Categoria: Dipendenze

Le parafilie

Secondo il DSM – IV, le Parafilie sono caratterizzate da ricorrenti e intensi impulsi, fantasie, o comportamenti sessuali che implicano oggetti, attività o situazioni inusuali e causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento; includono l’Esibizionismo, il Feticismo, il Frotteurismo, la Pedofilia, il Masochismo Sessuale, il Sadismo Sessuale, il Feticismo di Travestimento, il Voyeurismo, e la Parafilia non Altrimenti Specificata.

Dunque, le caratteristiche specifiche della Parafilia sarebbero legate ad una ricorrente, intensa attrazione sessuale riguardante oggetti non umani, sofferenza, dolore o umiliazione propria o del proprio partner, coinvolgimento di bambini o adulti non consenzienti. La diagnosi di Parafilia, inoltre, viene fatta solo se il soggetto mette in atto questi impulsi, o risulta a disagio a causa di essi. Gli autori del DSM – IV, per valutare il continuum fra fantasia e azione e per non scindere il legame fra vissuti interiori e mondo reale, hanno elaborato tre diversi criteri di gravità delle manifestazioni di una o più Parafilie.  La diagnosi differenziale posta dal DSM – IV è che una “Una Parafilia deve essere distinta dall’uso non patologico di fantasie, comportamenti, o oggetti sessuali come stimolo per l’eccitazione sessuale in soggetti senza Parafilia.  Le fantasie, i comportamenti o gli oggetti sono parafilici solo quando portano ad un disagio clinicamente significativo o ad una menomazione (per es., sono vincolanti, esitano in disfunzioni sessuali, richiedono la partecipazione di soggetti non consenzienti, portano a complicanze legali, interferiscono con le relazioni sociali)”.

Il masochismo sessuale

La forma di parafilia in cui il piacere sessuale è legato al dolore fisico o morale del soggetto è definita masochismo sessuale.

Esibizionismo e Voyeurismo

l voyeur vero e proprio è chi trae soddisfazione unicamente dall’osservare una persona o una coppia in intimità o in attività erotiche.

Pedofilia

Per quanto riguarda la pedofilia, attualmente, per poter considerare pedofilica l’attività sessuale con minori è necessario che gli stessi abbiano meno di 13 anni, che siano prepuberi, che il soggetto pedofilo deve avere almeno 16 anni e almeno 5 anni più del bambino.

Feticismo e feticismo di travestimento

In termini clinici il feticismo è una parafilia, e il suo esordio è solitamente in adolescenza, sebbene il feticcio possa avere acquisito una particolare significato già nella fanciullezza (coperta di linus).

Frotteurismo

Il termine deriva dal francese frotteur, colui che sfrega. Secondo il DSM-IV, il frotteurismo comporta il toccare e lo strofinarsi contro una persona non consenziente.

Sadismo sessuale

Il termine sadismo deriva dal marchese de Sade, di cui si conoscono le gesta come scrittore e come autore di certi giochi crudeli e che finì in un ricovero di alienati per questi suoi comportamenti. Con questo termine, nel DSM – IV, si indicano le azione in cui il soggetto ricava eccitazione sessuale dalla sofferenza psicologica o fisica della vittima.

Parafilie non altrimenti specificate

Fanno parte di questa categoria la scatologia telefonica, la clismafilia, l’ urofilia, la coprofilia, la zoofilia, la necrofilia, ecc.

Tali parafilie vengono considerate “minori” in quanto sono molto più rare per giustificare l’uso di una classe specifica. Quando tali attività diventano prioritarie e sostituiscono i contatti sessuali ordinari, allora rientrano in un quadro di “anormalità”.

Considerazioni conclusive

In conclusione è utile ricordare che, nella pratica clinica, le parafile non si manifestano mai in forma pura; spesso nel mettere in atto una perversione si ricorre a caratteristiche tipiche di altre.

 

Come funziona la manipolazione psicologica

manipolazione psicologica

Come funziona la manipolazione psicologica

In questo articolo parleremo dei manipolatori, cioè coloro che spinti dal loro narcisismo, tendono a soggiogare la volontà altrui.

Come funziona la manipolazione psicologica – chi è il manipolatore

Il manipolatore sa fare leva sui principi morali degli altri per raggiungere i propri scopi, è geloso, ipercritico, svaluta il lavoro e il carattere degli altri sempre e comunque, abile adulatore se utile ai propri scopi, è sempre superindaffarato e quindi sempre stanchissimo, scarica sugli altri le proprie responsabiltà, i suoi bisogni, le sue opinioni; i suoi sentimenti sono sempre ammantati di ambiguità, ovviamente non sopporta le critiche e … e così via.

Chi opera in tal modo, attua una specie di plagio, genera danni che hanno riflessi sia a livello psichico che fisico, danni che possono essere anche molto gravi, a volte, molto più gravi della violenza fisica. Queste sono cose che accadono continuamente ma che vengono alla luce solo quando uno dei due pone termine a questa storia evidentemente malata, e la violenza psicologica si trasforma in un vero e proprio stalking.manipolazione psicologica5

Non è facile individuare un manipolatore perché sanno intrufolarsi molto bene e riescono a tormentare il prossimo senza scrupoli o vergogna. Ciò che li muove è solo legato ad incensare il proprio narcisismo perverso e di questo sono indubbiamente abili promotori: tutte le loro azioni mirano al raggiungimento dei propri obiettivi, spesso di natura esclusivamente nevrotici e che si basano quasi sempre sulla distorsione della realtà. Tutto ciò che fanno, non è MAI, nel tuo interesse.

manipolazione psicologica4

Come funziona la manipolazione psicologica – chi è il manipolatore – come fa?

Spesso agli occhi degli altri è una persona dall’aspetto rispettabile, premuroso e preciso sul lavoro. Una di quelle persone che ti lasciano dire: ‘ma la fregatura dov’è?” E’, esteriormente e di primo acchito, una persona cosiddetta ‘normale’ in ogni ambito, in particolare sul piano sentimentale; insomma sembra la persona dei tuoi sogni. Il personaggio s’insinua tra le pieghe delle fragilità di colui/colei che presto diventerà una vittima mostrandosi presente costantemente e pieno di attenzioni, anche le più delicate, mentre in altri ambiti, ad esempio sul lavoro è abilissimo nel prospettare facilità di carriera. Tutto ciò che prima è semplicemente meraviglioso è però destinato a trasformarsi nel peggiore incubo.manipolazione psicologica3

Come funziona la manipolazione psicologica – Destabilizzare e denigrare

Quante volte un coniuge dice all’altro parole apparentemente soft ma che poi alla fin fine risultano essere dissacranti, denigratorie, di assoluta disapprovazione. Cose che li per li non ci si fa caso ma che goccia dopo goccia fa crescere il malessere e incrina la nostra autostima. Il manipolazione psicologica2manipolatore ha cambiato tattica. Prima ci seduce, ora ci demolisce, lentamente. Con questo stillicidio di battute apparentemente innocenti (ma come ti sei pettinata? Ma come ti sei vestita? Il tuo trucco è inappropriato … la pasta era sciapa, etc etc) si corre lentamente verso la distruzione dei nostri punti fermi e della nostra autostima, insomma cominciamo a dubitare di noi stessi e ci rendiamo deboli ogni giorno di più. Ciò non bastasse, un altro meccanismo che spesso mette in moto, appartiene alla categoria del fare richieste contraddittorie. Cioè chiedere oppure ordinare una cosa e poi il suo contrario. Il risultato? A noi che ci piace tanto la montagna, oppure andare al cinema, senza sapere perché potrebbe capitarci di odiarli entrambi e ritrovarci al mare oppure al teatro (che prima non ci interessava) proprio e solo perché piace all’altro. Insomma completa spersonalizzazione, ovviamente nelle forme più estreme.manipolazione psicologica1

Come funziona la manipolazione psicologica – Isolamento

In sua presenza, o meglio con la sua presenza, risulta quasi inevitabile che i rapporti con il nostro entourage (casa, lavoro, amici) salti completamente o quasi. Se è naturale respirare, per il manipolatore, con la stessa semplicità e naturalezza, riesce a creare tutte le distorsioni utili alla destabilizzazione di ciò che  prima era consolidato. Per fare ciò ad esempio, sono molto abili a creare diffidenze tra i vari soggetti del gruppo, il tutto allo scopo di poter essere padroni di avere tutto sotto il proprio controllo. Quando improvvisamente (cioè da quando il manipolatore entra in gioco) emergono conflitti o rancori segreti, occorre fare molta attenzione e individuare il ‘vero’ nemico.

manipolazione psicologica6

Come funziona la manipolazione psicologica – Colpevolizzare

Il manipolatore, attribuisce sempre ad altri colpe inesistenti. Saremo sempre convinti e lui ce lo ricorderà sempre, che tutto quello che facciamo non sarà mai abbastanza.

Alcuni esempi: ‘hai innaffiato il mio giardino e ti sono molto grato ma, avrà fatto veramente tanto caldo, alcune piante sono morte’ …. ‘Mamma, rientro più tardi: va bene figlia mia ma mi lasci sempre sola‘. E via dicendo

Per la maggior parte delle persone ‘normali’ questi soggetti sono la maggior fonte di stress in tutte le forme relazionali. Attenzione a non cadere in queste trappole, il rischio è la dipendenza o peggio ancora la depressione. Individua il tuo nemico e liberatene. Quasi sempre, nell’ambito di queste relazioni malate che si protraggono nel tempo, si commette l’errore di confondere tra ciò che l’amore dovrebbe essere e quello che amore, assolutamente non è. Tutto ciò che lascia segni nell’anima e nel corpo, tutto ciò che crea dolore non è amore. L’amore non richiede che ci sia un più forte.

manipolazione psicologica7

Come funziona la manipolazione psicologica – Che tipo di prevenzione

Esiste una sola parola: rispetto, ovvero l’opposto della prepotenza. Come dicevo prima, contro ogni forma di violenza esiste una sola medicina che è l’amore. Visto che il manipolatore non ama, non sa o non vuole amare, l’amore di cui parlo è quello verso se stessi che comporta quindi il recupero della stima e fiducia. Mai come in questo caso dobbiamo tenere in mente che quotidianamente, ci facciamo del male, tutte le volte che non ci rispettiamo

La sindrome di Peter Pan

La sindrome di Peter Pan

Crescere, passare dalla fanciullezza all’età adulta, dall’adolescenza alla piena maturità, dovrebbe essere un passaggio naturale così come lo è stato da sempre.

Per alcuni però, questo naturale passaggio diviene quasi impossibile. Alcuni soggetti si rifiutano o addirittura sono incapaci di fare questo ‘salto’.  Parliamo cioè di soggetti adulti che hanno un comportamento infantile ed un rifiuto di qualsiasi tipo di responsabilità. Alla base di tale sindrome potrebbe esserci un trauma infantile che blocca lo sviluppo emozionale del bambino ma non quello intellettivo e cognitivo. Partendo dal presupposto che è l’amore dei genitori che produce soggetti sereni ed integrati nel tessuto sociale di appartenenza, in questo caso, la possibile causa potrebbe risiedere proprio nella mancanza di quell’amore. Quindi una carenza affettiva provoca in questi bambini una crescita disarmonica caratterizzata da un malessere profondo che li coglie impreparati dovendo affrontare il mondo da e dei grandi.

Tale difetto nella crescita colpisce maggiormente i maschi (ma, anche se in minima parte, anche le donne). Nelle storie cliniche abbiamo soggetti  in famiglie con un padre assente ed una madre incapace, troppo  occupata, con scarsa autostima oppure depressa per dare ai propri figli l’amore di cui hanno bisogno se non addirittura madri che si appoggiano ai figli.

Da adulto Peter non saprà come gestire i propri sentimenti correndo magari il rischio di cercare nella propria compagna l’amore materno che, non avendolo mai avuto, potrebbe non trovare il modo per gestirlo. Unico momento apparentemente rassicurante potrebbe essere quello della sessualità. Però anche in questo caso, il comportamento potrebbe risultare disturbato e/o incontrollabile proprio perché non sa gestire i sentimenti.

Diventare adulti implica regole, responsabilità, coerenza e mille altre cose che vengono percepite in modo distorto nel tentativo di difendersi da ciò che può essere spiacevole; tale distorsione induce il soggetto a prestare attenzione in modo selettivo eliminando alcuni tasselli della realtà e ad assumere comportamenti anomali per l’età reale.

Ben differente è la posizione del Puer Aeternus, l’eterno fanciullo, rappresentato dalla psicologia Junghiana. Se al puer viene affiancato il termine aeternus potrebbe voler dire che l’atteggiamento puer si protrae oltre l’età della fanciullezza. Questo però non vuol dire che, superata quell’età, il fanciullo che è in noi debba morire. Il fanciullo che è in noi deve essere sempre vivo ma non in modo inflazionato, tipico dei soggetti che si rappresentano con la sindrome di Peter Pan.

Un Peter Pan ha una serie di caratteristiche abbastanza tipiche e cioè:

non vuole crescere, tutto è bello, tutto è possibile, il mondo e le sue regole non sono interessanti perché egli vive in un mondo ideale. Di contro però è simpatico brillante, curioso, allegro; vuole fare sempre nuove esperienze, ama le novità, naturalmente pone se stesso al centro dell’universo ed è impaziente. Sta sempre altrove e vive in un metamondo che ovviamente non esiste e li sta bene anche perché è l’unica realtà che riesce a rappresentarsi. In questa dimensione irreale, tutto gli appartiene, il cielo è sempre sgombro di nuvole (i problemi non esistono e se si palesano se li scrolla di dosso infastidito) etc etc .

Quindi, il soggetto, rifiutando la banalità  e per confermare la propria presunta unicità, non si adatta alle regole e tutto questo non fa che alimentare l’ideale di sé.

Questo quasi spasmodico voler sembrare o meglio, essere diverso dagli altri, non può che essere una forzatura ed evidenzia, alla fine e agli occhi di tutti, l’inconsistenza del soggetto. Con questi modelli stereotipati di comportamento, si recita un ruolo che prima o poi viene smascherato grazie al fatto che alla fin fine, Peter sembra essere privo di una qualsiasi specificità e in parole ancora più povere, superficiale e immaturo, una nuvola strapazzata dal vento che cambia forma continuamente e non restituisce nulla.

Quando Peter Pan viene smascherato, emerge la sua ombra, caratterizzata da freddezza, brutalità, meschinità e senza sentimenti.

 Ma, come potrebbe evolvere?

Abbandonando l’egocentrismo, entrando nei dettagli della vita di tutti i giorni, che è fatta anche di sofferenza ma anche di sentimento. Riconoscendo l’esigenza di aggregarsi con il resto dell’umanità, riuscirà a strutturarsi, allontanandosi dalla superficialità e dando consistenza al suo essere, in relazione con il mondo.

Come uscirne?

Non è facile anche perché ha come presupposto la consapevolezza di ‘avere un problema’ e che la funzione sentimento è stata bloccata e quindi non è mai cresciuta. 

Come abbiamo detto sopra, Peter non ha ricevuto amore e per non soffrire, nega. Questa negazione lo porta a non crescere sul piano psicoaffettivo e in quanto tale può fare molto ma molto male.

Se ne vuole uscire Peter deve desiderarlo e investire seriamente in quel processo di crescita che ha un riscontro con la realtà di cui il soggetto ha sempre tentato di evitare.

Deve insomma uscire dall’adolescenza ed entrare nell’età adulta

La paura di volare – aerofobia

Con il termine aerofobia si definisce la paura di volare (fear of flying); questa paura è molto diffusa sia tra chi è costretto a viaggiare spesso in aereo, sia tra chi non ha mai volato. Per alcuni è addirittura impossibile salire su un aereo privandosi così del piacere di raggiungere posti lontani.

Questo disturbo fa parte dei disturbi d’ansia dal momento che è  l’emozione maggiormente avvertita. Rientra quindi nella categoria delle fobie. Per FOBIA si intende una paura intensa, non correlata al reale pericolo  in un determinato oggetto, luogo o situazione. Determina un malessere molto profondo, dove l’ansia (acuta) può trasformarsi in panico  al punto in cui il soggetto è costretto a sconvolgere la propria vita quotidiana per evitare in qualsiasi modo  lo stimolo fobico.

Ma, quanti ne soffrono?

Intanto  cominciamo con il dire che la paura va vista sotto diverse prospettive e intensità.  Aggiungiamo inoltre che secondo alcune statistiche, la paura con le diverse intensità interessa almeno il 50% dei passeggeri.

Perché si ha paura di volare

L’uomo da sempre si è spostato a piedi, poi con animali, barche, carri; negli ultimi 100 anni anche con la macchina e subito dopo anche con aereo (almeno per il trasporto passeggeri).

I tempi della psiche sono lenti e l’uomo, anche se ha sempre desiderato volare, trova la sollecitazione del volo (partenza a 300km orari in pochissimo tempo; raggiungere i 10000-13000 metri in pochissimo tempo, le turbolenze, i vuoti d’aria, atterraggio, problemi di pressione, etc) meno familiare. Ovviamente non per tutti, infatti una parte trova queste emozioni piacevoli (ad esempio conosco persone che quando ci sono le turbolenze sono felici e vorrebbero non finissero mai: ‘mi sembra di stare sulle montagne russe’; io invece le detesto), mentre per altri sono associate a situazioni pericolose.

Tutti sanno che gli aerei sono il mezzo più sicuro di trasporto, infatti si muore di più a piedi o in bicicletta, etc. eppure questa consapevolezza, per alcuni non fa assolutamente rilassare.

Proviamo a prendere ad esempio la guida con la macchina  o con la moto. Alcuni si sentono più rassicurati se sono loro a guidare. La stessa cosa, per queste persone, avviene con l’aereo. Quindi in  questo caso, il problema è legato non alla paura del volo ma anche alla mancanza del controllo del mezzo. Un aereo non è come una macchina, non posso pilotarlo, non posso scendere, etc  e quindi mi trovo costretto a subire passivamente il viaggio e per alcuni questo rappresenta un problema.

Il viaggio in aereo è più sicuro, ad esempio, anche grazie al concetto di ridondanza. Se  in una macchina si spegne il motore ci dobbiamo fermare. L’aereo può volare anche con un solo motore. Se l’alternatore si rompe, la batteria smette di caricarsi, ma in aereo, grazie  a sistemi alternativi  gli apparati di bordo continuano a funzionare.

E’ per questo che ad esempio chi ne soffre, evidenzia sintomi come vertigini, senso di oppressione, tremori, paura di morire, tachicardia, difficoltà a respirare, etc .

Gli stati emotivi sperimentati da chi ha paura di volare possono essere attribuiti a dei pensieri assolutamente irrazionali sulle dinamiche del volo o su alcune situazioni vissute come particolarmente pericolose.

Personalità fobica

Tra gli stili di attaccamento dei bambini e correlati con la paura,  ce n’è uno che  determina l’instaurarsi di una relazione reciproca  bambino-genitori di tipo estremamente ansioso;   questo tipo di relazione si caratterizza con una prolungata necessità di aiuto e di vicinanza che blocca le attività esploratorie del bambino indispensabili per lo sviluppo della sicurezza di sé.

Da adulti il controllo dei pericoli, precedentemente affidato alle figure genitoriali, diviene gradualmente una prerogativa personale.  Insomma si diviene bravi, forse più bravi di altri che hanno avuto una figura di attaccamento sicura. Questi soggetti sono molto più autonomi, dal momento che era l’unico modo per sopravvivere in un contesto dove la figura di attaccamento non era disponibile. Queste persone sano anche capaci di avere buonissime relazioni, perché sicuri di se e disponibili, purchè tutto sia sempre sotto controllo. Sulle prime possono apparire diffidenti ma una volta conosciuto meglio l’altro, la situazione cambia in positivo. Tradotto in altri termini, nel momento in cui tutto è sotto controllo, la cose cambiano.

Oltre al controllo sulle persone, si arriva anche a quello degli stati interni, quelli emotivi. In questo caso le sensazioni nuove si evitano perché appunto nuove e non ancora sotto il controllo. Per non perdere il controllo quindi, si evita ogni approfondimento anche perché non si desidera mostrare questa nostra debolezza agli altri.

Per questo ma anche per un’infinità di altre variabili, il volo può rappresentare per questi soggetti  un’esperienza molto difficile da affrontare.

L’esperienza del volo è quindi fuori dalla possibilità del controllo (pilota, dinamiche del volo, rumori  ignoti) e quindi l’incapacità di esercitare il minimo controllo, di anticipare gli eventi  e valutare situazioni inattese (nuvole, vento, etc) portano questo soggetti a sperimentare questo tipo di paura.

Partire, cioè decollare, è sicuramente il momento più difficile, perché staccandosi da terra ci si stacca da tutto ciò che lasciamo a terra aumentando in modo spesso esagerato il livello di ansia ad essi collegati. Il momento dell’atterraggio, rappresenta il ritorno a tutto ciò che conosciamo e che torna ad essere sotto il nostro controllo del ritorno, con la realtà conosciuta, e, anche se percepito come potenzialmente, suscita generalmente meno ansie di quello del decollo che rappresenterebbe il distacco da ciò che ci dà sicurezza e l’inizio del viaggio verso l’incerto.

Come se ne esce

Ristrutturando il presente e rielaborando la figura di attaccamento con lo scopo di attenuare l’esigenza di dovere, a tutti i costi, controllare tutto per essere sicuri.

Leggi anche,  Modelli di attaccamneto nei bambini

Le Parafilie – Sadismo sessuale

DeSadeIl termine sadismo deriva dal nome del Marchese de Sade, nobile francese scrittore di saggi filosofici ma anche autore di svariati libri a sfondo erotico  e caratterizzati dalla crudeltà e che finì in un ricovero di alienati per questi suoi comportamenti. 

Il sadismo, non è solo una perversione ma anche un tratto della personalità: spesso si indica con questo appelativo chi è capace di essere crudele e di compiacersene sia con i famigliari che con gli altri. Nell’ambito famigliare, il sadico pretende assoluta obbedienza, generalmente è un despota e punisce per qsadismoualsiasi banalità o deroga alle proprie regole.

Con questo termine, nel DSM – IV, si indicano le azione in cui il soggetto ricava eccitazione sessuale dalla sofferenza psicologica o fisica della vittima.  I comportamenti sadici sono caratterizzati dal dominio sulla vittima, possono includere l’imprigionamento della vittima, il bendarla, fustigarla, percuoterla, torturarla fino anche ad ucciderla. L’età di esordio delle attività sadiche è variabile, ma di solito le fantasie sessuali di tipo sadico sono presenti sin dalla fanciullezza. Inoltre, solitamente la gravità degli atti sadici cresce con il passare del tempo: il sadismo, quindi, è di solito cronico. I due criteri diagnostici principali, per classificare il sadismo, sono quindi i seguenti:

1. durante un periodo di almeno 6 mesi, sono presenti fantasie, impulsi sessuali, o altri comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano azioni in cui la sofferenza psicologica o fisica della vittima è sessualmente eccitante per il soggetto;

2. le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento.

Uno studio critico sulle opere di Sade evidenzia che la forma del suo sadismo poggiava su quattro caratteristiche fondamentali: odio per l’altro sesso; odio-amore per il proprio sesso; paura del coito e paura ed evitamento di eventuali discendenti.

Alla base di queste caratteristiche c’è quindi una paura della responsabilità. In un certo senso, il sadismo rifiuta la reciprocità, caratteristica dell’amore; il sadico non vuole che la vittima gli offra la sua dedizione, al contrario vuole che essa gli opponga resistenza in modo da poterla spezzare. Quindi il suo interesse poggia sulla costrizione.

Il sadismo, in generale, può presentarsi sotto diverse forme:

sadismo non sessuale o psichico: è un tipo di mentalità che si esplica nel maltrattare familiari, nel provare gioia delle sconfitte altrui. Il soggetto ignora che il suo atteggiamento sia legato alla sfera sessuale. All’interno della vita familiare questi soggetti pretendono la completa obbedienza da parte degli altri membri; hanno un senso fanatico dell’autorità, della condanna e puniscono ogni minimo errore;

sadismo sessuale: indica il bisogno di vedere soffrire il proprio partner per il dolore fisico e per l’umiliazione prima e durante il rapporto sessuale; spesso i sadici provano un elevato piacere nel percuotere il partner.

Nel sadismo la violenza è spesso di tipo psichico,  con minacce e atteggiamenti finalizzati a spaventare e umiliare la vittima. Quindi, anche nel sadismo, si riscontrano le nozioni di punizione e di eccitazione per mezzo della vergogna, riconducibili a interdizioni infantili nella funzione erotica. Il sadico si serve della sua attitudine a essere eccitato dalla sofferenza, effettiva o simbolica, attiva o passiva, per procurarsi piacere e per raggiungere l’orgasmo, effettivamente determinato o facilitato con manovre autoerotiche.

Da un punto di vista psicoanalitico, l’impulso sessuale primitivo avrebbe la funzione di neutralizzare l’istinto di morte e per far ciò porterebbe l’aggressività verso l’esterno, sugli oggetti esterni, realizzandola così sotto forma di distruzione altrui e attenuandola poi, come forma di possesso e di potenza sull’altro. L’elemento stesso di questa tendenza, messa al servizio della funzione sessuale, costituirebbe il sadismo (sadismo erogeno). Inoltre, una parte di questa tendenza violenta resterebbe comunque all’interno dell’organismo: questa parte non esternalizzabile, produrrebbe il masochismo.

Inoltre, una menzione speciale nella genesi del sadismo è stata accordata all’influenza di avvenimenti traumatici soprattutto durante l’infanzia. In questa ottica, il comportamento sadico come anche quello masochistico, viene visto come una sorta di lutto negato o patologico, come un tentativo di rifiutare e negare la perdita e riparare ed essa con una fantasia che comunque non porta ad alcun risultato, poiché la perdita interna continua ad esistere. A questo punto, l’individuo stabilisce e sviluppa una perversione al posto della relazione. Questa mancata risoluzione del trauma ha delle conseguenze sulle successive difficoltà derivate dalla gestione delle fantasie e dell’eccitamento sessuali altamente potenziati nel periodo edipico. Il sadico, così, è spinto anche dal divieto nei confronti di una sana espressione della sua sessualità. Il dolore provocato dalla sofferenza inflitta è una difesa contro il dolore più grande della perdita.

Sempre secondo la psicoanalisi, il sadico trova soddisfazione nel vedere soffrire la sua vittima  e questo ha anche come spiegazione la sua identificazione con la vittima: quindi, paradossalmente,  il sadico quindi gode nel far soffrire sé stesso.

Si intravede, inoltre, in questo comportamento una componente compulsiva. L’atto aggressivo serve a contenere la propria rabbia e ostilità; questi soggetti sono guidati da un forte desiderio di dominare e umiliare gli altri. La loro ricerca di potere non è certamente positiva: parte da un forte sentimento di odio e da una voglia di vendetta e riscatto.

Le altre parafilie.

A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

Le Parafilie – Frotteurismo

Il termine deriva dal francese frotteur, colui che sfrega. Secondo il DSM-IV, il frotteurismo comporta il toccare e lo strofinarsi contro una persona non consenziente. Il comportamento di solito si manifesta in posti affollati, in cui il soggetto può facilmente sottrarsi all’arresto (per es. marciapiedi pieni di gente o mezzi di trasporto pubblico). Il soggetto strofina i propri genitali contro le cosce o le natiche della vittima oppure palpeggia i suoi genitali o le mammelle. Facendo questo egli spesso fantastica una relazione esclusiva di intimità con la vittima. Di solito questa parafilia esordisce nell’adolescenza. I frotteur risultano essere esclusivamente uomini e possono sviluppare la loro tendenza in senso sia omo che etero.

Alcuni autori ritengono che il frotteur sia un soggetto in cui lo sviluppo sessuale si è arrestato allo stadio infantile dell’erotismo corporeo e cutaneo. Il frotteur ha in comune con il feticista la tendenza all’anonimia, la paura di un contatto responsabile con un’altra persona. Tuttavia, al contrario del feticista, fissato soltanto sugli oggetti-feticcio, egli ha comunque bisogno di un partner sessuale. Per formulare la diagnosi di frotteurismo i criteri del DMV-IV prevedono che il soggetto, per un periodo di almeno 6 mesi, abbia fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che prevedono il toccare o lo strofinarsi contro una persona non consenziente. Inoltre le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti devono creare un disagio clinicamente significativo o la compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del comportamento.

Una importante caratteristica del frotteur è data dal fatto che per lui l’elemento più importante della sua esperienza è la percezione sensoriale del tatto, ovvero la possibilità di sentire direttamente sul proprio corpo il calore, il movimento, i contorni di un altro corpo sconosciuto, ma vivo e pulsante.

Invece alcuni ricercatori americani avanzano l’ipotesi che il comportamento sessuale deviante costituisca una distorsione patologica della fase del corteggiamento. Inoltre, essi ritengono che, sebbene il frotteurismo sia abitualmente considerato semplicemente una seccatura, la ricerca futura avrà il compito di accertare quale percentuale e quali di questi individui sono a rischio di commettere offese sessuali più violente.

Secondo un’ottica psicoanalitica, questi soggetti sarebbero stati tutti esposti alla scena primaria, cioè da piccoli avrebbero assistito ripetutamente a rapporti sessuali tra i genitori. Per un complesso meccanismo nevrotico, questo tipo di esperienza, vissuta in modo traumatico, disporrebbe spesso questi pazienti a un disordinato aumento della rabbia da loro provocata nei confronti delle donne, dalla quale si difenderebbero mediante stati di depersonalizzazione. Gli atti sessuali assumerebbero, quindi, una caratteristica onirica che potrebbe richiamare la scena primaria a cui sono stati sottoposti da bambini. Il meccanismo di modificazione dalla passività all’attività e l’identificazione con l’aggressore diverrebbe l’elemento preponderante dell’attività frotteristica.

A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

Le parafilie – Pedofilia

Per quanto riguarda la pedofilia, attualmente, per poter considerare pedofilica l’attività sessuale con minori è necessario che gli stessi abbiano meno di 13 anni, che siano prepuberi, che il soggetto pedofilo deve avere almeno 16 anni e almeno 5 anni più del bambino. Il disturbo avrebbe inizio, secondo il DSM – IV, solitamente con l’adolescenza, anche se alcuni soggetti riferiscono di non aver provato eccitamento verso i bambini fino alla mezza età. Il decorso è cronico, specialmente per i soggetti attratti dai maschi. La frequenza di tale comportamento pedofilo è fluttuante e in relazione agli stress psicosessuali (DSM – IV, 1994).

Naturalmente, a parte ogni aspetto legato alla morale o di tipo sociale, molti altri studiosi ed autori (Andreoli, 1996) ritengono  che invece ogni attività sessuale fra prepuberi e adulti sia negativa per il bambino ed addirittura traumatica per lo sviluppo armonico della personalità, causando nel bambino danni legati alla perdita dell’infanzia e ad una crescita improvvisa non adeguata ai vissuti interni dell’Io, che proprio nella fase evolutiva, soprattutto per prepuberi, non può essere in grado di vivere appieno e serenamente la relazione pedofila, comprendendo nel profondo l’agito sessuale. Non appare possibile, quindi, parlare di amore consensuale, di un rapporto basato sul consenso, soprattutto in considerazione del fatto che il bambino prepubere non può arrivare ad una scelta autonoma, essendo dipendente psicologicamente nella relazione.

Jaria (1968), autore di una ricerca, senz’altro la più significativa in Italia, condotta presso la sezione giudiziaria dell’Ospedale Psichiatrico di Castiglione delle Stiviere (MN) su pedofili, ha evidenziato che “L’esistenza del pedofilo durante l’accadimento sessuale appare come interrotta e l’evento rappresenta come una parentesi nella storia interiore dell’individuo”; a sostegno di ciò riporta quanto affermava un pedofilo, “era come se fosse un’altra persona a fare quelle azioni…”. Continua l’Autore: “Appaiono carenti nel pedofilo la tenerezza, il distanziamento, l’avvicinamento differenziato, la pienezza infinita dei giuochi intermedi, che avvengono in reciprocità, e dei sistemi cuscinetto caratteristici dell’amore”.

Le conclusioni a cui giunge confermano le difficoltà di conoscenza del fenomeno in quanto ritiene che “praticamente insoluto rimane l’ordinamento nosografico della pedofilia“. Motiva ciò affermando che “non esistono perversioni, ma solo perversi”. Le caratteristiche psicologiche dei pedofili riscontrate da Jaria in quasi tutti i soggetti sono state le seguenti: “ritardo o precocità nello sviluppo sessuale, immaturità, disturbi del rapporto interpersonale, insicurezza, esplosività, labilità della personalità, notevole aggressività, petulante invadenza, irrequietezza e instabilità”.

In un’altra ricerca Jaria, Capri, Lanotte (1993, 1995) hanno analizzato – attraverso colloqui clinici e Test Proiettivi – alcuni tratti della personalità dei pedofili relativi soprattutto alla strutturazione dell’Io, alle dinamiche intrapsichiche, all’area affettiva e alle relazioni interpersonali. Gli elementi emersi come significativi sono stati i seguenti:

A) Immaturità Affettiva, caratterizzata da scarsa efficienza e rapida esauribilità dei freni inibitori di fronte all’imminenza e all’urgenza degli impulsi sessuali, affettività più egocentrica che adattiva, funzioni affettive coartate e nello stesso tempo labili. Bassa tolleranza alle frustrazioni, ipersensibilità alle critiche.

B) Identificazione Deficitaria, mancato riconoscimento delle proprie componenti sessuali; il processo di identificazione, connesso alla ricerca di identità che va dalla dipendenza alla autonomia affettiva e sociale, appare non sufficientemente adeguato e non armonico rispetto alla realtà. Il legame oggettuale primario appare patologico ed espresso attraverso l’indifferenziazione e l’idealizzazione dell’oggetto indifferenziato.

C) Relazioni Interpersonali iInadeguate. La deficitaria identificazione, la mancanza quindi di un modello chiaro di comportamento, fanno sì che il rapporto con l’altro si sviluppi in modo irregolare e superficiale: infatti, ruoli in conflitto e mutevoli sono assunti nelle relazioni sociali. Tali rapporti non sembrano capaci di svilupparsi su basi adattive, costruttive e mature. Comportamenti ed emozioni nei

confronti dell’altro sembrano espressi o in termini oppositivi, o manipolativi, o di dipendenza, o di evitamento.

In conclusione, questi studi ipotizzano che un pedofilo può “soffrire” di un disturbo psichico così come ne può “soffrire” qualsiasi altro individuo non pedofilo, in quanto la perversione non sembra essere di per sé una malattia, bensì un sintomo, sociale o non, di un qualunque altro disturbo e in quanto sintomo non sempre e non necessariamente dovrebbe essere ascritto nella nosografia psichiatrica. In altri termini, vari sintomi concorrono per accreditare una malattia dal punto di vista sanitario, ma non sempre i sintomi evidenziano ciò che emerge all’apparenza; pertanto, non sempre il sintomo della pedofilia ha valore di disturbo psichico relativo in modo esclusivo alle perversioni, nelle quali può anche essere inserito ma solo a livello descrittivo. Sembra avere, invece, significatività relativamente processi psicopatologici dell’Io stratificati a livello profondo.

D’altronde sappiamo – anche grazie alle riflessioni di Freud (1919) – “che gli eventi umani i cui significati appaiono enigmatici e inspiegabili e che hanno alla base contenuti intensamente angoscianti, vengono percepiti come perturbanti”.

Forse, anche in seguito a ciò, la stessa scarsa conoscenza che abbiamo di personalità così cariche di contenuti difficili da accettare per la nostra cultura e per la nostra società – il diverso perverso che abusa dell’ingenuità di un bambino innocente – potrebbe avere una ragione irrazionale legata alle nostre antiche difficoltà nell’avvicinarci alle situazioni “mostruose”, al “perturbante”, a colui che rappresenta noi come genere e di cui temiamo forse di riconoscere ciò che non vogliamo sapere (Jaria, Capri, 1995).

Le altre parafile.

P. Capri, SEMINARIO DI PSICOLOGIA GIURIDICA “LA PEDOFILIA TRA SCIENZE UMANE E GIUSTIZIA PENALE” Siracusa, 16 – 18 ottobre 1997

Comportamento compulsivo delle personalita’ ossessive

Comportamento compulsivo delle personalità ossessive

Il comportamento compulsivo delle personalità ossessive, di cui si sente spesso parlare è caratterizzato da alcuni ritualità; ma, vien da chiedersi: ‘..quando è lecito affermare che un comportamento, ad esempio, lavarsi le mani, lavarsi i denti, oppure grattarsi la testa, masturbarsi, etc, diviene compulsivo?’

Comportamento compulsivo delle personalità ossessive

Ad esempio, grattarsi la testa di tanto in tanto è normale, può capitare, ma se la cosa accade infinite volte al giorno c’è qualcosa che non va… lavarsi i denti 2 o tre volte va benissimo ma cosa dire di una persona che lo fa 15 volte in un giorno? Può capitare, a volte, che si senta il desiderio di masturbarsi; penso ad esempio ai carcerati o a chi, per un lungo periodo faccia una vita ritirata, ma quando la cosa accade ad una persona che non ha tali vincoli e l’atto di ripete tutti i giorni, allo sfinimento, ecco, in tal caso ci troviamo in una situazione compulsiva caratterizzata ad una dipendenza.

C’è tuttavia una differenza tra iperattività e dipendenza. Una persona con iperattività sessuale, può, ad esempio, trovare suggestioni con del materiale pornografico, oppure con partners (anche occasionali; anche a pagamento), mentre, sulla sponda della dipendenza, il soggetto potrebbe trascorrere un’enorme quantità del suo tempo e denaro in questa ricerca fino all’esaurimento delle risorse, costringendolo ad adattarsi alle prime cose che trova, accettandone anche rischi (igienici e infettivi, o ambientali), pur di consumare immediatamente.

Quindi, possiamo definire i comportamenti “compulsivi”,  quando vengono ripetuti con sempre maggiore frequenza, quando non si riesce più a farne a meno, quando la volontà del soggetto si annulla. Sono diversi i problemi che stanno alla base di questi comportamenti, che sono vissuti come rassicuranti da chi li pratica, ma che invece, se non affrontati subito, possono creare una sorta di dipendenza difficile da risolvere.

Da tener presente inoltre, che spesso, non è il comportamento ad essere patologico, ma l’assenza di controllo rispetto agli scopi che rispondono al principio del piacere che il soggetto vuol ricercare. E’ abbastanza condivisibile il fatto che  laddove un comportamento che non dà più soddisfazione, nella normalità, dovrebbe estinguersi non essendoci, appunto, nessun piacere nel farlo o ricercarlo. Se ciò non si verifica, se non si ottiene più nessuna gratificazione, se farlo delude, allora, ci troviamo nella situazione in cui il controllo è stato perso. Inoltre, se il soggetto non padroneggia il proprio comportamento al punto da non riuscire più ad organizzare la propria vita liberamente, finisce per sacrificare il resto della vita in funzione di quel comportamento andato ormai fuori controllo e ne diventa schiavo. Paradossalmente, si finisce per ‘consumarsi’ dietro un comportamento che non da più nessuna soddisfazione perdendo: tempo, denaro, pace interiore, rapporti, affetti e magari anche il lavoro.

Comportamento compulsivo delle personalità ossessive – Alcune possibili situazioni

Lavarsi le mani in modo ripetitivo e compulsivoL’atto di lavarsi in continuazione  potrebbe indicare un senso di colpa nascosto (la macchia di Lady Macbeth, ad esempio), oppure desideri inaccettabili, o percepiti come sporchi che, con quel rituale si desidera lavare. Mangiare in modo compulsivo una quantità esagerata di cibo a tutte le ore potrebbe compensare e quindi riempire un profondo vuoto affettivo e questo capita, quando ci si sente soli, insoddisfatti, inappagati. In merito al sesso, visitare un sito porno capita a tutti, ma se il tempo speso è esagerato al punto da  compromettere il lavoro, le amicizie e i rapporti sentimentali, è dannoso perchè la sessualità virtuale è puramente masturbatoria, è un modo per non mettersi in gioco, per non assumersi responsabilità.

Comportamento compulsivo delle personalità ossessive – Quale terapia

Anche in questo caso esistono una infinità di approcci tesi alla risoluzione del problema. Quello più stabile e duraturo ci viene offerto dalla psicoanalisi, che attraverso l’analisi dell’inconscio va alla radice del problema; individua e rimuove i conflitti associati e genera una trasformazione della personalità.

Un altro approccio (che però non esclude il precedente) è quello che comunemente viene chiamato dell’hic et nunc (qui e ora).

In questo caso, il senso è che ora ho il problema e che nel presente o nell’immediato futuro vorrei liberarmene o almeno limitarne gli effetti disastrosi. Alla fine di questo processo si  è in grado di riconsiderare le ossessioni e le compulsioni come falsi messaggi, privi di significato e non meritevoli della mia attenzione. 

I pensieri ossessivi – conoscerli per non temerli

I pensieri ossessivi

Iniziamo con un esempio, in merito ai pensieri ossessivi, tipico delle personalità ossessive, preso dalla vita di tutti i giorni:

Il vostro capo ufficio vi chiama e vi fa una lavata di capo che voi ritenete del tutto ingiustificata, non solo, quello che avreste voluto dirgli non glielo avete detto ed ora eccovi li a pensare e ripensare a quell’episodio decine di volte, dandogli un diverso epilogo, dicendo tutto quello che non avete detto, aggiungendovi ogni volta nuovi particolari; siete sfiancati da tutto questo, non ce la fate più: un episodio di 5 minuti di vita reale si  è trasformato in giorni e giorni di infernale vita immaginata.

I pensieri ossessivi – definizione

i pensieri ossessivi e ripetitiviE proprio qui sta il punto in virtù di quanto scritto sotto, sulla meccanica dei circuiti neuronali, tali pensieri tendono ad un certo punto a riprodursi in automatico e ad essere autoreferenziali, con il risultato che non servono più né a cambiare qualcosa in quella situazione né a scaricare tensione emotiva. Al contrario quella tensione emotiva viene accresciuta ulteriormente, in un circolo vizioso che chiude la persona in una gabbia mentale di sofferenza.

I pensieri ossessivi – I circuiti neuronali.

Il cervello può contenere fino a 100 miliardi di neuroni; ogni neurone comunica con quelli vicini mediante molteplici sinapsi formando più o meno un milione di miliardi di connessioni sinaptiche. A loro volta queste connessioni formano un numero enorme di circuiti neuronali che possono crearsi e sono pari a 10 seguito da 1 milione di zeri.

I pensieri ossessivi – i pensieri

Il pensiero è alla base dei più comuni stati emozionali negativi che infettano la mente e il cuore. Ansie, angosce, paure, sensi di colpa sono molto spesso non quello che dovrebbero essere, ma il risultato di depositi di esperienza negative ormai trascorse, e quindi non più influenzabili, nella memoria, che continuano a lavorare a livello inconscio e sfociano in pensieri ossessivi la cui funzione dovrebbe essere quella di scaricare un pò della tensione accumulata, visto che l’azione non è più possibile.

Quando processi di questo tipo si intensificano e si moltiplicano, spalmandosi su un consistente numero di episodi, noi ci troviamo chiusi in un vero e proprio stato nevrotico.

Il cervello è un fantastico strumento che permette, tra le mille altre cose,  di costruire pensieri: o li controlli tu, quei pensieri, o lo farà lui, in autonomia e modalità casuale.

I pensieri ossessivi – La paura

Spesso, in ambito psicologico, la paura non è associata ad una minaccia reale ma ai propri pensieri che, lanciati in un vortice incontrollato, contribuiscono ad aumentare il livello dell’ansia. Quando si innesca questo circolo vizioso è come se ‘uscissimo’ da noi stessi. L’assenza di questa percezione ci fa precipitare nell’inferno della depressione che produce altre paure indistinte, prima tra tutte: la paura della paura.

Sfortunatamente in questo stato d’animo, ogni pensiero si trasforma in un mostro inducendo all’erronea convinzione che il contenuto dei  pensieri sia responsabile dei proprio malessere.

Ogni tentativo teso a liberarsene produce l’esatto contrario. Più si prendono sul serio questi mostri più loro si gonfiano e diventano potenti. Ma in effetti i contenuti sono intercambiabili. Non è il contenuto che crea la paura, è la paura a creare il contenuto.

La paura è un fenomeno fisico. Il battito cardiaco accelera, si sente un’oppressione sul petto, ci si irrigidisce, ci si sente imprigionati e senza difese. Si inizia a scalpitare come un animale in gabbia; questa contrazione corporea è il motivo per cui si attribuisce un significato esagerato  ai propri pensieri, permettendo loro di farci cadere in un inferno. Se invece riusciamo  a rilassarci, riusciamo a spezzare il circolo vizioso, aumentare la percezione di se, con l’immediato beneficio che i propri pensieri smettono di tormentarci.

Se si riesce ad affinare i sensi e si riesce ad ascoltare, vedere, gustare, odorare, toccare, ad uscire dalla proiezione che i pensieri avevano indotto, si entra nel mondo reale e si percepisce il proprio corpo aumentando la sensazione di benessere.

I pensieri ossessivi – Aspettative diverse

Spesso accade che siamo tratti in inganno dal fatto che non sono nostre le aspettative ma quelle degli altri che sono interiorizzate al punto di convincersi che siano frutto dei nostri desideri, confermate dalle nostre  azioni; spesso  non attribuiamo valore a ciò che in realtà si è e si  pensa che il proprio valore aumenterebbe se fossimo semplicemente la persona che gli altri vorrebbero. Ma non si può negare e umiliare la propria natura per sempre. Così facendo si tormenta una sola persona: noi stessi.

I mostri che sono dentro di noi diventeranno più deboli solo quando la nostra reale essenza si rafforzerà. Quando inizia un processo di trasformazione avviene  una sorta di rinascita, una emancipazione e alla fine di questa lotta, a volte dilaniante, qualcosa muore: la vecchia e finta identità.

Si è testimoni dei propri pensieri e delle proprie azioni e quello che resta quando ci si spoglia di tutte le identità, che  fanno parte di ciò che crediamo o credevamo parte del proprio IO, non è altro che la pura consapevolezza. Noi non siamo i nostri pensieri. Domandiamoci continuamente: cosa vedi? dove ti trovi? cosa faccio? quando?

I pensieri ossessivi – qui ed ora

Ecco … rispondiamo e rendiamoci conto che la nostra coscienza è perfettamente in grado di percepire il mondo reale e di interpretarlo per quello che è … il qui e ora. L’adesso, a cui segue un altro adesso  e poi un altro ancora. E un altro e un altro e così via. Tutto il resto sono proiezioni  fantasie, elaborazioni mentali.

Nel tuo adesso trovi qualcosa di minaccioso? NO? Ecco, la realtà non è minacciosa. Quando uscirai per strada incontrerai persone, farai dell’altro, vivrai un nuovo adesso, poi un altro e un altro. In ognuno di questi momenti puoi anche chiederti se c’è qualcosa che ti minaccia. Un unico pensiero non ti è concesso: Cosa succederebbe se …. La domanda corretta è: cosa sta succedendo ora? Quasi sempre potrai constatare che l’unica minaccia incombente è quella che prende forma nella tua mente.

L’80% di ciò che ci passa per la mente è spazzatura; la maggior parte dei pensieri non raggiunge neanche la consapevolezza. Ogni tanto però un pensiero prende forma e ci spaventiamo, ma noi non siamo i nostri pensieri.

Quindi, smettiamola di avere paura e facciamo la cosa giusta … pensiamo a risolvere il problema.

A volte da soli però non ci riusciamo; in tal caso valutiamo l’ipotesi di farci aiutare.


Dipendenza da Internet

Oggigiorno la comunicazione è supportata sempre più da mezzi moderni, tecnologici, efficaci e veloci. Essi consentono oltretutto il superamento di barriere spaziali e temporali, fornendo opportunità sempre maggiori di interscambio, di informazioni e conoscenze. Quello che possiede in misura più grande tali caratteristiche è Internet. Uno strumento fantastico che però va utilizzato con criterio per non diventarne dipendenti.

PERCHE’ SI DIVENTA INTERNET DIPENDENTI

  1. Psicopatologie preesistenti: la Internet addiction disorder (IAD), può essere facilitata da alcuni disturbi preesistenti come Depressione, Disturbo ossessivo compulsivo, Disturbo bipolare, compulsione sessuale, gioco d’azzardo patologico e/o difficoltà comunicative e relazionali;
  2. Eventi di vita negativi come problemi lavorativi, familiari, affettivi, etc.
  3. Potenzialità psicopatologiche della rete: attraverso internet si posso provare intensi e piacevoli sentimenti di fuga, superando online i problemi della vita reale e inoltre permette al soggetto di provare un senso di onnipotenza, connesse con il superamento di ogni limite personale e spazio-temporale; il tempo sembra fermarsi in rete, la parola fine non c’è mai.

USO PATOLOGICO  DELLA RETE

di seguito un elenco dei possibili usi che la rete offre a che ahimè, sostengono eventuali tendenze patologiche che possono essere:

  1. Bisogno di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete per ottenere soddisfazione;
  2. Marcata riduzione di interesse per le attività che non siano Internet.
  3. Sviluppo, dopo la sospensione o diminuzione dell’uso della rete, di agitazione psicomotoria, ansia, depressione, pensieri ossessivi su cosa accade on-line, classici sintomi astinenziali;
  4. Necessità di accedere alla rete sempre più frequentemente o per periodi più prolungati rispetto all’intenzione iniziale;
  5. Continuare ad utilizzare Internet nonostante la consapevolezza di problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici causati dalla rete.

LA PERSONA DIPENDENTE PERDE OGNI POSSIBILITA’ DI CONTROLLO SULL’ABITUDINE.

Vediamo di seguito alcune dipendenze tipiche:

Dipendenza ciber-sessuale, ovvero la dipendenza da pornografia online, dove gli individui che ne soffrono sono di solito dediti allo scaricamento, all’utilizzo e al commercio di materiale pornografico online e/o sono coinvolti in chat-room per soli adulti;

  • Dipendenza ciber-relazionale, definibile anche dipendenza da Social Network (es. Facebook), dove gli individui che ne sono affetti diventano fortemente coinvolti in relazioni online. In questo caso gli amici online diventano rapidamente più importanti dei rapporti reali con la famiglia e gli amici. In molti casi questo conduce all’instabilità coniugale, affettiva, familiare, sociale, lavorativa, scolastica, etc;
  • Net Gaming, cioè la dipendenza da giochi in rete che comprende una vasta categoria di comportamenti, compreso il gioco d’azzardo patologico, i videogame, lo shopping compulsivo e il commercio online compulsivo. In particolare, gli individui utilizzano casinò virtuali, giochi interattivi, siti delle case d’asta o le scommesse su internet, arrivando perfino ad interrompere lavoro, scuola, relazioni e perdendo cospicue somme di denaro;
  • Sovraccarico cognitivo, dovuto alla ricchezza dei dati disponibili  in rete e che crea un comportamento compulsivo di navigazione e di utilizzo dei dati del Web. In tal modo la persona spende sempre più quantità di tempo nella ricerca e nell’organizzazione dei dati provenienti dal Web;

Gioco al computer, anch’esso se eccessivamente prolungato si può tramutare in una compulsione. La persona così passa la maggior parte del giorno a giocare piuttosto che a lavorare, studiare, stare in famiglia, in compagnia, etc.

POTENZIALITA’ PATOLOGICHE DELLA RETE

La rete, inoltre, se mal utilizzata può indurre sensazioni di onnipotenza come sopraffare le distanze e il tempo e/o cambiare identità o nasconderla; ma anche fornire emozioni e rapporti interpersonali virtuali senza ruoli, vincoli e convenzioni. Questo perché in internet si può mutare a piacimento la propria identità e la propria storia personale cambiando l’età, la professione, il sesso di appartenenza, etc.

DALL’USO ALL’ABUSO

L’uso eccessivo della rete, può portare ad avere un’attenzione ossessiva a temi e strumenti circa il suo uso (es. controllo ripetuto della posta elettronica durante la stessa giornata, la ricerca di programmi e strumenti di comunicazione sempre più moderni, lunghissimi periodi passati in chat, etc.); può portare ad un progressivo aumento del tempo trascorso online, con un crescente senso di malessere, agitazione, bassa attivazione quando si è collegati (condizione paragonabile all’astinenza).

Inoltre, può in alcuni casi portare ad una spersonalizazione e proiezione del proprio sè in un luogo virtuale (senso di protezione e sicurezza) ma anche al danneggiamento della sfera sociale, familiare, affettiva, scolastica e lavorativa (il soggetto tende a sostituire il mondo reale con un oggetto artificioso con il quale riesce a costruire un proprio mondo personale, in questo caso virtuale, che ha un proprio linguaggio, atteggiamenti e comportamenti diversi e differenti rispetto al mondo reale nel quale è abituato a vivere).

Dipendenza da cellulare

tecnologiaL’Italia è stata il paese con il maggior incremento di telefonini nell’arco dei 10 anni successivi all’introduzione del telefono cellulare in Europa, avvenuta nel 1986.

Il telefonino viene usato quotidianamente al posto del telefono fisso, che di conseguenza viene usato sempre di meno. Più del 90% degli Italiani usa il cellulare per telefonare, dei quali oltre la metà per esigenze famigliari e circa il 30% per chiamare gli amici.

Le funzioni più usate sono la trasmissione e ricezione di piccoli messaggi di testo (SMS) e la rubrica telefonica (ISTAT, 2002).

Partendo da questi dati si può affermare che il telefonino, oltre a rendere più facile la comunicazione a distanza, ha sicuramente influenzato e provocato notevoli cambiamenti nelle abitudini di vita, nelle modalità di comunicazione e nei rapporti interpersonali ed entra in tutte le aree della nostra vita quotidiana. Il telefonino dà un senso di libertà, indipendenza e sicurezza, viene portato sempre con sé, viene usato ovunque e in qualunque momento, dà la possibilità di essere raggiungibili e di poter comunicare in ogni momento. Secondo Di Gregorio (2003)*, il telefono cellulare riveste almeno tre importanti funzioni psicologiche:

  1. regolare la distanza nelle relazioni (ci si protegge dai rischi di un impatto emotivo diretto, si gestisce l’ansia da separazione riducendo le barriere spazio-temporali);
  2. rappresentare un mezzo per gestire la solitudine e l’isolamento (il cellulare viene investito di significati affettivi che lo rendono un oggetto feticcio, il cui possesso provoca piacere e causa, al contempo, la dipendenza);
  3. rappresentare un mezzo per vivere e dominare la realtà.

Negli ultimi anni sono emersi nuovi modelli sociali e nuovi status legati al possesso del telefono cellulare. Possedere un telefonino di ultima generazione vuol dire essere “una persona alla moda”, integrata nella modernità, con un lavoro serio e contatti frequenti e importanti.

Ricevere ripetute chiamate e intrattenersi in molte conversazioni telefoniche, può testimoniare agli altri di avere tanti amici e contatti sociali e di essere richiesto e desiderato da tanta gente.

La dipendenza da telefonino esiste da poco tempo, anche perché il telefonino stesso è comparso soltanto poco più di quindici anni fà. Di Gregorio (2003) definisce la dipendenza da cellulare come «uno dei fenomeni che si autoalimentano da soli in funzione della propria abitudine quotidiana».

Si può parlare di “cellularomania” quando una persona manifesta alcuni dei seguenti atteggiamenti:

  • –  attribuisce grande importanza al telefonino;
  • –  non abbandona mai il telefonino neanche per un istante;
  • –  lo usa ogni giorno come strumento prioritario nella comunicazione con gli altri (all’incirca 300 contatti);
  • –  prova un estremo malessere se non è armata di un cellulare carico, sotto forma di stati emotivi spiacevoli, ansia e, in certi casi, persino crisi d’angoscia panica;
  • –  l’utilizzo del telefonino non è dettato dalle necessità, ma è alimentato da bisogni di ordine affettivo e relazionale;
  • –  usa il telefonino come un mediatore per entrare in rapporto con l’altro;
  • –  deve disporre del cellulare per tenere sotto controllo continuo la relazione sentimentale e verificare continuamente gli eventuali spostamenti;

–  necessita di essere in contatto continuo con qualcuno;

–  cerca alibi per giustificare il proprio comportamento come la comodità dello strumento o i motivi di sicurezza;

–  ha un forte bisogno d’appartenenza, un desiderio di riconoscimento da parte del gruppo sociale;

–  spesso soffre di una fobia sociale o di paura della propria solitudine (queste paure, di solito, sono negate e mascherate);

–  prova tristezza, noia, rifiuto di approcci sessuali e mancanza di fame (anche se questi sono sintomi rari).

CONSEGUENZE DELLA DIPENDENZA DA TELEFONINO

Le persone dipendenti dal telefonino tendono a ritirarsi sempre di più dal rapporto con il mondo, trascorrendo molto tempo da soli, e per sopportare la solitudine (alla fine creata da loro stessi) si trovano ore e ore con il telefonino in mano. Giocano, ad esempio, con i giochi interattivi o inviano a ripetizione degli SMS. Con questo comportamento corrono il rischio di disimparare a giocare e a trasmettere le loro emozioni in modo adeguato usando il linguaggio e la comunicazione verbale. Oltre a questo, se telefonano in continuazione a qualcuno e fanno uso del proprio pensiero soltanto a questo scopo, corrono anche il rischio di disimparare a usare la mente per immaginare l’altro e le cose del mondo.

Altre possibili conseguenze, che sono comuni a tutte le dipendenze da un comportamento, sono la perdita di interessi, come lo sport e altri passatempi che una volta davano soddisfazione, forti sbalzi d’umore, disturbi del sonno e dell’alimentazione, l’uso di farmaci e droghe, debiti dovuti all’uso estremo del telefonino, conflitti con le persone vicine (problemi di rapporto con il coniuge) e problemi al lavoro.

Una persona che soffre di una dipendenza da telefonino, e per questo alimenta un bisogno forzato di comunicazione continua, dovrebbe diminuirne gradualmente l’uso: lo dovrebbe tenere spento all’inizio solo poche ore al giorno, poi proseguire aumentando le ore fino a quando non raggiunge una certa tolleranza all’ansia dell’attesa. Oltre a questo, si consiglia un  programma terapeutico per approfondire i problemi che hanno causano la dipendenza e che probabilmente hanno favorito l’instaurarsi di questa problematica.

*Di Gregorio L. (2003), Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino, Franco Angeli, Milano.

Personalita’ Ossessivo Compulsiva

Personalità Ossessivo Compulsiva

La Personalità Ossessivo Compulsiva, caratterizzata dal Disturbo o Sindrome Ossessivo-Compulsivo o DOC/SOC, classificato tra i disturbi d’ansia dal DSM-IV-TR (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Manuale statistico dei disturbi mentali, uno dei sistemi nosografici utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo che raccoglie circa 370 disturbi mentali, descrivendoli in base ai sintomi osservabili nel comportamento), viene di fatto considerato come un disturbo autonomo, poiché il trattamento con ansiolitici, spesso non sortisce risultati apprezzabili.

Personalità Ossessivo Compulsiva – psicoanalisi

La Personalità Ossessivo Compulsiva, per la psicoanalisi, fa parte delle nevrosi, sviluppate in seguito a “fissazioni” nelle varie fasi dello sviluppo psicosessuale (le fasi sono: orale, anale, fallica, latenza, genitale) ma con maggiore incidenza in quella orale/anale. Ordine e simmetriaIl DOC è caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che spaventano il soggetto al punto da costringerlo a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali posti come autodifesa.

Come il nome promette, tale disturbo è costellato da ossessioni e compulsioni. Solo il 20% dei  soggetti ha solo ossessioni oppure solo compulsioni mentre la maggior parte dei soggetti ha entrambe le sintomatologie.

Personalità Ossessivo Compulsiva – Differenza tra preoccupazioni e ossessione

E’ assolutamente normale, in certe situazioni, avere per la testa dei pensieri che ci tormentano, essere preoccupati per una malattia (nostra o di un nostro parente) o se dobbiamo fare un esame o  pagare la rata del mutuo.

Le differenze tra i normali pensieri intrusivi indesiderati e le ossessioni patologiche non riguardano il contenuto (che sono simili alle normali preoccupazioni) ma la quantità e la frequenza. Le ossessioni sono da considerare patologiche se presentano una maggior frequenza, creano reazioni emozionali più intense e maggiore disagio, sono più difficilmente gestibili e durano per tempi più lunghi. E’ necessario pertanto ipotizzare la presenza di un disturbo ossessivo-compulsivo solo quando i sintomi persistono, creano molta ansia e molto disagio o interferiscono pesantemente con la vita di tutti i giorni.

Personalità Ossessivo Compulsiva – Cause del disturbo ossessivo compulsivo

Non esistono studi approfonditi e definitivi. Tuttavia fattori individuali come stress e umore altalenante (rabbia e tristezza) portano le persone ad avere più difficoltà ad ignorare o a gestire la presenza di pensieri indesiderati.

Si ipotizza quindi, che ci siano anche delle caratteristiche della personalità che possano predisporre allo sviluppo di pensieri ossessivi; tra queste vi sono: spiccata sensibilità alle minacce o al pericolo, esagerata frequenza di emozioni negative,  esagerato senso di responsabilità, rigidità morale e   timidezza..

Personalità Ossessivo Compulsiva – le ossessioni

Le ossessioni (da Obsideo da cui deriva il termine – significa assediare, essere preso d’assedio) sono pensieri, immagini o impulsi ricorrenti e persistenti, che affliggono il soggetto che non riesce ad opporre nessun controllo, che vengono percepite come invasive e inappropriate e che si presentano continuamente e sono al di fuori del controllo di chi li sperimenta, creando sofferenze indesiderate.

L’individuo si rende conto che tali idee sono disturbanti e intrusive infatti, quando l’ansia gli da tregua, è ben cosciente del fatto che il tutto è infondato e insensato, come del resto lo sono le persone che gravitano nella sua sfera relazionale.

L’individuo tenta, spesso inutilmente, di ignorare o eliminare tali pensieri; tenta addirittura di neutralizzarli con altri pensieri e azioni (compulsioni) ma il  risultato è sempre lo stesso.

Le preoccupazioni (patologiche) più frequenti possono essere: lo sporco, i germi, perdere il controllo, aver contratto malattie infettive, di essere omosessuali, etc. a cui sono associate emozioni  del tipo:  paura, disgusto, disagio, dubbi, o dalla sensazione di non aver fatto le cose nel modo giusto.

Personalità Ossessivo Compulsiva – Le compulsioni

I classici comportamenti caratterizzati da rituali o cerimoniali ripetitivi (lavarsi le mani, riordinare, controllare, lavare i pavimenti 20 volte al giorno, etc)  ma anche azioni mentali (controllare, ricontrollare, contare, pregare, fare e rifare test, esami medici, ripetere formule etc) utilizzati con la convinzione di poter ridurre ansia e il disagio scatenati dai pensieri e dagli impulsi tipici delle ossessioni; il loro utilizzo è teso ad eludere il disagio e in particolare, a controllare la propria ansia. Alcuni esempi estremi:

  • Chi teme contaminazioni può lavarsi costantemente le mani fino a provocarsi delle escoriazioni.
  • Controllare di aver chiuso il gas fino allo sfinimento
  • Contare oggetti, infinite volte per l’ossessione di averli perduti

Tutte le compulsioni che includono la pulizia, il lavaggio, il controllo, l’ordine, il conteggio, la ripetizione ed il collezionare diventano una sorta di regola comportamentale, estremamente rigida che possono essere viste come bizzarre e obiettivamente eccessive.

Assumono un aspetto abituale e ripetitivo che possono venir attuate, a scopo preventivo, anche in assenza di ossessioni. Queste azioni sono studiate e prestabilite e vengono eseguite con una pignoleria a volte esasperata la cui sequenza non può essere interrotta o modificata.

Un esempio per tutti ci è dato dal film  “Qualcosa è cambiato” di J.L. Brooks, nel quale Jack Nicholson, interpreta la parte di una persona che soffre di ossessioni in modo grave e che ha inventato una serie di rituali ossessivi per cercare di placare la sua ansia. Narra la storia di  uno scrittore di romanzi rosa con un carattere terribile e vittima di una serie di disturbi ossessivo-compulsivi da riempire un manuale di psichiatria.

Personalità Ossessivo Compulsiva – esempi di compulsioni

Tra i disturbi ossessivo-compulsivo troviamo: Disturbi da contaminazione (ossessioni e compulsioni connesse a improbabili (o irrealistici) contagi o contaminazioni); Disturbi da controllo (ossessioni e compulsioni implicanti controlli protratti e ripetuti senza necessità, volti a riparare o prevenire gravi disgrazie o incidenti); Ossessioni pure (pensieri e immagini relative a scene in cui la persona attua comportamenti indesiderati e inaccettabili, privi di senso, pericolosi o socialmente sconvenienti);  Superstizione eccessiva (un pensiero superstizioso portato all’eccesso); Ordine e simmetria (Chi ne soffre non tollera assolutamente che gli oggetti siano posti in modo anche minimamente disordinato o asimmetrico); Accumulo e accaparramento (chi tende  a conservare ed accumulare oggetti insignificanti e inservibili); Compulsioni mentali (effettuare precisi cerimoniali mentali come: contare, pregare, ripetersi frasi, formule, pensieri positivi etc).le nevrosi ossessivo compulsive

Tra i disturbi da contaminazione ci sono anche soggetti che chiameremo washer, individuabili con molta facilità. Sono persone che arrivano a lavarsi le mani anche oltre 50 volte al giorno e in alcuni casi, veramente estremi, arrivano anche a più di 200 volte al giorno. Stessa cosa avviene per la doccia (anche alcune ore).
Ovviamente questi soggetti consumano quantità industriali di sapone e di asciugamani che vengono usati una sola volta per poi essere lavati.  Alcuni usano anche  preparati alcolici e disinfettanti per mani. Le mani di questi soggetti sono in uno stato pietoso (rosse e screpolate con tagli sanguinanti).

Ci sono anche soggetti che si lavano i denti fino a 10 volte al giorno (al risveglio, prima di fare colazione, dopo, appena arrivano in ufficio, a metà mattina, prima di pranzo, dopo pranzo, a metà pomeriggio, prima di uscire, appena arrivano a casa, prima di cena, dopo cena, in caso uscita serale, al rientro e, se non si va subito a letto, ovviamente, prima di coricarsi).

Viene fatto largo uso di saponi antibatterici  e disinfettanti  creando danni alla pelle. Alcuni soggetti, veramente estremi, fanno uso anche dell’ipoclorito di sodio (varechina) sulle mani e sul corpo.

Le docce compulsive e i lavaggi sono del tutto inutili perché il sollievo che ne deriva ha breve durata e dura fin che il washer non entra in contatto con qualcos’altro visto come contaminato.

I lavaggi possono seguire precisi rituali. Possono essere fatti seguendo regole precise che se non seguite alla perfezione costringono il paziente a ricominciare da capo.

Una parte del rituale può consistere nel contare per assicurarsi di essersi lavati per un tempo sufficientemente lungo.
Chi soffre di tali disturbi, inoltre, tende a mettere in atto una sterminata serie di evitamenti.

Personalità Ossessivo Compulsiva – Terapia

C’è sempre una cura per chi vuol farsi curare.

Le cure tipiche sono:

Farmacologiche, che però da sole sono insufficienti;

Psicoterapia di tipo psicoanalitica.


Anoressia e Bulimia

Anoressia e bulimia: Cosa è?

L’anoressia e la bulimia sono disturbi alimentari e si manifestano attraverso una significati alterazione nell’assunzione del cibo.

L’anoressia si manifesta attraverso una riduzione significativa dell’alimentazione, associata ad un pensiero costante e continuo sul cibo.

Nella bulimia, la persona si nutre continuamente di cibo per poi rigettarlo. L’anoressica tenta di non mangiare niente, la bulimica di mangiare tutto.

Entrambi i disturbi (anoressia e bulimia) sono modi molto evidenti per esprimere uno stato di sofferenza affettiva; il cibo e il corpo sono gli strumenti utilizzati. Ne soffrono persone di diverse età, sesso, provenienza sociale, ma sono solitamente più comuni in giovani donne in età compresa tra i 15 e i 25 anni.

Anoressia e bulimia sono malattie  che evidenziano una condizione di disagio psicologico ed emotivo, ma la sua complessità impone che il  trattamento avvenga su entrambi i fronti: alimentare e psicologico. 

In tal modo, il paziente, attraverso terapie specifiche e specialistiche, è portato a modificare i comportamenti,  tese a gestire lo stress emotivo (cause psicologiche) e che non siano dannose per la propria salute al fine di ristabilire un comportamento alimentare equilibrato.

Anoressia e bulimia: Cause

E’ noto a tutti che la moda del momento impone, suggerisce e comunque pone in altissimo risalto  tutto ciò che è snello, longilineo, in forma,  e che viene considerato preferibile e comunque in; tutto il resto è out.

Quindi, per rispondere a questo richiamo a cui si riesce con difficoltà a resistere, sono prevalentemente le giovani donne (oltre il 90 % di coloro che sviluppano disturbi alimentari) che cercano di essere belle e magre seguendo diete che danno spesso inizio all’insorgere della patologia alimentare; poiché il loro ideale di magrezza, in parte indotto dal continuo rumor mediatico,  non corrisponde a quanto il loro corpo offre, si cerca di ovviare cercando di sopprimere i bisogni nutrizionali per dimagrire, dando il via al disturbo alimentare.

Questi disturbi sono diventati vere malattie sociali che oggi colpiscono un grande numero di donne, qualche raro uomo, anche se il numero tende ad aumentare.
La presenza di qualche caso maschile non deve però far dimenticare l’essenza della malattia, che è quella di essere specificamente femminile.

Ed è così che il cibo, il corpo e il peso, diventano ossessioni quotidiane, tutto ruota intorno al cibo, che viene eliminato progressivamente (nei casi più gravi si giunge al limite estremo del digiuno totale), oppure divorato in grandi quantità, senza regole, fuori dai pasti, e poi, immancabilmente, vomitato. Il cibo diviene il pensiero dominante che quotidianamente occupa la  mente e altera il corpo.

Però esistono anche altre cause, più profonde, che utilizzano il disturbo alimentare come veicolo. Ad esempio un padre sempre assente, può essere richiamato al capezzale della figlia proprio grazie ad un ricovero per anoressia; oppure un’aggressività latente verso la madre angosciante può trovare sfogo in un comportamento bulimico, etc.

Tuttò ciò porta a pensare (chi ne soffre in prima persona, il mondo scientifico, le persone e i famigliari che vi convivono) che l’anoressia e la bulimia siano malattie dell’appetito, e che quindi le cure vanno cercate secondo questa prospettiva cioè, in quanto malattie alimentari da curarsi con una terapia che riporti alla norma il rapporto con il cibo e con il corpo.

L’anoressia e la bulimia possono essere considerate a prima vista come malattie da dipendenza. Ma questa dipendenza nasconde un tentativo di evitare la dipendenza da qualcosa di più angosciosa.

Dunque, anoressia e bulimia sono le due facce di una stessa medaglia.
La decisione iniziale, uguale per tutte queste persone è quella di ridurre la propria alimentazione.

Possiamo dire che l’anoressia, come ricerca della magrezza perfetta, è l’obiettivo universale di chi intraprende questa strada pericolosa.
Se pensiamo alla malattia secondo quello che si vede, curarla significa occuparsi, in vari modi, del rapporto malato che la persona instaura con il cibo. Serviranno allora dieta appropriate, farmaci, consigli psicologici su come comportarsi correttamente con il cibo e il corpo, esami medici accurati che accertino le cause e gli effetti sull’organismo.
Ma poiché queste forme di dipendenza dal cibo, nascondono un’altra verità, che non riguarda il cibo, ma i rapporti affettivi fondamentali della persona che ne soffre, la cura più adeguata deve coinvolgere necessariamente quegli aspetti della personalità che sono la vera base del sintomo anoressico-bulimico, al di là del comportamento alimentare. 

Anoressia e bulimia: Stereotipo sociale : corpo magro ed efficiente

L’immagine sociale del corpo spinge a credere che per avere successo bisogna essere costantemente in forma. Si determina così una preoccupazione costante riguardo alla propria immagine. Quindi, se magro è bello,  viene attuata una limitazione del regime alimentare che altera, a volte pesantemente,  il rapporto con l’alimentazione.

Si tratta di problemi che possono essere transitori oppure possono consolidarsi in relazione agli incontri “buoni” o “cattivi” che si fanno. Ad esempio un partner che inciti ad essere magri.

Anoressia e bulimia: Progetto di dieta

Nello sforzo di aderire a questo ideale, uomini e donne si impegnano in programmi alimentari tesi al raggiungimento dello scopo: peso forma ideale. Il fallimento di questo progetto viene vissuto come fallimento della propria identità sociale. La depressione può essere allora l’effetto della constatazione della differenza tra il proprio corpo e l’ideale. Questo ideale è alla base della grande diffusione delle diete e delle attività sportive dedicate alla cura del corpo.
Le donne in particolare, sono più esposte alla sofferenza prodotta da questa tensione verso l’ideale sociale, in quanto il corpo magro è l’ideale della bellezza contemporanea.
Il corpo per essere desiderabile deve essere magro. Il confronto tra il proprio corpo con la sua fisionomia particolare, i suoi pregi e i suoi difetti e questo ideale sociale della bellezza è una delle cause di depressione nelle giovani donne.

Da tutto ciò si evince che l’anoressia e la bulimia non sono patologie dell’alimentazione ma sono l’effetto di disturbi della sfera affettiva. Un conflitto viene allora risolto attraverso il ricorso a qualcosa che sposti l’attenzione, come appunto il cibo (che ha nella nostra società un certo valore e una certa importanza).

L’anoressia e la bulimia possono manifestarsi in forme lievi e transitorie. Queste forme possono manifestarsi in relazione a condizioni momentanee, sia di natura affettiva che di natura pratica. Ad esempio, tornando da un viaggio   in un paese che ha diverse abitudini alimentari; nelle forme di innamoramento (non riesce a mangiare perché il proprio desiderio è già tutto rivolto verso la persona amata); per placare uno stato di vaga ansietà, insoddisfazione o tensione emotiva, si può cercare tranquillità nel cibo.
Ma nelle forme più gravi, l’anoressia e la bulimia sono ben altro; esse costituiscono delle difese al senso di vuoto vissuto dal soggetto, in quanto questa non riesce a risolvere una sua fondamentale condizione di conflitto e permane quindi in una condizione di impasse. Il conflitto viene allora risolto attraverso il ricorso a qualcosa che sposti l’attenzione, come appunto il cibo (che ha nella nostra società un certo valore e una certa importanza).

Anoressia e bulimia: come si manifestano

Anoressia e bulimia: Anoressia

Una persona diventa anoressica quando, riducendo o interrompendo la propria consueta alimentazione, scende sotto l’85% del peso normale per la propria età, sesso e altezza. L’anoressia è conseguente al rifiuto ad assumere cibo, determinato da una intensa paura di acquistare peso o diventare grassi, anche quando si è sottopeso.

Spesso, una persona anoressica comincia con l’evitare tutti i cibi ritenuti grassi e a concentrarsi su alimenti ‘sani’ e poco calorici, con una attenzione ossessiva al contenuto calorico e alla composizione dei cibi e alla bilancia. Frequentemente i pasti vengono evitati o consumati con estrema lentezza, rimuginando a lungo su ogni boccone ingerito. Il corpo viene percepito e vissuto in modo alterato, con un eccesso di attenzione alla forma e con il rifiuto frequente ad ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.

Anoressia e bulimia: Bulimia


Dopo aver mangiato in modo eccessivo, la persona bulimica generalmente si sente in colpa e tende a punirsi vomitando, ingerendo pillole diuretiche e lassativi con l’intento di dimagrire. Se questo comportamento diventa ripetitivo, ad esempio si manifesta due volte alla settimana per tre mesi, si è di fronte a un chiaro segnale di disordine alimentare.

A lungo andare, un soggetto bulimico entra in una fase di depressione e di disgusto verso se stesso e cerca di occultare il proprio comportamento agli altri, anche se la propria forma e apparenza fisica finiscono con il diventare una ossessione permanente e con l’avere forti ripercussioni sulla propria autostima.

Una persona bulimica può essere di peso normale, sottopeso o sovrappeso, diversamente da una anoressica che è sempre sotto peso. Inoltre, il peso di un soggetto bulimico può variare enormemente e oscillare, fatto che può essere utilizzato come sintomo dell’esistenza di un disordine alimentare.

Anoressia e bulimia: come si cura

Quindi, anoressia e bulimia, poiché rientrano nel psicopatologie di tipo depressivo,  sono così gravi in quanto sono espressione di problematiche risalenti all’infanzia e quindi difficilmente affrontabili, senza un aiuto psicoterapeutico, dalla persona divenuta adulta; a differenze delle forme transitorie sono costanti e dipendono solo in piccola parte dal partner e dal mondo esterno; l’insoddisfazione e il senso di vuoto. E’ questo profondo radicamento nell’infanzia che determina la natura persistente e apparentemente insolubile del sintomo anoressico-bulimico, la quale richiede spesso un intervento tempestivo, soprattutto dell’ambiente famigliare.

Anoressia e bulimia sono malattie dell’amore

Come abbiamo scritto altrove, sullo stile di attaccamento,  se un bambino piange, non lo fa solo per richiamare l’attenzione sul fatto che ha fame oppure sonno, oppure per chiedere di essere cambiato, ma con quel pianto, che dobbiamo concepire come una domanda rivolta all’adulto, il bambino chiede anche la soddisfazione di un bisogno diverso da quello della nutrizione ma altrettanto vitale: quello di essere amato.

Perché il cibo diventa l’oggetto centrale in questa malattia? Che significati nasconde il digiuno dell’anoressica e la voracità bulimica?
Per il bambino la madre o comunque la figura di attaccamento, rappresenta la totalità. La sua percezione del mondo, è la madre. Il mondo, è la madre.

Quando si viene al mondo, quando si esce dal comodo e accogliente grembo materno, ci attende un mondo diverso, pieno di luce, di rumori, dove si ha fame, sete, freddo, caldo e in tutto questo viene percepito con  spavento e solo in presenza di una madre in grado di comunicare la sua presenza attenta, amorevole, capace di dargli la sensazione vera di essere amato, di essere importante ed unico per lui, è in grado di lenire lo spavento e di aver fiducia del nuovo ambiente e di proiettarsi con fiducia nel mondo.

L’adulto, e in questo risiede gran parte di ciò che chiamiamo, il prendersi cura di un bambino, deve essere capace di dare tutti e due questi oggetti (cibo e amore) senza scambiare uno con l’altro. Se al pianto del bambino, l’adulto risponde solo cercando di soddisfare la fame di cibo, dando cioè solo il suo seno, trascura gravemente l’altra parte della domanda, quella che chiede l’amore. Nutrire non è amare.

Sotto questa luce, possiamo pensare l’anoressia e la bulimia come un messaggio.
Lo sciopero della fame dell’anoressica, ha il senso di essere un messaggio rivolto all’Altro attraverso il corpo. Questo messaggio esprime senza parole, ma attraverso il digiuno e la magrezza del corpo, un desiderio della persona anoressica profondo e frustrato: quello di essere trattato non solo come un tubo digerente, che si può riempire di cibo fino a colmarlo, ma come un soggetto che vuole essere amato. L’anoressia è una forma di protesta per il modo con cui è stato trascurato, violato, dimenticato e quanto forte sia il desiderio d’amore.

Anoressia e bulimia: comportamenti sociali e sessuali

L’anoressia permette, una volta raggiunta la dimensione ideale (anche se patologica) di vivere e mettere in atto comportamenti sessuali ‘normali’ almeno finchè esiste quel confine della scelta ideale, estetica, risolutoria e che in definitiva ha ‘pacificato’ i conflitti del soggetto. Però l’anoressia può peggiorare, oltrepassare ogni possibile soglia, quella ove non c’è più spazio per la dimensione umana e allora, oltre quel confine, i bisogni vengono annullati

Nella bulimia in molti casi si riscontra particolare interesse verso il sesso e iperattività sessuale

Se l’articolo ti piace lo puoi dire cliccando sull’icona  facebookSe invece lo vuoi commentare, sappi che ogni commento è il benvenuto. Come vedi, in testa all’articolo, c’è la possibilità di mandare un pdf via email … lo puoi quindi spedire alle tua email oppure ad un amico interessato.

Leggi anche : I disturbi del comportamento alimentare, e cosa succede quando si va dallo psicologo

Se poi invece vuoi approfondire qualche punto con me, scrivimi: info@studiobumbaca.it oppure chiamami al 366 2645 616

 

Lussuria e amore

Cos’è la lussuria?

La lussuria è l’abbandono al piacere sessuale. Per la dottrina morale cattolica è uno dei sette vizi capitali (da Wikipedia). Il lussurioso ha un grave turbamento della  ragione e della volontà; c’è un accecamento della mente, si è incostanti ed incoerenti (rispetto ai valori proposti), si ha un egoistico amore di sé  e si è assolutamente incapaci di controllare le proprie passioni.

La radice della parola lussuria coincide con quella della parola lusso – che indica una esagerazione – e quella della parola lussazione – che significa deformazione o divisione.
Appare quindi chiaro il significato di lussuria, che designa qualche cosa di esagerato e di parziale. Il lussurioso è portato a concentrarsi solo su alcuni aspetti del partner (il corpo o una parte di questo) che diventano il polo dell’attrazione erotica; tutto il resto è escluso, l’interezza è negata.

Quindi, si potrebbe affermare che la lussuria è un rapporto deformato con il sesso, una passione che porta a ricercare il piacere personale, il godimento fisico che cerca solamente il proprio massimo piacere. Se questo piacere non è ottenuto, l’altra persona cessa di essere amata. Non si ama la persona,bensì il piacere che si ottiene da essa.

Il piacere sessuale, ovviamente solo per chi è interessato, è il più intenso piacere fisico (forse chi preferisce drogarsi non è d’accordo) un piacere complesso che investe il corpo e la psiche, un piacere inerente all’atto sessuale, di cui tuttavia costituisce solo un aspetto. Ora, se il piacere è cercato nella «quantità», l’incontro sessuale viene ridotto ad un puro esercizio ‘ginnico’, al piacere fisico e all’orgasmo; l’interesse si focalizza sull’organo, specificamente implicato in esso e lì si completa, si autorappresenta, si autocelebra non avendo, assolutamente, nessun’altra finalità. L’altro è visto solo come mero strumento del proprio piacere: quindi ciò che conta è il suo corpo, frammentato nelle sue singole zone erotiche; quindi l’altro diventa un oggetto, magari, perché no, un bell’oggetto ma nulla di più. L’energia sessuale, in questo caso, invece di essere, come nell’amore, unificante, poichè ridotta al solo erotismo, diviene portatore di frammentazione, quasi una schizofrenia perché appunto frammenta e dissipa il soggetto.

Il ‘lussurioso’, si focalizza sui propri desideri o, più tecnicamente, sulle proprie pulsioni e ciò facendo, nega la relazione con l’altro, riducendolo a ‘cosa’ se non, addirittura, a ‘merce’.

La lussuria, lontana da un Se’ totalizzante e non frammentato,  sfoga la propria natura caotica e selvaggia, fino a sommergere l’altro, sedotto dall’odore della fantasia e dall’amaro sapore della realtà e con prepotenza, sottomette l’altro con la fascinazione dell’atto sessuale: la lussuria si manifesta là dove il piacere sessuale è incapace di sottostare alle elementari regole della dignità propria e altrui.

La sessualità è una passione che si colloca in una dimensione umana positiva tesa alla comunione tra uomo e donna: difficilmente il piacere sessuale si focalizza, prostituendo e prostituendosi,  solo sulla genitalità e l’orgasmo, perché molto spesso  coinvolge la persona intera, con tutti i suoi sensi. Quando ci si dona e si usa il linguaggio dell’amore, il piacere sessuale è il naturale coronamento dell’unione e come tale, incide le vite dell’uomo nascendo con la pubertà fino ad estinguersi, dopo un periodo di fecondità, seguito dalla sterilità.

Gioco d’azzardo o ludopatia

Il gioco d’azzardo

prigionieri del gratta e vinciLa compulsione da gioco è la punta di un iceberg che tradisce un malessere profondo.

Per guarire, bisogna scoprire la causa.

Giocando si dimentica ma …. euro dopo euro,  roviniamo noi e la nostra famiglia

ma …. se ne può uscire.

•Da: Il Giocatore, di Dostoevskij

–“…. E poi, che cosa mai potrebbero dirmi di nuovo, che io già non sappia? E sta forse  qui  il punto? Il punto sta nel fatto che sarebbe sufficiente un solo giro della ruota perché tutto cambi, e questi stessi moralisti verrebbero da me per primi (ne sono convinto) per farmi le loro congratulazioni scherzando amichevolmente. E non mi volterebbero certo tutti le spalle, come fanno ora. Mai io me ne infischio di tutti loro! Che cosa sono adesso? Uno zero. Che cosa potrei essere domani? Domani potrei risorgere dai morti e tornare di nuovo a vivere! Potrei ritrovare l’uomo che è in me, finchè non è totalmente perduto ….

Da un articolo di giornale –“…. La famiglia media italiana, taglia la spesa, riduce i costi superflui, accorcia le vacanze, si indebita di più ma non rinuncia al gioco, alla scommessa, al gratta e vinci. –Lo scorso anno (ISTAT) ogni italiano ha speso quasi 1000€ per tentare la via breve ai soldi e per quest’anno si prevede un aumento delle puntate del 2%. –Senza considerare la spesa per i giochi clandestini e non regolari, un fenomeno in crescita anche tra i più giovani, soprattutto nel gioco online, in particolare il poker

Il gioco d’azzardo: la psicologia del giocatore

Quale di queste combinazioni ha più probabilità di uscita: 1,2,3,4,5,6 oppure: 6,15,24,32,41,49?

Ma, tralasciando i numeri, e anzi, trasformando le biglie numerate in biglie colorate, ci si accorge prima e meglio che ogni biglia ha esattamente la stessa probabilità di uscita delle altre.

Per non parlare del caso che sarebbe più o meno un avvenimento che deriva da un numero così alto di cause, tra loro in mille modi diversi, da essere imprevedibile.

Inoltre nel  gioco d’azzardo ogni giocata è imprevedibile, indipendente da quella precedente, assolutamente non influenzabile, ed è l’unica attività umana in cui l’esperienza non serve.

Il gioco d’azzardo- ma allora, perchè di gioca?

Ci sono diverse ragioni: (1) Ragioni emotive: Sono diverse per ciascuno, collegate alla propria storia personale e familiare: per piacere della tensione che il gioco provoca, per il gusto della sfida, per il piacere di non pensare per un po’ di tempo, per il desiderio di offrirsi un lusso, ecc..  e (2) Ragioni razionali: Si è detto prima che il risultato del gioco non è prevedibile; quindi NON E’ RAZIONALE GIOCARE D’AZZARDO e sperare di vincere o pensare di rifarsi sul lungo periodo; Il giocatore, però, sviluppa l’illusione di saper controllare il gioco basandosi su una serie di “pensieri o credenze erronee”.

PENSIERI O CREDENZE CHE ACCOMPAGNANO IL GIOCO

Anche in questo caso, dobbiamo distingure alcune fasi e cioè: (1) PRIMA DEL GIOCO: “Oggi è una giornata fortunata, lo sento!” oppure: “Mi pare che questa possa essere una macchina fortunata, generosa…” oppure: “Quel croupier ha le mani che portano fortuna!”. (2) DURANTE IL GIOCO: “Sento che sto per vincere”, “Se non vinco è perché hanno truccato la macchina”; “Prima o poi la macchina dovrà pagare…” , “Sto perdendo ma non si può solo perdere: c’è la legge della media” (dimenticando che ogni puntata è sempre un nuovo gioco); e (3) DOPO IL GIOCO: “Non ho vinto ma devo tenere duro”; “Domani devo venire in questo bar e giocare con questa macchinetta già la mattina presto perché è carica di soldi e manca poco che me li restituisca”; “Sono molto vicino a capire come funzionano le regole delle macchinette (suoni, colori, resistenza, …)”.

Il giocatore d’azzardo ha anche le sue superstizioni come ad esempio credere che alcuni stati psicologici o pensieri aiutino a vincere, oppure credere che alcuni riti o gesti possano favorire la vincita Portafortuna

Ma allora alla domanda sul perchè si gioca, si potrebbe rispondere che su questi pensieri e credenze erronee si sviluppa in tutti i giocatori una distorsione del pensiero: L’ILLUSIONE DI CONTROLLARE IL GIOCO e questa distorsione è sorretta da due motivazioni: (1) il giocatore crede di essere in grado di prevedere l’arrivo di una vincita (nega l’indipendenza degli eventi e la sua imprevedibilità) e (2) il giocatore si aspetta di vincere giocando, cioè ha la “speranza di rifarsi” (potere forte e duraturo nel giocatore).l'ossessione per il gioco d'azzardo

Ma, matematicamente nel gioco, l’attesa di guadagno, cioè ciò che un giocatore può sperare di vincere su un lungo termine, è negativa. Cioè l’unica attesa è la PERDITA.

E’ MATEMATICAMENTE IMPOSSIBILE CHE UN GIOCATORE CHE GIOCHI IN MODO RIPETITIVO, RECUPERI IL DENARO PERSO.

La distorsione deriva da singole vincite che alimentano la speranza di rifarsi.

Tuttavia il giocatore ha delle qualità: è molto tenace (sa tener duro); ha molta attenzione (forse la regola è ben nascosta e bisogna stare attenti); ha buona intelligenza (combina le osservazioni fatte ed elabora ipotesi che potrebbero portare a scoprire i segreti del gioco) e inoltre, ha molto tempo da investire.

Il gioco d’azzardo: quale terapia

Il giocatore d’azzardo è un soggetto che va curato ovviamente principalmente su sua richiesta oppure sulla eventuale ‘forzatura’ che ne potrebbe fare la famiglia.

L’aiuto è fondamentalmente di natura psicologica (anche se, non è da escludere che potrebbe, almeno nelle prime fasi della psicoterapia, farsi aiutare da un supporto farmacologico – suggerito da una eventuale consulenza psichiatrica). Si tratta di incanalare positivamente queste qualità invece che verso il gioco verso il cambiamento e il recupero di aspetti dimenticati a causa del gioco: sé stessi, una parte della propria vita, la famiglia, gli affetti, gli amici, la quotidianità…. Dobbiamo smettere di ‘dimenticare’ (un abbandono, un lavoro, un trauma, etc) ma … tornare a vivere.

Hai qualche domanda? clicca qui

Ti piace questo articolo? iscriviti alla newsletter e lo riceverai direttamente nella tua email; condividilo sul tuo social network preferito (clicca su Share) e condividi il link con i tuoi amici

Studio Bumbaca, Roma, Via Appia Nuova 225 / Avezzano (loc FORME) - cell: 366 2645 616 - PI : 10726621005