Categoria: Buddismo e psicologia

Alcune riflessioni sui MANDALA

inconscio collettivoE’ propedeutico avere qualche nozione in merito all’inconscio collettivo, un termine / concetto, centrale nella psicologia analitica Junghiana.

Carl Gustav Jung, allievo di Freud e affascinato dai suoi studi, pur accogliendo il concetto di inconscio, lo amplifica arricchendolo di tanti altri contenuti e significati che solo in parte sono stati accettati dal suo maestro. Jung riconosce l’esistenza di un inconscio personale; è un ‘luogo’ ove vengono rimossi o dimenticati tutti quei contenuti che la coscienza infantile fa fatica a integrare. Tutti questi contenuti tornano sotto forma di sogni oppure come ‘ritorno del rimosso’ nel corso di una psicoanalisi. Quindi, oltre alla coscienza abbiamo anche un inconscio personale con le caratteristiche appena descritte. Jung aggiunge un altro ‘locus’, per l’appunto, l’inconscio collettivo.apparato psichico freud

Mentre nell’inconscio freudiano troviamo tutto ciò che attiene alle acquisizioni e alle esperienze specifiche del soggetto, quest’altro invece conserva tutto ciò che attiene all’umanità ovvero, i comportamenti, i contenuti che ‘homo’ ha accumulato nel corso del suo lunghissimo cammino e lungo tutte le fasi evolutive. In quanto tale quindi, è una struttura che si eredita nascendo e si poggia su quanto è stato a loro volta ereditato dal padre, nonno, bisnonno, avo, trisavolo, arcavolo etc. giù giù fino ad arrivare a Lucy.

lucy ed ereditarietàCome immediata conseguenza, non ha nulla a che vedere con le proprie esperienze, ma sono innate. Quest’ultimo non deriva da esperienze e acquisizioni personali, ma in quanto innato, rappresenta uno ‘strato’ di psiche comune ad ogni essere umano.

In sintesi quindi, l’inconscio personale contiene esperienze personali dimenticate o rimosse (quindi precedentemente coscienti), nell’inconscio collettivo ci sono contenuti che non sono mai stati nella coscienza. Mentre i contenuti personali hanno a che fare con le emozioni personali che Jung chiama ‘complessi a tonalità affettiva’, che hanno il compito di gestire la parte più intima della propria psiche, per quelli collettivi, si parla di archetipi.

Jung studiò molti i complessi e si rifà alle idee fisse di Janet. idee fisse

Cosa sono i complessi? Jung li vedeva come frammenti di psiche (o personalità frammentarie). All’interno di questi frammenti, ci sarebbero tutte quelle cose che l’io del soggetto pensa quando è orientato verso un obiettivo e cioè: intenzione, sentimento, volontà percezione, etc. L’Io (ego) è anch’esso un complesso (uno dei tanti) e la coscienza altro non è che il risultato della capacità che l’Io ha di farli suoi e di usare in modo efficace i complessi che stanno alla base della propria esistenza. Cosa succede se mancasse questa sorta di autoriflessione dell’Io? I complessi funzionerebbero senza controllo, in modo automatico e sarebbero caratterizzati dalla compulsività.

archetipo e sognoIn merito agli archetipi, anche se transpersonali e appartenenti al raggio d’azione dell’inconscio collettivo, la loro presenza è costante e influiscono concretamente nella nostra quotidianità. Il loro effettivo svolgersi lo si evidenzia in particolare nei sogni e la loro interpretazione permettono di evidenziarne il loro effetto e supporto, che come ho detto sopra è costante e utilissimo.

Quali sono le caratteristiche dell’archetipo? Lo abbiamo detto sopra, appartengono a tutti, quindi sono universali; sono di tutti e quindi impersonali e vengono ereditati.

Per Jung (ma non solo) nascendo, ereditiamo i tratti somatici della nostra specie ma anche la mente (psiche) già ricca in quanto prodotto storico multistratico formatosi nel corso dell’evoluzione. Jung fa il paragone della mente (primordiale) con la ghianda che diventa quercia. Il suo processo evolutivo ha richiesto un arco di tempo lunghissimo e non si fermerà mai.ghianda

Innatismo, ereditarietà ed empatia costituiscono quindi una sorta di standard del pensiero collettivo, tipico di noi umani. Tutte cose pensate da Jung ma anche da altri studiosi e che trovano oggi conferma dalla nota scoperta dei neuroni a specchio.

istinto e archetipoPer evitare di fare confusione tra istinto e archetipo, Jung ci viene in aiuto definendo i primi come null’altro che stimoli di natura fisiologica che vengono visti, sentiti, odorati etc, ovvero percepiti dai nostri sensi, mentre gli archetipi sono immagini, fantasie e simbolismi svelati dagli istinti. Ecco quindi chiarito il ruolo degli archetipi come quello di spingerci verso ciò a cui istintivamente tendiamo un po’ come il ragno che si fa la ragnatela in un modo specifico, oppure la rondine con il suo nido diverso da quello del passero e così via.

Mandalamandala e jung

Una delle caratteristiche dell’archetipo è l’universalità e il mandala è un simbolo universale. Lo ritroviamo in tutte le culture e in tutte le regioni geografiche. Ci sono infatti nell’arte cristiana (Cristo al centro e i 4 evangelisti agli angoli – rosoni delle chiese, etc), buddista, degli indiani Navaho d’America, nell’induismo, famosa la “ruota solare” paleolitica scoperta nell’Africa del sud e via dicendo.

mandala nacahoQuindi, se il mandala è un simbolo universale, indubbiamente attiene a qualcosa di specifico e utile per gli essere umani. Nelle osservazioni di Jung (durate circa 20 anni) emerge, che tali raffigurazioni avvengono in soggetti che hanno vissuto momenti di disorientamento ma anche di dissociazione psichica molto più frequenti nei bambini ma anche in adulti colpiti dalla nevrosi. Notevole anche lo sviluppo in tutti quei casi di confusione psichica caratterizzati da psicosi o schizofrenia. In tutti questi casi, le immagini che vengono disegnate o descritte sono prevalentemente circolari che fungerebbero da compensazione al dissolvimento (nei casi gravi).mandala tibetrano

Jung nei suoi scritti, ci riporta che tutti i mandala che i suoi pazienti hanno disegnato, sono caratterizzati da un centro inserito in un cerchio circoscritto da un quadrato. Tutte rappresentazioni che richiamano i mandala tibetani o hinduisti. Questa caratteristica porta inevitabilmente a riflettere sul carattere autonomo della psiche (il ragno che fa la tela); un fenomeno simile che si ripete sempre e ovunque, quindi un modo (arche)tipico di noi umani. I pazienti di Jung, rappresentano il proprio disagio utilizzando un modello tipico ereditato e non acquisito tramite strumenti culturali tipiche del luogo di nascita e appartenenza.

Ma allora i mandala, cosa sono e a cosa servono? Jung li chiama ‘ordinatori di rappresentazioni’ di comportamenti innati appartenenti alla razza umana e acquisiti nel corso dell’evoluzione.

Il Buddhismo e gli induisti tantrici ne fanno largo uso.

Sul piano psicopatologico, la ripetitività con cui queste immagini emergono in modo del tutto spontaneo e in situazione ove c’è un “abbaissement du niveau mental” o un momentaneo crepuscolo della coscienza, caratterizzato da una fragilità psichica, va letta come una forma di tentativo di guarigione che la natura umana, in modo del tutto naturale, mette in campo, insomma un qualcosa di non cosciente ma, paragonabile all’istinto (impulso) di sopravvivenza.

Ecco che l’archetipo, quello che tende alla individuazione, tende ad integrare le pulsioni (istinto) che provengono dall’inconscio con la coscienza. Una funzione che trascende i due locus, inconciliabili separatamente, ma che attraverso l’intermediazione (in questo caso la spontanea rappresentazione di figure mandaliche), induce ad una sintesi, finalmente comprensibile da entrambi (coscienza e inconscio).

Psicologia e Buddismo

Immagine 046Iniziamo a parlare di buddismo, partendo da ciò che la psicologia dovrebbe curare: la sofferenza.

Per il Buddismo si soffre perchè si ha una visione errata della realtà e perchè si ignora la vera natura delle cose; piu’ esattamente, l’interesse principale del Buddismo riguarda il nostro stato vitale: la gioia o la sofferenza, che possiamo sperimentare in ogni singolo istante dell’esistenza. Ciò accade sempre attraverso l’interazione tra condizioni esterne e tendenze interiori. La stessa situazione, per esempio uno stesso posto di lavoro, vissuta da qualcuno come tormento costante, per un’altra persona può essere fonte di soddisfazione.Nam myoho renge kyo
Scopo della pratica buddista è quello di rafforzare lo stato interiore, in modo da affrontare e trasformare le situazioni più difficili e negative.L’insegnamento del Budda, prima di diventare religione, forniva uno strumento utile per liberare il singolo dalla sofferenza e, in tal modo, vivere in serenità; che poi è quello che fa lo psicologo.

buddismo e psicologiaLo stato di buddità (ciò la natura di Budda) si ottiene attraverso il pieno controllo della mente,  la presenza della realtà, la consapevolezza del cambiamento, il non-attaccamento e la compassione e dedizione verso gli altri.

Per non soffrire bisogna quindi accettare l’impermanenza,  essere cioè consapevoli della continua trasformazione della vita e liberarsi da ogni attaccamento.  Alla base delle nostre sofferenze psichiche c’è  il pensiero, che non è volontario ma è prodotto automaticamente dalle nostre elucubrazioni, che richiamano alla memoria gli eventuali traumi subiti e i relativi ricordi.daimoku
La nevrosi  è quasi sempre caratterizzata dai pensieri che occupano la quasi totalità della nostra attività psichica, ecco perchè nella meditazione, la regola è quella di  “pensare di non pensare a niente, essere privo di pensieri” mentre nella psicologia si suggerisce di spezzare il circolo vizioso, uscirne, ad esempio pensando ad altro.

legge causa effettoDal punto di vista archetipico la compassione buddhista ha a che fare con l’Anima; le scienze occidentali hanno a che fare con l’Animus.

Quindi il Buddismo puo’ essere visto come un insieme di ‘capacità’ che ci danno la possibilità di vedere le cose come sono in realtà, qui ed ora.

Ma, tra filosofia e religione, passando per la psicologia, ove si colloca il buddismo?i dieci mondi

L’aspetto filosofico del Buddismo lo si ritrova nei suoi insegnamenti che ci rappresentano una visione logica e completa, spiegando le cose su un piano formale, fatto di parole e idee. La pratica buddista però è in grado di guidare verso una trasformazione definitiva perché ci lascia intravedere soluzioni pratiche agli eventi interiori ed esteriori che caratterizzano la nostra quotidianità.

prendersi cura degli altriPer la psicologia, invece, il discorso è diverso e quindi dovremmo essere chiari nel definire i reciproci confini. Nel Buddismo, attraverso la  pratica, si ha la possibilità di realizzare e arricchire la propria visione di se stessi nel mondo. L’assenza  di evidenti tratti nevrotici favorisce indubbiamente il processo. L’ambito della psicologia, con le sue varie scuole (psicoanalisi ad esempio, ma anche le altre varie terapie non psicodinamiche) hanno la missione di aiutare le persone a risolvere le difficoltà personali che possono riflettere un evidente disagio psichico ma anche, ad esempio la piena realizzazione delle proprie potenzialità. Il cambiamento che si ottiene attraverso un processo di trasformazione, può avvenire sia grazie alla psicologia che al Buddismo che, idealmente (ma non esclusivamente) dovrebbe iniziare proprio là dove finisce la psicologia cioè quando le persone hanno risolto le eventuali nevrosi e che quindi, a questo punto possono trarre il maggior beneficio,  perchè possono arricchirsi ulteriormente sviluppando e trovando, grazie al Buddismo,  ad esempio, coraggio illimitato, la gioia e l’amore e le ricchezze innate che una mente libera può offrire.illuminazione budda

Praticando, si ottiene come risultato, la piena illuminazione (Buddità) che, in quanto tale, trascende, superandole,  le mete intellettuali o terapeutiche sia della filosofia che della psicologia.

Inoltre c’è una correlazione con la psicologia Immagine 059e la fisica quantistica (che approfondirò in un altro articolo) che si basa sul concetto che ogni cosa è legata ad un’altra, dagli eventi alle persone. L’essenza del buddismo sta nella sua essenza, ovvero nella consapevolezza dell’unità e della interrelazione tra tutte le cose dove ad esempio, tutta la materia, anche se separata da spazi più o meno vasti, è collegata ed unita.

Leggi anche cosa succede quando si va dallo psicologo

Studio Bumbaca, Roma, Via Appia Nuova 225 / Avezzano (loc FORME) - cell: 366 2645 616 - PI : 10726621005