal momento che le mamme conoscono meno lo sviluppo psicosessuale dei maschi perchè non lo hanno vissuto in prima persona come invece è accaduto al papà. Poi, per un ragazzo, parlare di queste cose con la mamma è sicuramente molto più imbarazzante. Il padre poi, se coinvolto direttamente o indirettamente dal figlio sul tema della sessualità deve sempre riferirsi a se stesso e alla propria esperienza e mai fare accenno a quella del figlio. La parola d’ordine deve essere: leggerezza.

L’insegnamento del Magistero è esplicito: «La Chiesa rifiuta di considerare la persona puramente come un eterosessuale o un omosessuale e sottolinea che ognuno ha la stessa identità fondamentale: essere creatura e, per grazia, figlio di Dio, erede della vita eterna» (Congregazione per la dottrina della fede, Cura pastorale delle persone omosessuali, 16).

mio figlio è gaySe invece il figlio desidera parlare di questi temi con la madre, questa deve solo ‘ascoltare’, mai indagare, evitando ansie  e se non si sa come rispondere, l’atteggiamento migliore deve essere quello che assicura la maggiore naturalezza. La cosa più importante è alleviare lo stato di disagio e non cercare di sapere come stanno veramente le cose. Insomma, rispettiamo la sua privacy. Una presenza costante e affettuosa è tutto quello che aiuta il ragazzo a superare questo momento di crescita. Mentre l’invadenza e il voler sapere a tutti i costi, può allontanare, forse definitivamente il ragazzo.

Ho scoperto che è gay: cosa devo fare?

Quando ci sono certezze o dubbi in merito all’orientamento   alla scelta della propria identità sessuale la prima cosa che un genitore dovrebbe fare è chiedersi qual è la nostra opinione. Prima di poter intervenire (se è il caso) è bene che ogni genitore si interroghi su questo tema. Il Papa ha detto che gli omosessuali rappresentano ‘…una sfida educativa inedita e difficile’. Quindi è una sfida a cui possiamo rispondere solo se comprendiamo bene qual è il nostro punto di vista.

Insomma, siamo genitori che rispettano realmente il figlio gay oppure fingono soltanto?manifestazioni gay

Qualora il genitore dovesse decidere di farsi aiutare da uno psicologo (il ragazzo potrebbe essere confuso e potrebbe avere bisogno di comprendere la vera natura del suo disagio), questi deve sapere che, in caso di minore, tutto deve essere fatto nel suo interesse e quindi:

  • ciò che avviene in seduta è riservato
  • nulla verrà comunicato al genitore
  • eventuali comunicazione avvengono sempre in presenza del figlio e solo se questi acconsente
  • ciò che lo psicologo comunica è e sarà solo ciò che il ragazzo desidera venga comunicato

 famiglia gayInsomma, la privacy deve essere protetta a tutti i costi. Il ragazzo deve assolutamente fidarsi del professionista altrimenti sarebbe inutile, forse dannoso, sicuramente controproducente.

Concludo questo punto con il dire che gli eventuali dubbi che un genitore può avere vanno tenuti per se e non andrebbero comunicati all’altro genitore soprattutto se separati. Sarà sempre e solo il figlio che deciderà come, se  e a chi comunicare la cosa.

L’unica cosa che un genitore può fare, anzi deve fare, è far comprendere i principi che salvaguardano la propria salute. Tali principi vanno comunicati in modo competente e non paternalistico e le informazioni fornite devono essere precise e scientificamente esatte.

l’omosessualità non è una scelta, così come l’eterosessualità, ma un semplice orientamento

e… non è “più grave”, è esattamente identico

Alcuni studi sostengono che solo il 3-4% dei ragazzi fanno coming out (cioè si dichiarano esplicitamente) con i genitori.

Vediamo ora alcuni suggerimenti so cosa fare o non fare e perché.raduni gay

 Evitate di vergognarvi dell’omosessualità di vostro figlio, perché non aiuta nessuno. Non torturatevi per eventuali colpe che non avete. La scelta di genere è soggetta a variabili psicologici, fisiologici e sociali e tutto quello che avete fatto, lo avete fatto nella convinzione di fare la cosa migliore. La sessualità o meglio il fare sesso dovrebbe essere intrapresa quando se ne ha la piena consapevolezza e non quando si è giovanissimi (esattamente come dovrebbero fare i figli maschi e femmine ad orientamento etero). Se dissentite dalle sue scelte non è necessario ripeterlo più di una o due volte perchè altrimenti potrebbe essere interpretato come un attacco, con il rischio di una sua chiusura. A tutti i costi è bene mantenere la relazione, non interromperla. Non bisogna emarginarlo per evitare che anche lui non faccia altrettanto magari ghettizzandosi in comunità che potrebbero estremizzare il loro stato, allontanandosi così dal mondo e dalla sua ‘normalita’. Non lo rimproverate per le sue scelte perché non ne ha nessuna colpa. I sentimenti che prova, non li ha scelti, sono venuti involontariamente. Se amate vostro figlio, dimostratelo sempre. La sua omosessualità è solo uno degli aspetti della sua personalità non l’elemento fondante.

Quanto sopra sicuramente non esaurisce l’argomento ma sicuramente aiuta a fare meno errori

Il complesso edipico

Il complesso edipico

Il bambino, alla nascita, viene seguito prevalentemente dalla madre (figura di attaccamento) e da figure secondarie (zie, nonne, padre, etc). L’Io del bambino fino ai tre anni di età (circa) è totalmente identificato con quello della madre. I genitori e in particolare la figura di attaccamento primario, rappresentano il mondo del bimbo. Dopo i due, tre anni  il bambino comincia a differenziarsi, scoprendo presto di non essere l’unico oggetto d’amore perché appunto, la madre lo divide con il papà. Quindi verso quella età e durante la fase fallica (il bambino, alla scoperta del proprio corpo, realizza che il pene caratterizza l’intimità dei suoi genitori, dalla quale lui però è escluso), si instaura il complesso d’Edipo per i maschietti (e quello di Elettra per le femmine). Tale complesso spinge il bambino  ad essere attratto da sua madre e ad essere ostile nei confronti del padre.

Il complesso d’Edipo (termine coniato da Freud), prende il nome dall’Edipo Re di Sofocle: Edipo viene abbandonato dal padre alla nascita;  da adulto Edipo uccide il padre (ignorandolo) e sposa sua madre. Per le bambine, si utilizza anche l’espressione “complesso di Elettra”,  coniato da Jung, dal nome della figlia che uccise la madre, Clitemnestra, per vendicare l’uccisione di suo padre Agamennone.

Freud lo indica come una tappa fondamentale nello sviluppo sessuale e nel processo di identificazione sessuale del bambino.

Verso i 2, 3 anni  il bambino richiede alla madre maggiori attenzioni, più coccole e tenerezze e con opere di seduzione tenta di intromettersi tra i due genitori (quanti bimbi dormono nel lettone?). Questa operazione ovviamente fallisce  (ahimè non sempre) e il bambino potrebbe reagire con attacchi di collera, che ovviamente vengono neutralizzati o puniti. Questa reazione porta il bimbo a pensare che  la punizione inflitta dal padre sia giusta e per questa ragione, secondo Freud  si instaura in questa fase il complesso di castrazione.

Per le bambine, invece il percorso che Freud le assegna  è piuttosto differente:  poiché il padre possiede un organo genitale differente, il disinvestimento affettivo verso la madre è  motivato da un’invidia latente per quel qualcosa che il padre ha e la mamma no e che sarebbe (inconsciamente) la fonte immediata di gratificazione. L’invidia del pene sarebbe quindi l’aspetto caratteristico del complesso edipico (complesso di Elettra) della bambina.

L’Edipo Re di Sofocle, ovviamente ha nel tempo avuto infinite interpretazioni: ad esempio Aristotele, nella “Poetica“, scrive che il genere tragico si basa su due componenti:  l’agnizione  che consiste nell’improvviso ed inaspettato riconoscimento dell’identità di un personaggio e la peripezia, cioè il capovolgimento improvviso dei fatti, un colpo di scena che sconvolge l’animo di uno o più protagonisti.

Ai nostri fini ci rifacciamo alla  interpretazione (contestatissima) di Freud  di cui sopra abbiamo dato una breve sintesi.

Della interpretazione psicoanalitica però non si deve trarre la conclusione che tale complesso sia un problema, dal momento che rappresenta una tappa fondamentale di ogni essere vivente (e la tragedia di Sofocle, alla stregua di qualsiasi mito, ne evidenzia i tratti universali). Ogni genitore, alle prese con questo tema tipico (archetipico perché dell’umanità)  spiegherà al bambino che vuole ‘sposare’ la madre (o il padre) troverà, da adulto un’altra persona con la quale potrà fare ciò che fanno i genitori.

L’eventuale aggressività del fanciullo verso un genitore va gestita e veicolata nel modo opportuno dal genitore stesso mentre l’altro genitore non dovrà far altro che enfatizzare ed esaltarne le virtù. In tal modo il fanciullo si identificherà con il padre e andrà alla ricerca una fanciulla con le caratteristiche della madre (o del suo contrario).

Il complesso edipico però potrebbe non risolversi in modo adeguato e secondo Freud, questo starebbe alla base della maggior parte dei disordini psichici. Sempre secondo Freud, la mancanza di una figura paterna (abbandono, morte, divorzio etc) potrebbe portare il bambino all’identificazione con sua madre e dunque, in alcuni casi, all’attrazione verso persone del suo stesso sesso e mettere così in crisi la  scelta della propria identità.

Omosessualità e normalità

Omosessualità e normalità

Ho letto l’articolo  pubblicato su Repubblica relativo all’opinione dello psichiatra Bruno in merito ai gay, ove sostiene che “… sono malati, persone non normali
Vorrei uscire dal coro delle inevitabili polemiche che quest’affermazione genera. L’OMS, sin dagli anni 90 ha stabilito che non c’è nessuna malattia e, a mio avviso, chi sostiene qualcosa di diverso dovrebbe dimostrarlo in modo scientifico. Approfittare della propria notorietà e dei palchi (salotti TV) che vengono offerti per affermare ipotesi prive di sostanza scientifica, fa, a mio avviso, del mero populismo alla stessa stregua di chi pone le proprie idee in modo demagogico (e la politica italiana offre continui esempi di chiacchiere non seguite dai fatti promessi).
Nella mia attività psicoterapeutica ho avuto modo di seguire molte persone i cui problemi non avevano nulla, assolutamente nulla che era legato alla propria scelta sessuale. Per essere ancora più chiaro, i problemi, o i motivi che hanno spinto le persone ad affrontare un percorso psicoterapeutico nulla aveva a che fare con la loro scelta di genere. In altre parole, le reazioni e le difficoltà tra l’eterosessuale e l’omosessuale erano assolutamente identiche.  Non ho mai riscontrato ‘malattie’ così come ventilato da Bruno.
Non si capisce inoltre come si possa sostenere tali tesi quando nel mondo antico, in particolare nel mondo ellenico, culla della civiltà,  ad esempio, la scelta di fare sesso  con persone dello stesso sesso era vissuta alla luce del giorno e come cosa normalissima (i greci erano tutti pazzi?).
Ma, non è che forse, la scelta è motivata anche dalla cultura? Non è che la cultura, solo la cultura con i suoi vincoli religiosi, politici, economici etc., ha messo in cattiva luce scelte diverse da quelle utili alla specie?
Come tutti sanno, ai fini della procreazione, è assolutamente necessario l’unione delle componenti maschili e femminili . Solo così può generarsi un nuovo essere. Peccato che in natura, la femmina di alcune specie riesce a ‘fertilizzarsi’ anche da sola. Peccato che in merito alla fecondazione umana sembra che gli uomini non saranno più necessari (esistono tanti altri studi in merito che evito di elencare). A tal proposito a nulla vale ritenersi più o meno daccordo, se la natura si muove così, è così e basta.
Quindi, ai fini della procreazione, la natura sembra abbia altre chance … motivo in più per ‘rivedere’ l’aspetto cosiddetto scientifico di cose che invece navigano nel mare dell’opinione.
Allego l’articolo per completezza
I gay secondo lo psichiatra Bruno “Sono malati, persone non normali”
Il professore – ospite abituale dei salotti televisivi – contesta l’Oms. E sui genitori dei ragazzi omosessuali dice: “Sono traumatizzati, mentono se dicono di accettare la diversità dei loro figli” di MARCO PASQUA Francesco Bruno
ROMA – I gay come malati da curare, individui “non normali”, assimilabili alle persone disabili. Francesco Bruno, criminologo, psichiatra e docente universitario (a Salerno e alla Sapienza di Roma), torna ad offendere le persone omosessuali. A nulla è valsa una denuncia all’Ordine dei Medici, due anni fa, da parte di Arcigay, relativamente ad alcune affermazioni in cui contestava la depatologizzazione dell’omosessualità decisa, nel 1990, dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

Il medico 63enne, ospite dei salotti televisivi per commentare i casi di cronaca nera, scende in campo a fianco dell’ormai ex assessore alla Mobilità del Comune di Lecce, Giuseppe Ripa, dimessosi dopo aver insultato il governatore della Puglia, Nichi Vendola. Lo fa dalle pagine virtuali di Pontifex, blog che ospita spesso dichiarazioni omofobiche nei confronti di gay, lesbiche e transgender. Punto di ritrovo degli ultracattolici, si tratti di vescovi emeriti o di politici. Come Domenico Scilipoti, anche lui sceso in campo, in queste ore, per difendere Ripa, definendo “l’omosessualità una cosa anormale”.

Bruno, intervistato dal curatore del sito, afferma: “L’organizzazione mondiale della Sanità ha deciso che non si debba parlare di malattia, a proposito dell’omosessualità, e sappiamo con quali criteri ha scelto. Io rimango della mia idea e le denunce dei gay non mi fanno paura”. L’omosessualità è “anormalità”, sentenzia: “Siamo nel campo” quando la omosessualità non viene scelta volutamente, di anormalità funzionali essendo il sesso volto naturalmente alla procreazione. L’omosessuale nato lo è per un disturbo di personalità legato, probabilmente, ad una errata assimilazione dei ruoli dei genitori, o anche a cause organiche che sarebbe complicatissimo spiegare. Tuttavia, è nella stessa situazione, dal punto di vista concettuale, di chi è handicappato, sordo o cieco. Per queste categorie, con una certa ipocrisia si dice diversamente abili, non vedenti e simili. Il gay è diversamente orientato per la sessualità e quel diversamente la dice lunga sulla normalità”.

Lo psichiatra spiega anche di aver assistito molti genitori di ragazzi e ragazze omosessuali. A suo dire tutti traumatizzati dall’orientamento sessuale del figlio o della figlia: “Chi dice che padre e madre sono contenti o accettano la diversità del figlio, mentono sapendo di mentire. Per due genitori, sapere che il proprio figlio ha questa orientazione, è un trauma anche grande. Magari lo superano o riescono ad elaborarlo, ma il colpo è molto forte. Questo fatto denota che anche a livello di comune sentire, e non è roba da poco, la omosessualità va considerata anormalità”. Commenti tutt’altro che isolati, come dimostra una sommaria ricerca nell’archivio del sito degli ultracattolici. “Io ho il diabete. Non mi offendo se qualcuno mi dice che sono malato, è la realtà. Bene, per quale motivo gli omosessuali si offendono se qualcuno, correttamente, parla di patologia?”, ha sostenuto Bruno in un’altra intervista. Per il docente è anche sbagliato essere eccessivamente tolleranti: “Una eccessiva tolleranza verso stati di anormalità, e l’omosessualità tale va considerata, ci porta alla conclusione che la gente si confonda e non capisca più cosa è il bene e che cosa è il male”.

Da medico e docente universitario (secondo il curriculum pubblicato on-line è professore straordinario presso l’Università degli Studi di Salerno e docente di psicopatologia forense e criminologia presso la “Sapienza” di Roma) non si fa neanche troppi problemi quando si tratta di attaccare l’OMS: “Quando i colleghi americani hanno sdoganato l’omosessualità dalle patologie, hanno fatto un grave danno e io sono contrario a quanto sostiene l’Organizzazione Mondiale della sanità. L’omosessuale, al quale va dato ogni rispetto, è clinicamente un malato, ovvero soffre di un disturbo patologico che lo altera. Inutile che questi signori vogliano convincerci che i normali siano loro. Ma sono sostenuti, parlo fuor di metafora, da lobbies potenti e forti”. Posizioni legittime, secondo l’Ordine dei medici, che, di fatto, ha respinto la denuncia presentata, nel 2009, da Arcigay.

La replica. Lo psichiatra, dopo le polemiche, precisa e si difende:

“Io ho sempre detto che ho il massimo e assoluto rispetto per chi compie scelte di altro tipo rispetto al mio e naturalmente questo non implica nessuna malattia, ma secondo me è una condizione di diversità”. “Lungi da me – aggiunge – giudizi discriminatori o l’omofobia, ma contesto al mondo gay il tentativo di impedirmi di dire quello che penso”.

Se  vuoi approfondire qualche punto con me, scrivimi: info@studiobumbaca.it oppure chiamami al 366 2645 616

Leggi anche cosa succede quando si va dallo psicologo

La gelosia un sentimento antico

È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. (William Shakespeare)

Chi è posseduto dal demone della gelosia, teme che il proprio partner, possa sfuggirgli via. Possa insomma, come un’anguilla, sgusciare via e prendersi la sua libertà.il colore della gelosia

Il geloso, teme di perdere l’oggetto (non riuscendo a vederlo come un soggetto) dei suoi desideri o perché altri glielo portano via, oppure perché l’oggetto stesso ricerca uno spazio ove lui/lei non è compreso.

Ma, esiste un’indagine che ci dica quante sono le persone gelose?  Willy Pasini, nel suo libro: La gelosia, sostiene che “… E’ difficile “quantificare”, dato che molti italiani considerano la gelosia un sentimento negativo, un po’ imbarazzante da confessare, e quindi la negano. Un sondaggio Abacus rileva che il 25 per cento degli italiani è “molto geloso” e il 45 percento “un po’ geloso”. Un altro condotto da Renato Mannaheimer presenta cifre analoghe: il 35 percento “abbastanza geloso”. In pole position i maschi, soprattutto fino ai 45 anni. Molti somatizzano la gelosia, sicché al suo posto “nominano” bruciori di stomaco, emicranie, coliti. E altrettanto numerosi sono quelli che la negano (o la minimizzano) e si ammalano: secondo un’indagine di “Riza Psicosomatica”, succede addirittura a 8 italiani su 10. E’ come se il corpo parlasse, e dicesse quello che non osiamo dichiarare… A parte l’Italia, quanto “colpisce” la gelosia nel resto del mondo? Secondo un saggio di Laurence Jyl, Les jalouses et les jaloux, il 28 per cento dei francesi è “malato” di gelosia, mentre gli altri sono “portatori sani”. Dunque, possiamo concludere che la gelosia riguarda tutti”.

Le sembianze della gelosia

Nella gelosia c’è più amor proprio che amore. (François De La Rochefoucauld)

Cos’è la gelosia se non una degenerazione dell’amore? Spesso nell’opera di Verdi agisce come la forza distruttiva del corso positivo degli eventi. Otello è la figura per antonomasia. La gelosia di Amneris rovina l’amore fra Radamès e Aida. Anche l’Alfredo di Traviata scatena la propria gelosia nella scena del duello con il barone. Alla fine della sua carriera Verdi arriva a sorridere, e a farci sorridere, di questa pericolosa debolezza umana, con il Dottor Cajus del suo Falstaff. Altri esempi presi dalla lirica e dalla letteratura ci mostrano che si può essere gelosi per una contrapposizione tra un desiderio fisico e un altro spirituale. Ad esempio tutti quei casi di prepotenza dovuto al proprio ruolo sociale; ad esempio Don Rodrigo in contrapposizione a Renzo; il Conte di Luna cerca di strappare Leonora a Manrico (Il Trovatore), arrivando addirittura all’eliminazione fisica del rivale (per poi scoprire tardivamente che era suo fratello ).

Poi abbiamo la gelosia per un amore non corrisposto: Amneris ama Radames che a sua volta ama Aida; Santuzza ama Turiddu mentre questo ama Lola (Cavalleria Rusticana) , nel Giardino dei Finzi Contini, il protagonista ama Nicole che però ama Giampiero; nelle Notti bianche di Dostoyevsky, il sognatore ama Naspenka che però ama un altro.

Ma anche la gelosia come illusione del tradimento, anche quando questi è assolutamente inesistente o ingiustificata: la Tosca sospettosa di Mario Caravadossi (Tosca di Giacomo Puccini); Lucia viene ingannata dal fratello si convince di essere stata tradita da Edgardo (Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizzetti); Otello sospetta Desdemona perché istigato da Jago. Dalla letteratura, invece, vorrei citare: La sonata a Kreutzer di Tolstoj (il nome viene dalla sonata di Beethoven) … qui il tizio, Vasja Pozdnyšev, uccide la moglie sospettando (solo sospettando) che lei lo tradisca con un musicista che lui stesso le ha presentato. I dubbi gli nascono mentre i due suonano, uno al violino, l’altra al pianoforte la sonata e quando li trova a cena insieme, a casa, per altro lei lo aveva in qualche modo comunicato, la uccide… Da questo libro sono stati tratti alcuni film …Tolstoj non svela se lei lo ha tradito o meno, ma il lettore sospetta di no! La formula narrativa è inusuale, l’uxoricida racconta la storia ad uno sconosciuto in treno e finisce per chiedergli perdono.

La gelosia provata da uomini anziani per una giovane  che invece di mostrarsi riconoscente si innamora (com’è giusto che sia) di un coetaneo (I pagliacci; L’Italiana ad Algeri.

Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il qual fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome fu monna Ghita, della quale egli senza saper perché prestamente divenne geloso, di che la donna avvedendosi prese sdegno; e più volte avendolo della cagione della sua gelosia addomandato né egli alcuna avendone saputa assegnare se non cotali generali e cattive, cadde nell’animo della donna di farlo morire del male del quale senza cagione aveva paura. (Giovanni Boccaccio)

Come dimenticare infine, i danni che una fanciulla un po’ frivola può generare? Basta pensare alla Carmen di Bizet. In quest’opera, Carmen si innamora di Don Jose ma poi ne rimane delusa e lo lascia. Quando poi lei si innamora di Escamillo, Don Jose impazzisce e la uccide. Molti uomini hanno difficoltà a gestire questo tipo di donna anche se inizialmente è proprio questa loro spregiudicatezza ad affascinarli.

Infine c’è la gelosia che comporta violenza da parte dell’altra donna e la cronaca, di tanto in tanto ce  lo ricorda.

Come si manifesta

Moltissime persone manifestano la loro gelosia in assenza di qualunque circostanza, di qualunque evento che possa giustificarla.
Spesso, alla fine, risulta evidente che tutto è simile ad un castello costruito dalla nostra mente, causando, assai spesso la rottura di una relazione e la letteratura ci mostra qualche esempio. Una fra tutte, “Rebecca la prima moglie” di Daphne Du Maurier, qui la gelosia è tutta nella testa della seconda moglie, che spinta anche dalla governante, si convince che il marito sia ancora innamorato della prima.

Come combattere la propria gelosia?
Per combattere la propria gelosia spesso non è sufficiente la buona volontà, non è sufficiente proporsi buone intenzioni. A volte, nei casi più tenaci, occorre intraprendere un percorso, facendosi aiutare da un esperto, allo scopo di comprendere perché diviene necessario inventarsi tanti e tali costruzioni che strozzano la propria vita e la serenità di chi ci sta vicino. Bisogna cercare di capire le proprie incertezze personali, migliorare la propria autostima, riporre maggiore fiducia negli altri.

Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri. (Barthes, Roland)

La gelosia si lega al concetto di possessività, alla possibile perdita di ciò che si ritiene proprio, perché parte dall’idea che ciò che si ha di più “caro” potrebbe, da un momento all’altro, svanire. Entrambi i sentimenti pretendono l’ “altro”, vogliono la sua presenza in termini esclusivi e personali.

Nella gelosia si ha paura dell’abbandono, della perdita, della separazione, di ciò che si ritiene proprio e necessario al proprio benessere; gelosia ed invidia dell’altro che potrebbe condividere ciò che è nostro. Si può essere gelosi per le caratteristiche che il rivale ha e noi non abbiamo (invidia?).

In questo contesto, trascuriamo la gelosia “normale” perché dovrebbe essere sempre presente purchè a livelli accettabili. Chi dichiara di non esserlo o mente oppure in realtà potrebbe non amare veramente. Anche perché, spesso un pizzico di sana gelosia alimenta l’amore tra i partner.

Ciò che ci interessa invece, è quel tipo di gelosia amante degli eccessi, al punto tale che può tranquillamente sconfinare nel patologico.

Quali sono le situazioni che lasciano intuire il tratto patologico? Alcune tra le tante:

  1. Eccessivo controllo delle relazioni del partner verso persone dell’altro sesso;
  2. minimizzare, invidiare e aggredire tutti i possibili rivali;
  3. paura abbandoniche e tristezza per la possibile perdita;
  4. aggressività persecutoria verso il partner;
  5. poca autostima e senso di continua inadeguatezza;
  6. controllo di ogni comportamento dell’ “altro”.

La gelosia patologica si alimenta da tutto ciò che spesso non ha nessun fondamento; viene generata e alimentata da pensieri, quasi sempre irreali, che si basano su ipotesi inesistenti e continuamente sostenuti da pensieri negativi. Questi pensieri producono delle vere e proprie rappresentazioni mentali che portano a sceneggiare situazioni e contesti che hanno come risultato il fatto che la realtà effettiva, banalmente, e a volte tragicamente, viene interpretata erroneamente. Questi pensieri, se non deviati o interrotti, possono in alcuni casi portare a  veri e propri “deliri di gelosia”. Come accennavo sopra, il risultato di questi ‘deliri’ sono spesso all’origine dei fatti di cronaca, spesso caratterizzate da inaudite atrocità.

Dove nasce la gelosia

“…. Da un tradimento svelato, uno sguardo intercettato, un sospetto? Assolutamente no. La gelosia nasce nel bambino, come altre emozioni e sentimenti, ed è legata alle sue fasi dello sviluppo psicosessuale: la prima infanzia e il complesso di Edipo verso i quattro, sei anni… “  (Willy Pasini, La Gelosia)

Se è vero, quindi che la gelosia, il più delle volte, sgorga dalle sorgenti della vita (l’infanzia), dobbiamo ricondurre l’eventuale deriva patologica in una cattiva relazione con i genitori e comunque con la propria figura di attaccamento. In virtù di tale ipotesi, potremmo sostenere che tale figura (tipicamente la madre) non ha favorito lo sviluppo dell’autostima e della fiducia contribuendo così alla creazione di un adulto geloso perchè ignaro delle sue possibilità e del suo valore. Quindi il comportamento geloso verrebbe rinforzato dal fatto che ogni ‘altro’ viene considerato più degno.

Nel caso estremo, quello in cui la gelosia spinge a ricercare il  possesso assoluto del partner, alcune teorie psicologiche ipotizzano che  alla base possa esserci una cattiva relazione affettiva costruita con i propri genitori, sopratutto quello di sesso opposto. Poiché la richiesta di affettività è stata frustrata sistematicamente durante l’infanzia, l’adulto pensa di riscattarla, attraverso il possesso assoluto dell’altro.

Gelosia e psicoanalisi

Freud ipotizza tre diverse tipologie di gelosia (1922, Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità):

La gelosia normale che si manifesta principalmente con dolore, ansia, angoscia, causati dal vissuto cognitivo-emotivo di aver perduto la persona amata, da sentimenti ostili verso il rivale, da un atteggiamento autocritico volto ad attribuire a sé stessi la responsabilità della perdita affettiva e dalla ferita narcisistica.

La gelosia proiettata che proviene, per entrambi i sessi, dai tradimenti già esperiti nel corso della vita affettiva o da spinte inconscie verso il tradimento (Chi la pensa, la fa). Nei rapporti di coppia bisogna resistere alle continue tentazioni per evitare di tradire. Colui che avverte in sé l’esistenza di queste tentazioni attuerà un meccanismo inconscio per alleviare il proprio disagio: proietterà sull’altro le proprie tendenze al tradimento. Al riguardo Freud cita Desdemona quale esempio di gelosia proiettata:

Chiamai il mio amore traditore. E lui, che mi rispose? … Se d’altre donne io mi diletto Vi stendete sul letto con altri uomini

Freud osserva che le persone affette da gelosia proiettata valutano un comportamento civettuolo alla stregua di un tradimento.

La gelosia delirante è determinata da tendenze al tradimento che sono state rimosse ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto che le pone in essere. Per Freud la gelosia delirante corrisponde ad una forma di omosessualità latente che preme per manifestarsi. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa può essere descritta mediante la formula: “Non sono io che lo amo è Lei che lo ama”. E’ come se oggetto della gelosia diventasse l’altro, il rivale o la rivale.

La gelosia e la dipendenza affettiva, in conclusione, potrebbero essere le due facce di una stessa medaglia. Se è presente l’una è molto probabile che sia presente anche l’altra.

Willy Pasini, conclude il suo libro sulla gelosia con:

Dobbiamo però imparare a non avere paura di questa “malattia”, a non vergognarcene, a non essere imbarazzati. Questo è il primo passo. Il secondo consiste nel cercare di “educare” tale sentimento invece di negarlo, giocando sulle allusioni e le illusioni, sul potere straordinario (e dimenticato) del flirt, sulla leggerezza. Per rendere la gelosia positiva, anzi addirittura afrodisiaca

 

Leggi anche cosa succede quando si va dallo psicologo


 

L’uomo e la scelta di una identità

L’uomo e la scelta di una identità

L’omosessualità non è più considerata una malattia, ma una forma di comportamento alternativo all’eterosessualità (OMS).

Al 2012 e nel giorno mondiale contro l’omofobia, l’Istat  fotografa il fenomeno in Italia fornendo i numeri che seguono.
Circa 1Ml di persone dice di essere omosessuale o bisessuale (corrisponde al 2,4% degli italiani), il 77% dice di essere etero e lo 0,1% transessuale. Poichè il 15,6% non ha fornito risposta secondo l’Istat il dato non è esaustivo (cioè la % potrebbe essere maggiore) e il 5% ha messo un flag su ‘altro’.
Quindi i numeri si riferiscono solo a coloro che hanno fatto outing e quindi, come abbiamo detto sopra la forbice è ben diversa. L’Istat aggiunge altri numeri riguardanti uomini e donne, nord e sud , giovani e meno giovani. Sulla base di altri parametri l’Istat fornisce un numero globale che raggiunge circa il 6,7% della popolazione.

Tuttavia, l’omosessualità in Europa non è ancora vissuta in piena tranquillità. Chi lavora nel campo della moda o della pubblicità non si vergogna di dichiarare il proprio orientamento sessuale, ma chi è allo sportello di una banca oppure al bancone di un supermercato in un paesino di provincia spesso preferisce mantenere il segreto e comunque non si sa come dirlo ai genitori.

Quindi, non c’è da meravigliarsi se molti uomini continuano a nascondere la propria omosessualità. Per tale motivo, nella polarizzazione eterosessuale – gay, esiste un’ampia sfumatura di grigi che racchiude diverse ‘modalità’ di vivere la propria identità. Alla multiforme categoria dei gay appartengono quelli, in genere realizzati ed equilibrati, che hanno soltanto sostituito l’oggetto sessuale, conservando il proprio ruolo psicologico maschile ma anche quelli che lo hanno modificato, divenendo passivi.

Inoltre vi sono coloro che lo sono diventati per necessità, ad esempio i marinai o i carcerati proprio perché sono senza la possibilità di incontrare l’altro sesso.

A partire dall’idea psicoanalitica che la bisessualità è presente in ognuno di noi, infatti l’ambivalenza sessuale è inscritta nel corpo di ogni individuo, il maschile e il femminile sono presenti nella nostra psiche, in questo senso Jung parlava di animus e anima si può immaginare una linea continua ai cui estremi vi sono da un lato gli eterosessuali, dall’altro gli omosessuali dichiarati e nel mezzo un certo numero di bisessuali o di individui che, pur essendo eterosessuali, hanno avuto in qualche periodo della loro vita, esperienze gay.

Secondo la psicoanalisi, è molto importante il rapporto con i genitori per quanto riguarda l’orientamento sessuale. In particolare, per raggiungere l’eterosessualità, il bambino deve superare il complesso di Edipo, allontanarsi dalla madre e dal femminile e risolvere la competizione con il padre, diventando, come lui, un uomo. Non si tratta quindi di prendere il suo posto ma di essere come lui.

I gay dichiarati e realizzati hanno spesso un’innata sensibilità, un gusto raffinato, un’attitudine all’estetica. Non è un caso quindi che così tanti stilisti, architetti, registi, antiquari, parrucchieri siano gay; questo non vuol dire che chiunque faccia questo mestiere lo sia, ma semplicemente che, in certi ambienti, la percentuale è maggiore. Inoltre, il gay contento di esserlo, è il miglior amico delle donne.

Ci sono poi persone che consultano lo psicologo perché si sentono confusi e non pienamente realizzati. C’è chi, pur sposato e con figli, ha difficoltà ad avere rapporti con la propria moglie; spesso frequenta locali a luci rosse dove subisce la sessualità di altri uomini, oppure un’educazione spesso di tipo cattolico lo ha portato ad identificare le donne come il peccato e che le femmine sono alleate del diavolo.

Ci sono poi soggetti effeminati, cioè persone con fisico maschile ma dai modi molto delicati. Alcuni, pur avendo relazioni con donne, per eccitarsi pensano di essere posseduti da uomini; questa fantasia spesso accompagna anche la masturbazione di alcuni adolescenti. Non raramente, nel corso della psicoterapia con questi soggetti emerge una madre depressa ed un padre autoritario con la quale il processo di identificazione non è mai avvenuto.

Ci sono poi i gay che hanno problema di funzionamento e per risolverlo, spesso chiedono un consulto psicoterapeutico, senza ovviamente voler cambiare il proprio orientamento. Tali persone, potrebbero aver avuto un rapporto difficile con il padre che lo considera inaffidabile; quindi, tali soggetti, pensano che la forza sia al di fuori di se stessi e la cercano in altri uomini oppure nell’abuso di alcool o sostanze stupefacenti. C’è chi invece soffre di eiaculazione precoce o chi, proprio in virtù della ricerca di perfezione, pur avendo una erezione duratura, soffre di mancanza di eiaculazione.

Alcuni gay usano la propria omosessualità in modo punitivo quando falliscono in qualche campo della vita perché, ad esempio, hanno ereditato un Super-Io severo da una madre rigida e autoritaria che lo spingeva ad avere sempre ottimi voti a scuola, altrimenti, ‘… non era un  uomo’.

C’è poi chi si astiene, chi desidera rimanere ‘casto’.  Non di rado, dietro questa scelta, si cela un’omosessualità non accettata.

Il mondo dei trans, di uomini che divengono donne, pur avendo una certa rilevanza, non va confusa con il mondo delle drag queen che sono uomini che si vestono, si truccano e si comportano come le donne in modo estremo, pur mantenendo un’identità ed un sesso maschile. Molto simili ai travestiti che hanno un solido narcisismo e con bisogno di tenere insieme le caratteristiche di entrambi i sessi.

Molti sono trasformisti: di giorno svolgono il loro lavoro senza mostrare nessuna ambiguità ma di notte si trasformano in drag queen.

All’estremo opposto, vi sono invece i transessuali, che si sentono donne in un corpo sbagliato. Quindi, da adulti, i trans chiedono l’intervento per ritrovare l’unità mente-corpo. In questi casi, richiedono più l’intervento chirurgico che la psicoterapia, anche se ultimamente si  è sviluppata la tendenza a procedere in parallelo, cominciando una psicoterapia mentre ci si prepara all’intervento chirurgico. La psicoterapia è incentrata sulle motivazioni. Alcuni transessuali, minuti e poco pelosi, sono favoriti dalla natura, per cui, con l’aiuto della chirurgia estetica alla fine risultano abbastanza femminili soprattutto se seguono regolarmente una terapia ormonale.

Per chi ha dubbi e non sa cosa succede in psicoterapia si può leggere un articolo esplicativo.

Omosessualità e psicoanalisi

Prima di discutere del tema in ottica psicoanalitica, è bene ricordare che l’omosessualità è stata vista come una “devianza“, se non addirittura dichiarata “malattia mentale”. Solo da poco pare esserci più apertura spirituale e intellettuale per contemplare l’omosessualità nella sua normalità e “adeguatezza” alla vita.

Si ricorda che l’omosessualità era stata inclusa nel primo DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) fra i “disturbi sociopatici di personalità”.
Nel 1968 il DSM II la classificava come “deviazione sessuale” .
Nel 1974 fu eliminata l’omosessualità ego-sintonica (la condizione dell’omosessuale che accetta la propria tendenza e la vive con serenità) dal DSM III, ma vi fu aggiunta l’omosessualità ego-distonica (il caso della persona omosessuale che non si accetta come tale); a questa persona i terapeuti potevano continuare a proporre cure mirate alla trasformazione in eterosessuale. Il DSM R cita: “pag. 357 ” …. persistente o mancato disagio a riguardo del proprio orientamento sessuale”.
Dal DSM, che fa testo in tutto il mondo, l’omosessualità ego distonica sarebbe stata cancellata soltanto con decisione presa il 7 maggio 1990, destinata ad entrare in vigore a partire con la promulgazione della nuova edizione del DSM IV, il 1 gennaio 1994″ (Wikipendia).

Ma per Freud, come va intesa l’omosessualità? Come e che significato darle?

Illuminante un’intervista che Cristina Allegretti ha fatto Ada Cortese che alla domanda:

L’omosessualità nella storia della psicoanalisi come è stata interpretata?

Risponde:” …Come fissazione ad una fase pulsionale. Freud presenta la sua teoria dell’omosessualità nel suo “Tre saggi sulla teoria sessuale” nella quale ipotizza la relazione tra omosessualità e fissazione alla fase edipica come conseguente concretistico innamoramento della figlia per il padre e del figlio per la madre. Questa fissazione impedirebbe il completamento e l’attraversamento della sequenza omosessuale a livello simbolico: impossibilità di incontrarsi a livello simbolico col genitore dello stesso sesso e così ricercarlo nelle facce dei futuri partners, per garantire l’altro genitore, quello con cui la figlia/figlio è affettivamente “invischiato”, che non lo si abbandonerà mai. Come se interiormente e inconsciamente questi figli dicessero “Cara mamma non ti lascerò mai, quindi non ti tradirò mai con nessun altra donna, perciò potrò andare solo con quelli del mio stesso sesso, che il tuo amore invischiante mi impedì di conoscere nella persona di mio padre, l’ uomo che mi è stato sottratto”.
“Cara madre (a volte “padre”) non ti lascio mai né mai ti tradirò con un altro uomo, perciò posso andare solo con quelle del mio stesso sesso come fedeltà a te e come segno indelebile di quel mancato incontro con me stessa che il tuo amore invischiante mi tolse
“, Cfr: http://www.geagea.com/58indi/58_09.htm

Per Jung, l’omosessualità si inserisce in quella che chiama psicologia dello sviluppo,   “La deviazione verso l’omosessualità ha tuttavia molti precedenti storici. Nella Grecia antica, come anche in altre collettività primitive, omosessualità ed educazione erano per così dire la stessa cosa. Sotto questo aspetto l’omosessualità dell’ adolescenza è il bisogno della presenza di un uomo  (dal greco antico παις- pais/paida, “ragazzo”, e ἐραστής erastès, “amante”, citato sopra),  frainteso certo, ma comunque utile” ( “Lo sviluppo della personalità`” Ed. Boringhieri).

Inoltre, andrebbe correttamente evidenziato che la condanna dell’ omosessualità, attribuita inopinatamente a Freud, va ricercata altrove e in tempi più recenti. Ad esempio, al clima puritano e maccartista degli Stati Uniti. Quando nel 1935, una mamma americana, chiese una terapia per il figlio, Freud, rispose affermando che l’omosessualità non è né una malattia né una colpa ma una «variante della funzione sessuale». La psicoanalisi, ha come compito primario sin dai tempi delle prime formulazioni freudiane, quello di far sviluppare la flessibilità nella valutazione delle proprie domande interne e non quello di cambiare i comportamenti degli uomini (come forse, avrebbe desiderato quella mamma). Quindi, poiché la omosessualità ha un suo itinerario ed una sua storia,  non dovrebbe mai essere considerata una ‘devianza’ del ‘naturale’ sviluppo sessuale.

Quindi alla domanda: cosa è più giusto, l’etero, l’omo o il bsx, la risposta più immediata è che esiste solo una cosa: la sessualità che ogni essere umano interpreta, trova o ritrova come specifica forma di espressione».

Quindi, poiché non esiste un criterio di normalità e di anormalità, la psicoanalisi non si lascia coinvolgere (Freud – Psicopatologia della vita quotidiana) e il tutto va considerato come un qualcosa di presente nell’universale familiarità del quotidiano, eliminando  così la tentazione,  di proiettarla nell’altrove e nel diverso. 

Tutto questo vuol forse dire che gli omosessuali sono scevri dai disagi psicologici? Ovviamente no, gli omosessuali sono esattamente come gli etero. Il problema non è la scelta di genere ma dalla constatazione che la sessualità può rappresentare un problema per tutti, indipendentemente dall’orientamento preso; ognuno di noi può aver bisogno di aiuto. Un buon intervento quindi, non prende minimamente in considerazione l’ipotesi di cambiare orientamento ma solo quello di cercare una sintesi con la personalità del soggetto.

La psicoterapia e in particolare quella psicoanalitica, ci porta lungo un cammino che tende a liberare l’ombra, ovvero il lato oscuro dell’uomo (sia gay che etero) il cui obiettivo ultimo è e deve essere, la piena accettazione della propria personalità incluso il proprio orientamento sessuale.

Leggi anche :  A proposito di omosessualità ,  e cosa succede quando si va dallo psicologo e perchè fare una psicoanalisi.

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A proposito di omosessualità

Lungo il corso della storia e in alcune aree geografiche, il comportamento omosessuale, ha avuto in differente livello di tolleranza e accettazione.  Ancora oggi, nella nostra cultura, il comportamento della popolazione omosessuale varia da soggetto a soggetto: alcuni ostentano il loro modo di essere, mentre altri, ancora oggi, decidono di celare tale orientamento.

Inoltre, in particolare i primi, corrono sempre grandissimi rischi anche nel nostro paese perché, come scrive un gay dichiarato ”…. anche il popolo GLBT (è un acronimo utilizzato come termine per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) sta dormendo credendosi al sicuro nei suoi luoghi, protetto, magari, dall’anonimato, dall’illusione di trascorrere qualche ora senza dover indossare abiti che non gli appartengono. Ma non siamo al sicuro, non lo siamo noi dichiarati e non lo sono neppure coloro che si nascondono. Non siamo al sicuro dalla violenza razzista dell’intolleranza e dell’ignoranza. Non siamo sicuri in casa, non siamo sicuri per strada, non siamo sicuri nei locali e questa “insicurezza” non si batte con le ronde o con gli inutili e propagandistici metodi dell’attuale governo. Il “pericolo” si debella solo con la cultura, con l’educazione, con l’affermazione dei propri diritti. Altrimenti correremo sempre il rischio di venire picchiati, stuprati, uccisi. Altrimenti ci sarà sempre qualcuno con una torcia in una mano e la bibbia nell’altra pronto a dare fuoco ai nostri ritrovi e alle nostre vite….” (http://perseo.blog.kataweb.it/perseo_blog/2009/08/24/essere-omosessuali-oggi/)

Tutto ciò mi fa venire in mente uno spot di qualche giorno fa.

Marito e moglie (italiani) discutevano di alcune marachelle fatte dal figlio. Lei diceva:“…dobbiamo parlare di Tuo figlio e del fatto che a scuola non prende sul serio  gli impegni didattici…” ; e lui:’… e si,  certo, quando non studia è figlio mio, quando invece fa il bravo è figlio tuo….”.

Suonano alla porta. Vanno ad aprire. Era il figlio … di colore.

Lo spot termina con: “..non esistono genitori adottivi e genitori naturali. Esistono genitori.

Nel caso della omosessualità verrebbe da dire la stessa cosa. Non esistono  etero oppure omo ..esistono persone .

L’omosessualità lungo il corso della stora.

I Greci spesso, tramite teorizzazioni filosofiche e artistiche, giustificavano l’amore omosessuale, mentre ad esempio, i Romani  non sentivano tale necessità, mostrando un atteggiamento più aperto  verso tutto ciò che attiene alla sessualità. Entrambe le culture però avevano, in particolare nei confronti dei fanciulli lo stesso orientamento, cioè era un’aspetto della sessualità comune e vissuto in estrema libertà. Tutto questo è venuto meno solo dopo il consolidamento, nella società romana, del cristianesimo. La documentazione giunta fino a noi riguardanti relazioni omosessuali derivano da rapporti pederastici (dal greco antico παις- pais/paida, “ragazzo”, e ἐραστής erastès, “amante”). Nei documenti si definisce tale rapporto come una relazione, spesso erotica, tra una persona matura e un adolescente al di fuori dell’ambito familiare) ovvero da rapporti tra un uomo adulto, l’erastes, ed un ragazzo, l’eromenos. Entrambi i partner erano ispirati dall’amore simboleggiato da Eros, e l’erastes offriva istruzione, consigli e regali al suo eromenos, che in genere diventava suo alunno e assistente (questa cosa la ritroveremo anche nel Rinascimento; si pensi al Verrochio e ai suoi allievi tra cui Leonardo, ma anche alla bottega di Leonardo con i suoi assistenti).

In Giappone molti diari  contengono riferimenti ad atti omosessuali. Tale pratica coinvolgeva anche le caste alte compreso l’imperatore.

In Cina pare addirittura che   quasi tutti gli imperatori della Dinastia Han hanno avuto uno o più partner uomini

Tra i  guerrieri Azande (popolo del nord del Congo), i giovani  tra i dodici e i venti anni,  oltre ad aiutare nei lavori domestici del villaggio, avevano relazioni sessuali con i mariti più anziani della tribù. Anche qui, con l’arrivo dei cristiani e chissà come mai, questa millenaria abitudine, sparisce del tutto.

Ma a chi dare la palma della notizia storica più vecchia in merito alla questione? Sembra che vada attribuita ad una coppia egiziana,  Khnumhotep e Niankhkhnum,  vissuti intorno al 2400 a.C. Sembra che esistano raffigurazione che mostrano la coppia insieme alla propria famiglia.

Anche nelle Americhe (civiltà come gli Aztechi, i Maya, i Quecha, i Mochica, i Zapotechi ed i Tupi del Brasile) ovviamente prima dell’arrivo degli spagnoli, sembra che gli sciamani (ma non solo),  avevano una vita sessuale  con i membri della tribù dello stesso sesso.

Unica eccezione in merito alla tolleranza della omosessualità la troviamo tra le molte culture musulmane del Medio Oriente dove tali comportamenti erano e rimangono ovunque pesantemente nascoste.

Anticamente, in Persia l’omosessualità e le espressioni omoerotiche erano tollerate in molti luoghi pubblici, dai monasteri, ai seminari, alle taverne, campi militari, terme e luoghi di ritrovo.

L’arrivo del cristianesimo ha fatto cessare del tutto le abituali e millenarie comportamenti delle relazioni omosessuali in tutta la Melanesia

Le poesie delle culture arabe ed ebree medioevali erano cantate anche da studiosi omosessuali del cosiddetto ‘impero della mente’

Però, in merito al cristianesimo e alla Chiesa in generale, secondo Chauncey ed altri (1989), “… offre un’interpretazione rivoluzionaria per la tradizione occidentale, asserendo che la Chiesa Cattolica Romana non ha condannato l’omosessualità nel corso della storia, ma anzi, almeno fino al dodicesimo secolo, non ha alternativamente manifestato alcuna concezione della stessa omosessualità o effettivamente considerato l’amore tra uomini”.

Omosessualità femminile

Bennett e Froide, nel loro “Singlewomen in the European Past”, scrivono: “Altre singole donne trovavano conforto emozionale e piacere sessuale con donne. La storia delle relazioni omosessuali tra donne nel Medioevo e nella prima Europa moderna è estremamente difficile da studiare, ma non ci sono dubbi sulla loro esistenza. I capi religiosi erano allarmati dal sesso lesbico; le donne che esprimevano o praticavano venivano a volte imprigionate o anche condannate a morte per amore lesbico; e alcune donne addirittura si travestivano con lo scopo di vivere con altre donne come una coppia sposata.”  E, andando avanti nella lettura, si nota come anche l’apparentemente moderna parola “lesbica” si possa rintracciare già nel 1732. Mentre le relazioni sessuali tra uomini venivano ampiamente documentate e condannate, “I teologi moralisti non prestavano molta attenzione alle questioni che oggi chiameremmo di carattere lesbico, forse perché qualsiasi cosa che non concerneva un fallo non ricadeva nel campo della riconosciuta sessualità. Alcune legislazioni contro le relazioni lesbiche si possono ritrovare in questo periodo, ma per la maggior parte si sottolinea il divieto dell’uso di strumenti, in altre parole dildo”.[

Si comincia a parlare di sodomiti e della relativa frequentazione nelle città italiane del Rinascimento intorno al 1407 e in particolare a Venezia

Nel Rinascimento, secondo Giovanni dall’Orto esisteva una sottocultura omosessuale premoderna che prevedeva un rapporto sessuale tra un adulto e un ragazzo (come tra greci e romani) di età compresa fra i 14 e i 18 anni. In questo modo, si riproponeva un rapporto basato su criteri normali, che garantisse un margine di tolleranza ai sodomiti, anche se vi era la pena del rogo per gli eccessi.
L’adulto esigeva dal ragazzo una sessualità “passiva” nell’atto, quindi non era importante se il ragazzo fosse gay o meno. Un ragazzo eterosessuale accettava di farsi sodomizzare per denaro, per attirare l’attenzione di un adulto (poiché l’adolescenza non era valorizzata come oggi) e per l’inconfessato piacere di essere iniziato al sesso. Il denaro che un ragazzo rimediava prostituendosi non erano malvisti da tutte le famiglie, poiché contribuivano al bilancio familiare. Ad esempio, la madre di Cencio, un ragazzo fattorino di Benvenuto Cellini, aveva approfittato dei gusti omosessuali del famoso scultore, proponendogli di mantenere il figlio. In una lettera del 1514, Michelangelo si dice sconcertato del modo in cui un padre avesse accettato di mandare in casa sua il figlio come garzone, in cambio di prestazioni sessuali.

Ma, da questo breve e assolutamente incompleto escursus storico,  verrebbe lecito affermare che l’omosessualità nasce in sè stessa, al di fuori della dimensione sociale, insomma, Esiste in sè.

Omosessualità nel mondo animale

Pare inoltre che sia definitivamente sfatata la convinzione che il mondo animale, utilizza il sesso ai soli fini riproduttivi.

Infatti, nell’Agosto 1995, durante  la ventiquattresima Conferenza Etologica Internazionale, che si è tenuta ad Oslo, presso il Museo Universitario di Storia Naturale, coordinata da Peter Bockman, sia stato evidenziato con innumerevoli prove scientifiche che anche gli animali si sollazzano con orge, fellatio, masturbazioni; i rapporti omosessuali sono ostentati in tutta libertà in ore ed ore consumate alla ricerca del piacere. I relatori affermano che l’omosessualità è stata osservata in 1500 specie diverse e sono state  documentate dettagliatamente su 500 specie ed esistono rapporti tra animali dello stesso sesso che durano anche tutta una vita.

Gli atteggiamenti sessuali presenti nel mondo animale sono stati  oggetto di studio di  etologi e scienziati di tutto il mondo, ma solo nel corso di questa Conferenza Etologica Internazionale – alcune tendenze (come l’omosessualità) sono state ufficialmente dichiarate legittimo campo di ricerca.

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