Categoria: Consulenza psico-legale

L’ascolto del minore: le buone prassi

L’ascolto del minore: le buone prassi

Il 14 ottobre 2017 è stata pubblicata la IV CARTA DI NOTO – Linee guida per l’esame del minore.

Questo documento è di fondamentale importanza per chi lavora come psicologo in ambito giuridico, perché descrive, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, le migliori prassi, da attuare quando si raccoglie una testimonianza di un minore.

E’ importante, innanzitutto, sottolineare che la memoria, non è un riproduzione precisa di eventi, ma piuttosto un processo dinamico di costruzione e ricostruzione: le informazioni provenienti dall’ambiente esterno, infatti, possono interferire nel processo di codifica, di consolidamento e/o di richiamo del ricordo. Tutto questo è ancor più vero nei bambini, per via della loro maggiore suggestionabilità, della loro dipendenza dal contesto ambienta e della loro difficoltà a comprendere alcune informazioni ed i meccanismi sottostanti. Nella fase di sviluppo precedente la completa acquisizione del linguaggio (3-4 anni circa) i ricordi non possono essere ritenuti accurati e credibili, se non confermati da riscontri indipendenti. Inoltre, i bambini sono da considerarsi testimoni ‘fragili’: facilmente infatti, di fronte ad un adulto, possono mostrarsi compiacenti (ossia tendono a confermarsi a ciò che presuppongono sia desiderato dall’adulto) e suggestionabili (ossia, si convincono che le cose siano andate in un certo modo, come più o meno marcatamente suggerito dall’adulto). Tutto questo ha sicuramente delle fortissime ripercussioni in ambito giuridico e nelle testimonianze: il fenomeno delle false denunce di abuso, soprattutto nei casi in cui ci sono forti conflitti interfamiliari, è, ahimè, esistente!

La Carta di Noto, come detto in precedenza, stabilisce le buone prassi a cui rifarsi per l’ascolto del minore.

Al primo articolo stabilisce, innanzitutto, che l’ascolto del minore, vittima o presunto tale, deve avvenire da parte di esperti (psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili), in collaborazione con altre figure professionali (magistrati, avvocati, Polizia Giudiziaria), che abbiano specifiche competenze ed una formazione aggiornata in psicologia forense e delle testimonianza. Inoltre, le dichiarazioni devono essere raccolte utilizzando protocolli di intervista basati sulla lettura internazionale. Esempi di questi protocolli sono l’ELABORAZIONE NARRATIVA (nella fase di racconto libero) e la STEP WISE INTERVIEW.

L’elaborazione narrativa (Saywitz, Snyder, Lamphear, 1990) è una tecnica a cui il bambino deve essere addestrato prima di iniziare l’intervista vera e propria. Ai bambini viene insegnato ad organizzare gli elementi di un racconto in cinque categorie, rilevanti dal punto di vista giuridico: personaggi, setting, azioni, conversazioni, conseguenze. Ogni categoria è rappresentata da un disegno, che facilita la memorizzazione; nella fase di addestramento, i bambini vedono delle scene videoregistrate e successivamente imparano a raccontarle utilizzando le immagini per ricordare il maggior numero di elementi per ogni categoria.

La Step Wise Interview (Yuille e coll., 1989-1993) è una intervista investigativa costituita da 10 fasi, da eseguire nell’ordine stabilito, al fine di ottenere un’intervista metodologicamente corretta.

Le fasi sono: costruire il rapporto, preparare il bambino all’intervista, verificare il livello di sviluppo cognitivo, adattare l’intervista al bambino, introdurre in modo esplicito l’argomento, racconto libero, domande aperte, domande chiuse (se necessarie), strumenti ausiliari (se necessario), conclusione.

Ad ogni modo, la letteratura internazionale è concorde nel ritenere che l’intervista deve prevedere una valutazione del bambino, antecedente al racconto dell’episodio per il quale si raccoglie la testimonianza, volta a comprendere le modalità espressive (ad es. se conosce e come chiama le diverse parti del corpo) e le conoscenze in merito ad argomenti legati alla sessualità.

A questo proposito, nella Carta di Noto si fa esplicito riferimento alla necessità di valutare l’idoneità del minore a testimoniare sui fatti oggetto di indagine (art. 10), valutazione che riguarda, in generale, le funzioni cognitive quali la memoria, l’attenzione, la capacità di comprensione e di espressione linguistica, la capacità di individuare la fonte delle informazioni, la capacità di discriminare tra realtà e fantasia, il livello di suggestionabilità e di maturazione psico-affettiva. Nello specifico, inoltre, tale valutazione va ad indagare l’abilità del minore di organizzare e riferire il ricordo, in relazione alla complessità dell’esperienza che si suppone sia avvenuta e la presenza di suggestioni che possono aver interferito nel racconto (art. 13).

E’ importante, infine, ricordare che non esistono segnali psicologici, emotivi e comportamentali che siano chiari indicatori e rivelatori di vittimizzazione: non è scientificamente fondato identificare quadri clinici riconducibili ad un abuso, né ritenere alcun sintomo una prova di esso.

Quelli approfonditi sono solo alcuni degli aspetti da tenere in considerazione durante l’acquisizione di una testimonianza da parte di un minore. La prassi in questa materia è particolarmente complicata, innanzitutto perché spesso si tratta di casi di abuso e maltrattamenti, reati riprovevoli e sottoposti ad un aspro giudizio morale; inoltre, trattandosi di un minore e dovendo necessariamente tutelare la sua salute psicofisica, è necessario avere una formazione altamente specifica e saper come tutelare chi ci sta di fronte.

A cura della d.ssa Silvia D’Andrea

Mass media, pregiudizi e paura del crimine – Quali connessioni

Mass media, pregiudizi e paura

La letteratura internazionale è unanime nell’affermare il forte potere dei media sulla costruzione della realtà sociale, in particolar modo sui giudizi riguardanti la razza ed il crimine: una notizia non è mai la semplice descrizione di un evento, ma è sempre la ricostruzione dello stesso, che riflette il sistema di credenze e valori propri di chi la comunica (Benedict, 1992; Dowler, 2006).

Le conclusioni di un crescente numero di ricerche hanno mostrato che le notizie dei media riportano gli stranieri come sospetti criminali in modo eccessivo, rispetto ai reati che effettivamente commettono. E’ probabile che ciò sia dovuto ad una sistematica distorsione delle informazioni sui reati, distorsione che è basata su stereotipi e pregiudizi che, conseguentemente, vengono alimentati da tale modalità di veicolare informazioni. Inoltre, l’esposizione a fonti di informazione (crimine commesso da immigrato) può attivare con più frequenza, e quindi rendere facilmente accessibile, un collegamento cognitivo tra gli immigrati e la criminalità: di conseguenza, le persone sono portate a stimare erroneamente più alta la probabilità che un crimine possa essere commesso da uno straniero piuttosto che un autoctono (euristica della disponibilità).

Per questi motivi, la Dott.ssa Silvia D’Andrea ha svolto un’indagine volta comprendere se e come, il modo tendenziosamente diverso in cui i mass media presentano i fatti criminali, che vedono coinvolti rei stranieri o italiani (analisi condotta attraverso lo studio del grado di astrazione linguistica), possa influenzare la paura del crimine ed il livello di pregiudizio degli autoctoni. Questa indagine, anche se non esaustiva del fenomeno, può essere molto utile per comprendere come le modalità con cui vengono riportate le notizie abbiano valore nella valutazione degli eventi che possono accadere quotidianamente.
Il grado di astrazione linguistica si riferisce alla modalità di descrizione linguistica utilizzata da un determinato gruppo. Secondo la teoria del Linguistic Intergroup Bias, si ha la tendenza a sovrastimare le caratteristiche positive del gruppo di appartenenza e sottostimare quelle negative. Il Linguistic Category Model, di Semin e Fielder, individua quattro livelli di descrizione linguistica:

  1. il livello più astratto (quello degli aggettivi per intenderci) è utilizzato per descrivere comportamenti positivi dell’ingroup e negativi dell’outgroup, così da identificare e generalizzare caratteristiche tipiche dei membri del gruppo;
  2. il livello più concreto (quello dei verbi di azione) è usato dai membri dell’ingroup per descrivere azioni negative del gruppo di appartenenza e azioni positive dell’outgroup, con lo scopo di sottolineare la rarità di tali eventi.
    L’ipotesi iniziale prevedeva che la paura del crimine ed il pregiudizio sarebbero aumentati se la notizia letta dal soggetto sperimentale avesse riportato un reato commesso da un immigrato e fosse stata scritta utilizzando un elevato livello di astrazione. Il campione, appositamente di origine italiana e costituito da 98 soggetti, aveva un’età compresa tra i 19 e i 41 anni ed era costituito da 56 donne e 42 uomini. I soggetti, per la maggior parte studenti, sono stati contattati di persona ed hanno risposto ad un questionario “carta e matita”. Sono stati somministrati cinque tipi di questionario, assegnati casualmente ai partecipanti, che variavano solo per l’articolo riportato (autore di reato italiano/straniero; livello di astrazione elevato/basso; articolo sportivo per il gruppo di controllo).
    Nella parte introduttiva del questionario erano presentate una serie di affermazioni che valutavano il grado di apertura all’esperienza, l’inciviltà percepita nella propria zona di residenza e l’esposizione ai media. A ciò seguiva la somministrazione di un adattamento della Scala del Pregiudizio Classico e Moderno di Ekehammar et all. (pregiudizio pre-manipolazione). In seguito i soggetti leggevano l’articolo di giornale in una delle cinque possibili alternative. Successivamente, venivano indagate la paura del crimine ed il livello di pregiudizio (post-manipolazione). Infine, venivano chieste alcune informazioni socio-demografiche.

I risultati della ricerca (non esaustivi del fenomeno innanzitutto per il campione non rappresentativo utilizzato) hanno evidenziato che gli alti livelli di pregiudizio pre-manipolazione influenzano i sentimenti di pregiudizio post-manipolazione, in particolare tra coloro che avevano letto l’articolo di giornale con un elevato grado di astrazione linguistica e che riportava uno straniero come autore di reato.

La ricerca proposta in questo lavoro partiva dalla curiosità, come detto, di comprendere se, e come, la nazionalità dell’autore di un reato ed il modo in cui viene riportata la notizia del reato stesso, possano influenzare la paura del crimine ed il pregiudizio dei rispondenti ed, in particolare, se tale influenza possa essere moderata dal precedente livello di pregiudizio di ogni rispondente.

I risultati ottenuti fanno riferimento ad una particolare forma di pregiudizio, il pregiudizio latente: si tratta della tendenza delle persone a presentare sé stesse in modi socialmente accettabili e quindi, prive di pregiudizio. Negli anni e in seguito a precisi avvenimenti storici, l’espressione diretta del pregiudizio razziale è andata notevolmente riducendosi, anche per il rischio di incorrere in sanzioni legali. I cambiamenti socio-politici e la tendenza delle persone a presentarsi socialmente e ‘politicamente corrette’ potrebbero prevenire l’espressione vistosa del pregiudizio razziale.

Un’altra interpretazione è possibile riferendosi al lavoro di Stenner (2005) sull’autoritarismo: secondo l’Autrice, in situazioni di minaccia, gli individui tendono a sviluppare atteggiamenti sociali che polarizzano le loro predisposizioni all’autoritarismo. Le persone autoritarie tenderanno a manifestare elevati livelli di intolleranza morale, politica e razziale, mentre quelle libertarie tenderanno a manifestare bassi livelli su tali variabili: vivere in un paese con un elevato tasso di criminalità aumenta le manifestazioni di autoritarismo, in particolar modo manifestazioni di intolleranza razziale, in soggetti con un’alta predisposizione all’autoritarismo; l’influenza è negativa, invece, per le persone con una bassa predisposizione all’autoritarismo.

Il potere e l’abuso sessuale

ABUSI SESSUALI: QUANDO IL POTERE DA ALLA TESTA

Tutti abbiamo appreso dal tam tam mediatico di abusi e molestie del mondo dello spettacolo. Si urla e si strepita per lo scandalo ma sappiamo tutti che non è una novità. Queste cose sono sempre accadute e non solo ad Hollywood.

Weinstein licenziato dalla società che ha fondato: coinvolto in scandalo molestie sessuali

Abbiamo anche ‘scoperto’, che questa modalità non avviene solo nel mondo dello spettacolo ma anche in quella della impresa, dei professionisti, della politica…; tutta gente stimatissima ma con il vizietto chiamato: “comportamenti sessuali predatori”.

Perché questo comportamento è molto comune tra le persone che ‘possono’ Il potere da alla testa?

Vediamo quali possono essere le possibili ragioni.

Dominanza sociale

Fattore molto importante che stabilisce una sorta di gerarchia di potere che si sviluppa o che si sono sviluppate quasi fosse una legge di natura, all’interno del contesto sociale. Quindi abbiamo dominanze del tipo: uomini sulle donne, ricchi vs i poveri, bianchi  vs i neri, … Le persone ‘dominanti’ tendono a sentirsi superiori, si credono al di sopra ed agiscono di conseguenza. Le donne di condizione sociale più bassa, sono considerate ‘prede’ perché inferiori e più fragili e quindi facilmente manipolabili.. Nella loro mente c’è la malsana idea che queste donne, inferiori sul piano sociale, dovrebbero sentirsi lusingate delle loro attenzioni. Ecco che condiscono le loro avances (spesso brutali) con la promessa più o meno esplicitata di una possibile ascesa sociale.

Fare eccezione

Gli uomini che detengono qualsiasi forma di potere, tendono a pensare che tutto ciò che governa  le persone(inferiori) non riguarda loro dal momento che non sono applicabili proprio perché, appartengono  o pensano di appartenere alla classe superiore. Si fanno inoltre forte del loro potere e/o del loro denaro con la convinzione che tutto può essere acquistato, dal momento che è facile se non automatico cercare (e spesso raggiungere) un accordo con le loro vittime.

Sono un maschio

Alcune esperimenti hanno evidenziato che gli uomini che fanno carriera, tendono con il tempo a trattare in modo diverso i colleghi con cui in passato avevano un rapporto da pari. Con il tempo il principio di egualitarismo, cambia radicalmente tendendo ad assegnare a se stessi premi e incentivi. L’esperimento si è basato sull’analisi del testosterone, che in questi soggetti era superiore.  L’esperimento ha dimostrato anche che le donne, contrariamente agli uomini, tendono ad avere un comportamento più etico.

Naturalmente non si può fare di tutta l’erba un fascio, dal  momento che non tutti gli uomini di potere si comportano così, anzi svolgono il proprio ruolo con competenza, professionalità, senso di giustizia, umiltà.

In merito alla diade uomo di potere – subalterno deve sempre valere la regola che l’abuso sessuale va ipotizzato ogni qualvolta il primo ‘ci prova’ con l’altro.

Se un datore di lavoro ci ‘prova’ con una dipendente, la dipendente teme le eventuali conseguenze di un rifiuto; se invece la situazione è di parità, la donna si sente libera di rifiutare (o accettare) dal momento che percepisce di avere nulla da temere.

Ogni qualvolta ci troviamo in presenza di una evidente asimmetria, colui che ha maggior potere dovrebbe assumere un comportamento altamente etico. Insomma, ‘non ci dovrebbe provare’.

L’abuso invece è un crimine e quindi è al di fuori da questa discussione. La legge, in questi casi è abbastanza chiara: fare avances alle dipendenti, facendosi forza o abusando del proprio ruolo (superiorità gerarchica) è un reato. Le statistiche del resto parlano chiaro, il fenomeno (molestie sessuali) in ambito lavorativo, riguarderebbe il 40-60% in ambito lavorativo. Peccato che la legge non ci protegge dal disagio e dall’imbarazzo di chi deve vivere quotidianamente con questa situazione.

Ma reato o meno, è altamente disonorevole abusare della propria posizione perché tra l’altro si espone l’altro alla vergogna e alla paura (ad esempio di perdere il lavoro).

Consulenza tecnica di parte

Ruoli e funzioni del Perito, del Consulente Tecnico d’Ufficio e del Consulente Tecnico di Parte.

Fra le varie prestazioni professionali lo psicologo può effettuare le cosiddette Consulenze Tecniche, presso i vari Tribunali, sia in ambito civile (CTU) che penale (Perizia).

Allo psicologo viene chiesto, sotto forma di quesiti, un parere tecnico di tipo psicologico: egli deve fare le sue indagini, rispondere puntualmente nella relazione finale alla serie di quesiti postigli ed esprimere il suo parere in modo chiaro e con adeguate motivazioni, per chiarire i dubbi e permettere al giudice di prendere le sue decisioni.

Il Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU), in civile, dovrà effettuare delle valutazioni rispetto l’ambito specifico, ovvero, ad esempio, nelle consulenze di affidamento e nelle consulenze di adozione dovrà valutare le capacità genitoriali, nel primo caso suggerendo anche il tipo di affidamento e le modalità di frequentazione del minore con il genitore non convivente.

In ambito penale, invece, il Perito dovrà valutare la capacità di intendere e di volere – infermità o seminfermità psichica- di un individuo maggiorenne indagato per reato.

In ambito penale minorile dovrà valutare la capacità di intendere e di volere di un minore fra i 14 ed i 18 anni legata ad eventuale infermità mentale, ma in questo caso anche in relazione al concetto di maturità / immaturità e alla comprensione del disvalore delle proprie azioni.

Sempre in penale, dovrà valutare la capacità di rendere testimonianza di un minore in ipotesi di abuso sessuale.

Le parti in causa, una volta nominato il CTU, posso decidere di farsi assistere da un proprio consulente tecnico (CTP) che, oltre ad assistere alle operazioni del consulente del giudice, partecipa all’udienza e alla camera di consiglio ogni volta che vi interviene il consulente del giudice, per chiarire e svolgere, con l’autorizzazione del presidente, le sue osservazioni sui risultati delle indagini tecniche. Il loro operato consiste nell’adoperarsi affinché i consulenti del giudice e il consulente dell’altra parte rispettino metodologie corrette ed esprimano giudizi scientificamente fondati.

I CTP hanno il compito di tutelare, nei limiti etici della propria professione, la propria parte e di redigere alla fine le c.d. note critiche-psicologiche, a supporto della relazione peritale d’ufficio o al contrario criticandone i contenuti, alle quali il CTU/Perito deve comunque darne conto, generalmente mediante relazione scritta.

Il consulente della parte non deve essere necessariamente essere iscritto ad un albo professionale, tuttavia è usuale, nonché consigliabile, che vengano nominati professionisti esperti nel settore (psicologi, psichiatri, ecc.).

La nomina dei CTP è una facoltà, e non un obbligo, delle parti. Sempre in ambito civile, l’esame della personalità e la valutazione psicodiagnostica di un individuo è inoltre richiesta in tutte quelle situazioni in cui la legge prevede il Risarcimento del Danno Psichico e del Danno da Pregiudizio Esistenziale subito da un individuo in seguito all’esposizione di uno o più eventi traumatici (incidente stradale, errore professionale, mobbing, morte di un familiare, inquinamento ambientale, ecc) la cui responsabilità da parte di un soggetto esterno sia stata accertata.

Gli avvocati delle parti, posso richiedere in questi casi una consulenza psicologica per valutare la presenza del Danno alla Persona ed eventualmente la sua quantificazione. Il giudice, a sua volta, stabilirà se effettuare ulteriori accertamenti a riguardo, mediante la nomina di un CTU.

Leggi anche  cosa succede quando si va dallo psicologo,

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LA VALUTAZIONE PSICODIAGNOSTICA: Perversioni sessuali e imputabilità

Di fronte alle evidenti e clamorose anormalità di una condotta perversa, ed in particolare in alcune condotte sadiche, saremmo portati a ritenere che gli autori di tali atti criminosi siano scarsamente liberi nelle loro azioni, incapaci di volere e forse di intendere, quindi non imputabili e non condannabili in un processo.

Certamente il quesito sulla loro imputabilità e responsabilità si pone sempre, come nel fatto di cronaca del cosiddetto “mostro” di Bolzano, un giovane con evidenti anomalie della condotta di tipo sadico, reo confesso di tre omicidi e fortemente indiziato di altri due. Il caso, come forse molti ricorderanno, si è concluso con la condanna dell’imputato, quindi con il riconoscimento della sua responsabilità ed imputabilità. Di seguito viene riportata uno stralcio di relazione peritale, effettuata dal perito  A. Godino, per comprendere come il Collegio giudicante sia arrivato a queste conclusioni:

Per poter definire l’inquadramento diagnostico di un soggetto e quindi decidere se esistono oppure no le condizioni patologiche che portano di per sé, anche solo acutamente, alla incapacità di intendere e volere, il clinico forense riporta il suo esame sia sulla logica degli atti che sulle osservazioni attuali del funzionamento psichico del soggetto (dirette o attraverso dei test ed esami neuropsichiatrici).

Sintesi dei dati disponibili: Al colloquio clinico risultano evidenti disturbi dell’affettività, impotenza, tematiche ossessive a contenuto sadico, ritualismi e collezionismo di coltelli ed armi da taglio.

L’esame neurologico è negativo interamente e sotto ogni aspetto (in particolare esiste normo-funzionalità percettivo- sensoriale e motoria e non esistono segni di assunzione cronica od acuta di sostanze psicoattive)

Il test di Rorschach evidenzia disturbi relativi alla sfera psicosessuale ed al controllo degli impulsi. Entrambi gli aspetti sono compatibili con una diagnosi di perversione sadica a contenuto sessuale. Alcuni aspetti dello stesso test sono compatibili con la presenza di una nevrosi fobico-ossessiva. Non emergono dal test indizi di psicosi o di alterato contatto con la realtà.

Al test WAIS di intelligenza generale si osserva un profilo regolare nel confronto con gli 11 sub test ed un risultato generale del tutto nella media (QI di 97, con la norma fra 85 e 115 e la media normativizzata pari a 100). Tale profilo è ovviamente incompatibile con una diagnosi di psicosi (la quale tipicamente è confortata da marcate irregolarità nel profilo e da un rendimento inibito di tipo para-demenziale) ma è anche scarsamente compatibile con una diagnosi di nevrosi. Anche se è chiaro che un disturbo nevrotico non incide sulla capacità di intendere e di volere in modo significativo, è pur vero che un quadro di tipo nevrotico potrebbe anche essere un raro aspetto residuale di una psicosi d’emblèe. I test psicodiagnostici fin qui riesaminati, ma in particolare la WAIS, non sono compatibili con una diagnosi di nevrosi. In modo specifico la WAIS, test di tipo oggettivo e molto ben standardizzato, ci descrive un rendimento intellettivo perfettamente normale ed adeguato alla scolarizzazione del soggetto.

Particolarmente illuminante, rispetto alla normalità della volizione e della comprensione del Bergamo, è la risposta al test di personalità MMPI. Alle scale di controllo del test risulta che il soggetto ha scientemente alterato le sue risposte nel verso di una simulazione di patologia. Tale simulazione rende ovviamente il profilo generale poco attendibile e la collega che ha discusso tale risultato ha, giustamente, segnalato la simulazione senza ulteriormente procedere all’analisi dei dati volutamente artefatti.

E’ però non di meno interessante notare che, malgrado l’intento di apparire folle, le scale psicotiche non siano significativamente  elevate, con l’unica modesta eccezione della scala di Paranoia. Le altre scale che si elevano oltre la media sono quella relativa all’isolamento sociale ed affettivo e quella che indica problemi a livello della sessualità.

Gli esami neurologico-funzionali sono tutti perfettamente nella norma.

Conclusioni: Nessuno dei dati disponibili in sede peritale consente di formulare una diagnosi di psicosi schizofrenica o di altra infermità mentale acuta. […]La capacità di intendere e di volere si dimostra integra e totale sia nel corso degli esami peritali che delle osservazioni in fase di restrizione del Bergamo, ma tale risulta anche il dato osservativo indiretto sul periodo di servizio militare di leva. La condotta ai test, ma in particolar luogo l’esame motivazionale e psicologico degli atti criminosi, convergono tutti verso una diagnosi di sadismo sessuale e di scarso controllo degli impulsi in una personalità dissociale con piena validità delle funzioni cognitive e volitive […].


R. Canestrari, A. Godino, Trattato di psicologia, CLUEB, 2002

 

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La sindrome di Alienazione Genitoriale

Il sistema separazioni si regge quasi esclusivamente sull’antagonismo, sul tentativo, cioè, di affrontare un conflitto relazionale fra individui attraverso un conflitto di grado più elevato: il conflitto giudiziario.

Nella società civile, più che in altri contesti, si sta affermando il concetto di bi genitorialità come diritto soggettivo dei figli. Un genitore affidatario che ritiene controproducente il rapporto dei figli con l’altro genitore, ed arriva ad attivare strategie di esclusione di quest’ultimo, viene da alcuni considerato come affetto da una forma di disagio psicologico. Una psicopatologia che può avere gravi ricadute sui figli e delle cui conseguenze siamo, ancora oggi, in Italia, quasi all’oscuro. Afferma G. Gullotta “ si è affacciato da poco nella nostra letteratura psicologica italiana il parametro concettuale della sindrome di alienazione genitoriale”. Sindrome da alienazione genitoriale

La Sindrome di Alienazione Genitoriale (PAS), definisce le situazioni in cui il genitore affidatario suggestiona i figli, così che il rapporto fra i figli stessi ed il genitore non affidatario si degrada e, talvolta, si interrompe. Nella PAS, i figli finiscono per mostrare un astio e un disprezzo ingiustificato e continuo verso il genitore affidatario; astio e disprezzo non dovuto a mancanze, trascuratezze o addirittura violenze di questo genitore, ma prodotto da un’alleanza crudele che il genitore affidatario impone ai figli. Lo studioso che per primo ha sistematizzato la PAS, descrivendone le caratteristiche è stato R.A. Gardner, della Columbia University di New York.

Usando le parole di Gardner, la PAS è: un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (alienato). Tuttavia, questa non è una semplice questione di “lavaggio del cervello”, o “programmazione”, poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagnia di denigrazione. E’ proprio questa combinazione di fattori che legittima una diagnosi di PAS. In presenza di reali abusi o trascuratezza, la diagnosi di PAS non è appicabile.

E’ doveroso sottolineare che tale sindrome non è attualmente inserita nel Manuale statistico e diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-IV). Tuttavia, Gardner afferma, basandosi su centinaia di casi e su studi di follow-up, che l’instillazione incontrollata di PAS nei bambini non può che produrre significative psicopatologie, sia nel loro presente che nella loro vita futura. Questi bambini subiscono una violenza emotiva che crea loro un danno enorme, che difficilmente potrà essere sanato o anche solo risarcito, dato che coinvolge la sfera intima della coscienza personale.

Guglielmo Gulotta, Adele Cavedon, Moira Liberatore “La sindrome da alienazione parentale” Giuffrè Editore, 2008

 

Affidamento condiviso e valutazione delle capacità genitoriali

La recente legge sull’affidamento condiviso (8 febbraio 2006 n. 54) sottolinea in primis il concetto di bi-genitorialità allargata, intesa come necessità di ampliare la prospettiva di frequentazione e rapporto da parte del minore con entrambi i gruppi familiari (art. 155 c.c., 1° comma: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare i rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”). Ciò presuppone una sempre maggiore necessità di approfondire le definizioni relative al concetto ancora generico di “capacità genitoriali”.

Questa definizione, non clinica, può diventarlo nel momento in cui tali capacità potrebbero essere messe in discussione non per motivi psicologici, tendenze e orientamenti, ma per difficoltà e disturbi che incidono o potrebbero incidere sulle possibilità di fornire al minore-figlio gli strumenti identificativi, interni ed esterni all’Io, per lo sviluppo della personalità.

Proprio il tema della capacità genitoriale viene maggiormente richiamato dall’applicazione della nuova legge, in quanto si sta assistendo a situazioni in cui il genitore affidatario in modo esclusivo, per difendere il proprio ruolo, giuridico ma ancor prima psicologico, trasmette il dubbio sulla possibilità che l’altro genitore possa essere negativo per il minore, prendendo spunto dall’art. 155 bis della stessa legge, in cui si afferma la necessità dell’affidamento esclusivo allorchè “Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia  contrario all’interesse del minore”.

Quindi, a fronte di una conflittualità al momento non diminuita, interviene soprattutto la necessità di definire il concetto di capacità genitoriali, per poter valutare, al di la della psicopatologia conclamata, quando è possibile che un genitore non agisca direttamente a favore del figlio, ma al contrario possa procuragli difficoltà e, infine, disturbi di natura psicopatologica.

Dunque diviene fondamentale, come valutazione delle capacità genitoriali da parte dello psicologo forense, in senso diagnostico e prognostico, la possibilità di individuare le risorse psicologiche interne alla famiglia e ai suoi componenti singoli, per poter suggerire modalità di affidamento adatte alla specifica situazione, in riferimento ai rapporti e alle relazioni fra i componenti del nucleo familiare. Ciò si spiega con la necessità di privilegiare sempre l’interesse esclusivo dei minori (art. 155 c.c.) e quindi l’opportunità per gli stessi di poter avere rapporti sufficientemente equilibrati e adeguati.

 

A.I.P.G. Newsletter n. 30 luglio-settembre 2007

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Le parafilie – Il masochismo sessuale

La forma di parafilia in cui il piacere sessuale è legato al dolore fisico o morale del soggetto è definita masochismo sessuale.

sadismo e masochismo sessuale, dondom

Il masochismo sessuale è  caratterizzato, da un  punto di vista clinico, da ricorrenti e intensi impulsi sessuali, e fantasie sessualmente eccitanti, della durata di almeno sei mesi, che comportano l’atto reale, non simulato, di venire umiliato, percosso, legato, o fatto soffrire in altro modo. Nel caso in cui il partner sia una donna, questa riceve il nome di domina (Signora) che maltratta il servo, o Wanda, dal nome della protagonista femminile del romanzo Venere in pelliccia. Quando il masochismo si esprime con un partner, si ricerca la costrizione fisica, lo schiaffeggiamento, la sculacciata, la fustigazione, le percosse, le scosse elettriche, le ferite da taglio, le punture e le perforazioni, e vari tipi di umiliazione morale quali farsi urinare o defecare addosso, farsi costringere a camminare a quattro zampe e abbaiare come un cane, farsi insultare. L’essere obbligato a rivestire un ruolo. lo schiavo, il cameriere, il bambino, l’animale, l’oggetto, viene ricercato per le sue implicazioni umilianti. L’ipossifilia è una forma particolare di masochismo pericolosa di masochismo sessuale, che comporta l’eccitamento sessuale da deprivazione di ossigeno. In questi casi il soggetto si provoca la deprivazione attraverso un nodo scorsoio, una legatura, un sacchetto di plastica, una maschera, una sostanza chimica, oppure attraverso la compressione del petto lasciandosi la possibilità di evitare il soffocamento prima di perdere i sensi. Questo tipo di attività può essere fatta anche con un partner.

La presenza di fantasie masochistiche si presenta già nell’adolescenza, mentre l’età di insorgenza delle attività masochistiche con partner generalmente si situa nella prima età adulta. Il disturbo si presenta solitamente in maniera cronica. Occorre ricordare inoltre che la fantasia masochista può facilitare l’eccitazione in diverse persone, quindi la diagnosi di masochismo sessuale viene fatta solo se il soggetto risulta marcatamente a disagio a causa di tali fantasie, oppure se le ha messe in atto.

Psicoanalisi
Il metodo psicoanalitico

Da un punto di vista psicoanalitico, le persone che hanno bisogno di fantasie o azioni masochistiche per raggiungere una gratificazione sessuale stanno ricercando una punizione inconscia per i desideri sessuali conflittuali vissuti nell’infanzia. Attraverso questa forma di punizione, tramite la quale si raggiunge il perdono, il piacere sessuale è di nuovo accessibile. Ulteriormente i masochisti che hanno bisogno di dolori e umiliazioni per raggiungere il piacere sessuale, possono star ripetendo delle esperienze infantili di abuso. L’unica forma possibile di relazione nella vita adulta è quella contrassegnata dalla mortificazione e dal dolore, forse l’unica modalità di attenzione avuta nell’infanzia.

A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

 

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Le parafilie – Pedofilia

Per quanto riguarda la pedofilia, attualmente, per poter considerare pedofilica l’attività sessuale con minori è necessario che gli stessi abbiano meno di 13 anni, che siano prepuberi, che il soggetto pedofilo deve avere almeno 16 anni e almeno 5 anni più del bambino. Il disturbo avrebbe inizio, secondo il DSM – IV, solitamente con l’adolescenza, anche se alcuni soggetti riferiscono di non aver provato eccitamento verso i bambini fino alla mezza età. Il decorso è cronico, specialmente per i soggetti attratti dai maschi. La frequenza di tale comportamento pedofilo è fluttuante e in relazione agli stress psicosessuali (DSM – IV, 1994).

Naturalmente, a parte ogni aspetto legato alla morale o di tipo sociale, molti altri studiosi ed autori (Andreoli, 1996) ritengono  che invece ogni attività sessuale fra prepuberi e adulti sia negativa per il bambino ed addirittura traumatica per lo sviluppo armonico della personalità, causando nel bambino danni legati alla perdita dell’infanzia e ad una crescita improvvisa non adeguata ai vissuti interni dell’Io, che proprio nella fase evolutiva, soprattutto per prepuberi, non può essere in grado di vivere appieno e serenamente la relazione pedofila, comprendendo nel profondo l’agito sessuale. Non appare possibile, quindi, parlare di amore consensuale, di un rapporto basato sul consenso, soprattutto in considerazione del fatto che il bambino prepubere non può arrivare ad una scelta autonoma, essendo dipendente psicologicamente nella relazione.

Jaria (1968), autore di una ricerca, senz’altro la più significativa in Italia, condotta presso la sezione giudiziaria dell’Ospedale Psichiatrico di Castiglione delle Stiviere (MN) su pedofili, ha evidenziato che “L’esistenza del pedofilo durante l’accadimento sessuale appare come interrotta e l’evento rappresenta come una parentesi nella storia interiore dell’individuo”; a sostegno di ciò riporta quanto affermava un pedofilo, “era come se fosse un’altra persona a fare quelle azioni…”. Continua l’Autore: “Appaiono carenti nel pedofilo la tenerezza, il distanziamento, l’avvicinamento differenziato, la pienezza infinita dei giuochi intermedi, che avvengono in reciprocità, e dei sistemi cuscinetto caratteristici dell’amore”.

Le conclusioni a cui giunge confermano le difficoltà di conoscenza del fenomeno in quanto ritiene che “praticamente insoluto rimane l’ordinamento nosografico della pedofilia“. Motiva ciò affermando che “non esistono perversioni, ma solo perversi”. Le caratteristiche psicologiche dei pedofili riscontrate da Jaria in quasi tutti i soggetti sono state le seguenti: “ritardo o precocità nello sviluppo sessuale, immaturità, disturbi del rapporto interpersonale, insicurezza, esplosività, labilità della personalità, notevole aggressività, petulante invadenza, irrequietezza e instabilità”.

In un’altra ricerca Jaria, Capri, Lanotte (1993, 1995) hanno analizzato – attraverso colloqui clinici e Test Proiettivi – alcuni tratti della personalità dei pedofili relativi soprattutto alla strutturazione dell’Io, alle dinamiche intrapsichiche, all’area affettiva e alle relazioni interpersonali. Gli elementi emersi come significativi sono stati i seguenti:

A) Immaturità Affettiva, caratterizzata da scarsa efficienza e rapida esauribilità dei freni inibitori di fronte all’imminenza e all’urgenza degli impulsi sessuali, affettività più egocentrica che adattiva, funzioni affettive coartate e nello stesso tempo labili. Bassa tolleranza alle frustrazioni, ipersensibilità alle critiche.

B) Identificazione Deficitaria, mancato riconoscimento delle proprie componenti sessuali; il processo di identificazione, connesso alla ricerca di identità che va dalla dipendenza alla autonomia affettiva e sociale, appare non sufficientemente adeguato e non armonico rispetto alla realtà. Il legame oggettuale primario appare patologico ed espresso attraverso l’indifferenziazione e l’idealizzazione dell’oggetto indifferenziato.

C) Relazioni Interpersonali iInadeguate. La deficitaria identificazione, la mancanza quindi di un modello chiaro di comportamento, fanno sì che il rapporto con l’altro si sviluppi in modo irregolare e superficiale: infatti, ruoli in conflitto e mutevoli sono assunti nelle relazioni sociali. Tali rapporti non sembrano capaci di svilupparsi su basi adattive, costruttive e mature. Comportamenti ed emozioni nei

confronti dell’altro sembrano espressi o in termini oppositivi, o manipolativi, o di dipendenza, o di evitamento.

In conclusione, questi studi ipotizzano che un pedofilo può “soffrire” di un disturbo psichico così come ne può “soffrire” qualsiasi altro individuo non pedofilo, in quanto la perversione non sembra essere di per sé una malattia, bensì un sintomo, sociale o non, di un qualunque altro disturbo e in quanto sintomo non sempre e non necessariamente dovrebbe essere ascritto nella nosografia psichiatrica. In altri termini, vari sintomi concorrono per accreditare una malattia dal punto di vista sanitario, ma non sempre i sintomi evidenziano ciò che emerge all’apparenza; pertanto, non sempre il sintomo della pedofilia ha valore di disturbo psichico relativo in modo esclusivo alle perversioni, nelle quali può anche essere inserito ma solo a livello descrittivo. Sembra avere, invece, significatività relativamente processi psicopatologici dell’Io stratificati a livello profondo.

D’altronde sappiamo – anche grazie alle riflessioni di Freud (1919) – “che gli eventi umani i cui significati appaiono enigmatici e inspiegabili e che hanno alla base contenuti intensamente angoscianti, vengono percepiti come perturbanti”.

Forse, anche in seguito a ciò, la stessa scarsa conoscenza che abbiamo di personalità così cariche di contenuti difficili da accettare per la nostra cultura e per la nostra società – il diverso perverso che abusa dell’ingenuità di un bambino innocente – potrebbe avere una ragione irrazionale legata alle nostre antiche difficoltà nell’avvicinarci alle situazioni “mostruose”, al “perturbante”, a colui che rappresenta noi come genere e di cui temiamo forse di riconoscere ciò che non vogliamo sapere (Jaria, Capri, 1995).

Le altre parafile.

P. Capri, SEMINARIO DI PSICOLOGIA GIURIDICA “LA PEDOFILIA TRA SCIENZE UMANE E GIUSTIZIA PENALE” Siracusa, 16 – 18 ottobre 1997

Test disfunzioni sessuali – Sesamo

SESAMO, acronimo di Sexrelation Evaluation Schedule Assessment Monitoring, è un test psicodiagnostico destinato all’indagine in ambito clinico e di ricerca. La metodica consente di identificare aspetti disfunzionali sessuali e relazionali in soggetti single o con vita di coppia.

I principali obiettivi della metodica rispondono a due criteri:

– Elaborare un profilo psicosessuale e socio-affettivo del soggetto esaminato, inteso come immagine idiografica.

– Formulare ipotesi circa le cause e gli aspetti disfunzionali nell’ambito della sessualità individuale e di coppia (ipotesi da verificare eventualmente, con ulteriori indagini mirate agli aspetti significativi emersi).

La soluzione più adeguata per raggiungere tali obiettivi è stata individuata in una indagine strutturata secondo le modalità del questionario. Tale reattivo è stato diversificato per maschio e femmina e dicotomizzato per situazione affettiva single/coppia. Lo strumento così elaborato, può essere somministrato tramite computer oppure su carta, applicazione quest’ultima utilizzabile per quei pazienti che si ritiene non abbiano una sufficiente confidenza per gli strumenti informatici.

L’indagine è stata rivolta essenzialmente alle aree inerenti la sessualità remota ed attuale, ma contestualmente sono state anche considerate tutte quelle aree che, in modo anche indiretto, possono influire su formazione, espressione e manifestazione della sessualità e della relazionalità.

Nella strutturazione del questionario le aree da indagare sono state divise in tre gruppi denominati in seguito “sezioni”:

  1. La sezione 1 raggruppa le aree concernenti gli aspetti della sessualità remota, quelli socio-caratteriali distintivi del soggetto e un’anamnesi di tipo sanitario. Tutti i soggetti dovranno compilare questa sezione, al termine della quale potranno essere discriminati ed indirizzati ad una delle due sottosezioni in base alla loro situazione affettivo-relazionale.
  2. La sezione 2 raccoglie le aree relative alla sessualità attuale e agli aspetti motivazionali ed è riservata alla situazione di single, intendendo con ciò la non presenza di una stabile relazione sessuoaffettiva del soggetto con un/una partner.
  3. La sezione 3 include le aree che indagano la sessualità attuale del soggetto e gli aspetti sessuorelazionali della coppia. Questa sezione è indirizzata alla situazione di coppia, intesa come presenza di una relazione sessuo-affettiva che si protragga, orientativamente, almeno da alcuni mesi con un/una partner.

– Alcune aree sono presenti in ambedue gli indirizzi single/coppia poichè taluni aspetti sessuali,

motivazionali e relazionali, sono comuni alle due situazioni.

Esistono, inoltre, 3 versioni dello strumento:

· forma clinica estesa: comprende l’utilizzo di domande con opzione di tipo aperto, chiuso o a scelta multipla. La somministrazione è di tipo carta e matita. La forma maschile comprende 107 item nella versione single e 137 nella versione dei soggetti con relazione di coppia; nella versione femminile gli item sono invece 113 e 145, rispettivamente. Questa versione è disponibile solo in forma computerizzata, corredata dalla parte del manuale che contempla l’esemplificazione di quegli item che lo differenziano dalla forma standard;

· forma clinica standard: è una versione epurata dalle domande aperte e da tutti gli item che, nella forma estesa, prevedevano un’attribuzione di punteggio dipendente dalla valutazione comparata con altri item. In questa versione il questionario prevede, per i maschi, 62 item per i single e 81 per quelli con relazione di coppia e, rispettivamente, 64 e 85 item per le femmine. La somministrazione è di tipo carta e matita e la correzione avviene tramite opportune griglie di conversione sia in punti z che in ranghi percentuali per ogni area considerata. Il questionario, in questa forma, offre una parametrazione numerica con il campione statistico di confronto (che è stato determinato in riferimento alle caratteristiche della popolazione italiana secondo dati ISTAT relativi al censimento del 1991), nonché sintetiche indicazioni per quelle aree in cui i punteggi superano i valori di soglia.

· forma software: è l’adattamento della forma standard alla somministrazione diretta mediante il computer; l’approccio è facilitato da modalità semplificate di utilizzo della tastiera, dalla disponibilità di un aiuto in linea e da una breve simulazione introduttiva di apprendimento, al fine di renderne possibile l’impiego anche da parte di persone inesperte nell’uso di strumenti informatici. Questa versione è in grado di fornire in tempo reale analisi diagnostiche ed anamnestiche a vari livelli, numerosi dati (presentati anche in forma grafica), riepiloghi, indicazione delle risposte significative, sintesi dei tratti critici, indicazioni per eventuali approfondimenti diagnostici, eccetera.

Gli Autori sottolineano come la funzione di questo questionario sessuo-relazionale non sia tanto quella di fornire una diagnosi monoliticamente strutturata, quanto quella di evidenziare eventuali ambiti di sofferenza e possibili percorsi specialistici di intervento.

L’indagine prende in esame la sessualità attuale e pregressa e, al contempo, i vari aspetti che, direttamente o indirettamente, possono aver contribuito alla formazione, all’evoluzione e all’espressione della sessualità e dei vissuti relazionali remoti e contingenti ad essa associati. Se ne ricava un profilo individuale che mette in rilievo le aree disfunzionali della sessualità del soggetto ed un ampio rapporto narrativo.

Il SESAMO è, in definitiva, uno strumento capace sia di soddisfare le esigenze del clinico già esperto delle dinamiche psicosessuale, sia di orientare lo specialista di altre branche che si trovi nella necessità di rispondere a domande di disagio, esplicite o mascherate, in ambito sessuorelazionale.

In ambito puramente clinico lo strumento è utile soprattutto in quanto, senza dubbio, permette di ottenere valide informazioni in tempi più brevi, anche se necessitano, comunque, di ulteriori approfondimenti che sono ottenibili solo tramite il colloquio.”

L. Boccadoro “SESAMO WIN, Sexrelation Evaluation Schedule Assessment Monitoring on Windows. Approccio differenziale al profilo idiografico psicosessuale e socio affettivo. Manuale della forma estesa”. 2002, O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze

L’affidamento etero familiare

 

La richiesta di valutare l’idoneità educativa, attuale o potenziale, di persone adulte che svolgono o desiderano svolgere un ruolo parentale, viene avanzata abbastanza frequentemente dai tribunali ordinari e, rispettivamente, da quelli dei minorenni. Il tribunale ordinario avanza questa richiesta nei casi più difficili di separazione o di divorzio di una coppia coniugale per meglio valutare l’idoneità dell’uno o dell’altro genitore ad assumere l’incarico di genitore affidatario; qualche volta per valutare l’opportunità che altre persone, al di fuori dei genitori ritenuti poco fidabili, possano essere incaricate di questo ruolo.

Nell’ambito degli interventi previsti in Italia in ordine alla tutela dei minori privi di un valido riferimento familiare, un posto particolarmente rilevante occupa la legge 184 del 1983 che si propone di disciplinare in modo organico l’istituto dell’affidamento eterofamiliare. Nel ribadire il diritto del bambino ad essere educato nella propria famiglia, contemplando il ricorso all’Istituto solo come “extrema ratio”, le legge stabilisce che, comunque, all’affidamento si ricorra solo temporaneamente, in attesa di una soluzione definitiva ai problemi che rendono “non idoneo” l’ambiente educativo della sua famiglia d’origine. E’ fondamentale l’affermazione della legge secondo la quale “l’affidatario deve agevolare i rapporti fra il minore e i suoi genitori e favorirne il reinserimento nella famiglia d’origine”. L’affido, secondo questa lettura, rappresenterebbe per il bambino una risorsa proprio in quanto sarebbe in grado di salvaguardare il “legame” tramite l’esperienza quotidiana con altri adulti in funzione genitoriale, qualora i genitori naturali siano impossibilitati ad esercitare tale funzione. Cruciale quindi, diviene il concetto di “temporaneità” del provvedimento: dal punto di vista del minore questo aspetto può costituire al tempo stesso un rischio o una risorsa. Si può definire “a rischio” il bambino che vive l’affido “come se” fosse per sempre, tagliando completamente i ponti con le proprie origini e non accettando di vedere gli affidatari non come veri genitori: in questo senso la temporaneità può essere vissuta drammaticamente e la conclusione dell’affido può scatenare reazioni di negazione e di rifiuto pericolosi per la salute psichica del bambino e controproducenti per la buona riuscita dell’intervento. E’ però possibile e auspicabile, che  tutto il “congegno” dell’affido funzioni in modo tale da salvaguardare la bontà del legame familiare, al di là dell’ambito interno del quale esso ha potuto svilupparsi: il rientro in famiglia dopo l’affido, sarà solo un passaggio naturale ed atteso dal bambino al quale – da una parte – non sarà stata negata la possibilità di vivere la sua crescita in un ambiente idoneo, ma che – dall’altra – avrà avuto contemporaneamente la possibilità di salvaguardare il riferimento alla propria personale storia familiare e alle proprie radici.

Occorre in ogni modo ricordare che il ruolo di chi presta la propria competenza in queste delicate situazioni è soprattutto quello di connettere costantemente tra loro il pensiero e l’azione, agendo sul mondo esterno e rispondendo con l’intervento alle pressioni urgenti della realtà, ma nella volontà di lasciare spazi ad una riflessione che conduca a comprendere sempre più profondamente il mondo interno che si muove ed evolve in ciascun individuo e in ogni sistema relazionale.

A. Quadrio, G. De Leo “Manuale di Psicologia Giuridica”, Edizioni Led, 1995

La consulenza tecnica psicologica e la perizia psichiatrica

La perizia psichiatrica, qualche volta confusa con la consulenza tecnica psicologica, ha obiettivi diversi. Essa viene richiesta nei casi in cui esiste il problema di stabilire quali siano le condizioni psichiche (normali/anormali) di un soggetto e, più specificatamente, quale sia la sua “capacità di intendere e di volere”. Tale capacità rappresenta infatti il requisito fondamentale perché un soggetto possa essere ritenuto responsabile dei suoi atti soprattutto allorchè il soggetto rischia di essere imputato per avere commesso un reato e cioè un atto penalmente perseguibile. In assenza di responsabilità non è possibile dichiarare un soggetto imputabile. Per questo assume particolare rilevanza lo stabilire se, al momento in cui egli ha commesso una certa azione,  era o meno in possesso di una piena o parziale capacità di intendere e di volere e  cioè della facoltà di intendere appieno il significato e le conseguenze dell’azione e della facoltà di autocontrollo. La compromissione di tale facoltà è rilevante e significativa quando è provocata da uno stato di “infermità mentale”, e cioè dalla presenza di una alterazione psicopatologica consistente quale può essere rappresentata da una psicosi. L’accertamento diagnostico a scopo peritale avviene spesso a distanza dal momento in cui è avvenuto il fatto incriminato e il perito deve procedere ad una valutazione retrospettiva. Inoltre, il magistrato può chiedere al perito di valutare anche la c.d. “pericolosità sociale” dell’esaminando; al giudizio attuale e retrospettivo si aggiunge in questi casi una valutazione prognostica. La diagnosi peritale psichiatrica non può,  inoltre, tradursi in un giudizio di personalità perché l’articolo 314 del codice penale afferma: “ […] non sono ammesse perizie per stabilire il carattere e la personalità dell’imputato ed in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche […]”.

La consulenza tecnica psicologica, invece, indaga specificatamente la personalità del soggetto indagando le varie aree che la compongono: le potenzialità e l’efficienza intellettuale, il tipo di intelligenza (concreta, astratta), la dotazione affettiva (ricchezza, controllo, labilità), gli atteggiamenti sociali. La perizia psicologica, inoltre, cura di studiare in profondità i rapporti che le singole persone intrattengono fra loro. Per l’indagine di personalità si utilizza quale strumento principale il colloquio clinico integrato eventualmente all’applicazione di reattivi mentali; questi ultimi si rilevano efficaci soprattutto quando si tratta di esaminare dei bambini per i quali può essere inopportuno l’approfondimento, nel colloquio, di certe tematiche ansiogene, quali ad esempio i rapporti con i genitori. Il ricorso a reattivi di tipo proiettivi (reattivi di disegno, test di Rorschach, T.A.T.) risponde proprio a questa opportunità. La difficoltà maggiore nelle consulenze psicologiche consiste nell’impostazione probabilistica secondo cui lo psicologo, quale che sia il suo orientamento specifico, procede alla sua valutazione. Si tratta, naturalmente, di una impostazione corretta ed aderente al carattere scientifico della disciplina che non può adottare una impostazione dogmatica. Nel caso di minori che, ad esempio, vengono coinvolti in dissidi acuti fra i loro genitori sviluppano infatti una serie di strategie difensive ed adattive che si caratterizzano anche per la loro mobilità; per questo appare quanto mai prudente la posizione dello psicologo che sottolinea la possibilità di cambiamento ed il carattere prevalentemente reattivo di certi comportamenti.

A. Quadrio, G. De Leo “Manuale di Psicologia Giuridica”, Edizioni Led, 1995

La valutazione dell’idoneità parentale

La richiesta di valutare l’idoneità educativa, attuale o potenziale, di persone adulte che svolgono o desiderano svolgere un ruolo parentale, viene avanzata abbastanza frequentemente dai tribunali ordinari e, rispettivamente, da quelli dei minorenni. Il tribunale ordinario avanza questa richiesta nei casi più difficili di separazione o di divorzio di una coppia coniugale per meglio valutare l’idoneità dell’uno o dell’altro genitore ad assumere l’incarico di genitore affidatario; qualche volta per valutare l’opportunità che altre persone, al di fuori dei genitori ritenuti poco fidabili, possano essere incaricate di questo ruolo.
La prassi dell’affidamento dei minori è regolata dal diritto di famiglia, il quale è fondato attualmente sulla legge n. 151 del maggio 1975. La separazione coniugale non viene più accordata per colpa ma per “addebito”; non vengono più considerati motivi di separazione l’adulterio, l’abbandono, l’ingiuria grave, mentre si ammettono la “intollerabilità” della convivenza ed il “grave pregiudizio” dell’educazione e dello sviluppo dei figli minori.
Quali che siano i motivi del conflitto coniugale, la tutela prioritaria dell’interesse dei minori viene assunta come criterio principale per decidere l’affidamento all’uno o all’atro genitore: diviene così importante stabilire quali dei genitori possiede una migliore idoneità educativa, e quest’ultima viene considerata non solo in rapporto alle capacità personali dei genitori (affetto, intelligenza, equilibrio emotivo, disponibilità relazionale, ecc.), ma anche alle capacità dei figli, alle loro inclinazioni ed aspirazioni. E’ proprio per tutelare in modo prioritario l’interesse dei minori che qualche volta il giudice dispone una consulenza tecnica anche quando i genitori abbiano concordato una soluzione circa l’affidamento dei figli. Può accadere, infatti, che tale soluzione non risponda davvero all’interesse di figli ma derivi da accordi che nulla hanno a che vedere con esso: per esempio, accordi di tipo finanziario oppure un atteggiamento rinunciatario, di comodo, del padre o della madre.

E’ opportuno ricordare che la consulenza tecnica non costituisce un mezzo di prova, perché non ha lo scopo di convincere il giudice che determinati fatti siano falsi o veri, ma serve unicamente a fornire al giudice quelle conoscenze di cui egli non dispone per valutare le circostanze esposte dalle parti e le prove che gli vengono offerte. La consulenza può risultare decisiva ai fini della decisione, ma il giudice resta comunque libero di accogliere o meno le osservazioni e le conclusioni cui è giunto il consulente e può decidere di non tenerne conto purchè naturalmente motivi in modo adeguato la sua scelta. Il consulente tecnico nominato dal giudice, per questo detto “consulenze d’ufficio”, può essere affiancato, se le parti ne fanno richiesta, da “consulenti tecnici di parte”, esperti nella stessa materia, che hanno la funzione di assistere le parti nello svolgimento della indagine disposta dal giudice.

A. Quadrio, G. De Leo “Manuale di Psicologia Giuridica”, Edizioni Led, 1995

Il danno esistenziale da bullismo

“Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. Un’azione viene definita offesnsiva quando una persona infligge intenzionalmente o arreca un danno o un disagio a un’altra.”  (Olweus, 1996). Il bullismo quindi non è riferibile ai normali conflitti o rivalità tra ragazzi, tipici dell’età adolescenziale, ma piuttosto a vere e proprie prepotenze preordinate, oppressioni che con aggressività sistemica, con continue violenze fisiche, verbali e psicologiche, vengono costantemente imposte su soggetti più deboli ed incapaci di difendersi riducendoli spesso ad una condizione  di soggezione, disagio psichico, isolamento ed emarginazione nei confronti di tutto il gruppo classe e, in casi più gravi, di tutta la scuola. E’ possibile individuare alcune caratteristiche che differenziano il bullismo dai comportamenti prevaricatori che possono normalmente avvenire tra coetanei:

  • L’intenzione volontaria e cosciente di arrecare danno all’altro, mediante azioni offensive attuate sia mediante il contatto fisico, sia a parole;
  • Evidente soddisfazione nel perseguitare la vittima prescelta, specie quando quest’ultima accusa evidente sofferenza psicologica e  sentimenti di angoscia;
  • Riduzione della stima di sé e maggiore propensione alle vessazioni nella vittima a causa delle continue e ripetute umiliazioni subite, che la conducono a non rivelare agli insegnanti e genitori gli episodi che la vedono coinvolta, proprio perché teme ritorsioni e vendette.

Non si dovrebbe quindi  parlare di bullismo quando i ragazzi che rimangono coinvolti in un  contrasto, non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà, quando sono in grado di spiegare il perché del loro conflitto, manifestare le proprie ragioni, scusarsi e cercare situazioni accomodanti, di cambiare tematica ed infine di allontanarsi.

Per chi vive delicati momenti evolutivi, il rischio che comportamenti a rischio si strutturino e si sistematizzino in un vero e proprio disagio esistenziale, è comunque elevato, soprattutto se l’adolescente si trova già in una situazione psicologica difficile e non incontra risposte adeguate dall’ambiente circostante.

E questo sicuramente si può dire sia del bullo che della vittima.

Alcuni studi longitudinali compiuti sulle vittime evidenziano, da un punto di vista psicologico, un maggior numero di episodi depressivi rispetto alla media, un stima di sé più bassa, un’alta percentuale di abbandoni scolastici, difficoltà lavorative ed un maggior numero di suicidi; da un punto di vista fisico invece, si riscontra un’incapacità a fronteggiare situazioni di aggressività verbale o fisica e la tendenza a somatizzazioni più o meno gravi (mal di testa, mal di stomaco, attacchi di panico, etc).

Volendo considerare il danno esistenziale come “la somma di ripercussioni relazionali di segno negativo” (Cendon, Ziviz, 2000), è indubbio come esso possa ritenersi diagnosticabile non solo nella relazione bullo-vittima, ma anche in chi vive intorno a loro (genitori, alunni, insegnanti).

Cendon P., Ziviz P. (a cura di), Il danno esistenziale. Una nuova categoria della responsabilità civile, Giuffrè, Milano.

Dominici R, Montesarchio G., Il danno psichico. Mobbing, bulling e wrongful life:uno strumento psicologico e legale per le nuove perizie e gli interventi preventivi nelle organizzazioni.

Olweus D (1996)., Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti, Firenze.

Una riflessione sulla violenza giovanile

Negli ultimi anni si registra un senso di malessere diffuso nella nostra società, nelle nostre famiglie: spesso si sentono notizie di avvenimenti aberranti, pensiamo ai casi di violenza intrafamiliare nelle forme dell’abuso sui minori o dei parricidi; pensiamo ai casi di violenza etnico-religiose; pensiamo alla violenza nelle scuole e nelle carceri.

L’analisi di un fenomeno così complesso, come la strutturazione di modelli di comportamenti devianti, necessita di un’attenzione al contesto in cui si declina l’azione sociale, per non perdere di vista la specificità dei percorsi attraverso cui il disagio, l’insofferenza e la privazione, possono tradursi in “devianza”. La nostra attenzione dovrebbe allora focalizzarsi sul fatto che, le azioni violente, sono il frutto di un deficit relazionale, all’interno dei sistemi di convivenza: un’azione violenta è pur sempre un’azione, che va “pensata” e confrontata con “l’altro”, con chi l’azione violenta la costringe in una categoria, in una parola: pensiamo al bullismo o alle forme di devianza adolescenziale che sono emblematiche rispetto alla mancanza di uno spazio di riflessione sulle forme di aggressività, prepotenza o impetuosità del comportamento. I comportamenti violenti sono una fase di passaggio dell’adolescenza, vanno utilizzati, pensati ed affrontati. Il problema di fondo è che spesso vi è una negazione di questi aspetti poiché prenderne atto significherebbe anche confrontarli con l’aspetto relazionale, cosa che implica una messa in discussione di più partecipanti all’azione definita violenta, siano essi vittime, carnefici o passivi spettatori.

Spesso il comportamento aggressivo consiste proprio in una modalità cristallizzata di interazione con gli altri, determinata circolarmente dall’influenza di fattori sia individuali che sociali. Talvolta rappresenta una sfida all’identità che permette all’adolescente di sperimentarsi in un ruolo diverso, di dialogare con la famiglia, con la scuola, o solo di “rendersi visibile”; le azione violente diverrebbero quindi dei modi per comunicare la reazione alle regole imposte e non pensate o alla paura del diverso. Spesso genitori ed insegnanti si domandano perché nelle classi dei propri figli o alunni si manifestino dei comportamenti di prevaricazione: il rischio è quello di cercare il bambino da etichettare come violento e l’altro come vittima.

In conclusione, sarebbe opportuno evidenziare il ruolo adattivo del conflitto, come occasione di crescita personale e relazionale, sia esso in famiglia, a scuola o sul lavoro, a volte necessario per il raggiungimento di nuovi equilibri di convivenza più funzionali all’attuale momento di cambiamento.

* Tratto da R. Dominici; G. Montesarchio “Il danno Psichico. Mobbing, bulling e wrongful:uno strumento psicologico e legale per le nuove pèerizie e gli interventi preventivi nelle organizzazioni”, FrancoAngeli, Milano, 2003.

Il danno esistenziale

DANNO ESISTENZIALE *

Il danno esistenziale comprende qualsiasi evento che, per la sua incidenza negativa sul complesso dei rapporti della persona, è suscettibile di ripercuotersi in maniera consistente e talvolta permanente sull’esistenza di questi, pur senza arrivare a creargli una malattia di tipo psichico.

Dalla sentenza del Tribunale penale di Locri n. 462 del 06/10/2000 apprendiamo: “Al danno esistenziale vanno poi ricondotte anche altre figure di danno già riconosciute dalla giurisprudenza: tra queste si evidenziano il danno alla vita di relazione, il danno alla serenità familiare, il danno alla serenità sessuale, con esclusione degli aspetti medico-legali afferenti al danno biologico”.

Riportiamo alcuni casi di danno esistenziale emesse da Tribunali italiani:

Sentenza del giudice di pace Casamassima del 10/06/1999: “ A carico della gestante che, rimasta coinvolta in un incidente stradale, subisca la perdita del feto, si determina-oltre che un pregiudizio di carattere morale-un danno esistenziale, tenuto conto che tal evento si ripercuote grandemente e talvolta permanentemente sull’esistenza della persona”.

Sentenza del Tribunale penale di Locri n. 462 del 06/10/2000: “ Alla commissione del reato di lesioni colpose conseguono e vanno distintamente risarciti in favore della vittima: un danno esistenziale, ossia la lesione della capacità di svolgere attività realizzatrici della persona di rilievo non patrimoniale, risarcibile ai sensi dell’art. 2043 c.c.; un danno biologico, ossia l’alterazione dell’integrità fisico-psichica della vittima medicalmente accertabile, risarcibile ai sensi dell’art. 2043 c.c; un danno morale in senso stretto, quale perturbamento emotivo subito dalla vittima del reato, risarcibile ai sensi dell’art. 2059 c.c. (nella fattispecie le lesioni colpose erano individuate nell’alterazione psichica subita da una madre a seguito della nascita di una bambina malformata. Tali malformazioni non furono diagnosticate dal medico ecografista, che monitorava la gravidanza, per la sua negligenza. La mancata diagnosi aveva impedito alla donna, già caratterizzata da fragile personalità di base, di abortire e, comunque, di prepararsi psicologicamente all’evento). Il danno alla vita di relazione è una voce di danno rientrante nel danno esistenziale. I danno esistenziale va risarcito in via  equitativa (art.1226 c.c.)”.

Per concludere, mentre il danno biologico di natura psichica si colloca nell’are formale dell’evento, cioè in una modificazione oggettiva del mondo naturale, il danno esistenziale si colloca in quella delle conseguenze operative, dinamiche, colte nella vita di ogni giorno.

* Tratto da “Il Danno Psichico. Mobbing, bulling e wrongful life:uno strumento psicologico e legale per le nuove perizie e gli interventi preventivi nelle organizzazioni” (2003), R. Dominici, G. Montesarchio, Franco Angeli Editore, Milano.

Il danno da lutto

L’espressione “danno da morte” (cosiddetto danno tanatologico) indica diverse situazioni giuridiche, riferibili: a) direttamente al danneggiato; b) alle cosiddette “vittime secondarie” (congiunti o parenti).

  1. danno tanatologico diretto: un soggetto perde la vita per fatto ingiusto altrui; la perdita della vita è risarcibile come danno biologico ed è trasmissibile iure hereditatis. Esistono due sotto ipotesi: a) perdita istantanea della vita; b) lesioni (o malattia) con esito mortale.
  2. Danno tanatologico riflesso: menomazione psicofisica del congiunto, parente o convivente, come conseguenza causale della morte del soggetto: l’evento-morte produce un ulteriore evento che danneggia la salute del terzo il quale agisce iure proprio e nel caso in il dolore per la morte del congiunto incida sulla personalità del soggetto fino a determinare la compromissione psichica, in definitiva un danno psichico. Può essere riconosciuto il risarcimento del danno iure proprio anche ai congiunti di vittime che abbiano subito gravissime lesioni non mortali dall’evento.

E’ risarcibile il danno alla salute di un familiare (c.d. vittima secondaria) in seguito  alla morte di un congiunto (c.d. vittima primaria) derivante da fatto illecito, in quanto esso costituisce “il momento terminale di un processo patogeno originato dal medesimo turbamento dell’equilibrio psichico che sostanzia il danno morale soggettivo e che in persone predisposte da particolari condizioni (debolezza cardiaca, fragilità nervosa, etc) anziché esaurirsi in un patema d’animo o in uno stato d’angoscia transeunte, può degenerare in un trauma fisico o psichico permanente  alle cui conseguenze in termini di qualità personali, e non semplicemente al pretium doloris in senso stretto, va allora commisurato il risarcimento (Cort. Cost. 24-10-1994, n. 372).

Il danno da lutto si configura quando fallisce il processo di elaborazione psichica che si realizza attraverso il “lavoro del lutto”, processo che può anche sfociare in un insuccesso, con esito in un “lutto patologico”. Una patologia da lutto può anche riscontrarsi in rapporto ad altri diversi eventi destabilizzanti sul piano esistenziale, quali ad esempio, la perdita della propria identità, del sentimento della propria immagine o della propria attività lavorativa, eventi che possono equivalere alla perdita dell’oggetto d’amore, e che possono innescare in determinati casi una risposta eccessiva, ovvero patologica.

Operativamente il perito, una volta identificata nosograficamente la patologia psichica utilizzando il DSM IV o altre classificazioni nosologiche, deve esaminare l’esistenza di un nesso di causalità materiale tra la patologia psichica rilevata e l’evento psicolesivo di interesse giuridico.

Il Mobbing e la psicodiagnosi

Punto di partenza su cui basare qualsiasi riflessione è che non tutte le azioni che danneggiano un lavoratore costituiscono mobbing di per sé. La caratteristica saliente del fenomeno sta nell’intenzionalità di colpire il lavoratore nel tentativo di renderlo incapace di reagire, indebonendone la funzionalità difensiva, distruggendone l’autostima, fino a renderlo vittima di se stesso e porlo in condizione di inferiorità.

Alcuni autori, in relazione all’aspetto di “perseveranza” di certi comportamenti, considerano il mobbing una “degenerazione”del conflitto, che si protrae modificando progressivamente i suoi contenuti. Da questioni puramente professionali ed oggettive, la disputa passerebbe quindi in un secondo tempo a coinvolgere non solo i comportamenti della vittima, ma la totalità della sua persona giungendo in situazioni estreme a ledere la saluta psicofisica del soggetto. Ege (2002) definisce il mobbing: una situazione lavorativa di conflittualità sistemica, persistente e in costante progresso, in cui una o più persone vengono fatte oggetto di azioni al alto contenuto persecutorio da parte di uno o più aggressori in posizione superiore, inferiore o di parità, con lo scopo di causare alla vittima danni di vario tipo e gravità. Il mobbizzato si trova nell’impossibilità di reagire adeguatamente a tali attacchi e a lungo andare accusa disturbi psicosomatici, relazionali, dell’umore che possono portare anche ad invalidità permanenti di vario genere.

Brevemente riportiamo un elenco delle principali azioni che la letteratura annovera tra quelle mobbizzanti:

  1. Demansionamento: al soggetto vengono assegnati compiti nettamente inferiori rispetto alle sue mansioni;
  2. Frequenti cambiamenti dei compiti assegnati: al soggetto vengono continuamente cambiati i compiti o le procedure da seguire;
  3. Sovraccarico di lavoro: al lavoratore viene assegnato un carico di lavoro tale da non poter essere svolto nei tempi previsti o da un solo operatore;
  4. Attribuzione di compiti assurdi o umilianti o tali da renderlo inviso dai colleghi: si impone al soggetto di tenere il conto dei materiali di consumo o gli si attribuiscono indebitamente funzioni di controllo su altri lavoratori;
  5. Manomissione della postazione di lavoro;
  6. Abnorme esercizio di controlli: si eseguono sul lavoratore controlli che non vengono attuati verso altri o gli si impone un abnorme numero di visite fiscali in caso di assenza per malattia;
  7. Frequenti critiche o richiami verbali o scritti;
  8. Privazione della progressione di carriera;
  9. Sistematica squalifica da parte di colleghi, superiori o sottoposti: il soggetto viene sistematicamente ignorato, non riceve risposta al saluto o alle richieste verbali o scritte, i superiori non rispondono agli esposti inoltrati;

10.  Calunnie o insinuazioni;

11.  Aggressioni o minacce.

La correlazione tra eventi mobbizzanti e psicopatologia non può prescindere dal riconoscimento del ruolo centrale che la variabilità interpersonale riveste in ambito clinico.

Ciò potrebbe indurre a pensare che fra i fattori scatenanti e il manifestarsi di un certo quadro sintomatologico, rientri una “personalità predisposta” o una vulnerabilità di fondo. Tuttavia in concomitanza all’amplificarsi del conflitto in ambito lavorativo, vengono generalmente a cambiare anche gli aspetti emozionali del soggetto che ne è vittima.

Psicodiagnosi

Per una psicodiagnosi completa viene consigliata la somministrazione della seguente batteria di test:

WAIS

MMPI-2

RORSCHACH

FIGURA UMANA

Il Mobbing oggi. Come è perchè

Nasce dal verbo inglese: “to mob” (attaccare) ed è stato usato per la prima volta dall’etologo Konrad Lorenz, per individuare il comportamento di alcuni animali della stessa specie che si coalizzano contro un membro del gruppo attaccandolo, emarginandolo e provocandone, nei casi peggiori, la morte. E’ stato poi utilizzato da altri per indicare tutti quei comportamenti di vero e proprio terrorismo psicologico posti in essere nelll’ambiente di lavoro da superiori o subalterni (mobbing verticale) o dai colleghi di lavoro (mobbing orizzontale), con chiari intenti discriminatori finalizzati ad emarginare progressivamente un lavoratore per indurlo alle dimissioni o facilitarne il licenziamento.Il mobbing in azienda

Il fenomeno mobbing, vecchio come il mondo, ci ha colto di sorpresa: nel 1997 era ancora un problema sommerso e poco conosciuto. Questo fenomeno multidisciplinare convolge un pò tutti: politici, medici, psicologi, sociologi, giuristi, esperti sindacali ecc.

Le fasi del mobbing

  1. conflitto quotidiano (conflittualità persistente sotto apparente normalità);
  2. inizio del mobbing e del terrorismo psicologico (attacchi alla vittima, nelle relazioni sociali, nella comunicazione, nella professione, nella salute).
  3. errori e abusi anche non legali della direzione del personale (trasferimenti, richiami ingiustificati, demansionamento, ecc);
  4. esclusione dal mondo del lavoro (sintomi ossessivi, malattie psicosomatiche, dimissioni, licenziamento).

Heinz Leymann, basandosi sull’osservazione di casi concreti, ha identificato 45 forme di comportamenti mobbizzanti suddivisi in 5 gruppi:

  • attacchi alla comunicazione
  • attacchi ai rapporti sociali
  • attacchi alla posizione sociale
  • attacchi alla qualità della vita
  • attacchi alla salute.

Al fenomeno mobbing sono state date più definizioni, una delle più autorevoli è la seguente:

Per mobbing si intende comunemente un comportamento del datore di lavoro (o del superiore gerarchico, del lavoratore a pari livello gerarchico o addirittura subordinato), il quale con una condotta sistematica e protratta nel tempo e che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili, pone in essere forme di prevaricazione e persecuzione psicologica nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro. Da ciò può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psicofisico e del complesso della sua personalità (Corte di Cassazione, sentenza n. 3875/09).

Come detto oltre alla parola mobbing da qualche tempo vengono usati altri termini che è bene conoscere in quanto definiscono le modalità con cui può generarsi il distress, cioè lo stress negativo, in ambiente di lavoro.

Straining: traducibile come tendere, sforzare; definisce una situazione originata in ambienti di lavoro in cui la vittima subisce una singola azione, es. un ingiusto trasferimento, le cui conseguenze sono di stress continuo e i cui effetti dureranno nel tempo; tale condizione ha come esito un effetto devastante sul soggetto. E’ però necessario che la vittima percepisca gli eventi come una componente intenzionale e/o discriminatoria.

Burn out: corrisponde al significato di :’scoppiato dal lavoro’. E’ una sindrome che colpisce principalmente i lavoratori impegnati nelle professioni d’aiuto quali: assistenza, sostegno, emergenza, istruzione, sanità, ecc. Le inadeguatezze organizzative, l’ingiusta assegnazione di compiti, la mancata chiarezza nelle regole, l’insuccesso, possono portare a situazioni di esaurimento di ogni energia e allo svuotamento psichico del soggetto sottoposto a superlavoro il quale non raggiungendo gli obiettivi prefissati va in corto circuito.

Stalking: traducibile come : “caccia in appostamento”; con tale termine si identifica anche il cosidetto “stalking occupazionale” caratterizzato dal fatto che la causa delle persecuzioni ha origine in ambiente lavorativo e viene estesa anche nella vita privata, cioè, lo stalker, aggiunge così molestie che toccano l’ambiente familiare della vittima al fine di completare e/o rafforzare il suo progetto di costringere la vittima alle dimissioni o soggiogarla al suo volere.

Le ragioni del mobbing

Si ricorre al mobbing, cioè a velati atteggiamenti persecutori messi in atto tramite azioni lesive occultate dietro una facciata spesso addirittura cordiale, affinche la vittima compia errori. Ciò giustificherà condotte quali: il dequalificarla, isolarla, sottrarle dei benefit, ecc. La conseguenza sarà l’inevitabile danno delle condizioni psicofisiche del perseguitato arrivando così alle sue spontanee dimissioni o ad un ‘giusto’ e ‘giustificato’ licenziamento. Morale: il persecutore avrà raggiunto il suo scopo ‘togliendo di mezzo’ la vittima, la quale uscirà dalla storia con una condizione fisica e sociale a pezzi conclusa a volte con il suicidio. Il mobbing non è una malattia ma ne può essere la causa.

Le ragioni emozionali

Sono caratterizzate dai più disparati motivi: incomprensioni, diversità, onestà, correttezza, invidia, gelosia, incapacità, personalità introverse, ecc. Spesso questa forma di avversione, di antipatia, non viene neanche esternata o quantomeno non al giusto livello, anzi, le azioni aggressive vengono nascoste dietro una facciata normale spesso addirittura cordiale; ciò rende la futura vittima inconsapevole di ciò che gli sta per accadere.

E’ probabile che all’inizio potrà pensare che si tratti della normale conflittualità, magari un pochino accentuata, mai penserebbe che tutto è mirato e studiato ad arte per distruggerlo.

Le patologie mobbing-stress correlate

I lavoratori sottoposti ad atteggiamenti persecutori, mobbing od altro, reagiranno tramite lo stress al fine di generare un meccanismo difensivo, ma al prolungarsi delle violenze presenteranno un alto rischio di sviluppare la sindrome da stress cronico le cui conseguenze inevitabili saranno patologie di ordine psicosociale. Naturalmente ogni individuo di fronte ad un conflitto professionale lo vivrà secondo la propria attitudine a reagire, alla sua forza, alla sua resistenza, tuttavia più il conflitto si prolunga, più la resistenza diminuisce.

Per le ‘vittime’ sono comuni i disturbi psicosomatici da stress, infatti nel tempo potranno sviluppare disturbi di ansia e d’umore quali:

Disturbo Pos-Traumatico da stress (DPTS) – fenomeni di evitamento, comportamenti cioè tesi ad evitare ogni situazione che ricordi il problema, pensiero concentrato in modo ossessivo sui problemi di lavoro con incubi, disturbi di ansia e depressivi.

Disturbo dell’Adattamento (DDA) – fattori di rischio di intensità e durata inferiori a quelli riscontrati nel DPTS.

Britney Spears: mobbing sessuale all’ex bodyguard

Britney Spears: mobbing sessuale all'ex bodyguard

Conseguentemente la forte tensione psicologica porterà alla comparsa di una serie di alterazioni che colpiscono l’equilibrio socio-emotivo e psicofisiologico generando la caduta delle difese immunitarie, la vittima arriverà nel tempo a sviluppare disturbi, somatizzazioni  che potranno divenire croniche e irreversibili.

I più tipici disturbi di natura psichica sono: agitazione, angoscia, disturbi dell’attenzione e della concentrazione, anoressia o bulimia, disturbi del comportamento, riduzione o perdita della libido, disturbo del sonno.

A cui certamente potrebbero seguire disturbi di natura fisica provocando danni agli organi più deboli quali: apparato gastrointestinale (gastrite, colite ulcerosa, ulcera peptica); apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale); apparato respiratorio (asma brochiale, sindrome iperventilatoria); apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce, enuresi); nel sistema cutaneo (psoriasi, acne, dermatite, prurito, orticaria, secchezza della cute e delle mucose, sudorazione); nel sistema muscolo scheletrico (cefalea tensiva, crampi muscolari, torcicollo, mialgia,  artrite, dolori  al rachide).

Una riflessione: in ambiente di lavoro, chiunque applichi la violenza, causando dei danni fisici, sarà immediatamente incriminato e condannato senza scampo; applicando invece la tecnica del ‘mobbing’ potrà generare dei danni fisici ancora maggiori, ma sarà però ben difficile provare la sua responsabilità nelle patologie che scaturiranno ed ancora più difficoltoso arrivare ad una sua condanna.

La Consulenza Tecnica per l’accertamento del danno psichico

La Consulenza Tecnica per l’accertamento del danno psichico e del danno da pregiudizio esistenziale*

Il danno psichico ed il danno da pregiudizio esistenziale devono essere risarciti, quali danni non patrimoniali, ex art. 2059 c.c.

Il danno psichico, coerentemente con la lettera dell’art. 1223 c.c., richiede il risarcimento come:

  • lesione dell’integrità psichica;
  • conseguenti mancate utilità non patrimoniali.

La tabella del danno psichico e da pregiudizio esistenziale costituisce un utile strumento scientifico per la valutazione del danno alla persona; l’uso deve riguardare consulenze tecniche interdisciplinari e in particolare quelle a carattere specialistico psicologico forense per il loro riconosciuto valore di scienza e nelle situazioni in cui tale danno è dedotto, anche a prescindere dalla lesione del soma.

In base ai recenti orientamenti giurisprudenziali (Sent. Cas. N. 26972/09, 26973/09, 26974/09, 26975/09) il danno non patrimoniale è una categoria generale che non può essere suddivisa in autonome sottocategorie di danno; ed è solo a fini descrittivi e psicologico giuridici che le diverse denominazioni (danno psichico, danno morale, danno esistenziale) vengono adottate. Di seguito una breve definizione dei diversi tipi di danno:

  • Il danno psichico può essere definito come una infermità mentale, che consiste nella riduzione di una o più funzioni psichiche, come le funzioni mentali primarie, l’affettività, i meccanismi difensivi, il tono dell’umore, le pulsioni;
  • Il danno esistenziale si presenta come un’alterazione, in senso peggiorativo, del modo di essere di una persona nei suoi aspetti sia individuali che sociali; si tratta di una modificazione peggiorativa dell’equilibrio psicologico e dello stile di vita nell’ambito dei rapporti sociali, familiari e degli affetti in un ottica relazionale ed emotiva;
  • Il danno morale può essere identificato con la “sofferenza psichica”, cioè con lo stato di prostrazione ed abbattimento provocato dall’evento dannoso.

Per valutare la presenza e la consistenza del trauma, occorre un’analisi approfondita del soggetto, con aspetti metodologici che dovrebbero riguardare non solo i colloqui clinici, ma anche un accurato e specialistico esame psicodiagnostico, mediante l’utilizzo di test di livello, di personalità, proiettivi e neuropsicologici, al fine di valutare oltre alle eventuali alterazioni delle funzioni mentali primarie di pensiero, anche gli stati emotivo-affettivi, la struttura e sovrastruttura dell’Io, nonché i meccanismi di difesa.

Fondamentale quindi per questo tipo di valutazione, è il ruolo del CTU che deve accertare l’esistenza o meno, del trauma psichico, valutando se il danneggiato ha subito una compromissione, una menomazione, una riduzione della sua capacità di comprendere e di accettare la realtà, attraverso processi di adattamento non più equilibrati.

*Tratto da “Linee guida per l’accertamento e la valutazione psicologico giuridica del danno biologico-psichico e del danno da pregiudizio esistenziale” Ordine degli Psicologi del Lazio.

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