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Per comprendere ci vuole l’intelligenza emotiva

Per comprendere ci vuole l’intelligenza emotiva

Tutti abbiamo sentito, almeno una volta questo termine: Intelligenza Emotiva ma forse pochi sanno che è stato coniato (è anche il titolo di un libro) da   Daniel Goleman, che poi è uno psicologo statunitense abbastanza noto, e viene usato per definire un tipo di intelligenza specifico correlato alle emozioni ed al loro uso corretto. Goleman, ritiene che per il raggiungimento dei successi personali e professionali,  sia necessario questo tipo di intelligenza che anzi, sarebbe determinante.

Intelligenza emotiva – definizione

L’Intelligenza Emotiva è quel tipo di intelligenza che permette di ‘lavorare’ con le emozioni in modo consapevole, dal momento che ci aiuta ad identificarle e quindi a gestirle (le emozioni) in modo ottimale, garantendo una maggiore efficacia nella gestione delle relazioni.

 Intelligenza emotiva: componenti

Le componenti della intelligenza emotiva sono l’autocontrollo, l’autoconsapevolezza e last but not least l’empatia

Per sfruttare le emozioni in modo utile ed efficace acquisendo le abilità necessarie si dovrebbe:

  • Imparare ad ascoltare, senza giudicare, al solo scopo di comprendere l’altro;
  • Tutto ciò che accade è temporaneo ed è sempre correlato a cause ben precise;
  • Ascoltare ciò che accade dentro di noi, interpretarne i contenuti, comprendere da dove nascono e perché;
  • Le emozioni sono parte integrante dell’essere umano, impariamo ad accettarle e ad utilizzarle in modo funzionale;
  • Il linguaggio non verbale dice molto di più, quindi sarebbe molto utile comprenderne i segreti;
  • I pensieri illogici, stereotipati, ossessivi, ripetitivi, che spesso si accompagnano alle emozioni vanno riconosciuti sul nascere e bloccati.

Intelligenza emotiva e correlazione con i rapporti sessuali e/o sentimentali  

In merito al ‘diritto di corteggiamento’ di cui si molto dibattuto recentemente, diviene importante comprendere il ‘limite’ oltre il quale, quel corteggiamento, viene visto come nocivo, non desiderato, fastidioso. Anche se nella nostra cultura vige il fatto che la donna ami essere corteggiata, e che in alcuni casi sembra sia maggiormente apprezzabile un uomo che esprime tale interesse in modo focoso, occorre sempre chiedersi fino a quando e quanto sia lecito spingersi considerando ciò che l’altra dice o fa attraverso il discorso verbale e quello non verbale.

Proviamo a fare l’esercizio di riprendere i punti di Coleman riportati sopra ovvero quelli che ci evidenziano il livello della nostra intelligenza emotiva.

Riprendiamo Goleman e i passaggi necessari per potersi ritenere in possesso di intelligenza emotiva, declinando e contestualizzando, rispetto al recente tema dibattito sul “diritto al corteggiamento”:

  • Imparare ad ascoltare, senza giudicare, al solo scopo di comprendere l’altro. 
    • Gli altri comunicano ciò che hanno in mente loro, mai quello che pensiamo noi. E’ semplice, quasi banale. Può accadere e accade che i due pensieri coincidano, ma mai darlo per scontato (peccato comune a molte persone). Ciò che spesso accade ricade sotto il concetto di proiezione: proietto sull’altra i miei desideri e quindi tendo a pensare che coincidano con i miei. Se io desidero che quella bella fanciulla accetti di uscire con me perché penso di essere molto affascinante, bello e magari ricco, non è detto che ciò possa realmente accadere. Attenzione quindi ai nostri desideri perché, fino a prova contraria, sono solo nostri.
  • Tutto ciò che accade è temporaneo ed è sempre correlata a cause ben precise: 
    • Se una bella donna accenna ad un sorriso, oppure sotto il tavolo sfiora il tuo piede, facciamo attenzione a non fare voli pindarici in merito ai nostri desideri; la bella donna potrebbe averci sorriso solo in virtù delle buone maniere data la vicinanza (casuale) sullo stesso tavolo e il piede sfiorato, anch’esso potrebbe essere stato solo un caso; verifica cosa succede alla fine del pranzo, forse sparirà dall’orizzonte per non farvi più ritorno.
  • Ascoltare ciò che accade dentro di noi, interpretarne i contenuti, comprendere da dove nascono e perché,
    • Proviamo a chiederci, magari al ristorante oppure in un locale, perché senti il bisogno di cercare di avvicinarti ad una donna oppure di ‘provarci’ con la cameriera di un ristorante? Cos’è? Sfida, divertimento, potere, oppure una reale attrazione? Comprendere ciò che realmente ci accade ‘dentro’ potrebbe permetterci di agire un comportamento più congruo e non ambiguo e permettere all’altra di reagire di conseguenza.
  • Le emozioni sono parte integrante dell’essere umano, impariamo ad accettarle e ad utilizzarle in modo funzionale;
    • Provare attrazione non è una cosa di cui vergognarsi, non va considerato alla stessa stregua dell’istinto animale da tradurre in realtà immediata; abbiamo un cervello molto più complesso di un qualsiasi animale, usiamone tutte le potenzialità.
  • Il linguaggio non verbale dice molto di più, quindi sarebbe molto utile comprenderne i segreti;
    • Se la nostra ‘preda’ ci sorride in modo fugace e rigido, oppure guarda altrove, sbadiglia, aggrotta la fronte, sbarra gli occhi, si allontana da noi, si copre, si irrigidisce, etc … cosa ci sta dicendo? Che adora essere corteggiata? Che è già perdutamente innamorata di noi? Che non vede l’ora di ….. no! Ci sta comunicando, i modo non verbale, cose del tipo: fastidio, disgusto, noia, imbarazzo, contrarietà…. Dovrebbe essere chiaro a tutti.
  • I pensieri illogici, stereotipati, ossessivi, ripetitivi, che spesso si accompagnano alle emozioni vanno riconosciuti sul nascere e bloccati
    • l’emozione che stai provando genera pensieri rigidi e stereotipati totalmente estranei al contesto? Ti senti emozionato e automaticamente pensi che stia accadendo la stessa cosa all’altra? sei nel pieno di un tumulto oppure stai semplicemente attendendo il tuo drink insieme, per pura coincidenza con una ragazza che trovi molto attraente? 

Quanto citato vuole solo essere un contributo utile alle persone di buona volontà (leggasi: onesti intellettualmente) che desiderano entrare in relazione con l’altro sesso, rispettando i codici di correttezza e senza cadere in comportamenti che possono pericolosamente essere accostati all’abuso oppure allo stalking. E’ relativamente facile ‘comprendere’ l’altro purchè si usi uno strumento molto efficace, ovvero l’empatia. Grazie a questo strumento, è possibile comprendere come l’altro reagisce alle nostre avances e laddove c’è incertezza, basta chiedere.

Mettersi in comunicazione con l’altro, ascoltarsi, equivale ad empatizzare, e rappresenta una modalità sana e corretta per stabilire relazioni che funzionano, evitando di creare situazioni che recano imbarazzo ove, nella peggiore delle ipotesi, possono tradursi in veri e propri reati, spesso mistificati con giustificazioni goffe e ‘culturali’ (l’uomo ci prova … si sa…). Dobbiamo abituarci all’idea che la vera cultura è quella ove, anche grazie ad essa si comprendono i messaggi altrui e li si accettano anche se, al momento, potrebbero essere percepiti come il crollo di un sogno.

La depressione. Cosa non è

La depressione. Cosa non è

Conoscere la depressione e in particolare cosa è la depressione, è importante, perché offre una chiave di lettura dello stato della nostra anima e di conseguenza ci offre la possibilità di orientarci in modo consono e funzionale.

Evitiamo quindi di considerarci depressi quando, ad esempio stiamo attraversando un periodo difficile, negativo quanto vogliamo ma passeggero. E’ naturale che in situazioni frustranti  ci possa essere la tendenza e vedere tutto nero. E’ un periodo passeggero, non uno stato depressivo.

La depressione non definisce uno stato di tristezza dal momento che è un disturbo clinico. Se siamo tristi perché qualcosa è ‘andato storto’ e ci sentiamo quindi con il morale sotto i piedi, oppure guai a chi ci infastidisce perché altrimenti ‘ce lo mangiamo’, oppure sentiamo tutto il peso del mondo sulle nostre spalle, non siamo depressi ma reattivi ad una specifica frustrazione. E’ uno ‘stato’ che dura un tot tempo e poi passa. Non siamo depressi.

Il depresso vero non lo è per un periodo transitorio; possono passare settimane, se non mesi di ‘buio profondo’, ove ci si sente angosciati, paralizzati, senza riuscire ad attribuirlo ad un fatto specifico e soprattutto consci del fatto che l’eventuale effetto scatenante non giustifica la reazione che agli occhi nostri e di coloro che ci circondano può sembrare sproporzionata.

Se abbiamo un lutto, è normalissimo essere tristi, privi di energia, percepire una mancanza di senso in tutte le cose che ci circondano, viste come puerili, banali, cosi come ad esempio accadeva ad Amleto, dopo la morte del padre, al punto che madre si vede costretta a dire:

‘Amleto, caro, togliti di dosso quel colore notturno, ed il tuo occhio riguardi da amico colui ch’è ora il re di Danimarca; non andare cercando di continuo con quelle palpebre sempre abbassate il tuo nobile padre nella polvere. È legge di natura – lo sai bene – che ciò che vive deve pur morire, dal mortale passando all’immortale’

In questa situazione, la tristezza e quanto altro descritto sopra, ha un nome ben specifico ovvero: ’elaborazione del lutto’. Anche in questo caso, non parliamo di depressione. Se ci muore un parente caro, oppure l’amica del cuore, è naturale essere tristi o piangere anche per qualche giorno. Non ha senso preoccuparsi al punto da sentirci costretti ad andare dal medico o essere indotti a ricorrere al sostegno di un antidepressivo. Non serve e potrebbe essere dannoso.

Se hai un lutto e piangi, è normale. Se invece non riesci ad esprimere il dolore con il pianto, lo è meno, sarebbe più preoccupante. Se dopo 5 o 6 mesi lo stato di abbattimento perdura, allora potrebbe essere utile chiedere un consulto ad un professionista.

Una persona depressa non è ne pigra ne scarsa di volontà. La depressione è una malattia non una mancanza di volontà. Non basta voler star bene.

La depressione non è una condanna, dal momento che si cura. Solo se non trattata può volgere verso la cronicità e con un peggioramento dello stato dell’umore. Le eventuali ricadute saranno più frequenti, più durature, più dolorose.  Però opportunamente curata, porta alla guarigione.

Mass media, pregiudizi e paura del crimine – Quali connessioni

Mass media, pregiudizi e paura

La letteratura internazionale è unanime nell’affermare il forte potere dei media sulla costruzione della realtà sociale, in particolar modo sui giudizi riguardanti la razza ed il crimine: una notizia non è mai la semplice descrizione di un evento, ma è sempre la ricostruzione dello stesso, che riflette il sistema di credenze e valori propri di chi la comunica (Benedict, 1992; Dowler, 2006).

Le conclusioni di un crescente numero di ricerche hanno mostrato che le notizie dei media riportano gli stranieri come sospetti criminali in modo eccessivo, rispetto ai reati che effettivamente commettono. E’ probabile che ciò sia dovuto ad una sistematica distorsione delle informazioni sui reati, distorsione che è basata su stereotipi e pregiudizi che, conseguentemente, vengono alimentati da tale modalità di veicolare informazioni. Inoltre, l’esposizione a fonti di informazione (crimine commesso da immigrato) può attivare con più frequenza, e quindi rendere facilmente accessibile, un collegamento cognitivo tra gli immigrati e la criminalità: di conseguenza, le persone sono portate a stimare erroneamente più alta la probabilità che un crimine possa essere commesso da uno straniero piuttosto che un autoctono (euristica della disponibilità).

Per questi motivi, la Dott.ssa Silvia D’Andrea ha svolto un’indagine volta comprendere se e come, il modo tendenziosamente diverso in cui i mass media presentano i fatti criminali, che vedono coinvolti rei stranieri o italiani (analisi condotta attraverso lo studio del grado di astrazione linguistica), possa influenzare la paura del crimine ed il livello di pregiudizio degli autoctoni. Questa indagine, anche se non esaustiva del fenomeno, può essere molto utile per comprendere come le modalità con cui vengono riportate le notizie abbiano valore nella valutazione degli eventi che possono accadere quotidianamente.
Il grado di astrazione linguistica si riferisce alla modalità di descrizione linguistica utilizzata da un determinato gruppo. Secondo la teoria del Linguistic Intergroup Bias, si ha la tendenza a sovrastimare le caratteristiche positive del gruppo di appartenenza e sottostimare quelle negative. Il Linguistic Category Model, di Semin e Fielder, individua quattro livelli di descrizione linguistica:

  1. il livello più astratto (quello degli aggettivi per intenderci) è utilizzato per descrivere comportamenti positivi dell’ingroup e negativi dell’outgroup, così da identificare e generalizzare caratteristiche tipiche dei membri del gruppo;
  2. il livello più concreto (quello dei verbi di azione) è usato dai membri dell’ingroup per descrivere azioni negative del gruppo di appartenenza e azioni positive dell’outgroup, con lo scopo di sottolineare la rarità di tali eventi.
    L’ipotesi iniziale prevedeva che la paura del crimine ed il pregiudizio sarebbero aumentati se la notizia letta dal soggetto sperimentale avesse riportato un reato commesso da un immigrato e fosse stata scritta utilizzando un elevato livello di astrazione. Il campione, appositamente di origine italiana e costituito da 98 soggetti, aveva un’età compresa tra i 19 e i 41 anni ed era costituito da 56 donne e 42 uomini. I soggetti, per la maggior parte studenti, sono stati contattati di persona ed hanno risposto ad un questionario “carta e matita”. Sono stati somministrati cinque tipi di questionario, assegnati casualmente ai partecipanti, che variavano solo per l’articolo riportato (autore di reato italiano/straniero; livello di astrazione elevato/basso; articolo sportivo per il gruppo di controllo).
    Nella parte introduttiva del questionario erano presentate una serie di affermazioni che valutavano il grado di apertura all’esperienza, l’inciviltà percepita nella propria zona di residenza e l’esposizione ai media. A ciò seguiva la somministrazione di un adattamento della Scala del Pregiudizio Classico e Moderno di Ekehammar et all. (pregiudizio pre-manipolazione). In seguito i soggetti leggevano l’articolo di giornale in una delle cinque possibili alternative. Successivamente, venivano indagate la paura del crimine ed il livello di pregiudizio (post-manipolazione). Infine, venivano chieste alcune informazioni socio-demografiche.

I risultati della ricerca (non esaustivi del fenomeno innanzitutto per il campione non rappresentativo utilizzato) hanno evidenziato che gli alti livelli di pregiudizio pre-manipolazione influenzano i sentimenti di pregiudizio post-manipolazione, in particolare tra coloro che avevano letto l’articolo di giornale con un elevato grado di astrazione linguistica e che riportava uno straniero come autore di reato.

La ricerca proposta in questo lavoro partiva dalla curiosità, come detto, di comprendere se, e come, la nazionalità dell’autore di un reato ed il modo in cui viene riportata la notizia del reato stesso, possano influenzare la paura del crimine ed il pregiudizio dei rispondenti ed, in particolare, se tale influenza possa essere moderata dal precedente livello di pregiudizio di ogni rispondente.

I risultati ottenuti fanno riferimento ad una particolare forma di pregiudizio, il pregiudizio latente: si tratta della tendenza delle persone a presentare sé stesse in modi socialmente accettabili e quindi, prive di pregiudizio. Negli anni e in seguito a precisi avvenimenti storici, l’espressione diretta del pregiudizio razziale è andata notevolmente riducendosi, anche per il rischio di incorrere in sanzioni legali. I cambiamenti socio-politici e la tendenza delle persone a presentarsi socialmente e ‘politicamente corrette’ potrebbero prevenire l’espressione vistosa del pregiudizio razziale.

Un’altra interpretazione è possibile riferendosi al lavoro di Stenner (2005) sull’autoritarismo: secondo l’Autrice, in situazioni di minaccia, gli individui tendono a sviluppare atteggiamenti sociali che polarizzano le loro predisposizioni all’autoritarismo. Le persone autoritarie tenderanno a manifestare elevati livelli di intolleranza morale, politica e razziale, mentre quelle libertarie tenderanno a manifestare bassi livelli su tali variabili: vivere in un paese con un elevato tasso di criminalità aumenta le manifestazioni di autoritarismo, in particolar modo manifestazioni di intolleranza razziale, in soggetti con un’alta predisposizione all’autoritarismo; l’influenza è negativa, invece, per le persone con una bassa predisposizione all’autoritarismo.

Freud e la sessualità

Freud e la sessualità

Spesso parlando di Freud, la prima cosa che si sente dire è che per lui tutto si riconduce al sesso. Intanto precisiamo che c’è una bella differenza tra il sesso e la sessualità.

Il sesso è legato agli aspetti biologici, mentre la sessualità comprende tutti gli aspetti psicologici.

Origine del termine libido

Buona parte della confusione la si deve quasi sicuramente al termine che Freud usa nei suoi scritti. Nei ‘Tre saggi sulla teoria sessuale’, Freud usa spesso il termine ‘libido’. Nella prima parte si tratta il tema della perversione; nella seconda, questi aspetti perversi sono connessi con la sessualità infantile; la terza parte, invece, tratta della sessualità dell’adolescente e di tutti quei cambiamenti che avvengono con la pubertà.

Freud intuì l’importanza di questo aspetto, la perversione, dal momento che è insita  in ogni essere umano. Tutto parte dall’infanzia, dal momento che attraverso una serie di cambiamenti, modifiche, limitazioni, elaborazioni, questi aspetti risultano evidenti nell’età adulta. Quindi, la sessualità adulta non può essere vista (ricordiamoci che siamo ai primi del novecento) come ‘mettere il pene in vagina’ (‘immissio penis in vagina), oppure ‘eiaculare in vagina’ (eiaculatio spermatis in interpositum) così come era (e forse lo è ancora) riportato nel codice canonico e nella struttura morale degli individui, dal momento che è qualcosa di molto molto più complesso.

Non riconoscerlo, potrebbe avere come conseguenza, infelicità e nevrosi.

Nel mio lavoro vedo spesso gli effetti di questo mancato riconoscimento. Ad esempio, nelle terapie di coppia, dove la principale causa del disaccordo ha origine sessuale, spesso ho rilevato che il disaccordo, oppure il ‘problema’, risiede spesso nel fatto che uno dei due ha difficoltà o fantasie incomunicabili (perché percepite come perverse). Quando finalmente queste fantasie vengono condivise (e le resistenze sono incredibili), tutto si scioglie come neve al sole.

Ma, torniamo al termine ambiguo, ovvero libido.

Dal latino libidine, è stato introdotto nel linguaggio psicoanalitico. In psicoanalisi significa; energia, espressione vitale e rappresenta tale energia sia per quanto riguarda l’aspetto psichico che sessuale; ma anche su altre forme di investimento, ad esempio verso un oggetto esterno (acquisto della vettura dei tuoi sogni, il viaggio da sempre sognato, etc), ma anche l’investimento di se stessi (libido narcisistica, oppure dell’Io); per Jung invece, il termine ha un significato molto più ampio, dal momento che rappresenta l’energia psichica in toto, è un impulso che non viene inibito da nessuna istanza morale e comprende non solo la sessualità ma anche altri aspetti come ad esempio, appetiti, affetti, bisogni, …

Il termine, cosi come abbiamo visto, è molto distante dall’uso e abuso che se ne fa comunemente. Buona parte della popolazione ne ha una percezione riduttiva e in alcuni casi distorta, dal momento che siamo stati abituati a limitare il campo di interesse alla sola sfera sessuale.

Importanza delle pulsioni

Approfondiamo la conoscenza di questo termine, facendo riferimento al suo promulgatore, il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud.

Per Freud, la libido è pura energia che, partendo dagli istinti (pulsione è il sinonimo più usato) e sulle sue ripercussioni, ovvero il comportamento, dal momento che ne è influenzato.  

Questi due principi li ritroviamo anche in Empedocle che li evidenzia come philia , (amicizia, amore) e neikos (odio, discordia) e la loro funzione ma anche il loro nome sono identiche al nostro Eros, e Thanatos che vedremo sotto.

Eros è la divinità greca dell’amore e mira ad organizzare la realtà in modo armonioso, mentre Thanatos tende a far si che tutto ciò che vive debba trasformarsi in un qualcosa di inorganico.

La pulsione di vita (incarnata dalla figura di Eros) attiene a tutti quegli impulsi legati ad emozioni ed affetti. In particolare, tutto ciò che ci fa innamorare, entrare in relazione (networking) con gli altri, desiderare di fare figli, …

Sul fronte opposto abbiamo la pulsione di morte, una tensione auto(distruttiva), viene rappresentata dal dio della Morte Thanatos (dal greco θάνατος). Questa è una pulsione che, come facilmente possiamo intuire, si oppone alla vita e fa di tutto per renderla ancora più complicata. Il nostro comportamento, influenzato dalle pulsioni, è caratterizzato da: fare sempre gli stessi errori (anche se il detto popolare dice che sbagliando si impara, cosa a cui io non credo), fare le stesse cose pur sapendo che è sbagliata (ad esempio, riallacciare una relazione che sappiamo essere sbagliata).

La libido e il piacere

Anche se, come abbiamo visto sopra, viene naturale, pensando al piacere, pensare solo a quello sessuale, inutile dirlo, nella testa di Freud c’era molto di più (i maligni pensano che in Freud c’era tutto meno che il sesso).

Un esempio: quando abbiamo fame, cosa proviamo dopo aver mangiato? Si, piacere. Abbiamo fatto una lunga camminata in montagna, abbiamo finito l’acqua da un bel pezzo e finalmente riusciamo a bere. Cosa proviamo dopo aver bevuto? Abbiamo finalmente acquistato la vettura dei nostri sogni. Cosa proviamo mentre la guidiamo nei primi chilometri?

Dove troviamo la libido?

Freud affermò che si trova all’interno dell’apparato psichico (Es, Io e Super Io)

‘In merito all’apparato psichico, la prima rappresentazione che ne da Freud (prima topica – Il termine “topico” viene dal greco e significa “teoria dei luoghi” e quindi, luogo psichico) abbiamo l’inconscio, il conscio e il preconscio; nella seconda topica i ‘luoghi’ diventano: Io, Super Io ed ES.’

Nell’Es, ove il principio del piacere trova il suo luogo di elezione, troviamo la spinta che punta al piacere immediato; il nostro comportamento è guidato inconsciamente al piacere che ci procura un godimento immediato. Abbiamo voglia di alcol e non vediamo l’ora di berci un bel cocktail oppure un bicchiere di vino, una birra, …

L’Io pur fronteggiando l’energia libidica che scaturisce dall’Es, tende al raggiungimento del piacere ma considera tutti gli aspetti della realtà. L’Io considera il contesto, alla base di ogni relazione sociale. L’Io quindi, controlla sia il comportamento che la percezione e lotta continuamente per equilibrare le diverse spinte pulsionali dell’Es.

Ad esempio, ho una vettura che potrebbe raggiungere i 300Km orari: l’Es vorrebbe spingerla al massimo; l’Io pensa che non sarebbe saggio ne salutare andare oltre i 130 Km dal momento che siamo in autostrada.  

Il Super-Io (molto simile all’Io), si distingue per il fatto che da molta importanza, (forse troppa in alcuni casi) alla morale. Ha interiorizzato valori e regole della società (prima dai genitori, poi dalla scuola, chiesa, partito, …) frutto della interazione continua con le altre persone.

Ad esempio, vorremmo tanto fare una certa cosa ma ci sentiamo in colpa e quindi non la facciamo. Siamo in una strada larga e senza autovelox, vorremmo andare oltre i limiti consentiti ma sappiamo che non si può e quindi evitiamo di farlo. Oppure vorremmo tanto tentare di sedurre la fidanzata di un nostro amico (ci piace da morire dice l’Es, non si può dice l’Io, mi sento terribilmente in colpa solo per averlo pensato, dice il Super-Io).

Le fasi dello sviluppo psicosessuale

Per Freud, la libido non c’è solo negli adulti ma, naturalmente diremmo noi,  innaturalmente direbbero i benpensanti, esiste anche nei bambini, in tutte le fasce di età. Ovviamente la libido è presente ma in modo completamente diversa di come gli adulti pensano, ovvero è caratterizzata dal modo con cui si ottiene il piacere. Infatti:

nella fase orale si ottiene con la bocca;

in quella anale con il controllo degli sfinteri;

in quella fallica si ottiene prevalentemente manifestando un comportamento esibizionista

nella fase di latenza si comincia ad avere vergogna e pudore, in merito alla sessualità;

infine la fase genitale, con la pubertà e la piena maturazione sessuale.

Blocco della libido

Quando la libido non segue il suo flusso naturale, allora ne abbiamo un blocco. Se ciò accade, allora c’è qualcosa (ostacolo) che frena o addirittura blocca la naturale progressione della nostra crescita. Quindi la libido deve spostarsi lungo le varie fasi e non bloccarsi a singole fasi. Se ciò avviene, la fase successiva parte con minore energia e il blocco si traduce in quella che Freud chiama fissazione.

Come abbiamo visto, ciò che noi pensiamo della libido è diverso da come la vedeva Freud che non l’ha minimamente pensata come desiderio del solo piacere sessuale. Freud l’ha concepito nel senso più esteso possibile, dal momento che riguarda ogni ambito del vivere quotidiano e che, avanzando lungo le varie fasi dello sviluppo, assumesse le specificità della fase stessa.

Frequento una persona molto empatica

Frequento una persona molto empatica

 

La capacità di mettersi nei panni , ‘vedendo’ nei pensieri e nelle emozioni dell’altro. Viene dal greco  en-pathossentire dentro”. La persona empatica riesce a percepire ciò che gli altri provano; riescono a mettersi nella realtà dell’altro capendo senza fatica le emozioni, i pensieri i punti di vista, i sentimenti …

Per interagire con le persone, è solo grazie all’empatia che si riesce a creare la giusta sintonia. L’empatia è quindi una competenza emotiva molto importante.

Impossibile pensare di avere una comunicazione gratificante ed efficiente senza questa abilità sociale.  Nei rapporti con gli altri, per poter entrare a comprendere lo stato d’animo, l’empatia rappresenta una porta d’ingresso primaria. Grazie a questa competenza si può non solo comprendere il senso di ciò che l’altro dice, ma anche afferrarne il significo simbolico e psicoemotivo. Solo così è possibile espandere la comprensione del messaggio, andando ben oltre il significato espresso, che trova   riscontro e completezza dal messaggio inviato anche tramite il linguaggio del corpo.

Nell’ambito delle scienze umane, con empatia si intende una naturale predisposizione verso la comprensione degli altri, escludendo fattori affettivi come l’antipatia oppure la simpatia e naturalmente con l’esclusione di eventuali giudizi morali.

In questo contesto sono fondamentali gli studi sulla mimica facciale (per individuare l’emozione corrispondente) operata da Darwin e la scoperta dei neuroni a specchio, ove viene confermata che l’empatia fa parte della genetica umana e non da uno sforzo intellettuale.

Empatia – definizione

Empatia, ovvero la capacità di percepire i pensieri e gli stati d’animo delle altre persone, basandosi sulla capacità di comprendere le loro emozioni, dalla loro prospettiva e condividendo ciò che provano. Dal punto di vista neurobiologico tale capacità è sostenuta da alcuni neuroni chiamati neuroni  a specchio;  sono una classe di cellule, o meglio una classe di circuiti neuronali, che entrano in azione (si eccitano)  quando si fa una cosa proprio perché la stanno facendo altri (imitazione).

Empatia e arte

C’è una forte correlazione tra empatia ed arte. Con il termine einfuhlung, in voga dalla fine del 19° secolo si intendeva (da parte degli empatisti) l’empatia con l’arte supponendo una sorta di risonanza tra il corpo e le immagini. Nel 2007 la neuroscienza, attraverso il professor David Freedberg (docente di Storia dell’Arte della Columbia University – NY) e Vittorio Gallese dell’Università di Parma, hanno fornito una risposta scientifica alla relazione sopra citata. Grazie anche agli esperimenti sui neuroni a specchio sono riusciti a ipotizzare che anche attraverso l’osservazione di un’opera d’arte l’uomo è in grado di attivare il sistema motorio.

Empatia in psicologia

Per Freud, è grazie all’empatia che siamo in grado di riconoscere l’esistenza di altre realtà psichiche;  in seguito altri autori esaltano l’importanza ai fini terapeutici;   

Alcuni aspetti in merito all’empatia

E’ grazie all’empatia che riusciamo a capire, intuire, percepire ciò che pensano gli altri, in alcuni casi anche prima che essi parlino; in assoluto, gli empatici (potremmo banalizzare) sono in grado di leggere nella mente delle persone; ma questa è una dote che pochi hanno, infatti capire cosa pensa la gente è molto difficile (ecco perché ci sono molte incomprensioni); è molto utile, quindi, completare l’informazione ponendo attenzione, ad esempio, al linguaggio corporeo (spesso la gente, per farsi accettare, indossa una maschera.

Inoltre un accenno andrebbe fatto in merito alla sensibilità, vista spesso come un difetto. E’ solo grazie ad essa che si riesce ad essere liberi e quindi a lasciare libere le proprie emozioni, in modo libero e senza temere il giudizio altrui; questa è una cosa che solo chi è veramente empatico riesce a fare liberamente.

Un’altra caratteristica di tali persone, è quella di riuscire ad amare nell’unico modo vero, ossia incondizionatamente, minimizzando il rischi di non ricevere altrettanto. Un altro aspetto molto importante è la capacità degli empatici di vedere esaltato il famoso sesto senso e quindi riuscire a intravedere verità nascoste ai più, prima di chiunque altro.  

La solitudine indebolisce l’organismo

La solitudine indebolisce l’organismo

Possibile che la solitudine ha influenze sulla fisiologia umana?

Sembra di si, almeno così sostiene un neuroscienziato di Chicago, che avrebbe dimostrato che permette di attivare meccanismi fisiologici in grado di aumentare del 14% il rischio di morte.

Quindi, la solitudine va considerata una malattia. Lo afferma John Cacioppo, che da anni, in qualità di neuroscienziato, si occupa allo studio di questa situazione. Ma come accade? Il sentirsi soli, provoca delle reazioni fisiologiche che agirebbero sul sistema immunitario.

In alcune ricerche (The neuroendocrinology of social isolation),, Cacioppio aveva dimostrato che la solitudine innalza il rischio di morte, e che il sistema nervoso di chi ne soffre, vive in un perenne stato di allerta, che in altri termini vuol dire che il soggetto è più recettivo agli stimoli sociali. Dietro quest’atteggiamento giace un paradosso: chi soffre di solitudine rifiuta gli inviti, non fa nulla per uscire dall’isolamento aumentando così il proprio malessere. Secondo il ricercatore, tale atteggiamento si giustifica con il fatto che porsi al di fuori del perimetro sociale oltre ad essere molto triste è anche molto pericoloso e il cervello si comporta come se fosse in costante allerta per difendersi dalle minacce che vengono dall’ambiente. Questa soglia costantemente alta e il relativo stress, indeboliscono l’organismo del soggetto.

Di seguito vengono riportati i risultati dello studio.

  • STATO DI INFIAMMAZIONE CRONICA
    • Dall’analisi dei leucociti, emergerebbero due cose: maggiore fragilità verso i virus, e attivazione di quei geni che hanno relazione con i sistemi infiammatori. Questi risultati non sono generici ma specifici e non sono associabili da altre patologie come la depressione oppure lo stress ma attengono alla solitudine. Lo studio ha visto il coinvolgimento di 141 soggetti anziani. E’ stato esaminata la correlazione tra solitudine e alcuni aspetti dei globuli bianchi, i leucociti responsabili della protezione contro batteri e virus. Dei soggetti, 36 vivevano in una situazione di solitudine cronica. I leucociti di queste persone hanno espresso una maggiore tendenza alle infiammazioni e una minore capacità alle risposte virali.
  • GLI ESPERIMENTI SUI MACACHI
    • Il team ha evidenziato una processo analogo nelle scimmie Rhesus. Quelle più solitarie avevano un livello di noradrenalina più elevato. Le scimmie sono state infettate con un virus che ha attaccato immediatamente il sistema immunitario con una maggiore velocità e pericolosità delle altre scimmie. Tutto a conferma del fatto che in uno stato di solitudine si altera la produzione delle cellule che sostengono il sistema immunitario impedendone la difesa e mettendo a rischio la salute.  

La tecnologia e la solitudine

La tecnologia e la solitudine

La solitudine può essere risolta in mille modi, anche con la tecnologia. La tecnologia dei Social Network, delle chat, dei siti per incontri, … offre un sistema molto veloce per cercare e trovare un eventuale partner.

Attenzione però all’uso che se ne può fare, che può essere terribilmente riduttivo e frustrante e in alcuni casi anche pericoloso.

La solitudine è un sentimento molto diffuso e uno psicologo dell’Università di  Chicago, John Cacioppo, attraverso le sue lezioni, le sue conferenze ed i suoi libri, ce ne parla diffusamente, evidenziando un aspetto curioso, ovvero la solitudine non va intesa con un rilevanza esclusivamente psicologica ma si estende anche al livello fisiologico, al livello di ogni singola cellula

Cacioppo sostiene che il collegamento attraverso i Social Network, oppure attraverso gli animali domestici, Dio o Budda, possa essere letto anche come un tentativo di soddisfare i propri bisogni. I surrogati però, non garantiscono il risultato, dal momento che per certi bisogni occorre l’interazione con un altro essere umano con cui instaurare rapporti reali e stabili.

I Social Network, offrono indubbiamente svariati benefici ma, sostiene Cacioppo, sono contradditori dal momento che possono creare anche impressioni e aspettative errate. Non vengono create nuove reti sociali, ma semplicemente soltanto uno spostamento di piattaforma. Facebook raramente distrugge amicizie create sulla piattaforma della vita, ma difficilmente (anche se non è impossibile) ne crea di nuove. Però una cosa è certa, incrementa in maniera anche vertiginosa, il numero di contatti che a loro volta possono tradursi in frequentazioni reali.  

 

Cacioppo paragona metaforicamente Facebook ad una macchina dove la si può guidare da soli oppure con amici. La macchina in sé, non genera solitudine ma, se trasporta un solo passeggero, favorisce l’isolamento delle persone, in particolar modo nelle gradi città. Il car sharing invece è tutta un’altra cosa, infatti è socialità, condivisione e forse anche integrazione. Tutto lo sviluppo umano sembra costruito proprio con l’intento di creare solitudine, isolamento; ad esempio, ristoranti self service, casse automatizzate, Telepass, risponditori automatici, etc … il telefono ha ridotto al minimo i rapporti con il vicinato, i moderni cellulari ci fanno estraniare dalle persone intorno a noi e i Social Network online hanno creati mondi virtuali che illusoriamente creano tanti contatti ma pochissime relazioni.

Il successo di Facebook si deve al fatto che tutto diviene possibile, gli utenti disegnano se stessi basandosi sulle regole imposte dallo strumento; il risultato è che si ha l’illusione che tutto sia vero, mentre in realtà è falso, dal momento che tutto appare e non è assolutamente possibile dimostrare né la falsità, né la veridicità.

Tutti i Social obbligano ad un continuo ‘rifarsi il trucco’  per mantenere la propria presentabilità, evidenziando quindi non la spontaneità ma gli aspetti narcisistici che inducono all’esibizionismo e a quella leggerezza necessaria per catturare l’empatia, la simpatia e l’attenzione. Quindi, si tende ad avere cura sia del proprio profilo che del proprio modo di stare online; peccato però che manca il riscontro sociale, generando il  più delle volte un incremento della solitudine e delle frustrazioni.

 

Facebook è  il mondo della vanità, del presenzialismo, ci invita a cercare i ‘mi piace’, allontanandoci dal mondo reale ove ci si deve impegnare per risultare credibili e instaurare relazioni vere, ma anche ad indurci al ricerca di una solitudine sana, ove ricaricarsi e creare o ri-creare. Invece accade che spendiamo sempre più tempo su Facebook, alimentando però solo la nostra solitudine meno sana, quella negativa da cui se ne trae un maggiore isolamento e una serie di altre paure. Si passa molto tempo online al solo scopo di cercare chi o cosa possa soddisfare i bisogni e le aspettative. Per tutto ciò, pubblichiamo contenuti, andiamo a curiosare sulle pagine altrui, etc.

Pare che su Facebook, nei we, si caricano circa  1 miliardo di immagini, più del 50% degli utenti si collega almeno una volta al giorno, ci si sveglia accedendo, ci si addormenta allo stesso modo. Nel corso della giornata tanti accessi, più o meno brevi (in funzione dei messaggi/notifiche ricevuti).

Dopo tutta questa fatica, si decide di spegnere il telefono (c’è anche chi non lo spegne mai), ci si stacca dalla rete (c’è chi non lo fa mai), e molti (fortunatamente non tutti), si ritrovano com’erano: soli, frustrati e con tante difficoltà a costruire relazioni sociali vere e sane.

Ho il tumore: cosa succede alla  relazione

Ho il tumore: cosa succede alla  relazione

In presenza di un tumore, abbiamo un soggetto che lo ha, e un altro (altri) che lo devono gestire.

Ci sono molte relazioni che, in presenza di una malattia grave, come ad esempio il tumore, entrano in crisi e in alcuni casi, la crisi diviene irreversibile. In queste situazioni salta sia l’intimità fisica che sentimentale.

Però e gli uomini non ci fanno una bella figura, separazione o divorzi sono 7 volte di più se ad ammalarsi è la donna. Dopo le cure, lui se ne va, ma può accadere anche il contrario. Paradossalmente il cancro rende più consapevoli delle proprie potenzialità. Se la donna avverte di essere un problema, ovvero sente di essere un peso, non si sente accudita, etc., potrebbe decidere di star sola pur di non sentirsi un fardelloper il marito. Se la malattia viene superata, la donna si percepisce più forte e se la malattia ha messo a rischio la propria esistenza può giungere alla conclusione che diviene più importante rispettare i propri bisogni piuttosto che quelli della coppia oppure dell’altro. Quindi, la donna impara ad ascoltarsi (visto che l’altro non lo ha fatto) e tutto ciò può mettere a rischio la relazione in particolare quelle che già prima non era solide.

In uno studio della rivista CANCER (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19645027), si prendono in esame i casi di divorzio di più di 500 pazienti di cancro (seguiti nel periodo che va dal 2001 al 2006). I risultati:

  • 12% divorzio o separazione
  • 21% se si ammala lei
  • 3% si ammala lui

Si separano di più le coppie giovani rispetto alle coppie più anziane o con una storia di coppia più lunga.

La separazione, secondo lo studio, pesa negativamente sia sulla qualità della vita che sulle terapie stesse.

I risultati di questo studio sono stati, a vario modo, confermati dagli operatori del settore.

Cosa succede alla  relazione : perché i mariti abbandonano

Sembrerebbe che finché la malattia è operante, entrambi i coniugi fanno tutto ciò che serve, ma in particolare nelle coppie con problematiche latenti, una volta usciti e si vorrebbe tornare nella normalità in realtà ci si allontana. Ad esempio, uno dei problemi più scatenanti è il sesso, o meglio la sua mancanza. Capita che se la malata è lei, il marito si fa carico di tutto. La conduzione famigliare, la spesa, seguire i figli, le cure ancora in atto, etc. In tutto questo ‘da fare’ può capitare che lui ‘perde di vista’ la moglie e le sue esigenze. Lui si autocompiace del modo super efficiente con cui gestisce il tutto ma diviene insensibile alle esigenze di lei, mancando di sensibilità proprio con la moglie. Basterebbe, a volte una comunicazione più empatica, un :’come stai?’, una carezza, un abbraccio, oppure un ascolto più efficace, oppure una qualsivoglia manifestazione di intimità (molte donne non si sentono più desiderate, né amate). In queste situazioni capita che tentando di parlare delle proprie ansie, lui taglia corto, oppure se la moglie viene vista pensierosa oppure alla ricerca di un po’ di solitudine lui reagisce infastidito.  Quindi in casi del genere la comunicazione deve essere più efficace per entrambi e se non la si riesce a trovare, potrebbe essere utile valutare l’ipotesi di un aiuto esterno.

Ma succede anche di peggio; il marito potrebbe abbandonare completamente il campo.

I modi e le ragioni possono essere, oltre quelle già descritte sopra, dovute anche al fatto che di fronte alla malattia alcuni uomini non sanno assolutamente cosa fare, oppure si sentono terribilmente a disagio, oppure hanno un pessimo rapporto con la sofferenza degli altri, in particolare della propria partner, oppure perché semplicemente sono esclusivamente centrati su se stessi e di fronte al disagio preferiscono lavarsene le mani, insomma pure e semplice egoismo.

Il modo scelto per allontanarsi può variare e toccare punte che potrebbero rasentare l’estrema crudeltà. Ad esempio, una coppia sposata con figli. Lei ha il tumore ed è costretta a lasciare il lavoro. Lui non ce la fa e chiede la separazione (si, chiede la separazione proprio nel momento più critico della malattia); ottiene la separazione e da quel giorno non versa più nulla sul conto in comune. La moglie rimane senza mezzi, non solo per le cure ma anche per tutto il resto (gestione della casa, la spesa, etc).

Cosa succede alla  relazione : Il corpo che cambia

La malattia, anche per le coppie più solide, mette in crisi la loro sopravvivenza. Ci sono diverse ragioni per cui gli uomini sopportano meno la malattia: il corpo che cambia (alcune malattie sono deturpanti); il cambio del ruolo di accudente/accudito. Nella nostra società è la donna che si prende cura dell’accudimento. Se questi ruoli sono rigidi (tu donna fai questo; io uomo faccio quest’altro) , il ribaltamento di questi ruoli potrebbe non essere superabile.

Appena possibile, la coppia deve ritrovare il piacere di fare sesso. Il sesso, in tutte le forme possibili, quindi anche fatta di soli preliminari (se compatibili con lo stato del paziente) sono alla base di una coppia che vuole restare tale. Questo è un impegno che va preso da entrambi, sia dal coniuge sano che da quello malato. Se lei non si sente desiderata, può accadere che l’aspetto sessuale venga ignorato e se questo accade per mesi o addirittura per anni, il destino della coppia è segnato. Lui prima o poi si cercherà un amante.

Cosa succede alla  relazione : cosa fare per restare uniti

Restare uniti si può a patto che si impostino alcune cose come ad esempio, ipotizzare il supporto di un esperto, sin dalle prime fasi. Un sistema per limitare i danni collaterali di ‘mosse sbagliate’, e preprevenire eventuali conflitti di coppia che potrebbero portare ad una separazione.

Un altro aspetto molto importante è la comunicazione. Chiedere continuamente (ma non in modo assillante) se ha paura, sente dolore, di cosa ha bisogna e quali sono le aspettative.

Non rinunciare all’intimità. Nulla è vietato salvo fare solo ciò che la malattia permette. Fare sesso non vuol dire farlo solo in modo completo (con la penetrazione) dal momento  che si può sperimentare altro. È importante che il partner non si senta escluso e il malato non desiderato.

Frequento una persona che ha il tumore – come comportarsi

Frequento una persona che ha il tumore – come comportarsi

Sapere come comportarsi se il malato è un nostro caro, oppure un nostro caro amico, è importante per se e per il caro in questione. Lo è anche per tutte quelle persone che direttamente gravitano in questa orbita di dolore, sofferenza, speranza, delusione. Un’orbita che può collassare in se stessa (il paziente non ce la fa) oppure può fungere da effetto fionda e librarsi con una maggiore spinta verso nuovi e più entusiasmanti orizzonti.

Frequento una persona che ha il tumore – Il supporto

Convivere con una persona che ha il tumore, non è facile. Non è facile anche perché gli effetti di questa malattia sono devastanti. Ciò a cui si va incontro, una volta che questa diagnosi è stata formulata, ha effetti in tutti gli ambiti dell’esistenza: affetti, lavoro, progetti, denaro, svago, etc. Ecco che ‘sapere cosa fare’ pur non risolvendo il problema (ci pensa lo staff medico) lo semplifica e aiuta inoltre ad ‘alleggerire la tensione’.

In casi del genere, non si sa cosa dire, cosa fare, come reagire, come comportarsi. Si ha sempre paura di fare la cosa sbagliata. Io sostengo spesso che ognuno di noi, indipendentemente dall’età e dalla esperienza di vita, di fronte ad un evento, mai accaduto prima, non sa cosa fare e ciò che comunque deve fare potrebbe essere sbagliato. Solo l’esperienza di quel contesto, permetterà nel tempo, per prova ed errori, di essere efficaci e pienamente efficienti.

In questo caso specifico è bene sapere che è facilissimo dire o fare la cosa sbagliata nel momento sbagliato ma, lasciamoci sempre guidare non tanto da come ci esprimiamo o da cosa facciamo ma dal dimostrare un reale interesse verso la persona in difficoltà.  Quindi il ‘reale interesse’ , sinonimo di una densità affettiva palpabile almeno all’inizio, può bastare.

Ma oltre al reale interesse dei primi momenti, potrebbe essere utile cominciare a fare sempre la cosa più giusta e allora cerchiamo di focalizzare i reali punti critici perché, una volta ripresi dalla sorpresa sarà necessario affrontare con fatti e parole, sulla base di alcuni punti di attenzione tra cui:

  • Ho il cancro, quanto è avanzato?
  • Quali sono le terapie (se ci sono) che dovranno essere affrontate?
  • Quanto è forte la paura della morte?
  • Come gestire il dolore?
  • Cosa attendersi del futuro?

E facile parlare di queste cose? La risposta giusta non può che essere: dipende!

Dipende da cosa? Ovviamente dalla emotività dei soggetti coinvolti. Per alcune famiglie non rappresenta nessun problema, per altre assolutamente si. Pur non esistendo un modo giusto per comunicare, è unanimemente condivisa l’opinione (anche suffragata da tanti studi specifici) che in quelle famiglie ove si comunica di più (anche le preoccupazioni, i dubbi, i timori, le paure, etc) si riesce a trovare sollievo anche se in presenza di situazioni dolorose; ci si sente più sicuri delle decisioni, dal momento che la condivisione ha prodotto la percezione di avere un maggior controllo, un coinvolgimento più responsabile, un sostanziale accordo sul tipo di terapie che si andranno a fare e quando poi rimangono solo le palliative, le si accettano con una consapevolezza (e rassegnazione) più serena.

Frequento una persona che ha il tumore – Come comunicare?

La malattia che direttamente o indirettamente andiamo ad affrontare comporta la necessità di affrontare tante emozioni che poi, alla fine, possono anche non dare il risultato sperato, ovvero la guarigione.

Potremmo avere una guarigione totale, parziale, una ricaduta, un decesso. Sperare quindi che c’è solo la guarigione e che si vivrà a lungo, anche se auspicabile, potrebbe anche non realizzarsi. Quindi, inutile evitare di ipotizzare tutte le possibili conseguenze. Parlandone da subito, ci permette in seguito (se la peggiore delle ipotesi diviene anche l’unica) una gestione meno dolorosa. In seguito, dover parlare di ‘certe cose’, diviene più facile e il tutto, anche se penoso, lo si affronta con uno spirito più costruttivo.

Mai come in questa malattia, tutti tendono a censurare le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, etc  e questo modo di fare ha una utilità pari a zero.  Molto utile invece è parlare di tutto ciò che ci passa per la mente; scopriremo così che i nostri pensieri sono simili a quello degli altri, oppure potremmo scoprire che altri pensano cose diverse oppure opposte. Discuterne, aumenta il livello di comprensione e di empatia in tutti i soggetti coinvolti generando un più proficuo spirito collaborativo.

Frequento una persona che ha il tumore –  l’ascolto

Esiste un altro modo di comunicazione veramente utile ed efficace: l’ascolto. Quando il nostro paziente ha voglia di parlare, è importante lasciarlo fare ma ancor più, partecipare ai suoi discorsi attraverso un tipo di ascolto partecipativo. Se l’altro parla e noi lo ascoltiamo, l’altro realizza che ha tutta la nostra attenzione. Un paziente con il tumore ha paura, è terrorizzato ed ha la necessità di ‘tirar fuori’ tutto ciò che ha in animo. Ascoltare questi discorsi non è assolutamente facile ma è di grandissima utilità. Il paziente ha bisogno di esprimere i propri sentimenti; ciò che dice è in funzione di ciò che prova; ciò che prova può essere duro, inaspettato, scomodo; diamogli la possibilità di cercare un po’ di conforto; non interrompiamolo, non giudichiamolo, ascoltiamolo soprattutto con il cuore.

Può accadere che la comunicazione abbia bisogno di essere supportata con informazioni tecniche. Non cerchiamole su google! Parliamone con lo staff medico, perché oltre ad essere preparato, conosce il caso.

Ascoltare discorsi duri e pesanti è difficile ma a volte una battuta di spirito, oppure dell’ironia (purché contestualizzata) può aiutare a stemperare, a sdrammatizzare.  In alcuni casi non c’è migliore medicina.

Non dimentichiamo che il 90% di tutto ciò che diciamo in un giorno è non verbale. Alcuni studi hanno evidenziato che in condizioni ben definite (laboratorio) la comunicazione (verbale e non verbale) è data da:

  • il 55% è dato dai movimenti del corpo ed dalle espressioni facciali;
  • il 38% dalla componente vocale (ritmo, volume e tono);
  • il 7% da quello che effettivamente diciamo.

Ecco quindi che il linguaggio del corpo è in grado di trasmettere molto più delle parole. L’espressione del viso, il modo di gesticolare, etc. possono trasmettere serenità o il contrario, quindi facciamo attenzione. Mentre un nostro caro ci parla, ascoltiamolo intensamente, con l’apparato uditivo ma anche con uno sguardo presente, vivo; evitare qualsiasi tipo di distrazione durante l’ascolto, è di grande aiuto.

Poi, di contro, ci sono momenti in cui è bene tacere; meglio tacere che dire mille inutili parole, ma se proprio dobbiamo parlare, scegliamo con cura e con sincerità le parole che intendiamo usare.

Frequento una persona che ha il tumore –  tempo insieme

La vita di ogni essere umano è cadenzata da ‘cose’ che si fanno più o meno tutti i giorni. Chi va al lavoro o a scuola ad esempio, la mattina si alza presto, si prepara e esce per fare ognuno le sue cose. Poi si torna a casa, si cena, si vede un po’ di tv e poi si va a dormire; e così più o meno per tutti i giorni. Dov’è il ‘sale’ in tutte queste cose? Sta nel tempo che si passa insieme, fosse anche davanti ad una tv, oppure durante la cena. Le chiacchiere che si fanno insieme,  la loro intensità emotiva. Tutto questo rende la quotidianità più piacevole.

Bene, anche per queste persone che hanno questa malattia, il tempo passato insieme ai cari e/o agli amici, rende la loro malattia più sopportabile. A volte però desiderano stare soli e in questo caso, il loro desiderio di solitudine va assolutamente rispettato ma attenzione, a volte chiedono di stare soli perché temono di essere di peso. A noi il compito di capire la differenza.

Frequento una persona che ha il tumore – Decisioni

Quante decisioni vanno prese in questa situazione, in particolare nelle fasi più avanzate. Il medico convoca i famigliari e dà tutta una serie di informazioni. Sulla base della situazione, lo staff ha bisogno di consensi, ad esempio sulla cura più efficace. Ci sono situazioni ove le possibili cure sono diverse e ci viene chiesto di scegliere.

C’è sempre il dubbio di cosa dire al paziente. In assoluto, più il paziente è informato più le scelte sono consapevoli, più facile diviene il tutto. Tuttavia in alcuni casi, alcune cose non vengono comunicate al paziente. In altri casi invece, è lui stesso che chiede ai propri cari di gestire questa fase e prendere le necessarie decisioni.

Quindi ci troviamo in due situazioni, il paziente sa oppure non sa e quindi:

  • In entrambi i casi, le difficoltà non mancano.
  • In famiglia ci sono idee diverse
  • Il troppo amore impedisce di essere obiettivi
  • Lo staff medico ha un pare diverso
  • Il paziente la pensa diversamente dalla famiglia

Conoscere la volontà e i desideri del paziente è utile è necessario perché ci si potrebbe trovare nella situazione in cui lui/lei non è più in grado di esprimerle e quindi ci dovrà essere qualcuno che dovrà prendere in carico le decisioni future; qualora la situazione non è chiarissima, non dimentichiamo che un confronto con lo staff medico può essere risolutivo, volendo chiarire alcuni aspetti legati agli obiettivi della cura tra cui:

  • ci sono speranze di guarigione?
  • In caso contrario, quanto ancora potrà vivere?
  • Quanto soffrirà?
  • etc.

Frequento una persona che ha il tumore – come dirlo ai bambini

Come dirlo agli eventuali bambini (figli, nipoti, etc)?

Tutti i bambini potrebbero fare oppure farsi domande sulla morte (è una cosa che ignorano); cosa succede dopo e che fine fa il corpo. Tutte domande a cui occorre dare una risposta. Non darle comporta il fatto che le risposte se le darebbero da soli. Quando un bambino ignora nel dettaglio le cose, ne immagina le risposte che poi, nella sua testa, divengono realtà. Ecco che dare risposte, risparmia loro una costruzione sicuramente errata delle cose. AI bambini occorre dare risposte e rassicurarli che si sta facendo tutto il possibile per il benessere del paziente.

Non dire le cose, anche quelle più estreme e quindi nascondendo la verità, soprattutto in caso di morte del paziente, troverà i bambini impreparati e alle prese con una elaborazione del lutto più lunga e dolorosa.

Senza contare che la menzogna produce un altro effetto negativo: perdita di fiducia. Gli effetti negativi della perdita di fiducia verso l’adulto produce altri danni collaterali che si vedranno nel futuro. Quindi non mentire, sin dalle prime fasi, è necessario per preservare la relazione nel presente e nel futuro.

I bambini informati in modo adeguato, anche in momenti come questi, favorisce l’accettazione e la comprensione di tutto ciò che sta accadendo intorno a loro. Inoltre, nel caso di una visita in ospedale, sarebbe molto utile illustrare al bambino cosa si troverò davanti. In tal modo sarà pronto e non ne uscirà traumatizzato.

Frequento una persona che ha il tumore: cosa prova

Frequento una persona che ha il tumore: Cosa è il distress.

Premessa: provate ad immaginare che un medico vi dica che avete il tumore.

Cosa accade subito dopo? Come è giusto che sia ognuno ha il suo modo di reagire ma mediamente ciò che succede subito dopo è che subentra in noi uno stato di ansia, di stress, in alcuni casi anche di depressione, anche profonda (qualcuno si suicida pure).  Questo tipo di stress (chiamato distress)  emotivo comporta questa serie di disturbi in almeno il 30-40% dei soggetti.

Però la depressione viene spesso sottostimata e quindi a volte non viene curata, con conseguenze ovvie: cambiamento dello stile di vita, aumento di ansia, aumento del dolore fisico, diminuzione, anche drastica della vita in società e della propria vitalità. 

Il termine ‘distress’ coniato dal NCCN (National Comprehensive Cancer Network) nel 1997, risultò essere il termine migliore in grado di esprimere lo stato d’animo del paziente oncologico, che lo accompagnerà in ogni momento della malattia, dalla diagnosi alle successive visite di controllo (follow up) da effettuare dopo un eventuale intervento. Come è facilmente intuibile il grado di distress varia da caso a caso (non siamo tutti uguali).  Inoltre dipende anche da altri fattori specifici come: il tipo di tumore (al seno, nella testa, al fegato, nel sangue, etc) ma anche dal suo stato di avanzamento. In alcuni casi dipende anche dall’età. Quindi unendo questi fattori, potremmo avere situazioni più favorevoli ed altre meno a cui va aggiunta l’emotività del soggetto.

Dedico quest’articolo a tutte quelle persone che hanno lottato e infine vinto questa terribile malattia. La dedico a chi non si è mai arreso.

La dedico quindi a te Carla e a te Gioia che avete lottato e avete vinto;

ma anche a te Teresa e a te Mimmo, che avete lottato come dei leoni ma non ci siete riusciti.

Chi ha vinto dice:

non mollare mai, si può vincere! 

 

Il tumore cambia in modo drammatico tutte le nostre abitudini, cambia la prospettiva del futuro, influenza la nostra vita sociale,mette a dura prova il fisico (dipende anche dal tipo di tumore),  ma anche e soprattutto la psiche. Crea immediatamente, una situazione di stress estremo (distress) che condiziona in modo significativo tutte le fasi della malattia. 

Frequento una persona che ha il tumore: reazioni alla malattia

Le reazioni psicologiche, una volta avuta la diagnosi di cancro, hanno inevitabilmente conseguenze su tutto il decorso della malattia. Il tumore è una malattia che influenza l’adattamento psicosociale, gli aspetti psicopatologici, il regime terapeutico e il decorso della malattia stessa. La malattia, questa malattia, non è come tutte le altre; influirà sul lavoro, minaccia tutto il piano esistenziale, ha un impatto sul piano sociale, potrà trasformare l’aspetto fisico, etc.

Il modo con cui si reagisce può essere sintetizzata in:

  • la fase di shock: come conseguenza della diagnosi vissuta inevitabilmente e generalmente come una tragedia (come non condividere). I meccanismi messi in atto variano dalla negazione, meccanismo pericoloso dal momento che tende a ritardare il confronto con una realtà che non si vuole digerire. In questa fase, paradossalmente, dobbiamo dare al paziente il tempo per assimilare il colpo; non va forzato; vanno rispettati i suoi tempi e i suoi stati d’animo.
  • La fase di reazione: finalmente ha preso coscienza, va dal medico, si sottopone a tutto ciò che la malattia richiede (intervento, chemio, radio, etc). In questa fase, amarezza, rabbia, angoscia, disperazione dominano l’animo del paziente. Le reazioni psicologiche possono passare da tutta una serie di difese maniacali (mai stato meglio), regressione a fasi infantili, aggressività verso lo staff medico, oppure i propri parenti, oppure ad un parente in particolare a cui si tende ad attribuire la responsabilità della propria malattia (‘…mi hai fatto venire il tumore, tutta colpa tua’
  • ); isolamento dai fatti minimizzandoli  o trattandoli con indifferenza. In altre situazioni (chi si comporta così senza avere il tumore), diremmo tranquillamente di trovarci in presenza di soggetti con forti tratti nevrotici se non addirittura psicotici.
  • Fase di elaborazione: dopo aver iniziato i trattamenti e dopo aver realizzato che la propria vita è realmente cambiata.
  • La fase di riorientamento: dopo ogni check up di controllo, ri-orientano la loro vita, in funzione dell’esito.

Frequento una persona che ha il tumore: la reazione alla malattia

La reazione alla malattia dipende da un’infinità di fattori tra cui:

  • Quanto è aggressiva la malattia;
  • Quanto la malattia inficia i propri obiettivi;
  • Livello del precedente adattamento;
  • Caratteristica della personalità;
  • Fattori religiosi e culturali (che possono aiutare a sopportare meglio);
  • Le potenzialità che il paziente ha per trarre vantaggio da un eventuale supporto psicologico, dal suo livello di istruzione, dalle sue capacità introspettive, dalla sua rabbia, etc.
  • etc.

Va detto che in situazioni del genere, reagire con ansia oppure con depressione, entro certi limiti, non è indice di patologia anzi, potrebbe essere una reazione normale. Però quando tale livello non è proporzionale a quanto accade (stimoli) ha senso diagnosticare l’emergere di un comportamento patologico che va curato.

Frequento una persona che ha il tumore: l’ansia

L’ansia del paziente oncologico cambia nel tempo, perché, in quel tempo, cambiano tante cose. La reazione alla malattia non può che dipendere da come il soggetto reagisce alla malattia, quindi molto dipende dalla struttura della sua personalità, dalla sua capacità di gestire il cambiamento, dalla sua adattabilità, dal supporto su cui può contare (famiglia, amici, etc). Ma dipende anche da ‘come te la mettono’, ovvero dalla comunicazione che lo staff intavola con il paziente. Insomma, è la comunicazione che ha una grossa influenza sull’ansia.

Frequento una persona che ha il tumore: ansia fase 1.

La prima ansia è quella che sopraggiunge appena c’è il sospetto ma non è ancora stata formulata una diagnosi. In questa fase, anche se ancora non si sa (‘forse ho un tumore al seno ma devo fare ancora tante analisi’) con certezza, ansia e angoscia sono elevatissime, paradossalmente più intensa. In questa fase, sapere che ‘forse’ si ha un tumore, rompe un’idea di indistruttibilità che ognuno di noi ha, almeno finché una malattia non mina queste nostre certezze.

Anche se oggi il tumore fa meno paura di 10 o 20 anni fa, questa cosa è vera per tutti ma non per chi sente pendere sul proprio capo una diagnosi del genere.  Inoltre, non dimentichiamo che le terapie del tumore, ancora oggi, si basano sulla chemioterapia, un approccio che comunque è devastante.

Frequento una persona che ha il tumore: l’ansia del follow up

L’intervento c’è stato ed ora c’è il follow up. Tante continue e ripetute visite di controllo. Esami periodici, all’inizio una vicina all’altra per poi lentamente diradarsi nel tempo, a volte per anni.

In questo caso come si declina l’ansia?  Che tipo di ansia è? Ora abbiamo una consapevolezza diversa che funge da spartiacque tra il prima e il dopo. ‘Come è cambiata la vita, come è cambiato il mio corpo, come sono cambiato io?’ In questa fase sono cambiate alcune cose tra cui il sostegno, che è calato. Non ho più lo stesso sostegno di prima, è meno ‘denso’.

Frequento una persona che ha il tumore:  ansia da recidiva

In questa fase (se c’è) la prospettiva cambia completamente. Pensavamo di essere guariti e invece c’è una recidiva. Non si tratta più di guarire (se ci sono metastasi ad esempio) ma di sopravvivere.

Anche in questa caso, il supporto esterno (famiglia, amici, etc) è fondamentale. Se il paziente viene lasciato solo, l’ansia raggiunge livelli molto intensi. Inutile dirlo, ma i fattori personali aiutano o meno il soggetto a contenere e gestire questa fase. Se il paziente è solo, il livello di ansia si innalza a dismisura mentre al contrario, se intorno a se ha un entourage vigile e presente, riesce ad affrontare il tutto con maggiore serenità. Quindi, tutto o quasi dipende da tre fattori: il soggetto, chi ci sostiene e gli operatori a cui siamo/veniamo affidati.

Frequento una persona che ha il tumore: come vincere

Prima si scopre, prima si interviene, maggiori sono le chance. Quindi la parola d’ordine è agire presto. Anche dal punto di vista psicologico, tale tipo di supporto sin dai primi passi, aiuta il paziente a gestire meglio tutte le varie fasi. Il paziente deve essere messo nelle condizioni di gestire l’ansia prima che questa diventi distruttiva.

Frequento una persona che ha il tumore: psicoterapia

Abbiamo due scenari; aspetti psicopatologici gravi e disturbi dell’adattamento e/o della personalità.

Nel primo caso i farmaci rappresentano la terapia di elezione, mentre nel secondo (depressione leggera ed ansia) interventi terapeutici integrati (psicofarmaci e psicoterapia) si sono rivelati decisivi ed efficaci sia nel migliorare l’animo che la qualità della vita e inoltre impediscono l’insorgere di complicazioni psichiatriche più gravi ed invalidanti.

Ansia e disturbi d’ansia: cosa è e come si cura

Ansia e disturbo d’ansia: cosa è e come si cura

Verrebbe da dire: ’chi non la conosce o non ne ha sofferto almeno una volta nella vita …. alzi la mano’. Temo che di mano alzate se ne vedrebbero poche.

Ansia: cosa è

L’ansia è un’emozione di base o primaria. E’ uno stato psichico, è prevalentemente cosciente, e quando c’è, il soggetto prova delle sensazioni intense, ha paura, è irritato o facilmente irritabile, si preoccupa esageratamente per cose che il più delle volte sono infondate.  

L’ansia è correlata con altre emozioni quali la paura, la preoccupazione e l’apprensione. Chi ne soffre sa che è spesso accompagnata da sgradevoli sensazioni fisiche come respiro corto, palpitazioni, tremore, nausea, dolore al petto. In merito alla paura, è diversa da quella vera e propria perché qui è vaga, e deriva da una tensione interiore.

Va detto che non è un fenomeno estraneo, ma sempre vigile e presente all’interno di ogni essere umano. Per ‘esserci’ deve essere attivata e questo avviene quando una situazione, secondo i parametri del soggetto, viene percepita come pericolosa.

Tutti i parametri fisici neurovegetativi si alterano con il solo scopo di predisporre l’organismo al combattimento (è una risposta evolutiva) oppure alla fuga al fine di scongiurare il pericolo e assicurarsi la sopravvivenza.

Quindi, l’ansia non è solo un ‘impiccio’ fastidioso ma, in caso di pericolo reale, è grazie all’ansia che l’individuo può proteggersi, dal momento che i parametri neurovegetativi innalzano il livello di allerta e garantiscono un notevole miglioramento delle proprie prestazioni (chi ha fatto esami ne sa qualcosa).

Quando però l’attivazione di questo sistema complesso è ingiustificata, eccessiva se non addirittura sproporzionata (la situazione non lo giustifica) siamo in presenza di un disturbo di ansia, che contrariamente all’ansia reattiva (quindi normale), non fa che complicare le cose, al punto da rendere la persona incapace di far fronte a tutte quelle situazioni che ognuno di noi affronta quotidianamente.

Tutti questi disturbi,  significativamente frequenti (buona parte della popolazione ne soffre), rispondono molto bene alle varie tipologie di terapie psicologiche, in particolare a quelle di tipo analitico.

I disturbi d’ansia – elenco  

Fobie (animali: insetti, ragni, gatti, cani; spazi aperti o chiusi tipo ascensore, centri commerciali, treni, aerei, metro, bus), etc

Attacchi di Panico  

Fobia sociale

Disturbo ossessivo-compulsivo

Disturbo d’ansia generalizzata

Disturbo post-traumatico da stress

Altri disturbi legati all’ansia

Esistono tanti altri disturbi invalidanti tra cui:

paura di volare;

paura di guidare, in particolare in autostrada;

ansia da separazione, o da prestazione

disturbi sessuali

In quasi tutti i disturbi elencati con un click è possibile leggere ulteriori e più specifici dettagli.

Frequento una persona difficile

Frequento una persona difficile

E’ noto a tutti che al mondo ci sono persone con le quali è proprio difficile dialogare. Proviamo un po’ a pensare alla nostra cerchia (amici, famigliari, colleghi di lavoro, etc).  Parliamo più o meno con tutti ma Tizio proprio non lo si sopporta. Tizio è proprio una persona ‘difficile’, aspra, puntigliosa, polemica, iraconda, una persona che tende allo scontro e mai alla cordialità o quanto meno ad un dialogo civile. Insomma, con Tizio, è ‘impossibile’ avere interazioni piacevoli. Tutti, chi più, chi meno, hanno avuto, hanno ed avranno questo tipo di esperienze.

Ma, ci siamo chiesti come mai? Da cosa dipende? Ebbene una ricerca ha ‘scoperto’ cosa c’è che non va in loro e di contro, come fare per instaurare con queste persone una comunicazione più facile.

Una possibile spiegazione psicologica ci viene dalla teoria degli stili di attaccamento. Secondo questa teoria, noi da adulti ci relazioneremo in funzione della relazione che abbiamo stabilito con i nostri genitori (in particolare con la figura primaria di attaccamento) e/o con tutte le altre persone che si sono prese cura di noi (zii, nonni, etc) durante l’infanzia.

Quindi, possiamo tranquillamente sostenere che se da piccoli eravamo certi di poter contare sul fatto che i nostri genitori ci amavano, ci accudivano, ci sostenevano ebbene anche da adulti potrebbe accadere la stessa cosa, ovvero, sappiamo di poter contare su tutte le persone che ci circondano (amici, colleghi, affetti, etc). Questo è un stile di attaccamento, e viene chiamato ‘sicuro’. Da ciò si evince che ne esiste almeno un altro,, chiamato ‘insicuro’ ove il bambino è stato trascurato, abbandonato, dimenticato, etc dai genitori. Ma non è finita qui, perché esistono altre possibili declinazioni dello stile insicuro, ovvero, avremmo una variante detta ‘evitante’, ove allo scopo di evitare le delusioni si tende a fuggire dalle relazioni intime, ed un’altra chiamata ‘ansiosa’ ove il soggetto è alla ricerca continua di certezze e rassicurazioni.

L’individuo, oggetto di questo articolo è quello con la variabile ‘evitante’. Quindi, la difficoltà ad avvicinarsi a questi individui ci viene dal fatto che, per una sorta di difesa inconscia, appresa durante l’infanzia, fanno di tutto per innalzare barriere con lo scopo di impedire una vicinanza di cui sono incapaci di gestirne le dinamiche.

La teoria dell’attaccamento di cui sopra stabilisce che tali modelli sono inconsci, quindi non se ne ha una piena e diretta consapevolezza. Da ciò si evince che le cosiddette persone difficili,  ignorano di innalzare barriere allo scopo di proteggersi (inconsciamente) dalla paura dell’abbandono (lo fanno e basta). Sono talmente difesi che diviene impossibile guardare ‘oltre’ queste difese. Hanno imparato a nascondere bene la loro parte vulnerabile.

La ricerca – presupposti teorici

Sulla base della teoria, brevemente esposta sopra, due ricercatori, Anthony Sierra e Robert Ricco (2017), hanno cercato di mettere a fuoco e quindi comprendere in che modo i due soggetti (quelli con stile sicuro e quelli con stile insicuro) gestiscono il conflitto. L’idea di fondo è che le persone difficili, siano maggiormente orientate all’evitamento del conflitto e quando questo evitamento fallisce, scelgano sistemi poco costruttivi nel tentativo di risolverlo.

I due ricercatori, avevano interesse a confrontare i due stili insicuri (evitante e ansioso) perché, a loro dire, erano in grado di predire la strategia che sarebbe stata usata per gestire il conflitto.    

Gli autori hanno preso in considerazione ben 4 strategie dl conflitto, ovvero: la costrizione, l’evitamento, la tendenza a dominare e l’integrazione.

E’ evidente che c’è una sola strategia vincente, quella che permette una piena collaborazione per risolvere il problema, ovvero: l’integrazione.

Nelle ipotesi dei ricercatori, gli evitanti, hanno difficoltà nella gestione del conflitto perché: diffidenza verso gli altri (considerati poco premurosi e per niente leali); gli altri hanno scarsa empatia (che ne sanno dei miei problemi); infine, evitano il conflitto dal momento che inconsciamente non vogliono far passare l’idea di essere persone bisognose  di una relazione.

La ricerca – raccolta dati

Sono stati utilizzati strumenti (self-report) atti a individuare lo stile di attaccamento e le strategie per la gestione del conflitto e quali sono le credenze di base. I dati sono stati ottenuti da un campione di 449 studenti la cui età era compresa tra i 18 e i 56 anni). La stragrande maggioranza aveva una relazione e solo il 14% era sposato.

La ricerca – esito

Gli evitanti (stile attaccamento insicuro), rispetto agli ansiosi, hanno la tendenza ad evitare il conflitto perché poco vantaggioso. Quando l’evitamento non riesce usano, tra le 4 strategie di cui sopra, quella basata sulla dominazione: ecco perché queste persone risultano ‘difficili’, refrattari ad ogni intimità, con la tendenza ad allontanare e nelle loro interazioni sono polemici e neanche a farlo apposta hanno, incredibilmente, sempre ragione.

La conclusione dei ricercatori è che: 

L’attaccamento evitante risulta essere più problematico rispetto a quello ansioso, quando si tratta di gestire dei conflitti all’interno delle relazioni amorose

Quindi, laddove le persone che vivono le discussioni all’interno della coppia come una opportunità e sempre foriera di benefici, le loro strategie adottate sono sempre caratterizzate dalla integrazione (da cui ci si attende sempre risultati positivi).

Nel caso invece delle persone difficili penso sia utile riflettere sul fatto che tutti i nostri tentativi di risultare cordiali e flessibili, sia assolutamente ininfluente. Questi soggetti non hanno nessun interesse a ‘chiacchierare’ anche in modo semplice e informale (da cui la maggior parte delle persone ne trae giovamento); quando lo fanno, le loro reazioni ci danno la sgradevole sensazione di aver detto cose percepite come offensive o comunque sbagliate. Insomma, esperienze quanto più frustranti possibili.

Lo studio dei due ricercatori (Ricco e Sierra), ci invita a riflettere sui motivi per cui queste persone sono così. Se vogliamo avere con queste persone buoni rapporti, ci viene richiesta una buona dose di pazienza, costanza e ottima predisposizione. Dovremmo essere amichevoli anche oltre misura, perché alla fine, potrebbe essere possibile ‘rompere il ghiaccio’ e riuscire, finalmente, ad avere relazioni e interazioni positive. Anche le persone difficili hanno il loro lato ‘morbido’. Basta solo avere la pazienza e la capacità di cercarlo.

Cause della scelta ripetitiva del partner sbagliato

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato

Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliataOgnuno di noi è inconsciamente attratto da ciò che ci è famigliare. Quindi, se siamo cresciuti con genitori che ci hanno amato, saremo felici e forse anche persone di successo.

La figura di attaccamento, ha per ognuno di noi grandissima importanza. Se hanno creato con noi un buon legame (sicuro, sano e coerente) è relativamente più facile evitare persone manipolatorie, narcisisti, etc e anzi, questi soggetti, non susciteranno nessun interesse mentre, al contrario, saremo attratti da persone rispettose, autonome e alla ricerca della giusta intimità, supporto, reciprocità e  desiderosi di una comunicazione simmetrica.

Tutto questo, ovviamente salta, se da bambino, tutti o parte dei nostri bisogni emotivi non sono stati minimamente soddisfatti.

Ecco perché, da adulti, si corre il rischio di trovare il partner sbagliato. Se da bimbi non abbiamo avuto una figura di riferimento con le caratteristiche citate sopra (sicuro, sano e coerente), si ha la tendenza ad essere più vulnerabili.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Come vediamo l’amoreRisultati immagini per mi innamora della persona sbagliata

C’è da premettere una cosa fondamentale, atavica, oserei dire archetipica: l’essere umano, dovendo operare una scelta, si è sempre affidato alla sua esperienza, fatta prevalentemente di conoscenze acquisite.  Prendiamo ad esempio il cibo: tendiamo a mangiare cose che ci piacciono; cose che, confrontate con altri cibi, ci piacciono di più. Se possiamo scegliere tra A e B e ci piace di più A, scegliamo A.  

Per l’amore, non possiamo scegliere se abbiamo conosciuto una sola versione dell’amore, quella della figura di attaccamento (tipicamente la mamma). Quindi, applicando ciò che abbiamo detto sopra, se dobbiamo scegliere tra A (il riflesso dell’amore appreso da mamma) e B (una versione dell’amore diverso da quello di mamma), non abbiamo scampo: sceglieremo sempre A. Quindi se la mamma ha una visione dell’amore malata, anche noi avremo lo stesso destino.  Da adulto quel bimbo o bimba, farà scelte basate su ciò che conosce e nella scelta dell’amore e quindi del partner, sceglierà la versione che conosce di più, sia nel bene che nel male.  Quindi il legame che avremmo instaurato con la nostra figura di attaccamento, determinerà, nel modo più vario possibile, l’orientamento delle nostre scelte.  

Se da piccolo, abbiamo dovuto faticare non poco per ottenere l’attenzione di nostra madre, oppure se pur avendo avuto attenzioni, le abbiamo ottenute o vissute in modo insufficiente o conflittuali o non nel modo che avremmo desiderato, da adulti potrebbe accadere di scegliere il partner sbagliato.

Ma, come mai e perché?

Se incontriamo un partner che si dimostra apparentemente disponibile sul piano emotivo, ma questa disponibilità è a volte negata (cioè esattamente come ci è accaduto durante l’infanzia), il tutto ci sembra normale. Un bambino non amato si porta dietro una ferita enorme e quel comportamento (disponibilità emotiva alternante) incoerente, ci indurrà a fare tutti gli sforzi possibili per stabilizzare questo legame Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliata(esattamente come abbiamo fatto da piccoli) e tutto ciò ci sembrerà naturale, da momento che siamo convinti che è così che le cose funzionano.

Quindi, in questo caso, ove nell’infanzia, non siamo stati amati, per forza di cose non abbiamo mai conosciuto e assimilato il concetto di reciprocità (io, mamma ti amo e tu, mamma mi ami) caratterizzato da amore, cura, indipendenza, etc.  da adulti non disporremo delle giuste conoscenze che possono orientare le nostre scelte verso un amore sano e di conseguenza, giusto.

Un bimbo/a non amato, necessariamente non va associato a trascurato, lasciato solo, abbandonato o che ha anche subito abusi. No, perché in questo caso le eventuali patologie potrebbero essere altre. Il caso in questione riepiloga la situazione in cui ciò che è veramente mancato, è il supporto emotivo.

Se siamo cresciuti all’ombra di una sorella o fratello che aveva una posizione più in vista di noi (perché malato, oppure meno intelligente, oppure semplicemente perché più il cocco di mamma), oppure perché abbiamo dovuto essere noi a prenderci cura della mamma (perché vulnerabile, indifesa, fragile, malata, depressa, etc), oppure perché era narcisista, o peggio ancora borderline (tutte situazioni ove la mamma non era assolutamente in grado di fornire il supporto emotivo di cui sopra), tenderemo ad avere questo tipo di difficoltà.

In tutti questi casi, da adulti potremmo essere affascinati da tutto ciò che è estremo, dal momento che emotivamente saremmo instabili e con la tendenza a fare confusione in amore (incapacità di stabilire un rapporto stabile e non ondulatorio). Tenderemo a confondere, ad esempio, tutti gli alti e bassi della relazione con la passione, mentre passione non è, ma solo isteria. Questi alti e bassi ci sembrano normali (questo abbiamo appreso) o tuttalpiù, percepiti come il risultato di una forte passionalità. Ecco perché, chi si porta dietro la ferita dei non amati, tende a relazionarsi SOLO con soggetti borderline oppure narcisisti, da cui non ne viene mai nulla di buono ma, dopo un inizio FANTASTICO, rimane solo dolore.

Ecco anche perché tali soggetti, cadono spesso nelle grinfie di un manipolatore. Una evidenza di questa manipolazione subita da una madre manipolatrice è dato dal senso di colpa. Se ne soffriamo, non è da escludere che l’educazione avuta era totalmente intrisa di filtri emotivi ambigui e strumentali. Quindi, dovremmo pensare che il senso di colpa, in questi casi, non è assolutamente reale ma solo indotto, a fini strumentali  o, per dirla con un termine più completo, frutto di manipolazioni continue e protratte.

Inoltre, chi da piccolo è stato manipolato, tenderà, da grande a fare altrettanto ma anche il contrario, cioè a farsi manipolare. Ecco che siamo arrivati al paradosso, rendere normale la manipolazione al punto che diviene l’unica forma di comunicazione da cui è difficile, se non impossibile, farne ritorno.  

Un genitore così, però, non ha necessariamente delle colpe. Semplicemente, non ha gli strumenti, forse perché anche lui ha sofferto di denutrizione emotiva.  Dovremmo tutti riflettere su ciò che i nostri genitori (che molto probabilmente adoriamo e amiamo in modo incondizionato) ci hanno dato.

Noi volevamo 100; loro credono di averci dato 100. Ciò che abbiamo percepito è 15. Restiamo per tutta la vita in attesa di quel 85 che non arriverà mai, perché loro, ne sono convinti, ci hanno dato 100, ovvero il massimo. Allora non rimane che una cosa: ‘rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo da soli, dentro di noi e nel mondo quel 85 di cui abbiamo assolutamente bisogno‘.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Cosa cambiare

Intanto essere consapevoli e non in perenne e passiva attesa di un qualcosa che oramai non arriverà più gratuitamente. Dal momento che le nostre azioni sono prevalentemente guidate dalle nostre conoscenza apprese nel corso della nostra vita, è importante iniziare ad essere più consapevoli.

Quando instauriamo una nuova relazione, cerchiamo di discriminare tra ciò che è vero e ciò che è illusione. Ciò che è vero è ciò che dicono i fatti; ciò che è illusorio è vedere alla nuova storia con le lenti dell’infanzia. Smettiamola a far affidamento sullo stile di attaccamento (lo abbiamo appreso da piccoli ed ora siamo grandi); da oggi in poi, siamo noi e solo noi a fare la differenza, anche in virtù di chi scegliamo per avere al nostro fianco. Se vogliamo correggere le esperienze emotive, dobbiamo scegliere un partner sano. La caratteristica di una relazione sana parte innanzitutto dal sentirsi rispettati e deve essere caratterizzata da interdipendenza, reciprocità, coerenza; ove non c’è morbosità, svalutazioni continue, e non c’è dipendenza o co-dipendenza affettiva.

Se c’è tutto questo ci sono buone e di star correggendo le esperienze che si sono dimostrate emotivamente povere e quindi stai nutrendo il tuo stato emotivo e cosa molto più importante, il tuo rapporto è sano.

Perché è importante dormire bene

Perché è importante dormire bene 

Se dormi meno di 7 ore per notte (e non è una tua caratteristica fisiologica) potresti andare incontro ad una serie di problemi, anche seri, per la tua saluta psicofisica.

Esistono molti studi che hanno analizzato e dimostrato i seguenti problemi cui si va incontro, dormendo poco e male. Vediamo quali sono:

  • Problemi cardiaci – aumentano i rischi di infarto, più del 400% e aumenta il rischio di altri disturbi cardiaci;
  • Disturbi dell’alimentazione – si mangia di più dal momento che aumenta il senso di fame;
  • Aumenta il rischio di ingrassare;
  • Dal momento che siamo meno lucidi e riposati, aumenta il rischio di avere incidenti;
  • Il nostro fisico si deteriora e spesso i nostri amici, vedendoci ce lo evidenziano immediatamente;
  • Aumento del rischio di tumori, diabete;
  • La concentrazione di spermatozoi diminuisce;
  • Rischio della mortalità in aumento;
  • Aumento problemi legati alla memoria;
  • Diminuzione del tessuto cerebrale;
  • Aumento del rischio di prendere l’influenza: 
  • Aumento della emotività;
  • Penso possa bastare.

Dormire poco, e/o male ha, come abbiamo visto, tantissimi effetti negativi, tutte dovute ad un solo fatto: sonno per notte insufficiente. Le cose si complicano ulteriormente se il problema da acuto diventa cronico. In tal caso gli effetti diventano o possono diventare devastanti. In merito alla riduzione degli spermatozoi la ricerca avrebbe accertato che negli ultimi 17 anni c’è stato un calo di un terzo degli spermatozoi negli uomini di 35anni. Un ricerca del 2011 dell’università di Padova, su un campione di 2000 soggetti, ci dice che c’è una diminuzione del 25% del numero di spermatozoi nei giovani rispetto agli adulti.  Negli ultimi 50 anni, abbiamo una riduzione delle nascite di circa il 50%. 

«I casi al limite della fertilità sono veramente aumentati, una volta un uomo produceva 300, 400 milioni spermatozoi per eiaculato ora circa il 30% in meno» (Carlo Foresta, direttore dell’Unità di Andrologia e Medicina della riproduzione dell’Azienda Ospedaliera di Padova)

Perché è importante dormire bene – Pulizia del SNC durante il sonno

Grazie al sonno,  il corpo si rigenera, si ‘ripulisce’. Il sonno, non è assolutamente un’attività improduttiva (chiedetelo a chi soffre di insonnia). Durante il sonno, si riposa e il cervello opera una funzione fondamentale: la pulizia delle scorie. Diversi test sugli animali hanno evidenziato che il sistema glinfatico esercita sul cervello quello che il sistema linfatico fa sui muscoli (che come tutti sappiamo, elimina l’acido lattico). Il sistema glinfatico depura dal cervello, le proteine legate all’Alzheimer.

Nel 2013, una pubblicazione di Lulu Xie, della Università di  Rochester, esplora quanto sia efficiente il sistema glinfatico durante la fase 3 del sonno (sonno non REM), caratterizzato da onde a bassa frequenza. Il suo studio evidenzia che la clearance (pulizia) dei rifiuti interstiziali presenti nei liquidi interstiziali (in istologia: la soluzione acquosa presente fra le cellule di un tessuto) sono causati dalla contrazione ed espansione dello spazio extracellulare che, durante il sonno, aumenta del 60% promuovendo la pulizia di tali spazi. Lo studio conclude con l’ipotesi che gli effetti benefici del sonno, possono essere influenzati dalla clearance glinfatica dei metaboliti (prodotti del metabolismo)  di scarto, che vengono prodotti durante lo stato di veglia.   

Se questa ‘clearance‘ non avviene in modo ottimale, corriamo i rischi di cui sopra. Lo dimostrano anche altri studi, pubblicati su The Journal of Neuroscience e Science.

Il sonno, come dicevamo sopra, permette di eliminare tutte le scorie, ovvero tutto ciò che viene considerata spazzatura. Durante il giorno, il cervello accumula tossine (i muscoli acido lattico). Da svegli questa pulizia avviene molto lentamente, solo per il 5%. Durante il sonno, nel cervello aumentano del 20% i fluidi che si occupano del lavaggio cerebrale. Grazie a questi ‘lavaggi’ il cervello elimina le beta-amiloidi, proteine associate all’Alzheimer.

Inoltre, se la mancanza di sonno diviene cronica, si assiste ad una degenerazione dei neuroni, ovvero delle cellule del sistema nervoso.

I ricercatori temono che alla base delle patologie degenerative del SN (demenza, Parkinson, Alzheimer) ci sia propria la presenza massiccia di quelle proteine che eliminiamo durante il sonno.

Se qualcuno pensa che ricorrere ai sonniferi possa essere una possibile soluzione, si sbaglia di grosso, dal  momento che il sonno prodotto non sarebbe naturale ma artificiale.

Perché è importante dormire bene – effetti benefici del sonno

Se invece si dorme bene, tutto cambia.  Dal momento che diviene possibile memorizzare nuove informazioni con semplicità e immediatezza; in caso di malattie fisiche, un buon sonno ne accelera la guarigione dal momento che le proteine infiammatorie, causa di invecchiamento, diabete e aumento del rischio di infarto, diminuiscono drasticamente; un buon sonno stimola la creatività e favorisce la diminuzione del tempo necessario per risolvere problemi, anche attraverso nuove soluzioni. Chi dorme male, tende ad evitare i problemi, perché non ha energie per risolverli, mentre chi dorme bene non solo li risolve con piacere ma è stimolato a trovare sempre soluzioni nuove e innovative. In questi soggetti, i problemi vengono percepiti come opportunità.

Un altro enorme aspetto positivo viene rappresentato dal fatto che si studia meglio e nello sport aumentiamo le nostre performances; dormire bene, aiuta a dimagrire anche grazie a due ormoni: la grelina che avrebbe un’azione oressizante; la leptina che sarebbe un ormone anoressizzante. Il primo stimola l’appetito, il secondo invece, secreta dal tessuto adiposo, va in circolo per avvisare il cervello che tali riserve (adipose) sono eccessive. Ecco che la leptina entra in gioco suggerendo al cervello di mangiare meno e lo invita ad utilizzare le scorte.

Ha una forte correlazione con la depressione e lo stress, infatti diversi studi hanno accertato che chi dorme meno di 5 ore sviluppa maggiori rischi di soffrire di queste due patologie.

Perché è importante dormire bene – Terapia dei disturbi del sonno

Un aiuto fondamentale per la risoluzione di questo problema ci viene dalla psicoterapia. Laddove non emerge in modo chiaro e inequivocabile che dietro l’insonnia ci siano cause organiche, è automatico orientare la nostra attenzione verso cause di natura psicologiche come l’ansia, la depressione, i tanti conflitti di natura emotiva che non abbiamo ancora risolto, le tensioni che la vita moderna ci sottopone quotidianamente.

Tuttavia, anche in presenza di disturbi di natura organica, non andrebbe mai sottovalutata l’ipotesi di un’azione integrata, anche perchè da tempo è noto che un approccio che prenda in considerazione psiche e corpo ha sempre fornito risultati soddisfacenti.

Il cervello e la psicoanalisi

Il cervello e la psicoanalisi

Il primo ominide (Lucy) camminava sul suolo terrestre circa 2.3 milioni di anni fa; a sua volta, prima di lui, c’erano le scimmie e prima ancora i paleo-mammiferi  preceduti dai rettili.

Gli scienziati hanno individuato (per semplificare ovviamente) tre diversi tipi di cervelli (costruiti uno sulle spalle dell’altro) o meglio tre cervelli in uno.

Il cervello dei rettili, su cui in seguito si è costruito il cervello dei paleo mammiferi e infine quello dei neo mammiferi.

Questo paradigma è stato per la prima volta enunciato dal neurologo Paul D. MacLean (1º maggio 1913 – 26 dicembre 2007, neuroscienziato americano). Nel corso dei suoi studi sul cervello ipotizzò l’esistenza di tre cervelli che rappresentano momenti evolutivi della storia umana. Similmente agli strati geologici: ognuno di essi rappresenta i sedimenti che si sono stratificati nel corso dell’evoluzione.

Questi ‘sedimenti’ nel caso del cervello sono:

  1. l’archipallium (cervelletto e bulbo spinale) o cervello primitivo (rettile);
  2. paleopallium (sistema limbico) o cervello intermedio (paleo-mammifero);
  3. neopallium (emisferi cerebrali) chiamato anche neocorteccia  o cervello superiore (neo mammiferi).

Nel primo vi trovano dimora gli istinti e le funzioni vitali (controllo del respiro, del ritmo cardiaco, sensibilità, attività motoria etc); nel secondo il centro delle emozioni; nel terzo, più recente (solo nei primati) tutte le funzioni cognitive, simboliche e razionali, ovvero la coscienza.

Queste tre aree anche se sono coordinate, sono indipendenti l’uno dall’altra e in grado di gestirsi in autonomia. Quindi, se qualcuno ha mai pensato che la coscienza coordinasse il tutto si è dovuto ricredere. La teoria dei 3 cervelli, ha riformulato tutto o quasi ciò che in precedenza si credeva,  comprese le teorie sulla elaborazione dei pensieri, sulle cause del comportamento e sulle malattie.

Tutto ciò avviene negli anni 50 e alcuni psicoanalisti hanno sentito l’esigenza di tradurre le intuizioni freudiane in merito alla ripartizione dell’apparato psichico (ES-inconscio; Io; Super-Io) stabilendo quale struttura neurologica potesse ‘contenerne’ i singoli elementi.   

Si ipotizzava quindi che l’Inconscio (Es), potesse risiedere nel sistema limbico o in generale nel cervello denominato neurovegetativo, meglio noto come sistema nervoso autonomo. Mentre l’Io e il Super Io nella corteccia, o meglio nella neo-corteccia ma anche più in generale nel sistema nervoso centrale volontario.

Grazie a questa intuizione, anche la psicosomatica trovava una legittimazione dal momento che questa strutturazione forniva le basi scientifiche alla natura organica per ciò che prima si supponeva fosse solo riconducibile alla natura psicologica.

Anche dal punto di vista gerarchico, le strutture più elevate (corteccia) venivano ricondotte alle funzioni più elevate (attività volontarie coscienti e razionali) rispetto a quelle emotive, autonome e perlopiù neurovegetative.

In seguito, altre ricerche specificavano ulteriori specializzazioni al livello degli emisferi: il destro dedicato ad aspetti simbolici, astratti, spaziali e visivi (creatività); il sinistro alle funzioni analitiche e razionali che trovano il massimo utilizzo della parola.

Quindi la parte sinistra del cervello, che si occupa  dei processi linguistici (percezione degli eventi e concatenazione degli stessi nel tempo) potremmo semplificando, chiamarlo cervello ingegnere perchè interpreta la realtà in modo analitico; il destro invece, che potremmo chiamarlo cervello poeta, è specializzato nella percezione della realtà vista nel suo insieme, quindi in modo spaziale e ne da un’interpretazione emotiva.

Nessuno dei due emisferi è dominante, dal momento che lavorano in modo integrato; il destro si occupa delle emozioni, il sinistro della ragione, del pragmatismo, dell’analisi.

Ma cosa è più importante, l’aspetto emotivo oppure quello logico-razionale? Si tenderebbe a dire che gli occidentali sceglierebbero quello razionale o Apollineo, mentre gli orientali quello emotivo o Dionisiaco.

Anche se questa visione è stata abbandonata da tempo, negli anni 80 gli psicoanalisti tendevano a correlare le diverse specializzazioni emisferiche alla psicopatologia. Ecco quindi che l’isterico o il Dionisiaco con le sue stravaganze veniva correlato all’emisfero destro, mentre l’ossessivo compulsivo (iperanalitico) al sinistro.

È noto il concetto di processo primario e secondario dal punto di vista psicoanalitico (p.es. l’aggressività è primaria e poi, attraverso l’educazione diviene secondario).

Parlando ad esempio di difese, è facile comprenderle nelle loro suddivisioni tra primarie e secondarie.

Quelle primarie sono primitive, immature, quindi classificate come inferiori perché vengono notate primariamente nella prima infanzia; in definitiva sono inconsce e si pongono come confine tra il Sé e il mondo reale.

Le secondarie, al contrario sono più evolute, mature e quindi di ordine superiore e delimitano i confini interni (Io, Super-Io, ES /coscienza, istanze morali e inconscio) oppure tra l’Io che si occupa di relazionarsi con la realtà attraverso l’osservazione e l’esperienza.

Quindi, da un punto di vista neurobiologico, si è rapportato l’emisfero destro con i processi primari e il sinistro con quelli secondari.

Il passaggio dal dx al sx avviene tramite messaggi che gli emisferi si spediscono utilizzando un apparato neuroanatomico essenziale, il corpo calloso che si occupa di transcodificare ciò che l’emisfero destro trasferisce sotto forma di immagini in un qualcosa di comprensibile e comunicarlo al sinistro. Ovviamente accade anche il contrario.

Freud ha sempre sostenuto che l’inconscio funziona tramite immagini e simboli (vedi il processo onirico) e processi primari, mentre i processi secondari e coscienti venivano caratterizzati dal pensare per parole.

Gli studi degli anni 50 avrebbero confermato ciò che Freud pensava all’inizio del ‘900.

Per non parlare della rimozione, uno dei meccanismi di difesa alla base dell’inconscio. Come abbiamo detto sopra i due emisferi comunicano attraverso il corpo calloso. Nel caso della rimozione, questo flusso di comunicazione sarebbe inibito.

L’Es (inconscio) e il processo primario, vengono ricondotti all’emisfero destro, mentre l’Io (coscienza) e il processo secondario al sinistro e alle sue attività che per natura sono logico-verbali.

In alcuni dei sui scritti, Freud sosteneva che le modalità del pensare e del sentire dovevano per forza di cose essere soggette a leggi specifiche; in particolare ha sempre sostenuto che il compito dell’analisi è di rendere cosciente l’inconscio  e che in definitiva il destino dell’Es è quello di ridursi all’Io.

Jung invece ha sempre sostenuto (e in seguito Freud ha concordato) che non sarà mai possibile svuotare (e quindi eliminare) tutti i contenuti dell’inconscio. Anche perché, per Jung l’inconscio si suddivide in quello personale (simile all’inconscio freudiano) e quello collettivo (equiparabile forse al Sistema Nervoso Autonomo).  Il primo soggetto ad un parziale svuotamento mentre il secondo, avrebbe una funzione diversa ed è quindi soggetto ad un continuo aggiornamento incrementale.

Tuttavia la psicoanalisi classica, pur prendendo nota degli sviluppi dello studio del cervello, ha sempre concordato sul fatto che emisferi  (dx e sx) e processi (primari e secondari) sono complementari ed entrambi operativi con funzioni indipendenti. In altri termini, il processo primario non va considerato come inferiore al secondario ma, com’è giusto che sia, svolge funzioni diverse e quindi altrettanto utili e necessarie. La percezione di ciò che accade viene elaborata a livello neurologico (emisferi) e psicologico (Es-Io, processo primario-secondario) in modo simultaneo  ma cognitivamente diverso.

Ciò che viene da un emisfero, dopo una specifica elaborazione, viene trasferito all’altro che ne integra (secondo le sue specificità) i contenuti per giungere ad una nuova visione.

Nel corso del processo psicoanalitico, ciò che sta nell’inconscio viene svelato e rielaborato fornendo all’Io del paziente nuove prospettive. Ciò che l’Io del paziente percepisce nella sua quotidianità diviene materiale con cui l’inconscio prende spunto per ‘rilasciare’ i suoi contenuti soggetti alla rimozione. In questo processo continuo, le prospettive del soggetto cambiano continuamente.

Concludendo, la stretta collaborazione tra i due emisferi  (che come abbiamo detto sono indipendenti e complementari) sono da correlare con la salute psicofisica del soggetto.

Chi suona il pianoforte usa entrambe le mani che concorrono in modo indipendente e complementare a tradurre in musica ciò che c’è sullo spartito.

Anoressia e bulimia: come alterare il cervello

Anoressia e bulimia: come alterare il cervello

Secondo uno studio della Università del Colorado “Anschutz Medical Campus”, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista di medicina: ‘Translation PsychiatryUSA’, esisterebbe un meccanismo cerebrale che altera (ignorandolo) lo stimolo della fame che si riscontra sia nell’anoressia che nella bulimia nervosa. Quindi, l’anoressico non mangia perché nel cervello ci sono delle alterazioni delle strutture e delle funzioni cerebrali che regolano l’appetito.anoressia-e-bulimia-nervosa

Già in passato c’erano state ipotesi simili che sembrerebbe siano state confermate dallo studio di cui sopra.

 La ricerca è stata condotta da un team coordinato dal dr Frank, si è focalizzato proprio nella ricerca di quei circuiti (funzionali e strutturali) del SNC coinvolti nei meccanismi relativi alla alimentazione ove i più rispondono alimentandosi nel modo opportuno, altri invece astenendosi.

Anoressia e bulimia: la ricerca

Il campione usato per la ricerca (77 donne giovani) si suddivide in: 26 donne anoressiche; 25 bulimiche; 26 sane.  Le sane sono state reclutate attraverso un annuncio su media locali, le altra da due diverse strutture sanitarie specializzate. Tutte le donne non avevano mai sofferto in passato di gravi malattie neurologiche, né di gravi patologie, psicosi o traumi cranici oppure hanno fatto abuso di sostanze.

Il team di ricerca ha utilizzato la trattografia,trattografia-cerebrale  (che è una tecnica che permette una modellazione bidimensionale, che le neuroscienze usano per visualizzare i tratti neurali tramite il DTI – imaging con il tensore di diffusione – che è una tecnica di risonanza e analisi delle immagine digitalizzate).

Il team ha quindi scansionato e mappato il cervello delle donne focalizzandosi sulla materia bianca al fine di misurarne le reazioni in presenza dell’assorbimento di una sostanza contenente saccarosio (sapore dolce).

Le immagini ottenute, hanno evidenziato differenze tra quelle sane e non, al livello della materia bianca e dell’ipotalamo.

La materia bianca, adibita alla gestione e controllo delle connessioni tra le varie aree del SNC, ipotalamo compreso, mostrava alterazioni solo nelle donne anoressiche o bulimiche.

ipotalamoL’ipotalamo ha, tra le altre funzioni, quella di controllare lo stimolo della fame. Ciò che spinge verso la ricerca del cibo, sono stimolazioni che partono da questa regione del cervello.

La ricerca ha evidenziato che le persone sane, venivano guidate (attraverso l’interazione dell’ipotalamo con altre strutture quali lo striato ventrale collegata con il sistema limbico).

Nelle persone  malate (anoressia e bulimia nervosa) le connessioni risultavano invertite. Lo studio ha evidenziato che le vie usate dall’ipotalamo erano più deboli e i messaggi avevano un percorso invertito rispetto a come normalmente accade.  Tralascio qui di proposito nominare i centri nervosi coinvolti. Chi vuole approfondire può farlo attraverso la lettura dello studio completo (G. K. W. Frank, M. E. Shott, J. Riederer and T. L. Pryor, “Altered structural and effective connectivity in anorexia and bulimia nervosa in circuits that regulate energy and reward homeostasis”, articolo pubblicato su Translation Psychiatry, 01 Novembre 2016)

Anoressia e bulimia: conclusioni

Secondo i ricercatori, i soggetti affetti da anoressia e bulimia nervosa sarebbero in grado di alterare il corretto funzionamento dei centri adibiti al controllo di questa funzione importantissima, provocando reazioni diverse dai soggetti sani.

Gli esseri umani sono in grado, sin dalla nascita, di assaporare i gusti dolci, mentre i soggetti malati, per non prendere peso, evitano l’assunzione di specifici cibi. Sembrerebbe quindi che questo comportamento alimentare sia in grado di modificare tutti quei circuiti centrali che coinvolgono le funzioni dell’ipotalamo.

Evitare di mangiare dolci, per gli studiosi, può essere interpretato come una forma di comportamento condizionato che riesce, a modificare il funzionamento dei circuiti neuronali adibiti alla gestione che regola l’appetito al punto da ridurre, anche in modo significativo, la funzione dell’ipotalamo.

In futuro si cercherà di verificare, lavorando anche sui bambini, se i processi alla base dell’appetito, seguono il meccanismo del condizionamento operante per verificare e comprendere quando e se, tutto ciò avviene nella vita di un individuo.

Rivalità fraterna: quanto conta l’ordine di nascita

Rivalità fraterna: quanto conta l’ordine di nascita

genitori-e-figliAlcune teorie sostengono che il primo figlio sarebbe più responsabile, il secondo tenderebbe alla indipendenza e il terzo ad essere imprudente.

Ma cosa c’è di vero?

È innegabile che ci si comporti in modo diverso con i figli, determinandone lo sviluppo e il carattere. 

L’ordine di nascita dei figli all’interno di una stessa famiglia, può influenzare lo sviluppo del loro carattere e della loro personalità complessiva?  

Diverse  ricerche condotte nel corso del tempo, sembrano confermare questa ipotesi, delineando anche le caratteristiche essenziali del primogenito, del secondogenito e del terzogenito. Un autore che si è particolarmente interessato dell’argomento è Kevin Leman, che ha pubblicato i seguenti libri : “I vantaggi del primogenito ” e “Il libro sull’ordine di nascita“.

L’importanza dell’ordine di arrivo in famiglia è equivalente alla importanza della genetica e del genere. A sostenere questa tesi c’è tra l’altro, Gail Gross esperta statunitense del comportamento e della educazione.

In un suo articolo pubblicato su Huffington Post, ciò che è determinante per lo sviluppo, sarebbe proprio l’ordine di nascita dei figli, dal momento che il comportamento dei genitori sarà diverso con ognuno di loro. Spesso si dice che i fratelli sono completamente diversi tra loro e ci si chiede perché: ebbene, i fratelli li condividono ma in realtà, non hanno gli stessi genitori.  

Le richieste, le attenzioni, e le ansie riservate al primo figlio, sono completamente diverse da quelle dei figli che vengono dopo.

Ma vediamo, per ordine di arrivo, le differenze evidenziate dagli studiosi.rivalita-tra-fratelli

Rivalità fraterna: quanto conta l’ordine di nascita – Primogenito

Il figlio primogenito secondo l’autore sopracitato, riceve maggiori attenzioni da parte dei genitori, crescendo sotto un controllo più continuativo e persistente da parte loro, se confrontato al secondogenito. Questo stretto controllo genitoriale, farà generalmente di lui un adulto che potrà essere molto conformista e tendente a difendere le autorità precostituite ma potrebbe diventare anche una persona di successo, con una forte tendenza alla leadership. Diversi presidenti Usa sono  stati  figli primogeniti. 
Frequentemente il figlio primogenito, rispetto ai fratelli più piccoli, possiede anche un QI lievemente maggiore, di circa 1 punto, 1,5.
La tendenza al conformismo del figlio primogenito è finalizzata a soddisfare i propri genitori o, in un’ottica psicodinamica, le loro aspettative interiorizzate in forma superegoica (l’istanza morale del Super-Io freudiano). Per questo, egli si impegna tanto, sia a scuola per raggiungere buoni risultati che, successivamente, nella vita, nel perseguire gli obiettivi che si propone. Generalmente vi riesce, grazie al costante sostegno  emotivo, educativo ed autorevole che i genitori forniscono.

Gli psicologi belgi Vassillis Saroglou e Laura Flasse, hanno pubblicato uno studio dal titolo “Personality and Individual Difference” nel quale affermano che il primogenito è caratterizzato da alcuni tipici tratti di personalità quali: competitività, responsabilità e convenzionalità.
I secondogeniti invece, cercando di trovare un loro spazio attraverso giochi ed una spiccata tendenza alla ribellione e, nel contesto dei rapporti famigliari, sono quelli che più tendono alla mediazione tra i diversi membri. 
I figli terzogeniti sono quelli tendenzialmente più creativi  ma anche quelli in genere, più nevrotici.
Uno studio condotto da Alan Stewart, psicologo americano, attraverso l’esame di 500 studi pubblicati lungo l’arco di venti anni, evidenzierebbe che il figlio primogenito può, più facilmente di quelli che lo seguiranno, sviluppare la tipica personalità del leader, con la tendenza a raggiungere le mete che si propone grazie anche alla maggiore fiducia in se stessi che lo caratterizza. Il suo conformismo e il forte desiderio di compiacere i propri genitori, favorisce questa evoluzione.

Per quanto riguarda il punto in più di quoziente intellettivo, che spesso i primogeniti hanno rispetto ai fratelli, si tratta di uno scarto talmente minimo da non avere, secondo gli studiosi, alcuna influenza nella vita quotidiana e forse, è dovuto alle maggiori attenzioni che riceve in tenera età. Inoltre, poichè egli è anche generalmente il figlio che aiuta i genitori nella cura dei fratellini più piccoli, almeno in una prima fase della loro vita,  sembra probabile che ciò gli consenta di sviluppare notevoli capacità cognitive ed abilità di insegnante.

rivalita-tra-fratelli-litigiosiRivalità fraterna:quanto conta l’ordine di nascita – Secondogenito

I secondogeniti invece, si caratterizzano per le loro capacità diplomatiche e tendono a sviluppare capacità di negoziazione. A causa della loro posizione critica, inizialmente successiva al primogenito e poi, tra quest’ultimo ed il terzogenito, acquisiscono la tendenza a mediare, in virtù della loro posizione critica. Nonostante le loro capacità di negoziazione, quasi tutti i figli secondogeniti sono molto permalosi, ma anche quelli maggiormente socievoli, rispetto agli altri fratelli. I secondogeniti, hanno un carattere maggiormente comprensivo e flessibile oltre che collaborativo ma, ciononostante, essi sono anche molto competitivi e con tendenza a lottare per ideali di uguaglianza, che sono per loro molto importanti. Sono tra tutti, i figli che ricevono minori attenzioni genitoriali e, rispetto a questo problema, tentano di cercare compensazioni, in una ristretta cerchia di amici, considerata come una estensione della famiglia e nella realizzazione professionale che spesso, avviene in età parecchio adulta.
I figli secondogeniti soffrono spesso della middle – child syndrome, che è legata al fatto di non poter nè godere dei vantaggi e delle attenzioni genitoriali del primogenito nè di tutte quelle concessioni che i genitori fanno generalmente al terzogenito, o comunque, al figlio  più piccolo. Lo spazio vitale del secondogenito è infatti, indefinito.
Naturalmente, anche se quasi tutti gli studi effettuati sull’argomento, hanno confermato le ipotesi dei ricercatori, non è solo l’ordine di nascita a permettere ed a caratterizzare la costruzione ed il delinearsi delle caratteristiche della personalità di un individuo, ma la sintesi di un insieme di fattori molto importanti, come la storia di vita, l’aspetto fisico, etc che tendenzialmente suggerisce un ruolo sia in famiglia che poi nella società.  
Le caratteristiche più ricorrenti dei figli, a seconda dell’ordine di nascita, sembra siano i diversi modi con cui cercano di attirare su di sè l’attenzione  e le cure dei genitori. 
Così il primogenito, lo fa con il conformismo e riconoscendo l’autorità, comportandosi in modo coscienzioso, cosa che gli consente di essere benvoluto e di sviluppare maggiore autostima e fiducia in se stesso e nelle proprie azioni. Il secondogenito invece, a causa della sua posizione nel contesto famigliare, sperimenta un senso di estraneità alla famiglia ed un senso di frustrazione. Il secondogenito infatti, tende a sentirsi ai margini della famiglia e della società, sentendosi, a causa del suo posto indefinito e mai privilegiato nella famiglia, poco importante. Ugualmente in genere, se i fratelli sono tanti, si sentono i figli intermedi.

Rivalità fraterna: quanto conta l’ordine di nascita – Terzogenito

I terzogeniti, sembrano essere i figli maggiormente nevrotici; si attendono sempre di essere protetti dagli altri, come se questo fosse un loro dovere. Il terzogenito è generalmente il figlio iperviziato ed iperprotetto sia dai genitori che da almeno uno dei fratelli. E’ inoltre il figlio che  tende sempre o quasi, a creare un’alleanza con il primogenito ed a competere con il secondo. Il terzogenito, arriva quando i suoi genitori hanno già acquisito una buona esperienza con i fratelli nati prima di lui e ciò fa si che essi non stiano attenti ad ogni suo piccolo sospiro come in precedenza. Se da una parte i genitori sono più rilassati, dall’altra, ciò porta il terzogenito a sviluppare una grande capacità seduttiva e manipolatoria nei loro confronti. Spesso, il terzogenito riesce a far fare ai genitori quello che vuole. E’ il figlio che generalmente gode di più libertà, grazie alla maggiore indulgenza sviluppata dai genitori rispetto ai suoi fratelli.
Non ultimo, ad essere importanti, sono anche le diverse etichette che i genitori e di conseguenza, i fratelli ed i parenti e gli amici di famiglia, attribuiscono ad ognuno dei figli, che possono avere, a livello inconscio, notevole influenza nello sviluppo della loro personalità come insegna la psicoanalisi e la Teoria dell’Attaccamento. Bisogna inoltre considerare che ogni figlio di una stessa famiglia, è esposto ad un ambiente sociale diverso, in base al suo ordine di nascita e che ciò influenza profondamente il suo sviluppo, interagendo con le predisposizioni di base e con i diversi stili di accudimento dei genitori che sarà sempre diverso per ogni figlio. Se infatti essi, con il primogenito tendono ad essere particolarmente attenti nelle loro cure e la maggior parte delle loro comunicazioni all’interno e all’esterno della coppia, che intercorrono dopo la nascita, vertono su quest’ultimo, dopo la nascita del secondo figlio, si assiste ad un atteggiamento più rilassato (in virtù della maggiore esperienza come genitori) e le comunicazioni tendono a privilegiare problematiche diverse.

Con la nascita del terzo figlio, i genitori, pur lasciando ad esso più libertà e spazio di manovra, anche per manipolarli per i propri scopi, tornano ad essere iperprotettivi, in misura anche maggiore.

Rivalità fraterna: quanto conta l’ordine di nascita – Figlio unicofiglio-unico

I figli unici, sotto certi aspetti, sono simili ai primogeniti  e come questi, tendono al perfezionismo, vivendo sempre alla ricerca di attenzione da parte dei genitori.
Il figlio unico tende a credere o anche, ad essere del tutto convinto, praticamente per tutta la sua vita e diversamente da figli che hanno altri fratelli, di avere molti più diritti di altri. Diritti che in realtà non ha (se si esclude il fatto che non dovrà dividere nulla).

Il figlio unico, similmente al primogenito, tende a  sviluppare una personalità di tipo conformista, preferendo, ed aderendo molto presto, ad una autorità istituzionale, iniziando da quella dei suoi genitori e  comportandosi presto come un piccolo adulto. La mancanza di confronti continuativi con i suoi coetanei e la mancanza di una sana rivalità fraterna per accaparrarsi le attenzioni genitoriali, che egli già ha senza lottare, lo predispongono a sviluppare un carattere dipendente ed insicuro. Essere figli unici, come confermato da alcune ricerche, comporta dei vantaggi e dei limiti a livello evolutivo.
Per quanto riguarda i vantaggi, non è trascurabile l’importanza di avere per sè tutte le attenzioni dei genitori, che spesso in questa situazione, tendono a stimolarlo a raggiungere mete ambiziose, offrendo sostegno e trasmettendogli la sensazione di potercela sempre fare, grazie allo sviluppo di un’elevata autostima e fiducia di base, sia in sè che verso l’altro. 

Tra gli svantaggi, vi è la possibilità, niente affatto remota, che egli diventi un bambino iperprotetto a causa di eccessive cure dei genitori, arrivando spesso a sviluppare un legame di dipendenza  eccessivo con la figura materna che può rendere particolarmente problematica la risoluzione del normale processo di separazione ed individuazione
Inoltre, il figlio unico, a causa del forte investimento affettivo che i genitori fanno su di lui, può essere soggetto ad eccessive richieste di perfezione così come loro si aspettano, richieste dovute in realtà,  al bisogno di compensare i propri difetti oppure per superare delusioni proprie o, ancora, per perseguire obiettivi che per loro sono rimasti irraggiungibili.
Il figlio unico, essendo solo e senza fratelli con i quali sviluppare legami affettivi e lottare in modo sano per le attenzioni genitoriali, è privo di una esperienza  base, quella della rivalità tra fratelli. Questo può causargli maggiore ansia ed aggressività nascosta, oltre a sentimenti di dipendenza.

L’esperienza della rivalità fraterna, è infatti una tappa evolutiva molto importante per un adeguato sviluppo del comportamento sia aggressivo e competitivo, che di quello cooperativo del bambino.
Un altro svantaggio del figlio unico è rappresentato dal fatto che crescendo in un contesto  pieno di adulti, egli può divenire un bambino precoce, cioè imparare già da piccolo a comportarsi e ad agire “da adulto”, perché interagisce e socializza sempre in un mondo di adulti, con i quali passa la maggior parte del suo tempo, da quello con i genitori ed i parenti per passare poi a quello con gli amici dei genitori, ecc., imparando così, ad imitarne i modelli comportamentali e le loro abilità.

Se è vero che il figlio unico ha il privilegio di vivere un rapporto esclusivo con i suoi genitori, che gli consente di porre delle basi adeguate per lo sviluppo di una buona autostima, d’altra parte, egli corre però il rischio di rimanere impigliato in queste cure, come in una rete che può imprigionarlo fino ad impedirgli di sviluppare adeguate relazioni affettive e sociali extrafamigliari perchè, proprio queste cure, possono fargli credere che i legami famigliari siano più importanti di ogni altro e quindi, gli sarà  poi estremamente difficile uscirne, per crearsi una vita affettiva indipendente e che abbia, in base ai suoi principi, un fondamento ed un senso.

Il figlio unico può crescere come un piccolo ometto viziato e, a causa della mancanza di scambi e piccole rivalità con i suoi coetanei, dipendente dalla famiglia e timoroso verso il mondo esterno e situazioni che non conosce o nelle quali non avverte  la sicura presenza, accanto a sè, della protezione famigliare. In definitiva, il figlio unico, ha in comune alcune caratteristiche basilari del figlio primogenito e del terzogenito o comunque, ultimogenito, soprattutto per bisogno di protezione, a causa del modo in cui viene cresciuto in famiglia.  

L’autore psicoanalitico che maggiormente ha studiato le caratteristiche di personalità in rapporto all’ordine di nascita nella famiglia, è Alfred Adler, anzi, in questo settore, egli è stato un vero e proprio pioniere.

A cura della D.ssa Elisabetta Lazzari

La personalità umana e i suoi disturbi

La personalità umana e i suoi disturbi

La personalità umanateofrasto-e-i-caratteri-della-personalita-umana

Quando parliamo di personalità cosa intendiamo? Vediamo cosa dice Teofrasto, un allievo di Aristotele (quindi parliamo della Grecia, più precisamente la Grecia di Atene del circa 300 a.C.). Costui ha ‘individuato ben 30 caratteri morali (che poi si traducono in 30 diverse personalità) che hanno influenzato enormemente tutti gli studi successivi sulla personalità.

Considerando che oggi la popolazione mondiale è di poco più di 7 mld mentre al tempo di Teofrasto i cittadini ateniesi erano circa 300mila (il numero del campione da cui Teofrasto ha rilevato le 30 personalità), colpisce molto la loro attualità.

Teofrasto ha individuato ben 30 personalità distinguendoli in questi caratteri morali: I – La simulazione. II – L’adulazione; III – Il ciarlare; IV – La zotichezza; V – La cerimoniosità; VI – La dissennatezza; VII – La loquacità; VIII – Il raccontar fandonie; IX – La spudoratezza; X – La spilorceria; XI – La scurrilità; XII – L’inopportunità; XIII – Lo strafare; XIV – La storditaggine; XV – La villania; XVI – La superstizione; XVII – La scontentezza; XVIII – La diffidenza; XIX – La repellenza; XX – La sgradevolezza; XXI – La vanagloria; XXII – La tirchieria; XXIII – La millanteria; XXIV – La superbia; XXV – La codardia; XXVI – Il conservatorismo; XXVII – La goliardia tardiva; XXVIII – La maldicenza; XXIX – La propensione per i furfanti: XXX – L’avarizia.

Per ognuna di questi caratteri l’autore ha fornito una descrizione molto accurata. Chi fosse interessato (http://www.miti3000.it/mito/biblio/teofrasto/caratteri.htm).

disturbo-della-personalitaDisturbi della personalità

Solo in seguito, oltre che allo studio della personalità, si studiarono anche i disturbi della personalità. 

Un primo approccio osserva e studia le reazioni con rabbia e violenza ma non quelle ove si evidenzia la presenza di allucinazioni oppure manie (tipiche delle psicosi). In seguito, altri autori hanno descritto alcune forme di comportamento anti sociale e sono state circostanziate sotto la dizione: personalità psicopatica.

Dobbiamo attendere il 1901 per avere una visione più moderna. Un autore importante e pioniere della psichiatria (Emil Kraepelin 1856 – 1926) dà inizio alla nosografia moderna.

Kraepelin afferma che le cause della pazzia sono ignote, dal momento che i relativi disturbi risiedono in stati interni del soggetto che sono sconosciuti e classifica 4 tipologie di individui affetti di antisocialità, ovvero:

  1. Bugiardi patologici e imbroglioni – soggetti superficiali (ma dotati di un certo fascino), privi di moralità e del senso di rispetto e responsabilità verso gli altri;
  2. Criminali impulsivi: coloro che incendiano in modo doloso, rubano senza necessità e commettono violenza sessuale;
  3. Criminali professionisti: sono apparentemente ben adattati e non sono impulsivi; sono interessati al proprio vantaggio, manipolativi, calcolatori e freddi;
  4. Vagabondi patologici: incapaci di stabilire radici, vagano senza meta, irresponsabili e incapaci di svolgere un compito in modo stabile e duraturo.

In seguito, identifica altre nosografie psicopatologiche caratterizzati da impulsivi, ossessivi, devianti sessuali, personalità litigiose e antisociali, instabili, bugiardi, eccentrici, imbroglioni, etc.
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Arriviamo ai giorni d’oggi e leggiamo nel DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) che il disturbo della personalità, è caratterizzato da una ‘deviazione marcata rispetto al contesto’ che è pervasiva e inizia nell’adolescenza o subito dopo e rimane stabile nel tempo.  

Il DSM-V elenca 6 disturbi di personalità e li divide in tre gruppi.

  • Gruppo A: caratterizzato da comportamenti “strani”, “bizzarri” (disturbo schizotipico)
  • Gruppo B: caratterizzato da comportamenti “drammatici”, “instabili” (disturbi antisociale, borderline, narcisistico)
  • Gruppo C: caratterizzato da comportamenti “ansiosi”, “timorosi (disturbi evitante, e ossessivo compulsivo)

Ve ne sono 4 in meno rispetto al DSM-IV che sono stati esclusi dalla sezione 3.

Disturbi della personalità – Precisazione 

Nel lavoro clinico di tutti i giorni, è raro incontrare un soggetto ove è evidente una di queste sintomatologie che si manifesta nella sua forma pura. Accade invece di trovarli confusi l’uno nell’altro oppure, caso più frequente, che lo si ritrova (in parte) in soggetti che manifestano un altro tipo di disturbo come l’ansia, l’attacco di panico oppure la depressione, le dipendenze (da internet, da cellulare, dal gioco d’azzardo, sessuali, etc), oppure in seguito ad un reato o ad un tentativo di suicidio.

Disturbi della personalità – Gruppo  A

  1. Il Disturbo Schizotipico di Personalità

Questo disturbo ha a che fare con il coinvolgimento dell’aspetto fisico, del comportamento e della comunicazione,  che sono palesemente e inequivocabilmente bizzarri e che trovano una ulteriore concretezza in ciò che comunemente possiamo rilevare dall’anomalia del pensiero tipo: strane credenze, il sempre presente pensiero magico, i pensieri ossessivi, sospettare di tutto e di tutti. Questi soggetti, gli schizotimici, hanno paura di interagire nel sociale perché, in virtù della loro sospettosità, vedono malintenzionati ovunque. Inoltre, le loro idee enfatizzano spesso che tutto ciò che vedono e/o che accade, abbiano necessariamente a che fare con loro (il bus ritarda? È la conseguenza di un precedente pensiero malevolo, etc). Sono soggetti fortemente candidati alla schizofrenia.

Quindi questi soggetti hanno distorsioni cognitive, difficoltà nelle relazioni, e possono accompagnarsi ad una varietà di contesti, quali pensiero magico e credenze strane (superstizione, chiaroveggenza, etc); possono avere percezioni e illusioni corporee inesistenti; avere un linguaggio anomalo (stereotipato, metaforico, vago o al contrario estremamente circostanziato, etc); sospettare di tutto e di tutti, hanno pochi amici, possono avere pensieri paranoidi, etc.

Disturbi della personalità – Gruppo  B

  1. Disturbo Antisociale di Personalità

Il DA di Personalità, è più comune tra gli  uomini piuttosto che tra le donne. Chi ne è affetto, mette in atto azioni che danneggiano i diritti e sentimenti degli altri; evita gli obblighi sociali e le regole, ignora e viola i diritti degli altri; sfrutta il prossimo (parassita) esclusivamente per il raggiungimento dei propri obiettivi; non conosce il significato di colpa ed ha un comportamento che lo porta spesso all’arresto; dà sempre la colpa agli altri; abusa con l’alcol e/o altre sostanze. Non ha difficoltà nelle relazioni sociali al punto da risultare anche simpatico e affascinante. Però dura poco. Assolutamente incapace di mantenere un impegno lavorativo stabile e duraturo. E’ spericolato per se stesso e per gli altri, incapace di provare rimorsi.

  1. Disturbo Borderline di Personalità

Il DB della personalità è caratterizzato da una instabilità dell’immagine di sé, dal senso di vuoto e paura dell’abbandono, da relazioni con gli altri  tumultuose e intense, e da una impulsività marcata e che difficilmente passa inosservata.

Si può manifestare con: in caso di abbandono, presunto o reale, è in grado di fare tentativi estremi per evitarlo; i rapporti interpersonali sono densi e passano repentinamente da estremi del tipo amore-odio, supervalutazione e supersvalutazione, etc; immagine e percezione di sé priva di stabilità e continuità;  eccesso nel sesso (promiscuità), alimentazione, uso di sostanze, guida etc. il tutto caratterizzato da estrema impulsività che spesso risultano essere dannose per il soggetto;  ricorso continuo a minacce di suicidio o a comportamenti autolesivi; sul piano affettivo, si riscontra una profonda instabilità, dovuta prevalentemente alla continua alternanza dell’umore; sentimenti di vuoto, che possono anche divenire cronici; iracondia caratterizzata da esplosioni d’ira (spesso immotivati, o come conseguenza di eventuali critiche) incontrollata anche con il ricorso allo scontro fisico; etc.

Questi individui sono, più degli altri, soggetti ad interventi clinici, e inviati presso strutture specializzate (comunità di recupero).

  1. Disturbo Narcisistico di Personalità

Già al tempo dei Greci, tale disturbo era noto (versioni di Conone e  di Partenio – 36 a.c.) come anche ai Romani (versioni di Ovidio 17 a.c.) che lo descrissero con il mito di Narciso. Tutti sanno e un bellissimo quadro di Caravaggio lo rappresenta, che si innamorò del suo riflesso sull’acqua.  

Nel mito così come nel disturbo, il soggetto ha una percezione di se esagerata, esaltata, oserei dire ‘grandiosamente esaltata’. Vive solo (si fa per dire) per essere ammirato, mentre non ha nessun contatto (mancanza di empatia) con gli altri. Ha bisogno degli altri sebbene li disprezza. Li disprezza al punto di sentirsi autorizzati, in modo quasi compulsivo, ad usarli senza scrupoli esclusivamente per il raggiungimento dei propri scopi.

Ad un primo impatto, sanno essere amabili; fanno e dicono la cosa giusta ma, in seguito però divengono egoisti, egocentrici, privi di sensibilità ed estremamente controllanti. I fallimenti, le critiche, le sconfitte possono caricarli (in particolare se criticati) di ira che li porta ad essere vendicativi e distruttivi (rabbia narcisistica).

E’ una sintomatologia che compare subito dopo l’adolescenza, ed è caratterizzata da:

esagerazione del talento (proprio) e dei risultati (anche se modesti) al punto da attendersi qualsiasi tipo di riconoscimento; nelle loro fantasie c’è solo spazio per cose che lo esaltano come amore ideale, fascino, bellezza, successo, potere, etc; ovviamente la sua unicità può confrontarsi solo con soggetti e istituzioni di altissimo livello; accetta solo un’ammirazione smisurata; ovviamente tutto gli è dovuto come ad esempio, trattamenti di favore e che tutto ciò che desidera debba essere soddisfatto all’istante; come dicevamo prima, non trova nessun vincolo morale a sfruttare gli altri; è assolutamente incapace di comprendere le necessità altrui (mancanza di empatia); invidiosissimo degli altri e incline a pensare che gli altri invidino lui;  ovviamente ha il tipico comportamento del presuntuoso e dell’arrogante.

Disturbi della personalità – Gruppo  C

  1. Disturbo Evitante di Personalità

Nel DE della Personalità, la persona pur presentando desiderio di affetto e di accettazione anche molto forte, evita le relazioni ed i rapporti intimi perché teme di essere poco interessante, poco piacevole, assolutamente inadeguato e a volte anche inferiore. Sono quindi timidi e schivi nei confronti delle relazioni sociali, non incontrano quindi persone (salvo quelle ove si è assolutamente certi di piacere). Evitano accuratamente di esporsi e tutto ciò che potrebbe essere vissuto come una novità.

Soffrono molto di questo (a differenza di altri) autoisolamento. Non è escluso che possa essere una conseguenza di un rifiuto percepito o reale avvenuto durante l’infanzia. Si associa molto (somiglianza con) al disturbo di ansia sociale.

Questi soggetti evitano il contatto sociale, sono molto sensibili (in particolare verso le critiche) e si sentono completamente inadeguati in qualsiasi ambito (e spesso sono geniali) e il disturbo si manifesta dalla tarda adolescenza.  

Evitano lavori ove è necessario stare in contatto con altri (lavoro in team) dal momento che temono le critiche, essere rifiutati o disapprovati; se non hanno la certezza di piacere, evitano le relazioni; i rapporti intimi sono inibiti dal momento che temono di essere umiliati e/o ridicolizzati;  socialmente si percepiscono come incapaci, inferiori agli altri  e poco o per nulla attraenti; per evitare ogni possibile forma di imbarazzo, evitano di assumersi rischi e/o responsabilità o lanciarsi in un progetto inedito.

  1. Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Il DOC di Personalità vede il soggetto impegnato al controllo totale, alla pignoleria estrema e all’attaccamento al lavoro ricercando una sempre maggiore efficienza anche sacrificando il tempo libero.

Pur essendo persone rigide e inflessibili, sono molto affidabili dal momento che cercano la perfezione, sono schematici, responsabili dei propri compiti, sanno organizzarsi molto bene e si attrezzano con metodi e schemi molto efficaci.

Però, il tarlo del dubbio li portano a prendere decisioni con molta fatica, dal momento che tendono a prendere in considerazioni tutte le possibilità valutando, per ognuna di esse, pro e contro. Poiché l’errore non è contemplato nè tantomeno le imperfezioni, fanno fatica a concludere le attività iniziate. Questi soggetti, spesso, sono persone di successo, specialmente in ambito intellettuale. Tuttavia raramente ne godono, perché non tollerano le ‘zone grigie’ e perché sono estremamente perfezionisti e nulla li soddisfa appieno.

Il quadro evidenzia una predominanza di pensieri in merito al  perfezionismo, al controllo, all’ordine, a discapito della efficienza, della flessibilità e dell’apertura mentale.

Sono soggetti attenti: alle regole, all’ordine, alle liste, agli schemi, all’organizzazione, al punto che alla fine, possono correre il rischio di perdere di vista anche lo scopo; il suo perfezionismo può interferire con la conclusione dell’incarico; dedizione eccessiva al lavoro a scapito del tempo libero e delle relazioni sociali; è scrupoloso, tenace, rigido, etc.; è un accumulatore dal momento che non riesce a buttare nulla, anche oggetti privi di valore o di valenza affettiva; non delega ed evita il lavoro di team (a meno che non si faccia come vuole lui); tende ad essere avaro, ma non per tirchieria ma al solo scopo di accumulare risorse per il rischio di possibili future situazioni catastrofiche; per concludere, è testardo all’inverosimile ed estremamente rigido.

Attacchi di panico – modi giusti e modi sbagliati

Gli attacchi di panico sono invalidanti



attacco di panico
Gli attacchi di panico, e chi ne soffre lo sa benissimo, hanno due caratteristiche: sono invalidanti (almeno nel momento della crisi ma non solo, poichè la relativa paura limita terribilmente il nostro raggio di azione), ed anche, sono molto frequenti. L’OMS (Org Mond Sanità) dice che è il disturbo più frequente e colpisce il 20% della popolazione e i numeri aumentano sempre di più.

Limitante perché, non si fa altro che pensare al nuovo attacco, e quindi, di conseguenza, si limita la propria vita trasformandola in una prigione, dal momento che porta con se una grande sfiducia in merito alle proprie capacità e dal senso di limitazione di autonomia che ne deriva.  

Chi soffre di attacchi di panico e non fa nulla per risolvere sa che ogni adp è unico, perché ogni volta si provano le stesse sensazioni che si sono provate la prima volta (cuore che batte all’impazzata, il petto dolorante, arrossamento della pelle, difficoltà respiratoria, etc). Ogni volta il dolore è così forte che si AdP e ansiacorre al pronto soccorso il quale, dopo i controlli di prassi (elettrocardiogramma, pressione, etc), ci rimanda a casa suggerendo l’uso di un ansiolitico.

Insomma, per quanto si abbia sperimentato, è quasi impossibile far tesoro delle esperienze passate  in merito a tutto ciò che concerne gli attacchi di ansia.  

Dice Jung:

Noi siamo un processo psichico che non controlliamo, o che dirigiamo solo parzialmente. Di conseguenza , non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solo di conoscerlo. In fondo, noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute“.
 

Attacchi di panico – neurotrasmettitori

Come tutte le volte precedenti, anche questo attacco, passa. dopo la crisi si normalizzano i parametri di allerta. I ‘parametri’ si riferiscono ad alcuni neurotrasmettitori (legati maggiormente ai disturbi dell’ansia e dell’umore), che sono:

La serotonina è associata al sonno, all’umore, all’appetito e ad altri aspetti legati alla regolazione dell’organismo. Sembrerebbe anche (e alcune ricerche lo confermerebbero) che un ridotto dosaggio della serotonina stia alla base dell’ansia e della depressione.

la chimica della vitaLa dopamina contribuisce, in parte, alla sintomatologia in questione (AdP). Ha diverse funzioni, dal momento che influenza la quantità di energia che un soggetto può avere, la capacità di attenzione e altre variabili che, se sono sbilanciati, possono generare l’ansia.

La norepinefrina è un altro neurotrasmettitore che gestisce la reazione allo stress, e che è responsabile alla risposta di fuga o lotta in un momento di ansia.   

Il GABA (acido gamma- aminobutirrico) bilancia la eccitazione/agitazione con sensazioni  di calma e relax.

La crisi passa, torniamo ad essere quelli di sempre senza bisogno del medico. Che esperienza ne traiamo? Che strategie potremmo mettere in campo per gestire meglio le crisi?  

Ricordiamo che:

a) non vi sono lesioni del SNC ma ‘solo’ un parziale malfunzionamento; b) avere adp non vuol dire essere ‘pazzi’ o ‘fuori di testa’ perché è ‘solo’ un disturbo d’ansia facilmente curabile; c) i sintomi ‘imitano’ altre malattie fisiche quindi poche prove strumentali permettono di escluderle; d) è un disturbo che ha caratteristiche genetiche, quindi non è difficile ritrovarlo in un famigliare; e) raramente durante l’infanzia adolescenza, più frequente nella giovinezza 20-30anni; f) alcune sostanze ne favoriscono l’insorgenza come ad esempio il caffè, la marijuana e l’hashish.

Attacchi di panico – Le sette cose da fare (non risolvono ma aiutano a gestirla meglio).

  1. Rilassarsi – durante la crisi alcuni parti del corpo si contraggono. Impara a rilassarle. Prova a prendere confidenza con il training autogeno.  
  2. Respirare – Il respiro corto, tipico dell’attacco di ansia, ossigena solo la parte superiore del polmone, non tutto. Al cervello arriva quindi meno sangue ben ossigenato. Respira lentamente e profondamente;
  3. Parla con te – ‘sto avendo un attacco di panico, non ho un collasso o peggio. Non posso svenire, tra un po’ passa’. Prova a dirtelo;
  4. Accetta l’AdP – l’ansia non si ferma con la volontà però possiamo accettarla e dirci: sto avendo un adp.
  5. Scrivi la tua esperienza –  nel corso dell’attacco, prova a scrivere tutto ciò che stai passando, ma scrivi le sole sensazioni non in termini catastrofici tipo: morirò.
  6. Torna nei luoghi dove hai avuto adp. Anche se non è facile può essere di aiuto.
  7. Chiedi aiuto – dopo le consultazioni mediche, che in questi casi saranno tutte negative, chiedi aiuto ad uno psicoterapeuta. Solo la psicoterapia (coadiuvato da eventuali farmaci) poò risolvere, definitivamente, le crisi di attacco di panico.

Attacchi di panico – vero o falsoadp e paura

  1. L’ansia genera paura e la paura l’ansia
    1. Non è così ma esattamente il contrario. Siamo ansiosi perché spaventati. Poi si innesca il circuito autoreferenziale ovvero ansia e paura si influenzano a vicenda in un vortice che fa saltare il controllo psicobiologico generando l’adp. Inoltre, se cerchi di ridurre l’ansia non diminuisce la paura. Se invece si lavora sulla paura, riducendola, si riduce automaticamente anche l’ansia.
  2. L’AdP si cura sedando l’ansia con i farmaci
    1. Come dicevamo sopra, se si seda l’ansia, rimane la paura. Il farmaco quindi, blocca l’attivazione fisiologica ma la paura rimane. Quindi occorre lavorare su questo aspetto per risolvere il problema. Sedando con ansiolitici potrebbe inoltre, avere come effetto collaterale che dopo pochi mesi, paradossalmente l’ansia aumenta.
  3. Uso di tecniche di rilassamento
    1. Vanno bene nei momenti di crisi, per controllarle meglio ma, il problema è sempre lo stesso. Così controlliamo l’ansia ma non la paura. Inoltre, cercando di controllare i nostri parametri fisiologici (da evitare) corriamo il rischio di perderne irrimediabilmente il controllo. Il 90% del nostro cervello fa questo da milioni di anni.
  4. L’adp dura ore
    1. Non è vero, dura pochi minuti. Quindi se dura ore NON E’ un adp (potrebbe essere una crisi isterica, un’angoscia profonda, ansia generalizzata, etc). Trattare come adp una crisi che NON LO E’, può essere dannoso.
  5. Correlazione con la depressione
    1. Accade come per l’ansia e la paura. C’è spesso una inversione. Infatti il panico non è uno dei sintomi oppure una conseguenza della depressione; alcuni studi evidenziano che il 70% delle volte che si sperimenta il panico, accade poi che ci si deprime e non il contrario. In uno studio recente, evidenzia che chi soffre di depressione post-partum in precedenza soffriva anche di un disturbo fobico-ossessivo. Curando questo si curava anche la depressione.  
  6. Per guarire dagli adp servono anni di psicoterapia
    1. L’adp è una risposta olistica (della mente sul corpo) ad alcuni aspetti del quotidiano che ‘proprio non ci stanno bene’ ma che non possiamo fare altro che accettarle, senza poi farlo veramente; chi ne soffre, ha perso il controllo sulla propria vita; chi ne soffre ha un retaggio famigliare (famigliarità genetica), etc. La durata della terapia è legata a tutte queste e altre ragioni. Solo la psicoterapia è in grado di ‘mettere sul tavolo’ il tutto (e questo non accade nel corso della prima seduta ma nel corso delle sedute). Spesso si tira fuori dalle scarpe sassolini che stanno li da anni. In alcuni casi la terapia dura anche poche settimane. Io ad esempio ho risolto un caso nel giro di poche sedute. Quindi da cosa dipende? Dal soggetto e dalla sua predisposizione al cambiamento.

Il mondo clericale e il problema del sesso

prete_suora_benetton_0Uno studio pubblicato sul “Journal Sexual Addiction & Compulsion”  ha preso in esame il clero americano (ovviamente un suo campione, tra l’altro non rappresentativo dell’intera popolazione); tale studio evidenzia problemi di natura sessuale: dipendenza dal sesso reale ma anche da quello virtuale.  

Tali ricerche (sessualità tra i membri del clero) sono per ovvi motivi molto scarsi; difficilmente il mondo religioso ne parla volentieri. Tuttavia i risultati, anche se scarni, indicano che il mondo clericale lotta con questo problema, con un tasso di incidenza simile a tutte le altre professioni.

Non dimentichiamo che tra il 1943 e il 1954, un psicologo, guarda caso, americano, Abraham Maslow,  elaborò un concetto chiamato gerarchia dei bisogni o necessità (“Hierarchy of Needs“). Invento una ‘piramide dei bisogno’ (vedi sotto) suddivisi in 5 livelli, che rispecchia un processo che ogni individuo attraversa. Esprime la necessità di soddisfare bisogni sempre crescenti. Al primo livello, il più elementare, quello fisiologico, Maslow cita: respiro, alimentazione, sesso, sonno, omeostasi.piramide di maslow

Insomma, secondo Maslow (e secondo il pensare comune) non si può vivere senza mangiare (vorrei vedere), senza respirare (mi pare evidente), senza dormire (provate a non dormire per 3 giorni di seguito), senza evacuare (no comment) e, incredibile, anche senza fare sesso.

Quindi se accettiamo che è impossibile vivere senza quelle cose, sesso compreso, non si capisce perché il clero (cristiano) ne debba fare a meno. Come psicologo non lo capisco. (Gesù Cristo pare fosse sposato con Maria Maddalena e avesse avuto figli – addirittura alcuni autori ipotizzano che i figli di Gesù diedero origine alla dinastia Merovingia ma tutto questo non  è stato mai confermato da nessun documento storico e anzi sono sempre state respinte dalla chiesa come opere di pseudostoria ma anche come teorie cospirative).

La natura ha prodotto maschi e femmine e l’umanità sopravvive grazie alla sessualità (ci saremmo estinti da tempo altrimenti). Il cattolicesimo impone la castità ai sui ministri ma alcuni di loro evidentemente non ci riescono. Lo vediamo dalle cronache di tutti i giorni (preti papà, monache in clausura incinte, preti pedofili, preti che stuprano suore) ma anche da specifici studi, tra cui quello che sto citando.

Uno per tutta valga il caso Spotlight che nel 2002 il giornale Boston Globe, denunciò l’arcivescovo Bernard Francis Law, della chiesa di Boston per aver coperto molti casi di pedofilia nella sua diocesi e che diede il via a tantissime altre indagini all’interno della chiesa cattolica. L’indagine evidenziò anche che il problema riguarda il 6% dell’intera popolazione clericale.

Per il CENSIS, lo 0.07 di casi di pedofilia riguarda il clero (sacerdoti condannati in 50 anni) mentre nel resto della società civile abbiamo circa 21000 casi di pedofilia all’anno (1 ogni 400 minori).

Questi dati però sono incompleti perchè esistono molti  casi non denunciati, quindi secondo gli analisti, il sommerso sarebbe enorme.

Riprendendo i dati della ricerca, sembrerebbe che almeno il 37% dei membri del clero intervistato, ammette di cadere in tentazione e di vedere su internet   materiale pornografico.

I ricercatori ipotizzano che i lunghi periodi di isolamento a cui i sacerdoti e le monache sono esposti  starebbe alla base di questa tendenza.  Il che, aumenterebbe il rischio della dipendenza sessuale on line.

L’indagine si è avvalsa della collaborazione di 26 appartenenti al clero protestante americano (6 erano donne); l’età dei partecipanti era compresa tra 26 e 67 anni, e lo strumento usato era un questionario online. Tutti i partecipanti erano consapevoli che la ricerca e le risposte alle domande era in forma anonima.

Risultati

Il 19% aveva tutte le caratteristiche della dipendenza sessuale e 5 di essi avevano anche una dipendenza da cybersesso.

I ricercatori evidenziano, come ulteriore elemento dell’indagine, che i risultati potrebbero essere falsati per salvaguardare il crisma di ‘purezza’ che il loro ruolo richiede; di conseguenza  le risposte potrebbero non essere totalmente veritiere e quindi il 19% potrebbe essere ben più elevato.

Questo studio esclude a priori che il campione di 26 soggetti possano veramente rappresentare l’intera popolazione clericale. Vuole essere, a detta dei ricercatori, un solo punto di partenza.

Un’ultima considerazione

Dubito che se il celibato e la castità, vissuti, dal singolo membro della chiesa, con piena accettazione e maturità, possono tradursi in una piena realizzazione sul piano religioso ma è altrettanto indubbio, che questa è solo una delle tante vie possibili e tutto ciò viene ampiamente dimostrato da tante altre religioni, altrettanto degne del cattolicesimo.

Non dimentichiamoci che il sacerdote è un essere umano come un altro.

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