Categoria: Emozioni

Sei un giudicante oppure un opinionista

Differenza tra Giudizio e Opinione

Spesso se ne parla ma se ci chiediamo la differenza, può capitare di fare confusione e quindi questo articolo vuol tentare di fare un po’ di chiarezza.

Con il termine giudizio si indica il giudicare; con quello di opinione, opinare.

In generale, potremmo definire che l’opinione, esprime un parere che viene espresso senza avere la pretesa di dichiarare verità assolute, esprime invece un pensiero, un’impressione, un qualcosa insomma che è soggetta al cambiamento in seguito ad una eventuale rielaborazione. Il giudizio invece, al contrario, è una definizione che mette fine ad ogni discussione, è permanente, a volte inappellabile e almeno per certe cose, può essere considerata una verità totale, assoluta anche se potrebbe non esserlo. Chi viene giudicato può essere bollato come l’ultimo (oppure il primo) degli uomini.

Sulle prime è facile tendere a considerare questi due termini come sinonimi (provate a consultare un dizionario dei sinonimi e dei contrari).

Peccato però che etimologicamente la distanza dal sinonimo sia abbastanza rilevante.

Consultiamo la Treccani.

  • Opinione dal latino dal lat. opinioonis, affine a opinari «opinare».

Il termine si riferisce al fatto che una o più persone, si fanno un’idea in riferimento a fatti oppure ad un determinato fenomeno in assenza di un criterio di certezza totale che permetta di giudicarne la  natura. Ecco che quindi si suggerisce una interpretazione che diviene personale; tale interpretazione (opinione) viene accolta come esatta e per conseguenza viene accettata come vera anche se possa esserci qualche vaga possibilità che potrebbe non essere tale.

  • Giudizio: dal lat. iudicium, der. di iudex -dĭcis«giudice». Qui il ragionamento è un po’ più complesso dal momento che può riferirsi a:
    • L’attività del giudice, quindi applicazione delle norme di legge;
    • Per analogia,  g. finale, ovvero dal punto di vista religioso (qualsiasi religione), del nostro operato al cospetto del tribunale di Dio;
    • Dopo un dibattimento c’è una sentenza o il verdetto dei giudici ove il giudizio può essere di condanna, assoluzione, oppure severo, troppo grave, inappellabile, etc.
    • Per estens., quando non c’è l’intervento dei giudici ma di altri tipo: una commissione giudicatrice, il parere (giudizio) di un insegnante; o in casi ove, ad esempio, ci si appella al giudizio dell’altro oppure della comunità, etc.
    • In situazioni in vigore presso agli uomini primitivi ci si rimetteva al giudizio di Dio, ad esempio attraverso un duello, oppure prove difficilissime, etc
    • Nel linguaggio comune, tutte quelle affermazioni ove si esprime un parere (opinione) in merito alla qualità, il merito, il valore, etc.
    • La capacità di una mente che giudica o che ha una buona attitudine al giudizio (lui è una persona che giudica bene, oppure lascio al tuo giudizio, etc) 

Quindi con opinione indichiamo una persona che attraverso l’esperienza e l’osservazione (in merito ad un fatto specifico) ha preso una certa posizione. Tale posizione è ovviamente soggettiva.

Con l’altro termine, giudicare, viene inteso quando si viene chiamati a legiferare, punire, assolvere oppure condannare, essere quindi giudice sulle cose, persone, fatti.  

In questo caso quindi, si è al di sopra delle parti, si è quindi oggettivi.

Quindi, potremmo anche sintetizzare con il dire che il popolo ha opinioni ma, poiché il popolo deve essere guidato, chi guida giudica ciò che è meglio per il popolo stesso.

L’opinione è un riflesso della propria esperienza, oppure di come vediamo una certa cosa, mentre il giudizio ha a che fare con il sentenziare.

Un’altra prospettiva potrebbe riassumersi con il fatto che l’opinione prevede una rapporto da pari a pari, mentre il giudizio viene tipicamente dall’alto verso il basso (erigersi a giudice).

Ma ancora, sicuramente abbiamo una opinione e diamo un giudizio.

Quindi potremmo dare scontato di aver dimostrato che i due termini non possono considerarsi sinonimi.

E ancora, tutti hanno o possono farsi un’opinione, ma solo poche persone possono realmente giudicare.

Le nostre credenze nascono dal fatto che ognuno di noi è in grado di farsi un’idea (opinione) più o meno su tutto. L’importante è tener presente che le opinioni possono cambiare e che anzi, solo chi le cambia può realmente cambiare le cose. Quindi, nel formarsi un’opinione, dobbiamo mantenere un certo grado di elasticità, soprattutto quando una certa opinione che ci siamo fatti, ad esempio di una persona, una situazione, etc. ci crea disagio oppure non è più attuale.

Un esempio tipico, potrebbe essere quello di riflettere sulla credenza dei bambini verso Babbo Natale oppure verso la Befana. Una credenza che con il tempo si trasforma.

Chi esprime una opinione, sa che è opinabile e quindi non si offende se gli altri ne hanno un’altra. Non sente di essere un genio se gli altri la sostengono né di essere un idiota se non trova un largo consenso e comunque non obbliga nessuno a pensarla come lui.

Chi giudica invece è convinto di sapere, conoscere, vedere e prevedere assolutamente tutto. Di avere la verità infusa. Lui è l’unico che sa e quindi si sente superiore a tutti, potrebbe avere un’autostima delirante e spesso, tenta di manipolare il prossimo (tipico dei narcisisti) per convincerlo del proprio punto di vista.

Passa buona parte del suo tempo nel plagiare gli altri, il suo continuo confrontarsi non è teso alla comprensione o al confronto ma solo al giudizio. Raramente cambia idea, anche in presenza di evidenti errori, incoerenze, difetti oppure di cose che potrebbero essere nocive per altri. Il giudicante, resterà testardo fino in fondo e accetta solo chi si adegua alle sue idee.

Il giudizio, all’interno della nostra società, e primancora nelle società arcaiche, nasce nel momento in cui si è reso necessario avere un capo, una persona posta al di sopra degli altri, con il potere di decidere e quindi anche di emettere giudizi.

Tutto ciò, necessario e funzionale nelle società arcaiche, ha provocato nell’attuale società un’enorme competizione. Tutti vogliono vincere, comandare, giudicare. Quindi tutto ciò che facciamo va inevitabilmente in quella direzione, vincere la competizione. Peccato che ciò che veramente è vincente oggi è l’omologazione e sempre meno l’originalità (che poi, è sempre stata premiante). Si è omologati in tutto, nelle azioni, reazioni, emozioni, sensazioni abitudini, abbigliamento, taglio dei capelli, etc.

Ecco che diviene comune, banalmente comune ‘giudicare’ chi si veste non alla moda, non si comporta come gli altri, etc. Si diventa, quindi oggettivi in merito a tutto ciò che crediamo e quindi tutto diventa più statico e meno orientati al cambiamento e di conseguenza mettiamo a rischio la nostra crescita emotiva, il nostro stato psichico che rimane basso e le nostre relazioni si mantengono povere.

La depressione. Cosa è.

Cosa è la depressione

Cosa è la depressione, iniziamo leggendo insieme la definizione tecnica presente sul ‘librone’ delle malattie mentali il Il DSM 5 anche per essere sicuri non confonderla con altre patologie.

DSM sta per Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali); il 5 sta per la versione che poi è l’ultima (almeno ad oggi).

Nel DSM troviamo che il Disturbo Depressivo Maggiore rappresenta un quadro clinico che è caratterizzato da un umore depresso con perdita di piacere o interesse per tutte quelle attività che normalmente prima venivano svolte quotidianamente. Tale stato dura da tempo (minimo due settimane). Ma non basta questo calo dell’umore, infatti servono almeno altri 5 sintomi tra tutti quelli che seguono.

Peso: assistiamo ad una perdita/aumento di peso significativa e quindi insolita.

Disturbo del sonno: eccessivo tempo speso a dormire (più di 9-10 ore al di), oppure insonnia.

Motricità: agitazione/rallentamento sia psichico che motorio tutti i giorni.

Stanchezza: sentirsi affaticati, stanchi, senza forze tutti i giorni. In merito alla stanchezza cronica (tipica della depressione), spesso si assiste ad un paradosso: tornando al lavoro, il senso di stanchezza diminuisce sensibilmente. Il senso di stanchezza che si prova durante la depressione non va attribuita quindi alla stanchezza fisica bensì a quella emotiva. Ecco che, tornando al lavoro, la stanchezza mentale sparisce dal momento che impieghiamo l’energia psichica in qualcosa di concreto e non a rimuginare su cose spesso inesistenti.

Autostima: provare sensi di colpa continui e spesso senza una reale giustificazione ed autoesprimere sentimenti tesi a svalutare continuamente la propria persona.

Concentrazione: incapacità di concentrarsi, essere continuamente indecisi.

Pensieri di morte: pensare continuamente alla morte, oppure al suicidio. Questi soggetti si sentono assolutamente inadeguati e di peso sia per la famiglia che per gli amici che invece, tentano in ogni modo di stimolarlo per tornare ad essere la persona attiva e spensierata di prima; cosa che per lui, al momento, è impossibile e quindi tutti i pensieri gravitano intorno a questo vortice.

Altri sintomi: calo della libido, pessimismo, deficit di memoria, irritabilità, pianto continuo, mancanza del sorriso, ansia, etc.

Nell’insieme, il depresso smette di prendersi cura di se, smette di lavorare, non ne ha più voglia, non ne vede il senso; smette di fare attività sportiva e, grazie al calo della libido smette di avere rapporti sessuali. Non ha voglia di nulla, tutto gli è insopportabile e di qualsiasi cosa, non ne vede la ragione per affaticarsi. E’ tutto inutile. Un pò come ci dice Amleto:

ho perso tutto il mio brioso umore, tralasciato ogni usata occupazione; e ciò grava a tal punto sul mio spirito che questa bella struttura, la terra, mi sembra un promontorio senza vita, questo stupendo baldacchino, il cielo, questa splendida volta, il firmamento, questo tetto maestoso, ingemmato di fuochi d’oro… ebbene, per me non è nient’altro che un odiato pestilenziale ammasso di vapori. Che sublime capolavoro è l’uomo! Quanto nobile nella sua ragione! Quanto infinito nelle sue risorse! Quanto espressivo nelle sue movenze, mirabile: un angelo negli atti, un dio nell’intelletto! La bellezza dell’universo mondo! La perfezione del regno animale! Eppure che cos’è agli occhi miei questo conglomerato di terriccio? L’uomo per me non ha alcuna attrattiva… e nemmeno la donna, …’  Amleto, atto primo scena seconda

Per il depresso, il momento peggiore è la mattina dal momento che si sveglia ed è già stanco ed ha davanti a se una lunga giornata da affrontare, e tutto ciò viene vissuto come insopportabile ma anche con paura.

In merito ai pensieri, non possono che essere tutti incentrati sul pessimismo, e quindi con un futuro tutt’altro che roseo, ci si sente responsabili di tutto, ci si svaluta continuamente. Le frasi tipiche e ricorrenti che caratterizzano il depresso sono: non riesco a decidere, sono un perdente, va tutto male, è colpa mia, sono un peso per tutti, ho fallito in tutto, e in merito alla ruminazione il suo commento tipico è: non riesco a non pensarci.

Sul piano comportamentale tendono ad isolarsi, svolgono il minimo indispensabile, la normale vita quotidiana di una volta è solo un vago ricordo perché tutto viene tralasciato. Possiamo assistere anche ad esplosioni d’ira, con rilievi sul piano verbale che fisico. Possiamo quindi assistere a rotture di oggetti ma anche ad aggressioni con insulti.

Casualità e sincronicità – differenze

Casualità e sincronicità

Solo ‘Democrito, il mondo a caso pone’, diceva il divino poeta.

Dalla scienza ci arrivano continue conferme sul fatto che ‘il caso non esiste’ perchè ciò che sembra casuale, in realtà ci viene da ‘un qualcosadi molto profondo. A riprova di questo fatto, che per i più sembrerebbe incontestabile, ognuno di noi può provare a ricordare fatti (apparentemente) inspiegabili, (che accadono a tutti) anche se poi, semplicemente vengono ignorati o bollati come mere coincidenze. Però a pensarci bene, quando accadono quelle cose, ammettiamolo, un pò sorprendenti, si ha la sensazione che esistano, percepibili solo a tratti, una serie di fili invisibili che uniscono cose e persone. Insomma si ha l’impressione palpabile che tra gli avvenimenti, ci siano legami, che uniscono persone e informazioni. Ad esempio, cercate una casa e conoscete (per caso) una persona che gestisce un patrimonio immobiliare; cercate di risolvere un problema e, alla pagina successiva del libro che state leggendo, vi trovate la soluzione; cercate una persona al telefono e mentre vi accingete a chiamarla, vi squilla il telefono e guarda caso, è proprio quella specifica persona che vi chiama; vi trovate in un centro commerciale e incontrare, anche qui per caso, proprio la persona a cui dovete assolutamente chiamare per dirgli o dargli una cosa. Gli altri esempi, aggiungeteli voi.

Bene, tutte queste cose non sono casuali ma, come dice Jung, sono eventi di sincronicità.

Questi eventi, che rappresentano certamente gli aspetti sorprendenti e per certi versi enigmatici, e che sono oggetto di studio anche da parte dei fisici quantistici che si occupano nello specifico  di entanglement, permea continuamente l’universo in cui viviamo.

Jung se ne è occupato (insieme a Wolfgang Ernst Pauli, premio Nobel per fisica nel 1945) riferendosi (in merito a questo termine) alla simultaneità di due fatti che sono legati tra di loro da un senso ben specifico, ma in maniera casuale. Il fatto può essere interno e/o esterno, difficile da spiegare (come fai a spiegare in modo sensato che pensi a tizio e subito dopo ti arriva un suo messaggio? Non lo spieghi, è così e lo accetti) ma che però l’osservatore (l’amico di tizio), riconosce che un senso ce l’ha. Tentando di spiegare questo fenomeno, Jung ipotizzò che tra individuo e individuo (con eventualmente anche il coinvolgimento dell’ambiente circostante), in determinate situazioni, e inspiegabilmente, si viene a creare una sorta di ‘attrazione’, di sinergia, che ha come risultato finale, la creazione di tutta una serie di circostanze coincidenti, a cui le persone che la vivono gli attribuiscono un certo valore  ma anche un certo significato simbolico.

Quando accadono fatti del genere, rimaniamo senza parole, tendiamo ad interpretarli come casuali, oppure magici, oppure … ma….

La sincronicità potrebbe rappresentare, una specie di soluzione oppure l’idea giusta (che la mente ricerca); in questa prospettiva, ecco che arriva sotto forma di coincidenza, oppure di sorpresa, il modo che ci permette di raggiungere ciò che era nei nostri pensieri.

Questo tipo di esperienze (sincroniche), avvengono, caso strano assai, proprio nel momento giusto, quando insomma non ce lo attendiamo, e lo chiedo a tutti, quante volte, questi fatti, sono stati determinanti per cambiare il corso della nostra vita oppure hanno influenzato, in modo significativo, i nostri pensieri oppure le nostre opinioni in merito a…..

Ricordo che una volta un paziente mi ha chiesto, al telefono, come uscire da una situazione specifica che si era appena determinata. Gli ho suggerito di lasciarsi ispirare dal primo cartellone pubblicitario. Incredibilmente, ha funzionato.

Per beneficiare della sincronicità (che accade tutti i giorni e a tutte le persone di questo mondo) è necessario essere aperti e recettivi a tutto ciò che ci circonda avendo la mente aperta, permeabile, oppure vuota (almeno nell’accezione descritta in un altro articolo), tutte condizioni utili affinchè la sincronicità trovi i suoi spazi per potersi esprimere.

Se invece siamo perennemente in allerta ed ostili a ciò che ci circonda diviene più facile che accada il contrario, ovvero accada ad altri e non a noi. Il fatto sincronico può avvenire in vari modi (e sopra abbiamo citato qualche caso). In un certo senso, il fatto sincronico può essere influenzato (caratteristica dell’entanglement) se ogni cellula di noi si focalizza nel ricercare ciò che ci interessa (un lavoro, un partner, etc…) piuttosto che osteggiarlo con il nostro pessimismo.

Ma, vorrei spiegare meglio cosa intendo con interesse.

Interesse è una categoria della coscienza, quindi non fa il nostro caso, la sincronicità non viene attivata dalla coscienza.

Con interesse io intendo: i nostri bisogni più profondi. Quindi, il locus interessato non è la coscienza bensì, l’inconscio. E’ solo dall’inconscio che vengono innescate le forze primordiali. Ovvero le forze che generano il cambiamento.

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Il ruolo del  Padre nell’attuale società

Parlare del padre, oggi, è molto difficile, contrariamente a quanto lo poteva essere fino alla fine dell’ultima guerra. Infatti il ruolo del padre era chiaro e netto e nessuno lo metteva in discussione. Poi però tutto cambia e per i padri diviene difficile provvedere al sostentamento economico per se stessi e per la propria famiglia. In seguito, il boom economico riuscì parzialmente a ricomporre questo ruolo ma negli anni successivi, sia in Italia che altrove, le cose cambiano notevolmente al punto di creare un mito, quello del padre assente. Questo mito è stato rinforzato anche dal fatto che si è posta l’attenzione sulla madre e sul suo impegno e sempre meno su quella del padre, via via sempre più svalutato.

La psicoanalisi, con Freud, evidenziò l’importanza del padre (vedi il complesso di Edipo), ma in seguito, i suoi allievi scrissero molto di più sul ruolo della madre e sempre di meno su quello del padre. Melania Klein, si focalizzò sul ruolo del bambino attaccato al seno materno, Bowlby  sulla figura di attaccamento e Winnicot ribadisce l’importanza che una madre buona è indispensabile per la crescita dell’uomo.

Dov’è il padre? E’ stato escluso da ogni discussione che lo veda come utile alla crescita del benessere psicologico dei figli.

C’è naturalmente una differenza sostanziale tra il ruolo materno e quello paterno. Il padre, non allatta, non porta il feto, non lo nutre, non lo partorisce.

Quindi il legame madre-figlio è essenziale per la sopravvivenza del figlio, quello con il padre invece, è un legame tutto da  costruire, e la sua fragilità può essere risolta solo se la società a contorno, istituzionalizza dei riti e delle regole, tipo quella che avevano i Romani. Li, il Pater familias, aveva potere di vita e di morte con la sua familias. Era il capo indiscusso: la moglie, i figli, le nuore e gli schiavi erano a lui sottomessi. Egli esercitava la patria potesta, un potere che esercitava fino alla sua morte, e che gli conferiva molte facoltà, tra cui quella di vita e di morte oltre al potere di venderlo (il figlio) come schiavo. 

Ma, a parte queste estremizzazioni (durate più di 700 anni), è indubbio che il padre lo si associa al senso di responsabilità; in lui si vede il sostegno, insieme alla madre, per curare lo sviluppo emotivo della prole e con essa le generazioni future, permettendo che la specie (Homo Sapiens Sapiens) abbia un futuro. Oggi viviamo in un mondo ove viene esclusivamente premiata l’efficienza produttiva e sempre meno quella di tramandare valori.

Un altro aspetto non meno importante viene affidata alla constatazione che oggi, sia madre che padre sono maggiormente preoccupati a farsi amare e sempre meno a farsi rispettare e soprattutto a mettere in primo piano ciò che dovrebbe (lo è sempre stato) essere l’attività primaria: l’educazione. Una funzione spesso esercitata dalla madre e sempre meno dal padre.

Assistiamo sempre di più ad una madre che si accolla tutte le funzioni (anche quelle paterne) e un padre che si sfila sempre di più.

Il Processo di Kafka, narra di una persona condannata per un crimine di cui non ricorda nulla, chi dovrebbe non gli dice nulla fino alla fine del processo, che si conclude con la sua condanna.  Potrebbe essere una buona metafora di questo padre sempre più assente?

Cosa è rimasto del Pater Familias di cui parlavo sopra? La risposta è facile: nulla o poco più.

Il padre può solo proporre modelli o valori, a cui il figlio può opporre il proprio no e a cui viene spesso rimandata la gestione del conflitto (utilissimo per la crescita) che spesso viene elusa.

Dal momento che alla madre viene riconosciuto un potere di natura biologica, quindi fortissimo e ineludibile, al padre (avendo persa la Patria Potestas di cui sopra) rimane un legame che non è biologico ma simbolicamente adottivo.

Mitologemi che rimandano al padre

Conosciamo tutti la storia di Telemaco, figlio di Ulisse e di Penelope. Vive nell’attesa del suo ritorno, del ritorno di un padre che non ha mai visto.

Un mito che racconta la storia dei figli abbandonati e a quei tempi, più di oggi, l’abbandono era reale.

Come abbiamo detto sopra, gli psicoanalisti dopo Freud, hanno raramente scritto in merito del padre. Il mito di Telemaco (figura maschile) è stata presa per la prima volta da Jacques Lacan e recentemente da Massimo Recalcati, ove  il disagio giovanile viene in qualche modo ripreso da una prospettiva psicoanalitica e non solo sociale (si parla moltissimo infatti del disagio giovanile). 

In buona sostanza, il concetto evidenziato si riferisce al complesso di Edipo ed al senso di castrazione che il figlio prova in quella fase.

Il fine di tutto questo è ovviamente la progressione maturativa del figlio il quale, vedendosi impedito l’accesso alla madre e quindi, vedendosi inibito il principio del piacere, impara a seguire regole e leggi, obblighi e divieti, costringendolo ad andare oltre il proprio egoistico bisogno del possesso sia delle cose che delle persone. Ecco quindi che la funzione del padre, diviene quella di introdurre nella vita del figlio, attraverso il linguaggio, il modo, fatto di limiti, per entrare in una relazione con se e con gli altri caratterizzata dall’equilibrio.

Affinchè tutto ciò accada, il complesso di castrazione (simbolico) deve essere giocato seriamente.  E non come avviene in chi attende Godot, oppure come chi, similmente, attende qualcuno che non  arriverà mai. Come abbiamo detto, oggi i padri tendono più a ricercare il consenso dai figli piuttosto che castrare.

Il padre e la sua funzione sta venendo sempre meno dalla nostra società. L’autorità simbolica del padre è sparita dalla nostra società, è relegata (ma non sempre) alla figura di colui che mantiene, ma che ha smesso di trasmettere i valori tipici di cui la società ha ancora bisogno.

Separazioni, divorzi, precarietà lavorativa, alcolismo, gioco d’azzardo, … generano una spaccatura da cui i figli non trovano l’orientamento necessario. I bambini hanno bisogno di direzione ma molto spesso sono i genitori che fanno decidere ai figli.

Nel mito, Telemaco attende l’arrivo del padre, che poi arriva. Nella nostra società i figli attendono Godot. 

Oggi non serve più un padre che elargisce disciplina (non è più credibile) ma, come dice Recalcati, un padre che elargisce testimonianza. Non ci sono più Pater Familias con potere assoluto, ma solo padri testimoni.

Un padre che dica ai figli come stare in questo mondo, quanta passione mettere nelle cose, un padre che insegna, con la propria testimonianza (ed esempio), come essere felici e vivere in questo mondo, pur con tutte le sue contraddizioni, con desiderio, ma anche, non dimentichiamolo, con responsabilità.

Il padre di oggi, non è più quello che  risponde ‘perché lo dico io’; serve un padre umano, che pur con tutti i suoi limiti, dimostra che la vita ha un senso anche se ignora il senso ultimo della vita.

Freud e la sessualità

Freud e la sessualità

Spesso parlando di Freud, la prima cosa che si sente dire è che per lui tutto si riconduce al sesso. Intanto precisiamo che c’è una bella differenza tra il sesso e la sessualità.

Il sesso è legato agli aspetti biologici, mentre la sessualità comprende tutti gli aspetti psicologici.

Origine del termine libido

Buona parte della confusione la si deve quasi sicuramente al termine che Freud usa nei suoi scritti. Nei ‘Tre saggi sulla teoria sessuale’, Freud usa spesso il termine ‘libido’. Nella prima parte si tratta il tema della perversione; nella seconda, questi aspetti perversi sono connessi con la sessualità infantile; la terza parte, invece, tratta della sessualità dell’adolescente e di tutti quei cambiamenti che avvengono con la pubertà.

Freud intuì l’importanza di questo aspetto, la perversione, dal momento che è insita  in ogni essere umano. Tutto parte dall’infanzia, dal momento che attraverso una serie di cambiamenti, modifiche, limitazioni, elaborazioni, questi aspetti risultano evidenti nell’età adulta. Quindi, la sessualità adulta non può essere vista (ricordiamoci che siamo ai primi del novecento) come ‘mettere il pene in vagina’ (‘immissio penis in vagina), oppure ‘eiaculare in vagina’ (eiaculatio spermatis in interpositum) così come era (e forse lo è ancora) riportato nel codice canonico e nella struttura morale degli individui, dal momento che è qualcosa di molto molto più complesso.

Non riconoscerlo, potrebbe avere come conseguenza, infelicità e nevrosi.

Nel mio lavoro vedo spesso gli effetti di questo mancato riconoscimento. Ad esempio, nelle terapie di coppia, dove la principale causa del disaccordo ha origine sessuale, spesso ho rilevato che il disaccordo, oppure il ‘problema’, risiede spesso nel fatto che uno dei due ha difficoltà o fantasie incomunicabili (perché percepite come perverse). Quando finalmente queste fantasie vengono condivise (e le resistenze sono incredibili), tutto si scioglie come neve al sole.

Ma, torniamo al termine ambiguo, ovvero libido.

Dal latino libidine, è stato introdotto nel linguaggio psicoanalitico. In psicoanalisi significa; energia, espressione vitale e rappresenta tale energia sia per quanto riguarda l’aspetto psichico che sessuale; ma anche su altre forme di investimento, ad esempio verso un oggetto esterno (acquisto della vettura dei tuoi sogni, il viaggio da sempre sognato, etc), ma anche l’investimento di se stessi (libido narcisistica, oppure dell’Io); per Jung invece, il termine ha un significato molto più ampio, dal momento che rappresenta l’energia psichica in toto, è un impulso che non viene inibito da nessuna istanza morale e comprende non solo la sessualità ma anche altri aspetti come ad esempio, appetiti, affetti, bisogni, …

Il termine, cosi come abbiamo visto, è molto distante dall’uso e abuso che se ne fa comunemente. Buona parte della popolazione ne ha una percezione riduttiva e in alcuni casi distorta, dal momento che siamo stati abituati a limitare il campo di interesse alla sola sfera sessuale.

Importanza delle pulsioni

Approfondiamo la conoscenza di questo termine, facendo riferimento al suo promulgatore, il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud.

Per Freud, la libido è pura energia che, partendo dagli istinti (pulsione è il sinonimo più usato) e sulle sue ripercussioni, ovvero il comportamento, dal momento che ne è influenzato.  

Questi due principi li ritroviamo anche in Empedocle che li evidenzia come philia , (amicizia, amore) e neikos (odio, discordia) e la loro funzione ma anche il loro nome sono identiche al nostro Eros, e Thanatos che vedremo sotto.

Eros è la divinità greca dell’amore e mira ad organizzare la realtà in modo armonioso, mentre Thanatos tende a far si che tutto ciò che vive debba trasformarsi in un qualcosa di inorganico.

La pulsione di vita (incarnata dalla figura di Eros) attiene a tutti quegli impulsi legati ad emozioni ed affetti. In particolare, tutto ciò che ci fa innamorare, entrare in relazione (networking) con gli altri, desiderare di fare figli, …

Sul fronte opposto abbiamo la pulsione di morte, una tensione auto(distruttiva), viene rappresentata dal dio della Morte Thanatos (dal greco θάνατος). Questa è una pulsione che, come facilmente possiamo intuire, si oppone alla vita e fa di tutto per renderla ancora più complicata. Il nostro comportamento, influenzato dalle pulsioni, è caratterizzato da: fare sempre gli stessi errori (anche se il detto popolare dice che sbagliando si impara, cosa a cui io non credo), fare le stesse cose pur sapendo che è sbagliata (ad esempio, riallacciare una relazione che sappiamo essere sbagliata).

La libido e il piacere

Anche se, come abbiamo visto sopra, viene naturale, pensando al piacere, pensare solo a quello sessuale, inutile dirlo, nella testa di Freud c’era molto di più (i maligni pensano che in Freud c’era tutto meno che il sesso).

Un esempio: quando abbiamo fame, cosa proviamo dopo aver mangiato? Si, piacere. Abbiamo fatto una lunga camminata in montagna, abbiamo finito l’acqua da un bel pezzo e finalmente riusciamo a bere. Cosa proviamo dopo aver bevuto? Abbiamo finalmente acquistato la vettura dei nostri sogni. Cosa proviamo mentre la guidiamo nei primi chilometri?

Dove troviamo la libido?

Freud affermò che si trova all’interno dell’apparato psichico (Es, Io e Super Io)

‘In merito all’apparato psichico, la prima rappresentazione che ne da Freud (prima topica – Il termine “topico” viene dal greco e significa “teoria dei luoghi” e quindi, luogo psichico) abbiamo l’inconscio, il conscio e il preconscio; nella seconda topica i ‘luoghi’ diventano: Io, Super Io ed ES.’

Nell’Es, ove il principio del piacere trova il suo luogo di elezione, troviamo la spinta che punta al piacere immediato; il nostro comportamento è guidato inconsciamente al piacere che ci procura un godimento immediato. Abbiamo voglia di alcol e non vediamo l’ora di berci un bel cocktail oppure un bicchiere di vino, una birra, …

L’Io pur fronteggiando l’energia libidica che scaturisce dall’Es, tende al raggiungimento del piacere ma considera tutti gli aspetti della realtà. L’Io considera il contesto, alla base di ogni relazione sociale. L’Io quindi, controlla sia il comportamento che la percezione e lotta continuamente per equilibrare le diverse spinte pulsionali dell’Es.

Ad esempio, ho una vettura che potrebbe raggiungere i 300Km orari: l’Es vorrebbe spingerla al massimo; l’Io pensa che non sarebbe saggio ne salutare andare oltre i 130 Km dal momento che siamo in autostrada.  

Il Super-Io (molto simile all’Io), si distingue per il fatto che da molta importanza, (forse troppa in alcuni casi) alla morale. Ha interiorizzato valori e regole della società (prima dai genitori, poi dalla scuola, chiesa, partito, …) frutto della interazione continua con le altre persone.

Ad esempio, vorremmo tanto fare una certa cosa ma ci sentiamo in colpa e quindi non la facciamo. Siamo in una strada larga e senza autovelox, vorremmo andare oltre i limiti consentiti ma sappiamo che non si può e quindi evitiamo di farlo. Oppure vorremmo tanto tentare di sedurre la fidanzata di un nostro amico (ci piace da morire dice l’Es, non si può dice l’Io, mi sento terribilmente in colpa solo per averlo pensato, dice il Super-Io).

Le fasi dello sviluppo psicosessuale

Per Freud, la libido non c’è solo negli adulti ma, naturalmente diremmo noi,  innaturalmente direbbero i benpensanti, esiste anche nei bambini, in tutte le fasce di età. Ovviamente la libido è presente ma in modo completamente diversa di come gli adulti pensano, ovvero è caratterizzata dal modo con cui si ottiene il piacere. Infatti:

nella fase orale si ottiene con la bocca;

in quella anale con il controllo degli sfinteri;

in quella fallica si ottiene prevalentemente manifestando un comportamento esibizionista

nella fase di latenza si comincia ad avere vergogna e pudore, in merito alla sessualità;

infine la fase genitale, con la pubertà e la piena maturazione sessuale.

Blocco della libido

Quando la libido non segue il suo flusso naturale, allora ne abbiamo un blocco. Se ciò accade, allora c’è qualcosa (ostacolo) che frena o addirittura blocca la naturale progressione della nostra crescita. Quindi la libido deve spostarsi lungo le varie fasi e non bloccarsi a singole fasi. Se ciò avviene, la fase successiva parte con minore energia e il blocco si traduce in quella che Freud chiama fissazione.

Come abbiamo visto, ciò che noi pensiamo della libido è diverso da come la vedeva Freud che non l’ha minimamente pensata come desiderio del solo piacere sessuale. Freud l’ha concepito nel senso più esteso possibile, dal momento che riguarda ogni ambito del vivere quotidiano e che, avanzando lungo le varie fasi dello sviluppo, assumesse le specificità della fase stessa.

Il potere e l’abuso sessuale

ABUSI SESSUALI: QUANDO IL POTERE DA ALLA TESTA

Tutti abbiamo appreso dal tam tam mediatico di abusi e molestie del mondo dello spettacolo. Si urla e si strepita per lo scandalo ma sappiamo tutti che non è una novità. Queste cose sono sempre accadute e non solo ad Hollywood.

Weinstein licenziato dalla società che ha fondato: coinvolto in scandalo molestie sessuali

Abbiamo anche ‘scoperto’, che questa modalità non avviene solo nel mondo dello spettacolo ma anche in quella della impresa, dei professionisti, della politica…; tutta gente stimatissima ma con il vizietto chiamato: “comportamenti sessuali predatori”.

Perché questo comportamento è molto comune tra le persone che ‘possono’ Il potere da alla testa?

Vediamo quali possono essere le possibili ragioni.

Dominanza sociale

Fattore molto importante che stabilisce una sorta di gerarchia di potere che si sviluppa o che si sono sviluppate quasi fosse una legge di natura, all’interno del contesto sociale. Quindi abbiamo dominanze del tipo: uomini sulle donne, ricchi vs i poveri, bianchi  vs i neri, … Le persone ‘dominanti’ tendono a sentirsi superiori, si credono al di sopra ed agiscono di conseguenza. Le donne di condizione sociale più bassa, sono considerate ‘prede’ perché inferiori e più fragili e quindi facilmente manipolabili.. Nella loro mente c’è la malsana idea che queste donne, inferiori sul piano sociale, dovrebbero sentirsi lusingate delle loro attenzioni. Ecco che condiscono le loro avances (spesso brutali) con la promessa più o meno esplicitata di una possibile ascesa sociale.

Fare eccezione

Gli uomini che detengono qualsiasi forma di potere, tendono a pensare che tutto ciò che governa  le persone(inferiori) non riguarda loro dal momento che non sono applicabili proprio perché, appartengono  o pensano di appartenere alla classe superiore. Si fanno inoltre forte del loro potere e/o del loro denaro con la convinzione che tutto può essere acquistato, dal momento che è facile se non automatico cercare (e spesso raggiungere) un accordo con le loro vittime.

Sono un maschio

Alcune esperimenti hanno evidenziato che gli uomini che fanno carriera, tendono con il tempo a trattare in modo diverso i colleghi con cui in passato avevano un rapporto da pari. Con il tempo il principio di egualitarismo, cambia radicalmente tendendo ad assegnare a se stessi premi e incentivi. L’esperimento si è basato sull’analisi del testosterone, che in questi soggetti era superiore.  L’esperimento ha dimostrato anche che le donne, contrariamente agli uomini, tendono ad avere un comportamento più etico.

Naturalmente non si può fare di tutta l’erba un fascio, dal  momento che non tutti gli uomini di potere si comportano così, anzi svolgono il proprio ruolo con competenza, professionalità, senso di giustizia, umiltà.

In merito alla diade uomo di potere – subalterno deve sempre valere la regola che l’abuso sessuale va ipotizzato ogni qualvolta il primo ‘ci prova’ con l’altro.

Se un datore di lavoro ci ‘prova’ con una dipendente, la dipendente teme le eventuali conseguenze di un rifiuto; se invece la situazione è di parità, la donna si sente libera di rifiutare (o accettare) dal momento che percepisce di avere nulla da temere.

Ogni qualvolta ci troviamo in presenza di una evidente asimmetria, colui che ha maggior potere dovrebbe assumere un comportamento altamente etico. Insomma, ‘non ci dovrebbe provare’.

L’abuso invece è un crimine e quindi è al di fuori da questa discussione. La legge, in questi casi è abbastanza chiara: fare avances alle dipendenti, facendosi forza o abusando del proprio ruolo (superiorità gerarchica) è un reato. Le statistiche del resto parlano chiaro, il fenomeno (molestie sessuali) in ambito lavorativo, riguarderebbe il 40-60% in ambito lavorativo. Peccato che la legge non ci protegge dal disagio e dall’imbarazzo di chi deve vivere quotidianamente con questa situazione.

Ma reato o meno, è altamente disonorevole abusare della propria posizione perché tra l’altro si espone l’altro alla vergogna e alla paura (ad esempio di perdere il lavoro).

L’importanza del VUOTO in psicologia

L’importanza del VUOTO in psicologia

I Buddisti, in merito a questo aspetto, si rifanno al Sutra del Cuore il cui messaggio è:

tutto è vuoto, una volta compreso interiormente questo punto, si è finalmente liberi, andando oltre l’illusione.

 Ecco parte del testo:

Il Sutra del Cuore

 “Ascolta, Shariputra:
questo stesso corpo è il vuoto
e il vuoto stesso è questo corpo.
Questo corpo non è altro che il vuoto
e il vuoto non è altro che questo corpo.
Lo stesso vale per le sensazioni,
le percezioni, le formazioni mentali
e la coscienza….

Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;

lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza…

Ci sono due tipi di vuoto: il vuoto interiore, il vuoto creativo.

Vuoto interiore

E’ uno spazio che contiene dolore, che si insinua dentro di noi e che costella le nostre giornate. Ci sentiamo spenti, nulla ci piace, e non c’è nulla in grado di tirarci su. E’ difficile uscirne, anche perché ci assale un senso di angoscia, spesso senza oggetto (di cui si ignorano le cause). Le cause possono essere molteplici e spesso può essere utile far ricorso ad un sostegno.

Vuoto creativo

Contrariamente al vuoto interiore, connotato negativamente, qui ci troviamo alla sua antitesi. Partendo dal presupposto che non è possibile avere un pieno se non è preceduto da un vuoto oppure dal concetto del silenzio, che per i greci era fondamentale per poter creare qualcosa di utile e saggio, oppure ancora dalla passività feconda, nota a chi pianta un seme e attende il germoglio ma anche a chi lascia il campo a maggese (dalla cui necessaria inazione è necessaria per riprendere nuovo slancio) oppure quello che ogni madre ha verso i figli che crescono. Ecco quindi che il vuoto non è concepito come dannoso bensi come un momento necessario se non addirittura indispensabile per promuovere il processo creativo.

Ognuno di noi constata quotidianamente viviamo in un periodo dominato dall’eccesso, che potremmo anche ridefinire come ‘troppo pieno’ da cui certamente si ravvisa la necessità di creare momenti o spazi da riservare al vuoto, che potremmo definire come passività attiva.

Un possibile esempio di passività attiva, oltre a quello precedente del campo lasciato a maggese, può essere rappresentato dalla storie delle storie, quella dell’eroe, che interrompe la sua attività perché malato, oppure è imprigionato oppure perché rapito dall’estasi d’amore (Ulisse, Achille, Lancillotto, …). Ebbene, non sono solo semplici pause, bensì hanno una funzione ben precisa e strutturale. La solitudine a cui si abbandona Lancillotto, sembra si contrapponga all’azione cui ci ha abituato, non è quindi assolutamente uno spazio sterile (come non lo è il campo a maggese) ma com’è facile intuire, propedeutico e necessario alla ripresa di nuove avventure. In questa stasi, il cavaliere sembra perdersi (in tutti i miti dell’eroe abbiamo queste pause) ma in realtà ritrova tutte le energie che lo rilanciano verso le avventure.

Da tutto ciò si evince, spero in modo sufficientemente convincente che il vuoto non è un qualcosa di negativo o peggio ancora, dannoso, ma al contrario utile al processo creativo, e quindi alla crescita.

Quindi, il vuoto è quel ‘luogo’ ove c’è il nulla, non ci sono i pensieri, dove per decidere, non mi faccio influenzare da nulla, ma lascio la mia mentre libera e in attesa di un qualcosa che affiora.

Paradossalmente si risolvono i problemi proprio quando non siamo focalizzati su di loro ma ascoltando i suggerimenti che affiorano dall’inconscio.  Dal vuoto affiorano soluzioni che il solo ragionamento ignora.

Se siamo concentrati, intellettivamente su questo o quel problema, se quindi usiamo solo una parte, una piccolissima parte del nostro apparato psichico, trascuriamo tutto il resto. In nostro apparato psichico è fatto dall’Io, dall’inconscio personale e dall’inconscio collettivo, serbatoio degli archetipi.  Se usiamo solo l’Io (il ragionamento) trascuriamo tutto il resto che è enorme. L’io è solo un punto dove il resto è un tabellone gigantesco.

Ad esempio, quante volte ti sei arrovellato nella ricerca di una soluzione per un problema specifico senza trovare una soluzione? E quante volte, non pensando a quel problema specifico, all’improvviso hai ‘visto’ la soluzione davanti a te? Ecco, tutto questo accade perché l’Io ha ceduto energia e il resto dell’apparato psichico ha avuto le risorse per  ‘lavorare‘ e trovare, trovandola, la soluzione.

Ecco dove sta il vantaggio del vuoto: fare vuoto dentro, liberare la mente perché essa è concentrata sull’identità consueta e non riesce a vedere nulla o quasi.

“L’intima natura delle cose ama nascondersi”, Eraclito

Questa definizione di Eraclito, poetica ed ermetica allo stesso tempo, spiega che la natura di ogni fenomeno risiede quasi sempre dietro le apparenze di quel fatto/fenomeno e dei suoi effetti. Questa natura intima, in realtà non si nasconde ma semplicemente non è vista. Quante volte ti sarà successo di non vedere nulla e poi, all’improvviso, quasi per miracolo, tutto ti sembra più chiaro e illuminante? Quindi, quella cosa, quella situazione, quella soluzione è sempre stata li, era presente ed agente.

Se invece non risolviamo, allora vuol dire che abbiamo portato dentro troppo di noi, ci abbiamo pensato troppo, ci siamo inzavorrati. Tutta zavorra che dobbiamo eliminare e prima lo facciamo prima staremo meglio.

Ciò che non conosciamo della natura, nonostante la conoscenza attuale, è di gran lunga più importante e più attraente di quel poco che conosciamo.

Ecco che la malattia è il risultato di questo conflitto. Un conflitto tra l’anima e il corpo. Ma leggiamo cosa dice Jung in merito a questo aspetto.

 «La malattia è la dolorosa testimonianza di qualche conflitto in atto nel corpo e nell’anima. io cerco di scoprire che cosa i miei pazienti stiano nascondendo a se stessi; perciò, quando si rivolgono a me, mi limito al ruolo dell’ascoltatore. Faccio il vuoto nella mia mente, la rendo cioè ricettiva. Devo liberarmi di ogni preconcetto, evitare di dare giudizi sullo stato morale o spirituale che essi mi svelano.”

(C.G. Jung – Da un intervista del New York Times a Jung, fatta nel Settembre 1912, in cui egli parla della psicologia dell’americano.)

 Anche se non sempre, il vuoto non è assimilabile all’assenza (vedi Lancillotto, oppure il campo a maggese sopra), ma una gestazione più o meno lunga. I tempi della psiche non sono gli stessi di quelli del corpo, il tempo per elaborare non sono quelli che sono ma quelli che devono essere. Tutto questo può durare anche anni e a volte, per risorgere, per tornare a vivere,  bisogna toccare il fondo.

In merito all’archetipo del Sé, esso non si nasconde mai ma semplicemente è celato dal NOISE (rumore di fondo); tutte le sovrastrutture, inutili e dannose  (religiose, morali, sociali, …) che noi umani, da tempo immemorabile ci siamo inventati per ingabbiarci, circoscrive il nostro spazio vitale sempre di più.

Spesso si legge che i mistici avevano ‘visto’ ciò che oggi la fisica quantistica ci svela quasi quotidianamente.

In merito al vuoto, sia i mistici che la fisica quantistica ci dice che non c’è niente di così pieno di energia in quello spazio che ci ostiniamo a definire vuoto.

Danah Zohar, psicologa e studiosa di fisica, scrive che ‘il vuoto in se’ può essere concepito come il campo dei campi, o in altri termini come un mare di potenzialità.

Il campo, in fisica è una grandezza (proprietà di un fenomeno, sostanza oppure corpo) che può essere espressa come una funzione (relazione tra due insiemi) della posizione nello spazio e nel tempo oppure nello spaziotempo.

Questo campo, non contiene nulla (particelle) e tuttavia:  

‘le particelle sorgono come eccitazioni […] al suo interno. […] Il vuoto è il substrato di tutto ciò che è.” [Danah Zohar – L’Io ritrovato, Sperlink & Kupfer, Milano

Frequento una persona permalosa

Frequento una persona permalosa

caratteristiche delle persone permalose

E’ molto difficile comunicare con un permaloso. Bisogna stare attenti ad evitare certi argomenti, avere cura degli aggettivi da usare, fare molta attenzione ad esporre le proprie opinioni, e così via. In presenza di un soggetto con questa caratteristica è facilissimo inciampare. Il percorso somiglia molto ad una strada piena di ostacoli, dove alcuni di essi sono celati e su cui è facilissimo rimanerci incastrati. Basta una virgola fuori posto e magari solo nello specifico momento, per assistere ad una reazione sproporzionata. In poche parole ciò che il permaloso non sopporta sono le critiche ed essere messo in discussione.

Non riesce a stare tranquillo, sereno; è sempre sulla difensiva, si offende, reagisce in modo esagerato ed arrogante e naturalmente se glielo fai presente negherà anche l’evidenza con il classico:’…Chi? Io? Ma no’.

La permalosità è diffusa e molto evidente. Vediamo di seguito come la si potrebbe affrontare

Il permaloso – Autostima fragile

I termini in gioco in questo comportamento molto diffuso sono fondamentalmente due e sono contrapposti ma solo in apparenza: egocentrismo e insicurezza.

Il permaloso, esercitando la permalosità (mi si conceda questo giro di parole) difende la propria autostima (e se la deve proteggere, evidentemente è fragile).

In altre parole, è indubbio che molte persone vivono la propria esistenza sulla base di un parametro irrinunciabile: il giudizio altrui. Se è positivo allora c’è un valore. Se c’è consenso allora valgo. Se non c’è, sono svalutato come soggetto.

Ognuno di noi vorrebbe tendere ad essere migliore, più bello, più intelligente, più … più … più … e quindi alcuni (solo alcuni per fortuna), in particolare chi vede minacce dalle valutazioni altrui, evidentemente ha un punto di fragilità che lo obbliga alla difesa continua. 

Ecco quindi parzialmente spiegato il comportamento (a volte irragionevole) del permaloso. Ecco perché in sua presenza, ognuno di noi sa che deve misurare le parole. Vorrebbero tutta l’attenzione su di se (in caso contrario si sentirebbero trascurati) dal momento che si sentono protagonisti in ogni contesto (al matrimonio sono sia lo sposo che la sposa, al funerale il defunto, etc) e di conseguenza, qualsiasi critica non potrebbe che essere indirizzata a loro. Quindi tutta l’attenzione su di loro ma, a patto che sia solo positiva.

Ecco che uno scherzo innocente, oppure una critica o peggio ancora un rimprovero, scatenano i mostri, legittimandoli al contrattacco più feroce.

Due parole in merito alle critiche.

Chi non è stato oggetto di critiche almeno una volta nella vita? In un modo o nell’altro, chi più chi meno, mostriamo tutti una certa sensibilità alle critiche (non è appannaggio di un solo tipo di personalità). La reattività alle medesime è il risultato del proprio vissuto. Proviamo a vedere di seguito alcuni contesti specifici.

Poca autostima

In questo caso, ovvero in quella dove l’autostima è bassa, la sensibilità al giudizio è in relazione alla paura di non valere. Queste persone sono insicure e si sentono spesso inadeguate, non all’altezza.

Ferita affettiva

Quando ci troviamo in presenza di persone ipersensibili, quasi sempre ci troviamo a trattare soggetti che hanno avuto un’infanzia difficile; individui che vivono con una ferita affettiva, la ferita dei non amati, la cui profondità varia da caso a caso.

Ferita narcisistica e narcisismo

Nel caso del narcisista dobbiamo evidenziare che questi, viaggia perennemente con una corazza e quindi, teme che ogni critica, anche la più blanda, possa (almeno è ciò che percepisce) scalfire questa corazza. Il narcisista è convinto di essere speciale, l’unto del signore e ogni accenno di critica, anche l’osservazione più innocente viene percepita come una minaccia alla sua autorità (che ovviamente è e deve essere indiscussa).

Ci vuole veramente poco a far irritare un narcisista, oppure ad urtare la sua suscettibilità, infatti è sufficiente non condividere un punto di vista, oppure anche averne uno leggermente diverso: prenderà, siatene certi, il tutto come un affronto, come una critica intollerabile oltre che naturalmente inconsistente e reagirà con rabbia anche ridicolizzando colui o colei che ha ‘osato‘.

Possibili cause

In età precoce (sempre li sembra abbia inizio) il permaloso potrebbe aver subito, in modo continuativo, disattenzioni ai propri bisogni.

Secondo la teoria psicoanalitica, tale condizione altera negativamente lo sviluppo del super Io, orientandolo verso una posizione molto giudicante, in presenza di un Io fragile; fragile perché, alla sua base, c’è una grande ferita affettiva.

Ogni battuta, frecciatina, allusione, critica, anche velata, fa si che, quella frustrazione patita e vissuta come un mancato riconoscimento, fa emergere una sensazione insopportabile: non valgo nulla.

Al permaloso, quindi, manca l’equilibrio che viene della propria autostima, ovvero la capacità di accettarsi, riconoscersi, percepire il proprio valore e sentirsi un tutt’uno con se stesso.

Nella vita accadrà sempre che possiamo essere oggetti di critiche, offese, invidie … ma chi ha una solida autostima sa che sono cose che possono accadere ma anche che non possono e non devono impedire l’ambizione di realizzare i propri desideri.

Il permaloso non sa star bene con se stesso e quindi non è in grado di tollerare il fatto che a volte si può anche perdere.

Da adulti riusciremo a star bene con noi stessi e con il resto del mondo a patto che, durante l’infanzia, abbiamo avuto il necessario sostegno emotivo e siamo stati accettati e quindi riconosciuti (e non continuamente svalutati).

Cosa sono le emozioni

Cosa sono le emozioni

Di seguito parleremo delle emozioni primarie, quelle presenti in ogni cultura e in ogni uomo. Le ha scoperte Darwin che notò, e fu il primo, che le espressioni delle emozioni sono simili nell’uomo ma anche negli animali (con particolare riferimento ai primati). Esprimono il nostro modo di essere, di stare nel mondo e adattarsi e interagire con esso.

Ogni essere umano esprime le sue emozioni attraverso il corpo (comunicazione non verbale). Queste emozioni possono essere sia positive che negative. Attraverso la ‘lettura’ del corpo dell’altro, siamo in grado di comprendere se l’altro esprime:

  • Rabbia – dovuta alla frustrazione, si può esprimere attraverso l’aggressività;
  • paura – utile per la sopravvivenza;
  • tristezza – in seguito ad una perdita;
  • gioia – tipico di chi è soddisfatto;
  • sorpresa – qualcosa di inaspettato (che a sua volta può tradursi in paura, oppure gioia);
  • disprezzo – mancanza di stima
  • disgusto – avversione o ripugnanza.

Ognuno di noi prova tutti i giorni ora questa o quell’emozione. La lettura del corpo, ci permette di comprendere quale di queste emozioni sia al momento dominante. Poiché tutti gli esseri umani usano questa modalità ed è riconoscibile da tutti, possiamo dire che le emozioni sono universali.

In qualsiasi caso (quale emozione è dominante) abbiamo modificazioni sia al livello fisiologico che di pensiero. Abbiamo quindi alterazioni del battito cardiaco, della respirazione, arrossamenti etc, ma anche pensieri del tipo:’è finita’, che bello’, etc ma anche riflessi sul piano del comportamento: fuga, aggressione, urlare, etc.

Domani abbiamo un esame, stasera incontriamo una persona speciale, domani ho un incontro di lavoro, etc. Tutte cose che potrebbero accompagnarsi a mal di testa, alterazione del respiro, insonnia, male allo stomaco, un po’ di tremore, etc. Tutto perché a breve accadrà un qualcosa il cui esito è incerto e le aspettative sono elevate.  

Esistono poi altre emozioni, chiamate secondarie (quindi non innate come quelle precedenti) perché combinate con le primarie e sono: l’allegria, la vergogna, l’invidia, l’ansia, la gelosia, il perdono, la speranza, la nostalgia, la delusione, il rimorso e la rassegnazione.

Le emozioni – dominati o dominatori

Usiamo spesso dei termini per descrivere certi comportamenti. Cosa diciamo quando ci innamoriamo perdutamente di un amore impossibile, oppure ne rifiutiamo uno? In genere, usiamo dire che al cuor non si comanda.

Quando una persona è terribilmente arrabbiato, oppure lo è stato, e in quell’occasione ha avuto un comportamento sconsiderato, come si giustifica? Anche in questo caso, usiamo frasi del tipo ‘ero in preda alla rabbia’ o cose simili.

Potrei fare molti esempi simili e tutti non fanno che evidenziare che le passioni ci dominano.

Come abbiamo detto sopra, parlando di emozioni, non possiamo non condividere il fatto che entrano in gioco tre aspetti: pensiero, comportamento e fisiologia.

Immaginiamo cosa succede quando abbiamo paura, oppure quando siamo felici, oppure quando siamo irritati e così via. Come reagiscono i nostri pensieri, la nostra fisiologia, i nostri comportamenti. Tutte reazioni quasi automatiche, innate.

Ecco quindi svelata la funzione delle emozioni: difenderci dalla minacce/gioie che provengono dall’ambiente. Ci predispongono all’azione. Per fuggire, per combattere, per affrontare nuove situazioni, per evitare cibi che potrebbero farci male, etc.

Le emozioni hanno anche una funzione informativa. Ci permettono di capire cosa succede (e questo vale sia nel caso di un innamoramento che nel caso di una minaccia). Grazie ad esse, siamo in grado di ‘leggere’ cosa (ci) succede. In questo modo, siamo anche in grado di essere più consapevoli, e di comprendere quello che ci accade dentro ma anche intorno a noi.

Le emozioni offrono quindi un vantaggio dal momento che ci permettono di capire il mondo. Ma se non capiamo, ecco che allora si attiva solo la parte fisiologica, oppure solo la parte comportamentale e il tutto si traduce in ansia.

Quando abbiamo un disturbo di ansia, siamo maggiormente esposti perché non siamo in grado di capire perchè e le emozioni associate sono generiche, dal momento che non riusciamo a dargli un nome.

Cause della scelta ripetitiva del partner sbagliato

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato

Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliataOgnuno di noi è inconsciamente attratto da ciò che ci è famigliare. Quindi, se siamo cresciuti con genitori che ci hanno amato, saremo felici e forse anche persone di successo.

La figura di attaccamento, ha per ognuno di noi grandissima importanza. Se hanno creato con noi un buon legame (sicuro, sano e coerente) è relativamente più facile evitare persone manipolatorie, narcisisti, etc e anzi, questi soggetti, non susciteranno nessun interesse mentre, al contrario, saremo attratti da persone rispettose, autonome e alla ricerca della giusta intimità, supporto, reciprocità e  desiderosi di una comunicazione simmetrica.

Tutto questo, ovviamente salta, se da bambino, tutti o parte dei nostri bisogni emotivi non sono stati minimamente soddisfatti.

Ecco perché, da adulti, si corre il rischio di trovare il partner sbagliato. Se da bimbi non abbiamo avuto una figura di riferimento con le caratteristiche citate sopra (sicuro, sano e coerente), si ha la tendenza ad essere più vulnerabili.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Come vediamo l’amoreRisultati immagini per mi innamora della persona sbagliata

C’è da premettere una cosa fondamentale, atavica, oserei dire archetipica: l’essere umano, dovendo operare una scelta, si è sempre affidato alla sua esperienza, fatta prevalentemente di conoscenze acquisite.  Prendiamo ad esempio il cibo: tendiamo a mangiare cose che ci piacciono; cose che, confrontate con altri cibi, ci piacciono di più. Se possiamo scegliere tra A e B e ci piace di più A, scegliamo A.  

Per l’amore, non possiamo scegliere se abbiamo conosciuto una sola versione dell’amore, quella della figura di attaccamento (tipicamente la mamma). Quindi, applicando ciò che abbiamo detto sopra, se dobbiamo scegliere tra A (il riflesso dell’amore appreso da mamma) e B (una versione dell’amore diverso da quello di mamma), non abbiamo scampo: sceglieremo sempre A. Quindi se la mamma ha una visione dell’amore malata, anche noi avremo lo stesso destino.  Da adulto quel bimbo o bimba, farà scelte basate su ciò che conosce e nella scelta dell’amore e quindi del partner, sceglierà la versione che conosce di più, sia nel bene che nel male.  Quindi il legame che avremmo instaurato con la nostra figura di attaccamento, determinerà, nel modo più vario possibile, l’orientamento delle nostre scelte.  

Se da piccolo, abbiamo dovuto faticare non poco per ottenere l’attenzione di nostra madre, oppure se pur avendo avuto attenzioni, le abbiamo ottenute o vissute in modo insufficiente o conflittuali o non nel modo che avremmo desiderato, da adulti potrebbe accadere di scegliere il partner sbagliato.

Ma, come mai e perché?

Se incontriamo un partner che si dimostra apparentemente disponibile sul piano emotivo, ma questa disponibilità è a volte negata (cioè esattamente come ci è accaduto durante l’infanzia), il tutto ci sembra normale. Un bambino non amato si porta dietro una ferita enorme e quel comportamento (disponibilità emotiva alternante) incoerente, ci indurrà a fare tutti gli sforzi possibili per stabilizzare questo legame Risultati immagini per mi innamora della persona sbagliata(esattamente come abbiamo fatto da piccoli) e tutto ciò ci sembrerà naturale, da momento che siamo convinti che è così che le cose funzionano.

Quindi, in questo caso, ove nell’infanzia, non siamo stati amati, per forza di cose non abbiamo mai conosciuto e assimilato il concetto di reciprocità (io, mamma ti amo e tu, mamma mi ami) caratterizzato da amore, cura, indipendenza, etc.  da adulti non disporremo delle giuste conoscenze che possono orientare le nostre scelte verso un amore sano e di conseguenza, giusto.

Un bimbo/a non amato, necessariamente non va associato a trascurato, lasciato solo, abbandonato o che ha anche subito abusi. No, perché in questo caso le eventuali patologie potrebbero essere altre. Il caso in questione riepiloga la situazione in cui ciò che è veramente mancato, è il supporto emotivo.

Se siamo cresciuti all’ombra di una sorella o fratello che aveva una posizione più in vista di noi (perché malato, oppure meno intelligente, oppure semplicemente perché più il cocco di mamma), oppure perché abbiamo dovuto essere noi a prenderci cura della mamma (perché vulnerabile, indifesa, fragile, malata, depressa, etc), oppure perché era narcisista, o peggio ancora borderline (tutte situazioni ove la mamma non era assolutamente in grado di fornire il supporto emotivo di cui sopra), tenderemo ad avere questo tipo di difficoltà.

In tutti questi casi, da adulti potremmo essere affascinati da tutto ciò che è estremo, dal momento che emotivamente saremmo instabili e con la tendenza a fare confusione in amore (incapacità di stabilire un rapporto stabile e non ondulatorio). Tenderemo a confondere, ad esempio, tutti gli alti e bassi della relazione con la passione, mentre passione non è, ma solo isteria. Questi alti e bassi ci sembrano normali (questo abbiamo appreso) o tuttalpiù, percepiti come il risultato di una forte passionalità. Ecco perché, chi si porta dietro la ferita dei non amati, tende a relazionarsi SOLO con soggetti borderline oppure narcisisti, da cui non ne viene mai nulla di buono ma, dopo un inizio FANTASTICO, rimane solo dolore.

Ecco anche perché tali soggetti, cadono spesso nelle grinfie di un manipolatore. Una evidenza di questa manipolazione subita da una madre manipolatrice è dato dal senso di colpa. Se ne soffriamo, non è da escludere che l’educazione avuta era totalmente intrisa di filtri emotivi ambigui e strumentali. Quindi, dovremmo pensare che il senso di colpa, in questi casi, non è assolutamente reale ma solo indotto, a fini strumentali  o, per dirla con un termine più completo, frutto di manipolazioni continue e protratte.

Inoltre, chi da piccolo è stato manipolato, tenderà, da grande a fare altrettanto ma anche il contrario, cioè a farsi manipolare. Ecco che siamo arrivati al paradosso, rendere normale la manipolazione al punto che diviene l’unica forma di comunicazione da cui è difficile, se non impossibile, farne ritorno.  

Un genitore così, però, non ha necessariamente delle colpe. Semplicemente, non ha gli strumenti, forse perché anche lui ha sofferto di denutrizione emotiva.  Dovremmo tutti riflettere su ciò che i nostri genitori (che molto probabilmente adoriamo e amiamo in modo incondizionato) ci hanno dato.

Noi volevamo 100; loro credono di averci dato 100. Ciò che abbiamo percepito è 15. Restiamo per tutta la vita in attesa di quel 85 che non arriverà mai, perché loro, ne sono convinti, ci hanno dato 100, ovvero il massimo. Allora non rimane che una cosa: ‘rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo da soli, dentro di noi e nel mondo quel 85 di cui abbiamo assolutamente bisogno‘.

Cause della scelta ripetitiva del  partner sbagliato – Cosa cambiare

Intanto essere consapevoli e non in perenne e passiva attesa di un qualcosa che oramai non arriverà più gratuitamente. Dal momento che le nostre azioni sono prevalentemente guidate dalle nostre conoscenza apprese nel corso della nostra vita, è importante iniziare ad essere più consapevoli.

Quando instauriamo una nuova relazione, cerchiamo di discriminare tra ciò che è vero e ciò che è illusione. Ciò che è vero è ciò che dicono i fatti; ciò che è illusorio è vedere alla nuova storia con le lenti dell’infanzia. Smettiamola a far affidamento sullo stile di attaccamento (lo abbiamo appreso da piccoli ed ora siamo grandi); da oggi in poi, siamo noi e solo noi a fare la differenza, anche in virtù di chi scegliamo per avere al nostro fianco. Se vogliamo correggere le esperienze emotive, dobbiamo scegliere un partner sano. La caratteristica di una relazione sana parte innanzitutto dal sentirsi rispettati e deve essere caratterizzata da interdipendenza, reciprocità, coerenza; ove non c’è morbosità, svalutazioni continue, e non c’è dipendenza o co-dipendenza affettiva.

Se c’è tutto questo ci sono buone e di star correggendo le esperienze che si sono dimostrate emotivamente povere e quindi stai nutrendo il tuo stato emotivo e cosa molto più importante, il tuo rapporto è sano.

Mia madre è narcisista

Mia madre è narcisista

Il genitore narcisista decide di mettere al mondo un figlio al solo scopo di utilizzarlo come una sua estensione. La comunicazione avviene in modo subliminale, impercettibile. La disapprovazione arriva con uno sguardo oppure non dalle parole usate ma dal tono della voce. Il tutto avviene ad un livello di intimità sottilissima ma molto efficace e questa modalità rappresenta la struttura portante che costruisce la personalità del figlio.

Le caratteristiche di tali madri si possono riepilogare in:

nulla di ciò che fa o che dice può essere messo in discussione, non esistono confini che lei non può oltrepassare, sceglie il figlio bravo da quello che è destinato a fare il capro espiatorio (fa favoritismi), cerca continuamente e con ogni stratagemma di indebolire,  denigra, critica, sminuisce, a volte cerca anche di farti passare per pazzo, è invidiosa, bugiarda e  deve essere sempre al centro della scena, è egoista, ostinata, manipolatoria, è presa solo dai propri bisogni, irragionevolmente difensiva e refrattaria ad ogni critica, tende ad essere terrorizzante, infantile, meschina, aggressiva e incapace di sentire vergogna, capovolge i ruoli, è una sfruttatrice, naturalmente è infallibile e quindi non sbaglia mai, distrugge le relazione dei figli, riesce ad essere patetica, etc.

Il termine ‘narcisismo’  sta veramente diventando di uso comune e quando usato, lo si fa per evidenziare un aspetto negativo. Su Wikipedia, troviamo una descrizione generica e specifica allo stesso tempo. Il termine avrebbe una vasta gamma di significati, dal momento che descrive un significato psicoanalitico, un disturbo mentale (vedi il dsm5 pag 775), ove vengono descritti ben 7 punti che differenziano il narcisismo patologico (senso grandioso di importanza, fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati):

  • Crede di essere “speciale”;
  • Richiede eccessiva ammirazione;
  • Ha un senso di diritto (tutto gli è dovuto);
  • Sfrutta i rapporti interpersonali;
  • E’ incapace di identificarsi o di riconoscere i sentimenti e le necessità degli altri;
  • E’ spesso invidioso/a degli altri;
  • ha spesso atteggiamenti arroganti e presuntosi.

Il narcisismo rappresenta anche un problema culturale o sociale, o può essere semplicemente un aspetto della personalità. Escludendo il narcisismo secondario, ovvero quello che viene definito come sano amor proprio, viene usato per descrivere una persona con aspetti problematica. Quindi, quando lo sentiamo in genere descrive egoismo, presunzione, vanità, egocentrismo, etc. insomma una persona arrogante e altezzosa.

Nella realtà delle cose, il narcisismo è una patologia grave che può nuocere gravemente, in particolare i bambini. Chi ha, oppure ha avuto la sventura di avere genitori centrati su se stessi, privi di empatia, ha avuto la sgradevole sensazione di percepirsi come uno strumento ad uso e consumo del genitore e non come un soggetto diverso e da proteggere e rispettare.

Da tutto ciò si evince che una madre narcisista danneggia pesantemente la propria prole. Questi bambini crescono in un contesto ove la negazione è costante, dove si è indotti a pensare di essere figli indegni e che, di ogni cosa, se ne è direttamente responsabili. Naturalmente non è vero nulla, questa è solo una distorsione della realtà, tuttavia il proprio Sé cresce e si forma proprio su questa distorsione e da adulti, cresciuti avendo assimilato questi messaggi errati, si sperimentano affetti distruttivi. 

La distorsione porta l’adulto a farsi domande che normalmente le persone non si fanno (sono buono o cattivo? Mi apprezzano per ciò che sono oppure per ciò che faccio? Quella persona mi piace veramente? E così via).

Mia madre è narcisista – come se ne esce?

La risposta aggressiva non funziona mai, occorre individuare un modello alternativo, che sia allo stesso tempo più funzionale e che vada oltre.

Si parte dai messaggi che nel tempo sono stati interiorizzati, con lo scopo di una più efficace rimodulazione.

Il narcisista, come diceva Freud, non diventerà mai un nostro paziente, ma le sue vittime si, e in particolare i figli di questi genitori narcisisti. Da adulti, è possibile, attraverso un percorso personale, lavorare per comprendere tutte queste dinamiche che ci hanno forgiato favorendo una rielaborazione ristrutturante.

Alcuni studiosi hanno messo in evidenza la presenza di diverse modalità di narcisismo genitoriale (prevalentemente materna).

Le caratteristiche sono le seguenti:

  • Madri abilissime nell’intrattenere; sono deliziose e amabili ma in famiglia (figli e partner) sono temute; donne che eseguono, vengono percepite come molto divertenti e a volte anche appariscenti; per alcune persone sono adorabili, per altri, il loro modo di ‘apparire’, infastidisce; a queste donne, l’unica cosa che realmente interessa è l’adulazione e l’approvazione degli altri.
  • Ipocondriaca o psicosomatica: abilissime nel manipolare gli altri con dolori e malattie con il solo scopo di diventare il centro di ogni attenzione. Tutte le attenzioni devono essere per lei. Di contro si preoccupano pochissimo di coloro che la circondano e l’unico modo per ottenere la di lei attenzione consiste nel prendersi cura di lei. La malattia diviene uno strumento da contrapporre alle frustrazioni e alle difficoltà della vita. Nessuno potrà mai essere più malata di lei. Se qualcuno ‘osa’ avere una malattia più grave, lei ne inventerà una ancora più grave.
  • In quest’altro caso abbiamo donne il cui unico obiettivo è: raggiungere l’obiettivo. L’importante è il successo e non come lo si raggiunge. Queste donne solitamente cavalcano il successo, occupano una posizione sociale elevata e se non raggiungono ciò che si sono prefissate, reagiscono con furia e aggressività.
  • Le madri dipendenti da sostanze: la bottiglia oppure la droga al primo posto e mai il proprio bambino. La dipendenza occuperà sempre il primo posto. Solo in caso di disintossicazione il tratto narcisistico diminuisce anche se la diminuzione potrebbe essere marginale.
  • Madri bisognose sul piano emotivo: tutte le madri narcisistiche sono bisognose, ma questa tipologia lo è ancora di più. In questo caso, paradossalmente è la madre (e non il figlio) ad essere bisognosa. E’ il figlio che deve prendersi cura emotivamente della madre, ribaltando così, in modo plateale, i ruoli. Ecco che quindi, i sentimenti del bambino sono ignorati o tuttalpiù trascurati. Difficilmente riceverà da genitore più di quanto egli dia.
  • Madri con un sè privato ed uno pubblico: tipicamente, in società sono gentili ed educate ma in casa tendono ad essere abusanti. La comunicazione con i figli sono ambigue e ciò può causare discontinuità cognitiva ed emozionale; i possibili effetti di questo atteggiamento possono essere anche legati ad una personalità dissociate.

Anche se un genitore del genere arreca notevoli danni ai propri figli è bene evidenziare che tali genitori, non nascono così.  In alcuni casi, queste madri potrebbero aver avuto, a loro volta,  una madre narcisista (e quindi essere state anch’esse vittime), oppure aver subito altri soprusi. Ma forse, più ragionevolmente, queste madri non sono mai cresciute, ma sono rimaste in una sorta di narcisismo infantile ove non è stato possibile realizzare una delle verità fondamentali che ogni essere umano dovrà accettare ovvero: ‘il mondo non giro intorno a noi‘. Comunque, in tutti i possibili casi, è un problema della madre non del figlio. Compito del figlio è uno solo: affrancarsi.

In casi del genere, il sentimento predominante non deve essere mai la vendetta ma sempre e solo il recupero. E’ un lavoro difficile ma comprendendo a fondo il problema diviene possibile costruire, o meglio ri-costruire un’immagine interna materna da utilizzare ogni volta che serve, contrariamente all’immagine di una madre narcisista che chiede sempre, soprattutto quando ha bisogno.

La timidezza e relazioni sociali

La timidezza e relazioni sociali

La timidezza, secondo uno studio inglese, sarebbe correlata al ruolo sociale. Sul Journal of Personality (rivista ove è stata pubblicata la ricerca), viene riportato che la timidezza varia nel tempo, quindi non è una peculiarità fissa, ma cambierebbe in funzione dei vari ruoli che il soggetto assume nel corso della sua vita sociale. Lo studio ha preso in considerazione i dati di circa 550.000 adulti ed ha evidenziato che la timidezza si associa alla occupazione, al sesso e ad altre variabili sociali e demografiche.

In sintesi, le donne sembrano essere più timide da adulte mentre gli uomini lo sono di più da giovani per poi diminuirne l’intensità con il crescere. Le donne invece sembrano più stabili.

Chi è sempre stato occupato tende ad essere meno timido di chi ha avuto periodi di disoccupazione oppure ha lavorato prevalentemente a casa. Chi lavora oppure ha lavorato nelle vendite tende ad essere meno timido degli altri.

Lo studio è stato coordinato da Nejra Van Zalk, un ricercatore dell’Università di Greenwich.

L’interesse verso questo tema viene dal fatto che subito dopo la laurea, Nejra (il ricercatore inglese), cominciò con il dottorato ad interessarsi della timidezza, trattandola più come un tratto umano e meno come uno stato, notando che la letteratura che tratta il tema, la trattava come un problema  da affrontare e risolvere.

La maggior parte delle persone con questo problema, semplicemente non vorrebbero averlo.  Da un punto di vista storico però, la timidezza non è stata sempre vista come un problema ma come una qualità desiderabile  (in particolare nelle donne). Tutto ciò ha portato il ricercatore ad analizzare questa caratteristica, la timidezza, nei vari ambienti o eventi significativi nella vita delle persone e di come possa peggiorare o migliorare nello specifico contesto.

I dati raccolti, sono stati forniti dalla BBC della Gran Bretagna (i dati si riferivano a circa 550.000 soggetti di età variabile dai 17 ai 70 anni). Grazie a questa enorme mole di dati, è stato possibile confrontare il tasso di timidezza tra i vari ceti sociali, ma anche nei vari lavori (qualificati, non qualificati) e quelli relativi alle vendite che com’è facile attendersi, aveva un livello di timidezza tra i più bassi.

Livelli più bassi si sono riscontrati anche nelle persone che avevano una relazione stabile rispetto ai single. Un altro elemento emerso è relativo all’ambiente: c’è chi cambia perché si adatta all’ambiente e chi, invece, sceglie l’ambiente più consono alla propria timidezza (scegliendo un lavoro e non un altro ad esempio).

Un altro aspetto emerso, avrebbe dimostrato che la  timidezza non è un destino ineluttabile, dal momento che le cose possono essere modificate. Ci sarebbe insomma una certa possibilità di trasformazione. Ad esempio, chi è timido, potrebbe tentare di superarle sottoponendosi a specifiche sfide. Tutto ciò potrebbe sembrare evidente ma, solo ora c’è uno studio che lo conferma.

Inoltre questo è forse il primo studio che tratta la timidezza in base al proprio ruolo sociale, basandosi su un’enorme basi di dati.

Lo studio è trasversale (cioè, si basa su dati presi una sola volta e non confrontati su base longitudinale, ovvero nel tempo).  Uno studio analogo ma su base longitudinale avrebbe permesso di verificare gli effetti che i differenti ruoli sociali (acquisiti nel tempo, ad esempio, studente, lavoratore, manager etc) influiscono sul cambiamento. 

Quando il tempo vola

Quando il tempo vola

Il tempo e la sua comprensione non è innata. Basta vedere i bambini che al mattino, invece di sbrigarsi per andare a scuola fanno impazzire tutti con la loro lentezza.  

Quando il tempo vola – il tempo è un’illusione

Parmenide di Elea, quattrocento anni prima di cristo diceva che il tempo è diverso da ciò che sembra: in altre parole, è un’illusione travestita di realtà; Sant’Agostino, 1000 anni dopo, sosteneva che se nessuno glielo chiede sa cos’è; ma se qualcuno glielo chiede, non saprebbe cosa rispondere.

In tempi moderni, per gli studi sul tempo, dobbiamo attendere Newton, per lui lo spazio e il tempo sono due aspetti indipendenti e assoluti;  Einstein, con la teoria della relatività speciale, dimostrando che nulla potrà mai andare oltre la velocità della luce, implicitamente obbliga a pensare che il presente, futuro e passato sono solo concetti relativi e che l’uno è dipendente dall’altro e quindi, contrariamente a quanto sosteneva Newton, non assoluti; sempre il nostro Albert, qualche anno dopo, scrive le equazioni di quella che verrà chiamata relatività generale, con la quale è possibile ribadire, senza ombra di dubbio che il tempo assoluto non esiste; la fisica quantistica scopre che su scala microscopica lo spaziotempo, smette di essere una rete continua ma diventa discontinua, somigliante a quella che verrà chiamata la schiuma dello spaziotempo; ultima tappa, ed ecco che il tempo scompare per diventare atomi di spazio.

Quindi, ad oggi, le ricerche più recenti ci portano a dire che il tempo non esiste, è solo un’illusione.

Quando il tempo vola – Perchè 

Come dicevo prima, il tempo per i bambini non esiste. Nel loro tempo ci sono solo le necessarie attenzioni che chiedono ai loro genitori, il cui tempo, è completamente in balia delle loro esigenze; per noi adulti, un viaggio può essere destabilizzante, o disorientante, soprattutto se visitiamo luoghi ove il tempo è impiegato diversamente dalle nostre abitudini (pensiamo ai poli o all’equatore, dove la durata della giornata è diversa dalla nostra, oppure in paesi ove in certe ore, tutto si ferma, ad esempio per la siesta, oppure per le preghiere).

Però poi, alla fine, tutti ci lasciamo guidare da un sistema di misurazione standard, cioè ci lasciamo guidare e condizionare da un tempo scandito dalle ore e dai minuti. Il tempo, scandito come abbiamo detto, può considerarsi un sistema efficace e universale eppure, a dimostrazione della sua relatività e della sua illusione basti pensare all’impatto che può procurare sulle persone e alle implicazioni tra la coscienza e l’inconscio; ad esempio, l’importanza di un anno per uno studente bocciato, oppure di un mese per una nascita prematura, di una settimana per chi dirige un giornale a tiratura settimanale, dell’ora per due amanti che ‘non vedono l’ora di incontrarsi’, dei minuti per chi ha appena perso il treno  oppure l’aereo, del secondo per chi, per un ‘soffio’ ha evitato un incidente e del centesimo di secondo per un atleta che ha vinto l’oro e non l’argento.

Quindi, ripartire il tempo in una modalità standard è utile per tutti, è un sistema efficace ma lo scorrere del tempo, come abbiamo detto, viene percepito in modo diverso in funzione dei singoli casi.

Quando il tempo vola – varietà delle circostanze

Il tempo può essere vissuto come gioia (mentre si fa l’amore), oppure sofferenza (mentre qualcuno ci tortura); il tempo quindi vola nel primo caso, rallenta nel secondo.

C’è poi la noia e l’attesa che può essere estrema quando si vive in carcere. Provate a leggere Papillon e delle sue esperienze mentre passava lunghi anni in una cella. Lui passava il tempo facendo ginnastica, pensando, riflettendo e ricordando, ed è sopravvissuto; altri si disperavano oppure si masturbavano in modo compulsivo e non sono sopravvissuti.

Il tempo, sotto l’effetto di sostanze, sembra rallentare. Rallenta anche durante la meditazione, quando stiamo facendo cose nuove (studio, andare in vacanza, impariamo uno strumento, etc). Il tempo quindi, paradossalmente, quando non facciamo nulla, oppure tante cose, viene percepito più lento.

L’orologio quindi, scorre sempre allo stesso modo e scandisce i secondi, minuti e ore allo stesso modo eppure, in quel tempo, la percezione può cambiare. Alcune esperienze infatti sono vissute in modo più intenso di altre. Cambia la densità dell’esperienza.

Abbiamo una densità alta quando accadono tante cose, oppure assolutamente nulla (vita di un recluso). Quel vuoto è riempito dall’azione oppure dalle meditazione. Quindi, il paradosso può trovare una possibile spiegazione nel fatto che in alcune circostanze, quelle diverse o strane, prestiamo maggiore attenzione, perché tendiamo ad amplificare la densità dell’esperienza. Tale modalità trascende la percezione che abbiamo dell’unità di tempo standard.

Quando il tempo vola – il tempo vola

Il principio dipende quindi dalla densità dell’esperienza che ci porta a percepire come più lento o più veloce quello che poi è il reale scorrere del tempo.

Se pensiamo a quando andavamo ancora a scuola ci vien da dire:’…sembra ieri’. Questa è una situazione ove il tempo viene compresso.

Pensiamo ad esempio a quando abbiamo imparato a guidare (il tempo non passava mai); oggi che invece sappiamo guidare, nulla si frappone tra i nostri pensieri e l’attività di guida (il tempo vola).

Durante una giornata di lavoro, anche complesso, ma di cui abbiamo un grande esperienza, la densità dell’esperienza è molto bassa. Facciamo ciò che sappiamo fare bene senza un reale grosso impegno e così, ci ritroviamo a fine giornata rapidamente e ne siamo felici perché possiamo tornarcene a casa.

Esiste un altro aspetto che ci fa percepire come lento lo scorrere del tempo: la routine. Facendo sempre le stesse cose e tornando indietro nel tempo, facciamo fatica a pensare cosa abbiamo fatto in un determinato giorno, perché sono giorni che ‘svaniscono’ in quanto tutti uguali. Ci riusciamo benissimo invece se quel giorno è stato, per qualche motivo, un giorno importante.

Un altro aspetto importante, potrebbe essere legato ad  una semplice constatazione. L’anno scorso è volato, mentre il mese scorso un po’ meno e sicuramente ancora meno di ieri. Un classico non-sense, spiegato con ciò che dicevamo prima, la memoria del passato erode, la densità diminuisce e ciò che resta è la sensazione che il tempo sia volato.

Quando il tempo vola – appuntamenti

Se abbiamo un appuntamento tra dieci minuti, non abbiamo necessariamente bisogno di un orologio, riusciremmo ad arrivare in orario e questo dimostra che siamo in grado di tradurre l’esperienza in unità temporali. Quando tutto scorre normalmente, siamo in grado di fare un lavoro in 10 minuti, oppure siamo in grado di prevedere quanti minuti servono per fare una determinata cosa; questo è dovuto ad un principio di coerenza esperenziale. Solo se la routine viene alterata, il meccanismo si inceppa e questo è dovuto al cambio della densità dell’esperienza e che potrebbe portarci a dire che il tempo è volato, oppure non passa mai rispetto all’esperienza che abbiamo di una determinata unità di tempo (10 minuti oppure un’ora, etc).

Voi state andando al lavoro come tutte le mattine. Tutte le mattine sono identiche. Ma se una mattina assistete ad un incidente, tutto si rallenta e quella mattina sarà diversa. Avrà una densità diversa.

Sono perennemente indeciso

Sono perennemente indeciso

sono perennemente indecisoC’è una bella differenza tra l’eterno indeciso e colui che ha il sacro tarlo del dubbio.

Il primo è colui che chiede a tutti consigli e poi non ascolta nessuno, anzi, la sua confusione aumenta; tende a lamentarsi sempre e con tutti mentre farebbe meglio a starsene solo con se stesso ed ascoltare il suo mondo interno; considerando che il nostro sistema nervoso è estremamente complesso, il problema della indecisione potrebbe risiedere nel fatto che non ci siamo posti la giusta domanda e quindi, come facciamo a decidere se partiamo da domande errate? Sempre il primo tende a giudicarsi e ovviamente sempre male mentre dovrebbe semplicemente attendere con fiducia che la soluzione compaia semplicemente e comunque, mai avere rimpianti. La scelta fatta, proprio perché è stata fatta, è necessariamente quella giusta. Inutile e insensato avere rimpianti. Il corso della vita ci cambia dopo ogni decisione e nel bene o nel male, quella è la strada intrapresa e va  rispettata (anche perché non si torna indietro).

Sono perennemente indeciso – come decidere

Decidere qual è la cosa giusta è per alcuni la cosa più facile del mondo, mentre per altri un tormento.

La nostra vita è fatta da decisioni continue. Alcune di esse sono facili e oramai  automatiche mentre altre, in particolare quelle frutto di imprevisti o fatti nuovi, necessitano di una elaborazione interiore.

Decidere bene è importante proprio perché da esse dipende buona parte del nostro benessere, messo spesso in difficoltà da decisioni sbagliate, affrettate, lente oppure addirittura non prese.

Ma noi come siamo, decisi o indecisi? Perché a volte facciamo difficoltà a prendere una decisione? Come si fa ad essere più determinati? Quali sono i meccanismi che si celano dietro questo processo mentale così importante per ognuno di noi?  

Molte persone si definiscono indecise o perennemente indecise ma, anche loro (lo ammettono) alla fine una decisione la prendono, anche perché la vita, la quotidianità ci impone continuamente di prendere decisioni.

Incredibilmente decidiamo anche nella vita intrauterina, dal momento che alcuni studi sostengono che siamo in grado di scegliere quali suoni ci piacciono di più.

Dal momento che iniziamo e concludiamo la nostra giornata prendendo continuamente una serie di decisioni potremmo, forse riduttivamente, affermare che viviamo decidendo e decidendo viviamo. Ogni qualvolta che dobbiamo risolvere un problema lo facciamo decidendo cosa fare e nel farlo saremo concordi nel sostenere che la decisione, alla fin fine si poggia su poche alternative. Quindi decideremo scegliendone una. Come conclusione del discorso, dal momento che scegliamo tra diverse alternative, il problema dell’indecisione dovrebbe esaurirsi imparando a risolvere i problemi.

Vorrei però aggiungere un punto fondamentale che sta alla base di ogni processo decisionale. La decisione viene più facilmente ponendoci una domanda, quella giusta. La vita ci offre infinite sfide (cambio lavoro, sposarsi, separarsi, in quale città vivere, fare figli, etc). Alcuni di questi ‘problemi’ non sono vissuti come tali e quindi la decisione non rappresenta nessuna difficoltà. Altre invece, impongono una maggiore riflessione.

Ad esempio, decidere di separarsi, oppure cambiare un lavoro. In questi casi, porsi una giusta domanda aiuta moltissimo il processo decisionale.

In merito alla separazione, una possibile domanda potrebbe essere: ’se mi separo, tra un anno sarò più felice?’; in ambito lavorativo: ‘se rimango in questa azienda, tra un anno ancora ci sarà?’, etc

Facciamoci la giusta domanda e dalla / dalle risposte che ci daremo, sicuramente decideremo in modo più consapevole.

Un altro aspetto del decidere è legato ad un atteggiamento innato dell’essere umano che Freud ha chiamato principio primario. Tutti avrete notato come i bambini piccoli quando vogliono una cosa, la vogliono e basta. Se non arriva, cosa fanno? Piangono. Non prendono minimamente in considerazione i bisogni degli altri. Rispondono esclusivamente al principio del piacere: voglio quella cosa: punto. Crescendo, i bambini cominciano a capire che non tutto si può avere (principio della realtà).

Quando non riusciamo a decidere quindi, ci troviamo di fronte al ‘ritorno’ dall’inconscio del principio del piacere: voglio tutto e subito, contrastato però da quello della realtà. Questo conflitto mette il soggetto in una situazione di stallo.ansia

Sono perennemente indeciso – decido ora oppure dopo

Chi decide subito, tendenzialmente, usa l’inconscio. Nessun filtro operata dalla parte razionale (la coscienza). Quando noi dobbiamo decidere tra Maria e Antonella, il nostro inconscio ha già deciso; se non riusciamo a decidere evidentemente la parte razionale sta ancora valutando.

Però non dobbiamo commettere l’errore di pensare che tutti i decisionisti siano avventati. Molti ‘decisi’ hanno fatto un bel lavoro su se stessi, si conoscono, sanno molto bene cosa vogliono e cosa non vogliono.

Immaginiamo che Marco deve decidere se intraprendere una relazione a distanza, cosa che non ha mai fatto prima. Mentre Matteo, questo problema non lo ha, lo ha già fatto e ha scoperto che non gli piace e quindi decide subito per il  no.

Quindi dovendo decidere, occorre fare molta attenzione a decidere facendosi guidare dai bisogni ma solo da quelli giusti per se. Matteo ha capito che una relazione a distanza non fa per lui e quindi non ha nessuna difficoltà nel decidere. Marco decide basandosi sul presente mentre Matteo ha uno sguardo sul futuro.

Alcuni sostengono che bisogna lavorare per vivere un bel presente, altri invece cercando di fare una previsione sul futuro. Chi dei due ha ragione? Tutti e nessuno. Ognuno segue la propria prospettiva.

Sono perennemente indeciso – gli indecisi cronici

Sono coloro che, pur avendo valutato pro e contro, pur avendo fatto accurate riflessioni, pur avendo avuto consigli rassicuranti, rimandano la decisione.  Questi soggetti rimandano perché temono di non poter tornare indietro, nel caso che la decisione dovesse risultare, oppure essere considerata errata. Non avere chance, una volta presa la decisione, di tornare indietro (cambio lavoro, vado a lavorare in un’altra azienda. Ma se va male, se mi trovo peggio, posso tornare indietro?). Chi non decide, corre il rischio che altri decidano per lui.

Chi infine, non riesce a decidere oppure ogni volta che deve prendere una decisione più o meno importante entra in ansia, potrebbe valutare di chiedere un aiuto e la psicoterapia è in grado di stabilire un equilibrio tra il processo primario del principio del piacere e quello secondario del principio di realtà.

Ansia

Spiegazione dell’ansia

Spesso, dietro l’ansia si cela il desiderio di fuga.

ansia al femminileSi fugge dalla obbligatorietà di assumersi la responsabilità delle proprie scelte oppure delle conseguenze (eventuali) delle proprie scelte.  Quando dimentichiamo ad esempio persone, cose, situazioni etc. stiamo fuggendo da ciò a cui siamo chiamati come ad esempio, un impegno preso. Che bello, dirà qualcuno. Mi allontano dalla situazione stressante e sto meglio ma, dirà qualcun altro, in tal modo, cosa imparo, cosa correggo, quali abilità sviluppo? Continuando con queste dinamiche, si innesca un circolo sicuramente tutt’altro che virtuoso che porta, inevitabilmente e fatalmente verso una china dove trova dimora, il calo dell’autostima, la percezione di inefficacia e inconsistenza.  Tutto ciò, lentamente ma inesorabilmente, conduce nel circolo vizioso dell’aumento dell’ansia, proprio quell’ansia che erroneamente volevamo evitare. Nell’azione sta la felicità, quindi, assumiamoci le nostre responsabilità e gradualmente impareremo tutto ciò che serve per avere fiducia in noi stessi.

Per affrontare la vita non basta essere capaci, abili, intelligenti. Bisogna anche essere coraggiosi, tenaci, riuscire a controllare la propria ansia e quella degli altri.
Francesco Alberoni, Abbiate coraggio, 1998

Ma cos’è l’ansia?

Nell’ansia non mancano mai: preoccupazione, paura, stress, paura di non essere all’altezza.

L’ansia è un modo di essere, momentaneo oppure duraturo, uno stato psichico. Il soggetto ansioso è preoccupato oppure ha paura. La paura spesso è senza oggetto, ovvero manca nell’immediato spazio temporale, una minaccia specifica (un cane che mi sta attaccando; una malattia invalidante; insomma un pericolo reale). Questa paura, oppure preoccupazione, può essere intensa e a volte anche duratura. Può riferirsi ad un qualcosa di osservabile (non solo esterno ma anche proveniente dalla propria interiorità) ma anche alla incapacità di adattarsi ad un fattore di stress (lavoro, relazioni, salute, etc).

Le emozioni tipiche dell’ansia sono quelle citate sopra (paura, preoccupazione, etc) accompagnata da sintomi fisici che, per l’ansia sono o possono essere: nausea, dolori al petto, respiro corto, palpitazioni, tremore, mal di pancia, etc.  

Persino le mie ansie hanno l’ansia…
Charlie Brown, in Charles M. Schulz, Peanuts, 1950/2000

Il soggetto ansioso può essere distinto in funzione della sintomatologia. Quindi da un lato troveremo la sensazione di essere minacciati;  questa ‘paura’ si traduce, sul piano fisiologico in una sorta di preparazione alla lotta; avremo quindi un’alterazione dei parametri fisiologici quali l’aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue, della sudorazione, aumento della tensione muscolare, etc.ansia

Chi soffre d’ansia, può avere, nei casi estremi, una reazione emotiva abnorme, come ad esempio terrore, attacchi di panico, brividi, nausea, etc.

Tuttavia, l’ansia è un’emozione come tutte le altre (rabbia, infelicità, paura, tristezza) ed entro certi limiti, è adattiva, avendo permesso all’umanità di sopravvivere.  L’ansia quindi, entro i limiti descritti sopra, va considerata come una risorsa importantissima, dal momento che tende a proteggerci dai rischi, innalzando il livello di sicurezza e permettendoci di aumentare le nostre prestazioni. Si pensi ad esempio all’innalzamento dell’ansia in prossimità di un colloquio di lavoro oppure di un esame.   

L’ansia è l’interesse che si paga su un guaio prima che esso arrivi
William Ralph Inge

A tutto però c’è un  limite, anche all’ansia quindi. Se l’innalzamento è eccessivo oppure ingiustificato, potremmo avere una reazione opposta, ovvero inadeguata e bloccante. In questo caso il ricorso alla psicoterapia (in casi estremi coadiuvati da un’appropriata terapia farmacologica) di tipo analitico (per scoprire le reali cause, spesso di natura prevalentemente inconscia) risulta essere il modo più rapido ed efficace.

Legati all’ansia ci sono anche altri disturbi più specifici che sono:

Le fobie, il panico, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbi da traumi, la paura (di volare, di guidare), ansia da prestazione, disturbi sessuali, etc.).

Ansia e psicoanalisi

In psicoanalisi, più che di ansia, si usa il termine di angoscia.

Secondo la psicoanalisi, i meccanismi di difesa dell’Io, impediscono a specifiche pulsioni di essere soddisfatte.  Queste pulsioni, o spinte pulsionali furono in un periodo remoto (tipicamente prima infanzia) tanto desiderate ma proibite o vissute come tali. Il conflitto tra principio del desiderio e principio della realtà non fu risolto e quindi subì il destino della rimozione.  L’attuale ansia viene dall’emergere di questi desideri (contrastato dalla difese dell’IO). Poiché questi contenuti (rimossi) non vengono riconosciuti, il soggetto tende a indirizzare sul mondo esterno, oppure sul proprio corpo, ciò che in realtà investe esclusivamente il proprio mondo psichico.  

Quindi, ci troviamo in presenza di un conflitto interiore. L’individuo, colpito da questo complesso, vive come in presenza di una catastrofe imminente.  Ci si trova, quasi sempre immancabilmente, in contesti ove l’ambiente è stato inadeguato, non ponendo in modo opportuno, le condizioni minime per favorire uno sviluppo in grado di contenere e gestire l’angoscia.

L’angoscia può essere nevrotica (quando il pericolo percepito è interno); reale, quando il pericolo è esterno.

Freud, in merito all’angoscia,  lo ricollega al trauma dei traumi: il trauma della nascita.

L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia e quindi la fonte e il prototipo della sensazione d’ansia
Sigmund Freud

Nel nascere, proviamo una profonda angoscia, dal momento che il nascituro non può assolutamente fare nulla. Quindi, quando l’adulto prova angoscia, rivive quel momento. Nel tempo, quel trauma si trasforma e diviene angoscia ogni qualvolta si teme di perdere l’oggetto (mamma, partner, etc) e in particolare di perdere il suo amore o la sua stima.

Le emozioni – 11 cose da sapere

Cosa e come possiamo riconoscere le emozioni 

Alcuni studiosi della British Columbia (Canada) e dell’Università di Pittsburgh (USA) hanno rilevato attraverso uno studio specifico, che il movimento di sopracciglia, occhi e labbra ci permetterebbero di riconoscere lo stato d’animo delle persone. Insomma, osservando attentamente il volto di una persona, riusciamo e riconoscere che tipo di emozione attraversa quella persona. 

Emozione è un termine latino (Emòtus, emovère)che vuol dire muovere, portare fuori.  Dal punto di vista evolutivo, la funzione più importante, è quella di fornire informazioni utili al soggetto in una modalità immediata (direi amigdaloidea) proprio allo scopo di permettere la messa in campo di reazioni e controreazioni  indispensabili ai fini della sopravvivenza. In altre parole, reazioni immediate, non mediate dai processi cognitivi. Se il tizio che mi si sta avvicinando ha intenzioni pericolose, non ci devo stare tanto a pensare per prepararmi alla difesa, all’attacco oppure  alla fuga immediata. Se vedo che una macchina mi sta venendo addosso, non devo stare a pensare che la mia, di macchina, potrebbe abbozzarsi; scappo subito fuori e mi metto in salvo, così, senza pensarci.  Quindi le emozioni svolgono una funzione, che autoregolandosi, mediano le reazioni neurofisiologiche fornendo una risposta immediata utile, molto spesso, alla stessa sopravvivenza.  Vediamo questi 11 parametri nel dettaglio.

  1. Definizione: Come dicevamo sopra, è una reazione ad uno stimolo specifico. Questa reazione produce cambiamenti neurofisiologici, (cambiamento immediato dei parametri fisiologici più comuni: respirazione, battito cardiaco, sudorazione etc). Questi cambiamenti sono propedeutici all’azione che il soggetto deve mettere immediatamente in campo.
  2. Emozione o sentimento? I neuroscienziati distinguono l’emozione come la risposta a stimoli specifici mentre con sentimento, l’impressione che abbiamo avuto in merito a quelle risposte.
  3. Che faccia abbiamo. … Proceedings of National Sciences (http://www.pnas.org/), ha pubblicato uno studio degli psicologi della Ohio State University (http://www.pnas.org/content/111/15/E1454), secondo i quali, il volto umano è in grado di comunicare molti stati d’animo (pare almeno 21 e non solo i 6 precedentemente definiti: tristezza, disgusto, paura, felicità, rabbia e sorpresa):
“… A Facial Action Coding System analysis shows the production of these 21 categories is different but consistent with the subordinate categories they represent (e.g., a happily surprised expression combines muscle movements observed in happiness and surprised,…)
  1. Come facciamo a riconoscere lo stato d’animo? Da quanto citato in apertura osservare sopraciglio, labbra e occhi, sarebbe sufficiente per comprendere cosa passa nell’animo della persona in oggetto.
  2. Ragione o emozione? Il ragionamento viene condizionato dall’emozione e comunque non sono in opposizione, almeno non come sosteneva Platone (Ragione ed Emozione che tirano in direzioni opposte).
” …   è che queste passioni, che sono in noi come corde o funicelle, ci tirano,  ….  trascinandoci verso azioni opposte, … La ragione ci consiglia di seguire sempre uno solo di questi stimoli, …  ”Platone, Leggi, 644e-645
  1. La paternità delle emozioni. Tutto ciò che sappiamo sulle emozioni va attribuito ad Antonio Damaso. In neuroscienziato portoghese, avrebbe dimostrato a chi ha sempre svalutato il ruolo delle emozioni, perché responsabili della mancanza della  lucidità della ragione che queste starebbero alla base di un efficace funzionamento dell’apparato psichico. Quindi, semplificando, per essere ragionevole, l’uomo deve provare emozioni. Il contrario invece, equivarrebbe a dire: poca emozione, poca capacità di essere ragionevole.
  2. Ridere. Quanti modi di sorridere abbiamo? Ben 18! Alcuni esempi? Il sorriso, in risposta di una nostra interazione, può comunicare che l’interlocutore ne ha avuto un’impressione positiva anche se spesso potrebbe non essere così. Una prova per tutte ci viene dal fatto che spesso si sorride anche quando siamo tristi, oppure ci stampiamo sul viso un finto sorriso a fini manipolatori, oppure per ingannare o convincere. Esistono diversi tipi di sorrisi, ad esempio: Il sorriso di paura; il sorriso di disprezzo; c’è poi il sorriso smorzato, segue il sorriso triste, il sorriso di corteggiamento e quello di imbarazz ;  poi c’è il sorriso correttivo che serve a smussare un messaggio altrimenti offensivo; c’è inoltre il sorriso di  acquiescenza; Infine c’è il sorriso falso!  C’è n’è solo uno che esprime la vera felicità ed è il sorriso di Duchenne (un neurologo francese).  Questo sorriso è genuino; gli angoli della bocca puntano verso l’alto e le rughe intorno agli occhi sono a zampe di gallina. Sono genuini perché la muscolatura coinvolta non la si può controllare a piacimento e quindi, per questo motivo non è possibile simularla, perché viene dal profondo del cuore. Da non confondere con il sorriso chiamato PanAmerican che è un sorriso meccanico simile a quello delle hostess che appunto è di cortesia e che non trasmette una gioia interiore come quello precedente.
  3. Vestiti. La dottoressa Karen Pine, psicologa dell’universita di Hertfordshire (UK), ha condotto nel 2012 uno studio con 100 donne ove ha evidenziato una correlazione tra stati d’animo e vestiti indossati. Chi è depresso tende a nascondersi, indossando felpe larghe o jeans. Al contrario, le donne più allegre e positive, indossano i vestiti considerati più belli ed eleganti e anche gioielli. La d.ssa Pine, sostiene, come follow-up del suo studio, che può aiutare l’umore, indossare gli abiti più graditi, o quelli che indossiamo quando siamo felici. Provare per credere.
  4. Facebook. In una ricerca : Detecting Emotional Contagion in Massive Social Networks, pubblicata su Plos One (http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0090315), sembrerebbe che i social network giocano un ruolo molto importante, dal momento che i post positivi, incitano a fare altrettanto (è vero anche il contrario: quelli negativi inducono a pubblicare post negativi). Però, e sembra una buona notizia, i primi, quelli positivi, spingono di più verso un sano spirito di emulazione. La ricerca quindi evidenzia che le emozioni positive diffuse online si propagano con maggiore efficacia e velocità di quelle megative.
  1. Effetti sulla economia? Le emozioni hanno effetti anche sugli aspetti economici. Una ricerca della Carnegie Mellon University, dal titolo: The Role of Emotion in Economic Behavior , (http://www.cmu.edu/dietrich/sds/docs/loewenstein/RoleEmotionEconBehav.pdf) , effettuata da SCOTT RICK and GEORGE LOEWENSTEIN (una ricerca che ha visto la partecipazione di circa 200 volontari), ha evidenziato alcuni risultati tra cui:
    1. la tristezza ci spinge a cambiare le cose, tra cui acquistare e vendere cose nuove:
    2. il disgusto invece a vendere (svendendo) cose che abbiamo e a non acquistare altre cose
  2. La felicità in funzione dell’età. Una ricerca della Stanford University (sono stati usati circa 13 milioni di emozioni prelevati dal web nel 2005) avrebbero evidenziato che gli anziani e i giovani sono felici ma per motivazioni diverse. Le persone anziane quando riescono a stare in pace; mentre i giovani quando si sentono eccitati. Gli uomini si sentono più felici ma sono più soli, mentre le donne sentono di più il senso di colpa, ma riescono a sentirsi più amate dai loro partner. Per quasi tutti però l’ora del pranzo è il momento in cui ci si sente più felici.

Equilibrio nel corpo e nella mente

REICH E I LIVELLI REICHIANI

Wilheim Reich iniziò la sua carriera come allievo di Sigmund Freud.

psicologia olisticaAlla teoria psicoanalitica del suo maestro apportò due contributi fondamentali, che avrebbero avuto enorme importanza negli anni successivi sia in campo psicoterapeutico, che medico. Approfondendo la sua esperienza clinica, Reich comprese che affinché una psicoterapia possa essere realmente efficace, andavano introdotte nel suo campo d’indagine e d’intervento, due entità individuali fondamentali, fino ad allora trascurate da una psicologia del profondo, tutta intenta a scoprire processi e contenuti inconsci, individuali o collettivi che si volessero considerare.

Era necessario reintrodurre nel processo psicoterapeutico queste due dimensioni: il corpo e la coscienza, perché ciò che avviene nella mente accade anche nel corpo ed è valido anche il concetto inverso.mente corpo

Non si tratta più di una influenza della mente sul corpo, ma di una nuova visione dell’uomo che definisce l’esistenza di una identità funzionale tra corpo e mente, poiché l’uomo è uno e nella sua unità, indissolubile.

Stiamo assistendo con Reich alla nascita della psicologia olistica (dal greco όλος, cioè “la totalità”). Dal punto di vista “olistico”, la somma delle funzioni delle singole parti è sempre maggiore/diversa della prestazioni di ciò che fa ogni singola parte.

Uno dei problemi delle cosiddette resistenze, il cui studio costituì per Reich un punto di partenza, è in realtà relativo al fatto che non è possibile condurre una psicoterapia davvero efficace se non si tiene conto e non si restituisce al paziente la sua corporeità.

Ciò che accade nella mente avviene anche nel corpo, che è il “luogo” della nevrosi.

La frustrazione comporta un’emozione più o meno intensa ed ogni emozione viene sempre trattenuta nella muscolatura attraverso dei blocchi del respiro. Si delinea così l’esistenza di un legame molto stretto tra le tensioni vissute, le difese che esse attivano nelle diverse persone e la formazione della struttura del carattere di un individuo.

mente corpo spalleReich delinea una visione olistica dell’uomo al cui interno, il mondo corporeo della persona, è considerato il “come” psichico, emotivo, comportamentale ed affettivo. Il nostro campo corporeo è allo stesso tempo il nostro campo psichico, l’individuo è uno, corpo/mente, non separabili. Reich è, non a caso, considerato anche colui che ha posto le basi per lo sviluppo della psicosomatica. Esiste secondo Reich, una identità funzionale tra corpo mente, due entità non più separabili e mosse o bloccate dalla stessa energia, da lui definita “orgone”.

L’orgone è un termine per definire la “pulsazione vitale” dell’individuo.

Cos’è l’orgone

L’orgone è un termine per definire non solo la “pulsazione vitale”, che nell’uomo si manifesta sotto forma di libido (intesa come energia psichica e non sessuale), ma secondo Reich, anche l’universo sarebbe pervaso dallo stesso tipo di energia ed il libero fluire dell’energia orgastica individuale resa difficoltosa da una società repressiva, non è benefica solo per l’uomo singolo ma anche per il cosmo (questo principio è presente anche alla fisica quantistica).psicologia olistica - spalle

Esiste una identità funzionale tra la nostra psiche ed il nostro corpo; con questo assunto, basato sull’approfondimento della sua esperienza clinica, Reich compie un passo fondamentale verso la psicologia olistica, che concepisce in maniera unitaria e correlata ogni funzione dell’essere umano. L’essere umano è infatti: unità nella molteplicità.

Viene così sanata finalmente la storica frattura tra corpo e mente che ha condizionato enormemente  lo sviluppo della psicologia dell’uomo, di differenti approcci clinici alle problematiche dell’uomo e quindi, l’approccio metodologico e filosofico inerente l’essere umano. Basandosi sulla scoperta della identità funzionale tra corpo, emozioni e carattere, Reich sviluppò una metodologia psicoterapeutica non più schiavizzata dall’esclusività della dimensione verbale e cognitiva ma che include anche l’espressione emotiva, la dimensione del contatto tra terapeuta e paziente, la respirazione e la percezione corporea.

Con il procedere della sua esperienza, Reich diede un altro contributo alla pratica clinica individuando nel corpo, sette livelli, che possono essere considerati come degli anelli o metameri, ognuno con un suo linguaggio ed una sua funzionalità nello sviluppo dell’individuo. E’ proprio grazie all’esistenza di questi livelli, ognuno dei quali integra in sé l’aspetto muscolare, emozionale ed energetico, che è possibile leggere sul corpo, la storia dell’individuo e comprendere a quale livello, la sua energia vitale è maggiormente paralizzata.

Vediamo allora quali sono, secondo Reich, questi sette livelli ed il loro significato di base, preannunciando che ad ognuno di questi livelli, potrà corrispondere un blocco emotivo, che darà luogo ad una determinata tipologia di struttura caratteriale.

  • occhiLivello degli occhi: gli occhi costituiscono il fondamento del nostro primo contatto con la realtà infatti, non a caso, l’altro modo per definire l’atto della nascita è: “vedere la luce”. E’ con gli occhi che avviene il primo contatto con la realtà. E’ utile però considerare che non necessariamente all’atto del guardare, corrisponde l’atto del vedere. Infatti, soltanto guardando una persona negli occhi, possiamo comprendere il livello della sua coscienza, della profondità, lucidità e chiarezza.

Negli occhi c’è un vero e proprio mondo emozionale; essi possono essere spaventati, vuoti, opachi, assenti ed impenetrabili, oppure penetranti, inquietanti. O ancora, gli occhi possono essere luminosi, profondi oppure attoniti, quieti. In certe persone, gli occhi sono sfuggenti, fissi, cattivi, agitati oppure sognanti, smarriti. In altre, accesi e sereni e buoni, attenti al mondo circostante, talvolta essi ci appaiono anche maliziosi. Negli occhi si rivela l’essenza stessa di un uomo e la sua indole, il tipo di relazione che egli ha con se stesso e con il mondo, la sua presenza a se stesso ed al mondo. In base alla teoria e terapia di Reich, nella quale la coscienza ha un ruolo fondamentale, non a caso è in uso dire che “essere negli occhi significa esserci”.bocca

  • Livello della bocca : sono compresi le labbra, i denti e la mandibola. Essendo la bocca collegata alla fase dell’allattamento e dello svezzamento, il secondo livello esprime tematiche orali, alle quali sono connesse il rapporto con l’affettività e le tematiche del bisogno e della dipendenza.

A questo secondo livello è presente la mandibola con grande capacità di serrarsi e di bloccare le emozioni. La mandibola ed il mento possono trattenere e tenere bloccate, grandi cariche di rabbia. Se la bocca di una persona non vuole aprirsi, ciò, con grande chiarezza, esprime sfiducia, la paura di venire invasi ed il rifiuto a far entrare chiunque.

 

  • colloLivello del collo comprendente anche l’interno della gola. Dobbiamo sempre considerare che ogni livello sfuma in quello successivo. Ciò è particolarmente evidente con la gola, posta al confine tra il secondo e il terzo. A questo livello si esprimono le tematiche narcisistiche, la percezione del proprio io e dell’immagine di sé, da portare nel mondo. Tanto andare a testa alta che a testa bassa, non sono che due atteggiamenti opposti di sé che si declinano grazie alla postura del collo. Nel collo è presente la rigidità cioè la paura di lasciarsi andare.

gola

  •  Livello della gola ha una importanza fondamentale perché la gola è come una chiusura lampo che ci consente di bloccare l’accesso alle nostre emozioni più profonde, quelle che salgono direttamente dal nostro cuore. In tal senso la gola, là dove sono trattenute emozioni troppe forti, può trasformarsi in una vera e propria barriera che separa la testa dal resto del corpo. Così il nostro cuore e la nostra testa, alla fine smettono di comunicare. E’ ciò che si definisce abitualmente come soffocare le emozioni.

 torace

  • Livello del torace : se ne comprende l’importanza pensando che a tale livello c’è il cuore che è l’organo che pompa la vita e che rappresenta la porta d’ingresso della nostra identità essenziale. Le tematiche legate a questo livello sono vastissime. Pensiamo che è qui che ci sono anche le spalle, sulle quali talvolta come in chi le ha curve, si portano troppi pesi oppure si esprime un forte senso di rassegnazione a situazioni vissute come insopportabili ed immodificabili, ma talvolta sono curve anche perché la persona crede di poter portare qualsiasi peso. Le scapole serrate possono esprimere rabbia e paura,

L’aspetto fondamentale di questo livello è la tematica del respiro. E’ qui che si trovano i nostri polmoni ed quindi qui che trova il centro del rapporto con l’energia vitale. Il torace può essere in molti modi diversi: gonfio ed incapace di arrendersi, rilassarsi nell’espirazione o al contrario, essere scarico e depresso, con poca energia, incapace di inspirare e di prendere, cioè di riempirsi. Il cuore è il luogo di profondissime emozioni da esplorare, “imprigionate” e negate oppure congelate. Troviamo sempre a questo livello, le braccia e le mani connesse ai temi del toccare ed accarezzare, del prendere e del lasciare.

 diaframma

  • Livello del diaframma: dipende da esso tutta la respirazione, è proprio bloccando il respiro che ogni tipo di emozione viene controllata e repressa. Il diaframma è la principale chiusura lampo per spezzare il nostro corpo in due. Così, il diaframma separa la parte istintuale dal cuore, bloccando in sinergia con la gola, qualsiasi impulso e sentimento, ogni tipo intensità del nostro sentire, qualsiasi possibilità di accesso al piacere. Il blocco del diaframma presente in tutti noi, anche se a livelli differenti nella cultura occidentale, impedisce anche di far arrivare energia ai genitali. Diminuisce così anche l’energia sessuale. Il diaframma è il centro del rapporto con l’energia vitale e con la nostra vitalità.

 pancia

  • Livello della pancia: è il luogo delle emozioni viscerali e la sede di numerosi organi: milza, fegato, pancreas, stomaco. Quanti ormai riescono ancora a sentire con la pancia? Sicuramente pochissimi. Le tematiche connesse sono quelle della digestione e dell’assimilazione di cibo ed eventi, quindi anche il tema dell’ansia. Nella pancia si trova l’ombelico al quale durante la vita intrauterina era collegato il cordone ombelicale. A questo livello si evidenziano tematiche quali quello della nausea e del rigetto; è il luogo della disperazione più profonda tanto che è proprio nella pancia che si può sentire la presenza di un “buco”, talvolta grande come una voragine, nella quale si può sentire di sprofondare.

 bacino

  • Livello del bacino: comprendente genitali, gambe e piedi. L’intensità del piacere che possiamo sperimentare è legata alla quantità ed all’intensità di energia libidica che si scarica attraverso i genitali. Il blocco del bacino e delle pelvi limita ed a volte può impedire completamente questa scarica, agendo in modo sinergico al blocco degli altri livelli.

Nelle gambe poi troviamo anche il tema del radicamento, al quale sono connessi i temi della fiducia o sfiducia nella vita, quello della solidità, e dell’equilibrio, del contatto con la terra.

Questa descrizione ci permette di capire che i sette livelli descritti da Reich, permettono allo psicologo clinico appositamente formato, un’articolata lettura della struttura caratteriale di ogni persona.

Reich (Lowen dopo di lui) aveva evidenziato l’esistenza di alcune strutture caratteriali di base, utilizzando come punto di riferimento le fasi di sviluppo del bambino come descritte da Freud.

(Concezione attualmente superata con il riconoscimento dell’importanza dei fattori neuroendocrini già durante la vita intrauterina nel determinare alcuni aspetti dello sviluppo successivo, che permette di svincolare l’individuo nella unicità da clichè teorici preordinati nei quali inserirlo, portando invece alla formulazione di modelli olistici multidimensionali che tengano nel debito conto la complessità dello sviluppo e tutti i diversi livelli che continuamente interagiscono tra loro influenzandosi vicendevolmente).

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

La fiaba e i conflitti infantili

fiabe e bambiniNell’articolo sull’importanza delle fiabe , abbiamo visto come i nostri bambini si interrogano sui grandi quesiti della vita.

In questo contesto, la fiaba rende chiaro al bambino ciò che nella realtà quotidiana ed esterna è ancora per lui confuso. Esprimendo in modo chiaro il bene ed il male, le fiabe riproducono anche, in modo intellegibile per il bambino, un suo conflitto interiore indicandogli la possibile strada per risolverlo e lo spingono a sperare che i buoni propositi e comportamenti saranno premiati, cioè avranno un riconoscimento funzionale all’aumento della sua autostima e quindi, al suo benessere.bambini e fiabe

Il bambino attraversa all’inizio della vita un conflitto fondamentale relativo alla integrazione della sua personalità, per affrontare e risolvere il quale, adeguatamente alla sua età, la fiaba può essere di grande aiuto, grazie proprio alla distinzione ed integrazione tra valori, mete e personaggi diversi che essa consente, fino al prevalere del personaggio che personifica , con la sua vita, il coraggio ed il bene con il quale ci si può identificare. In tal senso la fiaba apporta anche speranza. Speranza di riuscire con l’impegno ed il perseguimento del bene personale ed altrui. Caratteristica dell’essere umano è l’ambivalenza, presente fin dall’inizio della vita, ed è necessario, per non esserne lacerati, che anche se per gradi, la nostra personalità si unifichi, in modo da permetterci di affrontare le difficoltà che incontreremo con sempre maggiore sicurezza. L’integrazione della personalità e del nostro mondo interiore è un processo ed un compito fondamentale che, come esseri umani, siamo chiamati a svolgere e perseguire per tutta la vita, in modi diversi.

puffoSuccessivamente, il bambino attraversa il suo secondo conflitto, quello edipico, nel corso del quale attraversa esperienze dolorose e che lo disorientano; quando il bambino, lottando, riesce a liberarsi del potere che i genitori hanno su di lui, essendone lui estremamente dipendente, inizia allora a diventare se stesso. La fiaba ha, in questo caso, una vera e propria funzione catartica, che consente al bambino di diventare cosciente del suo conflitto, dell’odio edipico per il genitore, della sua insicurezza ed aggressività, della gelosia per fratelli e sorelle, là dove presenti. Non solo, poiché il bambino piccolo è ancora dominato da sentimenti di onnipotenza e dal supporto del “pensiero magico”, la fiaba ha una funzione fondamentale, quella di permettergli di rimuovere i conflitti che egli vive all’interno del suo ambente e di cominciare quindi ad accedere ad un processo di sublimazione, che rappresenta uno dei più evoluti meccanismi di difesa dell’Io.

Per analizzare le fiabe ed il loro significato psicologico, si utilizzano, oltre alle categorie semantiche di coscienza ed inconscio personale e collettivo anche quelle di Super Io, Io e Es.eroe e drago

Il processo di maturazione interiore comporta uno scontro tra Es ed Io ed Io e Super Io.

Le fiabe parlano, oltre che all’Io cosciente, anche al nostro inconscio: l’ambiguità contenuta nelle fiabe, si sviluppa nell’inconscio, dando significati diversi alla medesima narrazione, a seconda dell’individuo che la ascolta o legge, del suo contesto e della sua storia.

donna volanteNella fiaba però, in realtà, non c’è ambivalenza come nella vita e nella nostra interiorità, ci sono solo buoni o solo cattivi. Ciò rende tutto più chiaro e rende la sua narrazione più scorrevole e comprensibile, favorendo l’integrazione delle diverse caratteristiche della nostra personalità, a livello inconscio (dove attraverso le raffigurazioni immaginative della fiaba, possiamo tranquillamente far emergere aspetti della nostra ombra come il lupo cattivo ad es. e della saggezza, come quella rappresentata da un vecchio mago buono o da una fata, simbolo anche di un aspetto del nostro lato femminile) e della nostra coscienza, dove si colloca il senso del lungo percorso fatto dal protagonista della fiaba, con il quale ci si può identificare, per raggiungere la sua meta.

La fiaba offre una grande opportunità, quella di poter leggere all’interno di ogni narrazione, una visione dei diversi percorsi di vita, dietro i quali ritroviamo importanti tracce di quello che è stato il cammino dell’umanità, dei problemi e delle difficoltà oltre che delle ingiustizie che ha incontrato. Così, come del modo in cui le persone coinvolte e rappresentate nelle fiabe attraverso la storia dei personaggi, hanno affrontato e molte volte superato, le loro fasi più difficili. ilmondo della fiaba
Le fiabe sono quindi delle vere perle di saggezza, utili ad aiutare bambini ed adulti a crescere in modo equilibrato, trovando il significato e le giuste motivazioni del vivere quotidiano.  La fiaba è una testimonianza della vita, dei suoi problemi e delle diverse soluzioni.

L’aggressività dal punto di vista psicoanalitico

ovuloCome inizia la vita? Con un atto di aggressività. Lo spermatozoo per penetrare nell’ovulo deve distruggere due delle sue zone: il cumulo ooforo e quella pellucida. Grazie a questa azione aggressiva, lo spermatozoo è in grado di fecondare l’ovulo.

Parimenti, pensiamo a quanta aggressività l’uomo primitivo ha dovuto impiegare per salvare se stesso e la propria prole dall’aggressività di animali o di altri gruppi umani.

Questo tipo di aggressività, anche se in alcuni casi deve necessariamente essere distruttiva, appartiene a quelle benigne, perché difensive e che cessa nel momento in cui l’aggressore toglie il disturbo o non se ne vede la necessità. Pensiamo all’aggressività degli animali carnivori: una volta saziata la fame, cessano di essere aggressivi.aggressività amimale

Ma l’aggressività non è solo benigna (quasi l’unica nel resto del mondo animale) dal momento che ne esiste un’altra non finalizzata e per niente utile ai fini dell’adattabilità biologica.

Come spiegherò meglio sotto, l’aggressività è innata (Freud – Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, 1915) e non lo dice solo lo psicoanalista ma anche gli etnologi e gli antropologi.   Del resto basta guardare a ciò che succede nei periodi crepuscolari della coscienza, ben rappresentati dalle guerre e dai totalitarismi.

FreudSecondo la teoria psicoanalitica, così come formulata da Freud, nella mente degli esseri umani c’è solo: aggressività, sessualità e sogno. Tutto ciò che l’uomo ha fatto fino ad oggi sotto forma di arte , letteratura, scienza, etc, rappresenterebbe quindi una sorta di sublimazione di queste tre attività. Ad esempio, la sessualità è stata sublimata con la musica, la poesia, la letteratura, etc. idem per le altre due (sogno di una notte di mezza estate, Guerra e pace, etc).

Dopo la prima guerra mondiale, Freud si occupava della nevrosi di guerra e ne risultò colpito da un fatto singolare. Tutti i traumatizzati, oniricamente, tornavano al momento dell’incidente per poi svegliarsi dallo spavento. Come molti ricorderanno, per Freud il sogno rappresenta una soddisfazione in modo allucinatorio di un desiderio inconscio e quindi in queste osservazioni esiste un evidente contraddizione.aggressività primaria

Sempre in quel periodo Freud aveva verificato l’esistenza di quella che poi chiamerà: coazione a ripetere, ovvero la necessità di infilarsi nuovamente in situazioni spiacevoli e a volte anche umilianti. Grazie all’osservazione del gioco di suo nipote, Freud ipotizza che l’uomo si inventa un sistema per controllare l’angoscia in seguito alla perdita dell’oggetto (la madre nel caso del nipote di F). Da qui, l’idea che gli esseri umani tentano di tornare indietro, cioè prima del trauma e che le ripetizioni mirano solo a questo.

Da questa serie di considerazioni, Freud arriva ad ipotizzare che l’uomo, tenta di ritornare a quello stato di quiete prima della nascita. L’aggressività primaria quindi, tende a distruggere tutto ciò che è accaduto dopo la nascita.

aggrassivitàEcco perché, dal punto di vista psicoanalitico, l’aggressività sarebbe primaria. Per Freud esiste un istinto completamente autonomo e quindi biologico (cioè non psicologico) che ha il compito di distruggere, per tornare alla quiete pre-partum. Se tutto ciò è vero, l’aggressività va vista come un fatto naturale.

In conclusione, il dolore più grande, è indubbiamente la perdita delle persone a noi più care, che innegabilmente sono tutte entità che sono destinate a passare. Guai se non fosse così, dal momento che altrimenti non ci sarebbe mai nulla di nuovo (il Re è morto, viva il Re). La perdita è necessaria, dal momento che da questa nasce qualcosa di nuovo e la libido non resta statica ma in continuo movimento.

Come aumentare l’autostima

daliUna delle tante definizioni la si deve ad uno dei primi psicologi, William James (1890/1983) che la definisce sulla base del Sé, differenziandola tra percepita e ideale. Nel primo caso, il soggetto si basa su ciò che si è oppure non si è; mentre nel secondo caso, quello ideale, si basa su tutto ciò che si vorrebbe essere. Quindi, se non si riesce a raggiungere gli obiettivi, l’autostima viene percepita come bassa. La distanza tra le due (ideale e percepita) aumenta o diminuisce in funzione della discrepanza. Quindi, in quest’ottica, l’autostima dipende dal rapporto tra ciò che vorremmo e ciò che abbiamo raggiunto.autostima

Quindi, tentando di rispondere alla domanda, potremmo sintetizzarla con la misurazione della stima, che altro non è che la valutazione relativa a ciò che io penso di me. Quindi banalmente se ci diamo un valore alto (anche se oggettivamente non lo abbiamo) anche la nostra autostima lo sarà. Paradossalmente, potremmo trovarci in situazioni ove soggetti con scarse qualità hanno un’alta stima de se stessi e quindi si sentono molto sicure mentre, al polo opposto, persone molto stimate e quindi molto valide, hanno di se stessi una bassa autostima.

ciò che vedo allo specchioDa dove nasce l’autostima

Avere o meno autostima, è il risultato di un processo che ha radici profonde dal momento che si instaura nei primi anni di vita e sono correlate con la figura di attaccamento. Sin dai primi giorni di vita, il bambino, si relaziona con i propri genitori e in funzione di quella prima relazione (relazione primaria), il bambino cresce avendo (o meno) fiducia e sicurezza verso il prossimo e verso se stesso. La prima percezione di se, viene appresa proprio in funzione di questa positiva (o negativa) relazione con chi si prende cura di lui. Ovviamente, partendo da questa base è tutto un divenire. Nel senso che quell’immagine primaria, nel tempo può cambiare. Non possiamo pensare che l’autostima si basa solo su pochi fattori, dal momento che gli elementi in gioco sono tanti e ognuno con la sua complessità e specificità. Abbiamo infatti diversi ambiti di confronto come ad esempio le relazioni, il controllo su ciò che ci circonda, quanto pesa l’emotività, quanto siamo bravi a scuola, come vanno le cose in casa, etc. Tutte queste (ed altre) variabili contribuiscono a determinare quanta stima abbiamo di noi stessi (che, come ho citato sopra, può anche non trovare riscontro negli altri).chi sono io

Ma vediamo nello specifico come procedono le cose.

Nella fase neonatale il bambino non si percepisce e quindi il concetto di autostima non è applicabile però sicuramente impara, molto lentamente, che è (o meno) amato e quindi meritevole di questo amore. Anche se in modo poco strutturato, il bambino ‘sente’ che intorno a lui c’è un contesto che lo accetta e che lo rassicura.

bambino e autostimaMan mano che cresce, pur non avendo ancora una percezione di se, comincia a muoversi con le proprie gambette e pur non rendendosi ancora conto di ciò che è e che ha, comincia a migliorare le proprie abilità e di conseguenza la consapevolezza di essere in grado di fare cose. Questa è la fase in cui comincia a dire no e nel dirlo dà consistenza alla sua presenza. In questa fase si vede ancora come un riflesso dei genitori e se questi lo amano e lo rassicurano comincerà a sentirsi importante e la sua autostima cresce; se invece viene trattato come una seccatura, il processo non evolve nella direzione desiderata.

Verso i tre anni il bambino ha alcune certezze. Il suo corpo gli appartiene e lo sente suo e comincia anche a percepirsi come essere pensante. E’ in grado di stare lontano dai genitori proprio perché è più sicuro. Impara a percepirsi anche dal confronto con gli altri bambini (sono più alto, più veloce, etc).io sono io

Finalmente inizia la scuola e in questa fase molti bimbi perdono un po’ di fiducia in se stessi. A scuola non si gioca ma anzi si apprendono cose nuove. Se l’apprendimento procede regolarmente, si è in grado di instaurare rapporti amicali, al gioco del pallone siamo bravi, etc l’autostima aumenta; ma se vive in un contesto stressante (problemi in casa, scarso rendimento scolastico, mancanza di amici, vittima di bullismo, difficoltà nel fare i compiti, etc) accade il contrario.

Nel corso dell’adolescenza gli elementi che contribuiscono all’accrescimento dell’autostima sono legati all’aspetto fisico, al supporto genitoriale in merito al raggiungimento degli ideali, alla capacità di avere e mantenere le amicizie.

mi piaccioPerché è importante l’autostima

Come abbiamo detto sopra, l’autostima è l’opinione (stima) che abbiamo di noi, e rappresenta in definitiva ciò che pensiamo di noi e cosa facciamo per noi. Da ciò si evince che è una cosa molto soggettiva e che di conseguenza, non è un dato di realtà inoppugnabile, cioè ‘scolpito sulla pietra’ dal momento che è l’espressione del riflesso di ciò che siamo nell’hic et nunc. Dal momento che è una valutazione soggettiva e incompleta, va da se che questa percezione può essere cambiata ed è quindi possibile liberarsi di eventuali schemi denigratori e negativi che hanno il solo risultato di bloccare le nostre potenzialità e allontanarci dal controllo della nostra vita. Il nostro obiettivo, in merito a questa tematica, è quello di raggiungere una maggiore conoscenza di noi stessi, con il fine di trasformare tutto il negativo che vediamo in noi, in un impulso teso alla crescita. In tal modo diviene finalmente possibile, esprimere tutto ciò che viene vissuto come latente.

Ecco che così, possiamo essere liberi di essere totalmente noi stessi, svincolarci da tutto ciò che emotivamente ci blocca e in particolare, da tutti quei condizionamenti che limitano il raggio di azione della nostra vita, coinvolgendo tutte le persone a noi care. La nostra crescita personale passa dalla certezza del nostro valore e della nostra unicità.autostima visto dagli altri

Tra un’alta autostima ed una bassa, viene considerata più ‘sana’ quella alta. Avere una stima positiva di noi stessi, ci rende più fiduciosi, più ricettivi verso le aree migliorabili percepite in modo propositivo e non ipercritico. Inoltre nella vita può accadere che qualcosa non vada per il verso giusto. Ecco, in quel caso, dobbiamo essere capaci di perdonarci e in grado di rialzarci.

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