Categoria: Fobie

Frequento una persona ossessiva

Frequento una persona ossessivaQuali sono le caratteristiche di una persona ossessiva

Le persone che soffrono di DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) hanno la necessità di ‘sentirsi a posto’. Frequenti una persona ossessiva? Non lo dimenticare mai.

Chi ne soffre, ha il bisogno di sentire che tutto è a posto, ovvero, ciò che indossa, ciò che possiede, come organizza la sua stanza, come si lava, quante volte si lava, come chiude la porta, come chiude l’acqua, come e quante volte controlla che è ben chiusa, come prende appunti a scuola, fare cose per un certo numero di volte in modo perfetto (altrimenti deve ricominciare), camminare tra una mattonella e l’altra, contare i passi che fa, oppure ricominciare a contarli ad esempio ogni 5 passi, lavare il pavimento 5 volte al giorno, lavarsi i denti anche 17 volte al giorno perché:

‘appena mi sveglio lavo i denti; dopo aver fatto colazione, lavo i denti; prima di uscire di casa, lavo i denti; appena arrivo in ufficio, lavo i denti; a metà mattina, se prendo un caffe, lavo i denti; prima di pranzo, lavo i denti; dopo pranzo, lavo i denti; a metà pomeriggio, lavo i denti; prima di uscire dal lavoro, lavo i denti, appena arrivo a casa, lavo i denti; prima di cena …. Dopo cena …. E così via’.

Ecco, questo potrebbe voler dire: ‘sentirsi a posto’.

Di DOC, ne soffre più o meno il 2% della popolazione e l’età è ininfluente dal momento che anche i bambini ne soffrono. La persona si sente ingabbiata in un circolo senza fine di rituali ossessivi, che possono anche essere compulsivi. Questi rituali sono processi mentali ripetitivi, possono riguardare aspetti fisici (compulsivi) oppure solo mentali (ossessioni pure).

Sono manifestazioni autonome, prendono possesso del cervello e oscurano tutti gli altri pensieri (che possono anche essere importanti perché legati alla realtà).

Ogni persona è unica nel suo genere e nel caso delle ossessioni accade la stessa cosa. Le ossessioni di Tizio, sono diverse da quelle di Caio.  

E’ come se avesse due cervelli, uno ‘normale’ che sa che il suo comportamento può sembrare ridicolo ma l’altro cervello, quello ossessivo, non lo prende minimamente in considerazione.

Le possibili fissazioni vanno dall’ordine alla pulizia, ma anche a quella di essere omosessuale senza saperlo.

Ossessioni – quali cure

Curare questa patologia non è semplice dal momento che ogni paziente ha modalità diverse; quindi ogni caso va affrontato individualmente per scoprire cosa va bene per lui. Trovare la cura, è la cosa più difficile. In alcuni casi, i pazienti dovranno abituarsi ad una convivenza con la propria ossessione e farla diventare il proprio stile di vita.

Come vivere con una persona ossessiva

Vivere e in alcuni casi crescere con una persona affetta da tale patologia, indubbiamente genera dei cambiamenti. Avere accanto un ossessivo potrebbe essere paragonato ad un tango (ove l’uomo conduce la danza e la donna si lascia condurre). Anche se sei tranquillo, anche se ti fai guidare, loro devono sapere che ci sei, che stai attento a loro e che tu non li tratti come diversi.

Alcuni suggerimenti

Cosa è il disturbo ossessivo-compulsivo o DOC, ne abbiamo già parlato altrove, e sappiamo che in presenza di una persona cara che ne soffre, tutto il contesto ne risente. Ne risente infatti lo spazio comune, la routine quotidiana, e tutto ciò che di pratico c’è all’interno della relazione  (fratello, genitore, partner, …). Ecco che apprendere come gestire il soggetto, cominciando dal riconoscerne i sintomi, diviene utile anche per farsi aiutare a trovare il modo per recuperare le energie spese in questa lotta quotidiana.

Alcuni suggerimenti pratici possono aiutare a gestire al meglio una situazione che a volte è critica oltre l’inverosimile.

  1. Diario: registrare cosa e quando accade potrebbe tornare utile, in particolare se si tratta di un bambino.
  2. Distrazione: se il soggetto vuole fare il gesto compulsivo, proponi di fare altre cose: due passi, scrivere qualcosa, fare sport, …
  3. Le tue abitudini: non le stravolgere. Sii presente senza alimentare la sua ossessione. Non lasciarti impressionare, si adatterà.
  4. Non assecondare: tutti gli studi evidenziano che assecondare il bisogno dei rituali, ovvero adattarsi ai comportamenti maniacali del famigliare ossessivo, alimenta il vortice di ansia, di paura e delle eventuali compulsioni, determinando un aggravamento dei sintomi. Quindi, non assecondare mai azioni che a nostro giudizio sono ossessive (non rispondere alle stesse domande, se la persona ha paura di qualcosa, evitare di rassicurare, …). Se leggi solo ora, e quindi fino ad oggi hai assecondato perché ti sembrava la cosa migliore, non puoi improvvisamente cambiare atteggiamento. Informa (lui/lei e il resto della famiglia) che ci sarà una graduale diminuzione del coinvolgimento tuo e della famiglia ai suoi rituali. L’obiettivo è quello di ridurre tale frequenza fino alla loro totali abolizione.
  5. Ambiente: sii affettuoso e incoraggiante. Pur non assecondando le sue manie, chiedi cosa potresti fare per aiutarlo/a. fagli capire che gli atteggiamenti compulsivi sono il sintomo di una malattia e che tu, non hai nessuna intenzione di aggravarne i sintomi. Sarebbe come mandarlo in giro d’inverno, con abiti estivi. Le parole affettuose, di comprensione ma caratterizzate da fermezza (assertività) è ciò di cui si ha veramente bisogno al fine di limitare gli atteggiamenti errati. Incoraggiamo i comportamenti consoni, rendiamoli responsabile dei propri comportamenti e se serve, quando serve, non neghiamo un abbraccio
  6. Circoscrivere: chiedi di limitare azioni compulsive solo in certi ambienti della casa; gli eventuali gesti/rituali (chiudere una porta, la finestra, chiudere/aprire acqua, … devono essere limitate solo a certe stanze.
  7. Ambiente domestico: contribuiamo ad abbassare i contrasti che potrebbero crearsi
  8. Rimprovero: evita di farlo ed evita punizioni. L’altro è malato, non lo dimenticare. Se fosse cardiopatico non gli chiederesti di fare una corsa oppure una scalata in montagna.
  9. Traguardi: vanno tutti festeggiati, anche se minimi.
  10. Solitudine: trascorri del tempo lontano da quella persona. Trascorri del tempo per conto tuo. Evita di correre il rischio del burnout (bruciarsi). Se sei troppo preoccupato per la persona malata, corri il rischio di perdere la necessaria lucidità. Il tempo passato lontano, per conto tuo, serve anche ad eliminare la tensione che nel tempo hai accumulato. Solo se sei sempre ‘destressato’ potrai mantenere il necessario equilibrio che la situazione richiede.
  11. Decisioni: cosa si può fare per contrastare il disturbo? Che decisioni utili si potrebbero prendere? Confrontiamoci con l’interessato prima di consultare gli altri.
  12. Interessi: non trascurarli; non lasciarti inglobare nelle ossessioni dell’altro, cura i tuoi interessi, insegui sempre le tue passioni, in particolare se devi convivere con un disturbo come questo.
  13. Ciò che provi è normale: ti senti affranto, arrabbiato, confuso, ansioso, sopraffatto in riferimento alla persona in oggetto? E’ normalissimo! Questa malattia è complessa ed è causa di frustrazione continua in tutti coloro che ne sono coinvolti. Ma, ricordati che tutto ciò è generato dalla malattia, non dalla persone che ne soffre. La persona che ne soffre, è anche altro e sicuramente è in grado di darti anche altro. Focalizzati su questo e tutto sembrerà più facile. Se pensi a questo, sarà più facile evitare lo scontro oppure provare rancore per la malattia e mai con la persona.
  14. Psicoterapia: come prima cosa, suggerisci una visita dallo specialista. Come risultato sarà possibile intraprendere una cura che, asseconda della gravità, potrà essere integrata (farmaci e psicoterapia). E’ importante riuscire a convincere la persona a curare il disturbo. I tipi di approccio sono equivalenti (io suggerisco una terapia di tipo analitico – sono uno psicoanalista) dal momento che ciò che conta è la ‘relazione’ che si instaura con il terapeuta. Ricordo ad esempio che una terapia si è conclusa nel momento in cui il paziente mi ha confessato che i suoi pensieri li ha sempre ma che, da un certo momento, ha deciso di seguire ciò che ci eravamo detti nel corso dei nostri incontri (i pensieri sono inutili e in alcuni casi nocivi); ha deciso quindi, una volta che i pensieri sopraggiungevano, di interromperli, notando che riusciva a giungere a fine giornata sereno e tranquillo e questo solo perché glielo avevo detto io, dal momento che mi percepiva come autorevole. Se diviene necessario l’uso dei farmaci, che a volte rappresentano un sostegno prezioso, inutile fare gli eroi, usiamoli.

Le varie forme del DOC che esprimono alcune delle paure di: 

  • Malattie: compulsione legata all’igiene; persone che ad esempio si lavano le mani ripetutamente;
  • Pericolo: controllo continuo (gas chiuso, porta chiusa, finestra chiusa; ….) pensano che gli oggetti di uso quotidiano siano pericolosi;
  • Catastrofi: le persone insicure o con bassa stima e con un profondo senso di colpa, hanno paura di catastrofi immediate oppure di essere punite per le proprie colpe;
  • Superstizione: queste persone esprimono la loro compulsività curando la disposizione delle cose (quell’oggetto deve essere esattamente li), dei numeri, dei colori, …
  • Accumulo: le persone che accumulano, temono che se gettano qualcosa, potrebbe accadere di tutto (c’è gente che oltre a non buttare assolutamente nulla, vanno in giro a raccogliere cose (riviste, etc.) che vengono accatastate nella casa (che non contieni più nulla).

Mio figlio ha il DOC – cosa fare

Mio figlio ha il DOC – cosa fare

Tutti sanno cos’è il DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo), ma molti ignorano l’impatto che tale disturbo ha sui famigliari, in particolare quando ad averlo è uno dei figli.

Una recente ricerca (Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psichiatry), mostra come un figlio con il DOC influenza la famiglia di appartenenza attraverso una serie di disagi che vanno dalle difficoltà nella vita sociale, nella routine famigliare ma anche nella vita lavorativa dei genitori.

Fin qui, nulla di nuovo, la cosa più importante deriva dal fatto che (secondo la ricerca) tali effetti dipenderebbero più che dal figlio, dal comportamento dei genitori. La loro risposta al disagio del figlio sarebbe parte del problema. I genitori insomma, con il loro comportamento, spesso ansioso, accentuerebbero le problematiche del DOC.

I due ricercatori (Evelyn Stewart e David L. Pauls), hanno utilizzato un discreto numero di famiglie, provenienti da diverse località. Attraverso un metodo recente (l’OCD Family Functioning (OFF) Scale), hanno acquisito le informazioni intervistando sia i pazienti che i loro genitori. Tale nuovo metodo è stato costruito con lo scopo di valutare l’impatto che ha il DOC.

Risultati della ricerca

In tutte le famiglie, ove esiste uno della famiglia che ha il DOC, si è registrato un elevato livello di ansia e di stress. In particolare, i bambini con il DOC, erano caratterizzati da una elevata sensazione di frustrazione e di rabbia; i genitori invece, sperimentavano tendenzialmente sentimenti di tristezza.

In aggiunta a quanto sopra, la quotidianità di queste famiglie è stata stravolta, anche nelle cose più insignificanti. Cambiamenti che hanno avuto influenza sulla routine quotidiana ma anche in merito agli aspetti sociali (amicizia), scolastiche e professionali.

Tali disagi non riguardano quindi i bambini affetti di DOC  ma anche la mamma e ameno un terzo dei padri.

L’elemento scatenante era quasi sempre attribuibile al modo con cui la famiglia reagisce al disturbo del figlio. Invece di incoraggiare i bambini ad affrontare le proprie paure, i comportamenti incoraggiavano l’acuirsi del comportamento DOC. Questa modalità è la vera ragione, dicono i ricercatori, dei risultati negativi che il bambino e la famiglia sperimentano.  

Conclusioni

Lo staff medico e psicologico deve fornire ai genitori modelli educativi più efficaci da implementare in età pediatrica. Tali modelli dovrebbero favorire un miglioramento del benessere emotivo, sia in ambito sociale che lavorativo.

La paura del giudizio degli altri

La paura del giudizio degli altri

scimmia-gabbia-lorenzUno dei bisogni primari dell’essere umano è quello di essere amati (gli esperimenti di Lorenz sulla scimmietta in gabbia lo dimostra ampiamente ed ha permesso di definire e descrivere i modelli di attaccamento sia nel bambini (John Bowlby) che nelle coppie. Tutti i bambini, tengono molto all’amore dei propri genitori la cui mancanza può provocare, da grandi, una delle paure più diffuse; la paura di non essere accettati che a sua volta genera altre paure che sono, ad esempio, legate al proprio aspetto, ai propri titoli scolastici, alle proprie origini, all’età, al lavoro, etc.  Il tutto per non essere esclusi, umiliati, emarginati etc.

Diceva Aristotele che l’uomo è un animale sociale, nel senso che tende per sua natura ad unirsi agli altri esseri umani e costituirsi e integrarsi in una società. Questo è sempre accaduto e sempre accadrà perché è un comportamento adattivo. La psicologia evoluzionistica sostiene che le nostre paure ed emozioni sono solo risposte che il nostro sistema nervoso ha assimilato nel corso dei millenni per uno scopo ben preciso: adattarsi all’ambiente.

Quello che è accaduto per millenni, accade anche oggi, e sin dalla più tenera età. I genitori ci insegnano continuamente che è molto importante il giudizio degli altri. Peccato però che per avere un buon giudizio dagli altri, spesso implica ‘fare ciò che gli altri si attendono da noi’, ovvero soddisfare le aspettative altrui. Ma cosa succede facendo così? Si mettono in secondo piano le nostre, dimenticando anche quali sono i valori a cui si è sempre creduto. Quindi, per evitare il rifiuto e l’emarginazione, tendiamo a conformarci.  Chi non teme il giudizio negativo per una cosa o per un’altra?

In epoche molto antiche (preistoria – paleolitico) i ‘lupi solitari’ avevano meno chance di sopravvivenza di coloro che invece si riunivano in gruppi (di raccoglitori, cacciatori, etc). Solo grazie alle varie specializzazioni (traendo vantaggio da competenze e abilità singole) un gruppo di individui poteva sperare di sopravvivere in un ambiente allora molto più ostile di oggi. In questo contesto, chi non si integrava (uomini che andavano fuori dal villaggio; donne che invece restavano per accudire ai figli, ai vecchi e agli ammalati) rischiava grosso, ovvero quello di essere esclusi (cacciati, emarginati) dal gruppo; il che equivaleva a morte precoce.

I nostri arcavoli, quindi, erano spaventati dall’idea di essere valutati negativamente dal resto del gruppo.  Il gruppo poteva reagire male se durante la caccia non si faceva il proprio dovere, se si parlava male del capo, se si andava contro le regole, etc. Forse proprio in questo ambito si può trovare una possibile spiegazione alla paura di parlare in pubblico.  Ecco perché esporsi in pubblico, per alcuni, è visto come una sorta di fobia (che può sfociare in fobia sociale).

Nella nostra psiche quindi, è rimasta (come tratto evolutivo) questa sorta di paura  che sta alla base di tante fobie, paure, senso di insicurezza, di precarietà. Buona parte dei nostri pensieri ossessivi in merito alla percezione di disastri imminenti risiede in questa prospettiva anche se, naturalmente, questa va considerata solo una delle possibili cause. Vanno infatti considerate anche le differenze individuali che sono relative alla unicità di ogni essere umano.  

Considerando che nessuno può in tutta tranquillità, sostenere di ‘essere completamente all’altezza’  ognuno di noi deve realizzare i propri sogni, perché ogni sogno che rimane nel cassetto, nel tempo, non può che fare la muffa.  Se vogliamo fare una cosa,  dobbiamo semplicemente farla. In punto di morte è sconfortante dover dire: volevo fare una cosa e non l’ho fatta; volevo andar là e non ci sono andato, etc.   

Gli altri giudicano e noi lo percepiamo in modo accentuato solo se anche noi siamo giudicanti. Se noi, invece, viviamo e lasciamo vivere e non giudichiamo le scelte altrui, avremmo la tendenza di pensare che anche gli altri faranno la stessa cosa. Analizziamo noi stessi e se troviamo tracce di giudizio, liberiamocene.

Quando pensiamo che gli altri, tutti gli altri, stiano li solo ed esclusivamente per monitorare ogni nostro movimento (mentre sarebbe più semplice pensare che la gente ha la sua vita) possiamo star certi che tra i meccanismi di difesa, quello che opera in quel momento è il meccanismo della proiezione ; noi e solo noi, stiamo proiettando sugli altri ciò che in realtà sta accadendo dentro di noi.

Quindi, se è in gioco il meccanismo della proiezione, ciò che pensiamo che gli altri dicano o facciamo, in realtà altro non è che: ’sto giudicando me stesso’. 

Pensiamo ad esempio a chi, malato di DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) non consegna mai un lavoro perché è vittima del proprio perfezionismo e quindi trova sempre qualcosa che non va. Nelle situazioni non patologiche, troviamo sempre nella quotidianità soggetti che peccano di perfezionismo. Non sarà che queste persone hanno imposto a se stessi uno standard troppo elevato? Non sarà che dietro questo atteggiamento un po’ pedante si cela una persona profondamente insicura?

Uno dei principi fondamentali che regolano l’attuale società (non quella del paleolitico) si condensa in una frase molto semplice:

non è possibile piacere a tutti

Se invece questo è il nostro obiettivo, ebbene, soffriremo sempre. Non è sano pensare che gli altri facciamo esattamente ciò che ‘faremmo noi’. Gli altri sono altri e quindi hanno una loro autonomia. In quella autonomia, possono interpretare il nostro comportamento (che sicuramente sarà pieno di buonsenso e disponibilità) come avverso e ostile o nella migliore delle ipotesi discutibile.come-fai-sbagli

Vediamo ad esempio lo schieramento dell’elettorato all’ultimo referendum, quello della riforma costituzionale. Quelli del SI e quelli del NO.

Ho visto amici di lunga data (avversari nella decisione) che si sono insultati e alcuni addirittura che hanno troncato la loro amicizia. Entrambi straconvinti che la propria decisione fosse l’unica possibile.

Dovremmo quindi, semplicemente intraprendere un solo modello, quello dell’autenticità che non è quello del sempre si o quello degli alternativi che dicono sempre no. L’autenticità impone che chi fa e dice, lo fa senza preoccuparsi di ciò che gli altri possono dire. Questa scelta, impone che ognuno di noi faccia esattamente ciò che desidera ignorando il giudizio degli altri.

Oggi non siamo nel paleolitico, se un gruppo ci esclude, ne possiamo costruirne un altro.

Disturbo Post Traumatico acuto da stress

dptDisturbo post traumatico da stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, ed il Disturbo Acuto da Stress presentano una sintomatologia molto simile; ciò che li differenzia in tal senso è la durata dei sintomi. Non esistendo linee guida specifiche e definite per la psicoterapia del Disturbo Acuto da Stress, si ritiene utile sottoporre le persone che ne soffrono a trattamenti psicoterapeutici simili a quelli utilizzati per il Disturbo Post Traumatico da Stress quali la psicoterapia cognitivo comportamentale (sintomi) e la psicoterapia psicodinamica (processi). E’ sempre più diffusa a livello clinico, l’idea che un trattamento precoce del Disturbo Acuto da Stress possa ridurre le possibilità che esso evolva in una forma cronica di Disturbo Post traumatico da Stress.

Nello specifico del trattamento immediato del Disturbo Acuto da Stress, vediamo che esso dovrà essere articolato su più livelli. Innanzitutto è necessario curare eventuali ferite o lesioni organiche e tenere sotto controllo sintomi cardiocircolatori come ipertensione ed aritmie cardiache che potenzialmente, possono essere letali. E’ quindi necessario controllare lo stato acuto di ansia, agitazione ed irritabilità, i sintomi dissociativi e proteggere il sonno della persona. Si può intervenire in questa fase con psicofarmaci ansiolitici e antipsicotici a basso dosaggio. Sono utili anche per prevenire rischi psicopatologici legati a gravi disturbi dell’umore, con particolare riferimento agli esiti possibili di una depressione maggiore, antidepressivi e stabilizzatori dell’umore.

E’ necessario però non confondere un processo di lutto che avrà in generale la sua naturale risoluzione con l’esordio della depressione che consegue ad un trauma, per quanto tale distinzione non sia molto semplice e richiede prolungati contatti con la persona traumatizzata.

Come vedremo più avanti per la psicoterapia, anche un trattamento farmacologico troppo precoce per la depressione, prima che il processo di lutto si sia concluso attraverso tutte le sue fasi, può essere deleterio, perché non avrebbe senso comprimerlo o accelerarlo a forza, poiché ogni persona ha i suoi tempi che dovranno sempre essere rispettati. Affinché il lutto si compia in seguito ad un evento traumatico, come una violenza sessuale o fisica, o la perdita improvvisa di un proprio caro, una catastrofe naturale, … è necessario che la persona passi attraverso una serie di fasi, quali un’esperienza acuta di angoscia e di disperazione, il confronto con la situazione che si è vissuta ed il nuovo assetto, per arrivare poi alla risoluzione, cioè al superamento del dolore psichico normale connesso all’esperienza drammatica vissuta.

Soffocare il lutto con dei farmaci potrebbe comportare in seguito la necessità di confrontarsi con la stessa esperienza, quando la situazione interna non è favorevole e le difese non sono più quelle appropriate, cosa che darebbe luogo ad un’angoscia insormontabile che potrebbe provocare una fuga dalla reale elaborazione intrapsichica dell’esperienza, che verrebbe ingoiata senza essere metabolizzata con ulteriori e successivi evitamenti.dpt incidente

Un aspetto fondamentale di ogni esperienza traumatica è che essa scatena una serie di meccanismi di difesa di tipo fobico quali innanzitutto l’evitamento, che può generalizzarsi a tal punto che il soggetto può  cercare di evitare di ascoltare o/e pronunciare alcune parole collegate al trauma perche possono scatenarne il ricordo e l’emozione di paura ed impotenza ad esso connessa vissuta dal soggetto.

In una prima fase del trattamento di un soggetto affetto da Disturbo Acuto da Stress è poco utile cercare motivazioni profonde mentre è necessario cercare di aiutarlo a riprendere il prima possibile in mano la propria vita, affrontando le paure da cui è paralizzato con una psicoterapia per “evitare” che i sintomi di evitamento, oltre a quelli tipici come l’insonnia si cronicizzino in un disturbo post traumatico da stress. Poiché ogni trauma è scatenato da un evento critico ma non tutte le persone che vivono un evento o esperienza critica presentano poi un Disturbo Acuto da Stress o un Disturbo Post Traumatico da Stress, è evidente che in alcuni individui è presente una personalità con alcune aree di vulnerabilità che le predispongono maggiormente di altre a rispondere in un certo modo, legate tanto ad esperienze precedenti e non ben integrate avute nel corso del proprio sviluppo, in particolare nei primi legami di attaccamento, ma anche alle zone di sé oscure,  la cui conoscenza potrebbe rafforzare il soggetto ed aiutarlo a migliorare i suoi meccanismi di difesa. Per questo motivo, una volta attutita la sintomatologia acuta legata all’evento traumatico, sul lungo termine, per evitare risposte traumatiche ad eventi critici ma tipici della vita, oltre a migliorare la capacità di evitare per quanto possibile ulteriori traumi, riconoscendo quelle situazioni che potrebbero causarli, è utile una psicoterapia ad orientamento psicodinamico che consenta di esplorare quelle zone della propria personalità vulnerabili ed integrarle nella personalità complessiva. Si tratta di zone inconsce che non riuscendo a dialogare con la nostra coscienza, la influenzano però facilmente in modo negativo soggiogandola orientando anche i nostri comportamenti in modo diverso da come in effetti vorremmo, facendoci anche magari esporre  a situazioni per noi rischiose e potenzialmente traumatiche.  

Può essere utile un approfondimento in merito al trauma e ai primi studio psicoanalitici iniziati sa Freud

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Ansia

Spiegazione dell’ansia

Spesso, dietro l’ansia si cela il desiderio di fuga.

ansia al femminileSi fugge dalla obbligatorietà di assumersi la responsabilità delle proprie scelte oppure delle conseguenze (eventuali) delle proprie scelte.  Quando dimentichiamo ad esempio persone, cose, situazioni etc. stiamo fuggendo da ciò a cui siamo chiamati come ad esempio, un impegno preso. Che bello, dirà qualcuno. Mi allontano dalla situazione stressante e sto meglio ma, dirà qualcun altro, in tal modo, cosa imparo, cosa correggo, quali abilità sviluppo? Continuando con queste dinamiche, si innesca un circolo sicuramente tutt’altro che virtuoso che porta, inevitabilmente e fatalmente verso una china dove trova dimora, il calo dell’autostima, la percezione di inefficacia e inconsistenza.  Tutto ciò, lentamente ma inesorabilmente, conduce nel circolo vizioso dell’aumento dell’ansia, proprio quell’ansia che erroneamente volevamo evitare. Nell’azione sta la felicità, quindi, assumiamoci le nostre responsabilità e gradualmente impareremo tutto ciò che serve per avere fiducia in noi stessi.

Per affrontare la vita non basta essere capaci, abili, intelligenti. Bisogna anche essere coraggiosi, tenaci, riuscire a controllare la propria ansia e quella degli altri.
Francesco Alberoni, Abbiate coraggio, 1998

Ma cos’è l’ansia?

Nell’ansia non mancano mai: preoccupazione, paura, stress, paura di non essere all’altezza.

L’ansia è un modo di essere, momentaneo oppure duraturo, uno stato psichico. Il soggetto ansioso è preoccupato oppure ha paura. La paura spesso è senza oggetto, ovvero manca nell’immediato spazio temporale, una minaccia specifica (un cane che mi sta attaccando; una malattia invalidante; insomma un pericolo reale). Questa paura, oppure preoccupazione, può essere intensa e a volte anche duratura. Può riferirsi ad un qualcosa di osservabile (non solo esterno ma anche proveniente dalla propria interiorità) ma anche alla incapacità di adattarsi ad un fattore di stress (lavoro, relazioni, salute, etc).

Le emozioni tipiche dell’ansia sono quelle citate sopra (paura, preoccupazione, etc) accompagnata da sintomi fisici che, per l’ansia sono o possono essere: nausea, dolori al petto, respiro corto, palpitazioni, tremore, mal di pancia, etc.  

Persino le mie ansie hanno l’ansia…
Charlie Brown, in Charles M. Schulz, Peanuts, 1950/2000

Il soggetto ansioso può essere distinto in funzione della sintomatologia. Quindi da un lato troveremo la sensazione di essere minacciati;  questa ‘paura’ si traduce, sul piano fisiologico in una sorta di preparazione alla lotta; avremo quindi un’alterazione dei parametri fisiologici quali l’aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue, della sudorazione, aumento della tensione muscolare, etc.ansia

Chi soffre d’ansia, può avere, nei casi estremi, una reazione emotiva abnorme, come ad esempio terrore, attacchi di panico, brividi, nausea, etc.

Tuttavia, l’ansia è un’emozione come tutte le altre (rabbia, infelicità, paura, tristezza) ed entro certi limiti, è adattiva, avendo permesso all’umanità di sopravvivere.  L’ansia quindi, entro i limiti descritti sopra, va considerata come una risorsa importantissima, dal momento che tende a proteggerci dai rischi, innalzando il livello di sicurezza e permettendoci di aumentare le nostre prestazioni. Si pensi ad esempio all’innalzamento dell’ansia in prossimità di un colloquio di lavoro oppure di un esame.   

L’ansia è l’interesse che si paga su un guaio prima che esso arrivi
William Ralph Inge

A tutto però c’è un  limite, anche all’ansia quindi. Se l’innalzamento è eccessivo oppure ingiustificato, potremmo avere una reazione opposta, ovvero inadeguata e bloccante. In questo caso il ricorso alla psicoterapia (in casi estremi coadiuvati da un’appropriata terapia farmacologica) di tipo analitico (per scoprire le reali cause, spesso di natura prevalentemente inconscia) risulta essere il modo più rapido ed efficace.

Legati all’ansia ci sono anche altri disturbi più specifici che sono:

Le fobie, il panico, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbi da traumi, la paura (di volare, di guidare), ansia da prestazione, disturbi sessuali, etc.).

Ansia e psicoanalisi

In psicoanalisi, più che di ansia, si usa il termine di angoscia.

Secondo la psicoanalisi, i meccanismi di difesa dell’Io, impediscono a specifiche pulsioni di essere soddisfatte.  Queste pulsioni, o spinte pulsionali furono in un periodo remoto (tipicamente prima infanzia) tanto desiderate ma proibite o vissute come tali. Il conflitto tra principio del desiderio e principio della realtà non fu risolto e quindi subì il destino della rimozione.  L’attuale ansia viene dall’emergere di questi desideri (contrastato dalla difese dell’IO). Poiché questi contenuti (rimossi) non vengono riconosciuti, il soggetto tende a indirizzare sul mondo esterno, oppure sul proprio corpo, ciò che in realtà investe esclusivamente il proprio mondo psichico.  

Quindi, ci troviamo in presenza di un conflitto interiore. L’individuo, colpito da questo complesso, vive come in presenza di una catastrofe imminente.  Ci si trova, quasi sempre immancabilmente, in contesti ove l’ambiente è stato inadeguato, non ponendo in modo opportuno, le condizioni minime per favorire uno sviluppo in grado di contenere e gestire l’angoscia.

L’angoscia può essere nevrotica (quando il pericolo percepito è interno); reale, quando il pericolo è esterno.

Freud, in merito all’angoscia,  lo ricollega al trauma dei traumi: il trauma della nascita.

L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia e quindi la fonte e il prototipo della sensazione d’ansia
Sigmund Freud

Nel nascere, proviamo una profonda angoscia, dal momento che il nascituro non può assolutamente fare nulla. Quindi, quando l’adulto prova angoscia, rivive quel momento. Nel tempo, quel trauma si trasforma e diviene angoscia ogni qualvolta si teme di perdere l’oggetto (mamma, partner, etc) e in particolare di perdere il suo amore o la sua stima.

Cos’è una fobia

ragnoLa fobia è una paura pervasiva e persistente e duratura nel tempo, nei confronti di un oggetto o situazione che non la giustificano. Si tratta di una paura sproporzionata al pericolo reale, rappresentato dall’oggetto o situazione in questione, ma che non può essere controllata attraverso spiegazioni razionali, ragionamenti oppure dimostrazioni. Parlando di fobia, ci si riferisce a livello clinico, ad una paura che supera le normali capacità volontarie di controllo di un soggetto e che in reazione al suo esistere, produce come effetto l’evitamento della situazione/stimolo temuta, in modo da evitare, alla persona che ne soffre, un temporaneo disagio, che può (o potrebbe) farla sentire anche molto male, con tutti i sintomi psicofisiologici tipici dell’ansia. E’ evidente però a questo punto, che l’esistenza di una fobia, che può essere più o meno grave ed invasiva, può provocare un certo grado di disadattamento alla realtà sociale, scolastica, lavorativa ed interpersonale.

La persona che soffre di una fobia è in grado di riconoscere che la sua paura è irragionevole e che non è dovuta ad una effettiva pericolosità dell’oggetto, attività o situazione temuta, ma che le sue cause si collocano altrove, cioè nella propria storia personale, anche se molti preferiscono convivere con fobie dolorose e limitanti anziché comprenderne le origini e liberarsene, provando paura anche nei confronti di un eventuale percorso che le porti non solo a liberarsi di sintomi fastidiosi ma anche delle ulteriori limitazioni ad essi connessi, conoscendone le cause.

Per riprendere il nostro discorso, possiamo quindi affermare che una fobia è dunque una paura estrema, irrazionale e sproporzionata, per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con la quale gli altri abitualmente riescono a confrontarsi senza per questo dover affrontare particolari sintomi e limiti psicologici.paura cani La persona che soffre di una fobia, come ad esempio la paura dei cani o dei ragni, può essere sopraffatta dal terrore, alla sola idea di entrare in contatto con un piccolo ed innocuo animale, come un cucciolo di cane anche neonato o anche, con una lucertola. Questo accade anche per azioni fatte naturalmente da milioni di persone (passeggiare in una piazza, andare in un centro commerciale, stare in spazi deserti, etc).  Così ad esempio se la persona soffre di claustrofobia entrerà in un grande stato di ansia fino al terrore, all’idea di dover entrare nella metropolitana perché il timore di cui diventerà preda, sarà quello di non poter uscire come vorrebbe se improvvisamente ci fosse un pericolo.

Le persone affette da disturbi fobici, sono consapevoli della irrazionalità del loro disturbo ma allo stesso tempo, non riescono a controllare la loro paura.
L’ansia da fobia, o “fobica”, trova una serie di espressioni a livello psicofisiologico.

A livello fisiologico i sintomi più comuni sono i seguenti: tachicardia, vertigini, extrasistole, disturbi gastrici con nausea, diarrea, senso di soffocamento, disturbi urinari, rossore, sudorazione eccessiva, tremore e spossatezza.

Un comportamento tipico di quando abbiamo paura, viene attivato dal nostro sistema di difesa organicistico primordiale  è quello della fuga dall’oggetto temuto che in origine è finalizzato alla propria salvaguardia. Del resto, quando si ha paura, si sta male ed è normale voler fuggire: la fuga è un’ottima strategia di emergenza. Scappare è una strategia elaborata automaticamente dal nostro SNC quando non possiamo attaccare chi attacca noi, perché lo riteniamo più forte. E’ un sistema di difesa antico, che un tempo permetteva all’uomo di difendersi dai predatori e dai suoi nemici con i quali non era conveniente combattere in battaglia. D’altra parte, è per l’appunto, solo una strategia di emergenza.

La tendenza invece ad evitare tutte quelle situazioni o condizioni o oggetti che possono essere associate alla nostra reazione di paura o fobica ha, a lungo andare, un effetto negativo di rinforzo sui comportamenti stessi di evitamento. Questo accade perché la nostra fuga o evitamento, non fa che confermare al nostro inconscio, più ancora che alla nostra coscienza, la pericolosità della situazione evitata e questo ci prepara così all’’evitamento successivo. Quindi a livello clinico possiamo affermare che ogni evitamento dell’oggetto o situazione temuti, agisce rinforzando negativamente la paura ovvero la amplifica, come se le desse un’ulteriore ragione di esserci.

Se entriamo in una spirale di progressivi evitamenti, non facciamo altro che aumentare la sfiducia nelle nostre risorse e ad un aumento increscioso della reazione fobica.

In queste situazioni, la fobia, l’evitamento e la reazione fobica, potranno arrivare ad interferire in modo significativo con la normale vita quotidiana dell’individuo e con il suo funzionamento lavorativo oppure scolastico oltre che con le sue normali attività e relazioni sociali. In tal modo, il disagio scatenato da una fobia può diventare sempre più limitante.

paura aereoConsideriamo ad esempio chi soffre della fobia dell’aereo – aerofobia – ma che per lavoro dovrebbe fare brevi trasferte, rese sicuramente più facili da questo mezzo di trasporto,  può ad esempio ritrovarsi costretto/a rinunciare spesso ad incarichi che comportano tali trasferimenti con tutto l’imbarazzo che può derivarne.

Un limite particolare può essere rappresentato dalla fobia di siringhe ed aghi che può spingere alcune persone ad evitare addirittura esami medici necessari o alcuni donne a scegliere di non fare bambini, pur desiderati, per evitare di partorire ed entrare in contatto con simili strumenti medici.paura aghi

Parlando di fobie è necessario notare che si differenziano in base al contenuto dell’oggetto temuto (al quale, secondo la psicologia dinamica, sottostà una data proiezione) e che è quindi necessario fare per il momento un distinguo, tra fobie generalizzate e fobie specifiche. Rientrano tra le fobie generalizzate l’agorafobia (con o senza attacco di panico) e la fobia sociale che hanno un impatto molto invalidante sulle persone che ne soffrono.

L’agorafobia definisce la paura di trovarsi in spazi aperti da soli, là dove se servisse, non si potrebbe, secondo il proprio immaginario, chiedere aiuto e soccorso. In particolar modo in caso di un attacco di panico o di forte ansia. L’agorafobia è molto limitante e spesso la persona che ne soffre può uscire soltanto in presenza di un accompagnatore. E’ una fobia fortemente limitante anche rispetto alle possibilità di inserimento sociale e lavorativo del soggetto.

timidezzaLa fobia sociale definisce invece la paura di agire di fronte agli altri, nel timore che le proprie azioni possano rivelarsi imbarazzanti o umilianti per chi le compie e di ricevere in conseguenza dei giudizi negativi. Si tratta di una fobia che porta ad evitare quasi tutte le situazioni sociali, per paura di fare qualcosa di sbagliato e di essere giudicati male per questo. Le persone con fobia sociale, temono situazioni nelle quali sono costrette a fare qualcosa davanti agli altri come parlare ed esporre ad esempio una relazione ma spesso anche solo mangiare o telefonare in presenza di altri. Le persone affette da fobia sociale sono fortemente timorose che i segni della propria ansia siano o diventino evidenti agli altri, come la loro tendenza ad arrossire e sudare facilmente, oppure avere il cuore che batte a mille per l’ansia. Possono anche aver paura di non avere argomenti per parlare con gli amici, che gli “manchi la battuta”.

La persona affetta da fobia sociale si rende conto che il suo timore è irrazionale ma nonostante ciò, esso è incontrollabile nel caso in cui non venga trattato con la psicoterapia (ed in casi di assoluta necessità in un primo momento con dei farmaci sotto stretto controllo medico specialistico) essa tende purtroppo a diventare un disturbo cronico, invalidante e difficile da estirpare.

Le fobie semplici si suddividono in base al tipo:

Tipo animale: cinofobia, ornitofobia, aracnofobia, cioè paura degli uccelli e paura dei ragni ad es.

Tipo Sangue/ infezioni/ ferite: vi è in questi casi una fobia del sangue (ematofobia), delle siringhe, degli aghi o ferite che richiedono importanti medicazioni.

Tipo ambiente naturale, come ad es., la fobia dei temporali, definita brontofobia, la fobia dell’altezza, definita acrofobia, del buio, definita scotofobia.

Tipo situazionale: questo concetto è utilizzato quando la fobia si riferisce ad una situazione specifica e particolare come l’attraversamento di un tunnel o di un ponte o la paura di volare detta aviofobia.

Fobie di altro tipo: in questo contesto si inseriscono fobie particolari che portano la persona ad evitare delle situazioni nelle quali si teme ad esempio di poter soffocare o ammalarsi, anche se ciò in realtà è altamente improbabile se non impossibile; in questi casi, il disturbo fobico è collegato ad ipocondria o al DOC, Disturbo Ossessivo Compulsivo.

La dismorfobia è una fobia che si manifesta con un’alterata percezione da parte della persona che ne soffre del proprio corpo o di una sua parte che erroneamente vede come brutte e ripugnanti,   anche in assenza di difetti evidenti.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Urofobia ovvero la fobia per i bagni pubblici

paura bagniSoltanto recentemente la psicologia sta dedicando un certo interesse ad un disturbo molto diffuso ma finora poco considerato, che può avere delle ricadute notevoli sulla vita sociale delle persone e generale.
La psicologia dei bagni pubblici è infatti argomento attualissimo per la disciplina.
Molte persone soffrono della paura di andare in bagno alla presenza di altre persone, un disturbo che è stato definito “urofobia” e che è classificato dal DSM V tra i disturbi d’ Ansia.
Questo disturbo provoca in chi ne soffre un’ansia da prestazione, perché ha paura del giudizio degli altri.no bahni pubblici
Vi sono persone che, costrette ad andare in giro per ore, preferiscono usare un catetere portatile da spingere dall’uretra nella vescica quando il bisogno di far pipì diventa insopprimibile pur di non utilizzare i bagni pubblici.
Si tratta di un disturbo molto diffuso tra gli uomini che trovano spesso nei bagni pubblici una serie di  appositi wc attaccati al muro l’uno in fila all’altro.
imbarazzo bagniSecondo Julie Beck, che ha studiato il fenomeno, quasi tutti gli uomini affetti da urofobia, sviluppano alcune strategia per poter usufruire dei bagni pubblici in modo da provare meno disagio ed imbarazzo, come ad es., servirsi del wc posto più lontano possibile dell’ultimo utilizzato nello stesso momento da un’altra persona.
Però vi sono delle persone che soffrono il problema in modo così grave che rinunciano ad uscire con gli amici o con parenti o anche a recarsi in luoghi di lavoro dove troverebbero dei bagni pubblici in cui è necessario condividere lo stesso spazio con altri per svolgere le proprie funzioni fisiologiche.
Nei casi più gravi secondo la studiosa, il disturbo può sfociare in una vera e propria agorafobia e l’individuo sviluppa una paura di uscire e rinuncia anche alla sua vita sociale.urofobia
Alcuni arrivano a rinunciare di sposarsi.

Sembra che in America soffrano di questa fobia circa 22 milioni di persone e 220 milioni nel mondo quindi si tratta di un problema molto sentito da una grande quantità di persone, ma che viene però trascurato sia a livello sociale (ad es. non si pensa di affidare a degli architetti degli specifici studi su come progettare il design di bagni pubblici in modo da renderli più facilmente fruibili da tutti con meno imbarazzo), sia a livello scientifico, per capire come aiutare queste persone urofobiche e permettergli di condurre una vita normale.
Probabilmente, questa sorta di rimozione sociale del problema sembra dovuta al fatto che esso indirettamente, mette gli uomini a contatto con la propria natura animale che nelle civiltà, storicamente, si tende a tenere nascosta

bagni pubbliciSarebbe utile ad es. sia dividere sempre i singoli wc sia alzare e rendere più resistenti i sottili muri di compensato quando utilizzati  per dividerli formalmente.
Goffman ha descritto le dinamiche che si innescano quando due uomini si trovano a dividere lo stesso bagno, definendole come “disattenzione civile”.
Quando un uomo entra in bagno dove già è presente un suo simile, questo ultimo lo guarda ma immediatamente si attiva un processo di rimozione, che devia l’attenzione da questa nuova presenza ed i due decidono implicitamente di ignorarsi a vicenda.
Tanto più i due uomini sono vicini, quanto più l’uno tende a trattare l’altro come se non esistesse.
In tal modo entrambi hanno maggiori probabilità di usufruire agevolmente del bagno.
Steven Soifer, che ha cercato una terapia per questa fobia, ha affermato che le strategie più comunemente utilizzate da chi soffre,  dopo aver provato di entrare in un bagno pubblico –  di verificare se c’è qualcuno e di aspettare che questo se ne vada per utilizzarlo a propria volta.
Per quanto riguarda le differenze di genere rispetto a questa specifica fobia, essa sembra essere più diffusa tra gli uomini, che vengono colti da ansia da prestazione e da paura del giudizio davanti a degli sconosciuti, mentre le donne in generale  e le loro lamentele sono più rivolte alla scarsa igiene dei bagni pubblici.
a cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Androfobia

uomini che pauraQuello di androfobia è un concetto utilizzato per riferirsi ad una forte sensazione di paura nei confronti delle persone di sesso maschile. La parola deriva infatti dal greco: andras “uomo” e phobos “paura”, e descrive una paura intensa, persistente ed anomala che può compromettere un modo significativo la qualità della vita di chi ne soffre. Le persone androfobiche hanno infatti la tendenza ad evitare gli uomini; inoltre possono sentirsi estremamente ansiose ed angosciate nei casi in cui si vedranno “costrette” a stare in loro presenza oppure ad instaurare un dialogo, una conversazione con loro.

Cause  psicologiche dell’androfobia

L’origine di questo tipo di disturbo è da ricercare in molteplici possibili cause, la più comune delle quali è rappresentata indubbiamente da un possibile evento traumatico che è accaduto nel passato della persona; un evento che ha visto coinvolto, come è purtroppo ovvio, un soggetto di sesso maschile, i cui comportamenti, spesso abusanti anche in modo sottile oltre che esplicito, hanno molto segnato in senso negativo chi soffre di questa particolare fobia.paura degli uomini

 Sintomi dell’androfobia: possano manifestarsi, come in tutte le fobie che possono degenerare in situazioni di ansia e panico, grande nervosismo accompagnato da sudorazione eccessiva in presenza di un uomo. Nei casi più gravi, possono manifestarsi i sintomi dell’ attacco di panico, nausea, respiro corto ed una sensazione di svenire molto spiacevole per chi la prova.

Quando l’androfobia compromette concretamente la qualità della vostra vita, la cosa da fare è quella di chiedere una consulenza ed un supporto psicologico.

In questi casi il trattamento potrà andare dalla semplice terapia alla graduale esposizione al fattore scatenante oppure al’attuazione di tecniche di rilassamento finalizzate ad attenuare i sintomi della paura.

androfobiaEsistono infine anche degli psicofarmaci che possono attenuare i sintomi dell’androfobia, anche se in questi casi è sempre consigliabile chiedere un aiuto più “duraturo”. Ciò è possibile esplorando approfonditamente le possibili vere cause del vostro problema e cercando di risolverlo senza assumere farmaci (se non quando strettamente necessari e sotto controllo medico specialistico), perché in realtà i farmaci si limitano a sopprimere i sintomi della fobia temporaneamente, senza in realtà curarla e sradicarla a livello più profondo.

Fobie sessuali maschili

Nel linguaggio di tutti i giorni ci capita di utilizzere i termini ‘paura’ e ‘fobia’ come sinonimi: in realtà in psicologia i due concetti sono distinti.
La paura infatti è una sensazione naturale che, in una certa misura, può anche fare bene al nostro equilibrio psichico ed alla nostra stessa salvaguardia fisica poiché ci spinge ad essere più prudenti. La fobia invece si crea quando la paura degenera provocando in noi un’ansia ingiustificata. Esistono molte forme di fobie che possono riguardare anche oggetti o situazioni innocui e perfino aspetti piacevoli della vita, come ad esempio il sesso. 

Le fobie sessuali sono molto più diffuse di quanto si pensi abitualmente e possono riguardare aspetti diversi della vita sessuale. Ovviamente esistono a questo riguardo fobie di diversi livelli di gravità, che possono provocare dal semplice imbarazzo o fastidio fino a dei veri e propri attacchi di panico, svenimenti, sudore e crisi respiratorie.

Vediamo quindi alcune di esse, in un breve e sintetico elenco non esaustivo ma indicativo dell’argomento.

  1. coitofobieCoitofobia: come intuibile dal nome stesso, si tratta di una profonda la paura che blocca una persona dall’avere rapporti sessuali completi. Non riguarda solo gli uomini e la penetrazione attiva, ma anche quella passiva.
  • erotofobiaErotofobia: dobbiamo ricordare che prima di arrivare alla paura del rapporto ed allo stesso, si può essere affetti anche da Erotofobia che è una patologia che porta a respingere tutto ciò che riguarda il sesso, anche il semplice parlarne. Gli erotofobi veri proverebbero molto fastidio già anche solo leggendo queste poche righe.
  • Eurotofobia: è un disturbo fobico di cui soffre chi ha unarepulsione organi fìgenitali femminili forte repulsione per gli organi genitali femminili. Spesso ci si riferisce a questa patologia usando il termine “colpofobia” (dal greco kólpos, che significa appunto vagina) al fine anche di evitare una eventuale confusione semantica con un termine simile ma di significato completamente diverso ovvero la “ereutofobia” che si riferisce alla paura di diventare rossi che nulla ha a che vedere con il sesso. partenofobiaPartenofobia: questo termine si riferisce alla fobia di cui soffrono alcuni uomini che temono molto ad avere rapporti con ragazze vergini. 

    Ginefobia: è anch’essa una fobia tipicamente maschile il cui significato letterario si riferisce proprio alla paura per il sesso femminile. Spesso è riconducibile alla misoginia che è l’odio per le donne. gimnofobia

  • Gimnofobia è una fobia così forte da indicare il ribrezzo di fronte al nudo. Il termine rievoca l’antica Grecia in cui gli atleti, i ginnasti appunto, si esibivano senza vestiti. Le persone che soffrono di questa fobia hanno difficoltà a spogliarsi di fronte ad un’altra persona. Nelle forme molto lievi si può risolvere spegnendo la luce mentre nei casi più gravi, può compromettere seriamente la vita sessuale. OneirogmofobiaOneirogmofobia: è una fobia più rara delle precedenti ma comunque presente in numerosi uomini ed indica la paura di eiaculare dopo aver fatto un sogno eccitante. 

    Tocofobia: è una fobia femminile che porta le donne a Tocofobia1vivere male il rapporto con l’uomo per l’ansia esagerata di rimanere incinta oppure di affrontare male la gravidanza per un grande timore del parto.

    È quindi evidente che le fobie possono riguardare il sesso a 360 gradi: ma da dove si originano queste paure incontrollate? Spesso la causa va ricercata in un’educazione troppo rigida e severa che vede la sfera sessuale come un tabù. Il primo passo per superare queste fobie è quello di riconoscerle ed essere consapevoli dell’esistenza dei propri problemi. Molte persone, uomini e donne, non riescono ad ammettere a se stesse di essere vittime di fobie sessuali e provano vergogna per la loro esistenza. È fondamentale per risolverle che nella coppia si instauri un dialogo aperto ed eventualmente ricorrere all’aiuto di uno specialista.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

La Nomofobia, ovvero l’ansia dell’era tecnologica

Dal greco φόβος, phóbos, “panico, paura” più il prefisso inglese no-mobile.

Quindi no-mobile fobia, ovvero Nomofobia.

comunicazione patologicaL’era digitale, insieme al progresso, ci porta nuovi problemi fisici e psicologici. Esiste infatti un disturbo d’ansia che caratterizza le persone nate e cresciute nella società liquida (termine sociologico coniato dal sociologo Zygmunt Baumann ove si sostiene che l’esperienza individuale si decompone e si ricompone rapidamente e quindi il tutto è caratterizzato da estrema volatilità, fluidità, incertezza, etc)  nella quale ogni forma di comunicazione è diventata possibile e rapidissima anche tra due diverse parti del mondo ed allo stesso tempo per assurdo, più difficile tra chi è vicino, anche nella stessa casa o aula dove invece che parlarsi, si scrive SMS.paura di stare disconnessi

Stiamo parlando della nomofobia o paura di “restare disconessi”. Il termine nomofobia  esprime la paura di non avere con sé il proprio mezzo di comunicazione mobile, cioè il cellulare.

L’essenza di questa nuova singolare fobia è caratterizzata dalla paura di non avere dietro con sé il cellulare e quindi, di non poter caricare il video che si desidera sul proprio smartphone, di non wazzappare come si vorrebbe in quel preciso momento, oppure di non poter controllare gli aggiornamenti personali o di un proprio amico sui social network attraverso il cellulare stesso o ancora, di caricare e ascoltare la propria musica preferita.

dipendenza dallo smartphoneMoltissimi giovani e giovanissimi ma anche adulti, che hanno imparato ad utilizzare al meglio le risorse che i mezzi di comunicazione mobili offrono, entrano così in grandi stati di ansia, fino all’angoscia ed al panico se si trovano in situazioni in cui non possono nell’immediato utilizzare i cellulari ma anche il computer (PC) come vorrebbero.

E’ possibile riconoscere la nomofobia da una serie di sintomi e segni tipici quali:

  • Dormire con il proprio smartphone o altro tipo didormire cellulare cellulare e spesso anche il proprio pc portatile accanto al letto.
  • Utilizzare in continuazione il cellulare per leggere ed inviare messaggi ad amici anche nel caso essi si trovino molto vicino a chi lo fa. E’ ormai un’esperienza tristemente comune vedere persone sedute ad uno stesso tavolo che si inleggere smsviano in continuazione messaggini, ignorando la presenza di altri commensali e perdendo la ricchezza affettiva tipica della comunicazione diretta ed anche un confronto diretto con le problematiche che la caratterizzano.
  • E’ sintomo di nomofobia l’evitamento attento di luoghi in poco campocui vi è poco campo oppure esso è assente e se la persona che ha questo patologico bisogno del contatto con il suo cellulare è costretta ad entrarvi, può entrare in grandi stati d’ansia anche al solo pensarci.
  • Le persone che continuamente guardano lo schermo del proprio cellulare per verificare se sono arrivati nuovi messaggi oppure dipendenza patologica cellulare che non hanno sentito nell’immediato.

Cosa accade alla persona affetta da nomofobia quando non ha con sé il cellulare oppure per altri motivi, si sente “disconnessa?”

E’ come se questa persona entrasse in un vero e proprio stato di astinenza caratterizzato da difficoltà e mancanza di concentrazione, ansia ed attacchi di panico, stati di agitazione e bisogno di controllare in modo maniacale il cellulare.

Negli Stati Uniti sono stati condotti degli studi su questodipendenza e disturbi neuronali disturbo dai quali è emerso che un utilizzo ossessivo del cellulare produca, così come in ogni altra forma di dipendenza, una alterazione dei circuiti neuronali della dopamina che è un neurotrasmettitore il cui rilascio è connesso ad una sensazione di ricompensa in risposta a certi comportamenti. L’alterazione del circuito dopaminergico provoca il bisogno maniacale di avere con sé il proprio cellulare e controllare messaggi, notifiche, aggiornamenti, chiamate, caricare video e dopaminaamusiche. Ciò perché l’attuazione di questi comportamenti tipici di una dipendenza scatenano il rilascio di dopamina e quindi un apparente benessere legato alla temporanea sensazione di ricompensa. Al contrario, la mancanza del cellulare e quindi l’impossibilità di gestirlo (che come abbiamo vesto si connette a sensazioni piacevoli) scatena invece delle crisi di astinenza vere e proprie. Nelle persone che soffrono di nomofobia l’ansia scatenata dalla paura di restare disconnessi è eccessiva e pervasiva, provocando disagio personale ed interpersonale, così che essa viene a configurarsi come un vero e proprio disturbo fobico dell’era moderna, quindi come una patologia del tutto attuale e legata alla nostra società tecnologica.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Tocofobia ovvero la paura del parto

partoSe, in prossimità del parto o al pensiero di una gravidanza, la donna viene assalita da un’ansia fortissima e ingestibile, al punto di avere un terrore immotivato per tutta la durata della gravidanza e induce spesso all’evitamento del parto (tÒkoj – tokos) ci troviamo in presenza di una fobia specifica, appunto la tocofobia (tÒkoj e φόβος, phóbos, “panico, paura”).

Nel corso della gravidanza si verificano molt cambiamenti, sia esterni che interni. Questi cambiamenti possono anche essere vissuti con angoscia e ansie profonde. Infatti, nel corso dei 9 mesi, la donna deve gestire un cambiamento corporeo importante ma al contempo, pian piano, realizza che presto avrà un altro ruolo, forse più importante di tutti gli altri: quello materno. Questo ruolo è ambivalente perché è caratterizzato da un sentimento di gioia ma anche del timore per le nuove responsabilità che dovrà affrontare. In caso di conflitti irrisolti, tipicamente quelli infantili con i propri genitori (chi non li ha?), la donna potrebbe essere indotta a rivedere i modelli genitoriali appresi e che non sono sempre stati condivisi. Queste preoccupazioni generano, come dicevamo sopra indubbiamente ansia che, in casi estremi, possono assumere una dimensione patologica.paura del parto

Ecco che la nascita di un figlio, che è sempre un’evento meraviglioso, sia per le neo mamme che per le altre, per alcune diventa un dramma. Dobbiamo infatti escludere le donne che soffrono di una particolare fobia. Queste donne non riescono a pensare all’evento con leggerezza, perché tolgono il sonno caratterizzato da sogni spesso angosciosi se non addirittura quasi sempre simili a incubi; poi durante il giorno le cose non vanno meglio, perché questi pensieri diventano persecutori. Non è possibile vivere con serenità un periodo che per una donna, escludendo gli inevitabile disturbi fisici, dal punto di vista psicologico dovrebbero essere i migliori per ogni mamma. Chi vive l’imminenza del parto con questa serie di disagi psichici, quasi sicuramente soffre di una particolare fobia, ovvero le tocofobia. La si menziona anche in merito al tema relativo al diritto della donna di scegliere il tipo di parto, che può essere: il taglio cesareo, oppure con anestesia epidurale oppure naturale.

il parto che doloreIn merito a questo ambito, esistono vari studi. Secondo alcune indagini, negli USA, muoiono circa 650 donne l’anno di parto o per complicazioni derivanti dal parto; in Gran Bretagna, invece, un sondaggio su 900 donne avrebbe evidenziato che ben il 35%, ovvero poco più di un terzo, evidenziavano che quella del parto, era l’ansia più grande e incontrollabile.

Come molti sanno, gli psichiatri hanno catalogato tutte le possibili patologie in un libro, il DSM ovvero il Manuale statistico e diagnostico delle malattie mentali; ebbene, in questo libro, la tocofobia non c’è, a dispetto del fatto che tutta la sintomatologia è chiara a tutti.

Studi e ricerchecicogna

Studio inglese della rivista online British Journal Psych c’è un articolo (di cui farò una sintesi) dal titolo Tokophobia: an unreasoning dread of childbirth (http://bjp.rcpsych.org/content/176/1/83).

Sono state scelte un gruppo di donne, indirizzate da ostetriche, psichiatre e baby sitters .

Tra le donne oggetto dell’indagine (26), 24 erano sposate, 24 di loro avevano fatto figli sempre con lo stesso compagno e avevano tutte più o meno la stessa età (circa 33).

Al di la delle modalità dello studio (a cui rimando alla rivista) proviamo a vederne i risultati.

Prima sorpresa ci viene dal fatto che sono state evidenziate due varianti della fobia: primaria e secondaria.

tocofobiaPrimaria

Tutte, terrorizzate dalla gravidanza o dal parto, ma desiderose di maternità, hanno pianificato tutto. Quindi grande paura ma anche grande desiderio. Il taglio cesareo è stata la modalità maggiormente richiesta; 3 di loro hanno partorito naturalmente ma contro la loro volontà e in seguito hanno avuto una depressione post partum; 4 hanno partorito come desideravano; 2 sono rimaste traumatizzate e le altre hanno avuto problemi a legare con il figlio.

Secondaria

Se il parto è stato doloroso o traumatico abbiamo tutta una serie di ‘risvolti’ che ricadono sotto la variabile ‘secondaria’. Sono più a rischio le donne che hanno avuto un precedente parto negativo (travaglio lungo; taglio cesareo in emergenza; manovre ginecologiche invasive; etc); Ovviamente la casistica è molto più ampia, comprende infatti anche donne che hanno avuto un parto regolare ma che è stato vissuto molto male dalla donna e che in alcuni casi, porta ad un disturbo importante che prende il nome di D. post traumatico da stress la cui conseguenza è quella della depressione post partum.

Tornando ai dati dello studio, delle 26 donne, ben 14 di loro hanno sviluppato questa secondarietà.

Dieci di loro hanno subito operazioni come conseguenza di una sofferenza fetale; due di loro hanno avuto una lacerazione importante, 12 pensavano di morire oppure che a morire fosse stato il piccolo. Un’altra ha preferito abortire piuttosto che portare avanti la gravidanza. Però, nonostante tutto, alcune donne ci hano riprovato, infatti 13 di loro sono rimaste nuovamente incinte; 8 di loro hanno pianificato un nuovo bimbo, una ha avuto una gravidanza extrauterina, 2 un aborto spontaneo (tutte e tre erano contente di aver perso il bimbo).

Sintomatologia

Quattro donne sono diventate tocofobe come conseguenza di una depressione prenatale.

Cinque donne hanno subito abusi sessuali infantili oppure stupri (cosa c’è di più traumatico?).

Due donne pensavano di non farcela, anche se volevano un figlio però hanno interrotto la gravidanza.

Il parto può avere come conseguenza un disturbo post traumatico e divenire quindi una causa per questa fobia.

La depressione invece può essere vista come conseguenza ma anche come causa. Famosa la depressione post partum legata al tipo di parto che l’equipe ha scelto per lei e ovviamente diversa da quella preferita e che ha generato molto dolore e traumi.

Una donna può diventare tocofoba, sempre secondo lo studio di cui sopra, in seguito a pratiche per una contraccezione efficace per loro (sterilizzazione) oppure per i loro partner. Dieci donne del campione, erano  in lista proprio per questo motivo.

Da questo (e altri) studio si evince che la fobia è una cosa molto seria e andrebbe gestita in modo opportuno e le strutture sanitarie dovrebbero occuparsene seriamente.

Secondo uno studio svedese del 2002, le donne con tocofobia tendono a preferire un parto con il taglio cesareo e i dolori del parto sono vissuti più intensamente delle altre partorienti.

IL necessario sostegno viene spesso negato sia dalle strutture sanitarie che dalle famiglie.

Dal punto di vista psicologico, è necessario ridurre l’ansia con una psicoterapia di tipo analitico (per scoprire le vere cause di questa fobia) e laddove necessario (se necessario) si può far ricorso anche ad una terapia di sostegno farmacologica.

Paura di essere derisi, ovvero la Gelotofobia

Il termine fobia deriva dal greco φόβος,phóbos, “panico, paura”.
Una fobia è caratterizzata da una paura intensa e persistente, duratura nel tempo, nei confronti di una specifica cosa, in realtà non adatta provocare a livello razionale un timore così intenso.

Le fobie sono molto comuni: esse  colpiscono circa il 5% della popolazione mondiale. Questo vuol dire che un individuo ogni 20 soffre di almeno una fobia ed in modo maggiore le donne rispetto agli uomini.

Una particolare fobia è quella denominata gelotofobia ((γέλως = “le risa”). Ma cosa significa il termine gelotofobia?
Contrariamente a quanto potrebbe sembrare al primo impatto ed anche se
il termine può farci pensare alla fobia di mangiar gelati, non si tratta di questo.
La gelotofobia è una condizione inquadrata nella famiglia delle fobie (ed alla sotto categoria della fobia sociale),  questo termine di origine greco significa “paura del riso”.
Infatti la persona che è affetta da gelotofobia vive in una una costante paura di essere derisa e criticata dagli altri che gravitano intorno a lei.
Anche se può accadere a tutti noi di essere molto sensibili alle critiche altrui, nei gelotofobici, sembra essere presente una incapacità di distinguere, tra un sorridere finto ed un sarcastico.   
Le persone che soffrono di gelotofobia infatti, interpretano in modo erroneo la mimica facciale a  il loro tono di voce, le posture, etc,  credendo di essere sempre loro stessi ‘oggetto della derisione’ degli altri.
Sembra possibile che chi soffre di questo disturbo, sia stato oggetto di critiche esagerate e derisione in passato.
La gelotofobia essendo fonte continua di sofferenza nel rapporto con  gli altri, generando umiliazione, rabbia e  frustrazione,  può causare depressione oppure uno stato di patologica tristezza.
A cura della d.ssa Elesabetta Lazzari

Philofobia, ovvero La Paura di Amare

La paura di amare

Il termine, com’è prevedibile, viene dal greco; infatti la Philofobia viene da  “φιλος” (amore), e da “φοβία” (fobia). Definita in termini semplici e immediati, descrive quei soggetti che hanno paura dell’amore. Quindi, paura di innamorarsi, di unirsi o attaccarsi ad altre persone. Qualcuno la definisce, facendo un salto dialettico forse un pò audace, anche come anoressia sentimentale, dal momento che in casi estremi, potrebbe essere caratterizzata anche dalla mancanza totale (o in parte) del desiderio sia affettivo che sessuale.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona.
Dante Alighieri, Inferno, Divina Commedia, 1304/21

La paura di amare – cause

Escludiamo dal ragionamento tutti quei casi ove l’origine è ben evidente: una profonda delusione amorosa (siamo stati lasciati) ci frena ed evitiamo di correre lo stesso rischio per non soffrire di nuovo oppure per non avere altre delusioni.

Chi ne soffre (non tutti ne sono consapevoli) nella propria infanzia potrebbe aver vissuto in un contesto ove  l’amore di cui era circondato poteva essere stato percepito come smisurato; oppure, al suo contrario, la totale assenza di amore se non addirittura rifiuto, come quando di cresce in un ambiente affettivamente gelido. Insomma, un ambiente dove l’amore è stato vissuto in modo distorto.

Amor al cor gentil ratto s’apprende.

Dante Alighieri, Inferno, Divina Commedia, 1304/21

In ambito psicoanalitico potremmo rifarci al concetto della figura di attaccamento di Bowlby a cui rimandiamo.

Questo ambiente distorto come detto sopra, in alcuni casi apre una ferita che non guarisce e che quindi, sanguina continuamente, in particolare quando il rischio di innamorarsi diviene imminente.  Questi soggetti non vogliono soffrire e  vivere sentendosi in gabbia e compensano questa sorta di unilateralità, riempendo la propria  vita  di interessi e occupazioni (spesso sono persone di successo) da cui è difficile svincolarsi.

L’amore è la capacità di avvertire il simile nel dissimile.
Theodor Adorno, Minima moralia, 1951

In questi ed altri casi, nel soggetto, ogni qual volta ci sono i presupposti per un ‘avvicinamento’ oppure un ‘approfondimento’, una sorta di meccanismo di difesa spinge a tradurre in sofferenza ciò che invece sembra solo profondo amore. Un po’ come dire che non amo perché non voglio soffrire. Ecco che in questo caso, di punto in bianco, il soggetto ‘sparisce’ interrompendo una relazione che fino a quel momento era ‘piena’ e gratificante, adducendo spesso spiegazioni che, seppur circostanziati e  logiche, in realtà sono inconsistenti.

«Essere amati profondamente da qualcuno ci rende forti;

amare profondamente ci rende coraggiosi
(L. Tze)

La paura di amare – Cos’è l’amore

Lasciamo parlare i filosofi, in particolare Platone che   “…Durante il simposio, prende la parola anche il commediografo Aristofane e dà la sua opinione sull’amore narrando un mito. Un tempo – egli dice – gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione…”

Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no!
Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai.
Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio;
se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, ..e nessuno ha mai amato.

William Shakespeare

Bene, se questo è l’amore,  il philofobo, anche quando sembra abbia ritrovato la propria metà, invece di esserne lieto, non riesce a lasciarsi andare, resta insicuro, non riesce a trovare pace, non si tranquillizza e, in una parola, rinuncia all’amore e fugge, potremmo dire, in modo irragionevole. Al desiderio di unione si  preferisce la paura di fusione e quindi confonderci con l’altro spaventa e … si scappa. 

 

In alcuni casi si assiste a sintomatologie tipiche degli attacchi di panico che, chi ne soffre, sa fin troppo bene che  portano a ridurre anche vistosamente il proprio stile di vita (lavoro, scuola, relazioni amicali, etc).

Quando si ama, si raggiunge una profonda intimità con l’altro, si mette a nudo, totalmente la propria persona .. si getta la maschera, in una parola ci si denuda ma noi sappiamo che questo archetipo, la Persona, rappresenta molte difficoltà da cui se non si trova una sintesi, difficilmente si trova l’armonia e il senso di completezza.

«Il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte.»
(O. Wilde)

Come riconoscere un/una Philofobo/a

Siete in coppia con una persona e sembra che tutto va bene, anzi benissimo, totale intesa in ogni ambito, sintonia totale e complementarietà completa?

Bene, sappiate che chi soffre di questo disturbo, improvvisamente riduce il numero delle telefonate, degli sms, degli incontri. Se voi invece insistete per avere spiegazioni e le poche fornite non vi soddisfano perché le ritenete inconsistenti, e quindi continuate a chiamarlo e alle sue non risposte mandate sms, bene, sappiate che la persona in questione potrebbe cambiare numero, potrebbe accusarvi di essere uno stalker, potrebbe (se insistete) diventare anche violenta. Se tutto ciò vi lascia senza parole, se questo è ciò che vi è accaduto o vi sta accadendo e non sapete perché, ecco avete appena fatto un incontro ravvicinato con un philofobo.

Cosa fare

Il philofobo, se non ‘lavora’ sul problema e non lo risolve, resterà tale. Quindi se vi siete innamorati di questo soggetto, fuggite.

Tutti dicono che l’amore fa male, ma non è vero. La solitudine fa male. Il rifiuto fa male.
Perdere qualcuno fa male. Tutti confondono queste cose con l’amore,
ma in realtà, l’amore è l’unica cosa in questo mondo che copre tutto il dolore
e ci fa sentire ancora meravigliosi.
(O.Wilde)

Se invece il philofobo ‘riconosce‘ il proprio disagio perché in fondo comprende che innamorarsi è una cosa fantastica ma teme di aprire i propri confini all’altro per non sentirsi invaso e in un certo senso per non voler cambiare la propria vita, se decide quindi di andare in fondo e comprenderne le vere ragioni e liberarsene, allora ci sono buone chance perchè in questo caso si può guarire e finalmente cominciare a vivere e ad amare.

 

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