Categoria: Depressione

Effetti dell’insonnia sul cervello

Effetti dell’insonnia sul cervello

Quali sono gli effetti dell’insonnia sul cervello? Sembrerebbe, da uno studio fatto con i topi, che si possono avere danni al cervello, anche dopo soli 5 giorni continui di insonnia. Per questo e mille altre ragioni è molto importante dormire bene.

Effetti dell’insonnia sul cervello – lo studio

Sono stati condotti studi che dimostrerebbero che anche dopo pochi giorni, addirittura 5 di insonnia, sono sufficienti per creare danni alla guaina mielinica che ricopre i fasci nervosi.

Questi 5 giorni continui, lascerebbero ‘segni’ sul nostro cervello. Questi danni sarebbero a carico delle fibre nervose. Chiara Cirelli, della University of Wisconsin-Madison e Michele Bellesi dell’Università Politecnica di Ancona, hanno condotto uno studio sui topi (pubblicato sulla rivista SLEEP)che avrebbero evidenziato che la guanina mielina (una guaina che protegge e ottimizza il funzionamento delle fibre nervose), si riduce in soli 5 giorni di sonno disturbato.

Results

We find that g-ratio – the ratio of the diameter of the axon itself to the outer diameter of the myelinated fiber – increases after chronic sleep loss. This effect is mediated by a reduction in myelin thickness and is not associated with changes in the internodal length. Relative to sleep, plasma corticosterone levels increase after acute sleep deprivation, but show only a trend to increase after chronic sleep loss.

Conclusions

Chronic sleep loss may negatively affect myelin./( https://academic.oup.com/sleep/advance-article-abstract/doi/10.1093/sleep/zsy034/4850494?redirectedFrom=fulltext)

Bellesi spiega che hanno lasciato i topi svegli per 4,5 giorni (con un calo del sonno del 70%). Considerando che un uomo dorme mediamente 7 ore per notte,  per riprodurre gli stessi risultati l’uomo dovrebbe dormire solo 2 ore a notte per 4 giorni e mezzo di seguito.

Con questa riduzione del sonno gli effetti sui topi sono stati evidenti e anche abbastanza veloci.

Il risultato? Quello che abbiamo detto sopra, riduzione dello spessore della guaina mielinica. Questa struttura è importantissima per il funzionamento del cervello.

Provate a pensare ad un impianto elettrico dove i cavi sono senza guaina oppure con una guaina sottilissima o che si assottiglia ogni giorno di più. Ci sarebbero seri problemi di funzionamento nella gestione dell’energia elettrica nella vostra casa.

Dormire solo 2 ore per notte, per 4,5 giorni sarebbe una situazione pressoché rara se non impossibile ma, Bellesi ci informa che accadrebbe lo stesso dormendo solo 5 ore ma ovviamente per più settimane.

I ricercatori ammettono che al momento ignorano se questo deficit, nel lungo tempo permane (in fondo quest’esperimento è il primo effettuato con queste caratteristiche. Di fatto i danni strutturali dovuti alla mancanza di sonno, possono verificarsi anche ad una struttura apparentemente poco influente, come la mielina, che all’interno del nostro sistema nervoso è abbastanza stabile.

Accadrebbe la stessa cosa all’uomo? Da dimostrare, sostengono gli scienziati. Suggeriscono di effettuare, in soggetti con insonnia cronica, la tomografia ad emissione di positroni (la PET) per verificare se la mancanza del sonno, ha avuto effetti  sulla dimensione della mielina.

Figli di genitori con disturbi mentali

Frequento una persona i cui genitori soffrivano di disturbi mentali

Quali sono gli effetti sui figli ove un genitore o entrambi, soffrivano di una qualche forma di disagio mentale? Una domanda tutt’altro che  peregrina, dal momento che sono propri i nostri genitori che ci iniziano alla vita e ci aprono la strada verso il mondo. Sono interessanti gli studi sulle figure di attaccamento di Bowlby ove viene spiegato quali possono essere le possibili conseguenze.

Oltre agli studi di Bowlby, molti altri ne sono stati fatti tra cui quello del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Pittsburgh; questo studio, condotto nel 2009, ha evidenziato che se hai un genitore bipolare, tu, figlio, hai il 14% in più di sviluppare la medesima patologia. Se invece il disturbo lo hanno entrambi i genitori, le possibilità aumentano. Aumenta anche la possibilità che tu possa avere problemi di natura psicosociali.

la Concordia University, in Canada, ha fatto un’altra ricerca analoga (ovvero genitori con disagio); questi ragazzi, avrebbero maggiori difficoltà nel regolare l’emotività e i comportamento.  La equipe,  (Mark Ellenbogen ne era il coordinatore), ha rilevato che in ambienti famigliari particolarmente stressanti, può accadere che i parametri biologici possano modificarsi al punto da destabilizzare l’umore. Infatti, i figli di cui stiamo parlando, hanno durante il giorno, il livello di cortisolo più elevato degli altri. Il cortisolo è un ormone che viene rilasciato ogni qualvolta ci troviamo in una situazione di stress.

Cosa fare con genitori bipolari

Per evitare che il disagio dei genitori abbia ricadute negative sui propri figli, un ruolo determinante viene affidato alla prevenzione. Attraverso un intervento precoce, i ricercatori canadesi hanno attivato un progetto teso a ridurre tutte le situazioni di stress all’interno delle famiglie con genitori bipolari e figli tra i 6 e gli 11 anni, inizialmente iniziando con quelli a maggior rischio.

Il team ha operato su due aspetti:

  • Genitori: per migliorare e ottimizzare la comunicazione, e nel gestire situazioni concrete della vita quotidiana in maniera più funzionale;
  • Figli: i figli con genitori con disturbi di salute mentale rischiano continuamente di essere abbandonati a se stessi, ed un supporto è necessario per fornire loro quel supporto emotivo che potrebbe arrivare distorto (dai loro genitori). I bambini devono crescere, sviluppando competenze e abilità, nel gestire lo stress tramite giochi formativi ed educativi ed attività fisiche in sintonia con la loro età.

Se si gioca d’anticipo, allentando lo stress e favorendo (all’interno di queste famiglie) una comunicazione più efficace, è prevedibile che sia possibile evitare che la vita di tutti i giorni si mantenga entro limiti accettabili riducendo il rischio di malattia anche per i figli.

Un altro grave rischio ci viene da quello relativo all’eventuale distacco dalla famiglia. Questo può avvenire ad esempio in seguito all’ospedalizzazione di uno dei genitori, che raramente sono di breve durata; in questo caso, il distacco potrebbe minare il legame con quel genitore, venendo a mancare tutta quelle serie di attività che prima venivano svolte quotidianamente, mettendo ulteriormente in crisi il rapporto genitori-figli. In queste situazioni, il bambino si sente come minimo, poco curati, abbandonati, non amati, isolati, …

Ciò che quasi sempre accade (e lo vedo quotidianamente nel mio lavoro di terapeuta) al bambino, ciò che potrebbe accadere, è l’insorgenza di un sentimento difficile da assorbire: il senso di colpa. I bambini si convincono di essere la causa della malattia del genitore. Si sentono responsabili e quindi vengono assaliti d ansia, abbandono, tristezza,… questi sono i sentimenti dominanti che provano bambini che crescono in questo contesto. Capita anche, e spesso, che debbano essere proprio loro a prendersi cura di questi genitori. Ad esempio una bimba di 8-10 anni con una mamma malata, inevitabilmente sarà lei a prendersi cura del resto della famiglia: sarà lei ad accompagnare a scuola i fratellini/sorelline più piccoli; sarà lei che si occuperà del vitto; sarà lei che si occuperà della pulizia della casa; sarà lei che ….

La depressione. Cosa è.

Cosa è la depressione

Cosa è la depressione, iniziamo leggendo insieme la definizione tecnica presente sul ‘librone’ delle malattie mentali il Il DSM 5 anche per essere sicuri non confonderla con altre patologie.

DSM sta per Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali); il 5 sta per la versione che poi è l’ultima (almeno ad oggi).

Nel DSM troviamo che il Disturbo Depressivo Maggiore rappresenta un quadro clinico che è caratterizzato da un umore depresso con perdita di piacere o interesse per tutte quelle attività che normalmente prima venivano svolte quotidianamente. Tale stato dura da tempo (minimo due settimane). Ma non basta questo calo dell’umore, infatti servono almeno altri 5 sintomi tra tutti quelli che seguono.

Peso: assistiamo ad una perdita/aumento di peso significativa e quindi insolita.

Disturbo del sonno: eccessivo tempo speso a dormire (più di 9-10 ore al di), oppure insonnia.

Motricità: agitazione/rallentamento sia psichico che motorio tutti i giorni.

Stanchezza: sentirsi affaticati, stanchi, senza forze tutti i giorni. In merito alla stanchezza cronica (tipica della depressione), spesso si assiste ad un paradosso: tornando al lavoro, il senso di stanchezza diminuisce sensibilmente. Il senso di stanchezza che si prova durante la depressione non va attribuita quindi alla stanchezza fisica bensì a quella emotiva. Ecco che, tornando al lavoro, la stanchezza mentale sparisce dal momento che impieghiamo l’energia psichica in qualcosa di concreto e non a rimuginare su cose spesso inesistenti.

Autostima: provare sensi di colpa continui e spesso senza una reale giustificazione ed autoesprimere sentimenti tesi a svalutare continuamente la propria persona.

Concentrazione: incapacità di concentrarsi, essere continuamente indecisi.

Pensieri di morte: pensare continuamente alla morte, oppure al suicidio. Questi soggetti si sentono assolutamente inadeguati e di peso sia per la famiglia che per gli amici che invece, tentano in ogni modo di stimolarlo per tornare ad essere la persona attiva e spensierata di prima; cosa che per lui, al momento, è impossibile e quindi tutti i pensieri gravitano intorno a questo vortice.

Altri sintomi: calo della libido, pessimismo, deficit di memoria, irritabilità, pianto continuo, mancanza del sorriso, ansia, etc.

Nell’insieme, il depresso smette di prendersi cura di se, smette di lavorare, non ne ha più voglia, non ne vede il senso; smette di fare attività sportiva e, grazie al calo della libido smette di avere rapporti sessuali. Non ha voglia di nulla, tutto gli è insopportabile e di qualsiasi cosa, non ne vede la ragione per affaticarsi. E’ tutto inutile. Un pò come ci dice Amleto:

ho perso tutto il mio brioso umore, tralasciato ogni usata occupazione; e ciò grava a tal punto sul mio spirito che questa bella struttura, la terra, mi sembra un promontorio senza vita, questo stupendo baldacchino, il cielo, questa splendida volta, il firmamento, questo tetto maestoso, ingemmato di fuochi d’oro… ebbene, per me non è nient’altro che un odiato pestilenziale ammasso di vapori. Che sublime capolavoro è l’uomo! Quanto nobile nella sua ragione! Quanto infinito nelle sue risorse! Quanto espressivo nelle sue movenze, mirabile: un angelo negli atti, un dio nell’intelletto! La bellezza dell’universo mondo! La perfezione del regno animale! Eppure che cos’è agli occhi miei questo conglomerato di terriccio? L’uomo per me non ha alcuna attrattiva… e nemmeno la donna, …’  Amleto, atto primo scena seconda

Per il depresso, il momento peggiore è la mattina dal momento che si sveglia ed è già stanco ed ha davanti a se una lunga giornata da affrontare, e tutto ciò viene vissuto come insopportabile ma anche con paura.

In merito ai pensieri, non possono che essere tutti incentrati sul pessimismo, e quindi con un futuro tutt’altro che roseo, ci si sente responsabili di tutto, ci si svaluta continuamente. Le frasi tipiche e ricorrenti che caratterizzano il depresso sono: non riesco a decidere, sono un perdente, va tutto male, è colpa mia, sono un peso per tutti, ho fallito in tutto, e in merito alla ruminazione il suo commento tipico è: non riesco a non pensarci.

Sul piano comportamentale tendono ad isolarsi, svolgono il minimo indispensabile, la normale vita quotidiana di una volta è solo un vago ricordo perché tutto viene tralasciato. Possiamo assistere anche ad esplosioni d’ira, con rilievi sul piano verbale che fisico. Possiamo quindi assistere a rotture di oggetti ma anche ad aggressioni con insulti.

La depressione. Cosa non è

La depressione. Cosa non è

Conoscere la depressione e in particolare cosa è la depressione, è importante, perché offre una chiave di lettura dello stato della nostra anima e di conseguenza ci offre la possibilità di orientarci in modo consono e funzionale.

Evitiamo quindi di considerarci depressi quando, ad esempio stiamo attraversando un periodo difficile, negativo quanto vogliamo ma passeggero. E’ naturale che in situazioni frustranti  ci possa essere la tendenza e vedere tutto nero. E’ un periodo passeggero, non uno stato depressivo.

La depressione non definisce uno stato di tristezza dal momento che è un disturbo clinico. Se siamo tristi perché qualcosa è ‘andato storto’ e ci sentiamo quindi con il morale sotto i piedi, oppure guai a chi ci infastidisce perché altrimenti ‘ce lo mangiamo’, oppure sentiamo tutto il peso del mondo sulle nostre spalle, non siamo depressi ma reattivi ad una specifica frustrazione. E’ uno ‘stato’ che dura un tot tempo e poi passa. Non siamo depressi.

Il depresso vero non lo è per un periodo transitorio; possono passare settimane, se non mesi di ‘buio profondo’, ove ci si sente angosciati, paralizzati, senza riuscire ad attribuirlo ad un fatto specifico e soprattutto consci del fatto che l’eventuale effetto scatenante non giustifica la reazione che agli occhi nostri e di coloro che ci circondano può sembrare sproporzionata.

Se abbiamo un lutto, è normalissimo essere tristi, privi di energia, percepire una mancanza di senso in tutte le cose che ci circondano, viste come puerili, banali, cosi come ad esempio accadeva ad Amleto, dopo la morte del padre, al punto che madre si vede costretta a dire:

‘Amleto, caro, togliti di dosso quel colore notturno, ed il tuo occhio riguardi da amico colui ch’è ora il re di Danimarca; non andare cercando di continuo con quelle palpebre sempre abbassate il tuo nobile padre nella polvere. È legge di natura – lo sai bene – che ciò che vive deve pur morire, dal mortale passando all’immortale’

In questa situazione, la tristezza e quanto altro descritto sopra, ha un nome ben specifico ovvero: ’elaborazione del lutto’. Anche in questo caso, non parliamo di depressione. Se ci muore un parente caro, oppure l’amica del cuore, è naturale essere tristi o piangere anche per qualche giorno. Non ha senso preoccuparsi al punto da sentirci costretti ad andare dal medico o essere indotti a ricorrere al sostegno di un antidepressivo. Non serve e potrebbe essere dannoso.

Se hai un lutto e piangi, è normale. Se invece non riesci ad esprimere il dolore con il pianto, lo è meno, sarebbe più preoccupante. Se dopo 5 o 6 mesi lo stato di abbattimento perdura, allora potrebbe essere utile chiedere un consulto ad un professionista.

Una persona depressa non è ne pigra ne scarsa di volontà. La depressione è una malattia non una mancanza di volontà. Non basta voler star bene.

La depressione non è una condanna, dal momento che si cura. Solo se non trattata può volgere verso la cronicità e con un peggioramento dello stato dell’umore. Le eventuali ricadute saranno più frequenti, più durature, più dolorose.  Però opportunamente curata, porta alla guarigione.

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Cosa vuol dire essere in lutto

Quando perdiamo un ‘qualcosa’ che per la nostra vita è significativa e importante, avviene dentro di noi una specie di adattamento nei confronti di quella perdita, dal momento che stare senza quella cosa (che può essere un oggetto, una persona, un lavoro, …) perdiamo una parte di noi. Il lutto quindi è quella fase (più o meno lunga) necessaria per operare quel recupero.

In modo più specifico però, si usa il termine ‘stare in lutto’ per far riferimento alla perdita (decesso) di una persona a noi cara con la quale avevamo un rapporto molto stretto. Quali sono le tipiche reazioni ad un evento così traumatico?

Quando accade un evento così traumatico, il dolore che si prova è indubbiamente grande,  un dolore direttamente proporzionale alla profondità della reazione ma anche a quanto improvvisa e imprevista si è verificato. Se ad esempio si tratta di un congiunto molto anziano e malato da tempo, l’impatto emotivo sarà diverso da una perdita di un congiunto giovane deceduto per motivi accidentali e assolutamente imprevedibili (ad esempio un incidente automobilistico). Ad ogni situazione luttuosa troviamo certamente il coinvolgimento di una o più emozioni ma che anche può coinvolgere altri aspetti come ad esempio un declino fisico più o meno lungo, oppure relativo a persone vicine, ma anche la conclusione di una relazione significativa.

In situazioni come questa la risposta più immediata e naturale non può che essere il dolore che viene vissuto ‘ognuno come gli pare’, dal momento che la diversità è una caratteristica tipica degli esseri complessi (e l‘essere umano è il più complesso dell’universo), ma il lutto attraversa anche alcune fasi ben specifiche. Nasce dal riconoscimento di ciò che si è perso e continua anche in seguito, se si rifiuta di operare una reazione adeguata. Le risposte, come dicevamo sopra sono relative, ovvero al caso specifico ma anche al background socio-culturale del soggetto. Dal punto di vista emozionale (sia che si trattino di emozioni primarie che di secondarie), assistiamo invariabilmente a reazioni emotive che comprendono il pianto, la tristezza, un atteggiamento depresso, rabbia, senso di colpa, stupore,accettazione, incredulità, rifiuto, …

Quando il dolore è grande, incontenibile, un comportamento tipico comprende un pianto dirotto, insonnia, scarso rendimento sul lavoro, .. e, come ovvio che sia, una reazione naturale al fatto, il vuoto è enorme, si fa difficoltà ad accettare, la perdita è incolmabile, …

Una volta assorbito il colpo, la negazione della perdita viene sostituita dalla rabbia che viene orientata verso tutti (medici, infermieri, il padreterno, il partito, la scuola, la chiesa, gli altri, lo stesso defunto,…)  i sensi di colpa si esplicano con frasi che richiamano azioni non fatte e che invece si potevano fare.

Il tono dell’umore, se le emozioni risultano incontenibili, può variare, anche in modo preoccupante e come dicevamo sopra, tutto ciò può essere normale se  la persona era molto importante per noi, e morendo, si è portata via qualcosa di profondo e radicato.

La natura del dolore ha tutta una serie di relazioni che coinvolgono l’apparato psichico, quello sociale, quello emotivo ed ha riflessi anche sul fisico e quindi va, sostanzialmente inquadrato da un punto di vista olistico.

Le reazioni fisiche possono avere riflesso sul ciclo sonno-veglia,  portare a disturbi alimentari (p.es calo appetito), calo delle difese immunitarie e quindi rischio di ammalarsi, problemi generici di natura fisica. Tra quelle mentali, si può passare da un’alterazione dell’umore (scatti d’ira improvvisi, tristezza, malinconia, …), senso di disperazione (‘e ora come faccio’), aumento dell’ansia, inasprimento del senso di colpa, … quelle sociali  attengono al rifiuto di lavorare, vedere amici, problemi con la famiglia, …

In sintesi quindi, ed in relazione all’intesità che si aveva con la persona deceduta, avremmo un dolore (e con tutta la sua pletora di specifiche reazione), la presenza di pensieri ossessivi e costanti, eventuali problemi di natura fisica, eventuali sentimenti di colpa, una sorta di ostilità aspecifica (orientata più verso il mondo che persone o situazioni specifiche) e cambiamenti comportamentali più o meno evidenti per giungere, in alcuni casi, in particolare se in età giovanile (preadolescenza ed adolescenza) anche cambiamenti del carattere che possono essere anche strutturali.

Il lutto – significato

Il lutto quindi è la risposta tramite il quale ci si adatta alla perdita; tale modalità è direttamente collegata al contesto dal momento che in ogni cultura ci si attende un determinato comportamento.

– È dolce e commendevole, Amleto, in te, il rendere a tuo padre tutto questo tributo di cordoglio; … Ma incaponirsi in un lutto ostinato, è atteggiamento d’empia testardaggine un non virile modo di soffrire, .. Diamine! Questa è colpa contro il cielo, contro chi è morto, contro la natura, ma soprattutto contro la ragione, cui la morte dei padri è tema usuale, …’

Amleto SCENA II – Sala nel castello di Elsinore

In merito alle cause, la reazione dipenderà anche dalle circostanze che l’hanno determinata, ma anche dal ruolo che la persona aveva che genererà specifiche reazioni alla perdita.

Pensiamo ad esempio alla perdita del coniuge, chi resta, oltre al dolore immenso per la perdita dovrà anche sobbarcarsi un’enormità di fatti e decisioni in merito alla organizzazione delle funerale, degli aspetti finanziari ed economici, gestire il tutto con il lavoro, i figli, il tutto in un momento ove servono tante energie che non si possiedono. Immaginiamo ad esempio come può essere difficile dirlo ai figli, soprattutto se sono piccoli; immaginiamo gli aspetti finanziari, se il coniuge deceduto era l’unico che aveva un reddito sicuro e su cui la famiglia reggeva le proprie sorti.

Pensiamo invece alla morte di un figlio, piccolo o grande che sia. Per un genitore credo non ci sia nulla di più devastante. Una perdita del genere suscita un’infinità di emozioni tra cui quello del senso di ingiustizia (‘ma come, così giovane, no…non è giusto’, ‘quante cose avrebbe potuto fare’, etc. ). Ci si sente responsabili, anche se al di fuori di ogni umana responsabilità..

Quando ci muore un genitore, la perdita in termini emotivi è profonda e il dolore è devastante; a ciò si associa un senso di paura e di profonda tristezza. Anche in questo caso l’intensità del dolore è intimamente legata ad una serie di fattori tra cui il tipo di rapporto, il sesso, l’età, gli eventuali aspetti religiosi, eventuali precedenti esperienze di decessi, etc..). con la perdita di un genitore si perde un consigliere e un amico, da cui inevitabilmente il senso di solitudine è più accentuata anche se la famiglia e il giro di amici non ci fa mancare il sostegno. Dopo il colpo iniziale giunge una consapevolezza profonda: ‘nulla sarà come prima’.

Il dolore, come si sa, ha svariate sfumature e in particolare, il dolore legato al lutto ne ha uno specifico legato al cosiddetto dolore anticipato. Si verifica tutte le volte in cui ci troviamo a dover affrontare un caso di malato terminale, un caso in cui parenti e amici, attendono una morte annunciata.

Il dolore non cambia, cambia solo il fatto che tutti hanno il tempo di abituarsi alla perdita, ma per il resto è assimilabile a ciò che abbiamo visto prima. Ciò non esclude che quando il fatto diviene realtà, anche se preparati, l’esplosione di dolore sia più mitigato. Infatti anche se sappiamo in anticipo ciò che accadrà, il dolore successivo non sarà né facile né più breve. L’attesa del decesso può creare un attaccamento più forte e di conseguenza dopo, la sofferenza e l’elaborazione del lutto potrebbe essere più profonda.

Il dolore, dal punto di vista emozionale, può essere difficile da controllare e spesso assistiamo a reazioni ove le sue naturali espressioni potrebbero non manifestarsi. Il soggetto in questione potrebbe aver accettato di negarlo ma, prima o poi i conti devono tornare e prima o poi, tutto il dolore che abbiamo voluto sommergere torna a galla in tutta la sua prorompente distruttività, determinando una possibile caduta nella malattia fisica e/o psichica.

Evitiamo quindi di negare l’evidenza, lavoriamo costantemente sul dolore, lasciamolo esprimere. Il dolore è come un fiume in piena, lasciamolo scorrere, cercare di contenerlo può fare più danni di quanto sembrerebbe. Se notiamo tali comportamenti in un nostro amico oppure un congiunto, cerchiamo di intervenire in modo opportuno.

Il lutto ha un lavoro, spesso gravoso; nessuno ci si può sottrarre se vuole mantenere l’anima in buona salute. Dobbiamo fare tutto ciò che serve per tornare alla normalità, per ritrovare quel ‘senso’ che la perdita potrebbe aver fatto smarrire. Dobbiamo ‘ricostruire’ il mondo anche senza quella persona e dobbiamo, nel caso, attivarci per creare nuovi rapporti con i tempi e modi che ogni individuo ritiene consoni.

Rivolgersi a nuove conoscenze, non equivale, come qualcuno potrebbe pensare ad un tradimento, ma è un modo per veicolare l’energia (di cui siamo fatti) verso nuove scoperte emotive. La persona scomparsa non verrà mai più dimenticata (la perdita di una persona cara è sempre un trauma e i traumi non si cancellano mai) e la carica affettiva che avevamo non verrà mai eliminata.

Il processo della elaborazione del lutto passa più o meno tra queste fasi: desiderio di riportare in vita la persona (come nei traumi, il ricordo continuo del trauma stesso, altro non sarebbe che il desiderio di tornare all’attimo prima dell’evento traumatico, proprio per poterlo evitare – se lo avessi saputo avrei potuto fare …),  momento in cui si vive una profonda disorganizzazione (lavoro, casa, amici, parenti,…), ovviamente l’emozione più forte è quella della tristezza e poi, infine, la fase della riorganizzazione.

Lungo queste fasi, sicuramente la depressione (più o meno reattiva) potrebbe farci compagnia, ed è una cosa anche abbastanza naturale ma, qualora la sintomatologia perdura e non ci permette di recuperare uno stile di vita adattivo in tempi consoni, potrebbe essere utile valutare la possibilità di usufruire di un aiuto professionale

La memoria e il sonno

La memoria e il sonno

Quali effetti ha il sonno sulla memoria? O meglio, quanto c’è di vero sul fatto che dormendo bene si hanno affetti benefici sulla memoria?

La memoria e il sonno – Effetti benefici del sonno

Uno studio sostiene che esistono effetti benefici ma non solo, dal momento che tali effetti si ripercuotono anche sulla capacità di recuperare vecchie conoscenze, apprese quindi in precedenza.

Era già stato evidenziato in passato che, dormire bene, quindi profondamente, aiuta molto la nostra memoria ad essere più adattiva e flessibile.

La ricerca, condotta dalla Università di York, grazie ad una ricerca specifica, ha dimostrato che è grazie al sonno che vecchie e nuove informazioni ne migliorano l’efficienza. Quando ricordiamo qualcosa, secondo gli esperti, avviene un ulteriore aggiornamento della stessa, che si arricchisce ulteriori informazioni che erano presenti in quel momento specifico del ricordo stesso.

Ciò vorrebbe dire che il cervello, invece di scrivere sopra i vecchi ricordi, archivia e genera ulteriori versioni di quella specifica esperienza. Cioè, il cervello farebbe un ‘versioning’ di quel specifico ricordo.

Utilizzando la terminologia word che oramai tutti conoscono, non fa solo ‘salva’ (mantenendo quindi la versione originaria), ma fa anche: ‘salva con nome’ .

Esattamente come accade con il word, salvando diverse versioni, alla fine non ci si capisce molto e quindi si corre il rischio di fare un po’ di confusione.   

I risultati di questa ricerca sono stati divulgati dalla rivista Cortex; questo è l’articolo in originale Memory Consolidation in Sleep (https://www.york.ac.uk/psychology/research/facilities/slam/research/sleepconsolidation).

Ricordiamo inoltre che esiste una forte correlazione tra i disturbi del sonno e la depressione (while sleep disturbances are commonplace in major depression, affecting up to 90% of patients) e che in merito alla ricerca in questione, c’è un ulteriore comprensione del fenomeno, dal momento che è stato possibile dimostrare il rafforzamento delle nuove ma anche vecchie ‘versioni’, il che si traduce in una migliore e più vivida esperienza che giace nei nostri ricordi. Il risultato più confortante è che riusciremmo ad usare meglio la memoria, aumentandone l’efficienza (quindi cari studenti, dormite di più, soprattutto la sera prima degli esami o di una interrogazione importante) ma anche di aggiornare la nostra visione del mondo adattando meglio i nostri ricordi, il tutto a vantaggio delle future esperienze.

La memoria e il sonno – Lo studio nel dettaglio

Sono stati usati due gruppi di soggetti a cui era stato chiesto di ricordare in merito ad alcune parole (precedentemente proiettate su uno schermo) in quale posizione (dello schermo) erano collocate. Poi venivano presentate le singole parole di cui sopra. Queste parole venivano proiettate. I soggetti erano invitati a ricordare in quale punto dello schermo si trovavano durante la prima somministrazione. Uno dei due gruppi fu messo a dormire per circa 90 minuti, contrariamente all’altro che invece doveva restare sveglio. Nella seconda somministrazione entrambi i gruppi avevano gli stessi ricordi. Da ciò si evince che il ‘save’ ha funzionato. Quindi, nel loro cervello c’è un nuovo ‘file’ salvato.

Dopo aver confrontato le risposte tra i due gruppi (di cui uno ha dormito), è stato notato che chi ha dormito ha fornito risposte più esatte, in merito alla posizione originale e alla posizione aggiornata (ciò a cui è stato chiesto di ricordarla). Questa differenza  prestazionale è stata attribuita dai ricercatori al fatto che il sonno ha rafforzato entrambi i ricordi (quella immediatamente dopo la visione e quella data al risveglio).

Il ricercatore (Professor Gareth Gaskell) ha concluso sostenendo che lo studio rivela un fatto incontestabile: il sonno protegge e facilita ciò che lui chiama ‘aggiornamento di ricordi adattivo

‘One possible explanation is that the external reactivation serves as a trigger for transferring new memories from temporary storage in the hippocampus to more permanent and robust storage in the neocortex of the brain.’

Il gruppo che ha dormito, avrebbe quindi rafforzato la memoria su entrambe le posizioni. L’esperimento avrebbe quindi dimostrato che grazie al sonno, una singola esperienza viene consolidata proprio attraverso un sonno profondo.

Ma, questo esperimento ha anche evidenziato che, esistono diverse versioni della stessa esperienza. Quindi, con il passare del tempo, dal momento che la memoria può attingere a tutte le versioni di quel ricordo, è alto il rischio di averne una visione distorta. In altre parole, potremo ricordare cose diverse di uno specifico evento.

Quante volte, specialmente con vecchi amici, capita di ascoltare un racconto, vissuto anche da noi, ma privo di certi dettagli (che a noi sono rimasti impressi), oppure di averne altri che avevamo persi? Ma anche, quante volte ci è capito di sentirci dire: ‘ricordi male, il fatto è andato diversamente’

La solitudine indebolisce l’organismo

La solitudine indebolisce l’organismo

Possibile che la solitudine ha influenze sulla fisiologia umana?

Sembra di si, almeno così sostiene un neuroscienziato di Chicago, che avrebbe dimostrato che permette di attivare meccanismi fisiologici in grado di aumentare del 14% il rischio di morte.

Quindi, la solitudine va considerata una malattia. Lo afferma John Cacioppo, che da anni, in qualità di neuroscienziato, si occupa allo studio di questa situazione. Ma come accade? Il sentirsi soli, provoca delle reazioni fisiologiche che agirebbero sul sistema immunitario.

In alcune ricerche (The neuroendocrinology of social isolation),, Cacioppio aveva dimostrato che la solitudine innalza il rischio di morte, e che il sistema nervoso di chi ne soffre, vive in un perenne stato di allerta, che in altri termini vuol dire che il soggetto è più recettivo agli stimoli sociali. Dietro quest’atteggiamento giace un paradosso: chi soffre di solitudine rifiuta gli inviti, non fa nulla per uscire dall’isolamento aumentando così il proprio malessere. Secondo il ricercatore, tale atteggiamento si giustifica con il fatto che porsi al di fuori del perimetro sociale oltre ad essere molto triste è anche molto pericoloso e il cervello si comporta come se fosse in costante allerta per difendersi dalle minacce che vengono dall’ambiente. Questa soglia costantemente alta e il relativo stress, indeboliscono l’organismo del soggetto.

Di seguito vengono riportati i risultati dello studio.

  • STATO DI INFIAMMAZIONE CRONICA
    • Dall’analisi dei leucociti, emergerebbero due cose: maggiore fragilità verso i virus, e attivazione di quei geni che hanno relazione con i sistemi infiammatori. Questi risultati non sono generici ma specifici e non sono associabili da altre patologie come la depressione oppure lo stress ma attengono alla solitudine. Lo studio ha visto il coinvolgimento di 141 soggetti anziani. E’ stato esaminata la correlazione tra solitudine e alcuni aspetti dei globuli bianchi, i leucociti responsabili della protezione contro batteri e virus. Dei soggetti, 36 vivevano in una situazione di solitudine cronica. I leucociti di queste persone hanno espresso una maggiore tendenza alle infiammazioni e una minore capacità alle risposte virali.
  • GLI ESPERIMENTI SUI MACACHI
    • Il team ha evidenziato una processo analogo nelle scimmie Rhesus. Quelle più solitarie avevano un livello di noradrenalina più elevato. Le scimmie sono state infettate con un virus che ha attaccato immediatamente il sistema immunitario con una maggiore velocità e pericolosità delle altre scimmie. Tutto a conferma del fatto che in uno stato di solitudine si altera la produzione delle cellule che sostengono il sistema immunitario impedendone la difesa e mettendo a rischio la salute.  

Frequento una persona che ha il tumore: cosa prova

Frequento una persona che ha il tumore: Cosa è il distress.

Premessa: provate ad immaginare che un medico vi dica che avete il tumore.

Cosa accade subito dopo? Come è giusto che sia ognuno ha il suo modo di reagire ma mediamente ciò che succede subito dopo è che subentra in noi uno stato di ansia, di stress, in alcuni casi anche di depressione, anche profonda (qualcuno si suicida pure).  Questo tipo di stress (chiamato distress)  emotivo comporta questa serie di disturbi in almeno il 30-40% dei soggetti.

Però la depressione viene spesso sottostimata e quindi a volte non viene curata, con conseguenze ovvie: cambiamento dello stile di vita, aumento di ansia, aumento del dolore fisico, diminuzione, anche drastica della vita in società e della propria vitalità. 

Il termine ‘distress’ coniato dal NCCN (National Comprehensive Cancer Network) nel 1997, risultò essere il termine migliore in grado di esprimere lo stato d’animo del paziente oncologico, che lo accompagnerà in ogni momento della malattia, dalla diagnosi alle successive visite di controllo (follow up) da effettuare dopo un eventuale intervento. Come è facilmente intuibile il grado di distress varia da caso a caso (non siamo tutti uguali).  Inoltre dipende anche da altri fattori specifici come: il tipo di tumore (al seno, nella testa, al fegato, nel sangue, etc) ma anche dal suo stato di avanzamento. In alcuni casi dipende anche dall’età. Quindi unendo questi fattori, potremmo avere situazioni più favorevoli ed altre meno a cui va aggiunta l’emotività del soggetto.

Dedico quest’articolo a tutte quelle persone che hanno lottato e infine vinto questa terribile malattia. La dedico a chi non si è mai arreso.

La dedico quindi a te Carla e a te Gioia che avete lottato e avete vinto;

ma anche a te Teresa e a te Mimmo, che avete lottato come dei leoni ma non ci siete riusciti.

Chi ha vinto dice:

non mollare mai, si può vincere! 

 

Il tumore cambia in modo drammatico tutte le nostre abitudini, cambia la prospettiva del futuro, influenza la nostra vita sociale,mette a dura prova il fisico (dipende anche dal tipo di tumore),  ma anche e soprattutto la psiche. Crea immediatamente, una situazione di stress estremo (distress) che condiziona in modo significativo tutte le fasi della malattia. 

Frequento una persona che ha il tumore: reazioni alla malattia

Le reazioni psicologiche, una volta avuta la diagnosi di cancro, hanno inevitabilmente conseguenze su tutto il decorso della malattia. Il tumore è una malattia che influenza l’adattamento psicosociale, gli aspetti psicopatologici, il regime terapeutico e il decorso della malattia stessa. La malattia, questa malattia, non è come tutte le altre; influirà sul lavoro, minaccia tutto il piano esistenziale, ha un impatto sul piano sociale, potrà trasformare l’aspetto fisico, etc.

Il modo con cui si reagisce può essere sintetizzata in:

  • la fase di shock: come conseguenza della diagnosi vissuta inevitabilmente e generalmente come una tragedia (come non condividere). I meccanismi messi in atto variano dalla negazione, meccanismo pericoloso dal momento che tende a ritardare il confronto con una realtà che non si vuole digerire. In questa fase, paradossalmente, dobbiamo dare al paziente il tempo per assimilare il colpo; non va forzato; vanno rispettati i suoi tempi e i suoi stati d’animo.
  • La fase di reazione: finalmente ha preso coscienza, va dal medico, si sottopone a tutto ciò che la malattia richiede (intervento, chemio, radio, etc). In questa fase, amarezza, rabbia, angoscia, disperazione dominano l’animo del paziente. Le reazioni psicologiche possono passare da tutta una serie di difese maniacali (mai stato meglio), regressione a fasi infantili, aggressività verso lo staff medico, oppure i propri parenti, oppure ad un parente in particolare a cui si tende ad attribuire la responsabilità della propria malattia (‘…mi hai fatto venire il tumore, tutta colpa tua’
  • ); isolamento dai fatti minimizzandoli  o trattandoli con indifferenza. In altre situazioni (chi si comporta così senza avere il tumore), diremmo tranquillamente di trovarci in presenza di soggetti con forti tratti nevrotici se non addirittura psicotici.
  • Fase di elaborazione: dopo aver iniziato i trattamenti e dopo aver realizzato che la propria vita è realmente cambiata.
  • La fase di riorientamento: dopo ogni check up di controllo, ri-orientano la loro vita, in funzione dell’esito.

Frequento una persona che ha il tumore: la reazione alla malattia

La reazione alla malattia dipende da un’infinità di fattori tra cui:

  • Quanto è aggressiva la malattia;
  • Quanto la malattia inficia i propri obiettivi;
  • Livello del precedente adattamento;
  • Caratteristica della personalità;
  • Fattori religiosi e culturali (che possono aiutare a sopportare meglio);
  • Le potenzialità che il paziente ha per trarre vantaggio da un eventuale supporto psicologico, dal suo livello di istruzione, dalle sue capacità introspettive, dalla sua rabbia, etc.
  • etc.

Va detto che in situazioni del genere, reagire con ansia oppure con depressione, entro certi limiti, non è indice di patologia anzi, potrebbe essere una reazione normale. Però quando tale livello non è proporzionale a quanto accade (stimoli) ha senso diagnosticare l’emergere di un comportamento patologico che va curato.

Frequento una persona che ha il tumore: l’ansia

L’ansia del paziente oncologico cambia nel tempo, perché, in quel tempo, cambiano tante cose. La reazione alla malattia non può che dipendere da come il soggetto reagisce alla malattia, quindi molto dipende dalla struttura della sua personalità, dalla sua capacità di gestire il cambiamento, dalla sua adattabilità, dal supporto su cui può contare (famiglia, amici, etc). Ma dipende anche da ‘come te la mettono’, ovvero dalla comunicazione che lo staff intavola con il paziente. Insomma, è la comunicazione che ha una grossa influenza sull’ansia.

Frequento una persona che ha il tumore: ansia fase 1.

La prima ansia è quella che sopraggiunge appena c’è il sospetto ma non è ancora stata formulata una diagnosi. In questa fase, anche se ancora non si sa (‘forse ho un tumore al seno ma devo fare ancora tante analisi’) con certezza, ansia e angoscia sono elevatissime, paradossalmente più intensa. In questa fase, sapere che ‘forse’ si ha un tumore, rompe un’idea di indistruttibilità che ognuno di noi ha, almeno finché una malattia non mina queste nostre certezze.

Anche se oggi il tumore fa meno paura di 10 o 20 anni fa, questa cosa è vera per tutti ma non per chi sente pendere sul proprio capo una diagnosi del genere.  Inoltre, non dimentichiamo che le terapie del tumore, ancora oggi, si basano sulla chemioterapia, un approccio che comunque è devastante.

Frequento una persona che ha il tumore: l’ansia del follow up

L’intervento c’è stato ed ora c’è il follow up. Tante continue e ripetute visite di controllo. Esami periodici, all’inizio una vicina all’altra per poi lentamente diradarsi nel tempo, a volte per anni.

In questo caso come si declina l’ansia?  Che tipo di ansia è? Ora abbiamo una consapevolezza diversa che funge da spartiacque tra il prima e il dopo. ‘Come è cambiata la vita, come è cambiato il mio corpo, come sono cambiato io?’ In questa fase sono cambiate alcune cose tra cui il sostegno, che è calato. Non ho più lo stesso sostegno di prima, è meno ‘denso’.

Frequento una persona che ha il tumore:  ansia da recidiva

In questa fase (se c’è) la prospettiva cambia completamente. Pensavamo di essere guariti e invece c’è una recidiva. Non si tratta più di guarire (se ci sono metastasi ad esempio) ma di sopravvivere.

Anche in questa caso, il supporto esterno (famiglia, amici, etc) è fondamentale. Se il paziente viene lasciato solo, l’ansia raggiunge livelli molto intensi. Inutile dirlo, ma i fattori personali aiutano o meno il soggetto a contenere e gestire questa fase. Se il paziente è solo, il livello di ansia si innalza a dismisura mentre al contrario, se intorno a se ha un entourage vigile e presente, riesce ad affrontare il tutto con maggiore serenità. Quindi, tutto o quasi dipende da tre fattori: il soggetto, chi ci sostiene e gli operatori a cui siamo/veniamo affidati.

Frequento una persona che ha il tumore: come vincere

Prima si scopre, prima si interviene, maggiori sono le chance. Quindi la parola d’ordine è agire presto. Anche dal punto di vista psicologico, tale tipo di supporto sin dai primi passi, aiuta il paziente a gestire meglio tutte le varie fasi. Il paziente deve essere messo nelle condizioni di gestire l’ansia prima che questa diventi distruttiva.

Frequento una persona che ha il tumore: psicoterapia

Abbiamo due scenari; aspetti psicopatologici gravi e disturbi dell’adattamento e/o della personalità.

Nel primo caso i farmaci rappresentano la terapia di elezione, mentre nel secondo (depressione leggera ed ansia) interventi terapeutici integrati (psicofarmaci e psicoterapia) si sono rivelati decisivi ed efficaci sia nel migliorare l’animo che la qualità della vita e inoltre impediscono l’insorgere di complicazioni psichiatriche più gravi ed invalidanti.

Perché è importante dormire bene

Perché è importante dormire bene 

Se dormi meno di 7 ore per notte (e non è una tua caratteristica fisiologica) potresti andare incontro ad una serie di problemi, anche seri, per la tua saluta psicofisica.

Esistono molti studi che hanno analizzato e dimostrato i seguenti problemi cui si va incontro, dormendo poco e male. Vediamo quali sono:

  • Problemi cardiaci – aumentano i rischi di infarto, più del 400% e aumenta il rischio di altri disturbi cardiaci;
  • Disturbi dell’alimentazione – si mangia di più dal momento che aumenta il senso di fame;
  • Aumenta il rischio di ingrassare;
  • Dal momento che siamo meno lucidi e riposati, aumenta il rischio di avere incidenti;
  • Il nostro fisico si deteriora e spesso i nostri amici, vedendoci ce lo evidenziano immediatamente;
  • Aumento del rischio di tumori, diabete;
  • La concentrazione di spermatozoi diminuisce;
  • Rischio della mortalità in aumento;
  • Aumento problemi legati alla memoria;
  • Diminuzione del tessuto cerebrale;
  • Aumento del rischio di prendere l’influenza: 
  • Aumento della emotività;
  • Penso possa bastare.

Dormire poco, e/o male ha, come abbiamo visto, tantissimi effetti negativi, tutte dovute ad un solo fatto: sonno per notte insufficiente. Le cose si complicano ulteriormente se il problema da acuto diventa cronico. In tal caso gli effetti diventano o possono diventare devastanti. In merito alla riduzione degli spermatozoi la ricerca avrebbe accertato che negli ultimi 17 anni c’è stato un calo di un terzo degli spermatozoi negli uomini di 35anni. Un ricerca del 2011 dell’università di Padova, su un campione di 2000 soggetti, ci dice che c’è una diminuzione del 25% del numero di spermatozoi nei giovani rispetto agli adulti.  Negli ultimi 50 anni, abbiamo una riduzione delle nascite di circa il 50%. 

«I casi al limite della fertilità sono veramente aumentati, una volta un uomo produceva 300, 400 milioni spermatozoi per eiaculato ora circa il 30% in meno» (Carlo Foresta, direttore dell’Unità di Andrologia e Medicina della riproduzione dell’Azienda Ospedaliera di Padova)

Perché è importante dormire bene – Pulizia del SNC durante il sonno

Grazie al sonno,  il corpo si rigenera, si ‘ripulisce’. Il sonno, non è assolutamente un’attività improduttiva (chiedetelo a chi soffre di insonnia). Durante il sonno, si riposa e il cervello opera una funzione fondamentale: la pulizia delle scorie. Diversi test sugli animali hanno evidenziato che il sistema glinfatico esercita sul cervello quello che il sistema linfatico fa sui muscoli (che come tutti sappiamo, elimina l’acido lattico). Il sistema glinfatico depura dal cervello, le proteine legate all’Alzheimer.

Nel 2013, una pubblicazione di Lulu Xie, della Università di  Rochester, esplora quanto sia efficiente il sistema glinfatico durante la fase 3 del sonno (sonno non REM), caratterizzato da onde a bassa frequenza. Il suo studio evidenzia che la clearance (pulizia) dei rifiuti interstiziali presenti nei liquidi interstiziali (in istologia: la soluzione acquosa presente fra le cellule di un tessuto) sono causati dalla contrazione ed espansione dello spazio extracellulare che, durante il sonno, aumenta del 60% promuovendo la pulizia di tali spazi. Lo studio conclude con l’ipotesi che gli effetti benefici del sonno, possono essere influenzati dalla clearance glinfatica dei metaboliti (prodotti del metabolismo)  di scarto, che vengono prodotti durante lo stato di veglia.   

Se questa ‘clearance‘ non avviene in modo ottimale, corriamo i rischi di cui sopra. Lo dimostrano anche altri studi, pubblicati su The Journal of Neuroscience e Science.

Il sonno, come dicevamo sopra, permette di eliminare tutte le scorie, ovvero tutto ciò che viene considerata spazzatura. Durante il giorno, il cervello accumula tossine (i muscoli acido lattico). Da svegli questa pulizia avviene molto lentamente, solo per il 5%. Durante il sonno, nel cervello aumentano del 20% i fluidi che si occupano del lavaggio cerebrale. Grazie a questi ‘lavaggi’ il cervello elimina le beta-amiloidi, proteine associate all’Alzheimer.

Inoltre, se la mancanza di sonno diviene cronica, si assiste ad una degenerazione dei neuroni, ovvero delle cellule del sistema nervoso.

I ricercatori temono che alla base delle patologie degenerative del SN (demenza, Parkinson, Alzheimer) ci sia propria la presenza massiccia di quelle proteine che eliminiamo durante il sonno.

Se qualcuno pensa che ricorrere ai sonniferi possa essere una possibile soluzione, si sbaglia di grosso, dal  momento che il sonno prodotto non sarebbe naturale ma artificiale.

Perché è importante dormire bene – effetti benefici del sonno

Se invece si dorme bene, tutto cambia.  Dal momento che diviene possibile memorizzare nuove informazioni con semplicità e immediatezza; in caso di malattie fisiche, un buon sonno ne accelera la guarigione dal momento che le proteine infiammatorie, causa di invecchiamento, diabete e aumento del rischio di infarto, diminuiscono drasticamente; un buon sonno stimola la creatività e favorisce la diminuzione del tempo necessario per risolvere problemi, anche attraverso nuove soluzioni. Chi dorme male, tende ad evitare i problemi, perché non ha energie per risolverli, mentre chi dorme bene non solo li risolve con piacere ma è stimolato a trovare sempre soluzioni nuove e innovative. In questi soggetti, i problemi vengono percepiti come opportunità.

Un altro enorme aspetto positivo viene rappresentato dal fatto che si studia meglio e nello sport aumentiamo le nostre performances; dormire bene, aiuta a dimagrire anche grazie a due ormoni: la grelina che avrebbe un’azione oressizante; la leptina che sarebbe un ormone anoressizzante. Il primo stimola l’appetito, il secondo invece, secreta dal tessuto adiposo, va in circolo per avvisare il cervello che tali riserve (adipose) sono eccessive. Ecco che la leptina entra in gioco suggerendo al cervello di mangiare meno e lo invita ad utilizzare le scorte.

Ha una forte correlazione con la depressione e lo stress, infatti diversi studi hanno accertato che chi dorme meno di 5 ore sviluppa maggiori rischi di soffrire di queste due patologie.

Perché è importante dormire bene – Terapia dei disturbi del sonno

Un aiuto fondamentale per la risoluzione di questo problema ci viene dalla psicoterapia. Laddove non emerge in modo chiaro e inequivocabile che dietro l’insonnia ci siano cause organiche, è automatico orientare la nostra attenzione verso cause di natura psicologiche come l’ansia, la depressione, i tanti conflitti di natura emotiva che non abbiamo ancora risolto, le tensioni che la vita moderna ci sottopone quotidianamente.

Tuttavia, anche in presenza di disturbi di natura organica, non andrebbe mai sottovalutata l’ipotesi di un’azione integrata, anche perchè da tempo è noto che un approccio che prenda in considerazione psiche e corpo ha sempre fornito risultati soddisfacenti.

La personalità umana e i suoi disturbi

La personalità umana e i suoi disturbi

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Quando parliamo di personalità cosa intendiamo? Vediamo cosa dice Teofrasto, un allievo di Aristotele (quindi parliamo della Grecia, più precisamente la Grecia di Atene del circa 300 a.C.). Costui ha ‘individuato ben 30 caratteri morali (che poi si traducono in 30 diverse personalità) che hanno influenzato enormemente tutti gli studi successivi sulla personalità.

Considerando che oggi la popolazione mondiale è di poco più di 7 mld mentre al tempo di Teofrasto i cittadini ateniesi erano circa 300mila (il numero del campione da cui Teofrasto ha rilevato le 30 personalità), colpisce molto la loro attualità.

Teofrasto ha individuato ben 30 personalità distinguendoli in questi caratteri morali: I – La simulazione. II – L’adulazione; III – Il ciarlare; IV – La zotichezza; V – La cerimoniosità; VI – La dissennatezza; VII – La loquacità; VIII – Il raccontar fandonie; IX – La spudoratezza; X – La spilorceria; XI – La scurrilità; XII – L’inopportunità; XIII – Lo strafare; XIV – La storditaggine; XV – La villania; XVI – La superstizione; XVII – La scontentezza; XVIII – La diffidenza; XIX – La repellenza; XX – La sgradevolezza; XXI – La vanagloria; XXII – La tirchieria; XXIII – La millanteria; XXIV – La superbia; XXV – La codardia; XXVI – Il conservatorismo; XXVII – La goliardia tardiva; XXVIII – La maldicenza; XXIX – La propensione per i furfanti: XXX – L’avarizia.

Per ognuna di questi caratteri l’autore ha fornito una descrizione molto accurata. Chi fosse interessato (http://www.miti3000.it/mito/biblio/teofrasto/caratteri.htm).

disturbo-della-personalitaDisturbi della personalità

Solo in seguito, oltre che allo studio della personalità, si studiarono anche i disturbi della personalità. 

Un primo approccio osserva e studia le reazioni con rabbia e violenza ma non quelle ove si evidenzia la presenza di allucinazioni oppure manie (tipiche delle psicosi). In seguito, altri autori hanno descritto alcune forme di comportamento anti sociale e sono state circostanziate sotto la dizione: personalità psicopatica.

Dobbiamo attendere il 1901 per avere una visione più moderna. Un autore importante e pioniere della psichiatria (Emil Kraepelin 1856 – 1926) dà inizio alla nosografia moderna.

Kraepelin afferma che le cause della pazzia sono ignote, dal momento che i relativi disturbi risiedono in stati interni del soggetto che sono sconosciuti e classifica 4 tipologie di individui affetti di antisocialità, ovvero:

  1. Bugiardi patologici e imbroglioni – soggetti superficiali (ma dotati di un certo fascino), privi di moralità e del senso di rispetto e responsabilità verso gli altri;
  2. Criminali impulsivi: coloro che incendiano in modo doloso, rubano senza necessità e commettono violenza sessuale;
  3. Criminali professionisti: sono apparentemente ben adattati e non sono impulsivi; sono interessati al proprio vantaggio, manipolativi, calcolatori e freddi;
  4. Vagabondi patologici: incapaci di stabilire radici, vagano senza meta, irresponsabili e incapaci di svolgere un compito in modo stabile e duraturo.

In seguito, identifica altre nosografie psicopatologiche caratterizzati da impulsivi, ossessivi, devianti sessuali, personalità litigiose e antisociali, instabili, bugiardi, eccentrici, imbroglioni, etc.
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Arriviamo ai giorni d’oggi e leggiamo nel DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) che il disturbo della personalità, è caratterizzato da una ‘deviazione marcata rispetto al contesto’ che è pervasiva e inizia nell’adolescenza o subito dopo e rimane stabile nel tempo.  

Il DSM-V elenca 6 disturbi di personalità e li divide in tre gruppi.

  • Gruppo A: caratterizzato da comportamenti “strani”, “bizzarri” (disturbo schizotipico)
  • Gruppo B: caratterizzato da comportamenti “drammatici”, “instabili” (disturbi antisociale, borderline, narcisistico)
  • Gruppo C: caratterizzato da comportamenti “ansiosi”, “timorosi (disturbi evitante, e ossessivo compulsivo)

Ve ne sono 4 in meno rispetto al DSM-IV che sono stati esclusi dalla sezione 3.

Disturbi della personalità – Precisazione 

Nel lavoro clinico di tutti i giorni, è raro incontrare un soggetto ove è evidente una di queste sintomatologie che si manifesta nella sua forma pura. Accade invece di trovarli confusi l’uno nell’altro oppure, caso più frequente, che lo si ritrova (in parte) in soggetti che manifestano un altro tipo di disturbo come l’ansia, l’attacco di panico oppure la depressione, le dipendenze (da internet, da cellulare, dal gioco d’azzardo, sessuali, etc), oppure in seguito ad un reato o ad un tentativo di suicidio.

Disturbi della personalità – Gruppo  A

  1. Il Disturbo Schizotipico di Personalità

Questo disturbo ha a che fare con il coinvolgimento dell’aspetto fisico, del comportamento e della comunicazione,  che sono palesemente e inequivocabilmente bizzarri e che trovano una ulteriore concretezza in ciò che comunemente possiamo rilevare dall’anomalia del pensiero tipo: strane credenze, il sempre presente pensiero magico, i pensieri ossessivi, sospettare di tutto e di tutti. Questi soggetti, gli schizotimici, hanno paura di interagire nel sociale perché, in virtù della loro sospettosità, vedono malintenzionati ovunque. Inoltre, le loro idee enfatizzano spesso che tutto ciò che vedono e/o che accade, abbiano necessariamente a che fare con loro (il bus ritarda? È la conseguenza di un precedente pensiero malevolo, etc). Sono soggetti fortemente candidati alla schizofrenia.

Quindi questi soggetti hanno distorsioni cognitive, difficoltà nelle relazioni, e possono accompagnarsi ad una varietà di contesti, quali pensiero magico e credenze strane (superstizione, chiaroveggenza, etc); possono avere percezioni e illusioni corporee inesistenti; avere un linguaggio anomalo (stereotipato, metaforico, vago o al contrario estremamente circostanziato, etc); sospettare di tutto e di tutti, hanno pochi amici, possono avere pensieri paranoidi, etc.

Disturbi della personalità – Gruppo  B

  1. Disturbo Antisociale di Personalità

Il DA di Personalità, è più comune tra gli  uomini piuttosto che tra le donne. Chi ne è affetto, mette in atto azioni che danneggiano i diritti e sentimenti degli altri; evita gli obblighi sociali e le regole, ignora e viola i diritti degli altri; sfrutta il prossimo (parassita) esclusivamente per il raggiungimento dei propri obiettivi; non conosce il significato di colpa ed ha un comportamento che lo porta spesso all’arresto; dà sempre la colpa agli altri; abusa con l’alcol e/o altre sostanze. Non ha difficoltà nelle relazioni sociali al punto da risultare anche simpatico e affascinante. Però dura poco. Assolutamente incapace di mantenere un impegno lavorativo stabile e duraturo. E’ spericolato per se stesso e per gli altri, incapace di provare rimorsi.

  1. Disturbo Borderline di Personalità

Il DB della personalità è caratterizzato da una instabilità dell’immagine di sé, dal senso di vuoto e paura dell’abbandono, da relazioni con gli altri  tumultuose e intense, e da una impulsività marcata e che difficilmente passa inosservata.

Si può manifestare con: in caso di abbandono, presunto o reale, è in grado di fare tentativi estremi per evitarlo; i rapporti interpersonali sono densi e passano repentinamente da estremi del tipo amore-odio, supervalutazione e supersvalutazione, etc; immagine e percezione di sé priva di stabilità e continuità;  eccesso nel sesso (promiscuità), alimentazione, uso di sostanze, guida etc. il tutto caratterizzato da estrema impulsività che spesso risultano essere dannose per il soggetto;  ricorso continuo a minacce di suicidio o a comportamenti autolesivi; sul piano affettivo, si riscontra una profonda instabilità, dovuta prevalentemente alla continua alternanza dell’umore; sentimenti di vuoto, che possono anche divenire cronici; iracondia caratterizzata da esplosioni d’ira (spesso immotivati, o come conseguenza di eventuali critiche) incontrollata anche con il ricorso allo scontro fisico; etc.

Questi individui sono, più degli altri, soggetti ad interventi clinici, e inviati presso strutture specializzate (comunità di recupero).

  1. Disturbo Narcisistico di Personalità

Già al tempo dei Greci, tale disturbo era noto (versioni di Conone e  di Partenio – 36 a.c.) come anche ai Romani (versioni di Ovidio 17 a.c.) che lo descrissero con il mito di Narciso. Tutti sanno e un bellissimo quadro di Caravaggio lo rappresenta, che si innamorò del suo riflesso sull’acqua.  

Nel mito così come nel disturbo, il soggetto ha una percezione di se esagerata, esaltata, oserei dire ‘grandiosamente esaltata’. Vive solo (si fa per dire) per essere ammirato, mentre non ha nessun contatto (mancanza di empatia) con gli altri. Ha bisogno degli altri sebbene li disprezza. Li disprezza al punto di sentirsi autorizzati, in modo quasi compulsivo, ad usarli senza scrupoli esclusivamente per il raggiungimento dei propri scopi.

Ad un primo impatto, sanno essere amabili; fanno e dicono la cosa giusta ma, in seguito però divengono egoisti, egocentrici, privi di sensibilità ed estremamente controllanti. I fallimenti, le critiche, le sconfitte possono caricarli (in particolare se criticati) di ira che li porta ad essere vendicativi e distruttivi (rabbia narcisistica).

E’ una sintomatologia che compare subito dopo l’adolescenza, ed è caratterizzata da:

esagerazione del talento (proprio) e dei risultati (anche se modesti) al punto da attendersi qualsiasi tipo di riconoscimento; nelle loro fantasie c’è solo spazio per cose che lo esaltano come amore ideale, fascino, bellezza, successo, potere, etc; ovviamente la sua unicità può confrontarsi solo con soggetti e istituzioni di altissimo livello; accetta solo un’ammirazione smisurata; ovviamente tutto gli è dovuto come ad esempio, trattamenti di favore e che tutto ciò che desidera debba essere soddisfatto all’istante; come dicevamo prima, non trova nessun vincolo morale a sfruttare gli altri; è assolutamente incapace di comprendere le necessità altrui (mancanza di empatia); invidiosissimo degli altri e incline a pensare che gli altri invidino lui;  ovviamente ha il tipico comportamento del presuntuoso e dell’arrogante.

Disturbi della personalità – Gruppo  C

  1. Disturbo Evitante di Personalità

Nel DE della Personalità, la persona pur presentando desiderio di affetto e di accettazione anche molto forte, evita le relazioni ed i rapporti intimi perché teme di essere poco interessante, poco piacevole, assolutamente inadeguato e a volte anche inferiore. Sono quindi timidi e schivi nei confronti delle relazioni sociali, non incontrano quindi persone (salvo quelle ove si è assolutamente certi di piacere). Evitano accuratamente di esporsi e tutto ciò che potrebbe essere vissuto come una novità.

Soffrono molto di questo (a differenza di altri) autoisolamento. Non è escluso che possa essere una conseguenza di un rifiuto percepito o reale avvenuto durante l’infanzia. Si associa molto (somiglianza con) al disturbo di ansia sociale.

Questi soggetti evitano il contatto sociale, sono molto sensibili (in particolare verso le critiche) e si sentono completamente inadeguati in qualsiasi ambito (e spesso sono geniali) e il disturbo si manifesta dalla tarda adolescenza.  

Evitano lavori ove è necessario stare in contatto con altri (lavoro in team) dal momento che temono le critiche, essere rifiutati o disapprovati; se non hanno la certezza di piacere, evitano le relazioni; i rapporti intimi sono inibiti dal momento che temono di essere umiliati e/o ridicolizzati;  socialmente si percepiscono come incapaci, inferiori agli altri  e poco o per nulla attraenti; per evitare ogni possibile forma di imbarazzo, evitano di assumersi rischi e/o responsabilità o lanciarsi in un progetto inedito.

  1. Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Il DOC di Personalità vede il soggetto impegnato al controllo totale, alla pignoleria estrema e all’attaccamento al lavoro ricercando una sempre maggiore efficienza anche sacrificando il tempo libero.

Pur essendo persone rigide e inflessibili, sono molto affidabili dal momento che cercano la perfezione, sono schematici, responsabili dei propri compiti, sanno organizzarsi molto bene e si attrezzano con metodi e schemi molto efficaci.

Però, il tarlo del dubbio li portano a prendere decisioni con molta fatica, dal momento che tendono a prendere in considerazioni tutte le possibilità valutando, per ognuna di esse, pro e contro. Poiché l’errore non è contemplato nè tantomeno le imperfezioni, fanno fatica a concludere le attività iniziate. Questi soggetti, spesso, sono persone di successo, specialmente in ambito intellettuale. Tuttavia raramente ne godono, perché non tollerano le ‘zone grigie’ e perché sono estremamente perfezionisti e nulla li soddisfa appieno.

Il quadro evidenzia una predominanza di pensieri in merito al  perfezionismo, al controllo, all’ordine, a discapito della efficienza, della flessibilità e dell’apertura mentale.

Sono soggetti attenti: alle regole, all’ordine, alle liste, agli schemi, all’organizzazione, al punto che alla fine, possono correre il rischio di perdere di vista anche lo scopo; il suo perfezionismo può interferire con la conclusione dell’incarico; dedizione eccessiva al lavoro a scapito del tempo libero e delle relazioni sociali; è scrupoloso, tenace, rigido, etc.; è un accumulatore dal momento che non riesce a buttare nulla, anche oggetti privi di valore o di valenza affettiva; non delega ed evita il lavoro di team (a meno che non si faccia come vuole lui); tende ad essere avaro, ma non per tirchieria ma al solo scopo di accumulare risorse per il rischio di possibili future situazioni catastrofiche; per concludere, è testardo all’inverosimile ed estremamente rigido.

Disturbo del sonno e influenza della luna

Disturbo del sonno e influenza della luna

I principali disturbi del Sonno

Oramai è arcinoto, dormire bene è fondamentale per ogni essere umano.

Tutti più o meno dormiamo prevalentemente bene (salvo rare eccezioni dovute a fatti incombenti eccezionali).

In alcuni soggetti, invece, il sonno è disturbato. Tale disturbo va oltre l’eccezionalità di cui sopra: è diventato un fatto cronico.

I disturbi cronici tipici sono: dormire troppo poco, sonnolenza diurna, difficoltà a prendere sonno, dormire troppo, disturbi del ritmo sonno-veglia, etc.

Chi dorme poco mette a rischio la propria salute. A rischio sono cuore, tessuto cerebrale, fertilità e memoria per non parlare di tutto ciò che potremmo ulteriormente compromettere: rapporti sociali, ambiente lavorativo, aspetto psicologico, etc. Cfr  Sleep Deprivation Can Change Your Genes. Secondo lo studio, sarebbero  coinvolti ben 700 geni (dei circa 23224 geni presenti secondo Craig Venter). In Italia, negli ultimi 30anni abbiamo rinunciato a ben due ore di sonno (delle 8 medie).   E’ nota inoltre la correlazione che c’è tra insonnia e depressione.

Come dormiamo

La struttura di riferimento è, ovviamente, il cervello (anatomia), il suo funzionamento (neurofisiologia) e il modo in cui, tramite esso, il soggetto interagisce con il mondo (psicologia).

Il cervello ha tre stati: veglia, sonno REM e sonno non-REM.
struttura-ideale-del-sonno

 

Solo durante il sonno REM (rapid eye movement – gli occhi si muovono continuamente e velocemente in modo assolutamente autonomo) si sogna. Il cervello, benchè addormentato è, sia dal punto di vista elettrico che metabolico, attivo, esattamente (più o meno) come da sveglio. onde-cerebraliIl sonno ‘sano’ composto da fasi REM e fasi non-REM è composto da una serie di cicli della durata di circa 90 minuti fino al risveglio definitivo.

Influenza della luna sul sonno

Gli esperti (vedi sotto) ci dicono che c’è una correlazione legata alle fasi lunari: quando c’è la luna piena, c’è anche più luce e alcune persone dormono di meno. Del resto sappiamo benissimo che la  luna esercita la sua influenza anche su altri aspetti: l’agricoltura, le maree e sul momento in cui si partorisce.  

Sembrerebbe (e alcuni studi lo confermano) che la luna piena abbia un’influenza negativa sul sonno di molte persone.

l’Istituto svizzero di tecnologia, dell’università di Basilea  e il centro per il sonno di Zollikon, sempre in Svizzera, tramite specifiche ricerche, hanno dimostrato che nelle notti di luna piena, alcune persone dormono male.  Durante queste notti (e anche 4 giorni prima e dopo) si dorme di meno e i livelli di melatonina si abbassano. I soggetti si addormentavano più tardi e si svegliavano prima e le onde delta diminuivano del 30%. I volontari dichiaravano di sentirsi più stanchi. Tale influenza avverrebbe anche se i soggetti ‘non vedono’ la luna (escludendo quindi l’effetto suggestivo, non rimane che attribuire la causa alla esistenza, nota, del nostro orologio biologico). I risultati di questa ricerca sono riportati su un articolo di una rivista, la Current Biology.

I ricercatori hanno quindi concluso che esiste un calo del livello della melatonina (ormone responsabile del ciclo sonno-veglia).

Possibili cause

Uno degli autori della ricerca, il biologo Christian Cajochen,  ipotizza che questa tendenza a dormire di meno, potrebbe essere il frutto di un processo evolutivo. I primi uomini, durante la luna piena, dormivano di meno per proteggersi dai predatori che, grazie alla maggiore luce, erano più pericolosi.  

Attacchi di panico – modi giusti e modi sbagliati

Gli attacchi di panico sono invalidanti



attacco di panico
Gli attacchi di panico, e chi ne soffre lo sa benissimo, hanno due caratteristiche: sono invalidanti (almeno nel momento della crisi ma non solo, poichè la relativa paura limita terribilmente il nostro raggio di azione), ed anche, sono molto frequenti. L’OMS (Org Mond Sanità) dice che è il disturbo più frequente e colpisce il 20% della popolazione e i numeri aumentano sempre di più.

Limitante perché, non si fa altro che pensare al nuovo attacco, e quindi, di conseguenza, si limita la propria vita trasformandola in una prigione, dal momento che porta con se una grande sfiducia in merito alle proprie capacità e dal senso di limitazione di autonomia che ne deriva.  

Chi soffre di attacchi di panico e non fa nulla per risolvere sa che ogni adp è unico, perché ogni volta si provano le stesse sensazioni che si sono provate la prima volta (cuore che batte all’impazzata, il petto dolorante, arrossamento della pelle, difficoltà respiratoria, etc). Ogni volta il dolore è così forte che si AdP e ansiacorre al pronto soccorso il quale, dopo i controlli di prassi (elettrocardiogramma, pressione, etc), ci rimanda a casa suggerendo l’uso di un ansiolitico.

Insomma, per quanto si abbia sperimentato, è quasi impossibile far tesoro delle esperienze passate  in merito a tutto ciò che concerne gli attacchi di ansia.  

Dice Jung:

Noi siamo un processo psichico che non controlliamo, o che dirigiamo solo parzialmente. Di conseguenza , non possiamo pronunciare alcun giudizio conclusivo su noi stessi o sulla nostra vita. Se lo facessimo, conosceremmo tutto, ma gli uomini non conoscono tutto, al più credono solo di conoscerlo. In fondo, noi non sappiamo mai come le cose siano avvenute“.
 

Attacchi di panico – neurotrasmettitori

Come tutte le volte precedenti, anche questo attacco, passa. dopo la crisi si normalizzano i parametri di allerta. I ‘parametri’ si riferiscono ad alcuni neurotrasmettitori (legati maggiormente ai disturbi dell’ansia e dell’umore), che sono:

La serotonina è associata al sonno, all’umore, all’appetito e ad altri aspetti legati alla regolazione dell’organismo. Sembrerebbe anche (e alcune ricerche lo confermerebbero) che un ridotto dosaggio della serotonina stia alla base dell’ansia e della depressione.

la chimica della vitaLa dopamina contribuisce, in parte, alla sintomatologia in questione (AdP). Ha diverse funzioni, dal momento che influenza la quantità di energia che un soggetto può avere, la capacità di attenzione e altre variabili che, se sono sbilanciati, possono generare l’ansia.

La norepinefrina è un altro neurotrasmettitore che gestisce la reazione allo stress, e che è responsabile alla risposta di fuga o lotta in un momento di ansia.   

Il GABA (acido gamma- aminobutirrico) bilancia la eccitazione/agitazione con sensazioni  di calma e relax.

La crisi passa, torniamo ad essere quelli di sempre senza bisogno del medico. Che esperienza ne traiamo? Che strategie potremmo mettere in campo per gestire meglio le crisi?  

Ricordiamo che:

a) non vi sono lesioni del SNC ma ‘solo’ un parziale malfunzionamento; b) avere adp non vuol dire essere ‘pazzi’ o ‘fuori di testa’ perché è ‘solo’ un disturbo d’ansia facilmente curabile; c) i sintomi ‘imitano’ altre malattie fisiche quindi poche prove strumentali permettono di escluderle; d) è un disturbo che ha caratteristiche genetiche, quindi non è difficile ritrovarlo in un famigliare; e) raramente durante l’infanzia adolescenza, più frequente nella giovinezza 20-30anni; f) alcune sostanze ne favoriscono l’insorgenza come ad esempio il caffè, la marijuana e l’hashish.

Attacchi di panico – Le sette cose da fare (non risolvono ma aiutano a gestirla meglio).

  1. Rilassarsi – durante la crisi alcuni parti del corpo si contraggono. Impara a rilassarle. Prova a prendere confidenza con il training autogeno.  
  2. Respirare – Il respiro corto, tipico dell’attacco di ansia, ossigena solo la parte superiore del polmone, non tutto. Al cervello arriva quindi meno sangue ben ossigenato. Respira lentamente e profondamente;
  3. Parla con te – ‘sto avendo un attacco di panico, non ho un collasso o peggio. Non posso svenire, tra un po’ passa’. Prova a dirtelo;
  4. Accetta l’AdP – l’ansia non si ferma con la volontà però possiamo accettarla e dirci: sto avendo un adp.
  5. Scrivi la tua esperienza –  nel corso dell’attacco, prova a scrivere tutto ciò che stai passando, ma scrivi le sole sensazioni non in termini catastrofici tipo: morirò.
  6. Torna nei luoghi dove hai avuto adp. Anche se non è facile può essere di aiuto.
  7. Chiedi aiuto – dopo le consultazioni mediche, che in questi casi saranno tutte negative, chiedi aiuto ad uno psicoterapeuta. Solo la psicoterapia (coadiuvato da eventuali farmaci) poò risolvere, definitivamente, le crisi di attacco di panico.

Attacchi di panico – vero o falsoadp e paura

  1. L’ansia genera paura e la paura l’ansia
    1. Non è così ma esattamente il contrario. Siamo ansiosi perché spaventati. Poi si innesca il circuito autoreferenziale ovvero ansia e paura si influenzano a vicenda in un vortice che fa saltare il controllo psicobiologico generando l’adp. Inoltre, se cerchi di ridurre l’ansia non diminuisce la paura. Se invece si lavora sulla paura, riducendola, si riduce automaticamente anche l’ansia.
  2. L’AdP si cura sedando l’ansia con i farmaci
    1. Come dicevamo sopra, se si seda l’ansia, rimane la paura. Il farmaco quindi, blocca l’attivazione fisiologica ma la paura rimane. Quindi occorre lavorare su questo aspetto per risolvere il problema. Sedando con ansiolitici potrebbe inoltre, avere come effetto collaterale che dopo pochi mesi, paradossalmente l’ansia aumenta.
  3. Uso di tecniche di rilassamento
    1. Vanno bene nei momenti di crisi, per controllarle meglio ma, il problema è sempre lo stesso. Così controlliamo l’ansia ma non la paura. Inoltre, cercando di controllare i nostri parametri fisiologici (da evitare) corriamo il rischio di perderne irrimediabilmente il controllo. Il 90% del nostro cervello fa questo da milioni di anni.
  4. L’adp dura ore
    1. Non è vero, dura pochi minuti. Quindi se dura ore NON E’ un adp (potrebbe essere una crisi isterica, un’angoscia profonda, ansia generalizzata, etc). Trattare come adp una crisi che NON LO E’, può essere dannoso.
  5. Correlazione con la depressione
    1. Accade come per l’ansia e la paura. C’è spesso una inversione. Infatti il panico non è uno dei sintomi oppure una conseguenza della depressione; alcuni studi evidenziano che il 70% delle volte che si sperimenta il panico, accade poi che ci si deprime e non il contrario. In uno studio recente, evidenzia che chi soffre di depressione post-partum in precedenza soffriva anche di un disturbo fobico-ossessivo. Curando questo si curava anche la depressione.  
  6. Per guarire dagli adp servono anni di psicoterapia
    1. L’adp è una risposta olistica (della mente sul corpo) ad alcuni aspetti del quotidiano che ‘proprio non ci stanno bene’ ma che non possiamo fare altro che accettarle, senza poi farlo veramente; chi ne soffre, ha perso il controllo sulla propria vita; chi ne soffre ha un retaggio famigliare (famigliarità genetica), etc. La durata della terapia è legata a tutte queste e altre ragioni. Solo la psicoterapia è in grado di ‘mettere sul tavolo’ il tutto (e questo non accade nel corso della prima seduta ma nel corso delle sedute). Spesso si tira fuori dalle scarpe sassolini che stanno li da anni. In alcuni casi la terapia dura anche poche settimane. Io ad esempio ho risolto un caso nel giro di poche sedute. Quindi da cosa dipende? Dal soggetto e dalla sua predisposizione al cambiamento.

LA DEPRESSIONE POST-PARTUM

La depressione post-partum

depressione post partumLa gravidanza  cambia la vita della donna, della famiglia, della coppia. In tutta la vita di una donna, la gravidanza viene considerata forse quella con un più alto grado di affettività. Rappresenta appunto uno snodo centrale nella esistenza della donna: infatti segna in modo unico, l’esistenza della donna e del suo partner. Dal punto di vista psicologico, dalla situazione di figlio, si passa a quello di genitore.

La donna, oltre ad avere trasformazioni fisiche, ha anche cambiamenti interiori a cui occorre dare un particolare ascolto. I sentimenti non sono esclusivamente di felicità, ma possono essere anche di tristezza  e paura. Le donne più vulnerabili potrebbero non essere in grado di ‘reggere’ e potrebbero, quindi, sperimentare anche un periodo di depressione più o meno lungo e doloroso.

La depressione post-partum: dopo il parto o  BABY BLUESdownload

Subito dopo il parto, la neo-mamma potrebbe vivere un momento di marcata tristezza  (malinconia) della durata di qualche giorno. Il termine Maternity Blues (o baby blues – malinconia) lo dobbiamo a Donald Winnicot (pediatra e psicoanalista inglese) e descrive uno stato di disagio psicologico subito dopo il parto. Questo disagio coinvolge circa l’85% delle partorienti e descrive una sorta di lieve depressione dovuta a diversi fattori tra cui: alterazione del ciclo sonno veglia; cambiamento fisico; senso di inadeguatezza, pianto immotivato;   inquietudine; disturbi dell’ alimentazione; stanchezza; etc. per qualche giorno noteremo un alternarsi della gioia per la maternità a momenti di leggera depressione che, grazie al sostegno del persone vicine, in poco tempo tende a scomparire.

La depressione post-partum: dopo il parto – depressione vera e propria

Il termine viene dal latino (dopo il parto) e, diversamente dal baby blues, dura molto di più e potrebbe manifestarsi anche con forme di psicosi. Coinvolge circa il 10-20% delle partorienti; tale percentuale aumenta in caso di gravidanze successive. Questo tipo di depressione è ben più grave e può durare anche un anno. I sintomi comprendono tutti quelli descritti sopra ma in modo più persistente:

I disturbi del sonno, possono trasformarsi in insonnia o al suo contrario in sonno eccessivo;

il leggero pianto può divenire disperato, eccessivo, inconsulto;

si ha un’esagerata e immotivata paura di far male al bambino o, al contrario, non se ne ha nessun interesse;

l’umore cambia spesso e improvvisamente.

La depressione post-partum: cause

Al momento non esiste una spiegazione definitiva. Alcuni studi sono a favore di un cambiamento ormonale (calo di progesterone ed estrogeni).

Sul fronte psicologico invece abbiamo problematiche relative al contesto sociale, ai cambiamenti fisici, al carico di nuove responsabilità, etc. ”.

La depressione post-partum: dopo il parto – psicosi

In questo caso, la depressione è molto grave e le cure sono prevalentemente mediche.

La sintomatologia è ben più grave delle due precedenti. Siamo in presenza di confusione mentale, stati di agitazione, paranoia, insonnia tendenze suicide, allucinazioni, etc. Le tendenze suicide possono essere accompagnate da tendenze omicide verso il bambino. Le statistiche però sono confortanti, dal momento che questi casi sono dello 1 x 1000.

La depressione post-partum: dopo il parto – prevenzione

Esistono delle cause naturali (fisiologiche) ma è possibile fare opera di prevenzione agendo sulla sfera psichica e con il coinvolgimento di tutto l’entourage sociale che gravita intorno alla donna (partner, genitori amici, etc). Nei primissimi giorni del rientro in casa, potrebbe essere utile moderare il numero dei visitatori,  avere una buona alimentazione, limitare le eventuali tensioni interne alla famiglia, avere un ascolto empatico e realistico di ciò che sta accadendo.

Ovviamente la prevenzione vera e propria va fatta prima. Le donne più vulnerabili potrebbero avvantaggiarsi usufruendo di tutta una serie di servizi (percorsi di accompagnamento alla nascita) in grado di offrire alle neo mamme (o alle mamme con un passato di depressione post partum), tutti gli strumenti necessari a pre-venire, ciò che accadrà attraverso una condivisione delle informazioni, delle strategie, delle emozioni e bisogni.  Tutti i fattori di rischio vengono analizzati, affrontati e per ognuno di essi verrà messo in campo la strategia più idonea. La mamma deve poter contare su una rete di solidarietà forte e stabile anche perché verrà insegnato che è possibile chiedere aiuto (la famiglia di origine, al partner, agli amici, etc) .

La maternità non è sempre come ce lo fanno vedere i media, un periodo di gioia e di felicità, dal momento che può presentare delle increspature. E’ un periodo complesso (per le neo mamme, unico e di cui non si ha esperienza diretta). Aumentando la consapevolezza di questa unicità, è facile diminuire sensibilmente i sensi di colpa (non sono/sarò una buona madre) accettando la propria scarsa esperienza e imparando, come dicevo prima, a chiedere aiuto, ricevendo ciò che serve veramente: comprensione, sostegno e coraggio.

La depressione post-partum: dopo il parto – cura

Il supporto medico è condizionato dalla gravità (baby blues, depressione oppure psicosi). Quindi il medico potrebbe avvalersi di ansiolitici, antidepressivi oppure antipsicotici (nei casi più gradi l’allattamento verrà interrotto). In ambito psicologico, la psicoterapia rappresenta la terapia di elezione meglio se accompagnata da terapia rilassanti, come ad esempio il training autogeno.

Psicoanalisi e trauma

salpetriere e freudPsicoanalisi e trauma

La fondazione e l’evoluzione della psicoanalisi freudiana è strettamente connessa al concetto di trauma. Freud infatti tra il 1892 ed il 1895 studiando con Charcot, all’Istituto della Salpetrìere di Parigi, fu particolarmente colpito dall’esistenza di diverse forme di isteria traumatiche, dalla sintomatologia variabile, ma accomunate da un  unico fattore, quello di non derivare comunque da lesioni organiche che potessero giustificarne l’origine, l’intensità e la persistenza.

I sintomi delle isterie traumatiche  presentati dai pazienti ricoverati, soprattutto donne, risultavano derivanti da pregresse esperienze emozionali molto intense, che non erano riuscite a gestire efficacemente nel momento stesso in cui esse erano comparse alla coscienza e la cui carica energetica, accumulatesi nel corpo, risultò essere bloccata ed andare ad alimentare così i sintomi stessi, che si presentavano in modo molto multiforme e che era poi difficilissimo superare.

In realtà anche secondo Charcot, così come poi secondo Freud, fu possibile fin da subito riscontrare sintomi di isterie traumatiche anche negli uomini, ma fu la loro collocazione sociale contemporanea a non permetterne la divulgazione che avrebbero meritato. Infatti l’uomo allora era l’unico membro della famiglia a lavorare in ambiente sociale, mentre le donne erano relegate esclusivamente, a parte alcune impegnate nel sociale, al ruolo di figlie, mogli e di madri. Per questo e poiché il termine prescelto per descrivere i disturbi oggetto di interesse, isteria significava “utero”, l’attenzione ai fenomeni clinici doveva essere differenziata. Negli uomini con isteria traumatica, poi ridenominata nevrosi traumatica, si studiavano come fattori scatenanti della psicopatologia quelli di tipo sociale, come gravi incidenti ferroviari, la partecipazione ad un conflitto armato o di altro tipo, mentre per le donne, l’interesse venne spostato su altre cause che andarono poi a costituire il nucleo concettuale dell’elaborazione psicoanalitica. Per le donne era possibile soprattutto evidenziare cause quali l’esistenza di abusi sessuali compiuti su di loro in famiglia oppure la tragica perdita di un figlio.

Freud tornato a Vienna, iniziò ad utilizzare il concetto di nevrosi traumatica per una vasta gamma di sintomi che pur diversi nelle loro manifestazioni, erano però accomunati dalla psicodinamica della loro formazione. Di questi sintomi infatti era possibile cogliere l’esistenza di un nesso diretto tra la causa scatenante e l’effetto che ne conseguiva, in tal caso sintomatico.

Poiché quando Freud lavorava allo studio ed alla terapia clinica delle nevrosi traumatiche, era in corso la prima guerra mondiale, gli fu possibile studiare l’oggetto del suo interesse dal vivo, poiché erano moltissimi gli uomini che tornavano dal fronte con una nevrosi traumatica scatenata dall’aver preso parte ad un conflitto armato, sia che fossero stati feriti o avessero visto feriti dei loro commilitoni o cadaveri appartenenti alle file nemiche.

Obiettivo dello psicoanalista viennese era allora cercare di capire quale contributo la psicoanalisi potesse dare alle nevrosi traumatiche scatenate dall’aver vissuto un esperienza traumatica, dove il nesso tra causa ed effetto fosse chiaro.

La sequela dei sintomi presentati da uomini afflitti da nevrosi da guerra era rappresentata dalla tendenza a rivivere continuamente a livello mentale le scene traumatizzanti, a soffrire d’insonnia, ad avere incubi ripetitivi e grave inibizione psicomotoria accompagnata da ansia, agitazione e disturbi dell’umore con irritabilità e spesso disturbi gastrointestinali.  Freud nello studio delle nevrosi traumatiche  superò il suo maestro quando formulò una teoria innovativa della psicogenesi di queste disturbi, introducendo il concetto di trauma come base o fattore scatenante di tutte le forme di nevrosi comprese quindi quelle ossessive, fobiche oltre quelle isteriche, da lui rinominate nevrosi da transfert.

La differenza tra le nevrosi traumatiche e le altre forme di nevrosi è rappresentata dal fatto che nelle prime la causa dell’effetto sintomatologico è evidente ed immediato mentre nelle seconde la genesi del disturbo psicopatologico avviene in due momenti distinti e non è immediatamente rilevabile, neppure ad una indagine clinica. Nel senso che l’esperienza vissuta, che è possibile ritrovare alla base dei sintomi nevrotici di diverso tipo, viene rimossa dalla coscienza non immediatamente ma solo nel momento in cui l’individuo che vi è stato esposto, elaborandola a livello intrapsichico, ne comprende il significato e rimanendone scioccato, è costretto a rimuoverla nel suo inconscio mentre la sua carica emotiva viene da essa dissociata dando luogo ad una serie di sintomi nevrotici o ad una grave inibizione psicomotoria.

Sarà poi compito dell’indagine psicoanalitica far riemergere alla coscienza l’esperienza traumatica rimossa per consentirne una rielaborazione razionale ed integrarla con altri contenuti quando, a livello emozionale, siano presenti le risorse necessarie ed una sicurezza affettiva di base per consentirlo, di modo che non si crei involontariamente una ulteriore traumatizzazione del soggetto, se i contenuti che emergono superano la sua possibilità di contenerli e di elaborarli, cosa che darebbe luogo a meccanismi di difesa ancora più rigidi di quelli scatenati dall’esperienza traumatica originaria, facendo potenzialmente franare il terreno di sicurezza necessario per elaborare esperienze traumatiche.

Da Freud in poi la psicologia clinica di diversi orientamenti ma in particolare quella ad orientamento psicodinamico, si è sempre dedicata allo studio dei traumi e dei loro possibili trattamenti psicoterapeutici.psicoanalisi e trauma

Ma cos’è un trauma? Come possiamo definirlo? L’etimologia greca della parola trauma ci indica che questa parola significa “ferita”, lacerazione, rottura violenta. Nella psicologia clinica attuale vi è stato invece uno spostamento, per cui il senso della parola trauma è stato trasferito all’esperienza, che provoca quella lacerazione o ferita. Che è chiaramente una ferita dell’Anima.

La definizione attuale di trauma prende chiaramente le mosse da quella che originariamente venne data da Sigmund Freud.

Freud considera infatti come traumatica una situazione, isolata o ripetuta nel tempo che, producendo un surplus di eccitazione psichica, provoca una profonda lacerazione nel precedente assetto elaborativo dell’individuo, richiedendo la necessità di una ristrutturazione che a sua volta potrà richiedere una riorganizzazione delle difese che, per garantire la sopravvivenza psicologica dell’individuo, si orienteranno in senso psicopatologico. Così, anche se nel modello classico delle nevrosi, la principale difesa sarebbe la rimozione, in una situazione del genere, di tipo traumatico, la difesa utilizzata potrà invece essere la dissociazione. Un trauma, ogni trauma, disorganizza l’esperienza psicologica in corso del soggetto e gli richiede, per continuare ad avere un senso di continuità e di identità coerente di sé stesso e del mondo circostante, di rielaborare in continuazione le trame difensive della sua vita che egli deve scrivere per garantirsi un assetto psicologico sufficientemente stabile.

Per comprendere questo aspetto partiamo dall’attuale definizione di trauma, quella maggiormente condivisa dalla comunità scientifica.

Trauma secondo la definizione attuale

Si parla di trauma,  in relazione ad un evento o esperienza inattesa ed improvvisa, che violentemente irrompe  nella coscienza ed interrompe la continuità esperienziale e l’assetto psichico dell’individuo, eccedendo la sua abituale possibilità  e capacità di previsione e di gestione emozionale della stessa. Esso non è gestibile dalla propria intenzionalità.

Il trauma è perciò un momento di rottura o lacerazione dell’esperienza soggettiva ed in tal senso esso rappresenta una vera e propria minaccia per la stessa integrità della coscienza della persona. Caratteristico del trauma è infatti l’impossibilità di essere integrabile nel precedente vissuto psicologico ed emotivo dell’individuo. L’esperienza traumatica, non essendo gestibile a livello intenzionale ed essendo emotivamente troppo carica, può provocare meccanismi di difesa arcaici e potenti. Può infatti accadere che l’evento traumatico venga dissociato, cioè separato dalla coscienza, frammentato, provocando nella persona che lo ha vissuto un disturbo dissociativo.

Caratteristiche dell’evento trauma

In psicologia si definisce quindi come trauma un evento che ha implicato lesioni gravi, minaccia di morte o alla integrità propria o altrui, particolarmente di persone a cui si è legati da vincoli di parentela o stretti legami di amicizia ed a cui si sia dovuto assistere impotenti e provando intense emozioni di  paura o di orrore. E’ proprio l’impotenza a generare il trauma e non il dolore come talvolta si crede. Dopo aver vissuto un’esperienza traumatica, la persona prova una sorta di anestesia emozionale (che ha funzione protettiva), una diminuita capacità percettiva rispetto agli stimoli ambientali che con facilità possono suscitarle la sensazione di essere stordita, vissuti di depersonalizzazione e derealizzazione tipici dell’ansia acuta da panico a cui si associa un’amnesia dissociativa relativamente al ricordo di qualche aspetto particolarmente drammatico dell’evento o rispetto al quale non si era in possesso, in quel momento, di alcuna difesa adeguata a fronteggiarlo e con il quale quindi, la persona non è in grado temporaneamente di confrontarsi.

Altri sintomi scatenati dall’impatto con una esperienza traumatica sono il persistere di una iperattivazione del Sistema Nervoso Autonomo con una sequela sintomatologica che va dalla tachicardia alle palpitazioni al respiro corto ed affannoso, all’irritabilità ed ansia estrema, una riduzione delle capacità di concentrazione connessa anche alla facile tendenza allo stordimento in rapporto con gli stimoli ambientali che si riscontra nella persona traumatizzata.

La persona che ha vissuto un’esperienza traumatizzante prova difficoltà ad intrattenere le precedenti relazioni sociali e familiari che possono esserne seriamente compromesse. Ugualmente, può verificarsi una perdita di funzioni sociali prima presenti ed una diminuzione, anche grave e severa, della motivazione a compiere i normali atti della vita e le azioni che precedentemente al trauma, risultavano piacevoli ed erano quindi attivamente ricercate dall’individuo, che nel periodo post traumatico, invece le evita. 

Quali sono i principali eventi traumatici che provocano un Disturbo Acuto da Stress ed un Disturbo Post Traumatico da Stress?

I principali eventi traumatici, che provocano sentimenti di orrore e paura e impotenza sono: 

  • la violenza sessuale, l’essere tenuti in ostaggio o prigionieri ed essere incarcerati (come in campi di concentramento oppure in reparti di isolamento per lunghi periodi di tempo).
  • Essere rimasti vittime di catastrofi e calamità naturali come alluvioni e terremoti, incendi ed incidenti stradali a cui si è sopravvissuti o assistito impotenti.
  • Aver vissuto o assistito a ferimenti e lesioni o a morti violente, oppure a combattimenti o guerre o essersi ritrovati in particolare in modo improvviso ed imprevisto, davanti ad un cadavere o a parti dello stesso.

Riassumendo, un  disturbo acuto da stress o un  post traumatico da stress colpisce le persone che hanno vissuto l’esperienza di un evento traumatico che ha implicato gravi lesioni, morte, minaccia di morte o dell’integrità fisica propria o altrui. Ciò che genera il trauma non è l’evento in sé ma la riorganizzazione repentina delle difese che esso richiede.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Disturbo Post Traumatico acuto da stress

dptDisturbo post traumatico da stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, ed il Disturbo Acuto da Stress presentano una sintomatologia molto simile; ciò che li differenzia in tal senso è la durata dei sintomi. Non esistendo linee guida specifiche e definite per la psicoterapia del Disturbo Acuto da Stress, si ritiene utile sottoporre le persone che ne soffrono a trattamenti psicoterapeutici simili a quelli utilizzati per il Disturbo Post Traumatico da Stress quali la psicoterapia cognitivo comportamentale (sintomi) e la psicoterapia psicodinamica (processi). E’ sempre più diffusa a livello clinico, l’idea che un trattamento precoce del Disturbo Acuto da Stress possa ridurre le possibilità che esso evolva in una forma cronica di Disturbo Post traumatico da Stress.

Nello specifico del trattamento immediato del Disturbo Acuto da Stress, vediamo che esso dovrà essere articolato su più livelli. Innanzitutto è necessario curare eventuali ferite o lesioni organiche e tenere sotto controllo sintomi cardiocircolatori come ipertensione ed aritmie cardiache che potenzialmente, possono essere letali. E’ quindi necessario controllare lo stato acuto di ansia, agitazione ed irritabilità, i sintomi dissociativi e proteggere il sonno della persona. Si può intervenire in questa fase con psicofarmaci ansiolitici e antipsicotici a basso dosaggio. Sono utili anche per prevenire rischi psicopatologici legati a gravi disturbi dell’umore, con particolare riferimento agli esiti possibili di una depressione maggiore, antidepressivi e stabilizzatori dell’umore.

E’ necessario però non confondere un processo di lutto che avrà in generale la sua naturale risoluzione con l’esordio della depressione che consegue ad un trauma, per quanto tale distinzione non sia molto semplice e richiede prolungati contatti con la persona traumatizzata.

Come vedremo più avanti per la psicoterapia, anche un trattamento farmacologico troppo precoce per la depressione, prima che il processo di lutto si sia concluso attraverso tutte le sue fasi, può essere deleterio, perché non avrebbe senso comprimerlo o accelerarlo a forza, poiché ogni persona ha i suoi tempi che dovranno sempre essere rispettati. Affinché il lutto si compia in seguito ad un evento traumatico, come una violenza sessuale o fisica, o la perdita improvvisa di un proprio caro, una catastrofe naturale, … è necessario che la persona passi attraverso una serie di fasi, quali un’esperienza acuta di angoscia e di disperazione, il confronto con la situazione che si è vissuta ed il nuovo assetto, per arrivare poi alla risoluzione, cioè al superamento del dolore psichico normale connesso all’esperienza drammatica vissuta.

Soffocare il lutto con dei farmaci potrebbe comportare in seguito la necessità di confrontarsi con la stessa esperienza, quando la situazione interna non è favorevole e le difese non sono più quelle appropriate, cosa che darebbe luogo ad un’angoscia insormontabile che potrebbe provocare una fuga dalla reale elaborazione intrapsichica dell’esperienza, che verrebbe ingoiata senza essere metabolizzata con ulteriori e successivi evitamenti.dpt incidente

Un aspetto fondamentale di ogni esperienza traumatica è che essa scatena una serie di meccanismi di difesa di tipo fobico quali innanzitutto l’evitamento, che può generalizzarsi a tal punto che il soggetto può  cercare di evitare di ascoltare o/e pronunciare alcune parole collegate al trauma perche possono scatenarne il ricordo e l’emozione di paura ed impotenza ad esso connessa vissuta dal soggetto.

In una prima fase del trattamento di un soggetto affetto da Disturbo Acuto da Stress è poco utile cercare motivazioni profonde mentre è necessario cercare di aiutarlo a riprendere il prima possibile in mano la propria vita, affrontando le paure da cui è paralizzato con una psicoterapia per “evitare” che i sintomi di evitamento, oltre a quelli tipici come l’insonnia si cronicizzino in un disturbo post traumatico da stress. Poiché ogni trauma è scatenato da un evento critico ma non tutte le persone che vivono un evento o esperienza critica presentano poi un Disturbo Acuto da Stress o un Disturbo Post Traumatico da Stress, è evidente che in alcuni individui è presente una personalità con alcune aree di vulnerabilità che le predispongono maggiormente di altre a rispondere in un certo modo, legate tanto ad esperienze precedenti e non ben integrate avute nel corso del proprio sviluppo, in particolare nei primi legami di attaccamento, ma anche alle zone di sé oscure,  la cui conoscenza potrebbe rafforzare il soggetto ed aiutarlo a migliorare i suoi meccanismi di difesa. Per questo motivo, una volta attutita la sintomatologia acuta legata all’evento traumatico, sul lungo termine, per evitare risposte traumatiche ad eventi critici ma tipici della vita, oltre a migliorare la capacità di evitare per quanto possibile ulteriori traumi, riconoscendo quelle situazioni che potrebbero causarli, è utile una psicoterapia ad orientamento psicodinamico che consenta di esplorare quelle zone della propria personalità vulnerabili ed integrarle nella personalità complessiva. Si tratta di zone inconsce che non riuscendo a dialogare con la nostra coscienza, la influenzano però facilmente in modo negativo soggiogandola orientando anche i nostri comportamenti in modo diverso da come in effetti vorremmo, facendoci anche magari esporre  a situazioni per noi rischiose e potenzialmente traumatiche.  

Può essere utile un approfondimento in merito al trauma e ai primi studio psicoanalitici iniziati sa Freud

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Non sono mai soddisfatto di me

Quante volte ci siamo detti: non sono soddisfatto di me!

Chi più, chi meno, ma tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo fatto questa riflessione.

Una volta fatta questa constatazione però, qualcuno ha poi, dopo una opportuna rielaborazione, fatto qualcosa e le cose sono cambiate. Altre invece non hanno fatto nulla e le cose sono rimaste com’erano, ma il tutto è stato archiviato con una scrollata di spalle.

In questo articolo vorrei parlare però di quelle persone che ‘viaggiano’ perennemente con questo senso di insoddisfazione. Un senso che non molla, non da tregua, non da scampo.

Un sensazione che ha effetti sul corpo (stanchezza, depressione, fiacca, malavoglia per ogni cosa) e sulla mente (tristezza, disistima, senso di inadeguatezza, malumore, irrascibilità, …) che spesso, troppo spesso, viene sottovalutata, archiviata momentaneamente come una cosa fastidiosa (una mosca che si posa sulla mano) oppure come invalidante (un elefante che ci passa sopra).

Viviamo in un contesto, in un mondo, in un arco temporale, … ove tutto è possibile. Tutto ma anche il suo contrario. Allora se tutto è possibile, anche trovare il modo per essere soddisfatti, sta nelle potenzialità di tutti.

Ma se commettiamo l’errore di vedere l’erba del vicino, la nostra ci parrà sempre meno verde.

Quando non abbiamo ciò che desideriamo, quando il nostro umore non è quello che vorremmo, quando le emozioni che proviamo sono diverse da quelle che vorremmo, quando non … etc, allora siamo insoddisfatti.

Vorrei escludere dalla discussione situazioni ove il sentimento di insoddisfazione abbia senso, come ad esempio nelle situazioni concrete (perdita di un lavoro, un amore, la salute, etc).

Focalizziamoci su quelle situazioni ove l’insoddisfazione ha una natura esistenziale.

Una natura del tipo: non sentirsi importante per nessuno, non sentirsi amati oppure di appartenere ad un gruppo, percepire la propria vita come noiosa, …

Ma anche, sentirsi come si sentono certe persone (forse un po’ snob) che non sono nè appagate né contente pur avendo, ad esempio, anche una ‘bella’ vita, appagante e piena di fatti che gratificherebbero tutti, tutti meno loro, perché in loro c’è sempre qualcosa che ‘…. manca.

Questi strani personaggi proprio non ce la fanno, nonostante tutto, ad essere felici. Perché? Perché sono alla ricerca della perfezione assoluta e la felicità sempre e comunque è una cosa che prima o poi arriverà, ma di certo non ora, non in questo momento, mai in un ‘presente’. Persone che non sanno vivere le emozioni per quello che sono, semplici ed elementari, come un bicchiere d’acqua fresca; per loro le emozioni dovrebbero essere simili al più raffinato dei cocktail che ovviamente nessun barman ha ancora creato. Per loro la realtà non è mai appagante perché per loro, nella loro mente, c’è ben altro, rispetto a ciò che c’è ora; il loro ‘ben altro’ ha ovviamente la connotazione di una grandiosità che non trova mai un riscontro terreno, appartenendo forse ad un qualcosa di ‘ideale’ che, come tale, non esiste ne mai esisterà (infatti l’ideale è e rimane ‘l’essere che non è’. Per questi soggetti (fortunatamente non tutti gli insoddisfatti), chi si ‘contenta’ dell’acqua fresca, non può che essere un mediocre, rendendosi quindi, tra l’altro, odiosi e antipatici. Chi, rispetto a questo tema, reagisce nel modo descritto, ovvero in modo snobbistico, può solo sentirsi completamente appagato da un qualcosa che, come dicevamo prima, non può che essere speciale.

Tali persone però, in fondo hanno una scarsissima autostima. Raramente hanno la reale percezione del loro reale valore e la grandiosità delle loro aspettative (mai realizzabili) che in realtà tradisce solo la consapevolezza che la loro autostima vacilla continuamente. Anche per questi soggetti, la soluzione è sempre la stessa: vivere come un comune mortale che si sa, è limitato  e limitante.

Ma quando accade che l’insoddisfazione diviene più lacerante?

Quando qualcuno (o noi stessi) o qualcosa ci impedisce la piena gratificazione dei nostri desideri.

Quando poi queste insoddisfazioni non vengono percepite dagli altri, possono manifestarsi alcune somatizzazioni anche  invalidanti.  Un possibile esito lo troviamo anche nella depressione, in particolar modo quando per qualsivoglia motivo si decide di rinunciare a lottare.  

Positività della insoddisfazione

Quando abbiamo fame, ci sentiamo insoddisfatti e questo ci induce a pranzare tutti i giorni, anche più volte al giorno. Tutto ciò ci spinge anche a fare di tutto per avere i mezzi per garantirci la soddisfazione di questa esigenza primaria.

Se non facciamo l’amore oppure un nostro progetto non si è realizzato, torniamo ad essere insoddisfatti, almeno fino a che …

 Tutto è un giro vizioso (o virtuoso). L’insoddisfazione innalza la tensione finchè non avviene la scarica e proprio in quel momento, forse per poco, siamo felici. La felicità è assenza di tensioni. L’insoddisfazione (la sofferenza) innalza la tensione ed è un modo per giungere alla felicità. Un esempio valido per tutti è certamente l’amore. Con questo sentimento è possibile raggiungere entrambi i vertici: la felicità e l’infelicità.

Da tutto questo si evince che chi è assolutamente privo di insoddisfazione, ha qualche problema.    

Nel mondo in cui viviamo c’è sempre vento. Il vento (pneuma, spirito) sposta l’aria tra due ambienti con pressione differente. Cosi accade anche dentro di noi. L’insoddisfazione è foriera di vitalità. Una vitalità che spinge all’azione, necessaria per cambiare il nostro stato.

Nel mondo c’è una totale alternanza: giorno e notte, le stagioni, etc. Cosi come in noi. Abbiamo tutti una medaglia che contiene due facce, in una c’è la felicità o il bene, nell’altra l’infelicità o il male.

Non basta soddisfare tutti i desideri per essere felici, questo lo sanno tutti. Chi sta male fa di tutto per star meglio e così via, in un incessante e continuo flusso d’aria che passa da uno strato all’altro, fine alla fine dei tempi.

Tuttavia non potremmo mai essere totalmente soddisfatti dal momento che una quota di insoddisfazione è insita in noi essere umani ed una molla che ha promosso e promuove costantemente il processo evolutivo. .

Depressione

La depressione nevrotica

La depressione al di là di cosa è oppure di cosa non è, di certo è uno stato psicopatologico caratterizzato da un tono dell’umore molto basso, da un profondo senso di tristezza e di abbattimento e  profonda prostrazione sia psichica che fisica. Le persone depresse che vedo (sia uomini che donne; sia giovani che meno giovani) hanno in comune un’espressione di sconforto profondo. La loro mimica tradisce la desolazione che hanno nell’anima. Tutto è difficile, stancante, non hanno energia per pensare e fare cose nuove. Escono per lavoro, se lavorano; finito il lavoro tornano a casa, e si mettono sul divano. Oppure, se studiano, non vanno all’università; dormono tutto il giorno. Non si lavano, ma restano ‘in-pigiamati tutto il giorno. La sera non riescono ad addormentarsi e allora qualcuno ricorre all’alcol, oppure all’antidepressivo in dosi sempre più massicce.

Se sei depresso, stai vivendo nel passato.

Se sei ansioso, stai vivendo nel futuro

Se sei in pace, stai vivendo nel presente

(Lao Tzu)

Può accadere (e accade più o meno a tutti almeno una volta nella vita) di essere malinconici. Una malinconia che però, in breve tempo passa e lo si avverte dalla constatazione, che il tono dell’umore è ripristinato come  lo è l’equilibrio affettivo. Quando tutto questo non accade (dopo un certo periodo di tempo), allora siamo in presenza di una depressione.

La depressione ha diverse declinazioni e possono essere differenziate sulla base delle cause che le generano (ad esempio, sulla base di fattori fisici, genetici, psicologici).

La depressione nevrotica – come riconoscerla

Il depresso è sicuramente triste, si apprezza poco, pigro e quindi quasi sempre privo di interessi e spirito di iniziativa. I sentimenti che il depresso prova maggiormente sono di indegnità, di ansia, irrequietezza, insicurezza; è spesso insonne (perché il depresso soffre di insonnia oppure chi soffre di insonnia è spesso depresso); il depresso ha un calo del desiderio sessuale, si stanca facilmente, può avere spesso il mal di testa, avere le vertigini e avere problemi tipici del cardiopatico.

Nella forma maggiore, può anche tentare (a volte riuscendoci) il suicidio.

Le depressioni sono di due tipi: maggiore (detta anche endogena, che viene generata o si sviluppa all’interno); minore detta anche nevrotica o reattiva.

La depressione maggiore fa parte delle psicosi; si assiste ad episodi depressivi la cui durata è variabile, possono esserci ricadute e gli eccessi sono molto presenti; l’angoscia è disperata e spesso senza oggetto, cioè non riconducibile a fatti reali. La pena che si prova, pur avendo un fattore scatenante, potrebbe non essere riconducibile a qualcosa di realmente accaduto. C’è quasi sempre un senso di vuoto e di dolore interiore profondo. Il depresso ha delle convinzioni (spesso deliranti); si autoaccusa e prova rimorso e la conseguente esigenza di espiazione.

Le forme minori (nevrotiche e reattive), fanno capo a conflitti interiori che, potrebbe spesso voler dire: difficoltà di adattamento alle proprie avventure e/o disavventure quotidiane. Si sta male ma senza mai raggiungere il livello psicotico (totale alienazione); tutto ciò che accade è contestuale alla vita del paziente e tutti, chi più chi meno, riescono a comprendere il perché dei sintomi. La quotidianità è costellata di pessimismo, irritabilità, lamenti, scontentezza, tristezza, etc.

La depressione nevrotica -come e perchè

Età avanzata: a causa della perdita di una finalità legata ad un ruolo (ad esempio andando in pensione), oppure all’isolamento dovuto ai figli grandi e lontani e alla mancanza di una occupazione.

Climaterio: dovuto al declino del ruolo in famiglia e in società ma anche al calo prestazionale.

Gravidanza: il periodo che va dalla gravidanza al pueperio/allattamento. In questo caso le concause sono biologiche e psicologiche.

Delusioni: le delusioni amorose spesso rappresentano l’ennesima perdita. Ci si deprime non per la delusione in se, ma perchè questa rappresenta un’altra sconfitta da aggiungere a tutte le altre.

In tutte le cause, studi ed evidenze cliniche hanno verificato l’esistenza di un fattore comune: la perdita. La perdita di ‘cose’ oppure ‘oggetti’ su cui c’era investita una forte carica affettiva (rottura legame, separazione/divorzio, un divieto, etc). Rivestono particolare importanza i lutti infantili e/o precoci che rimangono inconsci: la non elaborazione adeguata costituisce un precedente di quella depressione che si manifesta da adulti.

La depressione nevrotica – Cura

Mai come in questo caso, la terapia ideale è quella combinata: una psicoterapia di tipo analitica e quella farmacologica.

Leggi anche come curare la depressione.

Insonnia e depressione

Insonnia e depressione

Una volta, gli esseri umani dormivano 8 ore, lavoravano 8 ore e mangiavano per 8 ore.  Oggi dormiamo 8 ore (negli ultimi 30anni dormiamo meno), lavoriamo 8 ore, mangiamo 2 ore e il resto del tempo lo impieghiamo per divertirci, istruirci, creare, etc. Quindi un terzo del nostro tempo lo passiamo dormendo. Tutti sanno che dormire è necessario, esattamente come nutrirsi. Possiamo stare a digiuno per uno o più giorni ma difficilmente possiamo stare più di una notte senza dormire. Il sonno è quindi un bisogno forse superiore come importanza al cibo. E’ importante (come il cibo ad esempio) per mantenerci sani sia fisicamente che psicologicamente.

Chi non dorme bene, soffre ed ha disturbi, anche gravi, che cambiano in negativo, la salute e la qualità della vita e gli esperti dicono, che circa il 45% della popolazione mondiale ne soffre.

Dormire poco o male produce effetti negativi sulla salute. Nell’immediato (il giorno dopo) ha effetti riscontrabili nella memoria, la capacità di concentrazione e di apprendimento. Indirettamente (e in funzione di quanto sopra) agisce negativamente sulla vita di relazione (famiglia, amici, lavoro…). Un primo indizio legato all’insonnia, è la possibile insorgenza di una depressione. Chi dorme poco, potrebbe essere un po’ depresso. Gli specialisti definiscono questa situazione come ‘bidirezionale’, dove da una parte c’è l’insonnia e dall’altra disturbi di ansia e depressivi.

Correlazione tra la insonnia e la depressione

insonnia

Alcune ricerche suggeriscono che il 60-90 % delle persone a cui è stata diagnosticata la depressione, soffrono anche di insonnia. Questo insonnia, può esprimersi con una difficoltà ad addormentarsi, oppure con un sonno troppo breve (poche ore) e quindi assolutamente insufficiente. Sono stati rilevati anche alterazioni fisiologiche durante il sonno nelle persone che soffrono di depressione (tracciati EEG con alterazioni).

Altri studi (epidemiologici e clinici) sembra che abbiamo dimostrato anche il contrario.  Ovvero, chi dorme poco e male può sviluppare una depressione. Pare che il 40,4% di chi ha disturbi del sonno presenta anche disturbi depressivi, rispetto a coloro che dormono bene, che sono appena il 16,4%. Da ciò gli esperti suggeriscono di trattare precocemente i disturbi del sonno, anche per prevenire l’eventuale insorgenza della depressione.

Altro paradosso ci viene dalla constatazione che curando positivamente i disturbi del sonno, si ottiene una maggiore efficacia sulla depressione ma, quei farmaci che hanno effetto sulla depressione alterano o riducono specifiche fasi del sonno.

Fortunatamente chi dorme bene, migliora l’eventuale sottostante disturbo psichico.

“- Non dormire più! Macbeth uccide il sonno! – … il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II).

Insonnia e disturbi d’ansia

Anche l’ansia, compreso quello generalizzata, il disturbo post-traumatico e gli attacchi di panico,  può essere influenzata dai disturbi del sonno.  L’insonnia (anche nelle forme più lievi) può dar maggior corpo a questo tipo di disturbi e determinare uno o più attacchi. Inoltre, chi soffre dei disturbi di cui sopra in modo primario, ha anche disturbi del sonno. Ad esempio spesso ci raccontano di attacchi di panico notturni, oppure, nel caso del DPT (disturbo post traumatico da stress), sono frequenti la presenza di incubi. Tornando alla statistica, il 42% degli insonni, ha anche ansia, il 13%, ansia generalizzata.

Anche in questi casi ci sono effetti collaterali dovuti all’esperienza e ai condizionamenti patologici e fisiologici. Il disturbo d’ansia genera insonnia; l’insonnia genera ansia.   Da dove nasce l’uno e da dove l’altro, può a volte essere difficilmente definibile. Come dicevamo prima, chi soffre di tanta ansia forse difficilmente riesce ad addormentarsi; mentre chi non riesce ad addormentarsi, con il progredire di questa difficoltà, comincia a veder salire l’ansia. Una volta instaurato il vortice, il disagio diviene insopportabile.

In conclusione, se riusciamo a trattare in modo efficace l’insonnia, come per la depressione, riusciamo a trovare sollievo anche nel disturbo di ansia.    

Come trattare l’insonnia

Se sono escluse cause organiche, allora molto probabilmente la cause sono psicologiche e la psicoterapia è un ottimo strumento per guarirne.

Paura di essere derisi, ovvero la Gelotofobia

Il termine fobia deriva dal greco φόβος,phóbos, “panico, paura”.
Una fobia è caratterizzata da una paura intensa e persistente, duratura nel tempo, nei confronti di una specifica cosa, in realtà non adatta provocare a livello razionale un timore così intenso.

Le fobie sono molto comuni: esse  colpiscono circa il 5% della popolazione mondiale. Questo vuol dire che un individuo ogni 20 soffre di almeno una fobia ed in modo maggiore le donne rispetto agli uomini.

Una particolare fobia è quella denominata gelotofobia ((γέλως = “le risa”). Ma cosa significa il termine gelotofobia?
Contrariamente a quanto potrebbe sembrare al primo impatto ed anche se
il termine può farci pensare alla fobia di mangiar gelati, non si tratta di questo.
La gelotofobia è una condizione inquadrata nella famiglia delle fobie (ed alla sotto categoria della fobia sociale),  questo termine di origine greco significa “paura del riso”.
Infatti la persona che è affetta da gelotofobia vive in una una costante paura di essere derisa e criticata dagli altri che gravitano intorno a lei.
Anche se può accadere a tutti noi di essere molto sensibili alle critiche altrui, nei gelotofobici, sembra essere presente una incapacità di distinguere, tra un sorridere finto ed un sarcastico.   
Le persone che soffrono di gelotofobia infatti, interpretano in modo erroneo la mimica facciale a  il loro tono di voce, le posture, etc,  credendo di essere sempre loro stessi ‘oggetto della derisione’ degli altri.
Sembra possibile che chi soffre di questo disturbo, sia stato oggetto di critiche esagerate e derisione in passato.
La gelotofobia essendo fonte continua di sofferenza nel rapporto con  gli altri, generando umiliazione, rabbia e  frustrazione,  può causare depressione oppure uno stato di patologica tristezza.
A cura della d.ssa Elesabetta Lazzari

Sei depresso: te lo dice l’analisi del sangue

analisi sangue depressioneDa oggi, sembra che lo stato (o la predisposizione) di depressione possa essere diagnosticato attraverso una banalissima ’analisi del sangue‘. Sapere cosa è la depressione e cosa non è diviene fondamentale per una giusta diagnosi e questa ipotesi, ovvero individuare la depressione attraverso un’analisi (quando e se sarà disponibile) aiuterebbe moltissimo.

La ricerca ha individuato 9 molecole di Rna (l’acido ribonucleico, un polimero organico simile al Dna, utile ai fine della comprensione dell’informazione genetica) che, se presenti nel sangue in certe concentrazioni, attestano la presenza di questo disturbo e ne aiutano il ricorso alle opportune cure. Il nuovo test si deve grazie alla ricerca coordinata alla scuola di medicina della Northwestern University Feinberg ed è pubblicato su Translational Psychiatry (Blood transcriptomic biomarkers in adult primary care patients with major depressive disorder undergoing cognitive behavioral therapy – http://www.nature.com/tp/journal/v4/n9/abs/tp201466a.html)

Quindi, se fino a oggi l’unico criterio per identificare la malattia era la descrizione dei sintomi da parte del paziente, da prestissimo sarà possibile avere un dato quantitativo obiettivo.

Attraverso questo tipo di analisi sarà quindi possibile ‘misurare’ il livello di depressione e misurare, nel tempo, gli effetti della psicoterapia.depressione nevrotica

Come si è giunti a questo test

Gli studiosi, attraverso l’analisi del sangue di 64 volontari (metà di loro erano clinicamente depressi) e mettendo a confronto i due tipi di campioni hanno misurato una differente e significativa concentrazione di nove molecole (ADCY3, DGKA, FAM46A, IGSF4A/CADM1, KIAA1539, MARCKS, PSME1, RAPH1 and TLR7). La cosa più esaltante, almeno per noi psicologi, viene dalla constatazione che la concentrazione di questi marcatori, per i soggetti sottoposti alla psicoterapia, calava progressivamente. Tre di queste molecole, risultavano alterate anche in quei soggetti non depressi ma a rischio. Il test quindi potrebbe essere utile anche per fornire evidenze cliniche per soggetti che pur non essendo depressi, potrebbero diventarlo o lo sono stati in passato, soggetti insomma che presentano una maggiore vulnerabilità o predisposizione alla depressione anche in totale o parziale assenza di eventuali episodi depressivi.

Allo stato attuale, la diagnosi di depressione viene fatta sulla base di sintomatologie generiche, ovvero stanchezza, mancanza di motivazione, pessimo umore, diminuzione dell’appetito, disturbi del sonno, sensi di colpa, pensieri suicidi, senso di vuoto, di disperazione, di nullità, sentirsi rallentati,etc. Oggi, questa ‘genericità’ è superata da un’analisi oggettiva. Se grazie ad un prelievo saremo in grado di fare un’analisi di depressione, il salto qualitativo in ambito della salute mentale è enorme e le ricadute sono vantaggiose per tutti.

Grazie a questa analisi, attraverso un controllo periodico, ognuno di noi è in grado di avere un riscontro clinico del livello della nostra depressione e quindi le resistenze alla psicoterapia dovrebbero allentarsi. Inoltre, il SSN ne trarrebbe un notevole risparmio dal momento che i costi della depressione sono altissimi.

Secondo Organizzazione Mondiale di Sanità la depressione è seconda solo alla HIV come causa di invalidità permanente. La depressione va quindi valutata non solo dal punto di vista clinico, ma anche dal punto dei costi sociali e personali. L’OMS sostiene che gli antidepressivi sono farmaci molto venduti e sono secondi solo ai farmaci cardiocircolatori e addirittura prima degli antinfiammatori e antibiotici. Da ciò si evince che la depressione grava pesantemente sui costi sanitari e diviene così un problema di interesse nazionale. Infatti ben il 63% delle prescrizioni per depressione equivalgono a circa 9.220.000 all’anno.

Questa scoperta, finalmente, cambia drasticamente le prospettive; il malato può riconoscere subito e senza ombra di dubbio il suo stato; i soggetti a rischio vengono individuati prima e la cosa è utilissima ai fine della terapia e relativa guarigione.

La psicoanalisi (una forma di psicoterapia, rappresenta la cura più stabile, duratura ed efficace per tutto quel 7% di soggetti che ne soffrono (questa percentuale cresce di anno in anno) e come detto sopra, basterà una semplice analisi del sangue per verificare la riduzione delle concentrazioni. Ovviamente, questo sistema offre un risultato oggettivo ma ciò che più conta è la percezione del soggetto man mano che l’analisi prosegue.

Tutti questi dati ovviamente dovranno essere confermati dalla ricerca e da studi su una popolazione ben più vasta. Le analisi dovranno essere oggetto di tutti gli approfondimenti necessari e le inevitabile differenze tra soggetti (maschi, femmine, adulti, adolescenti, anziani etc) vagliate e utilizzate in modo opportuno. Inoltre, speriamo che sia anche possibile essere più precisi anche per altre forme di patologie associate, penso ad esempio alla sindrome bipolare, alla ciclotimia, a tutti i disturbi di ansia che si accompagnano alla depressione.

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