Categoria: Dipendenze

Anoressia nervosa

Anoressia nervosa

L’anoressia nervosa, insieme alla bulimia, appartiene alla categoria dei disturbi alimentari; è contraddistinta dal rifiuto di nutrirsi per paura di ingrassare e da un comportamento ipercontrollante nei confronto del cibo.

Concorrono e partecipano al disturbo vari fattori che sono di natura sociale, biologica e ovviamente, psicologica. Inoltre è ampiamente dimostrato che è un disturbo prevalentemente femminile, dal momento che il 90% dei casi vengono rilevati nelle donne.

Nel 2004 è stata pubblicata una guida dei disturbi alimentari chiamata Guida NICE (National Institute for Clinical Excellence). Tale guida rappresenta uno strumento ad uso e consumo del professionista che tratta i disturbi del comportamento alimentare sia nell’ambito adolescenziale che adulto ma sembrerebbe che tale guida sia carente dal momento che le informazioni ivi riportate sono  scarse e non offrono un supporto esaustivo.

Nella Guida, infatti viene sottolineato che la sola cura farmacologica è insufficiente e suggerisce un intervento integrato, ovvero, farmaci, terapia individuale e intervento della famiglia.

Sembrerebbe, in ambito psicodinamico, che le madri di tali pazienti, abbiano avuto una femminilità svalutata (dagli altri oppure da se stesse), di conseguenza il loro modello identificativo è disfunzionale e le figlie sarebbero portate all’anoressia per annullare dal proprio corpo, tutto ciò che potrebbe essere riconducibile alla femminilità.

La ricerca avrebbe evidenziato che la maggior parte delle anoressiche abbiano un desiderio della madre che rasenta l’invasività. Da ciò ne nascerebbe un conflitto insanabile contraddistinto da amore e da odio ove entrambi i soggetti (madre e figlia) tenderebbero a fondersi. I genitori di questi soggetti (tipicamente la madre) reagiscono al malessere della figlia con ansia, anche grave; oppure con eccessiva preoccupazione, o con reazioni ostili, cariche di critiche, ma anche, al contrario, con un atteggiamento iperprotettivo.  Tutte cose che, inutile dirlo, influenzano negativamente l’esito dell’anoressia.

Mai come in questa patologia, le dinamiche famigliari hanno la loro influenza. Mentre in altre situazioni nevrotiche il soggetto potrebbe riuscire (da solo o con la psicoterapia) ad affrancarsi dall’invischiamento famigliare e ritrovarsi, in questo caso sembrerebbe (e le varie ricerche lo sosterrebbero) che introdurre nella terapia anche la famiglia offra maggiori chance di successo.

Anche se viviamo in un epoca più ‘illuminata’, le resistenze verso il disagio psichico sono ancora molto forti. Di fronte al disagio psichico in generale e all’anoressia in particolare, le reazioni della famiglia possono essere molteplici. Scoprire di avere una figlia anoressica può, in prima istanza, rappresentare un shock a cui può seguire una serie di emozioni che vanno dalla rabbia, alla confusione, tensione, rifiuto, etc e anche portare ad una percezione distorta e di sottostima del rischio. Per questi genitori è bene che sia chiaro che non se ne esce con ‘la buona volontà’ esattamente come non lo è, nel caso di un grave disturbo cardiaco.

Spesso, questa percezione distorta, porta a minimizzare il problema, portandolo a conseguenze estreme e alla ricerca tardiva dello specialista. Un’altra percezione distorta è data dall’impotenza. I famigliari pensano che non ci sia nulla che essi possano fare. Nulla che possa influenzare positivamente il trattamento.

Mentre in un primo momento tendono a minimizzare il problema, in seguito, quando cioè il tratto patologico è conclamato, i loro comportamenti cambiano radicalmente e spesso, in modo opposto ed egualmente errato.

Si evince, dai risultati di queste ricerche, che la scelta di un trattamento integrato (farmaci, famiglia, individuo), teso a comprendere (e favorire il cambiamento) le caratteristiche di tutti gli attori, hanno la stessa importanza (e lo stesso peso).

La ricerca si è quindi focalizzata sulla comprensione delle caratteristiche psicologiche, in primis, della madre di queste pazienti (anoressiche) con l’obiettivo di mettere in piena luce la relazione esistente madre-figlia.

Anoressia nervosa – Caratteristiche del gruppo di osservazione

Il gruppo, che settimanalmente si incontravano per circa un anno era formato da 7 partecipanti e seguito da esperti in disturbi alimentari.

L’analisi dei risultati del materiale via via acquisito nel corso delle sessioni, ha evidenziato, nel rapporto madre-figlia,  alcuni tratti comuni che sono: ostilità e passione tra madre e figlia, il tipo di devozione dell’una vs l’altra, il reciproco controllo e come era impostato il gioco della dinamica onnipotenza dell’uno e impotenza dell’altra.

Anoressia nervosa – onnipotenza e impotenza

Le madri di questi soggetti hanno come sentimento dominante proprio quello della impotenza, proprio perché non riescono ad aiutare né a controllare le figlie nella loro battaglia con il cibo. Un altro sentimento molto forte e quello del senso di colpa perché si sentono responsabili del malessere della figlia.

Sul fronte opposto, quello dell’onnipotenza, le madri pensano che prima o poi riusciranno a cambiare le cose che girano (male) intorno alle loro figlie; dal momento che questo non accade, torna forte il sentimento contrario (impotenza) e ciò le induce ad aumentare il controllo. Peccato che è proprio questo che allontana le figlie.

In uno studio specifico (Psychological characteristics of mothers of patients with anorexia nervosa: implications for treatment and prognosis http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S2237-60892012000100004), Gorgati sostiene che questa alleanza/lotta  (fusione) tra madre è figlia esclude totalmente il mondo e in particolare il padre visto come un intruso e disturbante.

According to Gorgati, the alliance and struggle formed between mother and daughter cordon them off from the rest of the world; in this scenario, the father is seen as an intruder who disturbs the fused mother/daughter. We have observed that the mother tries to collude with the daughter against the father, arguing that mother and daughter need each other in order to deal with a not very understanding father.’

Si evince quindi che il padre assumerebbe un ruolo di marginale importanza  in queste dinamiche.

Anoressia nervosa – il controllo

Il centro nevralgico di questi pazienti è rappresentato proprio dal controllo. Controllo che il paziente esercita nell’ambito della famiglia e dell’ambiente.

In questi pazienti, convivono anche altri disturbi quali l’inflessibilità, il perfezionismo etc, tipico di un altro grave disturbo: il DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo).  I ricercatori ritengono che sono tutti elementi correlate con le dinamiche del controllo. Il continuo amore/odio, tensione tra gli impulsi e la inevitabile necessità di controllarli, siano alla base della continua lotta tra madre e figlia.  Ma perché le madri tentano continuamente di controllare le figlie? Perché ritengono che esse, le figlie, non sono assolutamente in grado di autogovernarsi. Nelle figlie accade la stessa cosa e tutto ciò crea un circolo vizioso ove entrambe di sfiduciano ed entrambe violano lo spazio dell’altra. Questo tira e molla alla fine termina. Si raggiunge una posizione di totale indifferenza; tra le due si stabilisce il crollo di confini specifici. Ciò che è della madre e ciò che è della figlia, alla fine non è più distinguibile.  

Le madri cominciano a pensare che la figlia usi la malattia per controllare la vita degli altri. Si sottomettono alla figlia, non comprendono la loro sofferenza come del resto non sono in grado di comprendere il loro ruolo e quanto sia difficile essere madri.

Tutto viene vissuto con senso di colpa, permane l’illusione di controllare effettivamente le cose senza riuscire a realizzare che esse in realtà, sono paralizzate dalla malattia della figlia che poi altro non è che l’esistenza di una malattia della loro relazione. E’ la loro relazione ad essere malata.

Anoressia nervosa  – Passione, inibizione e devozione

Questo è l’aspetto più dirompente della problematica, la devozione con cui queste madri si dedicano alle loro figlie. La devozione è tale che produce un effetto devastante: l’annientamento. L’annientamento produce come effetto, che la figlia cessa di esistere come soggetto.  

Secondo i ricercatori il comportamento dell’anoressica è una conseguenza del tentativo di annientamento che la madre opera su di lei. Il processo che si instaura tra le due, di controllo e di reciproca dipendenza, porta alla perdita delle reciproche individualità.    

Anoressia nervosa  – Terapia

Secondo i ricercatori e nei casi ove il processo descritto sopra risulti evidente,  anche la madre dovrebbe sottoporsi a psicoterapia se si vuol trattare con successo l’anoressia della figlia. Il ganglio centrale starebbe proprio nel disarticolare definitivamente il meccanismo di controllo che reciprocamente esse attuano.

Ecco quindi che la terapia esercitata sulla paziente anoressica, dovrebbe estendersi anche al nucleo famigliare, con lo scopo di analizzare la complessità delle strutture psicologiche e attuare su di esse,  i necessari interventi terapeutici per restituire ad ogni soggetto il livello di libertà e autonomia più consono al riequilibrio della dinamiche del singolo e dell’intero nucleo.

I punti chiave su cui intervenire sono: ipercriticità, controllo, iperprotezione, ostilità, etc. Tutti questi aspetti vanno individuati al fine di eliminarli e promuovere un atteggiamento più consono.

Teorie psicodinamiche della tossicodipendenza

Teorie psicodinamiche della tossicodipendenza

tossicodipendenzaIn campo psicoanalitico, non esiste ancora una vera e propria teoria della tossicomania e quindi, dell’alcolismo, che è uno dei modi in cui essa si declina.
La tossicodipendenza infatti, è ancora oggi affrontata come se fosse qualcosa d’altro, un’epifenomeno che rimanda ad una patologia sottostante lasciando intendere che è quella che in realtà deve essere curata.

Ogni approccio psicodinamico infatti tende a ricercare “qualcosa che è accaduto prima“, considerando una serie di eventi concatenati tra loro che riescano poi a dare un senso all’attuazione di un comportamento tossicodipendente ed alla sua genesi.
Tentando di esemplificare questo aspetto, possiamo citare alcuni esempi di come diversi autori psicoanalitici, considerati eminenti clinici nel loro campo, considerino la tossicodipendenza.

Meltzer ad esempio, ritiene che la tossicomania sia un “tipo di organizzazione narcisistica delle strutture infantili che indebolisce e può eliminare la parte adulta della personalità dal controllo del comportamento“.
Rosenfeld sovrappone la personalità del tossicodipendente a quella della persona affetta da sindrome maniaco depressivo.
Bowlby, sulla base della sua “teoria dell’attaccamento“, elabora l’esistenza di una similitudine tra la tossicodipendenza ed una condizione di “iperdipendenza“, poi meglio  definita come “attaccamento ansioso” o “immaturo“. 
Kohut  ritiene che la tossicomania  vada inquadrata nell’ambito dei disturbi narcisistici. La droga è, in questi casi,  “una sostituzione di una funzione che l’apparato psichico non può svolgere, non un sostituto di un oggetto d’amore o da cui essere amati”. 
Bergeret
 ritiene invece che non esista una struttura di personalità considerabile come specifica del tossicomane. Non solo, egli afferma che non esiste neppure una struttura psichica profonda che caratterizza i comportamenti di dipendenza.

Qualsiasi tipo di organizzazione mentale, per l’autore, può dare loro origine e individua quindi tossicomani la cui struttura è nevrotica e tossicomani con modalità di funzionamento mentale di tipo psicotico, oltre a tossicomani con un’organizzazione depressiva della personalità.
Adler cerca di spiegare le dinamiche che si trovano alla base delle tossicodipendenze, utilizzando alcuni concetti fondamentali della Psicologia Individuale.
Tra questi:

  • l’intelligenza privata
  • i falsi scopi
  • il pensiero antitetico
  • la finzione

Nel modo in cui essi vengono elaborati dal bambino trascurato e maltrattato, oppure, troppo viziato.

Intelligenza privata (o “personale”): si tratta di un meccanismo usuale nei nevrotici, il cui  scopo è  quello di giustificare i propri pensieri e azioni, meccanismo passibile naturalmente di molti errori, dal momento che tendono a rispondere a bisogni molto soggettivi.
La persona desidera sfuggire alle esigenze del quotidiano, evitare di dover prendere decisioni e di fuggire davanti alle proprie responsabilità. Ciò  porta il soggetto a crearsi un mondo proprio, del tutto individuale, lontano dal mondo collettivo in cui in effetti vive e a cui, ovviamente, dovrebbe adeguarsi. 
I falsi scopi, che rappresentano modalità di comportamento o di reazione tipiche, sono  attivate dai bambini in situazioni dove si sentono scoraggiati. Il loro fine è quello di   recuperare una certa sicurezza e capacità di affermarsi per ritrovare una collocazione sociale.
Secondo Dreikurs R., 1969, sono  quattro i  falsi scopi che un bambino può  attuare per trovare una propria collocazione:

  1. attenzione indebita
  2. lotta per il potere
  3. vendetta
  4. totale inadeguatezza

Tutte e quattro sono modalità psicologiche di rassicurazione disadattative, con le quali il soggetto, può fare del male a sè stesso ed agli altri.

Il pensiero antitetico: secondo Adler, definisce una percezione della realtà basata sugli opposti (come ad esempio, alto/basso, maschile/femminile) ed influisce nel determinare lo stile di vita del soggetto.
Il tossicodipendente attua in continuazione quelle modalità dinamiche, osservabili ad un occhio clinico, che lo spingono a passare da uno stato di inferiorità a una condizione di superiorità. Egli infatti, combatte una specie di lotta contro la sostanza stessa e così facendo, persegue una volontà di potenza che lo induce a pensare di poter gestire la droga in una  continua sfida dove egli, pur percependosi come vincitore, in realtà, viene continuamente sconfitto. Il tossicodipendente, nella sua lotta per affermare la sua volontà di potenza, secondo Adler, non fa che perdere, al di là della sua percezione soggettiva.
Le finzioni patologiche rappresentano degli  strumenti che consentono al tossicomane di costruirsi un mondo fittizio, onirico, che permettono di fuggire dal reale e di alleviare così, la grande ansia ed angoscia derivante dal caos in cui si trova.
Secondo Adler quando un soggetto fa uso di sostanze, ciò significa che egli vuole cancellare il proprio sentimento di inferiorità e che la sostanza  d’abuso, è da lui utilizzata per non dover affrontare i problemi a cui la realtà inevitabilmente mette davanti. Assumere la sostanza tossica, garantisce una percezione fittizia del mondo, che però viene tradotta, dal tossicomane,  “come se” fosse reale.
Appare chiaro che il benessere indotto dalle sostanze  di abuso, non permette all’individuo di potersi confrontare,  capire e risolvere i propri problemi, al contrario, lo porta all’abuso pur di poter rivivere le sensazioni piacevoli e riprodurre il mondo fittizio in cui esse lo immergono.
Vediamo quindi instaurarsi, nel tossicodipendente, un sistema di finzioni il cui scopo è quello di difendere il precario senso d’identità  fino ad allora raggiunto, negandone contemporaneamente, i problemi e gli aspetti critici.
Le relazioni infantili con le figure genitoriali hanno, sempre secondo Adler,  un ruolo fondamentale nello sviluppo delle diverse forme di tossicodipendenza.

Il bambino viziato ad esempio, è quello che sviluppando una dipendenza assoluta particolarmente con la madre, non procede secondo un corretto processo di individuazione perchè  “abituato alla costante presenza di una persona, ogni situazione che ne preveda l’assenza appare ora inaccettabile” (Ansbacher H, Ansbacher R, 1997).
Il tossicodipendente sostituisce la sostanza stupefacente alla madre, persona sempre presente e capace di nutrire il soggetto, stesso ruolo che assegna alla sostanza con cui si droga.
Essendo una persona estremamente insicura e che avverte ciò in modo profondo, incapace dinanzi alle esigenze della realtà, il tossicodipendente utilizza le droghe e l’alcol come agente che lo deresponsabilizza da ciò che “dovrebbe fare” e rispetto al quale si sente incapace o insufficiente. Così facendo, egli può poi facilmente imputare all’ambiente i suoi fallimenti, ciò che non gli permette però di sviluppare un sentimento sociale adeguato.
Così, sarà molto più difficile per questo tipo di personalità, riuscire ad assolvere, nelle sue relazioni con il mondo esterno, i propri compiti vitali in autonomia.

Il bambino trascurato o maltrattato è quello che è stato privato della presenza di  persone che si sono prese adeguatamente cura di lui,  cercando di alleviare il  suo primissimo sentimento di inferiorità fisiologica.
In questo caso, il piccolo dell’uomo, non raggiunge un grado  sufficiente di autonomia. Questo a sua volta,  aggrava il suo sentimento d’inferiorità, trasformandolo in un vero complesso d’inferiorità.
Adler ha effettuato una similitudine  tra lo stile di vita del tossicomane e  quello del melanconico.

Il melanconico infatti,  utilizza la propria debolezza come un’arma che gli permette di evitare le responsabilità ed  aspira a “costringere l’altro alla propria volontà e a conservare il prestigio, mediante l’anticipazione della rovina” (Adler A, 1920).
La droga, secondo Adler, favorisce l’illusione di significatività: i drogati hanno  infatti mete troppo elevate che, in quanto tali, non possono essere raggiunte. Questo provoca  frustrazione e come conseguenza, l’utilizzo della sostanza permette di alleviarla. Ciò gli  permette di vivere momenti di illusione, rifugiandosi nel mondo della fantasia.

La Psicologia Individuale di Adler, ha tentato una descrizione dello “stile di vita tossicomanico”, analizzandone psicogenesi e  finalità delle scelte soggettive.

Adler, ritiene che alla base dei comportamenti che conducono alla dipendenza, ci sia la ricerca del piacere e che i meccanismi che troviamo alla base della dipendenza siano identici a quelle che troviamo nelle patologie nevrotiche.

L’Autore mette sullo stesso piano le persone che fanno abuso di sostanze, siano essi nevrotici oppure criminali; egli considera la tossicodipendenza come l’espressione di un sintomo nevrotico, alla base del quale vi è un mancato adattamento alla vita e che  fin dall’infanzia,  si manifesta generalmente, con comportamenti rinunciatari, deboli, evitanti, etc. Tutto ciò è connesso ad uno scarso sviluppo di sentimento sociale.
Questi fenomeni possono portare l’individuo a cercare di isolarsi per andare oltre il  suo angosciante sentimento di inferiorità, utilizzando  una sostanza di abuso per non dover affrontare i problemi a cui la realtà pone davanti.
Un altro fine molto importante dell’utilizzo di sostanze  di abuso, è quello di evitare di prendere decisioni e di non dare risposte ai quesiti della vita e della realtà.
Secondo F. Parenti (1983), tutti i tossicomani hanno alcuni aspetti comuni nel loro temperamento, come la “tendenza a mentire e il diritto a ricevere”
La tendenza a mentire, l’iperdifesa, l’arroganza sono caratteristiche distintive dello stile di vita del tossicomane, che dà così un’immagine di sè del tutto negativa e provando allo stesso tempo, una grande  diffidenza nei riguardi del mondo esterno percepito e rappresentato come nemico.
Il tossicodipendente, pur essendo consapevole di commettere un crimine,  per giustificarlo, colpevolizza la società oltre le responsabilità che realmente gli sono attribuibili. Per il tossicodipendente, è colpa della società ciò che lui vive. Questo perchè la sua mentalità è dissociale. E’ una persona sempre attenta e molto sospettosa, che vive i reati che ogni volta commette per procurarsi la sostanza d’abuso, come conseguenza di qualcosa che gli spettava e non gli è stato concesso e quindi, hanno portato alla frustrazione di un suo diritto.

Tornando ad Adler, vediamo che egli descrive il drogato come una persona che si rifugia nella sostanza per giustificare e sopportare il fallimento delle proprie azioni, similmente ad una persona nevrotica ma non pazza, che preferisce trovare rifugio all’interno di un manicomio invece di affrontare le proprie responsabilità, di fronte alle quali si sente incapace o fallace.
Nonostante le teorie sugli stati pre-morbosi (che condurrebbero all’uso di sostanze come tentativo di “autocura” che poi diventano il problema) e sulle similitudini tra tossicodipendenza e altre psicopatologie, molti autori concordano oggi sul fatto che è necessario affrontare la tossicodipendenza come una patologia vera e propria, alla quale possono associarsene delle altre. La tossicomania sarebbe quindi un epifenomeno, ovvero un fenomeno secondario di uno primario, anche se non se ne percepisce il rapporto.  Come dicevamo sopra, l’epifenomeno è la tossicodipendenza, il fenomeno è quello che i vari autori (vedi sopra) hanno evidenziato. In sintesi, il tossicodipendente è un nevrotico e andrebbe curato (sul piano psicologico) come tale. Ovviamente la terapia deve assolutamente essere integrata con quella medica.

La  tossicodipendenza non deve più essere considerata come qualcosa esclusivamente interna all’individuo, un problema esclusivamente intrapsichico. Allo stesso tempo, non deve essere considerata esclusivamente, un effetto farmacologico di alcune particolari sostanze o, anche,  soltanto derivante dalle condizioni  di un determinato ambiente socioculturale.  Nella tossicodipendenza, molti fattori interagiscono tra loro.
La tossicodipendenza fa “saltare” come un corto circuito, strutture biologiche e psicologiche evolutive dell’individuo, facendolo sprofondare nel funzionamento di  strutture primarie primitive e radicali.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Personalità dell’alcolista

Personalità dell’alcolista 

Tra gli alcolisti, troviamo frequentemente, alcuni tratti e caratteristiche di personalità in comune. Tra queste vi sono innanzitutto, le personalità immature che non riescono a staccarsi dai loro genitori, particolarmente dalla figura materna con la quale hanno un rapporto molto stretto  e che hanno bisogno di essere approvati.
Individui con personalità autoindulgenti, frequentemente figli di genitori iperprotettivi, che fanno tutto per loro, sempre pronti ad andare in loro soccorso prima che possano sviluppare le proprie capacità di affrontare un problema, cosa che gli impediscono in tal modo di fare. Queste persone sono goffe ed a disagio nel sociale. L’alcol sembra ridurre il loro disagio. Una eccessiva autoindulgenza, può rendere poi molto più difficile il controllo.
Tra gli alcolisti, frequenti sono le personalità con problemi sessuali
, similmente ai cocainomani ed ad altri tipi di tossicodipendenti. Personalità  con tendenze autopunitive, che risentono degli effetti di un’educazione troppo oppressiva che li ha portati a  reprimere i loro sentimenti ostili. Costoro hanno difficoltà a reagire e spesso, dopo aver accumulato molto a lungo la loro collera, possono avere delle vere esplosioni emotive e d’ira.

Alcuni tipi di personalità stressate, quando devono confrontarsi con certe prove della vita, trovano difficile controllarsi: la loro ‘ansia cresce, divenendo paralizzante fino a bloccarli quando si impegnano nel tentativo di risolvere qualche problema. L’ assunzione di alcol, consente a queste persone di sopportare in modo temporaneo, delle  prove che reputano molto dure e difficili e per confrontarsi con esse, hanno bisogno di “rassicurazione”.

Come insegna la psichiatria tedesca, l’alcol ha effetti psicorganici che modificano la personalità provocando effetti negativi gravi, quali:

  • inaridimento affettivo
  • Irritabilità
  • irresponsabilità
  • deficit mnemonici
  • restringimento degli interessi e deficit progressivo del giudizio critico.

Personalità dell’alcolista – Modelli psicoanalitici 

Secondo molti studiosi di campo psicoanalitico, l’alcolista presenta tipicamente un Super-Io  sadico. Il potus, cioè l’abitudine di bere alcol,  elimina, nella persona che dipende da questa sostanza, rimprovero e senso di colpa, provenienti dal suo Super Io,  difendendo l’individuo dalla depressione. Poichè bevendo, l’acolista tenta di distruggere un oggetto “mandandolo giù“, cioè ingerendolo, si comprende che ciò riporta il soggetto indietro nelle fasi dello sviluppo psicosessuali orali e sadico – anali, ai quali l’individuo è rimasto fissato (Melanie Klein).

In tal senso, in psicoanalisi si parla di una personalità orale e narcisistica, che utilizza difese arcaiche (diniego, proiezione, ecc..) in accordo con la loro personalità recettiva – passiva..

Personalità dell’alcolista – modelli comportamentisti

Secondo i comportamentisti, l’alcolismo è conseguente ad un comportamento appreso. Importantissimi sono in questo campo, i meccanismi di imitazione ed i modelli comportamentali appresi nella famiglia di origine, a scuola e dai mezzi di comunicazione. 

Personalità dell’alcolista – Stili dell’abuso di alcol

Due sono gli stili fondamentali di abuso alcolico che si riscontrano negli alcolisti:

  • compulsivo, che spinge ad una ricerca ed assunzione coatta dell’alcol (che è quello sul quale poi, lavora da sempre il gruppo Acolisti Anonimi)
  • Sintomatico di un altro disturbo mentale che può andare dalla schizofrenia alla depressione.

Personalità dell’alcolista – Psicodinamica dell’alcolismo

Gli studi psicoanalitici concordano nel ritenere che la persona che soffre di alcolismo ha avuto problemi nelle prime relazioni interpersonali con le figure di accudimento e che tali problemi si ripresentino poi in tutti i rapporti successivi. Si tratta di un individuo con una personalità fragile ed ancorata ad esigenze infantili mai soddisfatte. L’alcolista ha una personalità dipendente ed un narcisismo che lo spinge ad appoggiarsi agli altri ed all’alcol per riuscire a tenere insieme alcune parti di Sè che sente come non integrate. Le sensazioni derivanti dall’alcol sono rassicuranti e rievocano inconsciamente quelle della poppata del neonato.

E’ caratterizzato da sentimenti cronici di vuoto e cerca nell’alcol una stanza “rassicurante” che possa riempirlo per placare la sua insicurezza, restituendolo a quel vissuto di pace e “pienezza” dei sensi e del “Sè” indefinito, che provava dopo aver assunto il latte materno dal seno o dal biberon.

L’alcolista, secondo gli psicoanalisti presenta, a livello strutturale, un super Io sadico che lo induce ad ingerire l’oggetto per distruggerlo, facendolo sparire. In tal modo l’oggetto non potrà rimproverarlo e le difese primitive del diniego e della proiezione, evidenziano l’azione di meccanismi difensivi arcaici che rivelano una sottostante personalità orale e narcisistica. Si tratta di meccanismi di difesa schizoparanoidi, evidenziati da Melanie Klein nel bambino molto piccolo.

a cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Dipendenza alcolica

dipendenza alcolicaDipendenza alcolica – definizione

Secondo la definizione del Ministero della Salute, gli effetti dell’alcolismo interferiscono pesantemente con la salute della persona e con la vita lavorativa, relazionale e sociale.

Le principali caratteristiche della dipendenza alcolica sono le seguenti: 

  • Bisogno di bere al mattino appena svegli;
  • Ricerca compulsiva di bevande alcoliche accompagnata da comportamenti ossessivi;
  • Assuefazione e tolleranza per raggiungere un certo effetto desiderato. La persona è cioè costretta ad aumentare costantemente la quantità di alcol assunta, così come avviene per tutte le altre forme di tossicodipendenza. Una insufficiente quantità di sostanza d’abuso o la sua mancanza, possono provocare crisi d’astinenza con sintomi gravi come:
    • tremori
    • convulsioni
    • allucinazioni
    • agitazione
    • nausea
    • vomito

Anche quando la persona non assume quantità tali di alcol da poter essere definita alcolista, pur essendo ugualmente eccessive, può ugualmente correre pericoli anche molto seri per la sua salute ed esporsi a rischi relativi alla sua incolumità ed a quella altrui nel caso ad esempio si metta alla guida o svolga un’attività lavorativa che richieda concentrazione e capacità di attenzione.

L’assunzione di alcol eccessivo interferisce comunque con le attività lavorative, scolastiche, sociali e familiari della persona.

Inoltre, rallentano i riflessi e la capacità di risposta, l’alcol assunto in quantità eccessive, può creare gravi problemi alla stessa integrità psicofisica dell’individuo che ne fa uso. 

Molto frequenti sono gli incidenti stradali, non solo del sabato sera, giorno della settimana durante il quale vi è un picco fino all’alba della domenica, provocati da persone che hanno bevuto troppo ma anche durante la settimana con, ad esempio,  incidenti che avvengono per mancanza di riflessi o colpi di sonno provocati dall’alcol.

Il consumo di alcol eccessivo può facilmente rendere anche più predisposti alla rissa, disinibendo i comportamenti violenti, e come si può facilmente comprendere, portare come conseguenza, numerosi problemi con le autorità e la legge.

Differentemente da come a volte i consumatori credono, non esiste un limite di consumo considerabile sicuro, trattandosi di una sostanza con gradi di alcol molto differenti tra loro a seconda di come è lavorata e di un livello di tollerabilità molto soggettiva. 

L’unica cosa certa è che tanto più alcol viene assunto, tanti più rischi si corrono soggettivamente per la propria salute e tanto maggiori sono i rischi relativi alla propria ed altrui sicurezza.

Dipendenza alcolica – Alcuni effetti dell’alcol

E’ ormai noto che l’assunzione di alcol ha molta influenza sullo stato emotivo, cognitivo e comportamentale dell’individuo, infatti questa sostanza, ha nello specifico ed in sintesi, i seguenti effetti:

  • Provoca una riduzione dei freni inibitori influenzandolo su diversi piani, emotivi, cognitivi e comportamentali che si riflettono poi nelle sue relazioni interpersonali e sociali, oltre che naturalmente, sulla salute. 
  • Gli effetti dell’alcol si declinano quindi nell’individuo su diversi piani, quali:
    • i suoi pensieri e le sue emozioni. 
  • La sua capacità di giudizio che risulta compromessa, anche se il soggetto crede di sentirsi anche più “lucido“. 

L’alcol inoltre, deprime il Sistema Nervoso Centrale e può rendere violenta la persona anche verso i suoi familiari, provocando liti che possono incrinare spesso gravemente anche i rapporti più consolidati e che spesso sfociano in azioni delittuose o comunque criminose.

L’alcol poi, può essere anche causa di involontari atti di violenza come omicidi stradali dovuti a perdita del controllo della propria auto o moto, spesso connesso a colpi improvvisi di sonno e atti di violenza connessi alla perdita di freni inibitori, tra i quali le violenze sessuali.  

I giovani che abusano di alcol o che sono alcolisti, hanno una vita sessuale più attiva dei loro coetanei e spesso promiscua, senza l’utilizzo di protezioni adeguate dalle malattie veneree ed infettive come l’HIV sia per se che per rispetto verso i propri partner.

La persona che beve troppo è esposta anche al rischio di facili  e gravi cadute le cui conseguenze vanno dalle fratture e traumi gravi alla morte.

Dipendenza alcolica – Cenni sull’epidemiologia del fenomeno alcol

Per quanto riguarda la diffusione dell’alcolismo, esso è doppiamente frequente nel sesso maschile  che in quello femminile. 

Tanto prima una persona inizia a bere, tanto maggiore è il rischio che in età giovanile ed adulta, essa sviluppi alcolismo.

Tre categorie di persone sono maggiormente a rischio di alcolismo, secondo l’Osservatorio Nazionale Alcol e cioè:

  1. gli anziani di oltre  o pari ai 65 anni di età, in una percentuale  pari al 10,9% per le donne e del 43% per gli uomini.
  2. giovani tra i 18 e 24 anni, in una percentuale dell’8,4% per le femmine e del 22,8% per i maschi
  3. i giovani adolescenti di età compresa tra gli 11 ed i 17 anni, sono soggetti a svilupperanno dipendenza dall’alcol i una percentuale dell’8,4% per il sesso femminile e del 14,7% per i maschi.

binge drinkingDipendenza alcolica – Il binge drinking

Il binge drinking prevede di assumere diversi tipi di bevande alcoliche in pochissimo tempo con lo scopo di ottenere una ubriacatura immediata.

Il binge drinking,  sempre più diffuso tra i giovani, rappresenta un problema che si sviluppa più facilmente in quelli di età compresa tra i 18 ed i 24 anni. L’assunzione di binge drinking da parte dei giovani e giovanissimi, rappresenta un grave rischio.

In Italia tra gli 8 milioni di persone che consumano alcol in modo eccessivo almeno 4 milioni sono binge drinker ed almeno una volta nella loro vita, sono riusciti a consumare oltre 6 drink alcolici in una volta.

Il binge drinkining rappresenta infatti un crescente problema sanitario in Italia, che soltanto negli ultimi 10 anni ha determinato a causa dei problemi alcol – correlati, 108.000 ricoveri ed un aumento del 187% di alcoldipendenti a carico dei servizi di diagnosi, cura e riabilitazione del servizio sanitario nazionale.

Scopo del binge drinking è l’ubriacatura, indipendentemente se si è alcoldipendenti o bevitori occasionali e molto spesso, conduce ad una intossicazione da alcol che si associa a comportamenti criminosi ed a comportamento gravemente a rischio per sé e per gli alti, come la guida pericolosa.

Molti sono i problemi di salute connessi al binge drinking che è più come in adolescenza, sia nella prima fase della stessa dove si correla ad un desiderio di indipendenza dalla famiglia sia per l’adolescenza più avanzata, all’ansia connessa all’approssimarsi degli esami di maturità.

I principali problemi di salute connessi all’abbuffata alcolica, sono i seguenti:

  • Neurologici: a questo livello, può provocare problemi di memoria, perdita del controllo degli impulsi che ha un effetto anche sui comportamenti, scompensi sugli aminoacidi inibitori e stimolanti del SNC, come la noradrelina, serotonina, acetilcolicna, dopamina, che provoca un aumento ed un accumulo di tossine che sono causa di problemi psicologici e psichiatrici anche molto gravi ed irreversibili, tanto negli adolescenti che nelle persone adulte.
  • Disturbi e danni cognitivi a lungo termine, che saranno tanto più gravi tanto più bassa è l’età del consumatore di alcol, con un picco durante l’adolescenza.
  • Sistema endocrino: le persone che bevono quantità eccessive di superalcolici possono arrivare a riempire la loro vescica oltre il limite che questa può sopportare ma, poiché non percepiscono più lo stimolo di urinare, l’intossicazione può provocare stati di panico ed infezione grave fino alla setticemia. Non sono rari i casi in cui l’accumulo di urina e le infezioni connesse, richiedono interventi urgenti all’addome.
  • Gravidanza: quando una donna attende un bambino, l’assunzione di binge drinking costituisce un importantissimo fattore di rischio per lo sviluppo di danni gravi arrecati al feto ed in particolare, al suo sviluppo psichico ed alle sue capacità sensoriali. Nello specifico, il binge drinking nel corso di gravidanza si associa alla “sindrome da alcolemia fetale” ed il neonato può  presentare disturbi neurologici, cardiologici e di altro tipo. 
    • Frequentemente, i figli di madri alcolizzate o bevitrici problematiche, quali quelle che assumono binge drinking, possono presentare problemi di attenzione, di apprendimento e di memoria, ritardo mentale anche grave, difficoltà di socializzazione e di gestione emotiva. Le donne che bevono quando sono in attesa di un bambino, hanno un maggior rischio di aborto spontaneamente e di avere seri problemi durante il parto. Il neonato, inoltre può in questi casi, avere una circonferenza del cranio minore della norma e presentare deformità allo scheletro.
  • Decesso: l’assunzione di binge drinking si associa a colpo apoplettico che causa morte improvvisa, un rischio tanto più alto quanto maggiore è la quantità di alcol assunto in una sola volta. In questi casi, il livello di intossicazione può essere tanto grave quanto quello che può condurre a morte un alcolista abituale. Frequenti sono casi di embolia e di infarto. 

Nel periodo post critico dall’assunzione di binge drinking possono verificarsi emorragie di diverso tipo, tra cui quella subaracnoidea ed ischemia cardiaca e cerebrale. 
I consumatori di binge drinking sono soggetti ad avvelenamento alcolico dalle conseguenze letali, un avvelenamento che può portare ad episodi di vomito mortali perchè essi sono tali che è facile, a causa dell’entità della crisi e del rallentamento dei riflessi, restare soffocati dal proprio vomito. 

Inoltre, sono molto frequenti le cadute con traumi cranici o traumi gravi causati dalla disinibizione dell’aggressività che induce queste persone a combattere o a misurarsi in gare ad alta velocità con moto ed automobili che esitano in gravissimi incidenti.

Purtroppo la caratteristica dei binge drinkers è la loro recidività, a prescindere dalla loro età e rappresenta, così come l’alcolismo, un importante problema di sanità pubblica. Nei paesi occidentali infatti, l’alcol rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi di salute ed è la causa di una percentuale di morti traumatiche compresa tra il 40% d il 60%. Una morte su quattro, nei giovani di età compresa tra i 15 ed i 29anni, è legata all’alcol. L’alcol produce invalidità, malattie croniche e morti premature nelle fasce di età giovanili. E’ importante che questi giovani ed i loro genitori sappiano che un binge drinking cioè il consumo di 5 o 6 drink alcolici uno dietro l’altro, produce gli stessi effetti alla salute di quelli che ha l’alcolizzato abituale, con tutti i problemi sociali che ad esso sono poi connessi.

Per fare un pò di chiarezza, diamo un’occhiata alla tabella che segue:

Cos’è un drink in termini alcolici:

Bere un drink di 12 grammi di alcol, equivale a sorseggiare:

  • 125 ml di vino con il 12% di alcol
  • 330 ml di birra con il 4.59% di alcol
  • 40 ml di superalcolici con il 40% di alcol.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Effetti dell’alcol sull’uomo

Alcol e uomo: introduzione storica

alcolismoIl consumo di alcol da parte dell’uomo risale a tempi antichissimi tanto che già nel Libro della Genesi, 20-21, viene riportata la celebre sbornia di Noè dopo la fine del Diluvio Universale. Si tratta di un evento ricordato anche nel celebre affresco di Paolo Uccello “Sacrificio ed ebbrezza di Noè“, dipinto intorno al 1430 e conservato nel Chiostro Verde di Santa Maria Novella a Firenze.

Noè è stato quindi il primo uomo, il cui caso è  storicamente riportato, che ha provato su di sè le conseguenze dell’ubriachezza. Si narra infatti che il Patriarca, dopo aver bevuto troppo vino della sua vigna, trovandosi in preda all’ebbrezza, si denudò; il figlio Cam lo vide senza abiti e avvisò gli altri suoi fratelli in modo tale che, in segno di rispetto verso il padre, cioè per “non vederlo nudo“, essi procedettero tutti a ritroso verso di lui, portando dei mantelli in spalla per coprirlo.

Cosa insegna questo episodio della Genesi? Che l’alcol, in qualsiasi condizione e da chiunque venga assunto, anche da persone di grandi qualità, porta inevitabilmente alla luce la vera natura dell’essere umano, lo mostra cioè nella sua “nudità”. Una nudità imbarazzante per l’essere umano perchè macchiata dal peccato o, per dirla in termini psicologici, dalle sue ombre che divengono visibili anche agli altri, sotto forma di comportamenti. Un uomo che beve eccessivamente infatti, può perdere i suoi freni inibitori ed attuare comportamenti, che in stato di sobrietà non farebbe.

E’ da notare che nonostante la sbronza di Noè non avesse portato ad alcuna grave conseguenza, già molte migliaia di anni fa, i Profeti raccomandavano con saggezza, di fare un “uso responsabile” del vino, bevanda deliziosa quanto pericolosa e che se assunta in modo eccessivo,  può condurre alla follia, alla violenza ed alla trasgressione.

Il vino e molti distillati di diversa gradazione alcolica compaiono nei riti degli antichi greci, dove la bevanda era considerata un nettare degli Dei, dotata di proprietà particolari e concessa all’uomo solo in determinate circostanze rituali.

Anche i pittogrammi egizi, riportano testimonianze relative all’uso di bevande alcoliche fin dall’antichità.

In definitiva, l’uomo sembra aver assunto alcol fin dai tempi preistorici, un consumo che nel corso dei secoli, anche con l’aumentare della complessità delle relazioni  interpersonali e delle società, è diventato sempre più problematico e che nelle forme dell’abuso e della dipendenza da questa sostanza, si è allargato a macchia d’olio non rimanendo più circoscritto a momenti di convivialità ma spesso utilizzato per stordirsi, dimenticando così almeno per un pò i propri problemi. Peccato però che l’alcol ne crei poi moltissimi altri.cervello alcolizzato

Alcol e uomo: cosa è l’alcolismo

L’alcolismo è una patologia cronica caratterizzata dalla dipendenza dall’alcol, nel senso che le persone che abusano di questa sostanza, non sono in grado di moderare il loro rapporto con l’alcol. Gli alcolisti infatti, non riescono più a controllare alcuni aspetti del loro comportamento quali:

  • Il momento in cui bere
  • la quantità di alcol ingerita in ogni singola assunzione
  • il conteggio del numero di bicchieri e bicchierini mandati giù ogni volta che si assume alcol

La dipendenza dall’alcol porta l’individuo a continuare a bere nonostante la consapevolezza che questa sostanza sta creando problemi di salute, di relazione, nel campo lavorativo, ed economico..

A volte anche senza arrivare ad essere realmente alcolisti, si può però abusare di sostanze alcoliche ad un punto tale che esse possono creare non pochi problemi.

Lo sviluppo della dipendenza da alcol avviene nel tempo con regolari ed abbondanti o crescenti, assunzioni di sostanze etiliche. L’alcol è in grado di modificare l’equilibrio di neurotrasmettitori cerebrali connessi al piacere di bere. Per questo motivo quando si consuma alcol da molto tempo, è più facile sviluppare dipendenza e tolleranza da questa sostanza. Inoltre, la sua assunzione diventa necessaria per riprovare alcune sensazioni piacevoli oppure evitarne di sgradevoli.

Fattori di rischio per lo sviluppo di problemi di alcolismo

I principali fattori di rischio per lo sviluppo di dipendenza da alcol sono quelli sotto descritti:

  • età – tanto più si inizia a bere da giovani, tanto maggiore è il rischio di sviluppare una dipendenza da alcol o di cadere in condotte di abuso;
  • sesso, con una netta prevalenza del sesso maschile che corre più rischi di diventare dipendente da sostanze alcoliche rispetto alle donne. Le donne, pur essendo meno a rischio di dipendenza, quando bevono eccessivamente,  sviluppano più facilmente alcune patologie del fegato;
  • assumere alcol in grandi quantità e per un periodo di tempo prolungato e con regolarità, può sfociare nella dipendenza da alcol;
  • un figlio di un genitore alcolista, ha un maggior rischio di incorrere nello stesso problema;
  • non trascurabili sono anche i fattori sociali e culturali, infatti, la presenza di amici o di un  partner che regolarmente assumono bevande alcoliche e superalcoliche, in molti casi aumenta notevolmente il rischio di alcolismo. I mass media poi, spesso fanno passare messaggi scorretti, che in realtà hanno un fine pubblicitario con un tornaconto economico e secondo il quale per sentirsi alla moda, è necessario bere, facendo sembrare che ciò apporti miglioramenti anzichè tutte le innumerevoli possibili conseguenze negative. Soprattutto se si esagera con le quantita;
  • La depressione, l’ansia e la presenza di altri problemi psichici,  costituiscono un fattore di rischio importante per lo sviluppo della dipendenza alcolica. Frequentemente, le persone che soffrono di disturbi mentali cadono nell’abuso di alcol e possono essere vittime anche di effetti collaterali gravi derivanti dall’interazione tra alcol e psicofarmaci, quando assunti.

Alcol e uomo : sintomi dell’alcolismo

Tra i sintomi più evidenti  dell’alcolismo ricordiamo:

  • Incapacità nel limitare la quantità di alcol che si assume;
  • craving (desiderio impulsivo) da alcol o bisogno urgente,  compulsivo di bere;
  • tolleranza all’alcol: per avvertire gli effetti positivi dell’alcol o non sentire le sensazioni negative, è necessario aumentare le dosi di alcol che si bevono;
  • presenza di problematiche relazionali, legali o difficoltà relazionali, di lavoro,  economiche e/o legali connesse al bere;
  • bere di nascosto o in solitudine;
  • presenza di sintomi fisiologici di astinenza, quali:
  1. nausea
  2. sudorazione 
  3. tremore, quando non si beve e l’organismo è quindi in una fase temporanea di astinenza dall’alcol
  4. dall’interazione tra alcol e psicofarmaci, quando assunti.

Alcol e uomo : come capire se una persona è alcolista e a quali segni prestare attenzione

La persona con problemi di alcolismo tende a dimenticare le conversazioni intrattenute e gli impegni assunti. Questo fenomeno viene definito blackout.

Inoltre possiamo notare alcune altre caratteristiche comportamentali tipiche, come quelle sotto descritte:

  • tendenza a bere con ritualità cioè, in momenti specifici, comportamento che diventa irrinunciabile e che fa sentire la persona irritata se viene disturbata da qualcuno quando vorrebbe metterlo in atto;
  • nei casi di alcolismo, si riscontra tipicamente una perdita di interesse per attività ed  hobby di cui in precedenza si era appassionati e dalle quali si era gratificati.
  • Caratteristica dell’alcolista è la sua irritabilità se quando si avvicina il momento di bere, non trova gli alcolici a disposizione;
  • l’alcolista conserva gli alcolici in luoghi particolari e spesso improbabili, nella sua automobile, al lavoro ed in casa;
  • infine, tipico di una persona con la dipendenza da alcol è un comportamento che lo spinge a mandare giù un bicchiere dietro l’altro senza tenerne il conto, pur di arrivare a “sentirsi meglio”, oppure “normale“, per affrontare situazioni che lo spaventano.

Chi abusa di alcolici può presentare sintomi in comune con chi è affetto da alcolismo conclamato. 

La differenza tra le due situazioni è rappresentata dal fatto che nel caso in cui si abusi di alcolici, ma non si è completamente dipendenti, non si avverte tutto il desiderio compulsivo di bere, che è appunto il discrimine, a livello psicologico – comportamentale, tra la condotta di abuso e dipendenza vera e propria.

Chi abusa senza essere dipendente, nel momento in cui non beve, non presenta generalmente i sintomi fisiologici dell’astinenza, anche se ciò può ugualmente capitare. L’abuso di alcol può comunque causare problemi gravi, così come nel caso dell’alcolismo. In entrambi i casi inoltre,  è difficile riuscire a smettere senza un aiuto dall’esterno sia psicologico che da parte delle persone del proprio ambiente.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

COCAINA – personalità del cocainomane

COCAINA  – Personalità del cocainomane

Il cocainomane ha in genere una personalità particolare, spesso soffre di un disturbo narcisistico e pur essendo in genere abbastanza ben integrato a livello sociale (sua caratteristica è del resto la ricerca di occasioni “ricreative”) a differenza di chi fa uso di eroina,  è poco incline ad adattarsi alle richieste della società e ad quelle della famiglia, da cui preferisce fuggire, rifugiandosi in un mondo ideale, un piccolo paradiso artificiale nel quale poter regredire come un bambino, che ha bisogno di riposo e di credere  (in realtà, ne è illusoriamente convinto) che tutto sia possibile. Così il cocainomane, una volta che si trova sotto l’effetto della sostanza, può evitare di porsi problemi (che di fatto, a livello reale, restano immutati e semmai si aggravano a causa della sua incapacità di affrontarli e confrontarsi con essi), che comunque è poco capace di elaborare e di porsi domande e dubbi come tutti gli altri.

Per questo motivo se la stessa persona che abusa di cocaina, decide di affrontare un percorso di disintossicazione, si trova a sperimentare un’ansia estrema, con attacchi di panico ed irritabilità accompagnata da profonde crisi depressive e la devastante sensazione che i problemi dai quali si era fuggiti, si siano ingigantiti e si presentino tutti allo stesso momento, richiedendo di essere affrontati.

La situazione che vivrà il cocainomane in questa fase di disintossicazione è pesantissima, necessita di costanza ed impegno e sono prevedibili un certo numero di fughe nella sostanza, cioè di ricadute per affrontare la tensione nell’unico modo che in quel momento si conosce. la disintossicazione da questa sostanza necessita del ricovero in strutture adeguate a sostenere la persona in tutte le fasi di questo difficile percorso, sempre considerando che la gravità della dipendenza è correlata sia al tempo di abuso sia alle dosi che mediamente vengono assunte.

Il cocainomane tende sempre a minimizzare la sua dipendenza affermando che fa uso della sostanza solo in situazioni di tensione, nelle quali deve migliorare le sue performance,  oppure in quantità molto ridotta (in realtà poiché non è possibile stabilire il quantitativo di sostanza presente in una singola dose, anche un solo e primo utilizzo, può portare alla morte per arresto cardiocircolatorio o provocare conseguenze gravissime sull’organismo o l’insorgenza di psicosi paranoiche) o al posto dei farmaci quando si sente male emotivamente ed ha bisogno di sollievo.

Qualsiasi scusa venga utilizzata per “giustificare” l’uso della cocaina, essa è già un indizio di alcune caratteristiche o stile di personalità dell’individuo che è e resta, di base, caratterizzata dalla tendenza a manipolare gli altri ed a mentire con loro ed anche con se stessi, per trovare giustificazioni al proprio comportamento qualora lo si percepisca come inadeguato. Talvolta, durante la disintossicazione, il cocainomane, soprattutto durante la disintossicazione, può provare anche dei senso di colpa.

In generale però l’assunzione cronica di cocaina è alla base dell’esperienza soggettiva che il mondo in cui si vive sia ostile,  verso il quale è giusto essere sospettosi, in guardia, fino alla sensazione di essere perseguitati da qualcosa e qualcuno  di esterno con lo sviluppo di un vero delirio di persecuzione. I sintomi del cocainomane sono sovrapponibili a quelli di una persona che soffre di una psicosi, dalla quale, per la persona non esperta o che non conosce il soggetto, è difficile distinguerli; essa è irritabile, disforia, attacchi di panico, agitazione. Frequente è il delirio di essere spiati che si inscrive in quadro paranoie di tipo psicotico.

Se la persona che abusa di cocaina soffre di qualche patologia psichica, essa viene notevolmente accentuata dagli effetti della sostanza e questo è alla base di un grave problema nella gestione della disintossicazione per gli operatori sanitari. Infatti, l’interruzione dell’assunzione della droga può far riemergere il quadro psichiatrico che l’individuo con essa tentava di controllare, in modo più acuto di prima. Per evitare quindi sia di rendere più gravoso il percorso con i sintomi psichiatrici amplificati, sia di provocare un abbandono dello stesso, è necessario che la situazione venga gestita in strutture e da personale specializzate che siano in grado di fornire tutta l’assistenza e le cure di cui la persona necessita.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

COCAINA – danni fisici

COCAINA – danni fisici

Il fatto che la cocaina venga assunta generalmente attraverso il naso, porta ad una vera e propria decomposizione delle mucose e ad una alterazione percettiva; può esserci una perforazione del setto nasale che facilmente può essere fonte di gravi infezioni. Inoltre, nella persona che fa un uso cronico di cocaina, si verifica un indebolimento del sistema immunitario e gravi patologie epatiche. Logica conseguenza dell’assunzione per via nasale sono sia un’irritazione estrema dell’interno delle narici che dell’apparato respiratorio. Il naso è direttamente collegato a quella parte nostro sistema nervoso più arcaico che controlla le reazioni emotive, il sistema limbico,  ed i relativi circuiti neuroni che quindi, subiscono una compromissione.

La cocaina provoca infatti non soltanto un’alterazione grave delle percezioni che molto spesso sfociano in allucinazioni a contenuto persecutorio (comune è l’idea di essere spiati) ma anche malattie mentali  (disturbi psichici) più strutturate in quanto incide in modo significativo sulla personalità. A questo livello possono essere slatentizzati dalla cocaina dei tratti paranoidei o una vera paranoia fino ad allora sopiti oppure delle deviazioni in tal senso connesse anche alle modificazioni neurologiche e biochimiche, come iil lungo periodo di sensibilizzazione agli effetti della dopamina e della norepinefrina, entrambe eccitanti, insieme alla serotonina.

Se siamo in presenza di una personalità con tendenze narcisistiche, si può assistere ad una modifica della personalità che diventa molto più centrata su se stessa, spesso provando un senso di onnipotenza circa le proprie capacità e possibilità di prestazione, sensazione destinata poi a calare nella fase down provocando forte rabbia e depressione fino ad apatia, abulia ed infine anedonia.

La complessità dei sintomi connessi all’uso ed abuso di questa sostanza, richiede necessariamente un approccio integrato all’individuo che decida di affrontare un percorso di disintossicazione e riabilitazione. E’ infatti necessario l’intervento di medici specializzati, tossicologi, internisti, neurologi, psichiatri , psicoterapeuti ed educatori, nutrizionisti,  che possano comprendere, motivare e sostenere chi decide di uscire dal tunnel e dal giro.

COCAINA – disturbi del sonno

Cocaina –  disturbi del sonno

La cocaina  provoca effetti molto negativi non solo nella vita sessuale della persona che ne fa uso ma anche gravi disturbi del sonno, legati alla sua azione psicoattivante. Il fatto che la persona incontri difficoltà ad andare a letto e ad addormentarsi oltre che a dormire male, è dovuto allo stato psichico in cui la persona che dipende dalla cocaina vive.

Nella persona dipendente da cocaina sono comuni molti disturbi psichici ed emotivi come ansia ed aggressività, disforia, malumore, confusione mentale, depressione, difficoltà di concentrazione, problemi di memoria che inizia ad essere carente a causa degli effetti della sostanza. Per la persona dipendente da cocaina è molto difficoltoso riuscire a rilassarsi in modo da conciliare un sonno ristoratore, anche a causa della difficoltà di concentrarsi ad es. in semplici letture concilianti.

Un soggetto che non trova pace durante le ore notturne – o quando sente l’esigenza di coricarsi per dormire  e che è quindi in debito di sonno e sotto l’effetto di questa  sostanza psicoattiva, acuisce tutti gli atteggiamenti negativi che derivano dall’assunzione di cocaina.

Si osservano manifestazioni di  una rapida alternanza di momenti di grande  euforia ai quali seguono altri di profondissima depressione. Tale rapida alternanza d’umore che si ripete, può sfociare in comportamenti aggressivi incontrollabili, che possono portate anche il soggetto a delinquere in modo impulsivo. Il cocainomane presenta caratteristiche tipicamente riscontrabili in persone che pur senza fare uso di sostanze, soffrono di un disturbo del controllo degli impulsi.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

COCAINA – disturbi e disfunzioni sessuali

COCAINA  –  disturbi e disfunzioni sessuali

La cocaina spesso viene assunta anche per potenziare la libido e da parte degli uomini, l’erezione,  sulla quale ha invece effetti molto negativi, al di là dell’apparente miglioramento che compare in un primo momento, legato allo stato di euforia; questa sostanza provoca infatti importanti squilibri nella vita sessuale, che sono dose correlati.

Mentre nel periodo iniziale dell’assunzione, l’individuo sente aumentare la sua forza fisica e mentale ed un corrispondente aumento o amplificazione del piacere sessuale e di tutte le percezioni sensoriali, successivamente, egli sperimenta spesso uno stato di indifferenza sessuale, con un vero e proprio blocco di ogni istinto precedentemente accesso dalla sostanza.

Per ciò che riguarda la vita sessuale, la cocaina provoca spesso un ipersesssualismo che talvolta sfocia in vere e proprie maratone di attività sessuale, tanto che l’azione biochimica di questa sostanza è spesso utilizzata da persone, particolarmente donne, che si prostituiscono o da lavoratrici dei night club ma anche da clienti abituali di prostitute che cercano con essa, di ottenere un miglioramento delle proprie prestazioni e che cercano, o meglio credono, così di allenarsi per vivere nella quotidianità una migliore sessualità. Quando una persona è single, l’assunzione di cocaina, può sfociare a livello sessuale, in una masturbazione di tipo compulsiva.

Quando la cocaina è utilizzata da uomini, le conseguenze a livello sessuale, sono in genere due: da una parte essi provano un aumento di desiderio sessuale, dall’altra, una riduzione della sensibilità. La cocaina infatti, è un anestetico locale, che provoca quindi in chi la utilizza, diversamente da ciò che crede, una difficoltà tanto nell’eiaculazione che nel raggiungere l’orgasmo. Alcuni dipendenti utilizzano la cocaina applicandola direttamente su genitali.

In alcuni casi di assunzione cronica di cocaina, l’individuo può sperimentare uno stato di anedonia sessuale, non riuscendo più a provare piacere nell’atto sessuale, così come avviene per altre azioni che in precedenza erano vissute come fonte di piacere e di benessere per l’organismo. L’anedonia è una manifestazione di stati emotivi e psichici caratterizzati da una mancanza di gratificazione e dalla sensazione che non ci sia più nulla che valga la pena di ottenere. Quando è circoscritta alla vita sessuale, l’individuo è generalmente frustrato dalla situazione e se ne lamenta, essendo un sintomo tipico di uno stato depressivo collegato, in questo caso all’uso della cocaina. L’utilizzo di sostanze è strettamente correlato alla perdita del controllo del desiderio e quindi ai disturbi sessuali.

L’assunzione di cocaina a lungo termine può provocare nell’uomo impotenza oppure un significativo calo della libido ed una oligospermia, cioè una riduzione della produzione degli spermatozoi che possono anche essere poco mobili e diventare causa di infertilità.

Se una persona interrompe l’assunzione di cocaina, in certi casi può vivere l’esperienza dell’esistenza di una specie di “buco” della gratificazione che la spingono allora nell’immediato, a cercare fonti alternative, come farmaci o altre droghe.

La persona che soffre di anedonia sessuale, può infatti non riuscire più a provare soddisfazione né nelle azioni quotidiane considerate precedentemente piacevoli, né nella propria vita sessuale che diventa fonte di frustrazione, cosa che può indurla in inganno, portandola a pensare che aumentando la dose, starà di nuovo meglio e migliorerà le proprie performances sessuali, sperimentando la relativa soddisfazione. In realtà, questo vissuto è una manifestazione che la persona è diventata tollerante e dipendente dalla sostanza, ad un livello che essa non fa più effetto se non nei suoi aspetti negativi e tossici.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

COCAINA – disturbi tipici

COCAINA  –  disturbi tipici

L’assunzione di questa sostanza ha ripercussioni in vari ambiti.

Quelli maggiormente interessati sono relativi a:

Disturbi sessuali dal momento che inizialmente assistiamo ad un potenziamento della libido e (per gli uomini) dell’erezione provocando un temporaneo ipersessualismo (maratone sessuali) ma che dopo poco tempo si traduce nel suo contrario dal momento che si giunge ad essere indifferenti e al blocco di ogni pulsione istintiva fino al giungere di uno stato di anodia sessuale.

Disturbi del sonno dal momento che il soggetto ha difficoltà ad andare a letto e ad addormentarsi. Diviene quindi difficile rilassarsi in modo tale da permettergli di farsi un sano sonno ristoratore. Non dormendo, non fa che acuire tutto ciò che di negativo, l’assunzione di cocaina comporta.

Danni fisici, tipicamente legati al naso, dal momento che la cocaina si ‘sniffa’. Si può giungere anche alla perforazione del setto nasale.

Personalità del cocainomane, che spesso soffre di narcisismo, ed è quindi poco incline all’adattamento che il mondo reale ci richiede. Inoltre, se la persona, prima dell’assunzione di questa sostanza soffriva di qualche patologia psichica, ora essa viene accentuata in modo molto più evidente.

COCAINA  – danni neurologici

L’assunzione di cocaina provoca gravi danni neurologici, con una riduzione di volume del cervello, e delle vie di comunicazione al suo interno, dovuta alla morte dei neuroni, un assottigliamento della sostanza grigia ed una riduzione delle capacità cognitive che possono essere compromesse fino a portare un quadro assimilabile a quello della demenza. La cocaina provoca anche dei black out e delle carenze nella memoria, dovuti anche ai danni vascolari subiti dal cervello in seguito alla sua assunzione. I problemi vascolari provocato dalla cocaina sono caratterizzati da vasocostrizione, cui segue una ipertermia ed ipertensione. a cui possono seguire un infarto a livello cardiaco oppure un ischemia o un’ictus a livello cerebrale. Da tutto questo si evince che questa sostanza ha effetti nocivi molto gravi sulla psiche e quindi anche sulla personalità.

L’assunzione di cocaina soprattutto durante il fine settimana provoca moltissimi incidenti stradali.

La Cocaina e i suoi effetti sulla psiche

Cosa è la cocaina

coltivazione cocainaLa cocaina è un composto ottenuto dalle foglie dell’Erythroxylum Coca, un arbusto coltivato prevalentemente nei paesi dell’America Latina. In Perù, Bolivia e Colombia, masticare foglie di coca, è una usanza abituale. Storicamente essa veniva utilizzata come tonico, soprattutto per chi doveva passare la giornata a lavorare in alta quota

In seguito, il prodotto, raffinato e tagliato,  viene introdotto sul mercato illegale in varie forme: formabase (pasta, sassi o polvere a scaglie), crack (cristalli), solfato o cloridrato (polvere bianco-giallastra, o rosata). E’ molto difficile comprendere qual’è la reale quantità di cocaina in una singola dose, perché tutte le dosi sono tagliate in modo diverso, quindi, a priori non se ne conoscono neanche gli effetti.

Quando si diffuse nella società occidentale, la cocaina è stata definita come droga dei ricchi perché veniva utilizzata da professionisti. Ora, invece…….

Cosa è la cocaina – dipendenza 

L’utilizzo e la dipendenza da cocaina rappresentano una malattia con dei sintomi che sono molto evidenti ad un occhio clinico esperto ma che molte volte, possono essere individuati anche da persone estranee al campo clinico. 

La cocaina è una sostanza psicoattiva, la cui influenza si esercita, nella persona che ne fa uso ed abuso, sia  a livello fisico che a livello mentale. L’intensità dei sintomi è correlata alla quantità di sostanza che viene consumata dalla persona, oltre che dal livello di tolleranza raggiunto da chi ne dipende.

I sintomi principali manifestati da chi fa uso di cocaina sono riscontrabili a più livelli nell’organismo e consistono in :

Cosa è la cocaina – livello fisico e comportamentale

  • Aumento delle potenzialità fisiche e mentali, con una evidente maggiore capacità di resistenza alla fatica;
  • Un innalzamento del tono dell’umore che si manifesta con:

euforia

insonnia

maggiore capacità di attenzione e della lucidità mentale

aumento delle capacità percettive e sensoriali.

I sintomi di un sovradosaggio involontario o voluto, a livello psicologico sono:
  • irritabilità
  • confusione
  • panico
  • aggressività
Mentre al livello fisico sono: 
  • Tachicardia
  • midriasi (dilatazione della pupilla)
  • sudorazione
  • ipertensione fino a raggiungere livelli a volte molto pericolosi
  • aumento della temperatura del corpo
  • riduzione della fame

Cosa è la cocaina – overdose

In caso di sovra dosaggio, tutti i sintomi sopra descritti peggiorano in modo sempre crescente, provocando i seguenti effetti:
  • aritmie
  • convulsioni
  • coma
  • morte per arresto cardiaco

Cosa è la cocaina – Azione

Il principale effetto della cocaina a livello biochimico è quello di bloccare il recupero di Dopamina nella vescicola presinaptica, impedendo che il neurone possa riassorbirla. In tal modo, la dopamina che rimane in circolo a livello dei circuiti neuroni è maggiore e con essa, anche quelle della noripinefrina e della serotonina. La ricerca scientifica fa risalire queste modificazioni chimiche  a livello neurologico i cambiamenti emotivi e comportamentali, compreso l’apparente iniziale miglioramento delle performance durante lo stabilirsi della dipendenza dalla sostanza, che si riscontrano nelle persone che fanno uso di cocaina.

Cosa è la cocaina – conseguenze uso prolungatococaina

Utilizzando la cocaina per lunghi periodi di tempo, si diventa tolleranti ad essi e ciò comporta che per ottenere gli effetti desiderati dalla sostanza, sarà necessario assumere dosi sempre maggiori. L’individuo ormai tollerante alla cocaina può presentare sintomi simili a quelli di una persona che soffre di schizofrenia.

Sintomi di un utilizzo a lungo termine di questa droga sono i seguenti:
  • paranoia
  • insonnia
  • eccitabilità
  • perdita di ogni interesse sessuale
  • allucinazioni
  • depressione
  • alimentazione scorretta connessa all’uso della cocaina
  • privazione del sonno
  • perdita di peso
  • eczemi alle cavità nasali, e riniti, ma anche vere e proprie perforazioni del setto nasale
Qualora la cocaina anziché essere sniffata venga assunta tramite iniezioni, è possibile così come avviene per l’eroinomane, che il dipendente si infetti, contraendo patologie molto importanti e potenziamenti letali come l’HIV, l’AIDS e l’epatite.
 
Quando un individuo assume cocaina per lungi periodi di tempo, il suo cervello subisce un processo di adattamento alla sostanza, verso la quale diventa sempre meno sensibile, motivo per cui si è costretti a prenderne dosi sempre maggiori per ottenere l’effetto desiderato, sperimentando un piacere uguale a quello tipico del periodo iniziale dell’assunzione.
Inoltre i dipendenti, diventano spesso più sensibili anche agli effetti tossici della sostanza che si manifestano con sintomi psichici come ansia, agitazione e convulsioni.

Cosa è la cocaina – effetti neurologici

Quando una persona assume cocaina per un periodo di tempo prolungato, nel suo cervello avvengono alcune modifiche importanti a livello dei meccanismi di comunicazione tra i neuroni. Le modificazioni neurologiche connesse a tali variazioni sono ancora in fase di studio da parte della ricerca medica. 

cocainaCosa è la cocaina – effetti psichici

Lo sviluppo della tolleranza alla cocaina porta alla necessità di assumerne quantità sempre maggiori con lo sviluppo di una sintomatologia psichica, importante che si dispiega attraverso:
  • attacchi di panico
  • irritabilità
  • agitazione anche estrema
  • paranoia
  • psicosi conclamate durante le quali il soggetto sperimenta allucinazioni, in genere uditive e confusione mentale, perdendo il contatto con la realtà.
Psicosi, allucinazioni e confusione sono effetti tipici della dipendenza da Cocaina. tanto più la persona assume un dosaggio maggiore di cocaina, tanto più essa va incontro ad effetti psicologici e fisici di maggiore gravità. 
E’ il craving (bisogno impulsivo e spontaneo) il sintomo più evidente, dell’esistenza di una dipendenza da cocaina; si parla di craving quando l’individuo sente una forte motivazione a ricercare in modo ossessivo la sostanza d’abuso, spinto da una forte smania e desiderio di assumerne, per sperimentare gli effetti piacevoli. Situazione che in generale ha la durata di circa 15, 30 minuti ed a cui segue la fase down, durante la quale l’individuo avverte invece uno stato di depressione, irritabilità,  debolezza e stanchezza che si ripercuotono generalmente sul lavoro e sulla sua vita familiare.
Nei casi di Overdose, il dipendente da cocaina manifesta sintomi ben noti ai medici che consistono in uno stato di estrema agitazione, ha difficoltà ad esprimersi verbalmente, il suo cuore batte molto veloemente e vi è una restrizione dei vasi sanguigni che può avere come conseguenza una ipertermia improvvisa, difficoltà a parlare e muovere gambe e braccia, incarnato pallido o  molto arrossato.  In questi casi alcune persone con un’overdose massiccia o con un fisico meno resistente agli effetti tossici della cocaina, possono avere un collasso o anche un infarto e morire per arresto cardiaco.
La cocaina, non provocando la dipendenza da sostanze come la si intende nel senso classico, è molto subdola e pericolosa, più dell’eroina. A volte non servono dosi elevate per avere effetti devastanti. Una singola assunzione di cocaina a volte, è sufficiente a provocare la morte.
Ulteriori approfondimenti in merito ai disturbi tipici sulla personalità e sul fisico
A cura della d.ssa. Elisabetta Lazzari
 

Rapporto conflittuale madre-figlio

Altrove ho tentato di descrivere il rapporto conflittuale madre figlia, mentre qui vorrei, anche per amore di completezza, affrontare i conflitti tra una madre e il suo figlio (maschio).

madre preoccupataNell’affrontare questo argomento non posso prescindere dagli studi di Bowlby e dagli stili di attaccamento dei bambini. L’autore, nell’esaminare i vari modelli e stili, ha evidenziato che uno solo di quei stili è utile e sano per il bambino, ovvero quello in cui la mamma (tipica figura di attaccamento) sa creare una base sicura da cui il figlio può partire per esplorare il mondo. Va da se che, tutti gli altri stili generano difficoltà tali da esporli, da adulti, ad una marcata difficoltà nel relazionarsi in genere ma in particolare (anche se non necessariamente) con il mondo femminile. Le difficoltà possono essere di natura relazionale (tipica dei narcisisti patologici) ma anche di natura sessuale (impotenza, incapacità di mantenere l’erezione, in particolare durante la penetrazione, eiculazione precoce, priapismo, philofobia, etc).madre figlio

Una madre in grado di costruire una base sicura è, in linea di principio, in grado di far crescere il proprio figlio ‘affrancato’ che in altri termini descrive una persona libera, sicura di se stessa, in grado di saper prendere decisioni e assumersi responsabilità, in una parola fiduciosa dei propri mezzi e limiti. Questo bambino percepisce la madre come separata da se ma affidabile, che se necessario, sa essere presente e dare l’eventuale sostegno di cui il figlio (a tutte le età) potrebbe aver bisogno.

Il problema dell’amore è una delle grandi sofferenze dell’umanità e nessuno dovrebbe vergognarsi di pagare il suo tributo.
Carl Gustav Jung

Figure di attaccamento diverse (insicuro evitante, ansioso ambivalente, disorientato/disorganizzato) possono (ma non necessariamente sempre) dare al bambino la certezza di avere a che fare con un tipo di madre caratterizzato da quelle figure mitologiche negative ovvero, la strega, Medusa (pietrifica chiunque la guarda), le Arpie (rapitrici di anime), le Erinni (personificazione femminile della vendetta,  Chimere. etc.

Queste figure mitiche, per chi ha dimestichezza con la terminologia Junghiana, appartengono a quel tipo di inconscio che Jung ha chiamato Collettivo che, contrariamente a quello personale (conflitti rimossi),  contiene la conoscenza universale, ovvero tutte le fantasie che l’uomo ha avuto da sempre, forse già nella sua forma phitecus, per poi estenderla in quella di Homo.figlio

Madri così, non si separano mai dai figli e, ciò che è più grave, alcuni di questi maschi ne rimangono patologicamente invischiati. Queste madri, pietrificano, succhiano, soffocano e, in una parola, fanno restare il figlio un eterno bambino. Queste madri ‘credono’, sempre e indiscutibilmente, di amare i loro bambini e di fare tutto ciò che serve ma, in realtà, il risultato che spesso vediamo è che questi soggetti vivono come fossero castrati.

Vorrei evitare di fare un’apologia dell’amore. Una madre che sa veramente amare, lo vede dai risultati. Il risultato più evidente lo vede nei sui figli che sono liberi di volare e in grado di prendere e dare quell’amore che ha nutrito la loro vita dal primo giorno di vita e che non smetterà mai.

Spesso ci chiediamo perché siamo nevrotici. Ecco, lo scenario che ho descritto è nevrogeno. Chi ha madri così ha molte chance di esserlo.

Quali sono le caratteristiche di questa tipologia di madri?

Alcune caratteristiche possono racchiudersi in una madre iperprotettiva, inibente, perennemente preoccupata per tutto e per tutti, molto ansiosa, pericolosamente simbiotica.

Il destino dei suoi figli (nelle sue declinazioni negative),va dalle difficoltà di natura sessuale (come abbiamo detto sopra) a problemi di relazione con un partner e addirittura alla incapacità di avere relazioni con l’altro sesso.

Tutto (può) dipende(re) dal peccato originale del rapporto malato con la figura materna da cui si deve e si può liberarsi. Grazie a questo problema originario, è venuta a mancare una corretta integrazione del sé. In questa costruzione mancano alcune parti fondamentali, che un percorso psicoteraputico è in grado di ricostruire. Dobbiamo decristallizzare ciò che per lungo tempo ci è sembrato naturale (e doloroso) per ricostruire, utilizzando ciò che si è sfarinato, per fare un impasto più congruo.

 

Cos’è una fobia

ragnoLa fobia è una paura pervasiva e persistente e duratura nel tempo, nei confronti di un oggetto o situazione che non la giustificano. Si tratta di una paura sproporzionata al pericolo reale, rappresentato dall’oggetto o situazione in questione, ma che non può essere controllata attraverso spiegazioni razionali, ragionamenti oppure dimostrazioni. Parlando di fobia, ci si riferisce a livello clinico, ad una paura che supera le normali capacità volontarie di controllo di un soggetto e che in reazione al suo esistere, produce come effetto l’evitamento della situazione/stimolo temuta, in modo da evitare, alla persona che ne soffre, un temporaneo disagio, che può (o potrebbe) farla sentire anche molto male, con tutti i sintomi psicofisiologici tipici dell’ansia. E’ evidente però a questo punto, che l’esistenza di una fobia, che può essere più o meno grave ed invasiva, può provocare un certo grado di disadattamento alla realtà sociale, scolastica, lavorativa ed interpersonale.

La persona che soffre di una fobia è in grado di riconoscere che la sua paura è irragionevole e che non è dovuta ad una effettiva pericolosità dell’oggetto, attività o situazione temuta, ma che le sue cause si collocano altrove, cioè nella propria storia personale, anche se molti preferiscono convivere con fobie dolorose e limitanti anziché comprenderne le origini e liberarsene, provando paura anche nei confronti di un eventuale percorso che le porti non solo a liberarsi di sintomi fastidiosi ma anche delle ulteriori limitazioni ad essi connessi, conoscendone le cause.

Per riprendere il nostro discorso, possiamo quindi affermare che una fobia è dunque una paura estrema, irrazionale e sproporzionata, per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con la quale gli altri abitualmente riescono a confrontarsi senza per questo dover affrontare particolari sintomi e limiti psicologici.paura cani La persona che soffre di una fobia, come ad esempio la paura dei cani o dei ragni, può essere sopraffatta dal terrore, alla sola idea di entrare in contatto con un piccolo ed innocuo animale, come un cucciolo di cane anche neonato o anche, con una lucertola. Questo accade anche per azioni fatte naturalmente da milioni di persone (passeggiare in una piazza, andare in un centro commerciale, stare in spazi deserti, etc).  Così ad esempio se la persona soffre di claustrofobia entrerà in un grande stato di ansia fino al terrore, all’idea di dover entrare nella metropolitana perché il timore di cui diventerà preda, sarà quello di non poter uscire come vorrebbe se improvvisamente ci fosse un pericolo.

Le persone affette da disturbi fobici, sono consapevoli della irrazionalità del loro disturbo ma allo stesso tempo, non riescono a controllare la loro paura.
L’ansia da fobia, o “fobica”, trova una serie di espressioni a livello psicofisiologico.

A livello fisiologico i sintomi più comuni sono i seguenti: tachicardia, vertigini, extrasistole, disturbi gastrici con nausea, diarrea, senso di soffocamento, disturbi urinari, rossore, sudorazione eccessiva, tremore e spossatezza.

Un comportamento tipico di quando abbiamo paura, viene attivato dal nostro sistema di difesa organicistico primordiale  è quello della fuga dall’oggetto temuto che in origine è finalizzato alla propria salvaguardia. Del resto, quando si ha paura, si sta male ed è normale voler fuggire: la fuga è un’ottima strategia di emergenza. Scappare è una strategia elaborata automaticamente dal nostro SNC quando non possiamo attaccare chi attacca noi, perché lo riteniamo più forte. E’ un sistema di difesa antico, che un tempo permetteva all’uomo di difendersi dai predatori e dai suoi nemici con i quali non era conveniente combattere in battaglia. D’altra parte, è per l’appunto, solo una strategia di emergenza.

La tendenza invece ad evitare tutte quelle situazioni o condizioni o oggetti che possono essere associate alla nostra reazione di paura o fobica ha, a lungo andare, un effetto negativo di rinforzo sui comportamenti stessi di evitamento. Questo accade perché la nostra fuga o evitamento, non fa che confermare al nostro inconscio, più ancora che alla nostra coscienza, la pericolosità della situazione evitata e questo ci prepara così all’’evitamento successivo. Quindi a livello clinico possiamo affermare che ogni evitamento dell’oggetto o situazione temuti, agisce rinforzando negativamente la paura ovvero la amplifica, come se le desse un’ulteriore ragione di esserci.

Se entriamo in una spirale di progressivi evitamenti, non facciamo altro che aumentare la sfiducia nelle nostre risorse e ad un aumento increscioso della reazione fobica.

In queste situazioni, la fobia, l’evitamento e la reazione fobica, potranno arrivare ad interferire in modo significativo con la normale vita quotidiana dell’individuo e con il suo funzionamento lavorativo oppure scolastico oltre che con le sue normali attività e relazioni sociali. In tal modo, il disagio scatenato da una fobia può diventare sempre più limitante.

paura aereoConsideriamo ad esempio chi soffre della fobia dell’aereo – aerofobia – ma che per lavoro dovrebbe fare brevi trasferte, rese sicuramente più facili da questo mezzo di trasporto,  può ad esempio ritrovarsi costretto/a rinunciare spesso ad incarichi che comportano tali trasferimenti con tutto l’imbarazzo che può derivarne.

Un limite particolare può essere rappresentato dalla fobia di siringhe ed aghi che può spingere alcune persone ad evitare addirittura esami medici necessari o alcuni donne a scegliere di non fare bambini, pur desiderati, per evitare di partorire ed entrare in contatto con simili strumenti medici.paura aghi

Parlando di fobie è necessario notare che si differenziano in base al contenuto dell’oggetto temuto (al quale, secondo la psicologia dinamica, sottostà una data proiezione) e che è quindi necessario fare per il momento un distinguo, tra fobie generalizzate e fobie specifiche. Rientrano tra le fobie generalizzate l’agorafobia (con o senza attacco di panico) e la fobia sociale che hanno un impatto molto invalidante sulle persone che ne soffrono.

L’agorafobia definisce la paura di trovarsi in spazi aperti da soli, là dove se servisse, non si potrebbe, secondo il proprio immaginario, chiedere aiuto e soccorso. In particolar modo in caso di un attacco di panico o di forte ansia. L’agorafobia è molto limitante e spesso la persona che ne soffre può uscire soltanto in presenza di un accompagnatore. E’ una fobia fortemente limitante anche rispetto alle possibilità di inserimento sociale e lavorativo del soggetto.

timidezzaLa fobia sociale definisce invece la paura di agire di fronte agli altri, nel timore che le proprie azioni possano rivelarsi imbarazzanti o umilianti per chi le compie e di ricevere in conseguenza dei giudizi negativi. Si tratta di una fobia che porta ad evitare quasi tutte le situazioni sociali, per paura di fare qualcosa di sbagliato e di essere giudicati male per questo. Le persone con fobia sociale, temono situazioni nelle quali sono costrette a fare qualcosa davanti agli altri come parlare ed esporre ad esempio una relazione ma spesso anche solo mangiare o telefonare in presenza di altri. Le persone affette da fobia sociale sono fortemente timorose che i segni della propria ansia siano o diventino evidenti agli altri, come la loro tendenza ad arrossire e sudare facilmente, oppure avere il cuore che batte a mille per l’ansia. Possono anche aver paura di non avere argomenti per parlare con gli amici, che gli “manchi la battuta”.

La persona affetta da fobia sociale si rende conto che il suo timore è irrazionale ma nonostante ciò, esso è incontrollabile nel caso in cui non venga trattato con la psicoterapia (ed in casi di assoluta necessità in un primo momento con dei farmaci sotto stretto controllo medico specialistico) essa tende purtroppo a diventare un disturbo cronico, invalidante e difficile da estirpare.

Le fobie semplici si suddividono in base al tipo:

Tipo animale: cinofobia, ornitofobia, aracnofobia, cioè paura degli uccelli e paura dei ragni ad es.

Tipo Sangue/ infezioni/ ferite: vi è in questi casi una fobia del sangue (ematofobia), delle siringhe, degli aghi o ferite che richiedono importanti medicazioni.

Tipo ambiente naturale, come ad es., la fobia dei temporali, definita brontofobia, la fobia dell’altezza, definita acrofobia, del buio, definita scotofobia.

Tipo situazionale: questo concetto è utilizzato quando la fobia si riferisce ad una situazione specifica e particolare come l’attraversamento di un tunnel o di un ponte o la paura di volare detta aviofobia.

Fobie di altro tipo: in questo contesto si inseriscono fobie particolari che portano la persona ad evitare delle situazioni nelle quali si teme ad esempio di poter soffocare o ammalarsi, anche se ciò in realtà è altamente improbabile se non impossibile; in questi casi, il disturbo fobico è collegato ad ipocondria o al DOC, Disturbo Ossessivo Compulsivo.

La dismorfobia è una fobia che si manifesta con un’alterata percezione da parte della persona che ne soffre del proprio corpo o di una sua parte che erroneamente vede come brutte e ripugnanti,   anche in assenza di difetti evidenti.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Il protagonismo sui social network – ricerca di visibilità a tutti i costi

Un mio contatto FB mi scrive e mi chiede:

‘Buon giorno dottore, mi aiuta a comprendere la dinamica del retropensiero …. cioè comprendere un aspetto che da tempo mi incuriosisce ma nel contempo infastidisce!! leggendo su fb il pensiero di alcune persone … esprimono concetti morali, politici, economici e personali che sono esattamente il contrario dei loro comportamenti:!! Che spiegazione dare….. ipocrisia? Apparire ciò che non si è? catturare la benevolenza altrui o ancor peggio credere nelle favole che si raccontano da soli? Grazie e a presto!”Like e psicoanalisi

Condivido la perplessità e non posso far altro che attestare che accade anche questa cosa. Ma come mai? Sarà forse la ricerca di una visibilità a tutti i costi? Gente che continuamente aggiorna, modifica il proprio profilo oppure mette ‘mi piace’ a ripetizione oppure li chiede senza scrupoli. Altre invece che cancellano quegli ‘amici’ che non ossequiano con commenti o mi piace tutti i loro post.freud e fb

Cosa si cela dietro un comportamento così, oserei dire, estremo?

Forse con più mi piace, valiamo di più? Non credo, o almeno non dovrebbe, dal momento che il vero valore sta solo in noi stessi, ovvero nel valore che NOI attribuiamo a noi stessi. Marginalmente il consenso ci viene anche da ciò che ci circonda, ma solo noi siamo in grado di capire ciò che siamo, ciò che vogliamo dare, a chi vogliamo dare e di quali energie e risorse potremmo disporre. Tutto questo non viene mai influenzato dal numero dei ‘mi piace’ accumulati.

facebookVisibilità e protagonismo

Viviamo in un’epoca dove il protagonismo ha assunto un ruolo quasi pervasivo. In questi tempi, grazie anche ai social network, è facilissimo essere visibili e misurare il grado di ‘riconoscimento’ che la nostra visibilità ci assicura.profilo

Sembra che oggi si possa esistere solo se visibili e noti. Il povero Cartesio si rivolta nella tomba dal momento che il suo ‘cogito ergo sum’ è stato ampiamente soppiantato dal monitoraggio dei follower e dei ‘mi piace’ perchè: più ne ha, più sei. Una volta i ‘noti’ erano solo gli attori, i politici tutti coloro insomma che comparivano in foto e in video per ovvie ragioni. Oggi i social network permettono una notorietà che a mio avviso è solo effimera, misurabile nei termini descritti sopra. Ciò che una volta era praticamente impossibile, oggi diviene di estrema facilità virtualmente per tutti. Oggi molti, vogliono esprimere la propria singolarità (una volta nota solo allo stretto entourage di conoscenze) incrementando la propria visibilità; grazie al suo aumento, nel consegue che aumenta anche il proprio protagonismoriconoscimento. Ma in tal modo non si corre il rischio di perdere di vista ciò che si è e in ciò che si crede veramente? Non si corre il rischio di spersonalizzare la reale essenza, a favore di quella notorietà a tutti i costi che forse ci permette di essere presenti sulla scena mediatica magari al prezzo di insopportabili compromessi?

Se entriamo in questa spirale, i compromessi sono la moneta investita per mantenere l’effimera illusione di essere. Si rischia di perdere un valore prezioso, come la propria individualità, solo per esaltare un’immagine di se, necessaria ad incrementare il consenso mediatico.mi piace

Apparire (in televisione, sui quotidiani, sui social network) somiglia un po’ al bisogno di gloria. I filosofi sostengono che tutto ciò è la diretta conseguenza di una profonda insicurezza e mancanza di fiducia verso se stessi. Laddove manca la certezza del proprio valore, si radica la ricerca spasmodica e a tutti i costi di notorietà e consenso. Si fa tutto per stare sempre sul palco, sulla scena, per essere e rimanere sempre protagonisti a tutti i costi, come dicevamo sopra, quindi ci si svende, si tradisce, ci si perde.

sicurezza e visibilitàPerchè?

Molti, troppi, hanno la convinzione che la propria vita possa essere inutile. Perché siamo collaboratori, risorse, tutti utili ma nessuno indispensabile. Io valgo quanto qualsiasi altro ergo, sono inutile, non sono riconosciuto, non mi sento riconosciuto.

Essere riconosciuti, dicono sempre i filosofi e gli psicologi, sta alla base della fiducia. Per ottenere questo, si fanno tante battaglie, ma non sempre il riconoscimento arriva. Il riconoscimento deve arrivare sottinterneto forma di amore, oppure di certezza del rispetto dei propri diritti a tutela della nostra dignità, che ci viene anche dalla certezza di un lavoro che ci permette di sostenere noi stessi e la nostra famiglia e consolidare quindi ciò che siamo. Quindi, lavoro, amore e lavoro stanno alla base del riconoscimento; in assenza di queste certezze, si corre il rischio di voler essere protagonisti a tutti i costi per non restare anonimi. In questo caso, invece di lottare si cede alla tentazione di cercare un’illusione attraverso uno pseudo protagonismo ottenuto attraverso la ricerca di un’apparenza sterile, sbagliata, effimera.

Ci si identifica con infiniti ‘io’, tutti finti e senza struttura.

Restiamo attori che hanno imparato un copione a memoria e che viene recitato anche fuori dal teatro.

Il vero protagonista non recita, agisce e solo nell’azione trova la felicità.

Manipolazione: chi hai vicino

Di Teresa Cooper          

dopo l’abuso silenzioso affrontiamo il tema relativo alla conoscenza della   persona che abbiamo vicino.                                                                      

Molti degli abusi di cui sono stata protagonista (sono una donna), li ho combattuti “ignorandoli” oppure ho creduto di esserne stata il vero problema.

Quando ho chiesto in ginocchio al mio abusante di smettere lui non ha ascoltato e quando ho cercato aiuto, nessuno ha ascoltato. E più mi sentivo ignorata più si costruiva in me un senso di insofferenza estrema ed improbabile per il fatto di essere “ignorata”, che mi ha accompagnato fino all’età adulta. Ho riflettuto con attenzione sull’insofferenza provata, come se fosse solamente un lato brutto della natura umana che spesso porta molte persone a fare un uso improprio del “mutismo” per danneggiare gli altri. Tuttavia, ignorare qualcuno per un breve periodo e per esprimere insoddisfazione è molto diversa dall’abuso psicologico silenzioso.

Ignorare per punire, ferire o turbare qualcuno solo per il semplice gusto di farlo, senza un vero motivo è, a mio parere, una delle peggiori forme di abuso psicologico che possa esistere, perché provoca danni irreparabili alla vittima, mutandole lentamente ma visibilmente. Pochi occhi esterni ed attenti riescono a percepire che qualcosa non va, mentre le vittime modificano inesorabilmente i loro comportamenti in risposta all’abuso psicologico subito.

La manipolazione psicologica silenziosa è una forma di punizione e di controllo usata per danneggiare un’altra persona che subisce una mancanza di affetto, responsabilità o rimorso. Chi subisce non può comunicare e così, si deteriora lentamente, anche se in passato era una persona vivace, felice e divertente; si trasforma e diventa solitario, a tratti forse aggressivo verbalmente, nel tentativo invano di fermare l’abuso psicologico. Chi abusa è pienamente consapevole del danno che sta provocando, tutto quello che deve fare è comunicare con la vittima per porre fine all’abuso. Il predatore tuttavia, non parla con la vittima quando si trova “in modalità di controllo”; quando lo fa però, dà sempre alla vittima un falso senso di sicurezza, che però lei deve ignorare. Il silenzio, porta la vittima fuori strada, tanto da non farle capire cosa stia succedendo, in questo modo giustificherà inevitabilmente l’abuso psicologico silenzioso.

La vittima lotta disperatamente con il predatore nel tentativo invano di avere una comunicazione e il comportamento delle vittime riesce così a placare il silenzio infernale.

L’abuso psicologico silenzioso spinge le vittime sempre più verso il basso e l’abusante, impassibile , prosegue con le faccende quotidiane, ignorando la vittima così tanto delusa, affranta e triste, che nessuna persona normale sarebbe in grado di sopportare ad un vista del genere senza un minimo cenno. Ecco che la vittima inizia ad isolarsi completamente, smette di parlare con gli amici, di socializzare, di mangiare; inizia a bere, smette di lavorare, tenta il suicidio, inizia ad infliggersi l’autolesionismo e questi sono solo alcuni degli effetti collaterali di una vittima che soffre di abusi psicologici.

L’intenzione volontaria di ignorare una persona per causarle un danno, definita anche “ATCH” (absent to cause harm), implica che l’abusante taglia completamente la vittima fuori dalla sua vita. Può accendersi in lui un lieve senso di colpa, senza però attivarsi completamente, iniziando a riconoscere che la vittima forse sta soffrendo, ma non fa nulla a riguardo, anzi si allontana inesorabilmente da lei e semplicemente la ignora.

Si tratta di una forma molto pericolosa di abuso psicologico.

Molto spesso ho sentito storie di uomini che ignorano la loro partner, anche dopo aver assistito ai loro disagi come atti di autolesionismo o tentativi di suicidio. L’abuso psicologico indebolisce la mente della vittima, una volta forte, manifestandosi appunto sotto forma di “demolizione dell’Io”, dubbi e depressione. L’abusante assiste alle richieste disperate della vittima e si allontana. Non avrà alcuna emozione mentre le consuma la vita, poiché è convinto di essere nel giusto, lei è colpevole di aver ferito i suoi sentimenti, non lui.

Purtroppo accade solo raramente che gli amici della coppia siano testimoni di tali abusi o giochi psicologici, proprio perché sono silenziosi; in alcuni casi essi notano comportamenti irregolari della vittima, ma non riescono a capire cosa stia succedendo. La sofferenza della vittima non si vede dall’esterno: come ogni forma di abuso, esso rimane all’interno del rapporto immediato.

Gli occhi esterni vedono solo un amico, non un predatore, perfetto e amato da tutti, che fa tutto per loro, ritenendo i veri colpevoli i partner che cercano di farsi notare con parole aggressive davanti a tutti. In realtà cercano solamente di dimostrare le loro manifestazioni di disagio, uno sfogo bizzarro davanti a tutti, soprattutto in luoghi pubblici o tra amici, ma facendo così appaiono loro i veri colpevoli, in quanto sviano la percezione dei testimoni.

Il predatore inoltre informa la sua famiglia su ogni piccola cosa che fa il compagno, si rifugia nella loro opinione, ritraendosi come il bravo figlio che necessita di sostegno, poiché il partner ha dei comportamenti maniacali.

Questa forma di abuso psicologico è usata più spesso dagli uomini che dalle donne, anche se gli uomini non hanno le stesse reazioni: tacciono perché non vogliono perdere la virilità.

Purtroppo questa forma di abuso ha visto la morte di donne che si sono tolte la vita dopo che le loro grida di aiuto erano state ignorate dai predatori.

Fin dove si spinge la sofferenza delle vittime? Il disagio viene espresso attraverso l’autolesionismo (tagli intenzionali o mutilazioni del corpo), lo smettere di mangiare, uscire e socializzare, lo strapparsi i capelli, il restare giorni e giorni a letto, i disturbi alimentari o i tentativi di suicidio.

La ragione per cui sto affrontando questo argomento è perché mi sono state inviate molteplici testimonianze di alcune donne su facebook che stanno attraversando questo disagio con i loro partner, altre che sono appena scappate da un rapporto manipolatore, altre ancora che si trovano in silenzio ad incolpare se stesse.

Voglio parlarne perché sono una testimone di abusi infantili, l’ho provato sulla mia pelle come effetto indiretto durante l’abuso psicologico che ho subito e contrariamente a quello che si crede, non è facile lasciare una relazione di tale peso, anche se dominante.

Gli uomini che sono stati abusati da bambini fisicamente, sessualmente o psicologicamente e/o hanno subito abusi da parte di un genitore, sono ben noti per l’utilizzo del “mutismo volontario”, con il quale ignorano i loro partner per punirli e controllarli. Sono uomini convinti di non essere abusanti perché non colpiscono fisicamente la donna, e convincono anche le vittime di essere sempre buoni con loro per il fatto di non avere mai nulla da dire. Uomini convinti di essere vittime indiscusse, senza rimorsi per la sofferenza che stanno causando a coloro che ritengono di amare, con forme di controllo e di punizione. Sono uomini che si rifiutano di contribuire a far crescere il rapporto di coppia, che mostrano poca o nessuna cura per il loro partner; uomini che si aspettano che sia la donna, da sola, a tenere saldo l’intero rapporto, mentre lui detiene la comodità del controllo e non fa nulla per contribuire o supportare il rapporto di coppia.

L’abusante, in caso di sfida, non fa trasparire alcuna emozione; tuttavia potrebbe diventare violento nel momento del confronto.

Ignorare un partner potrebbe anche essere segno di infedeltà, di mancato controllo delle emozioni o di scarsa attenzione. Indipendentemente dalle circostanze, la forza negativa dell’abuso psicologico silenzioso (ATCH) può essere risolto da una terapia ambivalente, sia per l’abusante, che per la vittima.

L’abusante può cercare un aiuto professionale solo se e quando riconosce di essere il vero problema, mentre la vittima deve cercarlo per uscire dal rapporto manipolatore, prima che quest’ultimo le consumi la vita lentamente ed inesorabilmente.

Manipolazione: l’abuso Silenzioso – Il gioco della mente

Di Teresa Cooper

manipolazione ubbidisciLe forme di abuso conosciute sono molte, ma non tutti sanno cosa sia il “gioco della mente”, noto anche come la “manipolazione psicologica silenziosa”. Si tratta di un abuso pericoloso che consiste nell’ignorare volutamente una persona per danneggiarne la salute mentale: un vero e proprio sabotaggio alla vita e alla credibilità della vittima in questione, ovvero una delle forme più dannose di abuso che vede protagonisti un “abusante” (o predatore) e una “vittima”. Il tutto è reso ancora più difficile dal fatto che chi abusa è convinto di non essere colpevole, dato che “se non usano le mani per abusare fisicamente, non compiono un vero abuso”.ignorare una persona

Ovviamente è sbagliato! Si parla di abuso anche quando vengono ignorati i bisogni emotivi di qualcuno. Chi manipola psicologicamente una persona, la fa sentire inutile, la getta nella trappola della depressione, fino ad esporla a rischi decisamente gravi, un attacco lento e permanente sulla sua salute psicofisica.

Ignorare intenzionalmente qualcuno, significa negare ad una persona ogni tipo di attenzione emotiva; la vittima di abusi psicologici muore di una fame di amore, affetto, complimenti, comunicazione, elogi.

manipolazione - fa come ti dicoIl regolare rifiuto, è causa di un degrado psicofisico, in quanto nega a chiunque la possibilità di avere sane reazioni emotive e ignorare i bisogni emotivi di qualcuno, è sinonimo di un abuso mentale, detto anche abuso psicologico. È un abuso continuo e ripetuto, che ha lo scopo ben preciso di controllare, diminuire il benessere di un’altra persona per ferirla, punirla, danneggiarla o dominarla. Il predatore non è in grado di percepire a livello emotivo, l’estremo dolore e la terribile sofferenza che sta provocando alla vittima e non solo sarà capace di negare che il vero problema è lui, anzi dirà a se stesso e agli altri, che in realtà la vittima è lui.manipolazione televisiva

Si smette di essere vittima quando ci si trasforma in predatori aggressivi.

Chi abusa ha un cuore freddo, vive in un mondo tutto suo, è privo di buon senso e non si preoccupa minimamente delle sofferenze che è in grado di provocare. Non solo, il predatore viene anche visto dagli altri come una persona tranquilla, felice ed affascinante, una vera e propria colonna portante della società, dal carattere gentile, disponibile e premuroso: ed ecco che riesce così ad ingannare il mondo intero, facendosi passare per la vittima che in realtà non è.

ingranaggi mentali manipolatiUn classico comportamento dei manipolatori psicologici, è quello di etichettare i loro partner come dei soggetti con gravi disturbi mentali. L’abusante mette in scena un teatrino de “il diavolo e l’acqua santa”, portando la vera vittima ad essere malvista e rifiutata da tutti coloro che la ritengono una con “disturbi mentali”.

Quest’ultima, verrà respinta non solo dal suo abusante, ma verrà isolata anche da amici, colleghi di lavoro, familiari e conoscenti della vita quotidiana.impazzire per la manipolazione

Ogni abusante ha il bisogno di controllare e dominare costantemente la propria vittima, per questo motivo cerca l’approvazione e l’attenzione di coloro che lo circondano: vuole convincerli che la vera vittima è lui. Gli amici gli daranno dei consigli, alimenteranno il senso di pietà nei suoi confronti e tutto questo lo farà sentire ancora più potente, all’interno di un gioco malato contro il partner-vittima.
gabbia manipolatoriaLe vittime saranno quindi costrette a ritirarsi da qualsiasi attività sociale e dal lavoro, smetteranno di vedere la famiglia, dimenticheranno che cosa sia il divertimento, inizieranno a vedere tutto sotto una luce negativa, smetteranno di mangiare.. fino ad arrivare a problemi di salute più pericolosi e piangeranno da sole. Invieranno persino dei messaggi spaventosi per contrattaccare l’abusante, tuttavia ciò non farà altro che dare all’aggressore più forza e potere: parole che lui userà come un ulteriore pretesto per ignorare la vittima e farla apparire negativamente agli occhi degli altri.

L’uomo-predatore è sempre pronto a dimostrare la sua apparente innocenza, mostrando a tutti una realtà ben diversa.liberarsi manipolazione

La vera vittima invece, continua ad essere soffocata dai vari “giochi psicologici”, che prendono il sopravvento sulla sua vita, tanto che difficilmente potrà pensare ad altro, se non a ciò che le sta accadendo; lotta con se stessa, per capire se effettivamente è stata manipolata o se è lei veramente il problema; può iniziare ad avere comportamenti irrazionali a causa dello stress e dall’abuso psicologico.

L’abuso psicologico non è generalmente notato da chi sta fuori perché l’abusante appare come una persona forte, calma, premurosa e sincera, quindi la sua vera essenza è camuffata da una maschera sul volto di un amico che credono di conoscere molto bene.

Nel prossimo articolo affronteremo il tema del sapere o meno chi abbiamo vicini

 

Frequento una persona che fa sempre tardi

ritardoSi parla di persone che arrivano sempre tardi e in Italia abbiamo addirittura il famoso ‘quarto d’ora accademico’, quasi a giustificare una modalità che non ha nulla a che vedere con il vivere in un contesto di socialità integrata.

Nel 2013 in GB alcuni medici fecero addirittura una diagnosi di ritardatario cronico ad un soggetto adducendo problemi neuro-anatomo-biologico.

Diciamo la verità, una volta per tutte, il ritardatario cronico ha una patologia della personalità.

Motivifaccio sempre tardi

Dal punto di vista psicoanalitico si può sostenere, genericamente, che esiste un conflitto con l’autorità e tardando con chicchessia, si contrasta il senso di disagio che accompagna il soggetto lungo tutto il corso della giornata. In altre parole, il ritardatario esprime, in modo ovviamente non cosciente, il bisogno di disobbedire. A chi? Ovviamente all’autorità. Chi, meglio di un genitore esprime quel ruolo? Quindi arrivo in ritardo perché in tal modo disobbedisco e questo mi da un senso di potenza e riscatto.

Come ho detto sopra, l’interpretazione è ‘generica’. Per renderla specifica, dobbiamo affidarci solo al percorso analitico che svelerà all’analizzando quali sono le sue motivazioni inconsce.

Restando quindi sempre sul generico, possiamo anche dire che il genitore non deve essere necessariamente autoritario perché, al contrario, potrebbe anche essere stato iperprotettivo e quindi il ritardatario cronico potrebbe aver percepito, sotto forma di imprinting, di essere costantemente nella necessità di non deludere le attese della figura specifica che quasi sempre è la figura di attaccamento. Ecco che da quella fonte conflittuale, avviene un ‘trasferimento’ del senso di pesantezza e oppressione su altre persone che vengono percepite come ‘richiedenti’ sia in ambito professionale che amicale o relazionale.

Quindi, basta, non mi sottometto più, non obbedisco più, faccio ritardo anche per esprimere la mia autonomia. Protesto e contesto, quindi arrivo tardi.

perdere il trenoTale visione, che poi caratterizza la personalità ritardataria arriva, pur di affermare quando detto, a generalizzare questa forma di protesta al punto, ad esempio, di perdere treno, aereo, etc.

La sfida

Ecco un altro motivo (anch’esso inconscio) che può giustificare il ritardo che si può esprimere in una frase:’Arrivo tardi così vedo quanto tieni a me’. Un po’ come se facendosi attendere, il soggetto verifica se l’altro aspetta. Se aspetta, allora vuol dire che mi vuole bene. Se invece, al contrario, arrivo puntuale, tu penserai che io dipendo e sono sottomesso, insomma obbediente.

Indubbiamente una vita stressante per se stessi e per gli altri. Come uscirne?

Dal momento che tutto avviene ad un livello inconscio, di stress ce n’è poco escludendo gli improperi di coloro che attendono.

Il soggetto, anche se vorrebbe essere puntuale, non ci riesce. Non ci riesce perché è un atteggiamento che tipicamente viene appreso presto, forse già nell’infanzia (lo sperimentano le mamme al mattino, quando i figli dovrebbero prepararsi per uscire e invece si trastullano giocherellando). Anche con tutte le buone intenzioni, il ritardatario arriva puntualmente in ritardo. Il vantaggio secondario di questo tipo di personalità risiede nel fatto che nel corso della sua crescita, offre sicurezza perché può sempre giustificarsi dicendo che in quel tempo (del ritardo), ha fatto tantissime altre cose.sei in ritardo

Il ritardatario, per colui che attende, indubbiamente manca di rispetto. Inutile arrabbiarsi, oppure al contrario far finta di nulla. Unica cosa utile è tentare di richiamarlo all’ordine. E’ molto utile far vedere i vantaggi della puntualità (che per ogni caso specifico può essere diverso) e gli svantaggi dell’arrivare tardi. Ribadire che ci sentiamo disprezzati, o mancati di rispetto, è inutile. Lui già lo sa. Inoltre perchè esistonono i ritardatari? Forse perchè c’è sempre qualcuno che attende, come chi ancora attende Godot?

Anche i pazienti arrivano in ritardo. Quando lo fanno, evidenzio loro il numero dei minuti di ritardo e, al contrario, quando arrivano in orario, evidenzio la loro puntualità. Al momento non serve altro. Quando finalmente il paziente è in grado di comprendere gli aspetti psicologici e inconsci del suo far tardi, allora se ne comincia a parlare. Ecco che finalmente emerge un altro aspetto del transfert. Il paziente trasferisce su di me altre cose espresse in altro modo sopra e ritardando, mi sfida.

Oltre a queste osservazioni, ve ne sono altri che entrano un pò nel merito della loro personalità ma sotto aspetti più cognitivi e comportamentali

Scarpe che passione….strumento di seduzione o affermazione di se?

scarpa cenerentolaChi non ricorda la storia di Cenerentola? Una scarpetta le ha cambiato la vita.

Ma da dove nasce questa passione?

Le radici sono molto antiche; in Cina pare sia alla base della salute; per loro la bellezza era racchiusa in un piede piccolo; peccato che per le fanciulla era sinonimo di tortura, dal momento che per mantenerlo piccolo dovevano farlo entrare nella ‘scarpa del loto d’oro’; oltre a provocare danni all’osso (per impedirgli di crescere) impediva anche il movimento. E’ stata usato fino a pochi anni fa. Bellissima la descrizione che ne fa la Allende ne: ‘La figlia della fortuna’.scarpa cinese

Gli schiavi romani li lavavano ai loro padroni, Cristo ai suoi discepoli.

Oggi, dietro la scarpa che si indossa c’è sempre una donna con certe caratteristiche. Le donne con gli anfibi sembrano delle ‘dure’, mentre le super sexy portano i tacchi a spillo, le professioniste invece i mocassini.

Ma le cose non sono scritte nella pietra per cui non è difficile che in alcuni periodi della vita, magari in un momento di insicurezza oppure di piena esaltazione erotica la donna preferisce il tacco alto mentre in momenti di tranquillità possa preferire una bella elegante e comoda scarpa bassa.

scarpe essenzialiLe scarpe quindi, nel linguaggio non verbale, esteriorizzano una parte di noi. Chi la indossa , può essere visto in funzione di quella scarpa. Un po’ come dire: ‘dimmi che scarpa indossi, ti dirò chi sei’. Dal momento che la scarpa ci proietta nel mondo, diviene un veicolo più tollerato quando eventuali minacce attentano alla nostra sicurezza interiore. Ecco quindi che affidiamo a loro, eventuali tensioni e conflitti che preferiamo non esprimere in modo esplicito.

Aspetti compulsivi

tante scarpeLo shopping compulsivo che in questo caso potrebbe chiamarsi Shoes addiction, si addice a chi possiede almeno più di 60 paia di scarpe. Se ne hai 60 o più, la tua è un mania; una mania che però annovera ogni anno, un numero sempre crescente di shoppers.

Ma perché? Cosa si cela dietro questa mania? Gli psicoanalisti sostengono che dietro c’è un meccanismo di difesa, ovvero quello della compensazione. Dietro questa forma di compulsione, potrebbe celarsi un vuoto esistenziale. La scarpa, fornisce immediatamente una forte gratificazione.

Scarpe nei sogniscarpe e sogni

Ogni notte sogniamo e ogni sogno può essere interpretato secondo quando Freud ci ha insegnato. Accade quindi di sognare anche le scarpe. Interpretare un sogno non è semplice ma non impossibile. Devono esistere una serie di prerequisiti che ci aiutano in questa impresa. Tutte le ‘interpretazioni’ generiche sono prive di qualsiasi valore e devono essere accolte con molta circospezione. Tuttavia vorrei tentare di dare una chiave di lettura (generica, come dicevo sopra, quindi senza nessun valore se non quello di mera curiosità).

Proviamo a fare qualche ipotesi di sogno:

sogno di indossare scarpe strette, qualcosa di soffocante (relazione di coppia, amicale, genitoriale, etc);

se sogno di perdere una scarpa, potrei aver perso una relazione o la sto perdendo o sto meditando di interromperla;

non trovare il numero giusto è sinonimo di ansia, insoddisfazione, stare in pena per, sentirsi frustati per qualcosa che manca (un lavoro, un amore, un amico, più denaro, etc);bimba con le scarpe

se sogno di camminare scalzo o con scarpe rotte, forse penso di non essere in grado di affrontare una determinata situazione o far fronte ad una spesa, di questi tempi poi potrebbe essere un sogno ricorrente di molti;

non riuscire a scegliere tra tanti modelli di scarpe potrebbe indicare indecisione in diversi ambiti (sentimentale, lavorativa, etc);

perdere una scarpa e non riuscire a trovarla, potrebbe essere legato ad un rapporto che non va più;

Simbologia

Se il tacco, aiuta la donna ad innalzarsi di tanti centimetri, perché la donna vi fa ricorso?

Sicuramente una maggiore sicurezza (ad esempio donne che sono basse e che sentono questa cosa come un handicap). Ma dietro questo beneficio, cosa dice la psicoanalisi?feticismo piedi

Freud e Jung sostenevano che la scarpa ha a che fare con il feticismo maschile. Questa passione (per il piede) ha radici molto antiche quindi indubbiamente è ben radicato nella struttura inconscia di molti uomini.

È probabile che a nessun essere umano di sesso maschile sia stato risparmiato lo spavento dell’evirazione derivante dalla vista del genitale femminile.

Naturalmente non siamo in grado di spiegare perché alcuni individui, in seguito e a causa di questa impressione, diventino omosessuali, altri se ne difendano creando un feticcio e altri ancora, anzi la stragrande maggioranza degli uomini, la superi tranquillamente

Freud, Feticismo, 1927

 feticismo piedi1Freud aveva notato che per alcuni uomini il piede rappresenta una zona erogena molto forte e che la scarpa ne aumenta il potere erotico. Il tacco a spillo, oltre ad innalzare la donna, è percepito anche come forma di sottomissione in grado di dare, in ambito sessuale, sia piacere che dolore. Tale aspetto ambivalente è colto anche dalle donne che per piacere e piacersi, scelgono con molta accuratezza la scarpa giusta per l’occasione giusta.  

Ecco quindi che le scarpe, oltre ad essere ciò che sono, hanno anche una valenza importante nell’ambito della relazione uomo donna (personalità, stile, seduzione, etc)

Come abbiamo detto sopra, le donne (non tutte) amano riempiere le scarpiere per avere la scarpa per ogni occasione, si rappresentano nelle scarpe che acquistano e indossano, mentre per alcuni uomini, il piede e la scarpa hanno un richiamo erotico più forte di un fondo schiena o di una scollatura mozzafiato. Abbiamo anche visto che l’attrazione che uomini e donne hanno verso questo oggetto, è diversa. Per le donne è anche strumento di seduzione, per gli uomini anche possibile fattore di attrazione erotica. Come arriva la donna a scegliere la scarpa giusta? Perché, scegliere la scarpa giusta non è facile dal momento che la postura è legata al tipo di scarpa. Vediamo i diversi tipi di scarpe.

scarpa a spillo rossaTacchi a spillo

scarpe a spilloChi le ha inventate? Incredibile ma non è stata una donna, bensi un uomo anche se, un uomo molto solare, ovvero Luigi XIV. Evidentemente non era alto come desiderava e allora si è fatto costruire questa scarpa per ‘innalzarsi’ al di sopra dei suoi cortigiani.

La donna che sceglie questa scarpa, è tutta impegnata ad esaltare la sua femminilità, il suo fascino, la sua classe, etc. Camminare con i tacchi a spillo, inoltre, esalta la femminilità dal momento che la rende molto più sexy (e ogni uomo non può che condividere); fin qui, nulla di anomalo ma, se una donna le indossa sempre allora potrebbe tradire una forma di insicurezza (colmata dalla scarpa); queste scarpe, offrono un senso di sicurezza e assertività. Le scarpe diventano quindi un mezzo per superare le difficoltà che forse la donna si porta dalla fanciullezza e diviene un compagno insostituibile. Una sorta di oggetto transazionale, ovvero una specie di coperta di Linus. Una coperta che da adulto, bisognerebbe non averne più bisogno

ballerineLe ballerine

Per conquistare un uomo, oppure per emergere in società, oppure per sbaragliare la concorrenza, non servono le scarpe con i tacchi a spillo, magari rosse: le ballerine sono più che sufficienti. Chi le indossa, è una donna sicura di se, e che ritiene che lo stile e la classe non viene messa in pericolo da un paio di scarpe comode e pratiche. Qualcuno sostiene anche che indossare queste scarpe può essere sinonimo di creatività e di conseguenza anche di spiccato senso artistico. Gli artisti, si sa, non hanno bisogno di recitare o di porsi al centro dell’attenzione dal momento che confidano sul proprio talento e sulla propria sicurezza interiore. Forse anche per queste caratteristiche questo tipo di donne, non trovano nessuna difficoltà nell’affrontare le sfide quotidiane perché è senza pregiudizi e aperta a tutto ciò che si intona con la classe, la bellezza e l’eleganza. Al polo opposto (dal momento che si toccano) potrebbe anche esserci una donna che teme di essere vista come inaffidabile e futile. In tal caso meglio non lasciarsi condizionare e lasciar spazio ai propri punti di forza.

Scarpa sportiva

Le donne che amano la praticità e un look semplice (che poi oggi lo chiamiamo anche casual), oppure che si sentono (o vogliono sentirsi) giovani preferiscono indossare una scarpa sportiva. Ovviamente questo non vuol dire che indossano solo queste o che non sono alla moda, però preferiscono prevalentemente affidarsi a quel tipo di abbigliamento cosiddetto ‘trendy’. Chi le indossa è pragmatico e nei rapporti con gli altri preferisce un approccio franco e diretto. Indossare i mocassini potrebbe identificare una donna sobria, seria, che ama la comodità e prendersi cura del proprio benessere. Anche queste donne ovviamente amano sedurre ma la seduzione nasce dal presupposto che se stai bene con te stessa tutto e possibile.

stivaliCorrelazione tipo di scarpa – personalità

Francamente non credo molto a questo tipo di correlazione anche se, genericamente, è possibile (ma sulla base di stereotipi), fornire qualche indicazione.

Indossare scarpe trasandate potrebbe essere la scelta delle persone con difficoltà relazionali, prive di emozioni (perché represse) e incuranti del giudizio altrui; chi cammina firmato, potrebbe essere una persona ansiosa oppure, contrariamente alla precedente, molto interessato a tessere relazioni; anfibi e stivaletti le lasciamo alle persone aggressive, mentre quelle che ‘non puoi non notarle’ ovvero eccentriche, vengono indossate da frustrate oppure ribelli; tacchi altissimi si associano a imprevedibilità ed estrema femminilità mentre chi vuol dominare il maschio sceglie le zeppe; poi abbiamo anche i sandali, usati tendenzialmente da donne disinibite e inclini all’allegria; se le scarpe sono pulite in modo impeccabile, all’ultima moda, chi le indossa teme di essere abbandonata o scaricata e quindi :’…cosa non si fa per essere notate?’; non dimentichiamo le infradito (spontaneità), le ballerine (ingenuità) e il mocassino usato da personalità tendenzialmente caratterizzate dalla furbizia.

La morte dell’impiegato – Cechov

Di Anton Cechov

Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmitric’ Cerviakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binocolo Le campane di Corneville. Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine, ma a un tratto il suo viso fece una smorfia, gli occhi si stralunarono, il respiro gli si fermò… egli scostò dagli occhi il binocolo, si chinò e starnutì. Starnutire non è vietato ad alcuno e in nessun posto. Starnutiscono i contadini, i capi di polizia e a volte perfino i consiglieri. Tutti starnutiscono. Cerviakòv non si confuse per nulla, s’asciugò col fazzolettino e, da persona garbata, guardò intorno a sé per vedere se non aveva disturbato qualcuno col suo starnuto. Ma qui, sì, gli toccò confondersi. Vide che un vecchietto, seduto davanti a lui, nella prima fila di poltrone, stava asciugandosi accuratamente la calvizie e il collo col guanto e borbottava qualcosa. Nel vecchietto Cerviakòv riconobbe il generale civile Brizzalov, in servizio al dicastero delle comunicazioni.

«L’ho spruzzato! », pensò Cerviakòv. ‘Non è il mio superiore, è un estraneo, ma tuttavia è seccante. Bisogna scusarsi».
Cerviakòv tossì, si sporse col busto in avanti e bisbigliò all’orecchio del generale:
– Scusate, eccellenza, vi ho spruzzato involontariamente…
– Non è nulla, non è nulla…
– Per amor di Dio, scusatemi. Io… non lo volevo!
– Ah, sedete, vi prego! Lasciatemi ascoltare!
Cerviakòv rimase impacciato, sorrise scioccamente e riprese a guardare la scena. Guardava, ma ormai la beatitudine era scomparsa. Cominciò a tormentarlo l’inquietudine. Nell’intervallo egli s’avvicinò a Brizzalov, passeggiò un poco accanto a lui e, vinta la timidezza, mormorò:
– Vi ho spruzzato, eccellenza… perdonate… io, vedete… non che volessi…
– Ah, smettetela… Io ho già dimenticato, e voi ci tornate sempre su! – disse il generale che mosse con impazienza il labbro inferiore.
«Ha dimenticato, e intanto ha la malignità negli occhi», pensò Cerviakòv, gettando occhiate sospettose al generale. «Non vuol nemmeno parlare. Bisognerebbe spiegargli che non desideravo affatto… che questa è una legge di natura, se no penserà ch’io volessi sputare. Se non lo penserà adesso, lo penserà poi! …
Giunto a casa, Cerviakòv riferì alla moglie il suo atto incivile. La moglie, come a lui parve, prese l’accaduto con troppa leggerezza; ella si spaventò soltanto, ma poi, quando apprese che Brizzalov era un “estraneo”, si tranquillizzò.
– Ma tuttavia passaci, scusati. -disse. -Penserà che tu non sappia comportarti in pubblico!
– Ecco, è proprio questo! Io mi sono scusato, ma lui si è comportato in un modo strano… una sola parola sensata non l’ha detta. E non c’era neppure tempo di discorrere.
Il giorno dopo Cerviakòv indossò la divisa di servizio nuova, si fece tagliare i capelli e andò da Brizzalov a spiegare. Entrato nella sala di ricevimento del generale, vide numerosi postulanti e in mezzo ad essi il generale in persona, che già aveva cominciato l’accettazione delle domande. Interrogati alcuni visitatori, il generale alzò gli occhi anche su Cerviakòv.

– Ieri all’arcadia, se rammentate, eccellenza, – prese a esporre l’usciere, – io starnutii e… involontariamente vi spruzzai… Scus…
– Che bazzecole… che desiderate? – domandò il generale rivolgendosi al postulante successivo.
«Non vuole parlare! », pensò Cerviakòv, impallidendo. «É arrabbiato dunque… No, non posso permetterlo… gli spiegherò..’.
Quando il generale finì di conversare con l’ultimo postulante e stava per dirigersi verso gli appartamenti interni, Cerviakòv gli andò dietro e prese a disse:
– Eccellenza! Se oso incomodare vostra eccellenza, è precisamente per un senso, posso dire, di pentimento! … Non lo feci apposta, voi stesso lo sapete!
Il generale fece una faccia piagnucolosa e agitò la mano.
– Ma voi vi burlate semplicemente, egregio signore! – disse, scomparendo dietro la porta.
«Che burla è mai questa? », pensò Cerviakòv. «Qui non c’è proprio nessuna burla! É generale, ma non può capire! Quand’è così, non starò più a scusarmi con questo fanfarone! Vada al diavolo! Gli scriverò una lettera e non ci andrò più! Com’è vero Dio, non ci andrò più!
Così pensava Cerviakòv andando a casa. La lettera al generale non la scrisse. Pensò, pensò, ma in nessuna maniera poté concepire quella lettera. Andò il giorno dopo a spiegare di persona.
– Sono venuto ieri a incomodare vostra eccellenza, – si mise a borbottare, quando il generale alzò su di lui due occhi interrogativi, – non già per burlarmi, come vi piacque dire. Io mi scusai perchè, starnutendo, vi avevo spruzzato… ma non pensavo di burlarmi. Come potrei? Se noi ci burlassimo, vorrebbe dire allora che non c’è più alcun rispetto… per le persone…
– Vattene! – urlò il generale, fattosi d’un tratto livido e tremante.
– Che cosa? – domandò con un bisbiglio Cerviakòv, venendo meno dallo sgomento.
– Vattene! – ripeté il generale, pestando i piedi.
Nel ventre di Cerviakòv qualcosa si lacerò. Senza veder nulla, senza udir nulla, egli indietreggiò verso la porta, uscì in strada e si trascinò via. Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la divisa di servizio, si coricò sul divano e… morì.

Il disturbo bipolare e la personalità ciclotimica

Definizione

snc e ciclotimiaIl disturbo bipolare si distingue in maggiore (nei vecchi trattati psichiatrici veniva  anche chiamato ‘psicosi maniaco depressiva’) e minore e rappresenta l’1% della popolazione, colpisce entrambi i sessi, comincia dopo l’adolescenza, raramente dopo i 40anni.

Ce ne sono di diversi tipi: bipolare e ciclotimica (meno grave del bipolare, non compromette la vita lavorativa e relazionale,  ma che può evolvere vs il bipolare e durare più a lungo).

 Alle possibili cause di questo disturbo vengono riconosciuti fattori predisponenti dovuti a casi analoghi in famiglia, ma anche ad alterazioni specifiche in quelle aree cerebrali adibite al controllo dell’umore dell’affettività, degli impulsi ma anche ad alcune funzioni fisiologiche di base (sonno, appetito, sessualità, etc).la doppia faccia della ciclotimia

Nel disturbo ‘minore’ si trovano i cosiddetti disturbi minori, caratterizzati dal fatto che il soggetto è in grado sia di intendere che di volere e tendenzialmente è in grado di non superare quel limite, oltre il quale i soggetti ‘delirano’ ovvero hanno idee di se stessi e dell’ambiente prive di concretezza e quindi deliranti. Questi soggetti, mostrano un’alternanza dell’umore che va dalla tristezza all’euforia. Anche se non raggiungono i livelli patologici tipici della sindrome bipolare, nei casi gravi influenzano, a volte anche pesantemente, la vita del soggetto e quella delle persone a lei vicine. Il passaggio tra una fase e l’altra (oscillazione) può essere frequente e improvviso oppure può manifestarsi al cambio di stagione (ad esempio nel periodo primaverile). Il tipo di reattività può anche essere molto marcato; avremmo quindi difficoltà in ambito lavorativo, particolarmente rifiutanti verso tutto e tutti, oppure particolarmente desiderosi dell’approvazione altrui e anche tendenti alla eccessività (di alcol, di sostanze stupefacenti, di sesso, etc). In questa situazione può accadere di avere un picco di energia nelle ore serali e fino a notte inoltrata. Gli artisti, in questa fase potrebbero avere i loro picchi creativi.

euforicodepressoCome può oscillare l’umore

   Sto giù (quindi depresso) …. mi sento depresso e disperato

Essere depressi può in alcuni casi essere un fatto positivo (ci indica che qualcosa non va e ci suggerisce l’azione tesa alla risoluzione), tuttavia, in questa fase e in questa malattia, la depressione è molto, molto più intensa, al punto da compromettere la nostra quotidianità. Si assiste ad una serie di cambiamenti che possono essere relativi al pensiero (nessun pensiero positivo, nessuna decisione, nessuna concentrazione); allo stato emotivo (tristezza, pianto, disinteresse, irrequietezza, sfiduciati, senso di inutilità, irritabili e si, ahimè, pensieri suicidi); all’aspetto fisico (perdita di peso, insonnia, stanchezza, riduzione libido); al comportamento (iniziare o finire attività, pianto eccessivo, non incontrare persone).

   Mi sento ‘in forma’ (fase maniacale) sono felice (al settimo cielo)amore odio

In questa fase chiamata maniacale ci si sente benissimo e si è pieni di energia e positività. Le sensazioni che si percepiscono sono così estreme che possono influenzare tutto, anche la capacità di giudizio (in questa fase si fanno cose di cui poi ci si pente e le conseguenze sono spesso dannose). Infatti ci si sente invincibili e si prendono decisioni poco ponderate e il comportamento può essere anche pericoloso e poco congruo. In questa fase si hanno effetti sui fronti: emozionale  (ci si sente eccitati, felici, irritati con chi non condivide,  un ‘padreterno’); il pensiero (tante idee, ove si saltella da un’idea all’altra, a volte si possono anche avere allucinazioni uditive); l’aspetto fisico (pieni di energia, dormire meno, molto eccitato sessualmente); il comportamento (fare progetti irrealizzabili, molti attivi e dinamici, molto più loquaci, decisionisti ma con conseguenze dannose, shopping compulsivo, ludopatia, totalmente disinibiti).

In questa fase, il senso critico può svanire e ogni suggerimento alla cautela e alla calma da parte di amici, colleghi, famigliari, viene spesso percepita come offensiva e rifiutante. Insomma, in questa stato si perde di vista il senso della realtà.

ciclotimiaQuesto tipo di disturbo è tipico di persone che comunemente vengono definite come: umorali, drammatici, melodrammatici, etc. persone cioè che passano da uno stato di estrema felicità (mi sento al top, mi sento al settimo cielo, etc) allo sconforto e disperazione totale senza un motivo, o almeno senza un motivo evidente. Si passa dalla felicità (tipica nella fase maniacale) alla sofferenza indicibile (in quella depressiva).

Questi soggetti anche se non hanno comportamenti tipici dell’alienato, compiono azioni che creano seri danni alla loro vita relazionale. Questi ‘danni’ caratterizzano la loro personalità che può essere anche definita come narcisistica, istrionica, antisociale, borderline, passiva, aggressiva etc.

Quindi, se dovessimo descrivere i suoi sintomi diremmo che è una persona a volte depressa, molto ansiosa, emotivamente instabile ed è caratterizzata da conflittualità e turbolenza nell’ambito della vita relazionale ovvero con gli amici, in famiglia, al lavoro e con il proprio partner.

Il soggetto è rigido, ha perso l’elasticità e quindi la capacità di adattarsi a ciò che la realtà ci propone continuamente,

Quando inizia il disturbo

Difficile riconoscerlo, ma spesso coincide con l’aumento di problemi che si hanno verso la realtà che circonda il soggetto (difficoltà nelle relazioni, nel portare a termine gli abituali compiti), insomma la propria vita fatta di progetti, relazioni, tendenze etc.).

La sessualità nel disturbo bipolarela sessualità del ciclotimico

Come dicevamo sopra, in merito alle influenze sul pensiero, abbiamo citato il fatto che i pensieri ‘volano’ a tal punto che si fa fatica a starci dietro. La stessa cosa accade anche in merito al comportamento sessuale. Essendo anche meno inibiti la sessualità aumenta in modo travolgente e senza freni inibitori, assumendo anche la forma estrema di compulsività. Quello che prima era un soggetto normale o anche timido, diventa improvvisamente audace oltre ogni misura non solo verbalmente ma anche nelle azioni che comportano un’attività sessuale intensa e spesso anche sregolata.

psicoterapiaQuale terapia

Poiché in questo disturbo, il primo elemento coinvolto è l’umore, la terapia non può partire che dalla sua stabilizzazione. L’umore va stabilizzato riducendo sia la gravità che la frequenza di questi episodi definiti maniacali e depressivi. Ovviamente, queste cure tendono a prevenire le eventuali ricadute.

La cura, in particolare nei casi gravi, raramente può fare a meno del supporto farmacologico. Il rapporto analista-psichiatra è utilissimo ed ha lo scopo di comprendere quale può essere il giusto dosaggio farmacologico che in teoria dovrebbe ridursi man mano che gli effetti della psicoterapia diventano tangibili.

Io ritengo che non esiste un bisticcio tra la psichiatria e il sistema nervoso: sono cosciente che abbiamo un corpo e un cervello e che i disturbi psichici, in particolare quelli gravi, hanno una origine sia fisica che psichica. Insomma, io dico sempre: ‘… inutile fare gli eroi … se il farmaco aiuta, usiamolo ‘.

Sul piano psicoterapeutico è importante osservare le dinamiche transferali e lavorare per ipotesi che via via si consolidano oppure si abbandonano per altre più efficaci. Mai come in questo disturbo, i cambiamenti vanno perseguiti e il lavoro con il paziente va continuamente verificato ed eventualmente ipotizzare cambi di rotta, tutte tese verso la meta finale.

A mio avviso, la dialettica teoria/paziente va, senza dubbio centrata su quest’ultimo. Mai come in questo disturbo è importante adattare la teoria al paziente e ad i suoi bisogni e mai il contrario. Può sembrare un’affermazione ovvia e forse anche banale, ma non lo è assolutamente dal momento che spesso è accaduto e accade il contrario. Se si ha paura del paziente e/o del problema che ci porta, può essere utile rifugiarsi dietro la teoria, peccato che questo non aiuta il paziente ma momentaneamente solo il terapeuta. Il segreto quindi (ammettendo che lo sia) e non avere mai paura del paziente e del suo dolore ma tentare sempre e comunque di ‘capire’ chi è e cosa ci porta.

Dal punto di vista psicoterapeutico, quindi, è importante lavorare sul presente evidenziando le distorsioni tipiche della realtà che si hanno in entrambe le fasi ma anche cercando nel profondo, quei vissuti che possano aver contribuito. Grazie all’attività trasferale, sarà possibile favorire l’assimilazione di ‘oggetti buoni’ allo scopo di stringere un’alleanza terapeutica che permetta di individuare e rielaborare i vissuti inconsci (quasi sempre caratterizzati da un fatto semplice ma drammatico allo stesso tempo: quello di non essere mai stati capiti) che emergono nel corse delle sedute.

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