Categoria: Mobbing

Il potere e l’abuso sessuale

ABUSI SESSUALI: QUANDO IL POTERE DA ALLA TESTA

Tutti abbiamo appreso dal tam tam mediatico di abusi e molestie del mondo dello spettacolo. Si urla e si strepita per lo scandalo ma sappiamo tutti che non è una novità. Queste cose sono sempre accadute e non solo ad Hollywood.

Weinstein licenziato dalla società che ha fondato: coinvolto in scandalo molestie sessuali

Abbiamo anche ‘scoperto’, che questa modalità non avviene solo nel mondo dello spettacolo ma anche in quella della impresa, dei professionisti, della politica…; tutta gente stimatissima ma con il vizietto chiamato: “comportamenti sessuali predatori”.

Perché questo comportamento è molto comune tra le persone che ‘possono’ Il potere da alla testa?

Vediamo quali possono essere le possibili ragioni.

Dominanza sociale

Fattore molto importante che stabilisce una sorta di gerarchia di potere che si sviluppa o che si sono sviluppate quasi fosse una legge di natura, all’interno del contesto sociale. Quindi abbiamo dominanze del tipo: uomini sulle donne, ricchi vs i poveri, bianchi  vs i neri, … Le persone ‘dominanti’ tendono a sentirsi superiori, si credono al di sopra ed agiscono di conseguenza. Le donne di condizione sociale più bassa, sono considerate ‘prede’ perché inferiori e più fragili e quindi facilmente manipolabili.. Nella loro mente c’è la malsana idea che queste donne, inferiori sul piano sociale, dovrebbero sentirsi lusingate delle loro attenzioni. Ecco che condiscono le loro avances (spesso brutali) con la promessa più o meno esplicitata di una possibile ascesa sociale.

Fare eccezione

Gli uomini che detengono qualsiasi forma di potere, tendono a pensare che tutto ciò che governa  le persone(inferiori) non riguarda loro dal momento che non sono applicabili proprio perché, appartengono  o pensano di appartenere alla classe superiore. Si fanno inoltre forte del loro potere e/o del loro denaro con la convinzione che tutto può essere acquistato, dal momento che è facile se non automatico cercare (e spesso raggiungere) un accordo con le loro vittime.

Sono un maschio

Alcune esperimenti hanno evidenziato che gli uomini che fanno carriera, tendono con il tempo a trattare in modo diverso i colleghi con cui in passato avevano un rapporto da pari. Con il tempo il principio di egualitarismo, cambia radicalmente tendendo ad assegnare a se stessi premi e incentivi. L’esperimento si è basato sull’analisi del testosterone, che in questi soggetti era superiore.  L’esperimento ha dimostrato anche che le donne, contrariamente agli uomini, tendono ad avere un comportamento più etico.

Naturalmente non si può fare di tutta l’erba un fascio, dal  momento che non tutti gli uomini di potere si comportano così, anzi svolgono il proprio ruolo con competenza, professionalità, senso di giustizia, umiltà.

In merito alla diade uomo di potere – subalterno deve sempre valere la regola che l’abuso sessuale va ipotizzato ogni qualvolta il primo ‘ci prova’ con l’altro.

Se un datore di lavoro ci ‘prova’ con una dipendente, la dipendente teme le eventuali conseguenze di un rifiuto; se invece la situazione è di parità, la donna si sente libera di rifiutare (o accettare) dal momento che percepisce di avere nulla da temere.

Ogni qualvolta ci troviamo in presenza di una evidente asimmetria, colui che ha maggior potere dovrebbe assumere un comportamento altamente etico. Insomma, ‘non ci dovrebbe provare’.

L’abuso invece è un crimine e quindi è al di fuori da questa discussione. La legge, in questi casi è abbastanza chiara: fare avances alle dipendenti, facendosi forza o abusando del proprio ruolo (superiorità gerarchica) è un reato. Le statistiche del resto parlano chiaro, il fenomeno (molestie sessuali) in ambito lavorativo, riguarderebbe il 40-60% in ambito lavorativo. Peccato che la legge non ci protegge dal disagio e dall’imbarazzo di chi deve vivere quotidianamente con questa situazione.

Ma reato o meno, è altamente disonorevole abusare della propria posizione perché tra l’altro si espone l’altro alla vergogna e alla paura (ad esempio di perdere il lavoro).

Manipolazione: chi hai vicino

Di Teresa Cooper          

dopo l’abuso silenzioso affrontiamo il tema relativo alla conoscenza della   persona che abbiamo vicino.                                                                      

Molti degli abusi di cui sono stata protagonista (sono una donna), li ho combattuti “ignorandoli” oppure ho creduto di esserne stata il vero problema.

Quando ho chiesto in ginocchio al mio abusante di smettere lui non ha ascoltato e quando ho cercato aiuto, nessuno ha ascoltato. E più mi sentivo ignorata più si costruiva in me un senso di insofferenza estrema ed improbabile per il fatto di essere “ignorata”, che mi ha accompagnato fino all’età adulta. Ho riflettuto con attenzione sull’insofferenza provata, come se fosse solamente un lato brutto della natura umana che spesso porta molte persone a fare un uso improprio del “mutismo” per danneggiare gli altri. Tuttavia, ignorare qualcuno per un breve periodo e per esprimere insoddisfazione è molto diversa dall’abuso psicologico silenzioso.

Ignorare per punire, ferire o turbare qualcuno solo per il semplice gusto di farlo, senza un vero motivo è, a mio parere, una delle peggiori forme di abuso psicologico che possa esistere, perché provoca danni irreparabili alla vittima, mutandole lentamente ma visibilmente. Pochi occhi esterni ed attenti riescono a percepire che qualcosa non va, mentre le vittime modificano inesorabilmente i loro comportamenti in risposta all’abuso psicologico subito.

La manipolazione psicologica silenziosa è una forma di punizione e di controllo usata per danneggiare un’altra persona che subisce una mancanza di affetto, responsabilità o rimorso. Chi subisce non può comunicare e così, si deteriora lentamente, anche se in passato era una persona vivace, felice e divertente; si trasforma e diventa solitario, a tratti forse aggressivo verbalmente, nel tentativo invano di fermare l’abuso psicologico. Chi abusa è pienamente consapevole del danno che sta provocando, tutto quello che deve fare è comunicare con la vittima per porre fine all’abuso. Il predatore tuttavia, non parla con la vittima quando si trova “in modalità di controllo”; quando lo fa però, dà sempre alla vittima un falso senso di sicurezza, che però lei deve ignorare. Il silenzio, porta la vittima fuori strada, tanto da non farle capire cosa stia succedendo, in questo modo giustificherà inevitabilmente l’abuso psicologico silenzioso.

La vittima lotta disperatamente con il predatore nel tentativo invano di avere una comunicazione e il comportamento delle vittime riesce così a placare il silenzio infernale.

L’abuso psicologico silenzioso spinge le vittime sempre più verso il basso e l’abusante, impassibile , prosegue con le faccende quotidiane, ignorando la vittima così tanto delusa, affranta e triste, che nessuna persona normale sarebbe in grado di sopportare ad un vista del genere senza un minimo cenno. Ecco che la vittima inizia ad isolarsi completamente, smette di parlare con gli amici, di socializzare, di mangiare; inizia a bere, smette di lavorare, tenta il suicidio, inizia ad infliggersi l’autolesionismo e questi sono solo alcuni degli effetti collaterali di una vittima che soffre di abusi psicologici.

L’intenzione volontaria di ignorare una persona per causarle un danno, definita anche “ATCH” (absent to cause harm), implica che l’abusante taglia completamente la vittima fuori dalla sua vita. Può accendersi in lui un lieve senso di colpa, senza però attivarsi completamente, iniziando a riconoscere che la vittima forse sta soffrendo, ma non fa nulla a riguardo, anzi si allontana inesorabilmente da lei e semplicemente la ignora.

Si tratta di una forma molto pericolosa di abuso psicologico.

Molto spesso ho sentito storie di uomini che ignorano la loro partner, anche dopo aver assistito ai loro disagi come atti di autolesionismo o tentativi di suicidio. L’abuso psicologico indebolisce la mente della vittima, una volta forte, manifestandosi appunto sotto forma di “demolizione dell’Io”, dubbi e depressione. L’abusante assiste alle richieste disperate della vittima e si allontana. Non avrà alcuna emozione mentre le consuma la vita, poiché è convinto di essere nel giusto, lei è colpevole di aver ferito i suoi sentimenti, non lui.

Purtroppo accade solo raramente che gli amici della coppia siano testimoni di tali abusi o giochi psicologici, proprio perché sono silenziosi; in alcuni casi essi notano comportamenti irregolari della vittima, ma non riescono a capire cosa stia succedendo. La sofferenza della vittima non si vede dall’esterno: come ogni forma di abuso, esso rimane all’interno del rapporto immediato.

Gli occhi esterni vedono solo un amico, non un predatore, perfetto e amato da tutti, che fa tutto per loro, ritenendo i veri colpevoli i partner che cercano di farsi notare con parole aggressive davanti a tutti. In realtà cercano solamente di dimostrare le loro manifestazioni di disagio, uno sfogo bizzarro davanti a tutti, soprattutto in luoghi pubblici o tra amici, ma facendo così appaiono loro i veri colpevoli, in quanto sviano la percezione dei testimoni.

Il predatore inoltre informa la sua famiglia su ogni piccola cosa che fa il compagno, si rifugia nella loro opinione, ritraendosi come il bravo figlio che necessita di sostegno, poiché il partner ha dei comportamenti maniacali.

Questa forma di abuso psicologico è usata più spesso dagli uomini che dalle donne, anche se gli uomini non hanno le stesse reazioni: tacciono perché non vogliono perdere la virilità.

Purtroppo questa forma di abuso ha visto la morte di donne che si sono tolte la vita dopo che le loro grida di aiuto erano state ignorate dai predatori.

Fin dove si spinge la sofferenza delle vittime? Il disagio viene espresso attraverso l’autolesionismo (tagli intenzionali o mutilazioni del corpo), lo smettere di mangiare, uscire e socializzare, lo strapparsi i capelli, il restare giorni e giorni a letto, i disturbi alimentari o i tentativi di suicidio.

La ragione per cui sto affrontando questo argomento è perché mi sono state inviate molteplici testimonianze di alcune donne su facebook che stanno attraversando questo disagio con i loro partner, altre che sono appena scappate da un rapporto manipolatore, altre ancora che si trovano in silenzio ad incolpare se stesse.

Voglio parlarne perché sono una testimone di abusi infantili, l’ho provato sulla mia pelle come effetto indiretto durante l’abuso psicologico che ho subito e contrariamente a quello che si crede, non è facile lasciare una relazione di tale peso, anche se dominante.

Gli uomini che sono stati abusati da bambini fisicamente, sessualmente o psicologicamente e/o hanno subito abusi da parte di un genitore, sono ben noti per l’utilizzo del “mutismo volontario”, con il quale ignorano i loro partner per punirli e controllarli. Sono uomini convinti di non essere abusanti perché non colpiscono fisicamente la donna, e convincono anche le vittime di essere sempre buoni con loro per il fatto di non avere mai nulla da dire. Uomini convinti di essere vittime indiscusse, senza rimorsi per la sofferenza che stanno causando a coloro che ritengono di amare, con forme di controllo e di punizione. Sono uomini che si rifiutano di contribuire a far crescere il rapporto di coppia, che mostrano poca o nessuna cura per il loro partner; uomini che si aspettano che sia la donna, da sola, a tenere saldo l’intero rapporto, mentre lui detiene la comodità del controllo e non fa nulla per contribuire o supportare il rapporto di coppia.

L’abusante, in caso di sfida, non fa trasparire alcuna emozione; tuttavia potrebbe diventare violento nel momento del confronto.

Ignorare un partner potrebbe anche essere segno di infedeltà, di mancato controllo delle emozioni o di scarsa attenzione. Indipendentemente dalle circostanze, la forza negativa dell’abuso psicologico silenzioso (ATCH) può essere risolto da una terapia ambivalente, sia per l’abusante, che per la vittima.

L’abusante può cercare un aiuto professionale solo se e quando riconosce di essere il vero problema, mentre la vittima deve cercarlo per uscire dal rapporto manipolatore, prima che quest’ultimo le consumi la vita lentamente ed inesorabilmente.

Manipolazione: l’abuso Silenzioso – Il gioco della mente

Di Teresa Cooper

manipolazione ubbidisciLe forme di abuso conosciute sono molte, ma non tutti sanno cosa sia il “gioco della mente”, noto anche come la “manipolazione psicologica silenziosa”. Si tratta di un abuso pericoloso che consiste nell’ignorare volutamente una persona per danneggiarne la salute mentale: un vero e proprio sabotaggio alla vita e alla credibilità della vittima in questione, ovvero una delle forme più dannose di abuso che vede protagonisti un “abusante” (o predatore) e una “vittima”. Il tutto è reso ancora più difficile dal fatto che chi abusa è convinto di non essere colpevole, dato che “se non usano le mani per abusare fisicamente, non compiono un vero abuso”.ignorare una persona

Ovviamente è sbagliato! Si parla di abuso anche quando vengono ignorati i bisogni emotivi di qualcuno. Chi manipola psicologicamente una persona, la fa sentire inutile, la getta nella trappola della depressione, fino ad esporla a rischi decisamente gravi, un attacco lento e permanente sulla sua salute psicofisica.

Ignorare intenzionalmente qualcuno, significa negare ad una persona ogni tipo di attenzione emotiva; la vittima di abusi psicologici muore di una fame di amore, affetto, complimenti, comunicazione, elogi.

manipolazione - fa come ti dicoIl regolare rifiuto, è causa di un degrado psicofisico, in quanto nega a chiunque la possibilità di avere sane reazioni emotive e ignorare i bisogni emotivi di qualcuno, è sinonimo di un abuso mentale, detto anche abuso psicologico. È un abuso continuo e ripetuto, che ha lo scopo ben preciso di controllare, diminuire il benessere di un’altra persona per ferirla, punirla, danneggiarla o dominarla. Il predatore non è in grado di percepire a livello emotivo, l’estremo dolore e la terribile sofferenza che sta provocando alla vittima e non solo sarà capace di negare che il vero problema è lui, anzi dirà a se stesso e agli altri, che in realtà la vittima è lui.manipolazione televisiva

Si smette di essere vittima quando ci si trasforma in predatori aggressivi.

Chi abusa ha un cuore freddo, vive in un mondo tutto suo, è privo di buon senso e non si preoccupa minimamente delle sofferenze che è in grado di provocare. Non solo, il predatore viene anche visto dagli altri come una persona tranquilla, felice ed affascinante, una vera e propria colonna portante della società, dal carattere gentile, disponibile e premuroso: ed ecco che riesce così ad ingannare il mondo intero, facendosi passare per la vittima che in realtà non è.

ingranaggi mentali manipolatiUn classico comportamento dei manipolatori psicologici, è quello di etichettare i loro partner come dei soggetti con gravi disturbi mentali. L’abusante mette in scena un teatrino de “il diavolo e l’acqua santa”, portando la vera vittima ad essere malvista e rifiutata da tutti coloro che la ritengono una con “disturbi mentali”.

Quest’ultima, verrà respinta non solo dal suo abusante, ma verrà isolata anche da amici, colleghi di lavoro, familiari e conoscenti della vita quotidiana.impazzire per la manipolazione

Ogni abusante ha il bisogno di controllare e dominare costantemente la propria vittima, per questo motivo cerca l’approvazione e l’attenzione di coloro che lo circondano: vuole convincerli che la vera vittima è lui. Gli amici gli daranno dei consigli, alimenteranno il senso di pietà nei suoi confronti e tutto questo lo farà sentire ancora più potente, all’interno di un gioco malato contro il partner-vittima.
gabbia manipolatoriaLe vittime saranno quindi costrette a ritirarsi da qualsiasi attività sociale e dal lavoro, smetteranno di vedere la famiglia, dimenticheranno che cosa sia il divertimento, inizieranno a vedere tutto sotto una luce negativa, smetteranno di mangiare.. fino ad arrivare a problemi di salute più pericolosi e piangeranno da sole. Invieranno persino dei messaggi spaventosi per contrattaccare l’abusante, tuttavia ciò non farà altro che dare all’aggressore più forza e potere: parole che lui userà come un ulteriore pretesto per ignorare la vittima e farla apparire negativamente agli occhi degli altri.

L’uomo-predatore è sempre pronto a dimostrare la sua apparente innocenza, mostrando a tutti una realtà ben diversa.liberarsi manipolazione

La vera vittima invece, continua ad essere soffocata dai vari “giochi psicologici”, che prendono il sopravvento sulla sua vita, tanto che difficilmente potrà pensare ad altro, se non a ciò che le sta accadendo; lotta con se stessa, per capire se effettivamente è stata manipolata o se è lei veramente il problema; può iniziare ad avere comportamenti irrazionali a causa dello stress e dall’abuso psicologico.

L’abuso psicologico non è generalmente notato da chi sta fuori perché l’abusante appare come una persona forte, calma, premurosa e sincera, quindi la sua vera essenza è camuffata da una maschera sul volto di un amico che credono di conoscere molto bene.

Nel prossimo articolo affronteremo il tema del sapere o meno chi abbiamo vicini

 

Come funziona la manipolazione psicologica

manipolazione psicologica

Come funziona la manipolazione psicologica

In questo articolo parleremo dei manipolatori, cioè coloro che spinti dal loro narcisismo, tendono a soggiogare la volontà altrui.

Come funziona la manipolazione psicologica – chi è il manipolatore

Il manipolatore sa fare leva sui principi morali degli altri per raggiungere i propri scopi, è geloso, ipercritico, svaluta il lavoro e il carattere degli altri sempre e comunque, abile adulatore se utile ai propri scopi, è sempre superindaffarato e quindi sempre stanchissimo, scarica sugli altri le proprie responsabiltà, i suoi bisogni, le sue opinioni; i suoi sentimenti sono sempre ammantati di ambiguità, ovviamente non sopporta le critiche e … e così via.

Chi opera in tal modo, attua una specie di plagio, genera danni che hanno riflessi sia a livello psichico che fisico, danni che possono essere anche molto gravi, a volte, molto più gravi della violenza fisica. Queste sono cose che accadono continuamente ma che vengono alla luce solo quando uno dei due pone termine a questa storia evidentemente malata, e la violenza psicologica si trasforma in un vero e proprio stalking.manipolazione psicologica5

Non è facile individuare un manipolatore perché sanno intrufolarsi molto bene e riescono a tormentare il prossimo senza scrupoli o vergogna. Ciò che li muove è solo legato ad incensare il proprio narcisismo perverso e di questo sono indubbiamente abili promotori: tutte le loro azioni mirano al raggiungimento dei propri obiettivi, spesso di natura esclusivamente nevrotici e che si basano quasi sempre sulla distorsione della realtà. Tutto ciò che fanno, non è MAI, nel tuo interesse.

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Come funziona la manipolazione psicologica – chi è il manipolatore – come fa?

Spesso agli occhi degli altri è una persona dall’aspetto rispettabile, premuroso e preciso sul lavoro. Una di quelle persone che ti lasciano dire: ‘ma la fregatura dov’è?” E’, esteriormente e di primo acchito, una persona cosiddetta ‘normale’ in ogni ambito, in particolare sul piano sentimentale; insomma sembra la persona dei tuoi sogni. Il personaggio s’insinua tra le pieghe delle fragilità di colui/colei che presto diventerà una vittima mostrandosi presente costantemente e pieno di attenzioni, anche le più delicate, mentre in altri ambiti, ad esempio sul lavoro è abilissimo nel prospettare facilità di carriera. Tutto ciò che prima è semplicemente meraviglioso è però destinato a trasformarsi nel peggiore incubo.manipolazione psicologica3

Come funziona la manipolazione psicologica – Destabilizzare e denigrare

Quante volte un coniuge dice all’altro parole apparentemente soft ma che poi alla fin fine risultano essere dissacranti, denigratorie, di assoluta disapprovazione. Cose che li per li non ci si fa caso ma che goccia dopo goccia fa crescere il malessere e incrina la nostra autostima. Il manipolazione psicologica2manipolatore ha cambiato tattica. Prima ci seduce, ora ci demolisce, lentamente. Con questo stillicidio di battute apparentemente innocenti (ma come ti sei pettinata? Ma come ti sei vestita? Il tuo trucco è inappropriato … la pasta era sciapa, etc etc) si corre lentamente verso la distruzione dei nostri punti fermi e della nostra autostima, insomma cominciamo a dubitare di noi stessi e ci rendiamo deboli ogni giorno di più. Ciò non bastasse, un altro meccanismo che spesso mette in moto, appartiene alla categoria del fare richieste contraddittorie. Cioè chiedere oppure ordinare una cosa e poi il suo contrario. Il risultato? A noi che ci piace tanto la montagna, oppure andare al cinema, senza sapere perché potrebbe capitarci di odiarli entrambi e ritrovarci al mare oppure al teatro (che prima non ci interessava) proprio e solo perché piace all’altro. Insomma completa spersonalizzazione, ovviamente nelle forme più estreme.manipolazione psicologica1

Come funziona la manipolazione psicologica – Isolamento

In sua presenza, o meglio con la sua presenza, risulta quasi inevitabile che i rapporti con il nostro entourage (casa, lavoro, amici) salti completamente o quasi. Se è naturale respirare, per il manipolatore, con la stessa semplicità e naturalezza, riesce a creare tutte le distorsioni utili alla destabilizzazione di ciò che  prima era consolidato. Per fare ciò ad esempio, sono molto abili a creare diffidenze tra i vari soggetti del gruppo, il tutto allo scopo di poter essere padroni di avere tutto sotto il proprio controllo. Quando improvvisamente (cioè da quando il manipolatore entra in gioco) emergono conflitti o rancori segreti, occorre fare molta attenzione e individuare il ‘vero’ nemico.

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Come funziona la manipolazione psicologica – Colpevolizzare

Il manipolatore, attribuisce sempre ad altri colpe inesistenti. Saremo sempre convinti e lui ce lo ricorderà sempre, che tutto quello che facciamo non sarà mai abbastanza.

Alcuni esempi: ‘hai innaffiato il mio giardino e ti sono molto grato ma, avrà fatto veramente tanto caldo, alcune piante sono morte’ …. ‘Mamma, rientro più tardi: va bene figlia mia ma mi lasci sempre sola‘. E via dicendo

Per la maggior parte delle persone ‘normali’ questi soggetti sono la maggior fonte di stress in tutte le forme relazionali. Attenzione a non cadere in queste trappole, il rischio è la dipendenza o peggio ancora la depressione. Individua il tuo nemico e liberatene. Quasi sempre, nell’ambito di queste relazioni malate che si protraggono nel tempo, si commette l’errore di confondere tra ciò che l’amore dovrebbe essere e quello che amore, assolutamente non è. Tutto ciò che lascia segni nell’anima e nel corpo, tutto ciò che crea dolore non è amore. L’amore non richiede che ci sia un più forte.

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Come funziona la manipolazione psicologica – Che tipo di prevenzione

Esiste una sola parola: rispetto, ovvero l’opposto della prepotenza. Come dicevo prima, contro ogni forma di violenza esiste una sola medicina che è l’amore. Visto che il manipolatore non ama, non sa o non vuole amare, l’amore di cui parlo è quello verso se stessi che comporta quindi il recupero della stima e fiducia. Mai come in questo caso dobbiamo tenere in mente che quotidianamente, ci facciamo del male, tutte le volte che non ci rispettiamo

La consulenza tecnica nei casi di mobbing

 

Il termine ‘mobbing’ (dall’inglese “to mob”, aggredire) deriva dall’etologia e precisamente da Konrad Lorenz che lo coniò nel 1971, per indicare l’aggressione di animali di piccola taglia da parte di animali più grandi con l’intento di escluderli dal branco o di ucciderli.

Successivamente, agli inizi degli anni 80,  il prof. Heinz Leymann di Stoccolma l’ha usato per indicare una particolare forma di violenza psicologica messa in atto sul posto di lavoro nei confronti di una vittima designata.

In questo contesto ha individuato circa 45 azioni mobizzanti (strutturate secondo il questionario L.I.P.T.) del datore di lavoro (trasferimenti, spostamenti continui, provvedimenti disciplinari, disagi psico-fisici, prepensionamenti, esclusione dal mondo del lavoro etc…), che continuamente messi in atto esautorano l’individuo fino a strutturare uno stato di sofferenza psico-fisica rilevante, permanente e con ricadute nell’area cognitiva, affettiva e relazionale-sociale.

Il conflitto degenera in un’aggressione protratta che passa da questioni professionali ed oggettive, al coinvolgimento totale della persona, con attacchi alla leadership, episodi pregiudiziali, isolamento, ferite narcisistiche, minacce.

Alcuni autori ricollegano il fenomeno in un problema di comunicazione, in una routine di conflitto e da precisi criteri riguardanti la durata e la frequenza. La sequela del disagio psico-fisico, implica episodi di ansia ed agitazione nei primi sei mesi, l’evoluzione in un disturbo d’ansia o d’umore con tratti depressivi ed il fallimento nei tentativi di ripristinare l’equilibrio precedente in un periodo variabile da 6 a 24 mesi, la cronicizzazione del quadro clinico anche oltre i 24 mesi con ricoveri frequenti.

Lo scopo di una Consulenza tecnica è di esaminare i parametri cognitivi ed affettivi, ovvero il cosiddetto esame di stato mentale per porre una diagnosi sul soggetto. Dal punto di vista cognitivo sono importanti l’organizzazione spazio-temporale, la memoria a breve e lungo termine, la memoria operativa, l’attenzione e la concentrazione, il linguaggio verbale e l’espressione. Dal punto di vista affettivo sono rilevanti  la comunicazione non verbale, l’emotività, l’empatia, la capacità di gestione della pulsione erotica ed aggressiva.

L’impressione derivata dai colloqui non può prescindere dalla esperienza clinica del terapeuta psicologo, ma deve essere oggettivata e supportata da strumenti validati come test della personalità, scale di valutazione e questionari mirati (Hama o Stai per l’ansia di tratto e di stato, Beck per la depressione, Zung per l’ansia sociale, Maudsley per il disturbo ossessivo compulsivo etc), inventari della personalità (MMPI2, Millon-III), test proiettivi (Rorschach, D.F.U. etc), che confermino la prima ipotesi diagnostica.

Al momento attuale non esistono parametri medici o psicologici specifici per accertare il mobbing.

Lo psicologo sceglie gli strumenti che meglio conosce e accreditati da una storia clinica ampiamente validata, riferendosi a manuali come il Dsm o l’ICD10 per accertare un Disturbo depressivo, un disturbo d’ansia od un Post Traumatico da stress, molto comuni in queste situazioni.

Newsletter AIPG n° 8, anno 2002

Il danno esistenziale da bullismo

“Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. Un’azione viene definita offesnsiva quando una persona infligge intenzionalmente o arreca un danno o un disagio a un’altra.”  (Olweus, 1996). Il bullismo quindi non è riferibile ai normali conflitti o rivalità tra ragazzi, tipici dell’età adolescenziale, ma piuttosto a vere e proprie prepotenze preordinate, oppressioni che con aggressività sistemica, con continue violenze fisiche, verbali e psicologiche, vengono costantemente imposte su soggetti più deboli ed incapaci di difendersi riducendoli spesso ad una condizione  di soggezione, disagio psichico, isolamento ed emarginazione nei confronti di tutto il gruppo classe e, in casi più gravi, di tutta la scuola. E’ possibile individuare alcune caratteristiche che differenziano il bullismo dai comportamenti prevaricatori che possono normalmente avvenire tra coetanei:

  • L’intenzione volontaria e cosciente di arrecare danno all’altro, mediante azioni offensive attuate sia mediante il contatto fisico, sia a parole;
  • Evidente soddisfazione nel perseguitare la vittima prescelta, specie quando quest’ultima accusa evidente sofferenza psicologica e  sentimenti di angoscia;
  • Riduzione della stima di sé e maggiore propensione alle vessazioni nella vittima a causa delle continue e ripetute umiliazioni subite, che la conducono a non rivelare agli insegnanti e genitori gli episodi che la vedono coinvolta, proprio perché teme ritorsioni e vendette.

Non si dovrebbe quindi  parlare di bullismo quando i ragazzi che rimangono coinvolti in un  contrasto, non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà, quando sono in grado di spiegare il perché del loro conflitto, manifestare le proprie ragioni, scusarsi e cercare situazioni accomodanti, di cambiare tematica ed infine di allontanarsi.

Per chi vive delicati momenti evolutivi, il rischio che comportamenti a rischio si strutturino e si sistematizzino in un vero e proprio disagio esistenziale, è comunque elevato, soprattutto se l’adolescente si trova già in una situazione psicologica difficile e non incontra risposte adeguate dall’ambiente circostante.

E questo sicuramente si può dire sia del bullo che della vittima.

Alcuni studi longitudinali compiuti sulle vittime evidenziano, da un punto di vista psicologico, un maggior numero di episodi depressivi rispetto alla media, un stima di sé più bassa, un’alta percentuale di abbandoni scolastici, difficoltà lavorative ed un maggior numero di suicidi; da un punto di vista fisico invece, si riscontra un’incapacità a fronteggiare situazioni di aggressività verbale o fisica e la tendenza a somatizzazioni più o meno gravi (mal di testa, mal di stomaco, attacchi di panico, etc).

Volendo considerare il danno esistenziale come “la somma di ripercussioni relazionali di segno negativo” (Cendon, Ziviz, 2000), è indubbio come esso possa ritenersi diagnosticabile non solo nella relazione bullo-vittima, ma anche in chi vive intorno a loro (genitori, alunni, insegnanti).

Cendon P., Ziviz P. (a cura di), Il danno esistenziale. Una nuova categoria della responsabilità civile, Giuffrè, Milano.

Dominici R, Montesarchio G., Il danno psichico. Mobbing, bulling e wrongful life:uno strumento psicologico e legale per le nuove perizie e gli interventi preventivi nelle organizzazioni.

Olweus D (1996)., Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti, Firenze.

Il Mobbing e la psicodiagnosi

Punto di partenza su cui basare qualsiasi riflessione è che non tutte le azioni che danneggiano un lavoratore costituiscono mobbing di per sé. La caratteristica saliente del fenomeno sta nell’intenzionalità di colpire il lavoratore nel tentativo di renderlo incapace di reagire, indebonendone la funzionalità difensiva, distruggendone l’autostima, fino a renderlo vittima di se stesso e porlo in condizione di inferiorità.

Alcuni autori, in relazione all’aspetto di “perseveranza” di certi comportamenti, considerano il mobbing una “degenerazione”del conflitto, che si protrae modificando progressivamente i suoi contenuti. Da questioni puramente professionali ed oggettive, la disputa passerebbe quindi in un secondo tempo a coinvolgere non solo i comportamenti della vittima, ma la totalità della sua persona giungendo in situazioni estreme a ledere la saluta psicofisica del soggetto. Ege (2002) definisce il mobbing: una situazione lavorativa di conflittualità sistemica, persistente e in costante progresso, in cui una o più persone vengono fatte oggetto di azioni al alto contenuto persecutorio da parte di uno o più aggressori in posizione superiore, inferiore o di parità, con lo scopo di causare alla vittima danni di vario tipo e gravità. Il mobbizzato si trova nell’impossibilità di reagire adeguatamente a tali attacchi e a lungo andare accusa disturbi psicosomatici, relazionali, dell’umore che possono portare anche ad invalidità permanenti di vario genere.

Brevemente riportiamo un elenco delle principali azioni che la letteratura annovera tra quelle mobbizzanti:

  1. Demansionamento: al soggetto vengono assegnati compiti nettamente inferiori rispetto alle sue mansioni;
  2. Frequenti cambiamenti dei compiti assegnati: al soggetto vengono continuamente cambiati i compiti o le procedure da seguire;
  3. Sovraccarico di lavoro: al lavoratore viene assegnato un carico di lavoro tale da non poter essere svolto nei tempi previsti o da un solo operatore;
  4. Attribuzione di compiti assurdi o umilianti o tali da renderlo inviso dai colleghi: si impone al soggetto di tenere il conto dei materiali di consumo o gli si attribuiscono indebitamente funzioni di controllo su altri lavoratori;
  5. Manomissione della postazione di lavoro;
  6. Abnorme esercizio di controlli: si eseguono sul lavoratore controlli che non vengono attuati verso altri o gli si impone un abnorme numero di visite fiscali in caso di assenza per malattia;
  7. Frequenti critiche o richiami verbali o scritti;
  8. Privazione della progressione di carriera;
  9. Sistematica squalifica da parte di colleghi, superiori o sottoposti: il soggetto viene sistematicamente ignorato, non riceve risposta al saluto o alle richieste verbali o scritte, i superiori non rispondono agli esposti inoltrati;

10.  Calunnie o insinuazioni;

11.  Aggressioni o minacce.

La correlazione tra eventi mobbizzanti e psicopatologia non può prescindere dal riconoscimento del ruolo centrale che la variabilità interpersonale riveste in ambito clinico.

Ciò potrebbe indurre a pensare che fra i fattori scatenanti e il manifestarsi di un certo quadro sintomatologico, rientri una “personalità predisposta” o una vulnerabilità di fondo. Tuttavia in concomitanza all’amplificarsi del conflitto in ambito lavorativo, vengono generalmente a cambiare anche gli aspetti emozionali del soggetto che ne è vittima.

Psicodiagnosi

Per una psicodiagnosi completa viene consigliata la somministrazione della seguente batteria di test:

WAIS

MMPI-2

RORSCHACH

FIGURA UMANA

Il Mobbing oggi. Come è perchè

Nasce dal verbo inglese: “to mob” (attaccare) ed è stato usato per la prima volta dall’etologo Konrad Lorenz, per individuare il comportamento di alcuni animali della stessa specie che si coalizzano contro un membro del gruppo attaccandolo, emarginandolo e provocandone, nei casi peggiori, la morte. E’ stato poi utilizzato da altri per indicare tutti quei comportamenti di vero e proprio terrorismo psicologico posti in essere nelll’ambiente di lavoro da superiori o subalterni (mobbing verticale) o dai colleghi di lavoro (mobbing orizzontale), con chiari intenti discriminatori finalizzati ad emarginare progressivamente un lavoratore per indurlo alle dimissioni o facilitarne il licenziamento.Il mobbing in azienda

Il fenomeno mobbing, vecchio come il mondo, ci ha colto di sorpresa: nel 1997 era ancora un problema sommerso e poco conosciuto. Questo fenomeno multidisciplinare convolge un pò tutti: politici, medici, psicologi, sociologi, giuristi, esperti sindacali ecc.

Le fasi del mobbing

  1. conflitto quotidiano (conflittualità persistente sotto apparente normalità);
  2. inizio del mobbing e del terrorismo psicologico (attacchi alla vittima, nelle relazioni sociali, nella comunicazione, nella professione, nella salute).
  3. errori e abusi anche non legali della direzione del personale (trasferimenti, richiami ingiustificati, demansionamento, ecc);
  4. esclusione dal mondo del lavoro (sintomi ossessivi, malattie psicosomatiche, dimissioni, licenziamento).

Heinz Leymann, basandosi sull’osservazione di casi concreti, ha identificato 45 forme di comportamenti mobbizzanti suddivisi in 5 gruppi:

  • attacchi alla comunicazione
  • attacchi ai rapporti sociali
  • attacchi alla posizione sociale
  • attacchi alla qualità della vita
  • attacchi alla salute.

Al fenomeno mobbing sono state date più definizioni, una delle più autorevoli è la seguente:

Per mobbing si intende comunemente un comportamento del datore di lavoro (o del superiore gerarchico, del lavoratore a pari livello gerarchico o addirittura subordinato), il quale con una condotta sistematica e protratta nel tempo e che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili, pone in essere forme di prevaricazione e persecuzione psicologica nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro. Da ciò può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psicofisico e del complesso della sua personalità (Corte di Cassazione, sentenza n. 3875/09).

Come detto oltre alla parola mobbing da qualche tempo vengono usati altri termini che è bene conoscere in quanto definiscono le modalità con cui può generarsi il distress, cioè lo stress negativo, in ambiente di lavoro.

Straining: traducibile come tendere, sforzare; definisce una situazione originata in ambienti di lavoro in cui la vittima subisce una singola azione, es. un ingiusto trasferimento, le cui conseguenze sono di stress continuo e i cui effetti dureranno nel tempo; tale condizione ha come esito un effetto devastante sul soggetto. E’ però necessario che la vittima percepisca gli eventi come una componente intenzionale e/o discriminatoria.

Burn out: corrisponde al significato di :’scoppiato dal lavoro’. E’ una sindrome che colpisce principalmente i lavoratori impegnati nelle professioni d’aiuto quali: assistenza, sostegno, emergenza, istruzione, sanità, ecc. Le inadeguatezze organizzative, l’ingiusta assegnazione di compiti, la mancata chiarezza nelle regole, l’insuccesso, possono portare a situazioni di esaurimento di ogni energia e allo svuotamento psichico del soggetto sottoposto a superlavoro il quale non raggiungendo gli obiettivi prefissati va in corto circuito.

Stalking: traducibile come : “caccia in appostamento”; con tale termine si identifica anche il cosidetto “stalking occupazionale” caratterizzato dal fatto che la causa delle persecuzioni ha origine in ambiente lavorativo e viene estesa anche nella vita privata, cioè, lo stalker, aggiunge così molestie che toccano l’ambiente familiare della vittima al fine di completare e/o rafforzare il suo progetto di costringere la vittima alle dimissioni o soggiogarla al suo volere.

Le ragioni del mobbing

Si ricorre al mobbing, cioè a velati atteggiamenti persecutori messi in atto tramite azioni lesive occultate dietro una facciata spesso addirittura cordiale, affinche la vittima compia errori. Ciò giustificherà condotte quali: il dequalificarla, isolarla, sottrarle dei benefit, ecc. La conseguenza sarà l’inevitabile danno delle condizioni psicofisiche del perseguitato arrivando così alle sue spontanee dimissioni o ad un ‘giusto’ e ‘giustificato’ licenziamento. Morale: il persecutore avrà raggiunto il suo scopo ‘togliendo di mezzo’ la vittima, la quale uscirà dalla storia con una condizione fisica e sociale a pezzi conclusa a volte con il suicidio. Il mobbing non è una malattia ma ne può essere la causa.

Le ragioni emozionali

Sono caratterizzate dai più disparati motivi: incomprensioni, diversità, onestà, correttezza, invidia, gelosia, incapacità, personalità introverse, ecc. Spesso questa forma di avversione, di antipatia, non viene neanche esternata o quantomeno non al giusto livello, anzi, le azioni aggressive vengono nascoste dietro una facciata normale spesso addirittura cordiale; ciò rende la futura vittima inconsapevole di ciò che gli sta per accadere.

E’ probabile che all’inizio potrà pensare che si tratti della normale conflittualità, magari un pochino accentuata, mai penserebbe che tutto è mirato e studiato ad arte per distruggerlo.

Le patologie mobbing-stress correlate

I lavoratori sottoposti ad atteggiamenti persecutori, mobbing od altro, reagiranno tramite lo stress al fine di generare un meccanismo difensivo, ma al prolungarsi delle violenze presenteranno un alto rischio di sviluppare la sindrome da stress cronico le cui conseguenze inevitabili saranno patologie di ordine psicosociale. Naturalmente ogni individuo di fronte ad un conflitto professionale lo vivrà secondo la propria attitudine a reagire, alla sua forza, alla sua resistenza, tuttavia più il conflitto si prolunga, più la resistenza diminuisce.

Per le ‘vittime’ sono comuni i disturbi psicosomatici da stress, infatti nel tempo potranno sviluppare disturbi di ansia e d’umore quali:

Disturbo Pos-Traumatico da stress (DPTS) – fenomeni di evitamento, comportamenti cioè tesi ad evitare ogni situazione che ricordi il problema, pensiero concentrato in modo ossessivo sui problemi di lavoro con incubi, disturbi di ansia e depressivi.

Disturbo dell’Adattamento (DDA) – fattori di rischio di intensità e durata inferiori a quelli riscontrati nel DPTS.

Britney Spears: mobbing sessuale all’ex bodyguard

Britney Spears: mobbing sessuale all'ex bodyguard

Conseguentemente la forte tensione psicologica porterà alla comparsa di una serie di alterazioni che colpiscono l’equilibrio socio-emotivo e psicofisiologico generando la caduta delle difese immunitarie, la vittima arriverà nel tempo a sviluppare disturbi, somatizzazioni  che potranno divenire croniche e irreversibili.

I più tipici disturbi di natura psichica sono: agitazione, angoscia, disturbi dell’attenzione e della concentrazione, anoressia o bulimia, disturbi del comportamento, riduzione o perdita della libido, disturbo del sonno.

A cui certamente potrebbero seguire disturbi di natura fisica provocando danni agli organi più deboli quali: apparato gastrointestinale (gastrite, colite ulcerosa, ulcera peptica); apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale); apparato respiratorio (asma brochiale, sindrome iperventilatoria); apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce, enuresi); nel sistema cutaneo (psoriasi, acne, dermatite, prurito, orticaria, secchezza della cute e delle mucose, sudorazione); nel sistema muscolo scheletrico (cefalea tensiva, crampi muscolari, torcicollo, mialgia,  artrite, dolori  al rachide).

Una riflessione: in ambiente di lavoro, chiunque applichi la violenza, causando dei danni fisici, sarà immediatamente incriminato e condannato senza scampo; applicando invece la tecnica del ‘mobbing’ potrà generare dei danni fisici ancora maggiori, ma sarà però ben difficile provare la sua responsabilità nelle patologie che scaturiranno ed ancora più difficoltoso arrivare ad una sua condanna.

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