Categoria: Lo sviluppo della coscienza

Casualità e sincronicità – differenze

Casualità e sincronicità

Solo ‘Democrito, il mondo a caso pone’, diceva il divino poeta.

Dalla scienza ci arrivano continue conferme sul fatto che ‘il caso non esiste’ perchè ciò che sembra casuale, in realtà ci viene da ‘un qualcosadi molto profondo. A riprova di questo fatto, che per i più sembrerebbe incontestabile, ognuno di noi può provare a ricordare fatti (apparentemente) inspiegabili, (che accadono a tutti) anche se poi, semplicemente vengono ignorati o bollati come mere coincidenze. Però a pensarci bene, quando accadono quelle cose, ammettiamolo, un pò sorprendenti, si ha la sensazione che esistano, percepibili solo a tratti, una serie di fili invisibili che uniscono cose e persone. Insomma si ha l’impressione palpabile che tra gli avvenimenti, ci siano legami, che uniscono persone e informazioni. Ad esempio, cercate una casa e conoscete (per caso) una persona che gestisce un patrimonio immobiliare; cercate di risolvere un problema e, alla pagina successiva del libro che state leggendo, vi trovate la soluzione; cercate una persona al telefono e mentre vi accingete a chiamarla, vi squilla il telefono e guarda caso, è proprio quella specifica persona che vi chiama; vi trovate in un centro commerciale e incontrare, anche qui per caso, proprio la persona a cui dovete assolutamente chiamare per dirgli o dargli una cosa. Gli altri esempi, aggiungeteli voi.

Bene, tutte queste cose non sono casuali ma, come dice Jung, sono eventi di sincronicità.

Questi eventi, che rappresentano certamente gli aspetti sorprendenti e per certi versi enigmatici, e che sono oggetto di studio anche da parte dei fisici quantistici che si occupano nello specifico  di entanglement, permea continuamente l’universo in cui viviamo.

Jung se ne è occupato (insieme a Wolfgang Ernst Pauli, premio Nobel per fisica nel 1945) riferendosi (in merito a questo termine) alla simultaneità di due fatti che sono legati tra di loro da un senso ben specifico, ma in maniera casuale. Il fatto può essere interno e/o esterno, difficile da spiegare (come fai a spiegare in modo sensato che pensi a tizio e subito dopo ti arriva un suo messaggio? Non lo spieghi, è così e lo accetti) ma che però l’osservatore (l’amico di tizio), riconosce che un senso ce l’ha. Tentando di spiegare questo fenomeno, Jung ipotizzò che tra individuo e individuo (con eventualmente anche il coinvolgimento dell’ambiente circostante), in determinate situazioni, e inspiegabilmente, si viene a creare una sorta di ‘attrazione’, di sinergia, che ha come risultato finale, la creazione di tutta una serie di circostanze coincidenti, a cui le persone che la vivono gli attribuiscono un certo valore  ma anche un certo significato simbolico.

Quando accadono fatti del genere, rimaniamo senza parole, tendiamo ad interpretarli come casuali, oppure magici, oppure … ma….

La sincronicità potrebbe rappresentare, una specie di soluzione oppure l’idea giusta (che la mente ricerca); in questa prospettiva, ecco che arriva sotto forma di coincidenza, oppure di sorpresa, il modo che ci permette di raggiungere ciò che era nei nostri pensieri.

Questo tipo di esperienze (sincroniche), avvengono, caso strano assai, proprio nel momento giusto, quando insomma non ce lo attendiamo, e lo chiedo a tutti, quante volte, questi fatti, sono stati determinanti per cambiare il corso della nostra vita oppure hanno influenzato, in modo significativo, i nostri pensieri oppure le nostre opinioni in merito a…..

Ricordo che una volta un paziente mi ha chiesto, al telefono, come uscire da una situazione specifica che si era appena determinata. Gli ho suggerito di lasciarsi ispirare dal primo cartellone pubblicitario. Incredibilmente, ha funzionato.

Per beneficiare della sincronicità (che accade tutti i giorni e a tutte le persone di questo mondo) è necessario essere aperti e recettivi a tutto ciò che ci circonda avendo la mente aperta, permeabile, oppure vuota (almeno nell’accezione descritta in un altro articolo), tutte condizioni utili affinchè la sincronicità trovi i suoi spazi per potersi esprimere.

Se invece siamo perennemente in allerta ed ostili a ciò che ci circonda diviene più facile che accada il contrario, ovvero accada ad altri e non a noi. Il fatto sincronico può avvenire in vari modi (e sopra abbiamo citato qualche caso). In un certo senso, il fatto sincronico può essere influenzato (caratteristica dell’entanglement) se ogni cellula di noi si focalizza nel ricercare ciò che ci interessa (un lavoro, un partner, etc…) piuttosto che osteggiarlo con il nostro pessimismo.

Ma, vorrei spiegare meglio cosa intendo con interesse.

Interesse è una categoria della coscienza, quindi non fa il nostro caso, la sincronicità non viene attivata dalla coscienza.

Con interesse io intendo: i nostri bisogni più profondi. Quindi, il locus interessato non è la coscienza bensì, l’inconscio. E’ solo dall’inconscio che vengono innescate le forze primordiali. Ovvero le forze che generano il cambiamento.

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Parlare del padre, oggi, è molto difficile, contrariamente a quanto lo poteva essere fino alla fine dell’ultima guerra. Infatti il ruolo del padre era chiaro e netto e nessuno lo metteva in discussione. Poi però tutto cambia e per i padri diviene difficile provvedere al sostentamento economico per se stessi e per la propria famiglia. In seguito, il boom economico riuscì parzialmente a ricomporre questo ruolo ma negli anni successivi, sia in Italia che altrove, le cose cambiano notevolmente al punto di creare un mito, quello del padre assente. Questo mito è stato rinforzato anche dal fatto che si è posta l’attenzione sulla madre e sul suo impegno e sempre meno su quella del padre, via via sempre più svalutato.

La psicoanalisi, con Freud, evidenziò l’importanza del padre (vedi il complesso di Edipo), ma in seguito, i suoi allievi scrissero molto di più sul ruolo della madre e sempre di meno su quello del padre. Melania Klein, si focalizzò sul ruolo del bambino attaccato al seno materno, Bowlby  sulla figura di attaccamento e Winnicot ribadisce l’importanza che una madre buona è indispensabile per la crescita dell’uomo.

Dov’è il padre? E’ stato escluso da ogni discussione che lo veda come utile alla crescita del benessere psicologico dei figli.

C’è naturalmente una differenza sostanziale tra il ruolo materno e quello paterno. Il padre, non allatta, non porta il feto, non lo nutre, non lo partorisce.

Quindi il legame madre-figlio è essenziale per la sopravvivenza del figlio, quello con il padre invece, è un legame tutto da  costruire, e la sua fragilità può essere risolta solo se la società a contorno, istituzionalizza dei riti e delle regole, tipo quella che avevano i Romani. Li, il Pater familias, aveva potere di vita e di morte con la sua familias. Era il capo indiscusso: la moglie, i figli, le nuore e gli schiavi erano a lui sottomessi. Egli esercitava la patria potesta, un potere che esercitava fino alla sua morte, e che gli conferiva molte facoltà, tra cui quella di vita e di morte oltre al potere di venderlo (il figlio) come schiavo. 

Ma, a parte queste estremizzazioni (durate più di 700 anni), è indubbio che il padre lo si associa al senso di responsabilità; in lui si vede il sostegno, insieme alla madre, per curare lo sviluppo emotivo della prole e con essa le generazioni future, permettendo che la specie (Homo Sapiens Sapiens) abbia un futuro. Oggi viviamo in un mondo ove viene esclusivamente premiata l’efficienza produttiva e sempre meno quella di tramandare valori.

Un altro aspetto non meno importante viene affidata alla constatazione che oggi, sia madre che padre sono maggiormente preoccupati a farsi amare e sempre meno a farsi rispettare e soprattutto a mettere in primo piano ciò che dovrebbe (lo è sempre stato) essere l’attività primaria: l’educazione. Una funzione spesso esercitata dalla madre e sempre meno dal padre.

Assistiamo sempre di più ad una madre che si accolla tutte le funzioni (anche quelle paterne) e un padre che si sfila sempre di più.

Il Processo di Kafka, narra di una persona condannata per un crimine di cui non ricorda nulla, chi dovrebbe non gli dice nulla fino alla fine del processo, che si conclude con la sua condanna.  Potrebbe essere una buona metafora di questo padre sempre più assente?

Cosa è rimasto del Pater Familias di cui parlavo sopra? La risposta è facile: nulla o poco più.

Il padre può solo proporre modelli o valori, a cui il figlio può opporre il proprio no e a cui viene spesso rimandata la gestione del conflitto (utilissimo per la crescita) che spesso viene elusa.

Dal momento che alla madre viene riconosciuto un potere di natura biologica, quindi fortissimo e ineludibile, al padre (avendo persa la Patria Potestas di cui sopra) rimane un legame che non è biologico ma simbolicamente adottivo.

Mitologemi che rimandano al padre

Conosciamo tutti la storia di Telemaco, figlio di Ulisse e di Penelope. Vive nell’attesa del suo ritorno, del ritorno di un padre che non ha mai visto.

Un mito che racconta la storia dei figli abbandonati e a quei tempi, più di oggi, l’abbandono era reale.

Come abbiamo detto sopra, gli psicoanalisti dopo Freud, hanno raramente scritto in merito del padre. Il mito di Telemaco (figura maschile) è stata presa per la prima volta da Jacques Lacan e recentemente da Massimo Recalcati, ove  il disagio giovanile viene in qualche modo ripreso da una prospettiva psicoanalitica e non solo sociale (si parla moltissimo infatti del disagio giovanile). 

In buona sostanza, il concetto evidenziato si riferisce al complesso di Edipo ed al senso di castrazione che il figlio prova in quella fase.

Il fine di tutto questo è ovviamente la progressione maturativa del figlio il quale, vedendosi impedito l’accesso alla madre e quindi, vedendosi inibito il principio del piacere, impara a seguire regole e leggi, obblighi e divieti, costringendolo ad andare oltre il proprio egoistico bisogno del possesso sia delle cose che delle persone. Ecco quindi che la funzione del padre, diviene quella di introdurre nella vita del figlio, attraverso il linguaggio, il modo, fatto di limiti, per entrare in una relazione con se e con gli altri caratterizzata dall’equilibrio.

Affinchè tutto ciò accada, il complesso di castrazione (simbolico) deve essere giocato seriamente.  E non come avviene in chi attende Godot, oppure come chi, similmente, attende qualcuno che non  arriverà mai. Come abbiamo detto, oggi i padri tendono più a ricercare il consenso dai figli piuttosto che castrare.

Il padre e la sua funzione sta venendo sempre meno dalla nostra società. L’autorità simbolica del padre è sparita dalla nostra società, è relegata (ma non sempre) alla figura di colui che mantiene, ma che ha smesso di trasmettere i valori tipici di cui la società ha ancora bisogno.

Separazioni, divorzi, precarietà lavorativa, alcolismo, gioco d’azzardo, … generano una spaccatura da cui i figli non trovano l’orientamento necessario. I bambini hanno bisogno di direzione ma molto spesso sono i genitori che fanno decidere ai figli.

Nel mito, Telemaco attende l’arrivo del padre, che poi arriva. Nella nostra società i figli attendono Godot. 

Oggi non serve più un padre che elargisce disciplina (non è più credibile) ma, come dice Recalcati, un padre che elargisce testimonianza. Non ci sono più Pater Familias con potere assoluto, ma solo padri testimoni.

Un padre che dica ai figli come stare in questo mondo, quanta passione mettere nelle cose, un padre che insegna, con la propria testimonianza (ed esempio), come essere felici e vivere in questo mondo, pur con tutte le sue contraddizioni, con desiderio, ma anche, non dimentichiamolo, con responsabilità.

Il padre di oggi, non è più quello che  risponde ‘perché lo dico io’; serve un padre umano, che pur con tutti i suoi limiti, dimostra che la vita ha un senso anche se ignora il senso ultimo della vita.

L’importanza del VUOTO in psicologia

L’importanza del VUOTO in psicologia

I Buddisti, in merito a questo aspetto, si rifanno al Sutra del Cuore il cui messaggio è:

tutto è vuoto, una volta compreso interiormente questo punto, si è finalmente liberi, andando oltre l’illusione.

 Ecco parte del testo:

Il Sutra del Cuore

 “Ascolta, Shariputra:
questo stesso corpo è il vuoto
e il vuoto stesso è questo corpo.
Questo corpo non è altro che il vuoto
e il vuoto non è altro che questo corpo.
Lo stesso vale per le sensazioni,
le percezioni, le formazioni mentali
e la coscienza….

Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;

lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza…

Ci sono due tipi di vuoto: il vuoto interiore, il vuoto creativo.

Vuoto interiore

E’ uno spazio che contiene dolore, che si insinua dentro di noi e che costella le nostre giornate. Ci sentiamo spenti, nulla ci piace, e non c’è nulla in grado di tirarci su. E’ difficile uscirne, anche perché ci assale un senso di angoscia, spesso senza oggetto (di cui si ignorano le cause). Le cause possono essere molteplici e spesso può essere utile far ricorso ad un sostegno.

Vuoto creativo

Contrariamente al vuoto interiore, connotato negativamente, qui ci troviamo alla sua antitesi. Partendo dal presupposto che non è possibile avere un pieno se non è preceduto da un vuoto oppure dal concetto del silenzio, che per i greci era fondamentale per poter creare qualcosa di utile e saggio, oppure ancora dalla passività feconda, nota a chi pianta un seme e attende il germoglio ma anche a chi lascia il campo a maggese (dalla cui necessaria inazione è necessaria per riprendere nuovo slancio) oppure quello che ogni madre ha verso i figli che crescono. Ecco quindi che il vuoto non è concepito come dannoso bensi come un momento necessario se non addirittura indispensabile per promuovere il processo creativo.

Ognuno di noi constata quotidianamente viviamo in un periodo dominato dall’eccesso, che potremmo anche ridefinire come ‘troppo pieno’ da cui certamente si ravvisa la necessità di creare momenti o spazi da riservare al vuoto, che potremmo definire come passività attiva.

Un possibile esempio di passività attiva, oltre a quello precedente del campo lasciato a maggese, può essere rappresentato dalla storie delle storie, quella dell’eroe, che interrompe la sua attività perché malato, oppure è imprigionato oppure perché rapito dall’estasi d’amore (Ulisse, Achille, Lancillotto, …). Ebbene, non sono solo semplici pause, bensì hanno una funzione ben precisa e strutturale. La solitudine a cui si abbandona Lancillotto, sembra si contrapponga all’azione cui ci ha abituato, non è quindi assolutamente uno spazio sterile (come non lo è il campo a maggese) ma com’è facile intuire, propedeutico e necessario alla ripresa di nuove avventure. In questa stasi, il cavaliere sembra perdersi (in tutti i miti dell’eroe abbiamo queste pause) ma in realtà ritrova tutte le energie che lo rilanciano verso le avventure.

Da tutto ciò si evince, spero in modo sufficientemente convincente che il vuoto non è un qualcosa di negativo o peggio ancora, dannoso, ma al contrario utile al processo creativo, e quindi alla crescita.

Quindi, il vuoto è quel ‘luogo’ ove c’è il nulla, non ci sono i pensieri, dove per decidere, non mi faccio influenzare da nulla, ma lascio la mia mentre libera e in attesa di un qualcosa che affiora.

Paradossalmente si risolvono i problemi proprio quando non siamo focalizzati su di loro ma ascoltando i suggerimenti che affiorano dall’inconscio.  Dal vuoto affiorano soluzioni che il solo ragionamento ignora.

Se siamo concentrati, intellettivamente su questo o quel problema, se quindi usiamo solo una parte, una piccolissima parte del nostro apparato psichico, trascuriamo tutto il resto. In nostro apparato psichico è fatto dall’Io, dall’inconscio personale e dall’inconscio collettivo, serbatoio degli archetipi.  Se usiamo solo l’Io (il ragionamento) trascuriamo tutto il resto che è enorme. L’io è solo un punto dove il resto è un tabellone gigantesco.

Ad esempio, quante volte ti sei arrovellato nella ricerca di una soluzione per un problema specifico senza trovare una soluzione? E quante volte, non pensando a quel problema specifico, all’improvviso hai ‘visto’ la soluzione davanti a te? Ecco, tutto questo accade perché l’Io ha ceduto energia e il resto dell’apparato psichico ha avuto le risorse per  ‘lavorare‘ e trovare, trovandola, la soluzione.

Ecco dove sta il vantaggio del vuoto: fare vuoto dentro, liberare la mente perché essa è concentrata sull’identità consueta e non riesce a vedere nulla o quasi.

“L’intima natura delle cose ama nascondersi”, Eraclito

Questa definizione di Eraclito, poetica ed ermetica allo stesso tempo, spiega che la natura di ogni fenomeno risiede quasi sempre dietro le apparenze di quel fatto/fenomeno e dei suoi effetti. Questa natura intima, in realtà non si nasconde ma semplicemente non è vista. Quante volte ti sarà successo di non vedere nulla e poi, all’improvviso, quasi per miracolo, tutto ti sembra più chiaro e illuminante? Quindi, quella cosa, quella situazione, quella soluzione è sempre stata li, era presente ed agente.

Se invece non risolviamo, allora vuol dire che abbiamo portato dentro troppo di noi, ci abbiamo pensato troppo, ci siamo inzavorrati. Tutta zavorra che dobbiamo eliminare e prima lo facciamo prima staremo meglio.

Ciò che non conosciamo della natura, nonostante la conoscenza attuale, è di gran lunga più importante e più attraente di quel poco che conosciamo.

Ecco che la malattia è il risultato di questo conflitto. Un conflitto tra l’anima e il corpo. Ma leggiamo cosa dice Jung in merito a questo aspetto.

 «La malattia è la dolorosa testimonianza di qualche conflitto in atto nel corpo e nell’anima. io cerco di scoprire che cosa i miei pazienti stiano nascondendo a se stessi; perciò, quando si rivolgono a me, mi limito al ruolo dell’ascoltatore. Faccio il vuoto nella mia mente, la rendo cioè ricettiva. Devo liberarmi di ogni preconcetto, evitare di dare giudizi sullo stato morale o spirituale che essi mi svelano.”

(C.G. Jung – Da un intervista del New York Times a Jung, fatta nel Settembre 1912, in cui egli parla della psicologia dell’americano.)

 Anche se non sempre, il vuoto non è assimilabile all’assenza (vedi Lancillotto, oppure il campo a maggese sopra), ma una gestazione più o meno lunga. I tempi della psiche non sono gli stessi di quelli del corpo, il tempo per elaborare non sono quelli che sono ma quelli che devono essere. Tutto questo può durare anche anni e a volte, per risorgere, per tornare a vivere,  bisogna toccare il fondo.

In merito all’archetipo del Sé, esso non si nasconde mai ma semplicemente è celato dal NOISE (rumore di fondo); tutte le sovrastrutture, inutili e dannose  (religiose, morali, sociali, …) che noi umani, da tempo immemorabile ci siamo inventati per ingabbiarci, circoscrive il nostro spazio vitale sempre di più.

Spesso si legge che i mistici avevano ‘visto’ ciò che oggi la fisica quantistica ci svela quasi quotidianamente.

In merito al vuoto, sia i mistici che la fisica quantistica ci dice che non c’è niente di così pieno di energia in quello spazio che ci ostiniamo a definire vuoto.

Danah Zohar, psicologa e studiosa di fisica, scrive che ‘il vuoto in se’ può essere concepito come il campo dei campi, o in altri termini come un mare di potenzialità.

Il campo, in fisica è una grandezza (proprietà di un fenomeno, sostanza oppure corpo) che può essere espressa come una funzione (relazione tra due insiemi) della posizione nello spazio e nel tempo oppure nello spaziotempo.

Questo campo, non contiene nulla (particelle) e tuttavia:  

‘le particelle sorgono come eccitazioni […] al suo interno. […] Il vuoto è il substrato di tutto ciò che è.” [Danah Zohar – L’Io ritrovato, Sperlink & Kupfer, Milano

Quando il tempo vola

Quando il tempo vola

Il tempo e la sua comprensione non è innata. Basta vedere i bambini che al mattino, invece di sbrigarsi per andare a scuola fanno impazzire tutti con la loro lentezza.  

Quando il tempo vola – il tempo è un’illusione

Parmenide di Elea, quattrocento anni prima di cristo diceva che il tempo è diverso da ciò che sembra: in altre parole, è un’illusione travestita di realtà; Sant’Agostino, 1000 anni dopo, sosteneva che se nessuno glielo chiede sa cos’è; ma se qualcuno glielo chiede, non saprebbe cosa rispondere.

In tempi moderni, per gli studi sul tempo, dobbiamo attendere Newton, per lui lo spazio e il tempo sono due aspetti indipendenti e assoluti;  Einstein, con la teoria della relatività speciale, dimostrando che nulla potrà mai andare oltre la velocità della luce, implicitamente obbliga a pensare che il presente, futuro e passato sono solo concetti relativi e che l’uno è dipendente dall’altro e quindi, contrariamente a quanto sosteneva Newton, non assoluti; sempre il nostro Albert, qualche anno dopo, scrive le equazioni di quella che verrà chiamata relatività generale, con la quale è possibile ribadire, senza ombra di dubbio che il tempo assoluto non esiste; la fisica quantistica scopre che su scala microscopica lo spaziotempo, smette di essere una rete continua ma diventa discontinua, somigliante a quella che verrà chiamata la schiuma dello spaziotempo; ultima tappa, ed ecco che il tempo scompare per diventare atomi di spazio.

Quindi, ad oggi, le ricerche più recenti ci portano a dire che il tempo non esiste, è solo un’illusione.

Quando il tempo vola – Perchè 

Come dicevo prima, il tempo per i bambini non esiste. Nel loro tempo ci sono solo le necessarie attenzioni che chiedono ai loro genitori, il cui tempo, è completamente in balia delle loro esigenze; per noi adulti, un viaggio può essere destabilizzante, o disorientante, soprattutto se visitiamo luoghi ove il tempo è impiegato diversamente dalle nostre abitudini (pensiamo ai poli o all’equatore, dove la durata della giornata è diversa dalla nostra, oppure in paesi ove in certe ore, tutto si ferma, ad esempio per la siesta, oppure per le preghiere).

Però poi, alla fine, tutti ci lasciamo guidare da un sistema di misurazione standard, cioè ci lasciamo guidare e condizionare da un tempo scandito dalle ore e dai minuti. Il tempo, scandito come abbiamo detto, può considerarsi un sistema efficace e universale eppure, a dimostrazione della sua relatività e della sua illusione basti pensare all’impatto che può procurare sulle persone e alle implicazioni tra la coscienza e l’inconscio; ad esempio, l’importanza di un anno per uno studente bocciato, oppure di un mese per una nascita prematura, di una settimana per chi dirige un giornale a tiratura settimanale, dell’ora per due amanti che ‘non vedono l’ora di incontrarsi’, dei minuti per chi ha appena perso il treno  oppure l’aereo, del secondo per chi, per un ‘soffio’ ha evitato un incidente e del centesimo di secondo per un atleta che ha vinto l’oro e non l’argento.

Quindi, ripartire il tempo in una modalità standard è utile per tutti, è un sistema efficace ma lo scorrere del tempo, come abbiamo detto, viene percepito in modo diverso in funzione dei singoli casi.

Quando il tempo vola – varietà delle circostanze

Il tempo può essere vissuto come gioia (mentre si fa l’amore), oppure sofferenza (mentre qualcuno ci tortura); il tempo quindi vola nel primo caso, rallenta nel secondo.

C’è poi la noia e l’attesa che può essere estrema quando si vive in carcere. Provate a leggere Papillon e delle sue esperienze mentre passava lunghi anni in una cella. Lui passava il tempo facendo ginnastica, pensando, riflettendo e ricordando, ed è sopravvissuto; altri si disperavano oppure si masturbavano in modo compulsivo e non sono sopravvissuti.

Il tempo, sotto l’effetto di sostanze, sembra rallentare. Rallenta anche durante la meditazione, quando stiamo facendo cose nuove (studio, andare in vacanza, impariamo uno strumento, etc). Il tempo quindi, paradossalmente, quando non facciamo nulla, oppure tante cose, viene percepito più lento.

L’orologio quindi, scorre sempre allo stesso modo e scandisce i secondi, minuti e ore allo stesso modo eppure, in quel tempo, la percezione può cambiare. Alcune esperienze infatti sono vissute in modo più intenso di altre. Cambia la densità dell’esperienza.

Abbiamo una densità alta quando accadono tante cose, oppure assolutamente nulla (vita di un recluso). Quel vuoto è riempito dall’azione oppure dalle meditazione. Quindi, il paradosso può trovare una possibile spiegazione nel fatto che in alcune circostanze, quelle diverse o strane, prestiamo maggiore attenzione, perché tendiamo ad amplificare la densità dell’esperienza. Tale modalità trascende la percezione che abbiamo dell’unità di tempo standard.

Quando il tempo vola – il tempo vola

Il principio dipende quindi dalla densità dell’esperienza che ci porta a percepire come più lento o più veloce quello che poi è il reale scorrere del tempo.

Se pensiamo a quando andavamo ancora a scuola ci vien da dire:’…sembra ieri’. Questa è una situazione ove il tempo viene compresso.

Pensiamo ad esempio a quando abbiamo imparato a guidare (il tempo non passava mai); oggi che invece sappiamo guidare, nulla si frappone tra i nostri pensieri e l’attività di guida (il tempo vola).

Durante una giornata di lavoro, anche complesso, ma di cui abbiamo un grande esperienza, la densità dell’esperienza è molto bassa. Facciamo ciò che sappiamo fare bene senza un reale grosso impegno e così, ci ritroviamo a fine giornata rapidamente e ne siamo felici perché possiamo tornarcene a casa.

Esiste un altro aspetto che ci fa percepire come lento lo scorrere del tempo: la routine. Facendo sempre le stesse cose e tornando indietro nel tempo, facciamo fatica a pensare cosa abbiamo fatto in un determinato giorno, perché sono giorni che ‘svaniscono’ in quanto tutti uguali. Ci riusciamo benissimo invece se quel giorno è stato, per qualche motivo, un giorno importante.

Un altro aspetto importante, potrebbe essere legato ad  una semplice constatazione. L’anno scorso è volato, mentre il mese scorso un po’ meno e sicuramente ancora meno di ieri. Un classico non-sense, spiegato con ciò che dicevamo prima, la memoria del passato erode, la densità diminuisce e ciò che resta è la sensazione che il tempo sia volato.

Quando il tempo vola – appuntamenti

Se abbiamo un appuntamento tra dieci minuti, non abbiamo necessariamente bisogno di un orologio, riusciremmo ad arrivare in orario e questo dimostra che siamo in grado di tradurre l’esperienza in unità temporali. Quando tutto scorre normalmente, siamo in grado di fare un lavoro in 10 minuti, oppure siamo in grado di prevedere quanti minuti servono per fare una determinata cosa; questo è dovuto ad un principio di coerenza esperenziale. Solo se la routine viene alterata, il meccanismo si inceppa e questo è dovuto al cambio della densità dell’esperienza e che potrebbe portarci a dire che il tempo è volato, oppure non passa mai rispetto all’esperienza che abbiamo di una determinata unità di tempo (10 minuti oppure un’ora, etc).

Voi state andando al lavoro come tutte le mattine. Tutte le mattine sono identiche. Ma se una mattina assistete ad un incidente, tutto si rallenta e quella mattina sarà diversa. Avrà una densità diversa.

Il cervello e la psicoanalisi

Il cervello e la psicoanalisi

Il primo ominide (Lucy) camminava sul suolo terrestre circa 2.3 milioni di anni fa; a sua volta, prima di lui, c’erano le scimmie e prima ancora i paleo-mammiferi  preceduti dai rettili.

Gli scienziati hanno individuato (per semplificare ovviamente) tre diversi tipi di cervelli (costruiti uno sulle spalle dell’altro) o meglio tre cervelli in uno.

Il cervello dei rettili, su cui in seguito si è costruito il cervello dei paleo mammiferi e infine quello dei neo mammiferi.

Questo paradigma è stato per la prima volta enunciato dal neurologo Paul D. MacLean (1º maggio 1913 – 26 dicembre 2007, neuroscienziato americano). Nel corso dei suoi studi sul cervello ipotizzò l’esistenza di tre cervelli che rappresentano momenti evolutivi della storia umana. Similmente agli strati geologici: ognuno di essi rappresenta i sedimenti che si sono stratificati nel corso dell’evoluzione.

Questi ‘sedimenti’ nel caso del cervello sono:

  1. l’archipallium (cervelletto e bulbo spinale) o cervello primitivo (rettile);
  2. paleopallium (sistema limbico) o cervello intermedio (paleo-mammifero);
  3. neopallium (emisferi cerebrali) chiamato anche neocorteccia  o cervello superiore (neo mammiferi).

Nel primo vi trovano dimora gli istinti e le funzioni vitali (controllo del respiro, del ritmo cardiaco, sensibilità, attività motoria etc); nel secondo il centro delle emozioni; nel terzo, più recente (solo nei primati) tutte le funzioni cognitive, simboliche e razionali, ovvero la coscienza.

Queste tre aree anche se sono coordinate, sono indipendenti l’uno dall’altra e in grado di gestirsi in autonomia. Quindi, se qualcuno ha mai pensato che la coscienza coordinasse il tutto si è dovuto ricredere. La teoria dei 3 cervelli, ha riformulato tutto o quasi ciò che in precedenza si credeva,  comprese le teorie sulla elaborazione dei pensieri, sulle cause del comportamento e sulle malattie.

Tutto ciò avviene negli anni 50 e alcuni psicoanalisti hanno sentito l’esigenza di tradurre le intuizioni freudiane in merito alla ripartizione dell’apparato psichico (ES-inconscio; Io; Super-Io) stabilendo quale struttura neurologica potesse ‘contenerne’ i singoli elementi.   

Si ipotizzava quindi che l’Inconscio (Es), potesse risiedere nel sistema limbico o in generale nel cervello denominato neurovegetativo, meglio noto come sistema nervoso autonomo. Mentre l’Io e il Super Io nella corteccia, o meglio nella neo-corteccia ma anche più in generale nel sistema nervoso centrale volontario.

Grazie a questa intuizione, anche la psicosomatica trovava una legittimazione dal momento che questa strutturazione forniva le basi scientifiche alla natura organica per ciò che prima si supponeva fosse solo riconducibile alla natura psicologica.

Anche dal punto di vista gerarchico, le strutture più elevate (corteccia) venivano ricondotte alle funzioni più elevate (attività volontarie coscienti e razionali) rispetto a quelle emotive, autonome e perlopiù neurovegetative.

In seguito, altre ricerche specificavano ulteriori specializzazioni al livello degli emisferi: il destro dedicato ad aspetti simbolici, astratti, spaziali e visivi (creatività); il sinistro alle funzioni analitiche e razionali che trovano il massimo utilizzo della parola.

Quindi la parte sinistra del cervello, che si occupa  dei processi linguistici (percezione degli eventi e concatenazione degli stessi nel tempo) potremmo semplificando, chiamarlo cervello ingegnere perchè interpreta la realtà in modo analitico; il destro invece, che potremmo chiamarlo cervello poeta, è specializzato nella percezione della realtà vista nel suo insieme, quindi in modo spaziale e ne da un’interpretazione emotiva.

Nessuno dei due emisferi è dominante, dal momento che lavorano in modo integrato; il destro si occupa delle emozioni, il sinistro della ragione, del pragmatismo, dell’analisi.

Ma cosa è più importante, l’aspetto emotivo oppure quello logico-razionale? Si tenderebbe a dire che gli occidentali sceglierebbero quello razionale o Apollineo, mentre gli orientali quello emotivo o Dionisiaco.

Anche se questa visione è stata abbandonata da tempo, negli anni 80 gli psicoanalisti tendevano a correlare le diverse specializzazioni emisferiche alla psicopatologia. Ecco quindi che l’isterico o il Dionisiaco con le sue stravaganze veniva correlato all’emisfero destro, mentre l’ossessivo compulsivo (iperanalitico) al sinistro.

È noto il concetto di processo primario e secondario dal punto di vista psicoanalitico (p.es. l’aggressività è primaria e poi, attraverso l’educazione diviene secondario).

Parlando ad esempio di difese, è facile comprenderle nelle loro suddivisioni tra primarie e secondarie.

Quelle primarie sono primitive, immature, quindi classificate come inferiori perché vengono notate primariamente nella prima infanzia; in definitiva sono inconsce e si pongono come confine tra il Sé e il mondo reale.

Le secondarie, al contrario sono più evolute, mature e quindi di ordine superiore e delimitano i confini interni (Io, Super-Io, ES /coscienza, istanze morali e inconscio) oppure tra l’Io che si occupa di relazionarsi con la realtà attraverso l’osservazione e l’esperienza.

Quindi, da un punto di vista neurobiologico, si è rapportato l’emisfero destro con i processi primari e il sinistro con quelli secondari.

Il passaggio dal dx al sx avviene tramite messaggi che gli emisferi si spediscono utilizzando un apparato neuroanatomico essenziale, il corpo calloso che si occupa di transcodificare ciò che l’emisfero destro trasferisce sotto forma di immagini in un qualcosa di comprensibile e comunicarlo al sinistro. Ovviamente accade anche il contrario.

Freud ha sempre sostenuto che l’inconscio funziona tramite immagini e simboli (vedi il processo onirico) e processi primari, mentre i processi secondari e coscienti venivano caratterizzati dal pensare per parole.

Gli studi degli anni 50 avrebbero confermato ciò che Freud pensava all’inizio del ‘900.

Per non parlare della rimozione, uno dei meccanismi di difesa alla base dell’inconscio. Come abbiamo detto sopra i due emisferi comunicano attraverso il corpo calloso. Nel caso della rimozione, questo flusso di comunicazione sarebbe inibito.

L’Es (inconscio) e il processo primario, vengono ricondotti all’emisfero destro, mentre l’Io (coscienza) e il processo secondario al sinistro e alle sue attività che per natura sono logico-verbali.

In alcuni dei sui scritti, Freud sosteneva che le modalità del pensare e del sentire dovevano per forza di cose essere soggette a leggi specifiche; in particolare ha sempre sostenuto che il compito dell’analisi è di rendere cosciente l’inconscio  e che in definitiva il destino dell’Es è quello di ridursi all’Io.

Jung invece ha sempre sostenuto (e in seguito Freud ha concordato) che non sarà mai possibile svuotare (e quindi eliminare) tutti i contenuti dell’inconscio. Anche perché, per Jung l’inconscio si suddivide in quello personale (simile all’inconscio freudiano) e quello collettivo (equiparabile forse al Sistema Nervoso Autonomo).  Il primo soggetto ad un parziale svuotamento mentre il secondo, avrebbe una funzione diversa ed è quindi soggetto ad un continuo aggiornamento incrementale.

Tuttavia la psicoanalisi classica, pur prendendo nota degli sviluppi dello studio del cervello, ha sempre concordato sul fatto che emisferi  (dx e sx) e processi (primari e secondari) sono complementari ed entrambi operativi con funzioni indipendenti. In altri termini, il processo primario non va considerato come inferiore al secondario ma, com’è giusto che sia, svolge funzioni diverse e quindi altrettanto utili e necessarie. La percezione di ciò che accade viene elaborata a livello neurologico (emisferi) e psicologico (Es-Io, processo primario-secondario) in modo simultaneo  ma cognitivamente diverso.

Ciò che viene da un emisfero, dopo una specifica elaborazione, viene trasferito all’altro che ne integra (secondo le sue specificità) i contenuti per giungere ad una nuova visione.

Nel corso del processo psicoanalitico, ciò che sta nell’inconscio viene svelato e rielaborato fornendo all’Io del paziente nuove prospettive. Ciò che l’Io del paziente percepisce nella sua quotidianità diviene materiale con cui l’inconscio prende spunto per ‘rilasciare’ i suoi contenuti soggetti alla rimozione. In questo processo continuo, le prospettive del soggetto cambiano continuamente.

Concludendo, la stretta collaborazione tra i due emisferi  (che come abbiamo detto sono indipendenti e complementari) sono da correlare con la salute psicofisica del soggetto.

Chi suona il pianoforte usa entrambe le mani che concorrono in modo indipendente e complementare a tradurre in musica ciò che c’è sullo spartito.

Come conoscersi meglio

Come conoscersi meglio, ovvero il principio di individuazione

Come conoscersi meglio: gli archetipi

individuazionePrima di parlare del processo di individuazione è necessario fare alcune premesse in merito all’apparato psichico e di alcuni suoi contenuti e modalità di azione.

  1. Coscienza e inconscio. Il nostro apparato psichico è composto da due entità ben distinte: l’Io (ovvero la coscienza, ovvero, ciò che percepiamo di noi durante lo stato di veglia) e l’inconscio. Viviamo in una società molto tecnica e veloce che tende a ignorare l’inconscio. Essere solo coscienza non va bene perché saremmo vuoti e poveri di emozioni. Essere solo inconsci, al contrario, sarebbe pericoloso, perché vivremmo come dei pazzi. Dobbiamo pensare a queste due entità come elementi fondamentali, il cui equilibrio è indispensabile per la salute psichica e per la nostra vita in generale.
    1. Per Freud l’essere umano è condizionato dall’inconscio e difficilmente riesce a controllarlo; l’inconscio contiene tutti i nostri conflitti rimossi e compito dell’analisi è quello di svuotarlo.
    2. Per Jung invece, le due istanze devono dialogare continuamente, devono integrarsi, dal momento che l’uno è fondamentale all’altro, quindi l’inconscio non verrà mai svuotato e mai prevarrà sulla coscienza, e per la coscienza il discorso è equivalente. La razionalità (coscienza) e l’irrazionalità (inconscio) nella visione Junghiana, vanno mano nella mano, generando equilibrio e armonia.
  2. Gli opposti. Nel pensiero Junghiano è molto forte il principio degli opposti o, per meglio dire, dell’ambivalenza. Il bene e il male, il maschio e la femmina, lo Yin e lo Yang, etc. Queste polarità sono necessarie, come altrettanto necessarie sono la compensazione e il bilanciamento, al fine del raggiungimento dell’equilibrio psichico. Ad esempio, per Freud il sogno rappresenta un desiderio represso, dando quindi un’ampia prevalenza dell’inconscio; Jung invece ritiene che le due entità si bilanciano e quindi l’interpretazione del desiderio represso sarebbe troppo unilaterale. Quindi, il sogno ci mostrerebbe altre possibilità a cui la coscienza non aveva fatto attenzione. Per Jung, tutto ciò che sta nella psiche, necessita anche di un suo equivalente opposto. Questi opposti sono in tensione che compensa l’intero sistema; in tal modo raggiunge la sua completezza.
  3. Archetipi che concorrono alla individuazione. Ben 5 archetipi concorrono al processo; essi sono anima / animus, persona, ombra, Senex e Sé. Vediamoli brevemente in dettaglio:
    1. Anima/Animus. Rappresentano la controparte maschile (per le donne) e femminile (per gli uomini. In ogni essere umano c’è una controparte dell’altro sesso (la biologia ha individuato estrogeni negli uomini e testosterone nelle donne, ovviamente in piccola parte). Jung ha individuato aspetti ‘femminili’ della psiche degli uomini e ‘maschili’ in quella delle donne. Entrambi rappresentano un ‘ponte’ tra la coscienza e l’inconscio.
    2. Persona. Dal latino persōna persōnam, che a sua volta viene dal greco πρόσωπον (prósōpon) dove indica il volto dell’individuo, ma anche la maschera, che gli attori indossavano in teatro per far capire quale personaggio veniva rappresentato. Dal latino indicava la funzione, la parte di un personaggio. Tutti noi, ogni giorno, portiamo una maschera da esibire in ogni circostanza. La Persona però ha due aspetti: uno negativo e l’altro positivo. Infatti l’aspetto positivo fa da freno agli aspetti dell’inconscio che altrimenti agirebbero senza controllo e fa si che l’Io possa intervenire per regolarli. E’ la Persona che ci mette in relazione con il mondo esterno, regolando il flusso dell’inconscio vs la coscienza e facendo da ‘ponte’ vs il mondo relazione. E’ importante comprendere che la Persona non rappresenta la totalità della psiche ma che ne è solo una parte e solo quando si intuisce questa cosa, inizia il viaggio dentro noi stessi e di conseguenza si inizia il processo di individuazione.  
    3. Ombra. Inevitabilmente, iniziando questo percorso, il primo incontro che facciamo è proprio con l’ombra, ovvero il lato oscuro dell’uomo. Tutte le cose orribili e indegne che abbiamo fatto e che, pur avendole fatte, le rifiutiamo come estranee alla nostra essenza,, in realtà rappresentano esattamente ciò che senexdesideravamo; inaccettabile diremmo, eppure quasi sempre è così.  
    4. Senex, ovvero colui che sa. Questa ‘figura’ rappresenta, in virtù dell’età avanzata, il massimo dell’esperienza e delle capacità. Dovrebbe aver ridotto l’Ombra e compreso l’anima/animus e avere una dialettica coerente con la Persona. Può essere rappresentato (ad esempio nei sogni) da figure come il sacerdote, l’intellettuale, il professore, etc. Però, come per i precedenti archetipi, anche qui abbiamo un lato negativo che può essere rappresentato da alcune caratteristiche come la cocciutaggine (che indicherebbe una incapacità al cambiamento perché oramai sa tutto lui), ma anche da altre figure negative che sono rappresentate da persone anziane ma malvagie o autoritarie.se
    5. Il Sé. Il Sé, racchiudendo e comprendendo tutti gli archetipi dell’individuazione, rappresenta tutto ciò che è sinonimo di totalità e di completezza. Dal momento che rappresenta la totalità, è ovviamente anche in parte inconscio. Nei sogni assume spesso varie forme, come ad esempio la personalità superiore, il cavaliere vittorioso, l’angelo, etc.  Questo archetipo assume la forma di una sorta di trascendenza e in quanto tale sembrerebbe inafferrabile, irraggiungibile ma pur essendo privo di concretezza, riesce a manifestarsi in varie forme. Pensiamo ai miracolati, a coloro che  vedono la madonna, i buddisti nella forma più completa, ovvero coloro che hanno raggiunto l’illuminazione. Anche in questo archetipo abbiamo una parte negativa e viene rappresentata dal megalomane, dalla radicalizzazione intellettuale o religiosa. Tali radicalizzazioni, se non comprese e controbilanciate portano spesso alla rovina e alla distruzione dell’individuo.

Come conoscersi meglio, il processo di individuazione

“In realtà, il processo d’individuazione è quel processo biologico…attraverso il quale ogni essere vivente diventa quello che è destinato a diventare fin dal principio”
(C.G.Jung, Opere, Vol. 11, p.294)

Partendo dai presupposti sopra elencati, Jung, dopo la rottura con Freud, cominciò ad approfondire la propria individuazione, utile per se stesso ma anche per i propri pazienti perché, come possiamo leggere nei suoi scritti, solo se il medico è interessato al problema del paziente, la sua azione diviene efficace. Se invece si chiude nella sua corazza emotiva perde ogni efficacia. Jung dice che :”… Io prendo i pazienti sul serio ….”  Insomma, solo se il medico è ferito, questi può guarire e solo se è disposto a mettere in gioco tutto se stesso, c’è la certezza dell’efficacia terapeutica, che va ovviamente integrata con la sua professionalità e preparazione.

Tale processo quindi, altro non è che un percorso interiore che ha come obiettivo ultimo, la conoscenza e la scoperta di ciò che si è. In questo percorso ognuno ha il suo stile (nessuno può insegnare questa cosa dal momento che ognuno ha l’esclusività dei propri contenuti archetipici) , il suo progredire, rappresenta (e lo vedo quotidianamente negli sforzi dei miei analizzandi) un’esperienza dolorosa ma unica e irrinunciabile.  

 ” I miei pazienti e analizzandi mi hanno portato così vicino alla realtà della vita umana, che mi hanno costretto ad apprendere cose essenziali. Gli incontri con la gente più varia, e di tanto differenti livelli psicologici, sono stati per me incomparabilmente più importanti di episodiche conversazioni con celebrità. I colloqui più belli e più significativi della mia vita furono anonimi. “

Carl Gustav Jung

Come abbiamo visto, solo riconoscendo che l’Io è solo una parte della psiche, si riesce a comprendere i messaggi che emergono dall’inconscio. Grazie a queste naturali ‘effervescenze’ che provengono da profondità sconosciute, la nostra ragione può capire e approfondire, permettendo la piena integrazione con l’Io, producendo uno stato di benessere stabile e duraturo.  

La psicoterapia ci aiuta a comprendere i messaggi che affiorano dall’inconscio anche se poi però, la piena accettazione è un compito individuale. Tutti sanno che la cosa più difficile è proprio capire e conoscere se stessi. Per far ciò è necessario un Io in grado di mantenersi saldo e di mettersi in ascolto del proprio mondo interiore.

L’individuazione è quindi, secondo Jung, ciò a cui siamo chiamati a fare, ovvero sviluppare la  propria personalità individuale, differenziarsi  dagli altri. 

Se qualcuno si chiede: chi sono e cosa faccio in questo mondo, ebbene la risposta è:

 diventare unici.

Rapporto conflittuale madre-figlio

Altrove ho tentato di descrivere il rapporto conflittuale madre figlia, mentre qui vorrei, anche per amore di completezza, affrontare i conflitti tra una madre e il suo figlio (maschio).

madre preoccupataNell’affrontare questo argomento non posso prescindere dagli studi di Bowlby e dagli stili di attaccamento dei bambini. L’autore, nell’esaminare i vari modelli e stili, ha evidenziato che uno solo di quei stili è utile e sano per il bambino, ovvero quello in cui la mamma (tipica figura di attaccamento) sa creare una base sicura da cui il figlio può partire per esplorare il mondo. Va da se che, tutti gli altri stili generano difficoltà tali da esporli, da adulti, ad una marcata difficoltà nel relazionarsi in genere ma in particolare (anche se non necessariamente) con il mondo femminile. Le difficoltà possono essere di natura relazionale (tipica dei narcisisti patologici) ma anche di natura sessuale (impotenza, incapacità di mantenere l’erezione, in particolare durante la penetrazione, eiculazione precoce, priapismo, philofobia, etc).madre figlio

Una madre in grado di costruire una base sicura è, in linea di principio, in grado di far crescere il proprio figlio ‘affrancato’ che in altri termini descrive una persona libera, sicura di se stessa, in grado di saper prendere decisioni e assumersi responsabilità, in una parola fiduciosa dei propri mezzi e limiti. Questo bambino percepisce la madre come separata da se ma affidabile, che se necessario, sa essere presente e dare l’eventuale sostegno di cui il figlio (a tutte le età) potrebbe aver bisogno.

Il problema dell’amore è una delle grandi sofferenze dell’umanità e nessuno dovrebbe vergognarsi di pagare il suo tributo.
Carl Gustav Jung

Figure di attaccamento diverse (insicuro evitante, ansioso ambivalente, disorientato/disorganizzato) possono (ma non necessariamente sempre) dare al bambino la certezza di avere a che fare con un tipo di madre caratterizzato da quelle figure mitologiche negative ovvero, la strega, Medusa (pietrifica chiunque la guarda), le Arpie (rapitrici di anime), le Erinni (personificazione femminile della vendetta,  Chimere. etc.

Queste figure mitiche, per chi ha dimestichezza con la terminologia Junghiana, appartengono a quel tipo di inconscio che Jung ha chiamato Collettivo che, contrariamente a quello personale (conflitti rimossi),  contiene la conoscenza universale, ovvero tutte le fantasie che l’uomo ha avuto da sempre, forse già nella sua forma phitecus, per poi estenderla in quella di Homo.figlio

Madri così, non si separano mai dai figli e, ciò che è più grave, alcuni di questi maschi ne rimangono patologicamente invischiati. Queste madri, pietrificano, succhiano, soffocano e, in una parola, fanno restare il figlio un eterno bambino. Queste madri ‘credono’, sempre e indiscutibilmente, di amare i loro bambini e di fare tutto ciò che serve ma, in realtà, il risultato che spesso vediamo è che questi soggetti vivono come fossero castrati.

Vorrei evitare di fare un’apologia dell’amore. Una madre che sa veramente amare, lo vede dai risultati. Il risultato più evidente lo vede nei sui figli che sono liberi di volare e in grado di prendere e dare quell’amore che ha nutrito la loro vita dal primo giorno di vita e che non smetterà mai.

Spesso ci chiediamo perché siamo nevrotici. Ecco, lo scenario che ho descritto è nevrogeno. Chi ha madri così ha molte chance di esserlo.

Quali sono le caratteristiche di questa tipologia di madri?

Alcune caratteristiche possono racchiudersi in una madre iperprotettiva, inibente, perennemente preoccupata per tutto e per tutti, molto ansiosa, pericolosamente simbiotica.

Il destino dei suoi figli (nelle sue declinazioni negative),va dalle difficoltà di natura sessuale (come abbiamo detto sopra) a problemi di relazione con un partner e addirittura alla incapacità di avere relazioni con l’altro sesso.

Tutto (può) dipende(re) dal peccato originale del rapporto malato con la figura materna da cui si deve e si può liberarsi. Grazie a questo problema originario, è venuta a mancare una corretta integrazione del sé. In questa costruzione mancano alcune parti fondamentali, che un percorso psicoteraputico è in grado di ricostruire. Dobbiamo decristallizzare ciò che per lungo tempo ci è sembrato naturale (e doloroso) per ricostruire, utilizzando ciò che si è sfarinato, per fare un impasto più congruo.

 

Cos’è la coscienza

cervelloLa domanda che da sempre l’uomo si pone: cosa ci rende coscienti?

Ebbene a questa domanda ancora non abbiamo risposto: era e rimane un mistero.

Esistono però punti di vista e molti dibattiti.

Molti sono d’accordo su queste due tesi, ovvero, la coscienza come sottoprodotto di tutto ciò che permette l’elaborazione delle informazioni oppure come un’area specifica del cervello (neoencefalo?).

Vediamo sommariamente come questo dibattito è stato affrontato nei secoli.

Cenni storici

coscenza e filosofiaLe prime riflessioni sulla coscienza le dobbiamo forse ai filosofi greci ma temo che non basti, perché temo l’uomo ci abbia sempre riflettuto. Di certo il tema è sempre stato affascinante perché pieno di misteri e di enormi difficoltà epistemologiche.

Ippocrate di certo fu il primo che pensato al cervello come organo adibito alla gestione della vita psichica. Furono determinanti i suoi studi sui traumi e sulle malattie del sistema nervoso. Dopo di lui Aristotele ci dice che l’uomo non è un’entità particolare ma fa parte della natura e in quanto tale può e deve essere studiato appunto come si fa con essa.

Il pensiero mediovale è preso solo da Dio e quindi ogni studio sull’uomo è inconcepibile. L’uomo, gerarchicamente sotto Dio, non viene visto, come per i greci, facente parte della natura e quindi non era oggetto di studio.

Non esistono studi anatomici (a parte quelli vietatissimi fatti da Leonardo) e dobbiamo attendere il Rinascimento per vedere i primi studi seri sull’uomo. Cartesio riporta finalmente in auge l’interesse che aveva suscitato Aristotele.

Finalmente ci furono i primi studi sull’uomo, senza poi dimenticare gli scrittori e loro opere, sempre piene di dilemmi a cui dare risposte, sino ad arrivare alla psicoanalisi e quindi a Freud ove per la prima volta si è posto l’accento su un qualcosa che è presente nell’apparato psichico ma che poco ha a che fare con la coscienza: l’inconscio. Jung invece contribui molto nel porre l’accento sulla dialettica tra la coscienza e l’inconscio (funzione trascendente, immaginazione attiva, etc).cosceinza

Stato attuale

Con gli strumenti che la tecnologia (TAC, Risonanza, etc) ci mette a disposizione, è possibile ‘vedere’ il cervello in azione; grazie alla neurofarmacologia siamo riusciti a comprendere i processi neurobiologici e grazie all’interazione multidisciplinare oggi comprendiamo meglio il perché dei nostri comportamenti e delle nostre capacità cognitive.

In merito alla coscienza esistono altri studi relative al cosa accade in caso di morte apparente e di ritorno in vita. Si è sempre sentito parlare di morte clinica e di ritorno in vita. Bene, nel caso di morte clinica, tutti i parametri vitali spariscono, di conseguenza anche il cervello smette di funzionare. Alcuni funzionalisti sostengono che la coscienza non è altro che interazione neurochimica. In caso di morte clinica, invece la cosa è la coscenzacoscienza sembra funzionare. Infatti si moltiplicano le esperienze di chi ‘torna’ e racconta cose. Molti studi scientifici rilevano che il 10-20% dei soggetti che hanno subito un arresto cardiaco riportano notizie ben precise del loro arresto. Il loro pensiero è lucido e ben strutturato. Quindi, come dicevamo sopra, mentre non dovrebbe esserci attività cerebrale, sembra invece che ce ne sia e che anzi, il livello della coscienza sia elevato, nonostante il paziente sia clinicamente morto (EEG piatto) ovvero si rileva un’assenza totale di attività. Non resta che concludere che la mente e la coscienza funzionano ancora, anche se il cervello ha cessato di funzionare.

Sembrerebbe, in armonia con filosofi e alcuni scienzati, che sia possibile sostenere che sia la mente che la coscienza, potrebbero situarsi al di fuori del cervello che funzionerebbe solo come ponte o tradutture. Un pò come fa un link in un articolo, che rimanda ad un altro. Se il primo articolo sparisce (il cervello muore) l’articolo del link continua ad esserci e può essere ri-linkato da altri articoli.cervello bit

In ambito più tecnico, dobbiamo ad un ricercatore italiano , Giulio Tonioni, un studio che ha permesso di definire la coscienza sotto forma di bit (un byte è formato da 8 bit). Lo studioso sostiene che sarebbe possibile ‘misurare’ la coscienza in termini di bit, che poi altro non è che un’unità minima di informazione.

In quest’ambito, il ricercatore introduce il concetto di   “Informazione integrata”, evidenziando due caratteristiche relative alla complessità e al livello di integrazione.

Questo approccio però non spiega molto perché la complessità della coscienza è tale da prestarsi poco a questo modello. Però vi sono molti altri approcci sperimentali e si spera che integrando tutti questi diversi approcci prima o poi si giunga ad una teoria utile.

Personalmente e per quanto possa valere faccio fatica a pensare alla coscienza (che per me è un continuo flusso vitale)  como un mero schedario di dati.

Coscienza e fisica quantistica

La coscienza come entità del cervello. L’insigne matematico Roger Penrose, sosteneva nel 1989 questa ipotesi, andando oltre affermando che la coscienza altro non è che il prodotto di effetti di tipo quantistico.

Filosofi e scienziati criticarono molto questa ipotesi ma molti studi scientifici hanno dimostrato invece che l’ipotesi era assolutamente vera.coscenza e f quant

Insieme a Stuart Hameroff, Penrose scrisse un altro articolo, anche sulla base di altri studi e prove scientifiche, ove ribadisce che la coscienza sarebbe basata su vibrazioni quantistiche nei microtubuli all’interno dei neuroni cerebrali. Tali vibrazioni sono state, da più ricercatori, osservate nel cervello. Penrose sostiene che tutte le ipotesi presenti nella sua teoria sono state confermate dalle osservazioni. I due scienziati osservano la presenza di molte altre cose che al momento non trovano spiegazioni come ad esempio specifici ritmi dell’EEG.

Penrose conclude che la teoria potrebbe mettere d’accordo due correnti di pensiero: la coscienza come un prodotto dell’evoluzione, oppure come una proprietà dell’Universo (il link di cui parlavamo sopra?), preesistente alla coscienza umana.

Insomma, mistero era e, al momento, mistero rimane.

PS:

atomiVibrazioni quantistiche – alla base di questo ragionamento ci sono molti esempi, tutti rigidamente dimostrati ove si afferma che la materia non esiste perchè tutto sarebbe vibrazione. Se una sedia non si sfalda sotto di noi, pur essendo fatta al 99,99% di vuoto è perchè vibra ad una determinata frequenza.

Per questa scoperta Max Plank vinse, nel 1918 il nobel per la fisica.

La fiaba e i conflitti infantili

fiabe e bambiniNell’articolo sull’importanza delle fiabe , abbiamo visto come i nostri bambini si interrogano sui grandi quesiti della vita.

In questo contesto, la fiaba rende chiaro al bambino ciò che nella realtà quotidiana ed esterna è ancora per lui confuso. Esprimendo in modo chiaro il bene ed il male, le fiabe riproducono anche, in modo intellegibile per il bambino, un suo conflitto interiore indicandogli la possibile strada per risolverlo e lo spingono a sperare che i buoni propositi e comportamenti saranno premiati, cioè avranno un riconoscimento funzionale all’aumento della sua autostima e quindi, al suo benessere.bambini e fiabe

Il bambino attraversa all’inizio della vita un conflitto fondamentale relativo alla integrazione della sua personalità, per affrontare e risolvere il quale, adeguatamente alla sua età, la fiaba può essere di grande aiuto, grazie proprio alla distinzione ed integrazione tra valori, mete e personaggi diversi che essa consente, fino al prevalere del personaggio che personifica , con la sua vita, il coraggio ed il bene con il quale ci si può identificare. In tal senso la fiaba apporta anche speranza. Speranza di riuscire con l’impegno ed il perseguimento del bene personale ed altrui. Caratteristica dell’essere umano è l’ambivalenza, presente fin dall’inizio della vita, ed è necessario, per non esserne lacerati, che anche se per gradi, la nostra personalità si unifichi, in modo da permetterci di affrontare le difficoltà che incontreremo con sempre maggiore sicurezza. L’integrazione della personalità e del nostro mondo interiore è un processo ed un compito fondamentale che, come esseri umani, siamo chiamati a svolgere e perseguire per tutta la vita, in modi diversi.

puffoSuccessivamente, il bambino attraversa il suo secondo conflitto, quello edipico, nel corso del quale attraversa esperienze dolorose e che lo disorientano; quando il bambino, lottando, riesce a liberarsi del potere che i genitori hanno su di lui, essendone lui estremamente dipendente, inizia allora a diventare se stesso. La fiaba ha, in questo caso, una vera e propria funzione catartica, che consente al bambino di diventare cosciente del suo conflitto, dell’odio edipico per il genitore, della sua insicurezza ed aggressività, della gelosia per fratelli e sorelle, là dove presenti. Non solo, poiché il bambino piccolo è ancora dominato da sentimenti di onnipotenza e dal supporto del “pensiero magico”, la fiaba ha una funzione fondamentale, quella di permettergli di rimuovere i conflitti che egli vive all’interno del suo ambente e di cominciare quindi ad accedere ad un processo di sublimazione, che rappresenta uno dei più evoluti meccanismi di difesa dell’Io.

Per analizzare le fiabe ed il loro significato psicologico, si utilizzano, oltre alle categorie semantiche di coscienza ed inconscio personale e collettivo anche quelle di Super Io, Io e Es.eroe e drago

Il processo di maturazione interiore comporta uno scontro tra Es ed Io ed Io e Super Io.

Le fiabe parlano, oltre che all’Io cosciente, anche al nostro inconscio: l’ambiguità contenuta nelle fiabe, si sviluppa nell’inconscio, dando significati diversi alla medesima narrazione, a seconda dell’individuo che la ascolta o legge, del suo contesto e della sua storia.

donna volanteNella fiaba però, in realtà, non c’è ambivalenza come nella vita e nella nostra interiorità, ci sono solo buoni o solo cattivi. Ciò rende tutto più chiaro e rende la sua narrazione più scorrevole e comprensibile, favorendo l’integrazione delle diverse caratteristiche della nostra personalità, a livello inconscio (dove attraverso le raffigurazioni immaginative della fiaba, possiamo tranquillamente far emergere aspetti della nostra ombra come il lupo cattivo ad es. e della saggezza, come quella rappresentata da un vecchio mago buono o da una fata, simbolo anche di un aspetto del nostro lato femminile) e della nostra coscienza, dove si colloca il senso del lungo percorso fatto dal protagonista della fiaba, con il quale ci si può identificare, per raggiungere la sua meta.

La fiaba offre una grande opportunità, quella di poter leggere all’interno di ogni narrazione, una visione dei diversi percorsi di vita, dietro i quali ritroviamo importanti tracce di quello che è stato il cammino dell’umanità, dei problemi e delle difficoltà oltre che delle ingiustizie che ha incontrato. Così, come del modo in cui le persone coinvolte e rappresentate nelle fiabe attraverso la storia dei personaggi, hanno affrontato e molte volte superato, le loro fasi più difficili. ilmondo della fiaba
Le fiabe sono quindi delle vere perle di saggezza, utili ad aiutare bambini ed adulti a crescere in modo equilibrato, trovando il significato e le giuste motivazioni del vivere quotidiano.  La fiaba è una testimonianza della vita, dei suoi problemi e delle diverse soluzioni.

Il tempo nella dinamica dell’inconscio

Tempo e inconscioPartiamo da qualche spunto filosofico preso da Kant, che sosteneva che il tempo e lo spazio sono solo categorie mentali e non pragmatiche, ovvero non derivano dall’esperienza, anche se ogni nostra azione si colloca sia nel tempo che nello spazio.

Prima di lui, S. Agostino ammetteva che il tempo non esiste, perché è solo una nostra percezione, dal momento che la realtà è fuori dal tempo.

Nella quotidianità abbiamo diversi modi per misurare il tempo. Ad esempio usiamo gli orologi per misurare il tempo e il metro per misurare lo spazio e si basano sulla meccanica Newtoniana.

Ci hanno insegnato che le leggi fisiche sono in grado di determinare, anche con grande precisione, il movimento dei corpi. I principi di causa ed effetto sono noti a tutti. Tutti sono d’accordo nel sostenere che la causa precede necessariamente l’effetto.la clessidra del tempo Su questo siamo tutti concordi, lo sperimentiamo tutti i giorni.

Il mondo sembrava quindi caratterizzato da una evidente prevedibilità. Se sparo un colpo di cannone sono in grado di prevedere il suo moto e quindi sapere dove cadrà.

Sulla base di quanto brevemente abbiamo citato sopra, fino a tutto il ‘900, si aveva la ferma convinzione che l’universo poteva essere interpretato come un qualcosa di statico.

Poi è arrivato il 20° secolo che, con tre belle teorie, stravolge tutto: le teorie Einsteiniane della relatività ristretta e generale, relative al macrocosmo e quella quantistica del microcosmo.

relatività ristrettaLa teoria della relatività ristretta

Il tempo non è più assoluto e viene dimostrato dall’esempio dei due gemelli, uno fermo e l’altro in viaggio. Quello fermo, invecchia prima di quello in viaggio, dal momento che viaggiando, il tempo scorre più lentamente. Esempio estremo: l’orologio di chi viaggia alla velocità della luce starebbe fermo.

Un esempio importante è dato dalla velocità della luce. Se osservo l’ora su un campanile e il mio orologio, entrambi segnano la stessa ora ma, l’ora che vedo sul campanile impiega più tempo per giungere ai miei occhi, rispetto il tempo della lettura dell’orologio da polso. Questo fatto è assolutamente ininfluente nella vita di tutti i giorni, ma basta pensare che la luce che vediamo giungere dal sole è partita 8 minuti fa, per rilevarne l’importanza dell’osservazione.

La teoria della relatività generaleRelatività generale

Si riferisce alla curvatura dello spazio, per effetto delle forze gravitazionali e dei buchi neri.

fisica quantistica entaglementLa teoria quantistica

In questo ambito siamo nella più assoluta indeterminatezza. Non siamo assolutamente in grado di stabilire il moto di un elettrone, ma solo di fare delle previsioni. Un esempio per tutti è rappresentato dall’esperimento del gatto di Schrodinger (un esperimento mentale dimostra che apparentemente il gatto è vivo e contemporaneamente morto) Esiste poi il principio di indeterminazione ove si afferma, dopo averlo dimostrato scientificamente, che non possiamo stabilire, nello stesso momento, la velocità e la posizione di una particella, dal momento che tale particella potrebbe essere in qualsiasi posto dell’universo.

In sintesi, per Newton, il tempo è paragonabile ad un fiume che scorre avendo sempre la stessa portata; Einstein invece cambia questa idea perché ha unificato lo spazio e il tempo in un’unica entità, lo spazio-tempo che è di 4 dimensioni; c’è chi inoltre è dell’idea che sono solo i cambiamenti che creano l’illusione che il tempo scorre e non il contrario. Cioè, il tempo non esisterebbe dal momento che altro non è che una serie di adesso. Inoltre c’è chi ipotizza l’esistenza di una quinta dimensione o addirittura l’esistenza di infinite dimensioni che però, al momento, non è possibile verificare.

Tempo e psicologiale vie del tempo

Partiamo dal principio freudiano del processi primari (quelli dell’inconscio) e quelli secondari (della coscienza).

Dire ad esempio: l’aggressività è innata, equivale a dire: l’aggressività è primaria, cioè istintiva. Ci siamo nati. Poi diviene secondaria, ovvero, attraverso l’educazione, la cultura, le norme, la sublimiamo e la facciamo diventare secondaria, ovvero sotto il controllo della coscienza.

Nell’inconscio vige tutto ciò che è primario, mentre nella coscienza tutto ciò che è secondario.

Del resto, l’inconscio si esprime i modo simbolico e metaforico (come nei sogni), mentre la coscienza, in modo ordinato e razionale.

il tempo e lo spazioBene, ciò detto, nel sistema primario (inconscio), sia il tempo che lo spazio non esistono. In ossequio a Kant, S Agostino e molti altri, il tempo e lo spazio sono solo un’invenzione dell’Io. Grazie a questo stratagemma, ci è permesso vivere nel nostro tempo in modo ordinato e funzionale.

Se desidero uscire con una persona, il tempo per me, è rappresentato dai minuti che intercorrono tra ora e l’ora dell’appuntamento. In termini psicodinamici, il mio bisogno genera un aumento della tensione psichica, che si riduce appena questa pulsione è stata soddisfatta.

Un esempio più eclatante ci viene dal mondo della dipendenza, da alcol o da droga. Il tempo è scandito dall’assunzione della droga stessa. Nel mezzo, il tempo non esiste. Non esiste perché tutte le sue pulsioni sono soddisfatte. Appena risale la tensione (in virtù dell’astinenza) il soggetto desidera un’altra dose e il tempo ricomincia a scorrere; dopo la dose, il tempo non ha più importanza.le vie del tempo inconscio

Dal tempo assoluto siamo passati al tempo relativo. In questa nuova visione e in quella più specifica della relatività ristretta, nulla descrive il presente e non è possibile rappresentare il tutto, in una successione di eventi, dal momento che solo l’investimento di energia crea gli eventi di cui si parla.

Come dicevamo sopra, per l’inconscio, il tempo non esiste perché nell’inconscio il tempo non c’è.

Da ciò ne scaturisce tutta l’attività fantasmatica, ovvero mi posso pensare in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo. Possiamo anche dire che, nel nostro inconscio, proprio perché senza tempo, siamo immortali. Lo stesso Lacan, sullo stesso tema, afferma che la morte non esiste dal momento che non riguarda mai noi, ma sempre e solo gli altri. Un po’ come accade (forse) negli animali. Non hanno la coscienza di morire. Solo l’essere umano (coscienza) sa di dover morire, anche se non lo si pensa mai per se stessi ma sempre per gli altri, quindi, se un paziente dice di aver paura di morire, l’analista sa benissimo che questa paura è solo una proiezione di una paura più inconscia. Dal momento che nell’inconscio vige il principio del piacere, la paura più grossa è proprio quella del suo contrario, simboleggiata dalla paura della castrazione, quindi del non godere.

il tempo infinitoCome dicevamo, Freud sosteneva che l’atemporalità è una caratteristica tipica dell’inconscio. In contrapposizione al principio di realtà caratterizzato dalla linearità del tempo, il principio del piacere non cede ai limiti posti dal tempo e da tutto ciò che è materiale e fisico.

Da ciò si evince che gli umani navigano lungo  due registri completamente differenti:

  • il tempo percepito come linearità, si associa al principio della realtà;
  • il principio del piacere caratterizzato dall’atemporalità 

dove entrambi possono coesistere senza conflito e spesso anche in armonia.

Quindi, dicendola con Freud,  il tempo del sogno è caratterizzato dal principio del piacere mentre la nostra quotidianità viene vissuta con quello di realtà. L’armonia e l’equilibrio tra questi due registri (del tempo) esalta tutte le possibilità a disposizione della nostra psiche. Questa visione integrata, allarga la creatività e ogni forma di conoscenza e mantiene viva e piena di significato l’esperienza del passato offrendoci la possibilità di osservare il presente e il futuro in una modalità più consapevole.

Dov’è il problema

Quando prevale il registro del piacere (atemporalità) a discapito della realtà (linearità del tempo) non riusciamo a vedere i limiti che comporta, perchè  ci percepiamo onnipotenti dal momento che tutto è possibile anche laddove non lo è affatto. Il contrario è ugualmente deleterio perchè corriamo il rischio di affogare in un mare di sterile concretismo che deprime e inibisce ogni spunto creativo.

Conclusione

La conclusione della terapia avviene quando, almeno in quell’arco di tempo relativo, il Paziente sente di non sentire più necessario il Terapeuta. Avviene proprio nel momento in cui si riesce finalmente a percepere chiaramente le due cose ovvero:

  • la linearità del tempo della coscienza, del tempo biologico, del principio della realtà;
  • l’atemporalità dell’inconscio, ovvero del principio del piacere. paradosso spazio temporale

Ecco che finalmente può raccontarsi e vivere la propria linearità temporale, o meglio l’arco del suo tempo relativo, mantenendo però la sua specificità e creatività, riuscendo a tollerare tutto ciò che di frustrante la realtà a volte ci propina, ma trovando anche lo spazio mentale per desiderare. In altre parole a sopportare adeguatamente il paradosso tra i due sistemi spazio temporali

Ciao come stai

Assaporare nel profondo le relazioni, è ormai un’utopia. Quando ci si incontra abitualmente ci diciamo:

“Ciao, come stai?” e l’altro, anche se non è vero risponde:

– “Tutto bene grazie e tu?.” 

E poi? Cosa fa la gente dopo essersi salutata?

Eric Berne afferma: “L’eterno problema umano è la strutturazione delle ore della veglia.”

Le relazioni sono regolate oramai dalle buone maniere: impariamo a comportarci come si deve.

Dove sono finite le emozioni? E l’autenticità? 

Le emozioni obbediscono a determinate regole.

Se solo ci fermassimo un attimo, a riflettere, quante occasioni di autenticità ci perdiamo ogni giorno?

Il nostro modo di affrontare la vita è il più semplice. È semplice dare la colpa agli altri; è semplice dare la colpa a noi stessi; è semplice proiettare all’esterno le responsabilità del proprio mondo interno.

Altri stereotipi:

 “Mio figlio ha preso un’insufficienza a scuola”; ” è tutta colpa del docente!”

 “Mio marito mi ha tradita”; “è tutta colpa sua”

“ho perso una vita a starti dietro”

“è tutta colpa tua”

“non devi uscire e devi occuparti della casa”

” è tutta colpa tua se non posso andare a divertirmi”

 E’ così semplice. È semplice affidarsi al volere dell’altro piuttosto che affrontare qualcosa di cui si ha paura: assumersi le proprie responsabilità.

Il termine, responsabile, da un lato richiama la capacità di rispondere di sé, dei proprio pensieri, delle proprie azioni ed emozioni; dall’altro significa anche la consapevolezza di poter rispondere per e verso l’altro.

La parola – colpa – viene gettata come un sasso nello spazio drammatico delle relazioni e ci permette di apparire come Vittima o Carnefice.

Ciò che colpisce è la ripetitività con cui questa parola ritorna ogniqualvolta l’individuo deve confrontarsi con situazioni faticose e difficili, che implicano la consapevolezza dei limiti propri e altrui.

Il senso di colpa è sempre accompagnato a un sentimento di angoscia; c’è invece una modalità quasi trionfalistica ed esibitoria nel buttare in faccia all’altro la frase “è colpa tua!”. 

Sono modalità utilizzate per difendersi da situazioni vissute come angosciose, che immettono paura. Dichiararsi o dichiarare l’altro colpevole è un mezzo per mascherare le paure e i conflitti sottostanti.

Sotto questa prospettiva, la modalità “è tutta colpa sua!”

Oltre ad avere una funzione sociale, è indispensabile  per la salute di alcuni individui. La loro stabilità psichica e la loro posizione, sono così precarie e incerte che, a privarli di questi riti formali, si rischia di farli piombare in una disperazione irreversibile. 

Tuttavia, le soddisfazioni assicurate da un’intimità libera da ogni elemento illusorio sono tali che, perfino personalità dell’equilibrio precario, possono tranquillamente abbandonare questi schemi organizzativi e distruttivi, quando trovano un partner adatto per una relazione migliore.

Non si tratta di re-impostare un rapporto alla luce di questi riti formali, bensì di riconoscere ” il gioco che stiamo giocando ” ( cit. Eric Berne) e di comprendere e rendersi consapevoli del ruolo che ci siamo assegnati, nel quale siamo caduti.

Porre  proprio ruolo di fronte a se stessi, diventa il punto di partenza per la costruzione di un modello alternativo a quello esistente distruttivo.

Non riconoscere il ruolo assunto, stringe in spirali sempre più strette di tensione, la nostra vita personale.

È importante poter fare esperienza di riconoscimento da parte degli altri e acquisire la consapevolezza del proprio diritto a essere nel mondo; divenire responsabili di sé e per gli altri.

LA PAURA SI SUPERA GUARDANDOLA.

A cura della d.ssa. Marilena Caputo

Alcune riflessioni sui MANDALA

inconscio collettivoE’ propedeutico avere qualche nozione in merito all’inconscio collettivo, un termine / concetto, centrale nella psicologia analitica Junghiana.

Carl Gustav Jung, allievo di Freud e affascinato dai suoi studi, pur accogliendo il concetto di inconscio, lo amplifica arricchendolo di tanti altri contenuti e significati che solo in parte sono stati accettati dal suo maestro. Jung riconosce l’esistenza di un inconscio personale; è un ‘luogo’ ove vengono rimossi o dimenticati tutti quei contenuti che la coscienza infantile fa fatica a integrare. Tutti questi contenuti tornano sotto forma di sogni oppure come ‘ritorno del rimosso’ nel corso di una psicoanalisi. Quindi, oltre alla coscienza abbiamo anche un inconscio personale con le caratteristiche appena descritte. Jung aggiunge un altro ‘locus’, per l’appunto, l’inconscio collettivo.apparato psichico freud

Mentre nell’inconscio freudiano troviamo tutto ciò che attiene alle acquisizioni e alle esperienze specifiche del soggetto, quest’altro invece conserva tutto ciò che attiene all’umanità ovvero, i comportamenti, i contenuti che ‘homo’ ha accumulato nel corso del suo lunghissimo cammino e lungo tutte le fasi evolutive. In quanto tale quindi, è una struttura che si eredita nascendo e si poggia su quanto è stato a loro volta ereditato dal padre, nonno, bisnonno, avo, trisavolo, arcavolo etc. giù giù fino ad arrivare a Lucy.

lucy ed ereditarietàCome immediata conseguenza, non ha nulla a che vedere con le proprie esperienze, ma sono innate. Quest’ultimo non deriva da esperienze e acquisizioni personali, ma in quanto innato, rappresenta uno ‘strato’ di psiche comune ad ogni essere umano.

In sintesi quindi, l’inconscio personale contiene esperienze personali dimenticate o rimosse (quindi precedentemente coscienti), nell’inconscio collettivo ci sono contenuti che non sono mai stati nella coscienza. Mentre i contenuti personali hanno a che fare con le emozioni personali che Jung chiama ‘complessi a tonalità affettiva’, che hanno il compito di gestire la parte più intima della propria psiche, per quelli collettivi, si parla di archetipi.

Jung studiò molti i complessi e si rifà alle idee fisse di Janet. idee fisse

Cosa sono i complessi? Jung li vedeva come frammenti di psiche (o personalità frammentarie). All’interno di questi frammenti, ci sarebbero tutte quelle cose che l’io del soggetto pensa quando è orientato verso un obiettivo e cioè: intenzione, sentimento, volontà percezione, etc. L’Io (ego) è anch’esso un complesso (uno dei tanti) e la coscienza altro non è che il risultato della capacità che l’Io ha di farli suoi e di usare in modo efficace i complessi che stanno alla base della propria esistenza. Cosa succede se mancasse questa sorta di autoriflessione dell’Io? I complessi funzionerebbero senza controllo, in modo automatico e sarebbero caratterizzati dalla compulsività.

archetipo e sognoIn merito agli archetipi, anche se transpersonali e appartenenti al raggio d’azione dell’inconscio collettivo, la loro presenza è costante e influiscono concretamente nella nostra quotidianità. Il loro effettivo svolgersi lo si evidenzia in particolare nei sogni e la loro interpretazione permettono di evidenziarne il loro effetto e supporto, che come ho detto sopra è costante e utilissimo.

Quali sono le caratteristiche dell’archetipo? Lo abbiamo detto sopra, appartengono a tutti, quindi sono universali; sono di tutti e quindi impersonali e vengono ereditati.

Per Jung (ma non solo) nascendo, ereditiamo i tratti somatici della nostra specie ma anche la mente (psiche) già ricca in quanto prodotto storico multistratico formatosi nel corso dell’evoluzione. Jung fa il paragone della mente (primordiale) con la ghianda che diventa quercia. Il suo processo evolutivo ha richiesto un arco di tempo lunghissimo e non si fermerà mai.ghianda

Innatismo, ereditarietà ed empatia costituiscono quindi una sorta di standard del pensiero collettivo, tipico di noi umani. Tutte cose pensate da Jung ma anche da altri studiosi e che trovano oggi conferma dalla nota scoperta dei neuroni a specchio.

istinto e archetipoPer evitare di fare confusione tra istinto e archetipo, Jung ci viene in aiuto definendo i primi come null’altro che stimoli di natura fisiologica che vengono visti, sentiti, odorati etc, ovvero percepiti dai nostri sensi, mentre gli archetipi sono immagini, fantasie e simbolismi svelati dagli istinti. Ecco quindi chiarito il ruolo degli archetipi come quello di spingerci verso ciò a cui istintivamente tendiamo un po’ come il ragno che si fa la ragnatela in un modo specifico, oppure la rondine con il suo nido diverso da quello del passero e così via.

Mandalamandala e jung

Una delle caratteristiche dell’archetipo è l’universalità e il mandala è un simbolo universale. Lo ritroviamo in tutte le culture e in tutte le regioni geografiche. Ci sono infatti nell’arte cristiana (Cristo al centro e i 4 evangelisti agli angoli – rosoni delle chiese, etc), buddista, degli indiani Navaho d’America, nell’induismo, famosa la “ruota solare” paleolitica scoperta nell’Africa del sud e via dicendo.

mandala nacahoQuindi, se il mandala è un simbolo universale, indubbiamente attiene a qualcosa di specifico e utile per gli essere umani. Nelle osservazioni di Jung (durate circa 20 anni) emerge, che tali raffigurazioni avvengono in soggetti che hanno vissuto momenti di disorientamento ma anche di dissociazione psichica molto più frequenti nei bambini ma anche in adulti colpiti dalla nevrosi. Notevole anche lo sviluppo in tutti quei casi di confusione psichica caratterizzati da psicosi o schizofrenia. In tutti questi casi, le immagini che vengono disegnate o descritte sono prevalentemente circolari che fungerebbero da compensazione al dissolvimento (nei casi gravi).mandala tibetrano

Jung nei suoi scritti, ci riporta che tutti i mandala che i suoi pazienti hanno disegnato, sono caratterizzati da un centro inserito in un cerchio circoscritto da un quadrato. Tutte rappresentazioni che richiamano i mandala tibetani o hinduisti. Questa caratteristica porta inevitabilmente a riflettere sul carattere autonomo della psiche (il ragno che fa la tela); un fenomeno simile che si ripete sempre e ovunque, quindi un modo (arche)tipico di noi umani. I pazienti di Jung, rappresentano il proprio disagio utilizzando un modello tipico ereditato e non acquisito tramite strumenti culturali tipiche del luogo di nascita e appartenenza.

Ma allora i mandala, cosa sono e a cosa servono? Jung li chiama ‘ordinatori di rappresentazioni’ di comportamenti innati appartenenti alla razza umana e acquisiti nel corso dell’evoluzione.

Il Buddhismo e gli induisti tantrici ne fanno largo uso.

Sul piano psicopatologico, la ripetitività con cui queste immagini emergono in modo del tutto spontaneo e in situazione ove c’è un “abbaissement du niveau mental” o un momentaneo crepuscolo della coscienza, caratterizzato da una fragilità psichica, va letta come una forma di tentativo di guarigione che la natura umana, in modo del tutto naturale, mette in campo, insomma un qualcosa di non cosciente ma, paragonabile all’istinto (impulso) di sopravvivenza.

Ecco che l’archetipo, quello che tende alla individuazione, tende ad integrare le pulsioni (istinto) che provengono dall’inconscio con la coscienza. Una funzione che trascende i due locus, inconciliabili separatamente, ma che attraverso l’intermediazione (in questo caso la spontanea rappresentazione di figure mandaliche), induce ad una sintesi, finalmente comprensibile da entrambi (coscienza e inconscio).

Teoria della ghianda ovvero quella del nostro destino

teoria della ghiandaSe sei una quercia, prima eri una ghianda, non potevi essere altro. Non puoi fare nulla per cambiare questa cosa e neanche noi possiamo deviare o forzare la nostra natura. Se sei nato per, esprimendo al massimo le tue potenzialità, diventare una quercia, questo è il tuo destino, questo è il tuo daimon (dal greco δαίμων, dáimōn, «essere divino»

Ciascuno di noi, quindi, ha una sua unicità ed un suo talento e scoprirlo e realizzarlo è alla base della nostra vita e della nostra felicità. Riusciamo a vedere il talento nei nostri figli? Abbiamo trovato il nostro? Lo abbiamo realizzato?James Hillman
La teoria della ghianda è stata teorizzata da James Hillman, psicoanalista junghiano che è stato allievo di Jung e anche presidente del C.G.Jung Institute e ideatore della psicologia archetipica o archetipale. In questa teoria, H vede racchiusa l’accettazione e la comprensione di un mistero innato che chiede solo di poter uscir fuori allo scoperto secondo le modalità intime e specifiche di ogni essere umano che ha tempi e modi diversi.

querciaOgnuno di noi percepisce che la propria vita, contiene molte più cose di quante le mille teorie fin qui formulate riusciranno mai a definire. Chi non ha mai avuto, almeno una volta nella vita, una sorta di illuminazione che ci ha condotto dove siamo. Questo qualcosa ci ha colpiti come un fulmine. Dopo la ‘fulminazione’ avevamo chiaro in mente ciò che dovevamo fare e lo abbiamo fatto.

Improvvisamente abbiamo avuto una maggiore coscienza di noi.ghiande

Questa teoria, annulla tutte le precedenti teorie sullo sviluppo psicologico (ad esempio quelle che fanno capo a Freud, Piaget, Bowlby, Adler, etc) e parte da molto lontano. Per la precisione, da Platone. Cosa dice il buon vecchio Platone? Il mondo delle idee, ricordate? Il nostro mondo, è costituito da immagini date a priori. Il mondo dell’essere che non è, contrapposto a quello, più terreno, del non essere che è. Ecco perchè, secondo Hillman, già prima della nascita, possediamo un’immagine che ci rappresenta. La ghianda, sa che forse diventerà in potenza, una quercia. Niente altro. La ghianda, potenzialmente è una quercia.

il nostro destinoLe teorie precedenti, fanno ricorso a variabili quali: ereditarietà, ambiente, cultura traumi, difetti alla nascita, influenze dai maestri, genitori (o la loro assenza), nonni, etc, che Hillman bolla come superstizioni parentali. Tutte le teorie sull’infanzia esaltano l’influenza dei genitori sia in caso di eventuali patologie che in presenza di eventuali distorsioni che starebbero alla base dei carattere dei loro rampolli. Dal momento che la costruzione della personalità di ognuno di noi è fondata (secondo le teorie di cui sopra) da una visione traumatica dei primi anni di vita, tutto ciò che ricordiamo di allora risente di questa suggestione.destino

Va quindi chiarito subito che non va accetta l’idea di me come il risultato e la sintesi di un sottile gioco di ereditarietà e forze sociali, perché così facendo, rinuncio alla mia unicità a favore di una visione molto più riduttiva, ovvero di essere solo un risultato, il risultato di una serie di fattori. Non sono il risultato di un mescolamento di geni e di ciò che i miei genitori hanno fatto oppure non fatto, perché in tal caso sarei solo una vittima di queste forze.

vocazioneIn questa dimensione la Vittima rappresenterebbe l’antiEroe. Ma poi, in definitiva, di cosa siamo vittime? Siamo vittime di tutto quel modo di pensare che dimentica (qualora lo avesse mai saputo) che in ognuno di noi c’è una sorta di vocazione o una qualsiasi suggestione simile, che sta al centro della vita di ogni creatura.le influenze dei genitori

Da ciò si evince che la causa principale del nostro presente non vada cercata nei genitori, dal momento che non siamo vittima dei genitori o della Madre ma delle ideologie e dalle teorie che attribuiscono questo valore. Questo pensiero è sostenuto da una vasta ricerca (fatta da H) ove sembrerebbe evidente oltre ogni dubbio, che i genitori non sono stati determinanti sul carattere dei propri figli.

daimonIn merito al discorso tra destino, fato e fatalismo, H sostiene che non è vero che tutto ciò che mi accade e tutte le mie scelte possano in qualche modo essere predestinate (visione fatalista). Il destino di noi tutti coincide per H con la visione del daimon (dal greco demone) tanto caro a Socrate. Ciascuno di noi, quindi, viene al mondo perché è stato chiamato. Non c’è una struttura divina che ci guida o che tutto possa rispondere ad un disegno prefigurato (anche perché le recenti acquisizioni della fisica quantistica lo escludono, dal momento che tutte le possibili probabilità possono accadere anche se poi se ne sceglie una sola) bensì, facendo riferimento alla nozione greca di fato, il tutto si risolverebbe con il termine/concetto di potenzialità. Ovvero siamo solo noi che, attraverso le nostre scelte, decidiamo se, come e quando fare una determinata cosa. Il fato può intervenire di tanto in tanto ma sporadicamente e in maniera casuale; la sua interferenza non si sovrappone mai alla nostra libertà, al nostro libero arbitrio; non è equiparabile al fatalismo, dove invece tutto sembrerebbe scritto.il proprio destino

Il fil rouge del discorso verte su suggestioni come vocazione, carattere, destino, immagini a priori: tutte cose che stanno alla base della teoria della ghianda, ovvero ogni persona è portatrice di una specificità che deve, perché lo chiede, essere vissuta e che già sarebbe presente ancor prima di essere vissuta, appunto come una ghianda ancora non quercia.

divinità grecheLe divinità greche (Moire, Dei, o le più moderne Fate, etc) sono solo creature che all’abbisogna ci sostengono ma non hanno nessuna possibilità di interferire né tantomeno di distoglierci dalle nostre scelte. Però, come la ghianda, anche l’uomo è soggetto all’ineluttabilità. La ghianda ha la potenzialità di diventare quercia ma potrà essere distrutta, non crescere, ammalarsi e comunque, non potrà che diventare solo una cosa: una quercia.

E’ indubbiamente difficile accettare l’idea del daimon e in particolare che possa aver a cuore il nostro interesse. E’ difficile accettare o solo immaginare che qualcosa di misterioso mi salva continuamente la vita, infatti, preferiamo farci un’assicurazione per fronteggiare eventuali rischi. Del resto, morire, è daimon dei greciabbastanza facile. Se ci si pensa bene potremmo cadere per le scale, prenderci una tegola in testa, inciampare, andare sotto una macchina. Eppure raramente ci succede qualcosa. A tutto ciò diamo il nome di istinto, autoconservazione, sesto senso. Una volta non era così. Nei tempi andati c’era uno spiritello che ci proteggeva oppure un angelo custode e nessuno osava mancare di rispetto a queste ‘essenze’ o esistenze quasi subliminali, anzi si facevano continuamente riti propiziatori alla divinità di cui si chiedeva protezione. Ebbene, nonostante queste ‘difese’, che gli antichi chiamavano daimon, oggi ci sentiamo nudi ed esposti alle intemperie del mondo e privi di difese.

ella fizgeraldUn esempio per tutti: ad un concorso per dilettanti Ella Fitzgerald doveva partecipare per ballare ma quando toccò a lei cambio idea e decise di cantare e da allora non smise più. Cosa l’ha spinta a cantare? Il daimon?

L’importanza della memoria nelle interazioni psicosociali

memoriaPer i greci, le anime dei defunti, una volta arrivati nel regno di Ade, dio degli inferi, vengono portate sulla riva del fiume Lete, il fiume dell’oblio. Chi beve la sua acqua è destinato a dimenticare tutto, per questo motivo, gli Orfici lo sconsigliavano suggerendo invece di  dissetarsi presso il fiume Mnemosine, che scorre vicino al Lete perché, solo non dimenticando, c’è la possibilità di aggiungervi anche i ricordi futuri incrementando così la propria saggezza. Delle proprietà dell’acqua di questi fiumi ne parlano Platone, Virgilio e anche Dante.

Dimenticare comporta spesso conseguenze notevoli: riduce la capacità di formarsi idee in ogni ambito (politiche,  etiche, sociali, relazionali, etc), limita la capacità di giudicare fatti o persone, favorisce l’influenza operata dai media, a volte false e propagandistiche (in ambito politico, nelle vendite, etc)la memoria e l'oblio

I ricordi possono essere individuali o collettivi e possono manifestarsi in modo cosciente o in modalità inconscia e la memoria aiuta l’attività intellettuale a rielaborare i contenuti permettendo di fare ad esempio ipotesi nel risolvere problemi. Quindi, continuamente, grazie alla memoria, pensiamo o formuliamo soluzioni.

Se è vero che la memoria è principalmente utile, in virtù della capacità che abbiamo di gestire le relative informazioni, dobbiamo tenere presente che gli ‘organi’ di lettura sono la coscienza e l’inconscio e solo quest’ultimo ha un accesso totale; la coscienza invece ha un’accesso parziale.  Per l’inconscio non esiste un presente oppure un futuro quindi un prima o un dopo (molto più utili alla coscienza); per l’inconscio l’accesso non ha limiti, è tutto sempre presente. La neocorteccia, ‘luogo’ della coscienza e quindi sede della logica è l’unica struttura che è in grado di evidenziare le differenze del tempo e del divenire e che quindi ci permette di muoverci nel mondo sensibile (ovvero l’ambiente esterno al soggetto). Quindi, come dicevamo prima, nell’inconscio ovvero nella parte più profonda di noi, il funzionamento è completamente diverso. Il passato non ha la stessa valenza della coscienza. Oggi, contrariamente a quando eravamo piccoli e quindi meno abili a gestire i conflitti, come ad esempio quelli legati all’Edipo, reagiamo diversamente alle stesse emozioni.

Se è così, come mai i contenuti inconsci rimangono tale a meno di una faticosa analisi? Stiamo parlando di due strutture che funzionano in modo diverso. La logica della coscienza è diversa da quella dell’inconscio, perché come dicono gli studi di Matte Blanco (uno psicoanalista cileno), i due strati (coscienza e inconscio) ‘… è come se parlassero due lingue differenti’, infatti il modo di comunicazione è per immagini che possono essere schematiche come ad esempio nel mandala tibetani oppure come nei sogni. In base a questa serie di osservazioni si evincerebbe che tutto ciò che ascoltiamo e leggiamo, venga poi tradotta in immagini che rimangono impressa negli strati profondi della psiche e del SNC. Questo ‘processo’ è assolutamente ignoto alla coscienza e, ancora oggi anche ai neuro scienziati. Speriamo che alcuni progetti di studi in Europa e in USA offrano qualche ulteriore chiarimento.

Sembrerebbe confermato che sia la memoria (cioè voler ricordare) che l’oblio (cioè, voler dimenticare – ben diverso dal concetto di rimozione) sarebbero frutto di un atto volontario. Tutto ciò che è in contrasto o in disaccordo con gli obiettivi della coscienza vengono ‘letteralmente’ seppelliti nel profondità dell’apparato psichico. Ricordare quindi, è legato a come i ricordi sono stati ‘memorizzati’, quindi attraverso uno sforzo mnemonico per cose dimenticate, attraverso l’analisi e le libere associazioni per cose rimosse.

Le manipolazioni (eventuali) del nostro pensiero e dei suoi contenuti avvengono ad un livello diverso da quello mnemonico, avvengono cioè al livello della percezione e comunicazione. Un esempio per tutti, i film della serie Matrix  ripropongono una profonda sfiducia della realtà così come sembra apparirci dal momento che altro non è che un inganno costruito ad arte per renderci sfruttabili.

È evidente che esistono – oggi come in passato – potenti spinte verso la soppressione di quanto possa stimolare il potenziamento delle facoltà cognitive e, di conseguenza, l’autonomia di pensiero. Ancora oggi si preferisce lo studio di sistemi teorici mortificanti, a volte addirittura reificanti, rispetto agli scritti di Aleksander Lurija, il grande studioso russo padre delle neuroscienze, che ha indagato con profitto i segreti della memoria. In conformità con la dottrina psicanalitica, Lurija ritiene – e dimostra! – che la memoria è potenzialmente infinita in estensione, volontaria e strettamente correlata con la capacità di gestione cosciente dei ricordi. La mente umana è concepita come un “sistema funzionale” di processi mentali interconnessi con capacità di autoregolarsi. Seguendo Vygotskij, neuropsichiatra dell’infanzia e dello sviluppo e suo connazionale, che propone una dottrina alternativa a quella di Piaget riguardo allo sviluppo del pensiero e del linguaggio nel bambino, Lurija sostiene che la mente umana si forma storicamente, attraverso l’elaborazione delle esperienze. Anche qui vediamo la centralità attribuita alla memoria, intesa non come un semplice aggregato di elementi disparati, ma come progressiva integrazione del Sé.

Questo genere di paradigmi, similmente a quelli di carattere psicanalitico o “del profondo”, sono da considerarsi opposti al c.d. “riduzionismo” psicologico, che vuole la mente umana limitata e meccanica. Esempi di questo ultimo sono le varie scuole di pensiero che studiano i processi cognitivi umani sul modello degli elaboratori elettronici. Un tale raffronto appare tendenzioso e riduttivo e non può avere alcuna validità scientifica, in quanto i risultati di ricerca ottenuti su un sistema non possono per nessun motivo essere riferiti ad un sistema diverso. Basti pensare all’assurdità di fantasie deliranti come c.d. “test di Turing“, che ipotizza la costruzione di un computer talmente perfetto da poter fedelmente riprodurre i processi mentali umani a tal punto che una persona, trovandosi a dialogare con esso, non potrebbe distinguerlo da un interlocutore umano. È evidente che il successo di un simile test dimostrerebbe non tanto il progresso dei mezzi tecnologici quanto l’appiattimento delle modalità di comunicazione umana o, nella migliore delle ipotesi, l’imbecillità dell’interlocutore scelto per eseguire il test! Tali costruzioni teoriche meccanicistiche sono finalizzate ad indurci a percepire noi stessi come “cose” le cui capacità sono limitate e dirette esclusivamente allo svolgimento di determinate funzioni. Esse hanno lo scopo di rendere più accettabile il fenomeno della “reificazione” che, altrimenti, sarebbe percepito per quello che è realmente: una riduzione dell’individuo al sistema socio-economico ed una violenza nei confronti della psiche.

Estratto di un articolo pubblicato su http://www.amnesiavivace.it

I nove tipi di intelligenza

I nove tipi di intelligenza

Esiste una teoria, quella delle intelligenze multiple che sostiene che la misurazione del QI attraverso l’uso dei test tradizionali sia stata molto  ridimensionata.
Lo psicologo  americano Howard Gardner ha individuato nove tipi  di intelligenza, presenti in parti diverse e specifiche del cervello, tra cui  quella logico-matematica (su cui era basato il primo test per la misurazione del QI).

I nove tipi di intelligenza – elenco

Di seguito una breve elancazione di questi 9 gruppi:

I nove tipi di intelligenza – Intelligenza Linguistica

E’ legata alla capacità di utilizzare una proprietà legata alla conoscenza della lingua di appartenenza chiara ed efficace. Chi la possiede ha una capacità che gli permette di variare il suo vocabolario in base alle esigenze e tende a riflettere sul linguaggio. Esponenti tipici possono essere, linguisti, scrittori, giornalisti, poeti etc.

I nove tipi di intelligenza – Intelligenza Esistenziale o Teoretica

Esprime la capacità di riflettere volutamente in merito a grandi temi speculativi (ad esempio, la coscienza umana, la natura dell’universo, etc) da cui ricavare, dopo complessi processi di astrazione, quelle categorie concettuali di valore universale. Tipico dei filosofi, ma anche dai fisici.

I nove tipi di intelligenza – Intelligenza Logico-Matematica

Tramite questo tipo di intelligenza è possibile fare ragionamenti deduttivi, schematizzazioni e catene logiche. Tipico ovviamente dei matematici, ingegneri, tecnologi, etc.). Coinvolge i due emisferi; il sinistro per la simbologia matematica, il destro per l’elaborazione dei  concetti.

Intelligenza Logico-Matematica – Intelligenza Spaziale:

Ha a che fare con chi riesce a percepire nello spazio, gli oggetti e le forme. Chi ne è provvisto, è in grado di avere memoria per i dettagli dell’ambiente e per le caratteristiche delle figure e ovviamente sa orientarsi meglio di altri ed è in grado di riconoscere figure tridimensionale sulla base di schemi mentali, che possono essere anche molto complessi. Tipico degli artisti (pittori, architetti, scenografi, etc).

I nove tipi di intelligenza – Intelligenza Corporeo-Cinestesica

Si ha una abilità e conoscenza del proprio corpo tale da permettere una buona coordinazione dei movimenti. In generale ginnaasti e ballerini. Gli organi interessati sono: il cervelletto, il talamo, i gangli fondamentali e vari altre aree del nostro cervello.

I nove tipi di intelligenza  – Intelligenza Musicale

Chi la possiede è in grado di riconoscere l’altezza dei suoni, le costruzioni armoniche e contrappuntistiche. Chi ha questo tipo di intelligenza suona bene strumenti musicali ma è anche in grado di eccellere nel canto. Localizzata nell’emisfero destro del cervello, anche se chi ha una cultura musicale utilizzano il sinistro per l’elaborazione delle melodie.

I nove tipi di intelligenza – Intelligenza Intrapersonale

La capacità di capire se stessi, e di utilizzare questa conoscenza per  ottenere risultati più vantaggiosi nella vita personale, ma anche le capacità empatiche per la comprensione delle altre personalità. Speculare, secondo Gardner , al’ intelligenza interpersonale.

I nove tipi di intelligenza – Intelligenza Interpersonale

Viene utile laddove c’è la necessità di una comprensione altrui, in merito alle esigenze ai desideri spesso nascosti, alle paure, oppure inerenti alla creazione di contesti sociali favorevoli oppure alla promozione di modelli personali e sociali vantaggiosi.  Chi ne trae particolare vantaggio fa il politico, gli psicologi, e chi in un modo o nell’altro vive di relazioni sociali. Sono coinvolte tutte le aree del cervello, ma in modo specifico i lobi pre-frontali.

I nove tipi di intelligenza – Intelligenza Naturalistica

La possiede che sa individuare oggetti naturali, li sa classificare seguendo un ordine preciso e li utilizza per cogliere le eventuali relazioni. tipico di gruppi umani che vivono ancora in uno stato “primitivo” (aborigeni)  e che sanno muoversi e orientare nel loro ambiente naturale cogliendo i minimi dettagli su cui basare le mosse successive.

Anche se queste ‘intelligenze‘ sono più o meno innate negli individui, non sono prefissate e attraverso l’esercizio è possibile svilupparle. Se non usate, nel tempo possono essere perse. Poichè ognuna di queste categorie ha sottocategorie, Gardner ha evidenziato che sarebbe impossibile elencarle tutte.

Relazioni conflittuali tra la madre e la figlia

figlie e madri

I conflitti tra mamma e figlia

Anche nelle famiglie di oggi, dove l’attenzione alle esigenze dei figli  è molto più presente che in passato, notiamo che i conflitti generazionali, anche se attenuati, persistono, ed evidenziano non una rottura ma una necessità di rimodulare la relazione.

Viene da chiedersi: tutto ciò è fisiologico? Ovvero, per crescere, lo scontro è proprio necessario?

Questo scontro avviene più tra i figli e la madre e più in particolare tra le figlie e la madre, dal momento che gli adolescenti  vedono la figura paterna meno conflittuale rispetto a quella materna.figlie e madri adolescenti

Vediamo come viene interpretato questo conflitto madre-figlia sotto la lente della teoria psicoanalitica.

Gli studi di Neumann sul mito della Grande Madre  ci permettono di farci un’idea in chiave archetipica del fenomeno che andiamo a trattare.

In generale, gli adolescenti ‘sentono’ che la relazione materna offre maggiori difficoltà verso l’autonomia, dal momento che c’è una maggiore dipendenza affettiva, mentre il padre viene percepito come favorevole all’autonomia. E’ quindi la madre che, inconsciamente, tiene i figli legati a quel passato, ove il mondo era percepito solo in funzione della mamma. Del resto, chi si prende maggiormente cura dei figli nei primi anni di vità se non la mamma? Ecco perché, e Neumann lo spiega molto bene, anche con tantissimi riferimenti mitologici,  l’onnipotenza della madre invischia e frena l’autonomia dei ragazzi.

lotta madri e figlieLa madre, quindi svolge un ruolo ambivalente ovvero, infonde sicurezza, ma allo stesso tempo rende dipendenti. Alla fine, è la madre ontologica, mistica, trascendente, incarnata dalla madre reale, che pone l’adolescente nella necessità di svincolarsi, interrompere quel legame per …. Affermare la propria individualità.

Se tutto ciò è vero per i figli (maschi e femmine) lo è molto di più per le femmine a causa dell’identità di genere che rende il loro rapporto più intimo.

Ecco che  l’adolescente femmina avverte (inconsciamente), che la madre rappresenta un pericolo ed un ostacolo verso la conquista del bene più prezioso: la propria femminilità.

In questa fase la madre è vista come onnipotente (da punto di vista della femminilità) in entrambi i possibili aspetti: positivo e negativo. La piccola, per poter ‘reggere’ il confronto esercita (sempre inconsciamente)  sentimenti come: svalutazione, invidia, disprezzo, etc.,  tesi a ferire la madre. Il motivo di questi atteggiamenti, che amadri figlieltro non sono che meccanismi di difesa dell’Io, servono fondamentalmente a ridimensionare una figura che è altamente idealizzata e che viene percepita come irraggiungibile. In questa situazione, come in quelle adulte, si instaura un processo di idealizzazione caratterizzata da eccessi che spesso si alternano con fasi svalutativi anch’essi esagerati e acritici.

La madre, oggetto di queste aggressioni, spesso se ne lamenta e se ne rattrista, ma è un errore perché questi atteggiamenti indicano (anche se non sempre, sicuramente spesso) segnali di ‘trasformazione’ o ‘svolta’ che oltre ad essere inevitabili sono anche un chiaro segno di evoluzione e di allontanamento (a cui ogni madre dovrebbe tendere: l’affrancamento dei propri figli e delle proprie figlie – compito non facile a cui molte madri spesso falliscono).

Quando questo accade la fanciulla-adolescente (stiamo parlando delle primissime fasi dell’adolescenza) comincia ad allontanarsi e ad allentare quei legami tipici della fanciullezza (preadolescenza) utilissimi fino a quel  momento ma pericolosi da questo punto in avanti. Questo legame (materno) deve allentarsi per far posto ad altre relazioni femminili (quelle delle coetanee o delle zie illuminate) utili per favorire lo sviluppo di altri modelli, necessari per completare lo schema della sua femminilità sulle basi di una più completa libertà ed autonomia.

La madre (contrariamente al padre), in questa fase, rappresenta il pericolo maggiore perché è un ostacolo al suo destino: diventare grande.

Una figlia obbediente e non contestatrice, rappresenta sicuramente un ‘impiccio’ di meno, perché non ci sono né contrasti né conflitti ma questa ‘calma’ dovrebbe essere oggetto di preoccupazione perché è un indice di un attaccamento innaturale, e che, inevitabilmente, mette in crisi la fase di crescita. Oggi, molto, ma molto più che in passato, assistiamo ad un cambiamento del costume che altera ciò che è stato ‘naturale’ nel passato in questo rapporto madre-figlia adolescente.

competizione madri e figlieOggi, il Puer, esercita la sua influenza in modo quasi incontrollato. Assistiamo a mamme di 40 e più anni che giocano ruoli caratterizzati da egocentrismo e narcisismo. Le madri fanno sempre più le amiche e vivono e pensano come le figlie. Queste madri che vorrebbero ‘fermare il tempo’, passano ore in palestra a tonificare il proprio corpo cercando a tutti i costi a mantenere un corpo giovane, come quello delle proprie figlie, rifiutano di invecchiare, e che in alcuni casi estremi vengono scambiate per sorelle e non per madri, rappresentano (per le figlie) un ulteriore ostacolo per il loro sviluppo. Un ostacolo che può essere ingombrante. Questa madre, eternamente giovane, paradossalmente potrebbe portare la figlia a consolidare l’identificazione, tutto a discapito dell’autonomia.  Se mi identifico con mia madre, non mi sognerò mai di prendere il suo posto in seno alla società, altrimenti corro il rischio di distruggerla. Allora, cosa faccio: rifiuto la mia femminilità, oppure esprimo e supero la mia gelosia con esperienze sessuali discutibili scambiandole per un mio autonomo desiderio mentre invece, altro non sono che ‘aggressioni’ contro chi? Contro una madre percepita come rivale

Introversione ed estroversione ovvero i tipi psicologici

tipi psicologici prima di Jung   Come sappiamo, al mondo ogni essere umano può essere considerato unico. Partendo da questa base, diviene complesso poter solo ‘pensare’ di poterne studiare glii usi e le abitudini. Ecco che allora ci viene incontro la necessità di utilizzare un criterio che semplifica le cose. Il criterio è quello di ‘tipizzare’ il genere umano sotto la forma di Tipi Psicologici.  Come dicevamo, questo metodo permette di semplificare l’estrema variabilità degli essere umani. Pur ammettendo che ogni essere umano è unico (ad esempio, la nostra voce è unica, non ci sono doppioni)  sarebbe altrimenti impossibile ragionarci in modo sistematico e fare quindi delle eventuali congetture. 

Inoltre, non va dimenticato che la conoscenza dei tipi psicologici   migliora  la conoscenza di se stessi  e quindi permette di poter approfondire meglio come funzionano i nostri processi interni anche in relazione all’interazione con il mondo che ci circonda.

Temperamento, carattere e personalità

Nascendo ereditiamo i caratteri psicosomatici dei nostri genitori e della razza di appartenenza.  Quindi ogni nostra reazione all’ambiente, frutto delle reazioni tipiche ereditate (istinto, pulsioni, bisogni, etc) fanno parte del nostro temperamento

Ciò che invece ci fa reagire all’ambiente, è il carattere, frutto dell’iniziativa del singolo. Questa iniziativa parte dalla nascita (dove temperamento e carattere si equivalgono) per differenziarsi man mano che si cresce fino all’età adulta.  

Finalmente si giunge alla  personalità che consolida il temperamento (aspetti biologici) e il carattere (aspetti psichici)  che su queste strutture e grazie all’influenza dell’ambiente di appartenenza aggiunge ciò che il contesto sociale ci impone (valori, modelli, adeguamento alle regole, etc).  

Quali tipologie fino ad oggi

Partendo da Ippocrate abbiamo il tipo sanguigno (dal sangue), il flemmatico (dal flemma), il bilioso (dalla bile). Con Wunt le teorie fisiognomiche (l’osservazione del volto), la frenologia (conformazione del cranio), la chiromanzia (lettura della mano). Poi si susseguono altri modi per definire le attitudini degli essere umani come ad esempio, il Longitipo, il normotipo, il brachitipo, etc. Seguono, all’inizio del secolo altre definizioni, come ad esempio: il Picnico, lo Schizotimico, il Ciclotimico, il   Viscerotonico, Somatotonico, Cerebrotonico e, qui mi fermo.

Tutte queste definizioni hanno il limite di voler definire il tratto psicologico partendo dal quadro biologico. tipi psicologici - Jung

Jung e i tipi psicologici

La definizione introversione (che rappresenta l’introverso) ed estroversione (che rappresenta l’estroverso) la dobbiamo all’intuizione di C.G.Jung . Parlando dell’introverso (ad esempio, i professori di un alunno:”…è un po’ introverso) viene subito l’immagine negativa, quasi fosse un difetto. Per Jung invece non è così, perché il valore dell’introverso è uguale a quello dell’estroverso. Perché? Perché per Jung il tipo chiarisce  in che direzione va l’energia psichica del soggetto. L’introverso quindi predilige il mondo interiore (focalizzato quindi sulle emozioni e sui propri pensieri) e quindi tutta la sua energia viene investita in quell’ambiente; l’estroverso invece a cui interessano le persone e i fatti  predilige l’altro, quello esteriore.

Ora non dobbiamo pensare che queste due modalità siano nette  ed autoescludenti: infatti usiamo tutte e due le modalità ma generalmente uno prevale sull’altro. Oltre ai tipi sopra descritti, Jung ha individuato anche 4 funzioni dell’apparato psichico e cioè il sentimento, la sensazione, il pensiero e l’intuito. Tutte queste funzioni hanno lo scopo di permetterci un migliore adattamento al mondo circostante e al modo con cui conduciamo la nostra vita. Infatti, vediamo come agiscono le 4 funzioni:

tipi psicologici - le quattro funzioniSentimento – si preoccupa di ciò che interessa l’opinione sui valori

Sensazione –  gestione dei fatti

Pensiero –  attiene a tutto ciò che ha a che vedere con la logica

Intuito – cosa si cela o si può celare dietro i fatti

Secondo Jung, queste funzioni agiscono seguendo una precisa regola: ogni funzione  trova sostegno ad una delle due funzioni più vicine  con l’esclusione dell’altra.

Quindi, pensiero può ‘allearsi’ con intuizione o sensazione ma non con sentimento.

Un altro elemento importante per Jung è legato al concetto di coppie. La coppia P-S è caratterizzata dalla razionalità (funzioni giudicanti), mentre l’altra coppia I-S dalla irrazionalità (percettive e quindi non giudicanti).

Riepilogando,  parlando di irrazionale Jung intende che la sensazione e l’intuizione sono funzioni percettive  che escludono il ricorso al giudizio oppure ai principi; infatti la sensazione percepisce ciò che accade mentre l’intuizione ‘intuisce’ cosa c’è dietro i fatti senza far uso della logica oppure dei principi morali.  Quindi se è noto che   un soggetto usa l’elemento percezione, allora l’intuizione oppure la sensazione (e non il pensiero oppure il sentimento)  sarà la funzione dominante.tipi psicologici prima di Jung

Pur usando tutte e quattro le funzioni, quasi sicuramente una delle 4 viene usata di più. Ebbene, quella è la funzione principale o predominante. La seconda funzione quindi viene chiamata da Jung: funzione d’appoggio.

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La maschera dietro cui la Persona si nasconde

La maschera ove ci nascondiamo

La Persona è uno degli archetipi junghiani (dal latino, “maschera dell’attore” ma anche  “per-sonare”, perché veniva usata anche per amplificare la voce) ed indica il ruolo che il soggetto interpreta nel contesto sociale in cui agisce.

Tale ruolo presuppone una certa adattabilità (si è genitore, figlio, professore, poliziotto, avvocato, medico, operaio, etc)  e sempre contestualizzato.

Quando questa adattabilità al ruolo viene a mancare (il professore universitario che ‘esercita’ quel ruolo anche in famiglia oppure tra gli amici, etc.),  avviene che l’Io si identifica totalmente o quasi con la Persona e si ha uno squilibrio (in termini junghiani: inflazione) che è in contrasto con lo sviluppo psicologico sano e integrato.

Guarire dalla depressione presuppone che il soggetto sappia  giorno dopo giorno perché è venuto al mondo e in fondo qual è lo scopo della propria esistenza.

Domanda ardua e di non facile risposta, anche perché siamo ancorati alle dinamiche inconsce ma anche alle difficoltà che incontriamo quotidianamente dall’immagine sociale con cui ci presentiamo al mondo. Tale immagine non è quasi mai il vero riflesso di ciò che veramente siamo proprio perché, non sappiamo chi siamo completamente.

Ciò che noi veramente presentiamo al mondo è spesso solo una maschera, che come abbiamo detto sopra, equivale alla Persona.

La Persona rappresenta quindi il lato esteriore del soggetto mentre l’Anima/Animus il nostro lato interiore; entrambi, uniti agli altri archetipi (Ombra, Senex, Puer, Eroe, Sè, etc) rappresentano parti o moduli dell’apparato psichico.

Esiste una leggera differenza tra uomo e donna. Infatti il lato interiore dell’uomo, l’Anima, è connessa con il sentimento, mentre l’Animus (lato interiore delle donne) è connesso con l’Eroe (altro archetipo).

 L’Io, o la coscienza (ciò che crediamo di essere quando non dormiamo) è solo una delle tante ‘figure’ che affollano la nostra psiche: Rappresenta il nostro ‘ambasciatore’ verso il mondo. Spesso, l’Io, nel relazionarsi con il mondo ‘fa o dice’ (oppure ‘non fa’ e ‘non dice’) cose che sono in contrasto con quanto ci si era ripromessi. Questo avviene perché questi ‘attori’ che recitano dentro di noi spesso sono in conflitto tra loro. Il nostro compito, che poi sarebbe attivare il processo di individuazione dovrebbe tendere alla totale armonizzazione, che Jung ha definito con il pieno raggiungimento del .

Essere maturi vuol dire una serie di cose tra cui, ad esempio, conoscere se stessi, controllare e moderare i difetti, essere saggi, sviluppare i propri talenti, partecipare alla vita sociale, essere autentici e soprattutto fare ciò che si dice e dire ciò che si fa, in una parola, essere coerenti.

Quando noi ci convinciamo di essere ciò che vorremmo, e facciamo di tutto per convincere anche gli altri, in realtà recitiamo un ruolo che non ci appartiene e questo non è in sintonia con il processo di individuazione e spesso è causa dei nostri conflitti nevrotici.

C’è ovviamente anche una controparte positiva e cioè, nascondere le doti che possono anche essere incantevoli. Non le ‘ritroviamo’ perché a volte, la nostra personalità si cristallizza in immagini stereotipate in cui finiamo con l’identificarci.

Ecco che, ad esempio, ci vediamo grassi e/o pelati e pensiamo che non potremmo piacere a nessuno. Che sorpresa scoprire ad esempio che una donna giovane e bella di interessa a noi. Ecco, l’immagine negativa che si siamo fatti si capovolge completamente.

Oppure al lavoro ci pensiamo privi di qualità e ci sorprendiamo se i nostri capi ci promuovono  e ci assegnano un ruolo prestigioso.

Tutti conoscono la storia del dottor Jekyll e di mister Hyde. In questa storia i due soggetti sono assolutamente sdoppiati. Di giorno il medico stimato, di notte il criminale.

Siamo sempre dominati da un archetipo ma quando questi è eccessivo il soggetto ne è totalmente invaso.

Macbeth era costellato dall’archetipo del dominatore e grazie all’aiuto della moglie, Lady Macbeth uccide il Re Duncan per prenderne il posto. Però essendo invaso da questo archetipo era anche tormentato da complessi di persecuzione ed è per questo che ha fatto uccidere il suo amico Banco.

La vita è solo un’ombra che cammina,

un povero attorello sussiegoso

che si dimena sopra un palcoscenico

per il tempo assegnato alla sua parte,

e poi di lui nessuno udrà più nulla:

è un racconto narrato da un idiota,

pieno di grida, strepiti, furori,

del tutto privi di significato!

W. Shakespeare, Macbeth, Atto Quinto Scena V

Quindi anche la Persona da strumento con cui porsi nel mondo e nella rete di relazioni, può trasformarsi in una fonte di minaccia.
Ecco quindi che con l’inflazione della persona che schiaccia l’Io, il Sé viene offuscato e ciò che prima poteva essere un elemento di armonia diviene l’elemento scatenante per la degenerazione della coscienza.

Quando la Persona si ‘perde’, come si è perso Macbeth (subito dopo Lady Macbeth) è impossibile reintegrare la personalità quo ante  perché l’Io, spogliato della sua personalità non ha nessun valore, perde energia ed è destinato all’estinzione perché smette di evolvere.

Come se ne esce?

Ognuno di noi deve avere una personalità privata, intima ed una pubblica, ma, entrambe caratterizzate dalla moderazione e dall’equilibrio.

Sapere chi siamo è fondamentale, il nostro Io deve essere solido, il comportamento   coerente e congruente al contesto in relazione. In parole più semplici, la nostra maschera indossata per l’occasione deve essere specifica e l’azione deve essere in sintonia con il luogo in cui si esplicita.

 

Leggi anche il significato degli archetipi nella nostra vita

La sindrome di Peter Pan

La sindrome di Peter Pan

Crescere, passare dalla fanciullezza all’età adulta, dall’adolescenza alla piena maturità, dovrebbe essere un passaggio naturale così come lo è stato da sempre.

Per alcuni però, questo naturale passaggio diviene quasi impossibile. Alcuni soggetti si rifiutano o addirittura sono incapaci di fare questo ‘salto’.  Parliamo cioè di soggetti adulti che hanno un comportamento infantile ed un rifiuto di qualsiasi tipo di responsabilità. Alla base di tale sindrome potrebbe esserci un trauma infantile che blocca lo sviluppo emozionale del bambino ma non quello intellettivo e cognitivo. Partendo dal presupposto che è l’amore dei genitori che produce soggetti sereni ed integrati nel tessuto sociale di appartenenza, in questo caso, la possibile causa potrebbe risiedere proprio nella mancanza di quell’amore. Quindi una carenza affettiva provoca in questi bambini una crescita disarmonica caratterizzata da un malessere profondo che li coglie impreparati dovendo affrontare il mondo da e dei grandi.

Tale difetto nella crescita colpisce maggiormente i maschi (ma, anche se in minima parte, anche le donne). Nelle storie cliniche abbiamo soggetti  in famiglie con un padre assente ed una madre incapace, troppo  occupata, con scarsa autostima oppure depressa per dare ai propri figli l’amore di cui hanno bisogno se non addirittura madri che si appoggiano ai figli.

Da adulto Peter non saprà come gestire i propri sentimenti correndo magari il rischio di cercare nella propria compagna l’amore materno che, non avendolo mai avuto, potrebbe non trovare il modo per gestirlo. Unico momento apparentemente rassicurante potrebbe essere quello della sessualità. Però anche in questo caso, il comportamento potrebbe risultare disturbato e/o incontrollabile proprio perché non sa gestire i sentimenti.

Diventare adulti implica regole, responsabilità, coerenza e mille altre cose che vengono percepite in modo distorto nel tentativo di difendersi da ciò che può essere spiacevole; tale distorsione induce il soggetto a prestare attenzione in modo selettivo eliminando alcuni tasselli della realtà e ad assumere comportamenti anomali per l’età reale.

Ben differente è la posizione del Puer Aeternus, l’eterno fanciullo, rappresentato dalla psicologia Junghiana. Se al puer viene affiancato il termine aeternus potrebbe voler dire che l’atteggiamento puer si protrae oltre l’età della fanciullezza. Questo però non vuol dire che, superata quell’età, il fanciullo che è in noi debba morire. Il fanciullo che è in noi deve essere sempre vivo ma non in modo inflazionato, tipico dei soggetti che si rappresentano con la sindrome di Peter Pan.

Un Peter Pan ha una serie di caratteristiche abbastanza tipiche e cioè:

non vuole crescere, tutto è bello, tutto è possibile, il mondo e le sue regole non sono interessanti perché egli vive in un mondo ideale. Di contro però è simpatico brillante, curioso, allegro; vuole fare sempre nuove esperienze, ama le novità, naturalmente pone se stesso al centro dell’universo ed è impaziente. Sta sempre altrove e vive in un metamondo che ovviamente non esiste e li sta bene anche perché è l’unica realtà che riesce a rappresentarsi. In questa dimensione irreale, tutto gli appartiene, il cielo è sempre sgombro di nuvole (i problemi non esistono e se si palesano se li scrolla di dosso infastidito) etc etc .

Quindi, il soggetto, rifiutando la banalità  e per confermare la propria presunta unicità, non si adatta alle regole e tutto questo non fa che alimentare l’ideale di sé.

Questo quasi spasmodico voler sembrare o meglio, essere diverso dagli altri, non può che essere una forzatura ed evidenzia, alla fine e agli occhi di tutti, l’inconsistenza del soggetto. Con questi modelli stereotipati di comportamento, si recita un ruolo che prima o poi viene smascherato grazie al fatto che alla fin fine, Peter sembra essere privo di una qualsiasi specificità e in parole ancora più povere, superficiale e immaturo, una nuvola strapazzata dal vento che cambia forma continuamente e non restituisce nulla.

Quando Peter Pan viene smascherato, emerge la sua ombra, caratterizzata da freddezza, brutalità, meschinità e senza sentimenti.

 Ma, come potrebbe evolvere?

Abbandonando l’egocentrismo, entrando nei dettagli della vita di tutti i giorni, che è fatta anche di sofferenza ma anche di sentimento. Riconoscendo l’esigenza di aggregarsi con il resto dell’umanità, riuscirà a strutturarsi, allontanandosi dalla superficialità e dando consistenza al suo essere, in relazione con il mondo.

Come uscirne?

Non è facile anche perché ha come presupposto la consapevolezza di ‘avere un problema’ e che la funzione sentimento è stata bloccata e quindi non è mai cresciuta. 

Come abbiamo detto sopra, Peter non ha ricevuto amore e per non soffrire, nega. Questa negazione lo porta a non crescere sul piano psicoaffettivo e in quanto tale può fare molto ma molto male.

Se ne vuole uscire Peter deve desiderarlo e investire seriamente in quel processo di crescita che ha un riscontro con la realtà di cui il soggetto ha sempre tentato di evitare.

Deve insomma uscire dall’adolescenza ed entrare nell’età adulta

Gli archetipi Anima e Animus nella scelta del partner

Il famoso ‘coup de foudre‘ o colpo di fulmine, o, meglio ancora ‘l’amore a prima vista‘ (a chi non è capitato almeno una volta nella vita), è, secondo Jung, il risultato di una proiezione. Le persone infatti, in questi casi, vedono nell’altro la propria componente inconscia dell’altro sesso, ovvero l’Animus (componente maschile delle donne) oppure  l’Anima (componente femminile negli uomini) e l’attrazione che provano altro non è che per quella parte inconscia (insomma, ci si innamora di se stessi) e quindi velata di sé stessi. Ne consegue che, solo conoscendo bene questo archetipo o meglio questo lato della propria psiche è possibile interagire in modo armonico e diviene più facile avere una sana relazione e un rapporto di coppia ricco e gratificante. 

Questi due archetipi (Animus e Anima) ci danno forse meglio di altri (puer/senex ad esempio) una visione di quanto la psiche possa essere duale. Ogni archetipo, contiene un aspetto della vita e il suo opposto, lasciando intendere che entrambi hanno un loro valore; esattamente al contrario di Freud, che nelle sue ricerche sull’ambivalenza (affettiva: odio/amore) era focalizzato sulla conflittualità, tendendo cioè ad eliminare uno dei due poli. Nel pensiero junghiano, la psiche è duale (o doppia) venendo a significare che   ogni atteggiamento o sentimento contiene il suo opposto; ecco quindi che la sottomissione convive con la prevaricazione, l’odio con l’amore,  il conscio con l’inconscio… Da ciò si evince che tale dualità vale anche in ordine ai due generi biologici e Jung ci dice che anche la psiche ha in sé, sia una energia maschile che una femminile e quindi ogni uomo ha in sé un lato femminile e ogni donna ha in sé un lato maschile. Ogni essere umano esprime un’energia dominante, ma contiene, in secondo piano, anche quella opposta. Ecco perchè la psiche, andrebbe vista come una combinazione di principi maschili e femminili. Nella Genesi dapprima c’è solo Adamo, Eva esce da una sua costola. Similmente Atena esce dalla testa di Zeus e nell’Olimpo abbiamo un Cielo e una Terra. Nei bassorilievi dei templi indiani, i due principi (maschile e femminile) sono rappresentati come un uomo e una donna abbracciati (Kamasutra); idealmente essi sono due entità metafisiche, due essenze universali. Nel Cantico dei Cantici (ma anche nella Bibbia) c’è un inno all’amore del maschile e del femminile come valenze universali. Mentre Freud costringeva ad una identità fissa (uomo-donna) nel pensiero Junghiano ognuno di noi è più di una cosa e nella persona bene integrata, le polarità della psiche sono complementari.

Jung chiama questa dualità: ANIMA e ANIMUS. L’ANIMA è la componente femminile presente nell’apparato psichico di ogni uomo e l’ANIMUS quello maschile per le donne. La vita è l’unione di energie complementari, ognuna delle quali tende verso l’altra, compensandola. “L’Animus è la figura che compensa l’energia femminile. L’Anima quella che compensa l’energia maschile”. 

I due archetipi, Anima (femminile) e Animus (maschile), sono da sempre presenti nell’inconscio collettivo. Li troviamo nei sogni e nelle rappresentazioni artistiche, spesso sotto forma di metafora. Per la coscienza:

  • ANIMA significa: unione, protezione, affettività, cura, mantenimento, insieme…
  • ANIMUS: riflessività, controllo, analisi, ponderazione, razionalità, calcolo, decisione, programmazione, distinzione.

Quali sono gli aspetti dell’ANIMA ovvero quali sono le possibili caratteristiche di una donna?

Se tu, donna sei:

  • Determinata, costante, con una grande capacità di gestione, sei fedele e reagisci sempre ai torti subiti, il tuo mito di riferimento è ERA, moglie di Zeus e la relazione con il partner è la cosa più importante della tua vita;

  • perseverante, accudente, hai il senso della famiglia, sei dolce e generosa, il tuo mito di riferimento è DEMETRA e sei quindi spensierata, madre e nutrice. Insomma, una mamma. Quindi mentre ERA mette al primo piano il marito, Demetra i figli e la famiglia;

  • ordinata, calda e accogliente, ami la pulizia, tendi ad essere profonda e sei stabile ed equilibrata, allora sei ESTIA, la dea del focolare, Ami la casa, e adori interessarti delle faccende domestiche;

  • obiettiva, adori la giustizia, sei estremamente efficace e capace e tendi ad essere imparziale, allora sei ATENA, e sei nata dalla testa di ZEUS. Sei quindi una donna tutta testa, cerebrale, in altre parole, sei una intellettuale; sei quindi poco cuore e tanta ragione.

  • coraggiosa, ami la competizione, sei una sportiva e ami la forza? Allora  sei un’amazzone, ovvero ARTEMIDE, una donna terribilmente affascinante ma sfuggevole. Artemide non ha figli e non ne desidera.Le amiche, le sorelle, sono di gran lunga più importanti del marito.

  • creativa, ami l’immaginazione, sei regale, profonda e dolce e vive spesso tra le nuvole? il tuo mito è PERSEFONE, l’eterna figlia di Demetra ma anche regale sposa di ADE, re degli inferi. Vive sei mesi con la madre e sei con Ade. Vivi quindi un’eterna ambivalenza, ora prevale la donna, ora la bambina;

  • seduttiva, sensuale, selvaggio,attraente, ed anche estroversa allora sei AFRODITE (Venere per i romani), dea della bellezza e dell’amore; nessuno resiste al tuo fascino, ami stare sempre al centro dell’attenzione, sei selvaggia e sensuale.

Un esempio per tutti: è innegabile che l’accoglienza sia una virtù del femminile e da sempre viene affidata alle donne. quando si entra in una casa è la donna che prepara il caffè, i dolcetti, etc. Questo era ed è ancora sacro in alcune culture, un pò meno (anche se non del tutto scomparso) nella nostra.  

L’Ombra (il nostro aspetto peggiore)) evidenzia ciò che ignoriamo e che ribaltiamo all’esterno sotto forma di paura, rifiuto, desiderio, etc. Se nei sogni di un uomo compare una donna scocciante e noiosa oppure una principessa dolce e accogliente la possibile interpretazione è che l’inconscio ha trovato un modo ingegnoso per vedere i due aspetti (il lato in e out) dell’Anima di un uomo. La stessa cosa può accadere nei sogni di una donna (un uomo forte e valoroso oppure un uomo odioso e detestabile).

Cosa fare? lavorare e risolvere le negatività insite nell’Ombra.

Spesso uomini e donne non si capiscono e questo accade perchè i due archetipi (Anima e Animus) coesistono e non sempre li riconosciamo, li accettiamo, li integriamo; questa mancanza di sintesi sta alla base delle difficoltà di comunicazione tra due partner. Quindi, se noi non riusciamo a comprendere noi stessi come possiamo sperare di riuscire nell’interazione di coppia?  Diciamo che l’amore potrebbe essere in grado di reindirizzare l’energia che fluisce tra i partner promuovendo una possibile  integrazione. Non  è facile amare  perchè anche ove esistano dei sentimenti forti, rimane la fatica di quella lotta che avviene dentro di noi. Gli opposti si attraggono, diceva spesso Jung, ma è anche innegabile che la loro convivenza è, spesso, ardua.  Ecco perchè ogni rapporto raramente è tranquillo e ha potenzialmente in sé il massimo della gioia e il massimo del turbamento. Il nostro scopo è quindi quello di realizzare l’armonia sia dentro di noi che nel rapporto con l’altro; il messaggio è che quanto più riusciremo ad armonizzare la nostra psiche tanto più riusciremo a realizzare una relazione soddisfacente con l’altro migliorando, tra l’altro, anche la convivenza sociale.

Quando si ha la fortuna (?)di incontrare (uomo e donna) la persona ‘giusta’, accade una cosa straordinaria … si accende qualcosa: l’archetipo si attiva; improvvisamente si accendono mille luci e tutti i nostri desideri collaborano a questo sfavillio di colori che qualcuno chiama  energia psichica, ed ecco che qualcosa dentro di noi ci fa dire: “...ecco, è arrivata!” Se siamo pronti, quando siamo pronti, semplicemente arriva. 

L’inconscio collettivo attiva l’archetipo che ci propone cose che sono in sintonia con il momento del soggetto che sta vivendo in quel momento, che però non deve essere interpretato come assoluto ma soltanto  ‘giusto’ in quel momento. Infatti, pur ringraziando l’archetipo, dobbiamo sempre avere bene in mente che non è detto che quel partner sia realmente quello da cui avremmo la felicità (a cui tutti dovremmo tendere). Perchè? Perchè potremmo non essere ‘puliti’, ma ancora sotto scacco dal complesso sistema di proiezioni. Ovvero la donna proietta il suo animus sul malcapitato mentre l’uomo la sua anima sulla sventurata. Le proiezioni partono dall’Ombra (il lato peggiore di noi stessi), quindi se non comprese e integrate, quell’incontro che inizialmente sembra magico (perchè frutto della proiezione) in seguito risulterà la peggiore scelta della nostra vita (proprio perchè abbiamo scelto …. noi stessi nel lato peggiore).

Oramai è comunemente noto che gran parte dei nostri contenuti sono, ahimè, inconsci e che ogni uomo porta dentro di sé un lato femminile di cui non è consapevole e ogni donna un lato maschile. Entrambi priettano nell’altro il proprio archetipo (Anima, Animus) e la relative energia. La proiezione potrebbe provenire dall’Ombra (il nostro lato peggiore). La mancata elaborazione dell’Ombra, ci porta a proiettare lati negative e quindi, ecco perchè spesso le relazioni sono disastrose. Questo perchè, com’è facilmente intuibile, nella proiezione, ciò che è inconscio diventa visibile perchè lo vediamo rispecchiato nell’altro.

Quante volte ci sentiamo dire: ‘sei tutto/a uguale a tua madre/padre’ e noi pronti subito a dire: ‘… chi io? Ma no, non hai capito nulla…’. Quante volte vediamo i difetti degli altri e raramente i nostri? Ecco, questa è l’Ombra. Vi ricordate cosa dice Cristo? ‘… è più facile vedere la pagliuzza negli occhi degli altri che la trave nei nostri’? Trattando dell’anima (ma lo si potrebbe declinare anche con l’animus) dovremmo considerare che non è solo la controparte psichica dell’uomo ma anche la sua idea di donna ideale, cioè l’immagine idealizzata (quindi ottimale) che l’uomo ha del femminile. Ma questa idea, potrebbe avere una derivazione legata alle donne della propria vita (madre, nonna, sorelle, zia, etc).

Quando l’archetipo si attiva e l’altro diventa o meglio incarna il nostro partner ideale, dovremmo chiederci se in realtà, non è altro che un riflesso del proprio passato affettivo. Nell’amore scattano giochi che coinvolgono l’Anima e l’Animus. In questo caso, che ha una connotazione nevrotica, dovremmo sempre considerare l’ipotesi che l’Anima/Animus spinge l’innamoramento verso un partner che corrisponde alla sua parte ombra, come se la cercasse in lui/lei. In questo caso, l’amore è solo ….. virtuale.

Non si ama quel soggetto ma la sua proiezione. In questo caso l’evoluzione del rapporto evidenzia in modo spesso drammatico lo scarto tra l’ideale e il reale, mettendo in crisi il rapporto, perché la sua immagine è lontana dal vero anche se, all’inizio sembrava altro.

Concludo rilevando e ponendo in evidenza quanto le differenze culturali siano determinanti nella produzione degli stili di coppia. Infatti ogni paese ne ha uno. Pensate allo stile dei paesi della maggior parte del sud del nostro mondo rispetto a quello del nord. Come tratterà un indiano la propria donna rispetto ad un italiano, un inglese, un americano,un cinese, etc?… ci sono codici, aspettative, credenze, che dipendono da imprinting culturali, per cui nel rapporto di coppia le difficoltà si accrescono. Ecco perchè, spesso i matrimoni misti sono ancora più precari dei matrimoni monoculturali che, ahimè hanno già di suo, infinite difficoltà.

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