Categoria: Benessere psicologico

Porsi un obiettivo e fallirlo

Porsi un obiettivo e fallirlo

A nessuno piace fallire eppure, anche dietro un fallimento può celarsi una molteplice opportunità di crescita. Un fallimento evidenzia i nostri limiti, un lato oscuro su cui focalizzare la nostra attenzione con l’obiettivo di migliorare. Un fallimento non è una minaccia ma potrebbe essere la nostra miglior opportunità.

Con questo nessuno vuol dire che bisogna fare una collezione di fallimenti, nessuno ama fallire, ma a volte può accadere e quando accade, vedendola come una opportunità, forse riusciremo a trarne il massimo dei vantaggi. Ma quali sono i possibili vantaggi di un fallimento?

  • Può un fallimento bloccarti?

Cimentarsi in qualsiasi cosa è un privilegio per molti (non per tutti); tuttavia il cimentarsi non implica obbligatoriamente il successo. Può anche andar male o comunque non proprio come desideriamo. Questo insuccesso, totale o parziale, non è comunque una pietra tombale sui nostri sforzi. Questo insuccesso non ci mette definitivamente fuori gioco. Ma tutto dipende dal tipo di reazione. Rinunciamo? Allora potrebbe voler dire che in fondo, non ci tenevamo così tanto. Anzi l’insuccesso potrebbe in qualche modo darci la piena consapevolezza del reale interesse che avevamo. Perché tutti sanno che quando si desidera veramente una cosa, nulla potrà fermarci, mai.

  • Il modo giusto per fare le cose

Non esiste un unico modo per fare una specifica cosa o, per meglio dire, una determinata cosa può essere fatta in infiniti modi diversi. Quante case identiche esistono? Quante penne diverse ci sono? Quanti vestiti, colori, automobili, aerei, etc…. Se nel fare una determinata cosa, a noi può sembrare errata, stai pur certo che per qualcun altro potrebbe andar bene. Se la tua ultima presentazione ti sembra povera, perché dopo averla ‘presentata’ la gente ti fa un applauso? Quindi, come abbiamo visto, non esiste un modo giusto in assoluto. Esiste un criterio però che potrebbe permetterci di darci quiete. Ovvero, la cosa fatta, realizzata, funziona? Se funziona allora va bene anche se altri l’avrebbero fatta in modo diverso

  • Proviamo a farla diversamente

Mi sono super impegnato per fare una cosa, ci ho speso tempo, denaro, anche il sonno. Dopo averlo messo in campo però, il risultato è evidentemente e palesemente un fallimento. Butto tutto? Rifaccio tutto da capo? O cercherei di verificare se esistono alternative più efficaci?

  • Non si può avere sempre ragione.

Quanta gente conosciamo che ‘… ha sempre ragione’? Beati loro, diranno i più. Poveri loro, mi permetto di dire io. Non si può avere sempre ragione; è un peso gravoso. Troppo stress. E’ bello alle volte commettere un errore e lo è ancora di più ammetterlo. Perdoniamoci e andiamo oltre.

  • Il fallimento ci aiuta a restare umili.

L’umiltà è una virtù. Grazie a tale virtù, riusciamo a vedere in modo lampante i nostri limiti. Quante volte i nostri insegnanti ci hanno detto che per imparare è necessario essere utili? Restare ancorati al nostro punto di vista, nonostante sembri palesemente errato, ci espone a delle inutile conseguenze, che potrebbero portarci a perdere l’opportunità di imparare sugli effetti benefici della umiltà ma anche quello di continuare a fallire e a non apprendere nulla di veramente utile.

  • Per prova ed errori si arriva al successo

Abbiamo tantissimi esempi che ci mostrano che la strada del successo è lastricata di tanti altri fallimenti. Ad esempio le scoperte scientifiche, i professionisti, gli artisti, gli inventori, etc … quanti insuccessi prima di veder coronato il loro sogno? Lo stesso Freud, quando ha scritto L’interpretazione dei sogni, ha sperato che con esso sarebbe diventato famoso e forse anche ricco. Ha dovuto attendere altri 10 anni, ha dovuto scrivere una sintesi della sua Interpretazione, un libricino di poche pagine, Il Sogno, per vedere finalmente il successo. Per tutti questi personaggi, il fallimento non li ha annichiliti ma anzi, credendo nel loro progetto, li ha fortificati e li ha spinti a migliorare, spinando così la strada del successo.

  • Il fallimento ci insegna ad essere più flessibili

Avevi in mente di fare una cosa e l’hai fatta. Il risultato è un disastro. Che insegnamento utile possiamo trarne? Intanto, vorrei rifarmi. Ecco che allora, provo a rimodulare i vari aspetti finchè non trovo il modo più efficace. Quindi, grazie al fallimento precedente, sono diventato più flessibile. La stessa cosa può essere vista anche in altri modo che, guarda caso, possono risultare migliori.

  • Quali sono le tue competenze

Se hai le competenze, se sei pronto, se hai l’allenamento giusto, se…se…se…

Se ci sono i presupposti allora solo l’esecuzione può darti le conferme di cui hai bisogno. Se invece non agisci perché temi di fallire, hai già fallito. Solo ‘lanciandoti’ saprai effettivamente quale è la tua reale forza. 

  • Gli altri hanno altro da fare, non stanno sempre con il dito puntato.

Viviamo in un mondo dove, è sotto gli occhi di tutti, gli errori che sono stati fatti sono a volte anche colossali, eppure la gente, pur non dimenticando, lascia correre. Pensiamo ai fatti di cronaca, ogni giorno ne abbiamo uno nuovo. Cosa fa la gente? Raramente si cura dei singoli errori, delle singole persone. La gente ha altro da fare. Semmai la gente ricorda solo gli errori di cui ne sono vittime (vedi ad esempio la legge Fornero e il suo colossale errore sugli esodati). Quindi, è solo l’individuo che penalizza il proprio fallimento, o lo giudica più grande di quanto è veramente, mentre gli altri, magari se ne sono già dimenticati.

  • il fallimento è un punto di nuova partenza

Una volta che hai elaborato il fallimento, sei pronto per ricominciare, sicuramente con un approccio diverso. Inutile fermarsi oltre il giusto su un fallimento, la vita ci chiama continuamente verso nuove sfide.

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Frequento una persona che ha avuto un lutto

Cosa vuol dire essere in lutto

Quando perdiamo un ‘qualcosa’ che per la nostra vita è significativa e importante, avviene dentro di noi una specie di adattamento nei confronti di quella perdita, dal momento che stare senza quella cosa (che può essere un oggetto, una persona, un lavoro, …) perdiamo una parte di noi. Il lutto quindi è quella fase (più o meno lunga) necessaria per operare quel recupero.

In modo più specifico però, si usa il termine ‘stare in lutto’ per far riferimento alla perdita (decesso) di una persona a noi cara con la quale avevamo un rapporto molto stretto. Quali sono le tipiche reazioni ad un evento così traumatico?

Quando accade un evento così traumatico, il dolore che si prova è indubbiamente grande,  un dolore direttamente proporzionale alla profondità della reazione ma anche a quanto improvvisa e imprevista si è verificato. Se ad esempio si tratta di un congiunto molto anziano e malato da tempo, l’impatto emotivo sarà diverso da una perdita di un congiunto giovane deceduto per motivi accidentali e assolutamente imprevedibili (ad esempio un incidente automobilistico). Ad ogni situazione luttuosa troviamo certamente il coinvolgimento di una o più emozioni ma che anche può coinvolgere altri aspetti come ad esempio un declino fisico più o meno lungo, oppure relativo a persone vicine, ma anche la conclusione di una relazione significativa.

In situazioni come questa la risposta più immediata e naturale non può che essere il dolore che viene vissuto ‘ognuno come gli pare’, dal momento che la diversità è una caratteristica tipica degli esseri complessi (e l‘essere umano è il più complesso dell’universo), ma il lutto attraversa anche alcune fasi ben specifiche. Nasce dal riconoscimento di ciò che si è perso e continua anche in seguito, se si rifiuta di operare una reazione adeguata. Le risposte, come dicevamo sopra sono relative, ovvero al caso specifico ma anche al background socio-culturale del soggetto. Dal punto di vista emozionale (sia che si trattino di emozioni primarie che di secondarie), assistiamo invariabilmente a reazioni emotive che comprendono il pianto, la tristezza, un atteggiamento depresso, rabbia, senso di colpa, stupore,accettazione, incredulità, rifiuto, …

Quando il dolore è grande, incontenibile, un comportamento tipico comprende un pianto dirotto, insonnia, scarso rendimento sul lavoro, .. e, come ovvio che sia, una reazione naturale al fatto, il vuoto è enorme, si fa difficoltà ad accettare, la perdita è incolmabile, …

Una volta assorbito il colpo, la negazione della perdita viene sostituita dalla rabbia che viene orientata verso tutti (medici, infermieri, il padreterno, il partito, la scuola, la chiesa, gli altri, lo stesso defunto,…)  i sensi di colpa si esplicano con frasi che richiamano azioni non fatte e che invece si potevano fare.

Il tono dell’umore, se le emozioni risultano incontenibili, può variare, anche in modo preoccupante e come dicevamo sopra, tutto ciò può essere normale se  la persona era molto importante per noi, e morendo, si è portata via qualcosa di profondo e radicato.

La natura del dolore ha tutta una serie di relazioni che coinvolgono l’apparato psichico, quello sociale, quello emotivo ed ha riflessi anche sul fisico e quindi va, sostanzialmente inquadrato da un punto di vista olistico.

Le reazioni fisiche possono avere riflesso sul ciclo sonno-veglia,  portare a disturbi alimentari (p.es calo appetito), calo delle difese immunitarie e quindi rischio di ammalarsi, problemi generici di natura fisica. Tra quelle mentali, si può passare da un’alterazione dell’umore (scatti d’ira improvvisi, tristezza, malinconia, …), senso di disperazione (‘e ora come faccio’), aumento dell’ansia, inasprimento del senso di colpa, … quelle sociali  attengono al rifiuto di lavorare, vedere amici, problemi con la famiglia, …

In sintesi quindi, ed in relazione all’intesità che si aveva con la persona deceduta, avremmo un dolore (e con tutta la sua pletora di specifiche reazione), la presenza di pensieri ossessivi e costanti, eventuali problemi di natura fisica, eventuali sentimenti di colpa, una sorta di ostilità aspecifica (orientata più verso il mondo che persone o situazioni specifiche) e cambiamenti comportamentali più o meno evidenti per giungere, in alcuni casi, in particolare se in età giovanile (preadolescenza ed adolescenza) anche cambiamenti del carattere che possono essere anche strutturali.

Il lutto – significato

Il lutto quindi è la risposta tramite il quale ci si adatta alla perdita; tale modalità è direttamente collegata al contesto dal momento che in ogni cultura ci si attende un determinato comportamento.

– È dolce e commendevole, Amleto, in te, il rendere a tuo padre tutto questo tributo di cordoglio; … Ma incaponirsi in un lutto ostinato, è atteggiamento d’empia testardaggine un non virile modo di soffrire, .. Diamine! Questa è colpa contro il cielo, contro chi è morto, contro la natura, ma soprattutto contro la ragione, cui la morte dei padri è tema usuale, …’

Amleto SCENA II – Sala nel castello di Elsinore

In merito alle cause, la reazione dipenderà anche dalle circostanze che l’hanno determinata, ma anche dal ruolo che la persona aveva che genererà specifiche reazioni alla perdita.

Pensiamo ad esempio alla perdita del coniuge, chi resta, oltre al dolore immenso per la perdita dovrà anche sobbarcarsi un’enormità di fatti e decisioni in merito alla organizzazione delle funerale, degli aspetti finanziari ed economici, gestire il tutto con il lavoro, i figli, il tutto in un momento ove servono tante energie che non si possiedono. Immaginiamo ad esempio come può essere difficile dirlo ai figli, soprattutto se sono piccoli; immaginiamo gli aspetti finanziari, se il coniuge deceduto era l’unico che aveva un reddito sicuro e su cui la famiglia reggeva le proprie sorti.

Pensiamo invece alla morte di un figlio, piccolo o grande che sia. Per un genitore credo non ci sia nulla di più devastante. Una perdita del genere suscita un’infinità di emozioni tra cui quello del senso di ingiustizia (‘ma come, così giovane, no…non è giusto’, ‘quante cose avrebbe potuto fare’, etc. ). Ci si sente responsabili, anche se al di fuori di ogni umana responsabilità..

Quando ci muore un genitore, la perdita in termini emotivi è profonda e il dolore è devastante; a ciò si associa un senso di paura e di profonda tristezza. Anche in questo caso l’intensità del dolore è intimamente legata ad una serie di fattori tra cui il tipo di rapporto, il sesso, l’età, gli eventuali aspetti religiosi, eventuali precedenti esperienze di decessi, etc..). con la perdita di un genitore si perde un consigliere e un amico, da cui inevitabilmente il senso di solitudine è più accentuata anche se la famiglia e il giro di amici non ci fa mancare il sostegno. Dopo il colpo iniziale giunge una consapevolezza profonda: ‘nulla sarà come prima’.

Il dolore, come si sa, ha svariate sfumature e in particolare, il dolore legato al lutto ne ha uno specifico legato al cosiddetto dolore anticipato. Si verifica tutte le volte in cui ci troviamo a dover affrontare un caso di malato terminale, un caso in cui parenti e amici, attendono una morte annunciata.

Il dolore non cambia, cambia solo il fatto che tutti hanno il tempo di abituarsi alla perdita, ma per il resto è assimilabile a ciò che abbiamo visto prima. Ciò non esclude che quando il fatto diviene realtà, anche se preparati, l’esplosione di dolore sia più mitigato. Infatti anche se sappiamo in anticipo ciò che accadrà, il dolore successivo non sarà né facile né più breve. L’attesa del decesso può creare un attaccamento più forte e di conseguenza dopo, la sofferenza e l’elaborazione del lutto potrebbe essere più profonda.

Il dolore, dal punto di vista emozionale, può essere difficile da controllare e spesso assistiamo a reazioni ove le sue naturali espressioni potrebbero non manifestarsi. Il soggetto in questione potrebbe aver accettato di negarlo ma, prima o poi i conti devono tornare e prima o poi, tutto il dolore che abbiamo voluto sommergere torna a galla in tutta la sua prorompente distruttività, determinando una possibile caduta nella malattia fisica e/o psichica.

Evitiamo quindi di negare l’evidenza, lavoriamo costantemente sul dolore, lasciamolo esprimere. Il dolore è come un fiume in piena, lasciamolo scorrere, cercare di contenerlo può fare più danni di quanto sembrerebbe. Se notiamo tali comportamenti in un nostro amico oppure un congiunto, cerchiamo di intervenire in modo opportuno.

Il lutto ha un lavoro, spesso gravoso; nessuno ci si può sottrarre se vuole mantenere l’anima in buona salute. Dobbiamo fare tutto ciò che serve per tornare alla normalità, per ritrovare quel ‘senso’ che la perdita potrebbe aver fatto smarrire. Dobbiamo ‘ricostruire’ il mondo anche senza quella persona e dobbiamo, nel caso, attivarci per creare nuovi rapporti con i tempi e modi che ogni individuo ritiene consoni.

Rivolgersi a nuove conoscenze, non equivale, come qualcuno potrebbe pensare ad un tradimento, ma è un modo per veicolare l’energia (di cui siamo fatti) verso nuove scoperte emotive. La persona scomparsa non verrà mai più dimenticata (la perdita di una persona cara è sempre un trauma e i traumi non si cancellano mai) e la carica affettiva che avevamo non verrà mai eliminata.

Il processo della elaborazione del lutto passa più o meno tra queste fasi: desiderio di riportare in vita la persona (come nei traumi, il ricordo continuo del trauma stesso, altro non sarebbe che il desiderio di tornare all’attimo prima dell’evento traumatico, proprio per poterlo evitare – se lo avessi saputo avrei potuto fare …),  momento in cui si vive una profonda disorganizzazione (lavoro, casa, amici, parenti,…), ovviamente l’emozione più forte è quella della tristezza e poi, infine, la fase della riorganizzazione.

Lungo queste fasi, sicuramente la depressione (più o meno reattiva) potrebbe farci compagnia, ed è una cosa anche abbastanza naturale ma, qualora la sintomatologia perdura e non ci permette di recuperare uno stile di vita adattivo in tempi consoni, potrebbe essere utile valutare la possibilità di usufruire di un aiuto professionale

L’importanza del VUOTO in psicologia

L’importanza del VUOTO in psicologia

I Buddisti, in merito a questo aspetto, si rifanno al Sutra del Cuore il cui messaggio è:

tutto è vuoto, una volta compreso interiormente questo punto, si è finalmente liberi, andando oltre l’illusione.

 Ecco parte del testo:

Il Sutra del Cuore

 “Ascolta, Shariputra:
questo stesso corpo è il vuoto
e il vuoto stesso è questo corpo.
Questo corpo non è altro che il vuoto
e il vuoto non è altro che questo corpo.
Lo stesso vale per le sensazioni,
le percezioni, le formazioni mentali
e la coscienza….

Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;

lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza…

Ci sono due tipi di vuoto: il vuoto interiore, il vuoto creativo.

Vuoto interiore

E’ uno spazio che contiene dolore, che si insinua dentro di noi e che costella le nostre giornate. Ci sentiamo spenti, nulla ci piace, e non c’è nulla in grado di tirarci su. E’ difficile uscirne, anche perché ci assale un senso di angoscia, spesso senza oggetto (di cui si ignorano le cause). Le cause possono essere molteplici e spesso può essere utile far ricorso ad un sostegno.

Vuoto creativo

Contrariamente al vuoto interiore, connotato negativamente, qui ci troviamo alla sua antitesi. Partendo dal presupposto che non è possibile avere un pieno se non è preceduto da un vuoto oppure dal concetto del silenzio, che per i greci era fondamentale per poter creare qualcosa di utile e saggio, oppure ancora dalla passività feconda, nota a chi pianta un seme e attende il germoglio ma anche a chi lascia il campo a maggese (dalla cui necessaria inazione è necessaria per riprendere nuovo slancio) oppure quello che ogni madre ha verso i figli che crescono. Ecco quindi che il vuoto non è concepito come dannoso bensi come un momento necessario se non addirittura indispensabile per promuovere il processo creativo.

Ognuno di noi constata quotidianamente viviamo in un periodo dominato dall’eccesso, che potremmo anche ridefinire come ‘troppo pieno’ da cui certamente si ravvisa la necessità di creare momenti o spazi da riservare al vuoto, che potremmo definire come passività attiva.

Un possibile esempio di passività attiva, oltre a quello precedente del campo lasciato a maggese, può essere rappresentato dalla storie delle storie, quella dell’eroe, che interrompe la sua attività perché malato, oppure è imprigionato oppure perché rapito dall’estasi d’amore (Ulisse, Achille, Lancillotto, …). Ebbene, non sono solo semplici pause, bensì hanno una funzione ben precisa e strutturale. La solitudine a cui si abbandona Lancillotto, sembra si contrapponga all’azione cui ci ha abituato, non è quindi assolutamente uno spazio sterile (come non lo è il campo a maggese) ma com’è facile intuire, propedeutico e necessario alla ripresa di nuove avventure. In questa stasi, il cavaliere sembra perdersi (in tutti i miti dell’eroe abbiamo queste pause) ma in realtà ritrova tutte le energie che lo rilanciano verso le avventure.

Da tutto ciò si evince, spero in modo sufficientemente convincente che il vuoto non è un qualcosa di negativo o peggio ancora, dannoso, ma al contrario utile al processo creativo, e quindi alla crescita.

Quindi, il vuoto è quel ‘luogo’ ove c’è il nulla, non ci sono i pensieri, dove per decidere, non mi faccio influenzare da nulla, ma lascio la mia mentre libera e in attesa di un qualcosa che affiora.

Paradossalmente si risolvono i problemi proprio quando non siamo focalizzati su di loro ma ascoltando i suggerimenti che affiorano dall’inconscio.  Dal vuoto affiorano soluzioni che il solo ragionamento ignora.

Se siamo concentrati, intellettivamente su questo o quel problema, se quindi usiamo solo una parte, una piccolissima parte del nostro apparato psichico, trascuriamo tutto il resto. In nostro apparato psichico è fatto dall’Io, dall’inconscio personale e dall’inconscio collettivo, serbatoio degli archetipi.  Se usiamo solo l’Io (il ragionamento) trascuriamo tutto il resto che è enorme. L’io è solo un punto dove il resto è un tabellone gigantesco.

Ad esempio, quante volte ti sei arrovellato nella ricerca di una soluzione per un problema specifico senza trovare una soluzione? E quante volte, non pensando a quel problema specifico, all’improvviso hai ‘visto’ la soluzione davanti a te? Ecco, tutto questo accade perché l’Io ha ceduto energia e il resto dell’apparato psichico ha avuto le risorse per  ‘lavorare‘ e trovare, trovandola, la soluzione.

Ecco dove sta il vantaggio del vuoto: fare vuoto dentro, liberare la mente perché essa è concentrata sull’identità consueta e non riesce a vedere nulla o quasi.

“L’intima natura delle cose ama nascondersi”, Eraclito

Questa definizione di Eraclito, poetica ed ermetica allo stesso tempo, spiega che la natura di ogni fenomeno risiede quasi sempre dietro le apparenze di quel fatto/fenomeno e dei suoi effetti. Questa natura intima, in realtà non si nasconde ma semplicemente non è vista. Quante volte ti sarà successo di non vedere nulla e poi, all’improvviso, quasi per miracolo, tutto ti sembra più chiaro e illuminante? Quindi, quella cosa, quella situazione, quella soluzione è sempre stata li, era presente ed agente.

Se invece non risolviamo, allora vuol dire che abbiamo portato dentro troppo di noi, ci abbiamo pensato troppo, ci siamo inzavorrati. Tutta zavorra che dobbiamo eliminare e prima lo facciamo prima staremo meglio.

Ciò che non conosciamo della natura, nonostante la conoscenza attuale, è di gran lunga più importante e più attraente di quel poco che conosciamo.

Ecco che la malattia è il risultato di questo conflitto. Un conflitto tra l’anima e il corpo. Ma leggiamo cosa dice Jung in merito a questo aspetto.

 «La malattia è la dolorosa testimonianza di qualche conflitto in atto nel corpo e nell’anima. io cerco di scoprire che cosa i miei pazienti stiano nascondendo a se stessi; perciò, quando si rivolgono a me, mi limito al ruolo dell’ascoltatore. Faccio il vuoto nella mia mente, la rendo cioè ricettiva. Devo liberarmi di ogni preconcetto, evitare di dare giudizi sullo stato morale o spirituale che essi mi svelano.”

(C.G. Jung – Da un intervista del New York Times a Jung, fatta nel Settembre 1912, in cui egli parla della psicologia dell’americano.)

 Anche se non sempre, il vuoto non è assimilabile all’assenza (vedi Lancillotto, oppure il campo a maggese sopra), ma una gestazione più o meno lunga. I tempi della psiche non sono gli stessi di quelli del corpo, il tempo per elaborare non sono quelli che sono ma quelli che devono essere. Tutto questo può durare anche anni e a volte, per risorgere, per tornare a vivere,  bisogna toccare il fondo.

In merito all’archetipo del Sé, esso non si nasconde mai ma semplicemente è celato dal NOISE (rumore di fondo); tutte le sovrastrutture, inutili e dannose  (religiose, morali, sociali, …) che noi umani, da tempo immemorabile ci siamo inventati per ingabbiarci, circoscrive il nostro spazio vitale sempre di più.

Spesso si legge che i mistici avevano ‘visto’ ciò che oggi la fisica quantistica ci svela quasi quotidianamente.

In merito al vuoto, sia i mistici che la fisica quantistica ci dice che non c’è niente di così pieno di energia in quello spazio che ci ostiniamo a definire vuoto.

Danah Zohar, psicologa e studiosa di fisica, scrive che ‘il vuoto in se’ può essere concepito come il campo dei campi, o in altri termini come un mare di potenzialità.

Il campo, in fisica è una grandezza (proprietà di un fenomeno, sostanza oppure corpo) che può essere espressa come una funzione (relazione tra due insiemi) della posizione nello spazio e nel tempo oppure nello spaziotempo.

Questo campo, non contiene nulla (particelle) e tuttavia:  

‘le particelle sorgono come eccitazioni […] al suo interno. […] Il vuoto è il substrato di tutto ciò che è.” [Danah Zohar – L’Io ritrovato, Sperlink & Kupfer, Milano

Cosa sono le emozioni

Cosa sono le emozioni

Di seguito parleremo delle emozioni primarie, quelle presenti in ogni cultura e in ogni uomo. Le ha scoperte Darwin che notò, e fu il primo, che le espressioni delle emozioni sono simili nell’uomo ma anche negli animali (con particolare riferimento ai primati). Esprimono il nostro modo di essere, di stare nel mondo e adattarsi e interagire con esso.

Ogni essere umano esprime le sue emozioni attraverso il corpo (comunicazione non verbale). Queste emozioni possono essere sia positive che negative. Attraverso la ‘lettura’ del corpo dell’altro, siamo in grado di comprendere se l’altro esprime:

  • Rabbia – dovuta alla frustrazione, si può esprimere attraverso l’aggressività;
  • paura – utile per la sopravvivenza;
  • tristezza – in seguito ad una perdita;
  • gioia – tipico di chi è soddisfatto;
  • sorpresa – qualcosa di inaspettato (che a sua volta può tradursi in paura, oppure gioia);
  • disprezzo – mancanza di stima
  • disgusto – avversione o ripugnanza.

Ognuno di noi prova tutti i giorni ora questa o quell’emozione. La lettura del corpo, ci permette di comprendere quale di queste emozioni sia al momento dominante. Poiché tutti gli esseri umani usano questa modalità ed è riconoscibile da tutti, possiamo dire che le emozioni sono universali.

In qualsiasi caso (quale emozione è dominante) abbiamo modificazioni sia al livello fisiologico che di pensiero. Abbiamo quindi alterazioni del battito cardiaco, della respirazione, arrossamenti etc, ma anche pensieri del tipo:’è finita’, che bello’, etc ma anche riflessi sul piano del comportamento: fuga, aggressione, urlare, etc.

Domani abbiamo un esame, stasera incontriamo una persona speciale, domani ho un incontro di lavoro, etc. Tutte cose che potrebbero accompagnarsi a mal di testa, alterazione del respiro, insonnia, male allo stomaco, un po’ di tremore, etc. Tutto perché a breve accadrà un qualcosa il cui esito è incerto e le aspettative sono elevate.  

Esistono poi altre emozioni, chiamate secondarie (quindi non innate come quelle precedenti) perché combinate con le primarie e sono: l’allegria, la vergogna, l’invidia, l’ansia, la gelosia, il perdono, la speranza, la nostalgia, la delusione, il rimorso e la rassegnazione.

Le emozioni – dominati o dominatori

Usiamo spesso dei termini per descrivere certi comportamenti. Cosa diciamo quando ci innamoriamo perdutamente di un amore impossibile, oppure ne rifiutiamo uno? In genere, usiamo dire che al cuor non si comanda.

Quando una persona è terribilmente arrabbiato, oppure lo è stato, e in quell’occasione ha avuto un comportamento sconsiderato, come si giustifica? Anche in questo caso, usiamo frasi del tipo ‘ero in preda alla rabbia’ o cose simili.

Potrei fare molti esempi simili e tutti non fanno che evidenziare che le passioni ci dominano.

Come abbiamo detto sopra, parlando di emozioni, non possiamo non condividere il fatto che entrano in gioco tre aspetti: pensiero, comportamento e fisiologia.

Immaginiamo cosa succede quando abbiamo paura, oppure quando siamo felici, oppure quando siamo irritati e così via. Come reagiscono i nostri pensieri, la nostra fisiologia, i nostri comportamenti. Tutte reazioni quasi automatiche, innate.

Ecco quindi svelata la funzione delle emozioni: difenderci dalla minacce/gioie che provengono dall’ambiente. Ci predispongono all’azione. Per fuggire, per combattere, per affrontare nuove situazioni, per evitare cibi che potrebbero farci male, etc.

Le emozioni hanno anche una funzione informativa. Ci permettono di capire cosa succede (e questo vale sia nel caso di un innamoramento che nel caso di una minaccia). Grazie ad esse, siamo in grado di ‘leggere’ cosa (ci) succede. In questo modo, siamo anche in grado di essere più consapevoli, e di comprendere quello che ci accade dentro ma anche intorno a noi.

Le emozioni offrono quindi un vantaggio dal momento che ci permettono di capire il mondo. Ma se non capiamo, ecco che allora si attiva solo la parte fisiologica, oppure solo la parte comportamentale e il tutto si traduce in ansia.

Quando abbiamo un disturbo di ansia, siamo maggiormente esposti perché non siamo in grado di capire perchè e le emozioni associate sono generiche, dal momento che non riusciamo a dargli un nome.

Frequento una persona che ha il tumore – come comportarsi

Frequento una persona che ha il tumore – come comportarsi

Sapere come comportarsi se il malato è un nostro caro, oppure un nostro caro amico, è importante per se e per il caro in questione. Lo è anche per tutte quelle persone che direttamente gravitano in questa orbita di dolore, sofferenza, speranza, delusione. Un’orbita che può collassare in se stessa (il paziente non ce la fa) oppure può fungere da effetto fionda e librarsi con una maggiore spinta verso nuovi e più entusiasmanti orizzonti.

Frequento una persona che ha il tumore – Il supporto

Convivere con una persona che ha il tumore, non è facile. Non è facile anche perché gli effetti di questa malattia sono devastanti. Ciò a cui si va incontro, una volta che questa diagnosi è stata formulata, ha effetti in tutti gli ambiti dell’esistenza: affetti, lavoro, progetti, denaro, svago, etc. Ecco che ‘sapere cosa fare’ pur non risolvendo il problema (ci pensa lo staff medico) lo semplifica e aiuta inoltre ad ‘alleggerire la tensione’.

In casi del genere, non si sa cosa dire, cosa fare, come reagire, come comportarsi. Si ha sempre paura di fare la cosa sbagliata. Io sostengo spesso che ognuno di noi, indipendentemente dall’età e dalla esperienza di vita, di fronte ad un evento, mai accaduto prima, non sa cosa fare e ciò che comunque deve fare potrebbe essere sbagliato. Solo l’esperienza di quel contesto, permetterà nel tempo, per prova ed errori, di essere efficaci e pienamente efficienti.

In questo caso specifico è bene sapere che è facilissimo dire o fare la cosa sbagliata nel momento sbagliato ma, lasciamoci sempre guidare non tanto da come ci esprimiamo o da cosa facciamo ma dal dimostrare un reale interesse verso la persona in difficoltà.  Quindi il ‘reale interesse’ , sinonimo di una densità affettiva palpabile almeno all’inizio, può bastare.

Ma oltre al reale interesse dei primi momenti, potrebbe essere utile cominciare a fare sempre la cosa più giusta e allora cerchiamo di focalizzare i reali punti critici perché, una volta ripresi dalla sorpresa sarà necessario affrontare con fatti e parole, sulla base di alcuni punti di attenzione tra cui:

  • Ho il cancro, quanto è avanzato?
  • Quali sono le terapie (se ci sono) che dovranno essere affrontate?
  • Quanto è forte la paura della morte?
  • Come gestire il dolore?
  • Cosa attendersi del futuro?

E facile parlare di queste cose? La risposta giusta non può che essere: dipende!

Dipende da cosa? Ovviamente dalla emotività dei soggetti coinvolti. Per alcune famiglie non rappresenta nessun problema, per altre assolutamente si. Pur non esistendo un modo giusto per comunicare, è unanimemente condivisa l’opinione (anche suffragata da tanti studi specifici) che in quelle famiglie ove si comunica di più (anche le preoccupazioni, i dubbi, i timori, le paure, etc) si riesce a trovare sollievo anche se in presenza di situazioni dolorose; ci si sente più sicuri delle decisioni, dal momento che la condivisione ha prodotto la percezione di avere un maggior controllo, un coinvolgimento più responsabile, un sostanziale accordo sul tipo di terapie che si andranno a fare e quando poi rimangono solo le palliative, le si accettano con una consapevolezza (e rassegnazione) più serena.

Frequento una persona che ha il tumore – Come comunicare?

La malattia che direttamente o indirettamente andiamo ad affrontare comporta la necessità di affrontare tante emozioni che poi, alla fine, possono anche non dare il risultato sperato, ovvero la guarigione.

Potremmo avere una guarigione totale, parziale, una ricaduta, un decesso. Sperare quindi che c’è solo la guarigione e che si vivrà a lungo, anche se auspicabile, potrebbe anche non realizzarsi. Quindi, inutile evitare di ipotizzare tutte le possibili conseguenze. Parlandone da subito, ci permette in seguito (se la peggiore delle ipotesi diviene anche l’unica) una gestione meno dolorosa. In seguito, dover parlare di ‘certe cose’, diviene più facile e il tutto, anche se penoso, lo si affronta con uno spirito più costruttivo.

Mai come in questa malattia, tutti tendono a censurare le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, etc  e questo modo di fare ha una utilità pari a zero.  Molto utile invece è parlare di tutto ciò che ci passa per la mente; scopriremo così che i nostri pensieri sono simili a quello degli altri, oppure potremmo scoprire che altri pensano cose diverse oppure opposte. Discuterne, aumenta il livello di comprensione e di empatia in tutti i soggetti coinvolti generando un più proficuo spirito collaborativo.

Frequento una persona che ha il tumore –  l’ascolto

Esiste un altro modo di comunicazione veramente utile ed efficace: l’ascolto. Quando il nostro paziente ha voglia di parlare, è importante lasciarlo fare ma ancor più, partecipare ai suoi discorsi attraverso un tipo di ascolto partecipativo. Se l’altro parla e noi lo ascoltiamo, l’altro realizza che ha tutta la nostra attenzione. Un paziente con il tumore ha paura, è terrorizzato ed ha la necessità di ‘tirar fuori’ tutto ciò che ha in animo. Ascoltare questi discorsi non è assolutamente facile ma è di grandissima utilità. Il paziente ha bisogno di esprimere i propri sentimenti; ciò che dice è in funzione di ciò che prova; ciò che prova può essere duro, inaspettato, scomodo; diamogli la possibilità di cercare un po’ di conforto; non interrompiamolo, non giudichiamolo, ascoltiamolo soprattutto con il cuore.

Può accadere che la comunicazione abbia bisogno di essere supportata con informazioni tecniche. Non cerchiamole su google! Parliamone con lo staff medico, perché oltre ad essere preparato, conosce il caso.

Ascoltare discorsi duri e pesanti è difficile ma a volte una battuta di spirito, oppure dell’ironia (purché contestualizzata) può aiutare a stemperare, a sdrammatizzare.  In alcuni casi non c’è migliore medicina.

Non dimentichiamo che il 90% di tutto ciò che diciamo in un giorno è non verbale. Alcuni studi hanno evidenziato che in condizioni ben definite (laboratorio) la comunicazione (verbale e non verbale) è data da:

  • il 55% è dato dai movimenti del corpo ed dalle espressioni facciali;
  • il 38% dalla componente vocale (ritmo, volume e tono);
  • il 7% da quello che effettivamente diciamo.

Ecco quindi che il linguaggio del corpo è in grado di trasmettere molto più delle parole. L’espressione del viso, il modo di gesticolare, etc. possono trasmettere serenità o il contrario, quindi facciamo attenzione. Mentre un nostro caro ci parla, ascoltiamolo intensamente, con l’apparato uditivo ma anche con uno sguardo presente, vivo; evitare qualsiasi tipo di distrazione durante l’ascolto, è di grande aiuto.

Poi, di contro, ci sono momenti in cui è bene tacere; meglio tacere che dire mille inutili parole, ma se proprio dobbiamo parlare, scegliamo con cura e con sincerità le parole che intendiamo usare.

Frequento una persona che ha il tumore –  tempo insieme

La vita di ogni essere umano è cadenzata da ‘cose’ che si fanno più o meno tutti i giorni. Chi va al lavoro o a scuola ad esempio, la mattina si alza presto, si prepara e esce per fare ognuno le sue cose. Poi si torna a casa, si cena, si vede un po’ di tv e poi si va a dormire; e così più o meno per tutti i giorni. Dov’è il ‘sale’ in tutte queste cose? Sta nel tempo che si passa insieme, fosse anche davanti ad una tv, oppure durante la cena. Le chiacchiere che si fanno insieme,  la loro intensità emotiva. Tutto questo rende la quotidianità più piacevole.

Bene, anche per queste persone che hanno questa malattia, il tempo passato insieme ai cari e/o agli amici, rende la loro malattia più sopportabile. A volte però desiderano stare soli e in questo caso, il loro desiderio di solitudine va assolutamente rispettato ma attenzione, a volte chiedono di stare soli perché temono di essere di peso. A noi il compito di capire la differenza.

Frequento una persona che ha il tumore – Decisioni

Quante decisioni vanno prese in questa situazione, in particolare nelle fasi più avanzate. Il medico convoca i famigliari e dà tutta una serie di informazioni. Sulla base della situazione, lo staff ha bisogno di consensi, ad esempio sulla cura più efficace. Ci sono situazioni ove le possibili cure sono diverse e ci viene chiesto di scegliere.

C’è sempre il dubbio di cosa dire al paziente. In assoluto, più il paziente è informato più le scelte sono consapevoli, più facile diviene il tutto. Tuttavia in alcuni casi, alcune cose non vengono comunicate al paziente. In altri casi invece, è lui stesso che chiede ai propri cari di gestire questa fase e prendere le necessarie decisioni.

Quindi ci troviamo in due situazioni, il paziente sa oppure non sa e quindi:

  • In entrambi i casi, le difficoltà non mancano.
  • In famiglia ci sono idee diverse
  • Il troppo amore impedisce di essere obiettivi
  • Lo staff medico ha un pare diverso
  • Il paziente la pensa diversamente dalla famiglia

Conoscere la volontà e i desideri del paziente è utile è necessario perché ci si potrebbe trovare nella situazione in cui lui/lei non è più in grado di esprimerle e quindi ci dovrà essere qualcuno che dovrà prendere in carico le decisioni future; qualora la situazione non è chiarissima, non dimentichiamo che un confronto con lo staff medico può essere risolutivo, volendo chiarire alcuni aspetti legati agli obiettivi della cura tra cui:

  • ci sono speranze di guarigione?
  • In caso contrario, quanto ancora potrà vivere?
  • Quanto soffrirà?
  • etc.

Frequento una persona che ha il tumore – come dirlo ai bambini

Come dirlo agli eventuali bambini (figli, nipoti, etc)?

Tutti i bambini potrebbero fare oppure farsi domande sulla morte (è una cosa che ignorano); cosa succede dopo e che fine fa il corpo. Tutte domande a cui occorre dare una risposta. Non darle comporta il fatto che le risposte se le darebbero da soli. Quando un bambino ignora nel dettaglio le cose, ne immagina le risposte che poi, nella sua testa, divengono realtà. Ecco che dare risposte, risparmia loro una costruzione sicuramente errata delle cose. AI bambini occorre dare risposte e rassicurarli che si sta facendo tutto il possibile per il benessere del paziente.

Non dire le cose, anche quelle più estreme e quindi nascondendo la verità, soprattutto in caso di morte del paziente, troverà i bambini impreparati e alle prese con una elaborazione del lutto più lunga e dolorosa.

Senza contare che la menzogna produce un altro effetto negativo: perdita di fiducia. Gli effetti negativi della perdita di fiducia verso l’adulto produce altri danni collaterali che si vedranno nel futuro. Quindi non mentire, sin dalle prime fasi, è necessario per preservare la relazione nel presente e nel futuro.

I bambini informati in modo adeguato, anche in momenti come questi, favorisce l’accettazione e la comprensione di tutto ciò che sta accadendo intorno a loro. Inoltre, nel caso di una visita in ospedale, sarebbe molto utile illustrare al bambino cosa si troverò davanti. In tal modo sarà pronto e non ne uscirà traumatizzato.

Spiegazione e utilità della rabbia

Spiegazione e utilità della rabbia

E’ una emozione tipica, vista come fondamentale da quasi tutti i psicologi e fa parte, insieme al disgusto e al disprezzo del sentimento e dei comportamenti correlati a ciò che comunemente caratterizza l’ostilità. Quando il comportamento ostile si palesa, in prima istanza diviene difficile trovare cosa predomina (disgusto, disprezzo oppure rabbia). Da un punto di vista linguistico, possiamo definire due diverse tipologie di rabbia: stato emotivo intenso e quindi, avremmo ira, collera, esasperazione, furore, etc; stato emotivo lieve e quindi definibile con fastidio, irritazione, impazienza, etc.

Di essa è possibile identificare l’origine, le manifestazioni espressive, le modificazioni fisiologiche e le eventuali possibili azioni. E’ un’emozione primitiva, quindi la si osserva anche negli animali e nei bambini piccoli.

E’ una delle emozioni più precoci esattamente come il dolore e la gioia

Contrariamente alle altre due, però, questa emozione è la prima ad essere inibita. Quasi nessuna cultura e società, ai giorni d’oggi la incoraggia. Per studiarne quindi le espressioni di questa emozione, diviene necessario affidarsi agli studi evolutivi; dobbiamo ciò fare in fretta perché le regole che ne controllano l’inibizione entrano in gioco prestissimo.

Spiegazione e utilità della rabbia- Da dove nasce la rabbia? 

Tutte le teorie psicologiche sostengono che costrizione e frustrazione (fisica e psicologica) generano tipicamente questo emozione: la rabbia. Da soli però non bastano e non spiegano il fenomeno. Esistono altri fattori come ad esempio, la responsabilità della persona che genera frustrazione e costrizione. Ma ancora di più, conta la volontà di arrecare danno, e la possibilità (ignorata) di evitare la situazione frustrante. Insomma, se qualcuno di oppone, intenzionalmente, al soddisfacimento dei nostri bisogni, allora la rabbia ha maggiori possibilità di scatenarsi.

Spiegazione e utilità della rabbia – Contro chi ci si arrabbia?

Quando si verificano una serie di concause (serie di eventi), questa emozione viene espressa con maggiori probabilità. Gli eventi o concause possono dipendere dallo stato di bisogno, da chi o cosa si oppone, la presenza della intenzionalità a questa opposizione (e non ad esempio, ad un fatto di causa maggiore, non voluto e non desiderato), l’assenza di paura verso chi si frappone tra noi e ciò che desideriamo, il forte desiderio di aggredire, attaccare colui o il fatto frustrante, e infine con la fase ultima e inevitabile: l’attacco.   

Questo è quello che accade in natura; ovviamente nei confronti di un attacco, il soggetto tende a valutare due possibilità; contrattaccare oppure fuggire. L’evoluzione, negli umani ha indotto la paura delle conseguenze, e molto spesso la risposta aggressiva viene evitata. Oltre a evitare l’azione, si è indotto un altro atteggiamento: quello di mascheramento. I segnali di rabbia vengono quindi non solo evitati ma anche celati dalle espressioni facciali. Le regole sociali, inoltre impediscono l’azione verso il soggetto frustrante ed abbiamo quindi così diverse reazioni tra cui orientare l’aggressione verso qualcosa di diverso (cambio di obiettivo – ad esempio verso un qualcosa di cui non si ha paura), oppure verso se stessi (autolesionismo).

Spiegazione e utilità della rabbia – Come il corpo manifesta la rabbia? 

Quando una persona è arrabbiata lo si vede subito. Basta vederla in viso. Quindi, al primo posto poniamo le espressioni facciali che è rintracciabile in tutte le culture. Digrignare i denti (come gli animali), aggrottare le sopracciglia, esprimono al meglio l’evidenza di questa forte emozione. Un altro elemento è rappresentato dalla muscolatura del corpo che si predispone alla eventualità di un attacco.

Le sensazioni sono quelle di perdere il controllo, sentire vampate ci calore ed essere irrequieti. La voce cambia, diviene intensa (fino ad urlare, maledire, dannare, minacciare, etc). Ci sono poi le variazioni fisiologiche caratterizzate dall’aumento del battito cardiaco, della pressione, della sudorazione, della tensione dei muscoli. Se non possiamo ‘scaricare’ la rabbia nell’azione immediata, in virtù dell’inibizione appresa, questo stato alterato dura più a lungo.

Spiegazione e utilità della rabbia – Quali sono le funzioni della rabbia? 

La spiegazione più evidente è rappresentata dal desiderio di veder scomparire l’oggetto frustrante.

Grazie alla rabbia, l’organismo si sovreccita (avendo così l’energia necessaria per impiegare nell’azione). Con la rabbia, si induce il soggetto alla fuga (per paura) oppure all’attacco.

In ultimo, tutte le ricerche, hanno evidenziato che la rabbia è ed è stata funzionale alla sopravvivenza sia dell’individuo che della specie, quindi, entro certi limiti è necessaria.

Gli animali, ad esempio, attaccano per motivi legati appunto alla mera sopravvivenza, quindi per attaccare un predatore, un qualcosa o qualcuno che li spaventa, per motivi di territorialità sessuale, per difendere la prole, etc.

Negli uomini invece, per motivazioni legate alla realizzazione del se, alla difesa della propria immagine, etc. Ci si arrabbia quindi per indurre il soggetto frustrante ad un cambio di comportamento.

Il cervello e la psicoanalisi

Il cervello e la psicoanalisi

Il primo ominide (Lucy) camminava sul suolo terrestre circa 2.3 milioni di anni fa; a sua volta, prima di lui, c’erano le scimmie e prima ancora i paleo-mammiferi  preceduti dai rettili.

Gli scienziati hanno individuato (per semplificare ovviamente) tre diversi tipi di cervelli (costruiti uno sulle spalle dell’altro) o meglio tre cervelli in uno.

Il cervello dei rettili, su cui in seguito si è costruito il cervello dei paleo mammiferi e infine quello dei neo mammiferi.

Questo paradigma è stato per la prima volta enunciato dal neurologo Paul D. MacLean (1º maggio 1913 – 26 dicembre 2007, neuroscienziato americano). Nel corso dei suoi studi sul cervello ipotizzò l’esistenza di tre cervelli che rappresentano momenti evolutivi della storia umana. Similmente agli strati geologici: ognuno di essi rappresenta i sedimenti che si sono stratificati nel corso dell’evoluzione.

Questi ‘sedimenti’ nel caso del cervello sono:

  1. l’archipallium (cervelletto e bulbo spinale) o cervello primitivo (rettile);
  2. paleopallium (sistema limbico) o cervello intermedio (paleo-mammifero);
  3. neopallium (emisferi cerebrali) chiamato anche neocorteccia  o cervello superiore (neo mammiferi).

Nel primo vi trovano dimora gli istinti e le funzioni vitali (controllo del respiro, del ritmo cardiaco, sensibilità, attività motoria etc); nel secondo il centro delle emozioni; nel terzo, più recente (solo nei primati) tutte le funzioni cognitive, simboliche e razionali, ovvero la coscienza.

Queste tre aree anche se sono coordinate, sono indipendenti l’uno dall’altra e in grado di gestirsi in autonomia. Quindi, se qualcuno ha mai pensato che la coscienza coordinasse il tutto si è dovuto ricredere. La teoria dei 3 cervelli, ha riformulato tutto o quasi ciò che in precedenza si credeva,  comprese le teorie sulla elaborazione dei pensieri, sulle cause del comportamento e sulle malattie.

Tutto ciò avviene negli anni 50 e alcuni psicoanalisti hanno sentito l’esigenza di tradurre le intuizioni freudiane in merito alla ripartizione dell’apparato psichico (ES-inconscio; Io; Super-Io) stabilendo quale struttura neurologica potesse ‘contenerne’ i singoli elementi.   

Si ipotizzava quindi che l’Inconscio (Es), potesse risiedere nel sistema limbico o in generale nel cervello denominato neurovegetativo, meglio noto come sistema nervoso autonomo. Mentre l’Io e il Super Io nella corteccia, o meglio nella neo-corteccia ma anche più in generale nel sistema nervoso centrale volontario.

Grazie a questa intuizione, anche la psicosomatica trovava una legittimazione dal momento che questa strutturazione forniva le basi scientifiche alla natura organica per ciò che prima si supponeva fosse solo riconducibile alla natura psicologica.

Anche dal punto di vista gerarchico, le strutture più elevate (corteccia) venivano ricondotte alle funzioni più elevate (attività volontarie coscienti e razionali) rispetto a quelle emotive, autonome e perlopiù neurovegetative.

In seguito, altre ricerche specificavano ulteriori specializzazioni al livello degli emisferi: il destro dedicato ad aspetti simbolici, astratti, spaziali e visivi (creatività); il sinistro alle funzioni analitiche e razionali che trovano il massimo utilizzo della parola.

Quindi la parte sinistra del cervello, che si occupa  dei processi linguistici (percezione degli eventi e concatenazione degli stessi nel tempo) potremmo semplificando, chiamarlo cervello ingegnere perchè interpreta la realtà in modo analitico; il destro invece, che potremmo chiamarlo cervello poeta, è specializzato nella percezione della realtà vista nel suo insieme, quindi in modo spaziale e ne da un’interpretazione emotiva.

Nessuno dei due emisferi è dominante, dal momento che lavorano in modo integrato; il destro si occupa delle emozioni, il sinistro della ragione, del pragmatismo, dell’analisi.

Ma cosa è più importante, l’aspetto emotivo oppure quello logico-razionale? Si tenderebbe a dire che gli occidentali sceglierebbero quello razionale o Apollineo, mentre gli orientali quello emotivo o Dionisiaco.

Anche se questa visione è stata abbandonata da tempo, negli anni 80 gli psicoanalisti tendevano a correlare le diverse specializzazioni emisferiche alla psicopatologia. Ecco quindi che l’isterico o il Dionisiaco con le sue stravaganze veniva correlato all’emisfero destro, mentre l’ossessivo compulsivo (iperanalitico) al sinistro.

È noto il concetto di processo primario e secondario dal punto di vista psicoanalitico (p.es. l’aggressività è primaria e poi, attraverso l’educazione diviene secondario).

Parlando ad esempio di difese, è facile comprenderle nelle loro suddivisioni tra primarie e secondarie.

Quelle primarie sono primitive, immature, quindi classificate come inferiori perché vengono notate primariamente nella prima infanzia; in definitiva sono inconsce e si pongono come confine tra il Sé e il mondo reale.

Le secondarie, al contrario sono più evolute, mature e quindi di ordine superiore e delimitano i confini interni (Io, Super-Io, ES /coscienza, istanze morali e inconscio) oppure tra l’Io che si occupa di relazionarsi con la realtà attraverso l’osservazione e l’esperienza.

Quindi, da un punto di vista neurobiologico, si è rapportato l’emisfero destro con i processi primari e il sinistro con quelli secondari.

Il passaggio dal dx al sx avviene tramite messaggi che gli emisferi si spediscono utilizzando un apparato neuroanatomico essenziale, il corpo calloso che si occupa di transcodificare ciò che l’emisfero destro trasferisce sotto forma di immagini in un qualcosa di comprensibile e comunicarlo al sinistro. Ovviamente accade anche il contrario.

Freud ha sempre sostenuto che l’inconscio funziona tramite immagini e simboli (vedi il processo onirico) e processi primari, mentre i processi secondari e coscienti venivano caratterizzati dal pensare per parole.

Gli studi degli anni 50 avrebbero confermato ciò che Freud pensava all’inizio del ‘900.

Per non parlare della rimozione, uno dei meccanismi di difesa alla base dell’inconscio. Come abbiamo detto sopra i due emisferi comunicano attraverso il corpo calloso. Nel caso della rimozione, questo flusso di comunicazione sarebbe inibito.

L’Es (inconscio) e il processo primario, vengono ricondotti all’emisfero destro, mentre l’Io (coscienza) e il processo secondario al sinistro e alle sue attività che per natura sono logico-verbali.

In alcuni dei sui scritti, Freud sosteneva che le modalità del pensare e del sentire dovevano per forza di cose essere soggette a leggi specifiche; in particolare ha sempre sostenuto che il compito dell’analisi è di rendere cosciente l’inconscio  e che in definitiva il destino dell’Es è quello di ridursi all’Io.

Jung invece ha sempre sostenuto (e in seguito Freud ha concordato) che non sarà mai possibile svuotare (e quindi eliminare) tutti i contenuti dell’inconscio. Anche perché, per Jung l’inconscio si suddivide in quello personale (simile all’inconscio freudiano) e quello collettivo (equiparabile forse al Sistema Nervoso Autonomo).  Il primo soggetto ad un parziale svuotamento mentre il secondo, avrebbe una funzione diversa ed è quindi soggetto ad un continuo aggiornamento incrementale.

Tuttavia la psicoanalisi classica, pur prendendo nota degli sviluppi dello studio del cervello, ha sempre concordato sul fatto che emisferi  (dx e sx) e processi (primari e secondari) sono complementari ed entrambi operativi con funzioni indipendenti. In altri termini, il processo primario non va considerato come inferiore al secondario ma, com’è giusto che sia, svolge funzioni diverse e quindi altrettanto utili e necessarie. La percezione di ciò che accade viene elaborata a livello neurologico (emisferi) e psicologico (Es-Io, processo primario-secondario) in modo simultaneo  ma cognitivamente diverso.

Ciò che viene da un emisfero, dopo una specifica elaborazione, viene trasferito all’altro che ne integra (secondo le sue specificità) i contenuti per giungere ad una nuova visione.

Nel corso del processo psicoanalitico, ciò che sta nell’inconscio viene svelato e rielaborato fornendo all’Io del paziente nuove prospettive. Ciò che l’Io del paziente percepisce nella sua quotidianità diviene materiale con cui l’inconscio prende spunto per ‘rilasciare’ i suoi contenuti soggetti alla rimozione. In questo processo continuo, le prospettive del soggetto cambiano continuamente.

Concludendo, la stretta collaborazione tra i due emisferi  (che come abbiamo detto sono indipendenti e complementari) sono da correlare con la salute psicofisica del soggetto.

Chi suona il pianoforte usa entrambe le mani che concorrono in modo indipendente e complementare a tradurre in musica ciò che c’è sullo spartito.

La paura del giudizio degli altri

La paura del giudizio degli altri

scimmia-gabbia-lorenzUno dei bisogni primari dell’essere umano è quello di essere amati (gli esperimenti di Lorenz sulla scimmietta in gabbia lo dimostra ampiamente ed ha permesso di definire e descrivere i modelli di attaccamento sia nel bambini (John Bowlby) che nelle coppie. Tutti i bambini, tengono molto all’amore dei propri genitori la cui mancanza può provocare, da grandi, una delle paure più diffuse; la paura di non essere accettati che a sua volta genera altre paure che sono, ad esempio, legate al proprio aspetto, ai propri titoli scolastici, alle proprie origini, all’età, al lavoro, etc.  Il tutto per non essere esclusi, umiliati, emarginati etc.

Diceva Aristotele che l’uomo è un animale sociale, nel senso che tende per sua natura ad unirsi agli altri esseri umani e costituirsi e integrarsi in una società. Questo è sempre accaduto e sempre accadrà perché è un comportamento adattivo. La psicologia evoluzionistica sostiene che le nostre paure ed emozioni sono solo risposte che il nostro sistema nervoso ha assimilato nel corso dei millenni per uno scopo ben preciso: adattarsi all’ambiente.

Quello che è accaduto per millenni, accade anche oggi, e sin dalla più tenera età. I genitori ci insegnano continuamente che è molto importante il giudizio degli altri. Peccato però che per avere un buon giudizio dagli altri, spesso implica ‘fare ciò che gli altri si attendono da noi’, ovvero soddisfare le aspettative altrui. Ma cosa succede facendo così? Si mettono in secondo piano le nostre, dimenticando anche quali sono i valori a cui si è sempre creduto. Quindi, per evitare il rifiuto e l’emarginazione, tendiamo a conformarci.  Chi non teme il giudizio negativo per una cosa o per un’altra?

In epoche molto antiche (preistoria – paleolitico) i ‘lupi solitari’ avevano meno chance di sopravvivenza di coloro che invece si riunivano in gruppi (di raccoglitori, cacciatori, etc). Solo grazie alle varie specializzazioni (traendo vantaggio da competenze e abilità singole) un gruppo di individui poteva sperare di sopravvivere in un ambiente allora molto più ostile di oggi. In questo contesto, chi non si integrava (uomini che andavano fuori dal villaggio; donne che invece restavano per accudire ai figli, ai vecchi e agli ammalati) rischiava grosso, ovvero quello di essere esclusi (cacciati, emarginati) dal gruppo; il che equivaleva a morte precoce.

I nostri arcavoli, quindi, erano spaventati dall’idea di essere valutati negativamente dal resto del gruppo.  Il gruppo poteva reagire male se durante la caccia non si faceva il proprio dovere, se si parlava male del capo, se si andava contro le regole, etc. Forse proprio in questo ambito si può trovare una possibile spiegazione alla paura di parlare in pubblico.  Ecco perché esporsi in pubblico, per alcuni, è visto come una sorta di fobia (che può sfociare in fobia sociale).

Nella nostra psiche quindi, è rimasta (come tratto evolutivo) questa sorta di paura  che sta alla base di tante fobie, paure, senso di insicurezza, di precarietà. Buona parte dei nostri pensieri ossessivi in merito alla percezione di disastri imminenti risiede in questa prospettiva anche se, naturalmente, questa va considerata solo una delle possibili cause. Vanno infatti considerate anche le differenze individuali che sono relative alla unicità di ogni essere umano.  

Considerando che nessuno può in tutta tranquillità, sostenere di ‘essere completamente all’altezza’  ognuno di noi deve realizzare i propri sogni, perché ogni sogno che rimane nel cassetto, nel tempo, non può che fare la muffa.  Se vogliamo fare una cosa,  dobbiamo semplicemente farla. In punto di morte è sconfortante dover dire: volevo fare una cosa e non l’ho fatta; volevo andar là e non ci sono andato, etc.   

Gli altri giudicano e noi lo percepiamo in modo accentuato solo se anche noi siamo giudicanti. Se noi, invece, viviamo e lasciamo vivere e non giudichiamo le scelte altrui, avremmo la tendenza di pensare che anche gli altri faranno la stessa cosa. Analizziamo noi stessi e se troviamo tracce di giudizio, liberiamocene.

Quando pensiamo che gli altri, tutti gli altri, stiano li solo ed esclusivamente per monitorare ogni nostro movimento (mentre sarebbe più semplice pensare che la gente ha la sua vita) possiamo star certi che tra i meccanismi di difesa, quello che opera in quel momento è il meccanismo della proiezione ; noi e solo noi, stiamo proiettando sugli altri ciò che in realtà sta accadendo dentro di noi.

Quindi, se è in gioco il meccanismo della proiezione, ciò che pensiamo che gli altri dicano o facciamo, in realtà altro non è che: ’sto giudicando me stesso’. 

Pensiamo ad esempio a chi, malato di DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) non consegna mai un lavoro perché è vittima del proprio perfezionismo e quindi trova sempre qualcosa che non va. Nelle situazioni non patologiche, troviamo sempre nella quotidianità soggetti che peccano di perfezionismo. Non sarà che queste persone hanno imposto a se stessi uno standard troppo elevato? Non sarà che dietro questo atteggiamento un po’ pedante si cela una persona profondamente insicura?

Uno dei principi fondamentali che regolano l’attuale società (non quella del paleolitico) si condensa in una frase molto semplice:

non è possibile piacere a tutti

Se invece questo è il nostro obiettivo, ebbene, soffriremo sempre. Non è sano pensare che gli altri facciamo esattamente ciò che ‘faremmo noi’. Gli altri sono altri e quindi hanno una loro autonomia. In quella autonomia, possono interpretare il nostro comportamento (che sicuramente sarà pieno di buonsenso e disponibilità) come avverso e ostile o nella migliore delle ipotesi discutibile.come-fai-sbagli

Vediamo ad esempio lo schieramento dell’elettorato all’ultimo referendum, quello della riforma costituzionale. Quelli del SI e quelli del NO.

Ho visto amici di lunga data (avversari nella decisione) che si sono insultati e alcuni addirittura che hanno troncato la loro amicizia. Entrambi straconvinti che la propria decisione fosse l’unica possibile.

Dovremmo quindi, semplicemente intraprendere un solo modello, quello dell’autenticità che non è quello del sempre si o quello degli alternativi che dicono sempre no. L’autenticità impone che chi fa e dice, lo fa senza preoccuparsi di ciò che gli altri possono dire. Questa scelta, impone che ognuno di noi faccia esattamente ciò che desidera ignorando il giudizio degli altri.

Oggi non siamo nel paleolitico, se un gruppo ci esclude, ne possiamo costruirne un altro.

Disturbo del sonno e influenza della luna

Disturbo del sonno e influenza della luna

I principali disturbi del Sonno

Oramai è arcinoto, dormire bene è fondamentale per ogni essere umano.

Tutti più o meno dormiamo prevalentemente bene (salvo rare eccezioni dovute a fatti incombenti eccezionali).

In alcuni soggetti, invece, il sonno è disturbato. Tale disturbo va oltre l’eccezionalità di cui sopra: è diventato un fatto cronico.

I disturbi cronici tipici sono: dormire troppo poco, sonnolenza diurna, difficoltà a prendere sonno, dormire troppo, disturbi del ritmo sonno-veglia, etc.

Chi dorme poco mette a rischio la propria salute. A rischio sono cuore, tessuto cerebrale, fertilità e memoria per non parlare di tutto ciò che potremmo ulteriormente compromettere: rapporti sociali, ambiente lavorativo, aspetto psicologico, etc. Cfr  Sleep Deprivation Can Change Your Genes. Secondo lo studio, sarebbero  coinvolti ben 700 geni (dei circa 23224 geni presenti secondo Craig Venter). In Italia, negli ultimi 30anni abbiamo rinunciato a ben due ore di sonno (delle 8 medie).   E’ nota inoltre la correlazione che c’è tra insonnia e depressione.

Come dormiamo

La struttura di riferimento è, ovviamente, il cervello (anatomia), il suo funzionamento (neurofisiologia) e il modo in cui, tramite esso, il soggetto interagisce con il mondo (psicologia).

Il cervello ha tre stati: veglia, sonno REM e sonno non-REM.
struttura-ideale-del-sonno

 

Solo durante il sonno REM (rapid eye movement – gli occhi si muovono continuamente e velocemente in modo assolutamente autonomo) si sogna. Il cervello, benchè addormentato è, sia dal punto di vista elettrico che metabolico, attivo, esattamente (più o meno) come da sveglio. onde-cerebraliIl sonno ‘sano’ composto da fasi REM e fasi non-REM è composto da una serie di cicli della durata di circa 90 minuti fino al risveglio definitivo.

Influenza della luna sul sonno

Gli esperti (vedi sotto) ci dicono che c’è una correlazione legata alle fasi lunari: quando c’è la luna piena, c’è anche più luce e alcune persone dormono di meno. Del resto sappiamo benissimo che la  luna esercita la sua influenza anche su altri aspetti: l’agricoltura, le maree e sul momento in cui si partorisce.  

Sembrerebbe (e alcuni studi lo confermano) che la luna piena abbia un’influenza negativa sul sonno di molte persone.

l’Istituto svizzero di tecnologia, dell’università di Basilea  e il centro per il sonno di Zollikon, sempre in Svizzera, tramite specifiche ricerche, hanno dimostrato che nelle notti di luna piena, alcune persone dormono male.  Durante queste notti (e anche 4 giorni prima e dopo) si dorme di meno e i livelli di melatonina si abbassano. I soggetti si addormentavano più tardi e si svegliavano prima e le onde delta diminuivano del 30%. I volontari dichiaravano di sentirsi più stanchi. Tale influenza avverrebbe anche se i soggetti ‘non vedono’ la luna (escludendo quindi l’effetto suggestivo, non rimane che attribuire la causa alla esistenza, nota, del nostro orologio biologico). I risultati di questa ricerca sono riportati su un articolo di una rivista, la Current Biology.

I ricercatori hanno quindi concluso che esiste un calo del livello della melatonina (ormone responsabile del ciclo sonno-veglia).

Possibili cause

Uno degli autori della ricerca, il biologo Christian Cajochen,  ipotizza che questa tendenza a dormire di meno, potrebbe essere il frutto di un processo evolutivo. I primi uomini, durante la luna piena, dormivano di meno per proteggersi dai predatori che, grazie alla maggiore luce, erano più pericolosi.  

Dipendenza alcolica

dipendenza alcolicaDipendenza alcolica – definizione

Secondo la definizione del Ministero della Salute, gli effetti dell’alcolismo interferiscono pesantemente con la salute della persona e con la vita lavorativa, relazionale e sociale.

Le principali caratteristiche della dipendenza alcolica sono le seguenti: 

  • Bisogno di bere al mattino appena svegli;
  • Ricerca compulsiva di bevande alcoliche accompagnata da comportamenti ossessivi;
  • Assuefazione e tolleranza per raggiungere un certo effetto desiderato. La persona è cioè costretta ad aumentare costantemente la quantità di alcol assunta, così come avviene per tutte le altre forme di tossicodipendenza. Una insufficiente quantità di sostanza d’abuso o la sua mancanza, possono provocare crisi d’astinenza con sintomi gravi come:
    • tremori
    • convulsioni
    • allucinazioni
    • agitazione
    • nausea
    • vomito

Anche quando la persona non assume quantità tali di alcol da poter essere definita alcolista, pur essendo ugualmente eccessive, può ugualmente correre pericoli anche molto seri per la sua salute ed esporsi a rischi relativi alla sua incolumità ed a quella altrui nel caso ad esempio si metta alla guida o svolga un’attività lavorativa che richieda concentrazione e capacità di attenzione.

L’assunzione di alcol eccessivo interferisce comunque con le attività lavorative, scolastiche, sociali e familiari della persona.

Inoltre, rallentano i riflessi e la capacità di risposta, l’alcol assunto in quantità eccessive, può creare gravi problemi alla stessa integrità psicofisica dell’individuo che ne fa uso. 

Molto frequenti sono gli incidenti stradali, non solo del sabato sera, giorno della settimana durante il quale vi è un picco fino all’alba della domenica, provocati da persone che hanno bevuto troppo ma anche durante la settimana con, ad esempio,  incidenti che avvengono per mancanza di riflessi o colpi di sonno provocati dall’alcol.

Il consumo di alcol eccessivo può facilmente rendere anche più predisposti alla rissa, disinibendo i comportamenti violenti, e come si può facilmente comprendere, portare come conseguenza, numerosi problemi con le autorità e la legge.

Differentemente da come a volte i consumatori credono, non esiste un limite di consumo considerabile sicuro, trattandosi di una sostanza con gradi di alcol molto differenti tra loro a seconda di come è lavorata e di un livello di tollerabilità molto soggettiva. 

L’unica cosa certa è che tanto più alcol viene assunto, tanti più rischi si corrono soggettivamente per la propria salute e tanto maggiori sono i rischi relativi alla propria ed altrui sicurezza.

Dipendenza alcolica – Alcuni effetti dell’alcol

E’ ormai noto che l’assunzione di alcol ha molta influenza sullo stato emotivo, cognitivo e comportamentale dell’individuo, infatti questa sostanza, ha nello specifico ed in sintesi, i seguenti effetti:

  • Provoca una riduzione dei freni inibitori influenzandolo su diversi piani, emotivi, cognitivi e comportamentali che si riflettono poi nelle sue relazioni interpersonali e sociali, oltre che naturalmente, sulla salute. 
  • Gli effetti dell’alcol si declinano quindi nell’individuo su diversi piani, quali:
    • i suoi pensieri e le sue emozioni. 
  • La sua capacità di giudizio che risulta compromessa, anche se il soggetto crede di sentirsi anche più “lucido“. 

L’alcol inoltre, deprime il Sistema Nervoso Centrale e può rendere violenta la persona anche verso i suoi familiari, provocando liti che possono incrinare spesso gravemente anche i rapporti più consolidati e che spesso sfociano in azioni delittuose o comunque criminose.

L’alcol poi, può essere anche causa di involontari atti di violenza come omicidi stradali dovuti a perdita del controllo della propria auto o moto, spesso connesso a colpi improvvisi di sonno e atti di violenza connessi alla perdita di freni inibitori, tra i quali le violenze sessuali.  

I giovani che abusano di alcol o che sono alcolisti, hanno una vita sessuale più attiva dei loro coetanei e spesso promiscua, senza l’utilizzo di protezioni adeguate dalle malattie veneree ed infettive come l’HIV sia per se che per rispetto verso i propri partner.

La persona che beve troppo è esposta anche al rischio di facili  e gravi cadute le cui conseguenze vanno dalle fratture e traumi gravi alla morte.

Dipendenza alcolica – Cenni sull’epidemiologia del fenomeno alcol

Per quanto riguarda la diffusione dell’alcolismo, esso è doppiamente frequente nel sesso maschile  che in quello femminile. 

Tanto prima una persona inizia a bere, tanto maggiore è il rischio che in età giovanile ed adulta, essa sviluppi alcolismo.

Tre categorie di persone sono maggiormente a rischio di alcolismo, secondo l’Osservatorio Nazionale Alcol e cioè:

  1. gli anziani di oltre  o pari ai 65 anni di età, in una percentuale  pari al 10,9% per le donne e del 43% per gli uomini.
  2. giovani tra i 18 e 24 anni, in una percentuale dell’8,4% per le femmine e del 22,8% per i maschi
  3. i giovani adolescenti di età compresa tra gli 11 ed i 17 anni, sono soggetti a svilupperanno dipendenza dall’alcol i una percentuale dell’8,4% per il sesso femminile e del 14,7% per i maschi.

binge drinkingDipendenza alcolica – Il binge drinking

Il binge drinking prevede di assumere diversi tipi di bevande alcoliche in pochissimo tempo con lo scopo di ottenere una ubriacatura immediata.

Il binge drinking,  sempre più diffuso tra i giovani, rappresenta un problema che si sviluppa più facilmente in quelli di età compresa tra i 18 ed i 24 anni. L’assunzione di binge drinking da parte dei giovani e giovanissimi, rappresenta un grave rischio.

In Italia tra gli 8 milioni di persone che consumano alcol in modo eccessivo almeno 4 milioni sono binge drinker ed almeno una volta nella loro vita, sono riusciti a consumare oltre 6 drink alcolici in una volta.

Il binge drinkining rappresenta infatti un crescente problema sanitario in Italia, che soltanto negli ultimi 10 anni ha determinato a causa dei problemi alcol – correlati, 108.000 ricoveri ed un aumento del 187% di alcoldipendenti a carico dei servizi di diagnosi, cura e riabilitazione del servizio sanitario nazionale.

Scopo del binge drinking è l’ubriacatura, indipendentemente se si è alcoldipendenti o bevitori occasionali e molto spesso, conduce ad una intossicazione da alcol che si associa a comportamenti criminosi ed a comportamento gravemente a rischio per sé e per gli alti, come la guida pericolosa.

Molti sono i problemi di salute connessi al binge drinking che è più come in adolescenza, sia nella prima fase della stessa dove si correla ad un desiderio di indipendenza dalla famiglia sia per l’adolescenza più avanzata, all’ansia connessa all’approssimarsi degli esami di maturità.

I principali problemi di salute connessi all’abbuffata alcolica, sono i seguenti:

  • Neurologici: a questo livello, può provocare problemi di memoria, perdita del controllo degli impulsi che ha un effetto anche sui comportamenti, scompensi sugli aminoacidi inibitori e stimolanti del SNC, come la noradrelina, serotonina, acetilcolicna, dopamina, che provoca un aumento ed un accumulo di tossine che sono causa di problemi psicologici e psichiatrici anche molto gravi ed irreversibili, tanto negli adolescenti che nelle persone adulte.
  • Disturbi e danni cognitivi a lungo termine, che saranno tanto più gravi tanto più bassa è l’età del consumatore di alcol, con un picco durante l’adolescenza.
  • Sistema endocrino: le persone che bevono quantità eccessive di superalcolici possono arrivare a riempire la loro vescica oltre il limite che questa può sopportare ma, poiché non percepiscono più lo stimolo di urinare, l’intossicazione può provocare stati di panico ed infezione grave fino alla setticemia. Non sono rari i casi in cui l’accumulo di urina e le infezioni connesse, richiedono interventi urgenti all’addome.
  • Gravidanza: quando una donna attende un bambino, l’assunzione di binge drinking costituisce un importantissimo fattore di rischio per lo sviluppo di danni gravi arrecati al feto ed in particolare, al suo sviluppo psichico ed alle sue capacità sensoriali. Nello specifico, il binge drinking nel corso di gravidanza si associa alla “sindrome da alcolemia fetale” ed il neonato può  presentare disturbi neurologici, cardiologici e di altro tipo. 
    • Frequentemente, i figli di madri alcolizzate o bevitrici problematiche, quali quelle che assumono binge drinking, possono presentare problemi di attenzione, di apprendimento e di memoria, ritardo mentale anche grave, difficoltà di socializzazione e di gestione emotiva. Le donne che bevono quando sono in attesa di un bambino, hanno un maggior rischio di aborto spontaneamente e di avere seri problemi durante il parto. Il neonato, inoltre può in questi casi, avere una circonferenza del cranio minore della norma e presentare deformità allo scheletro.
  • Decesso: l’assunzione di binge drinking si associa a colpo apoplettico che causa morte improvvisa, un rischio tanto più alto quanto maggiore è la quantità di alcol assunto in una sola volta. In questi casi, il livello di intossicazione può essere tanto grave quanto quello che può condurre a morte un alcolista abituale. Frequenti sono casi di embolia e di infarto. 

Nel periodo post critico dall’assunzione di binge drinking possono verificarsi emorragie di diverso tipo, tra cui quella subaracnoidea ed ischemia cardiaca e cerebrale. 
I consumatori di binge drinking sono soggetti ad avvelenamento alcolico dalle conseguenze letali, un avvelenamento che può portare ad episodi di vomito mortali perchè essi sono tali che è facile, a causa dell’entità della crisi e del rallentamento dei riflessi, restare soffocati dal proprio vomito. 

Inoltre, sono molto frequenti le cadute con traumi cranici o traumi gravi causati dalla disinibizione dell’aggressività che induce queste persone a combattere o a misurarsi in gare ad alta velocità con moto ed automobili che esitano in gravissimi incidenti.

Purtroppo la caratteristica dei binge drinkers è la loro recidività, a prescindere dalla loro età e rappresenta, così come l’alcolismo, un importante problema di sanità pubblica. Nei paesi occidentali infatti, l’alcol rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di problemi di salute ed è la causa di una percentuale di morti traumatiche compresa tra il 40% d il 60%. Una morte su quattro, nei giovani di età compresa tra i 15 ed i 29anni, è legata all’alcol. L’alcol produce invalidità, malattie croniche e morti premature nelle fasce di età giovanili. E’ importante che questi giovani ed i loro genitori sappiano che un binge drinking cioè il consumo di 5 o 6 drink alcolici uno dietro l’altro, produce gli stessi effetti alla salute di quelli che ha l’alcolizzato abituale, con tutti i problemi sociali che ad esso sono poi connessi.

Per fare un pò di chiarezza, diamo un’occhiata alla tabella che segue:

Cos’è un drink in termini alcolici:

Bere un drink di 12 grammi di alcol, equivale a sorseggiare:

  • 125 ml di vino con il 12% di alcol
  • 330 ml di birra con il 4.59% di alcol
  • 40 ml di superalcolici con il 40% di alcol.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Effetti dell’alcol sull’uomo

Alcol e uomo: introduzione storica

alcolismoIl consumo di alcol da parte dell’uomo risale a tempi antichissimi tanto che già nel Libro della Genesi, 20-21, viene riportata la celebre sbornia di Noè dopo la fine del Diluvio Universale. Si tratta di un evento ricordato anche nel celebre affresco di Paolo Uccello “Sacrificio ed ebbrezza di Noè“, dipinto intorno al 1430 e conservato nel Chiostro Verde di Santa Maria Novella a Firenze.

Noè è stato quindi il primo uomo, il cui caso è  storicamente riportato, che ha provato su di sè le conseguenze dell’ubriachezza. Si narra infatti che il Patriarca, dopo aver bevuto troppo vino della sua vigna, trovandosi in preda all’ebbrezza, si denudò; il figlio Cam lo vide senza abiti e avvisò gli altri suoi fratelli in modo tale che, in segno di rispetto verso il padre, cioè per “non vederlo nudo“, essi procedettero tutti a ritroso verso di lui, portando dei mantelli in spalla per coprirlo.

Cosa insegna questo episodio della Genesi? Che l’alcol, in qualsiasi condizione e da chiunque venga assunto, anche da persone di grandi qualità, porta inevitabilmente alla luce la vera natura dell’essere umano, lo mostra cioè nella sua “nudità”. Una nudità imbarazzante per l’essere umano perchè macchiata dal peccato o, per dirla in termini psicologici, dalle sue ombre che divengono visibili anche agli altri, sotto forma di comportamenti. Un uomo che beve eccessivamente infatti, può perdere i suoi freni inibitori ed attuare comportamenti, che in stato di sobrietà non farebbe.

E’ da notare che nonostante la sbronza di Noè non avesse portato ad alcuna grave conseguenza, già molte migliaia di anni fa, i Profeti raccomandavano con saggezza, di fare un “uso responsabile” del vino, bevanda deliziosa quanto pericolosa e che se assunta in modo eccessivo,  può condurre alla follia, alla violenza ed alla trasgressione.

Il vino e molti distillati di diversa gradazione alcolica compaiono nei riti degli antichi greci, dove la bevanda era considerata un nettare degli Dei, dotata di proprietà particolari e concessa all’uomo solo in determinate circostanze rituali.

Anche i pittogrammi egizi, riportano testimonianze relative all’uso di bevande alcoliche fin dall’antichità.

In definitiva, l’uomo sembra aver assunto alcol fin dai tempi preistorici, un consumo che nel corso dei secoli, anche con l’aumentare della complessità delle relazioni  interpersonali e delle società, è diventato sempre più problematico e che nelle forme dell’abuso e della dipendenza da questa sostanza, si è allargato a macchia d’olio non rimanendo più circoscritto a momenti di convivialità ma spesso utilizzato per stordirsi, dimenticando così almeno per un pò i propri problemi. Peccato però che l’alcol ne crei poi moltissimi altri.cervello alcolizzato

Alcol e uomo: cosa è l’alcolismo

L’alcolismo è una patologia cronica caratterizzata dalla dipendenza dall’alcol, nel senso che le persone che abusano di questa sostanza, non sono in grado di moderare il loro rapporto con l’alcol. Gli alcolisti infatti, non riescono più a controllare alcuni aspetti del loro comportamento quali:

  • Il momento in cui bere
  • la quantità di alcol ingerita in ogni singola assunzione
  • il conteggio del numero di bicchieri e bicchierini mandati giù ogni volta che si assume alcol

La dipendenza dall’alcol porta l’individuo a continuare a bere nonostante la consapevolezza che questa sostanza sta creando problemi di salute, di relazione, nel campo lavorativo, ed economico..

A volte anche senza arrivare ad essere realmente alcolisti, si può però abusare di sostanze alcoliche ad un punto tale che esse possono creare non pochi problemi.

Lo sviluppo della dipendenza da alcol avviene nel tempo con regolari ed abbondanti o crescenti, assunzioni di sostanze etiliche. L’alcol è in grado di modificare l’equilibrio di neurotrasmettitori cerebrali connessi al piacere di bere. Per questo motivo quando si consuma alcol da molto tempo, è più facile sviluppare dipendenza e tolleranza da questa sostanza. Inoltre, la sua assunzione diventa necessaria per riprovare alcune sensazioni piacevoli oppure evitarne di sgradevoli.

Fattori di rischio per lo sviluppo di problemi di alcolismo

I principali fattori di rischio per lo sviluppo di dipendenza da alcol sono quelli sotto descritti:

  • età – tanto più si inizia a bere da giovani, tanto maggiore è il rischio di sviluppare una dipendenza da alcol o di cadere in condotte di abuso;
  • sesso, con una netta prevalenza del sesso maschile che corre più rischi di diventare dipendente da sostanze alcoliche rispetto alle donne. Le donne, pur essendo meno a rischio di dipendenza, quando bevono eccessivamente,  sviluppano più facilmente alcune patologie del fegato;
  • assumere alcol in grandi quantità e per un periodo di tempo prolungato e con regolarità, può sfociare nella dipendenza da alcol;
  • un figlio di un genitore alcolista, ha un maggior rischio di incorrere nello stesso problema;
  • non trascurabili sono anche i fattori sociali e culturali, infatti, la presenza di amici o di un  partner che regolarmente assumono bevande alcoliche e superalcoliche, in molti casi aumenta notevolmente il rischio di alcolismo. I mass media poi, spesso fanno passare messaggi scorretti, che in realtà hanno un fine pubblicitario con un tornaconto economico e secondo il quale per sentirsi alla moda, è necessario bere, facendo sembrare che ciò apporti miglioramenti anzichè tutte le innumerevoli possibili conseguenze negative. Soprattutto se si esagera con le quantita;
  • La depressione, l’ansia e la presenza di altri problemi psichici,  costituiscono un fattore di rischio importante per lo sviluppo della dipendenza alcolica. Frequentemente, le persone che soffrono di disturbi mentali cadono nell’abuso di alcol e possono essere vittime anche di effetti collaterali gravi derivanti dall’interazione tra alcol e psicofarmaci, quando assunti.

Alcol e uomo : sintomi dell’alcolismo

Tra i sintomi più evidenti  dell’alcolismo ricordiamo:

  • Incapacità nel limitare la quantità di alcol che si assume;
  • craving (desiderio impulsivo) da alcol o bisogno urgente,  compulsivo di bere;
  • tolleranza all’alcol: per avvertire gli effetti positivi dell’alcol o non sentire le sensazioni negative, è necessario aumentare le dosi di alcol che si bevono;
  • presenza di problematiche relazionali, legali o difficoltà relazionali, di lavoro,  economiche e/o legali connesse al bere;
  • bere di nascosto o in solitudine;
  • presenza di sintomi fisiologici di astinenza, quali:
  1. nausea
  2. sudorazione 
  3. tremore, quando non si beve e l’organismo è quindi in una fase temporanea di astinenza dall’alcol
  4. dall’interazione tra alcol e psicofarmaci, quando assunti.

Alcol e uomo : come capire se una persona è alcolista e a quali segni prestare attenzione

La persona con problemi di alcolismo tende a dimenticare le conversazioni intrattenute e gli impegni assunti. Questo fenomeno viene definito blackout.

Inoltre possiamo notare alcune altre caratteristiche comportamentali tipiche, come quelle sotto descritte:

  • tendenza a bere con ritualità cioè, in momenti specifici, comportamento che diventa irrinunciabile e che fa sentire la persona irritata se viene disturbata da qualcuno quando vorrebbe metterlo in atto;
  • nei casi di alcolismo, si riscontra tipicamente una perdita di interesse per attività ed  hobby di cui in precedenza si era appassionati e dalle quali si era gratificati.
  • Caratteristica dell’alcolista è la sua irritabilità se quando si avvicina il momento di bere, non trova gli alcolici a disposizione;
  • l’alcolista conserva gli alcolici in luoghi particolari e spesso improbabili, nella sua automobile, al lavoro ed in casa;
  • infine, tipico di una persona con la dipendenza da alcol è un comportamento che lo spinge a mandare giù un bicchiere dietro l’altro senza tenerne il conto, pur di arrivare a “sentirsi meglio”, oppure “normale“, per affrontare situazioni che lo spaventano.

Chi abusa di alcolici può presentare sintomi in comune con chi è affetto da alcolismo conclamato. 

La differenza tra le due situazioni è rappresentata dal fatto che nel caso in cui si abusi di alcolici, ma non si è completamente dipendenti, non si avverte tutto il desiderio compulsivo di bere, che è appunto il discrimine, a livello psicologico – comportamentale, tra la condotta di abuso e dipendenza vera e propria.

Chi abusa senza essere dipendente, nel momento in cui non beve, non presenta generalmente i sintomi fisiologici dell’astinenza, anche se ciò può ugualmente capitare. L’abuso di alcol può comunque causare problemi gravi, così come nel caso dell’alcolismo. In entrambi i casi inoltre,  è difficile riuscire a smettere senza un aiuto dall’esterno sia psicologico che da parte delle persone del proprio ambiente.

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Il training autogeno e il parto

Il training autogeno e il parto

Il Training autogeno e il partoIl training autogeno e il parto – cosa è e a cosa serve

IL TA, è una tecnica di rilassamento che ha riflessi nella sfera psicofisiologica. Molto utile in ambito clinico perché aiuta a gestire lo stress, l’ansia, le emozioni e tutte quelle patologie che hanno una base psicosomatica. Trova anche una buona applicazione in altri ambiti come lo sport ma anche in tutte quelle situazioni ove è richiesta una buona ed esclusiva concentrazione (studio, lavoro, etc).

La caratteristica di questa tecnica, inventata dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz, risiede nel fatto che il paziente diviene autonomo, nel senso che potrà in seguito essere in grado di ripetere gli esercizi da solo, senza la presenza del terapeuta.

In gravidanza, momento importantissimo nella vita di una donna e in particolare verso la fine, l’ansia, la paura, il nervosismo e mille timori, possono influenzare la futura mamma, ma non dovrebbero mai sopraffarla. Il travaglio potrebbe essere portatore di tali emozioni ma è possibile tenere sotto controllo queste tensioni, attraverso una specifica tecnica di rilassamento, allo scopo di vivere serenamente questa meravigliosa esperienza di vita vecchia come il mondo.

Il TA permette alla mamma di trovare quel necessario rilassamento, assolutamente indispensabile, soprattutto nelle ultime fasi della gravidanza ed è di assoluto ausilio nell’ultima fase, ovvero durante il travaglio.

Durante il parto, circa il 40% del dolore è dovuto esclusivamente all’ansia, che genera paure (di non farcela, di soffrire per il dolore, etc). Tutto ciò innalza la tensione che a sua volta porta automaticamente a fare il contrario di ciò che si dovrebbe fare: AUMENTARE LA CONTRATTURA MUSCOLARE. In quei momenti, nel momento in cui il bambino tenta di uscire dall’utero, i muscoli devono favorirne la fuoriuscita, quindi devono essere assolutamente rilassati. IL TA aiuta moltissimo il processo di rilassamento muscolare, rendendo di conseguenza più veloce la fase espulsiva e riducendo (anche se non completamente) il dolore.

Il training autogeno e il parto – come prepararsi

Il TA è molto utile per mitigare i dolori del travaglio ma non va considerato solo come un antidolorifico dal momento che ha anche altri benefici.

Il TA si basa su specifici esercizi che inducono un graduale rilassamento (deriva dalla ipnosi). La ripetizione di alcuni esercizi, appresi gradualmente e mantenuti con un allenamento quotidiano anche attraverso il cosiddetto training autogeno respiratorio  (RAT)  permettono di sciogliere tutti i muscoli che entrano in gioco nella fase del parto.

Il training autogeno e il parto – la respirazioneil ta e il parto

Durante il TA, la donna si focalizza sulla respirazione  (regolare, lenta e profonda). Nel corso dell’esercizio, ci si deve focalizzare sui singoli muscoli, visualizzandone il loro rilassamento.  Questi esercizi sono utilissimi, perché la partoriente viene aiutata a superare in modo rilassato e consapevole, le ultime fasi della gravidanza. La tecnica permette di raggiungere un rilassamento molto profondo accompagnato dall’assenza di paure e ansie.

La respirazione è il punto centrale del processo e diventerà ‘un modo di essere’ per il resto del periodo. Tale ‘modo di essere’ produrrà un tipo di respirazione che avrà la caratteristica di un automatismo funzionale all’obiettivo che resterà anche dopo e verrà utilizzato in tutte le situazioni ove è necessario gestire tutte quelle situazioni ove  lo stress potrebbe dominarci nelle piccole e grandi imprese della vita di ognuno di noi.

Il training autogeno e il parto – la visualizzazione

Tutti i muscoli interessati al parto vengono visualizzati. Tutte le possibili contratture (derivanti dalla ovvia tensione nervosa) vengono individuati e visualizzati. Viene insegnato come allentare la tensione e come sciogliere le eventuali contratture. 

Tale tecnica inoltre favorisce una sorta di benessere generale perché migliora moltissimo le contratture muscolari ma anche i dolori. Nelle ultime fasi del parto, le mamme sono in grado di ridurre il dolore provocato dalle contrazioni permettendo loro, attraverso il controllo della respirazione di mantenersi calme collaborando con lo staff in tutte le fasi.

Il training autogeno e il parto – dopo la nascita

Anche dopo il parto, il TA è utile perché la neo mamma è in grado di affrontare meglio tutte le incombenze e i cambiamenti che la nascita e la gestione del bebè comporta. Il TA diviene, come dicevamo sopra, una risorsa da utilizzare in qualsiasi fase della propria vita. 

Non sono mai soddisfatto di me

Quante volte ci siamo detti: non sono soddisfatto di me!

Chi più, chi meno, ma tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo fatto questa riflessione.

Una volta fatta questa constatazione però, qualcuno ha poi, dopo una opportuna rielaborazione, fatto qualcosa e le cose sono cambiate. Altre invece non hanno fatto nulla e le cose sono rimaste com’erano, ma il tutto è stato archiviato con una scrollata di spalle.

In questo articolo vorrei parlare però di quelle persone che ‘viaggiano’ perennemente con questo senso di insoddisfazione. Un senso che non molla, non da tregua, non da scampo.

Un sensazione che ha effetti sul corpo (stanchezza, depressione, fiacca, malavoglia per ogni cosa) e sulla mente (tristezza, disistima, senso di inadeguatezza, malumore, irrascibilità, …) che spesso, troppo spesso, viene sottovalutata, archiviata momentaneamente come una cosa fastidiosa (una mosca che si posa sulla mano) oppure come invalidante (un elefante che ci passa sopra).

Viviamo in un contesto, in un mondo, in un arco temporale, … ove tutto è possibile. Tutto ma anche il suo contrario. Allora se tutto è possibile, anche trovare il modo per essere soddisfatti, sta nelle potenzialità di tutti.

Ma se commettiamo l’errore di vedere l’erba del vicino, la nostra ci parrà sempre meno verde.

Quando non abbiamo ciò che desideriamo, quando il nostro umore non è quello che vorremmo, quando le emozioni che proviamo sono diverse da quelle che vorremmo, quando non … etc, allora siamo insoddisfatti.

Vorrei escludere dalla discussione situazioni ove il sentimento di insoddisfazione abbia senso, come ad esempio nelle situazioni concrete (perdita di un lavoro, un amore, la salute, etc).

Focalizziamoci su quelle situazioni ove l’insoddisfazione ha una natura esistenziale.

Una natura del tipo: non sentirsi importante per nessuno, non sentirsi amati oppure di appartenere ad un gruppo, percepire la propria vita come noiosa, …

Ma anche, sentirsi come si sentono certe persone (forse un po’ snob) che non sono nè appagate né contente pur avendo, ad esempio, anche una ‘bella’ vita, appagante e piena di fatti che gratificherebbero tutti, tutti meno loro, perché in loro c’è sempre qualcosa che ‘…. manca.

Questi strani personaggi proprio non ce la fanno, nonostante tutto, ad essere felici. Perché? Perché sono alla ricerca della perfezione assoluta e la felicità sempre e comunque è una cosa che prima o poi arriverà, ma di certo non ora, non in questo momento, mai in un ‘presente’. Persone che non sanno vivere le emozioni per quello che sono, semplici ed elementari, come un bicchiere d’acqua fresca; per loro le emozioni dovrebbero essere simili al più raffinato dei cocktail che ovviamente nessun barman ha ancora creato. Per loro la realtà non è mai appagante perché per loro, nella loro mente, c’è ben altro, rispetto a ciò che c’è ora; il loro ‘ben altro’ ha ovviamente la connotazione di una grandiosità che non trova mai un riscontro terreno, appartenendo forse ad un qualcosa di ‘ideale’ che, come tale, non esiste ne mai esisterà (infatti l’ideale è e rimane ‘l’essere che non è’. Per questi soggetti (fortunatamente non tutti gli insoddisfatti), chi si ‘contenta’ dell’acqua fresca, non può che essere un mediocre, rendendosi quindi, tra l’altro, odiosi e antipatici. Chi, rispetto a questo tema, reagisce nel modo descritto, ovvero in modo snobbistico, può solo sentirsi completamente appagato da un qualcosa che, come dicevamo prima, non può che essere speciale.

Tali persone però, in fondo hanno una scarsissima autostima. Raramente hanno la reale percezione del loro reale valore e la grandiosità delle loro aspettative (mai realizzabili) che in realtà tradisce solo la consapevolezza che la loro autostima vacilla continuamente. Anche per questi soggetti, la soluzione è sempre la stessa: vivere come un comune mortale che si sa, è limitato  e limitante.

Ma quando accade che l’insoddisfazione diviene più lacerante?

Quando qualcuno (o noi stessi) o qualcosa ci impedisce la piena gratificazione dei nostri desideri.

Quando poi queste insoddisfazioni non vengono percepite dagli altri, possono manifestarsi alcune somatizzazioni anche  invalidanti.  Un possibile esito lo troviamo anche nella depressione, in particolar modo quando per qualsivoglia motivo si decide di rinunciare a lottare.  

Positività della insoddisfazione

Quando abbiamo fame, ci sentiamo insoddisfatti e questo ci induce a pranzare tutti i giorni, anche più volte al giorno. Tutto ciò ci spinge anche a fare di tutto per avere i mezzi per garantirci la soddisfazione di questa esigenza primaria.

Se non facciamo l’amore oppure un nostro progetto non si è realizzato, torniamo ad essere insoddisfatti, almeno fino a che …

 Tutto è un giro vizioso (o virtuoso). L’insoddisfazione innalza la tensione finchè non avviene la scarica e proprio in quel momento, forse per poco, siamo felici. La felicità è assenza di tensioni. L’insoddisfazione (la sofferenza) innalza la tensione ed è un modo per giungere alla felicità. Un esempio valido per tutti è certamente l’amore. Con questo sentimento è possibile raggiungere entrambi i vertici: la felicità e l’infelicità.

Da tutto questo si evince che chi è assolutamente privo di insoddisfazione, ha qualche problema.    

Nel mondo in cui viviamo c’è sempre vento. Il vento (pneuma, spirito) sposta l’aria tra due ambienti con pressione differente. Cosi accade anche dentro di noi. L’insoddisfazione è foriera di vitalità. Una vitalità che spinge all’azione, necessaria per cambiare il nostro stato.

Nel mondo c’è una totale alternanza: giorno e notte, le stagioni, etc. Cosi come in noi. Abbiamo tutti una medaglia che contiene due facce, in una c’è la felicità o il bene, nell’altra l’infelicità o il male.

Non basta soddisfare tutti i desideri per essere felici, questo lo sanno tutti. Chi sta male fa di tutto per star meglio e così via, in un incessante e continuo flusso d’aria che passa da uno strato all’altro, fine alla fine dei tempi.

Tuttavia non potremmo mai essere totalmente soddisfatti dal momento che una quota di insoddisfazione è insita in noi essere umani ed una molla che ha promosso e promuove costantemente il processo evolutivo. .

Le emozioni – 11 cose da sapere

Cosa e come possiamo riconoscere le emozioni 

Alcuni studiosi della British Columbia (Canada) e dell’Università di Pittsburgh (USA) hanno rilevato attraverso uno studio specifico, che il movimento di sopracciglia, occhi e labbra ci permetterebbero di riconoscere lo stato d’animo delle persone. Insomma, osservando attentamente il volto di una persona, riusciamo e riconoscere che tipo di emozione attraversa quella persona. 

Emozione è un termine latino (Emòtus, emovère)che vuol dire muovere, portare fuori.  Dal punto di vista evolutivo, la funzione più importante, è quella di fornire informazioni utili al soggetto in una modalità immediata (direi amigdaloidea) proprio allo scopo di permettere la messa in campo di reazioni e controreazioni  indispensabili ai fini della sopravvivenza. In altre parole, reazioni immediate, non mediate dai processi cognitivi. Se il tizio che mi si sta avvicinando ha intenzioni pericolose, non ci devo stare tanto a pensare per prepararmi alla difesa, all’attacco oppure  alla fuga immediata. Se vedo che una macchina mi sta venendo addosso, non devo stare a pensare che la mia, di macchina, potrebbe abbozzarsi; scappo subito fuori e mi metto in salvo, così, senza pensarci.  Quindi le emozioni svolgono una funzione, che autoregolandosi, mediano le reazioni neurofisiologiche fornendo una risposta immediata utile, molto spesso, alla stessa sopravvivenza.  Vediamo questi 11 parametri nel dettaglio.

  1. Definizione: Come dicevamo sopra, è una reazione ad uno stimolo specifico. Questa reazione produce cambiamenti neurofisiologici, (cambiamento immediato dei parametri fisiologici più comuni: respirazione, battito cardiaco, sudorazione etc). Questi cambiamenti sono propedeutici all’azione che il soggetto deve mettere immediatamente in campo.
  2. Emozione o sentimento? I neuroscienziati distinguono l’emozione come la risposta a stimoli specifici mentre con sentimento, l’impressione che abbiamo avuto in merito a quelle risposte.
  3. Che faccia abbiamo. … Proceedings of National Sciences (http://www.pnas.org/), ha pubblicato uno studio degli psicologi della Ohio State University (http://www.pnas.org/content/111/15/E1454), secondo i quali, il volto umano è in grado di comunicare molti stati d’animo (pare almeno 21 e non solo i 6 precedentemente definiti: tristezza, disgusto, paura, felicità, rabbia e sorpresa):
“… A Facial Action Coding System analysis shows the production of these 21 categories is different but consistent with the subordinate categories they represent (e.g., a happily surprised expression combines muscle movements observed in happiness and surprised,…)
  1. Come facciamo a riconoscere lo stato d’animo? Da quanto citato in apertura osservare sopraciglio, labbra e occhi, sarebbe sufficiente per comprendere cosa passa nell’animo della persona in oggetto.
  2. Ragione o emozione? Il ragionamento viene condizionato dall’emozione e comunque non sono in opposizione, almeno non come sosteneva Platone (Ragione ed Emozione che tirano in direzioni opposte).
” …   è che queste passioni, che sono in noi come corde o funicelle, ci tirano,  ….  trascinandoci verso azioni opposte, … La ragione ci consiglia di seguire sempre uno solo di questi stimoli, …  ”Platone, Leggi, 644e-645
  1. La paternità delle emozioni. Tutto ciò che sappiamo sulle emozioni va attribuito ad Antonio Damaso. In neuroscienziato portoghese, avrebbe dimostrato a chi ha sempre svalutato il ruolo delle emozioni, perché responsabili della mancanza della  lucidità della ragione che queste starebbero alla base di un efficace funzionamento dell’apparato psichico. Quindi, semplificando, per essere ragionevole, l’uomo deve provare emozioni. Il contrario invece, equivarrebbe a dire: poca emozione, poca capacità di essere ragionevole.
  2. Ridere. Quanti modi di sorridere abbiamo? Ben 18! Alcuni esempi? Il sorriso, in risposta di una nostra interazione, può comunicare che l’interlocutore ne ha avuto un’impressione positiva anche se spesso potrebbe non essere così. Una prova per tutte ci viene dal fatto che spesso si sorride anche quando siamo tristi, oppure ci stampiamo sul viso un finto sorriso a fini manipolatori, oppure per ingannare o convincere. Esistono diversi tipi di sorrisi, ad esempio: Il sorriso di paura; il sorriso di disprezzo; c’è poi il sorriso smorzato, segue il sorriso triste, il sorriso di corteggiamento e quello di imbarazz ;  poi c’è il sorriso correttivo che serve a smussare un messaggio altrimenti offensivo; c’è inoltre il sorriso di  acquiescenza; Infine c’è il sorriso falso!  C’è n’è solo uno che esprime la vera felicità ed è il sorriso di Duchenne (un neurologo francese).  Questo sorriso è genuino; gli angoli della bocca puntano verso l’alto e le rughe intorno agli occhi sono a zampe di gallina. Sono genuini perché la muscolatura coinvolta non la si può controllare a piacimento e quindi, per questo motivo non è possibile simularla, perché viene dal profondo del cuore. Da non confondere con il sorriso chiamato PanAmerican che è un sorriso meccanico simile a quello delle hostess che appunto è di cortesia e che non trasmette una gioia interiore come quello precedente.
  3. Vestiti. La dottoressa Karen Pine, psicologa dell’universita di Hertfordshire (UK), ha condotto nel 2012 uno studio con 100 donne ove ha evidenziato una correlazione tra stati d’animo e vestiti indossati. Chi è depresso tende a nascondersi, indossando felpe larghe o jeans. Al contrario, le donne più allegre e positive, indossano i vestiti considerati più belli ed eleganti e anche gioielli. La d.ssa Pine, sostiene, come follow-up del suo studio, che può aiutare l’umore, indossare gli abiti più graditi, o quelli che indossiamo quando siamo felici. Provare per credere.
  4. Facebook. In una ricerca : Detecting Emotional Contagion in Massive Social Networks, pubblicata su Plos One (http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0090315), sembrerebbe che i social network giocano un ruolo molto importante, dal momento che i post positivi, incitano a fare altrettanto (è vero anche il contrario: quelli negativi inducono a pubblicare post negativi). Però, e sembra una buona notizia, i primi, quelli positivi, spingono di più verso un sano spirito di emulazione. La ricerca quindi evidenzia che le emozioni positive diffuse online si propagano con maggiore efficacia e velocità di quelle megative.
  1. Effetti sulla economia? Le emozioni hanno effetti anche sugli aspetti economici. Una ricerca della Carnegie Mellon University, dal titolo: The Role of Emotion in Economic Behavior , (http://www.cmu.edu/dietrich/sds/docs/loewenstein/RoleEmotionEconBehav.pdf) , effettuata da SCOTT RICK and GEORGE LOEWENSTEIN (una ricerca che ha visto la partecipazione di circa 200 volontari), ha evidenziato alcuni risultati tra cui:
    1. la tristezza ci spinge a cambiare le cose, tra cui acquistare e vendere cose nuove:
    2. il disgusto invece a vendere (svendendo) cose che abbiamo e a non acquistare altre cose
  2. La felicità in funzione dell’età. Una ricerca della Stanford University (sono stati usati circa 13 milioni di emozioni prelevati dal web nel 2005) avrebbero evidenziato che gli anziani e i giovani sono felici ma per motivazioni diverse. Le persone anziane quando riescono a stare in pace; mentre i giovani quando si sentono eccitati. Gli uomini si sentono più felici ma sono più soli, mentre le donne sentono di più il senso di colpa, ma riescono a sentirsi più amate dai loro partner. Per quasi tutti però l’ora del pranzo è il momento in cui ci si sente più felici.

Come conoscersi meglio

Come conoscersi meglio, ovvero il principio di individuazione

Come conoscersi meglio: gli archetipi

individuazionePrima di parlare del processo di individuazione è necessario fare alcune premesse in merito all’apparato psichico e di alcuni suoi contenuti e modalità di azione.

  1. Coscienza e inconscio. Il nostro apparato psichico è composto da due entità ben distinte: l’Io (ovvero la coscienza, ovvero, ciò che percepiamo di noi durante lo stato di veglia) e l’inconscio. Viviamo in una società molto tecnica e veloce che tende a ignorare l’inconscio. Essere solo coscienza non va bene perché saremmo vuoti e poveri di emozioni. Essere solo inconsci, al contrario, sarebbe pericoloso, perché vivremmo come dei pazzi. Dobbiamo pensare a queste due entità come elementi fondamentali, il cui equilibrio è indispensabile per la salute psichica e per la nostra vita in generale.
    1. Per Freud l’essere umano è condizionato dall’inconscio e difficilmente riesce a controllarlo; l’inconscio contiene tutti i nostri conflitti rimossi e compito dell’analisi è quello di svuotarlo.
    2. Per Jung invece, le due istanze devono dialogare continuamente, devono integrarsi, dal momento che l’uno è fondamentale all’altro, quindi l’inconscio non verrà mai svuotato e mai prevarrà sulla coscienza, e per la coscienza il discorso è equivalente. La razionalità (coscienza) e l’irrazionalità (inconscio) nella visione Junghiana, vanno mano nella mano, generando equilibrio e armonia.
  2. Gli opposti. Nel pensiero Junghiano è molto forte il principio degli opposti o, per meglio dire, dell’ambivalenza. Il bene e il male, il maschio e la femmina, lo Yin e lo Yang, etc. Queste polarità sono necessarie, come altrettanto necessarie sono la compensazione e il bilanciamento, al fine del raggiungimento dell’equilibrio psichico. Ad esempio, per Freud il sogno rappresenta un desiderio represso, dando quindi un’ampia prevalenza dell’inconscio; Jung invece ritiene che le due entità si bilanciano e quindi l’interpretazione del desiderio represso sarebbe troppo unilaterale. Quindi, il sogno ci mostrerebbe altre possibilità a cui la coscienza non aveva fatto attenzione. Per Jung, tutto ciò che sta nella psiche, necessita anche di un suo equivalente opposto. Questi opposti sono in tensione che compensa l’intero sistema; in tal modo raggiunge la sua completezza.
  3. Archetipi che concorrono alla individuazione. Ben 5 archetipi concorrono al processo; essi sono anima / animus, persona, ombra, Senex e Sé. Vediamoli brevemente in dettaglio:
    1. Anima/Animus. Rappresentano la controparte maschile (per le donne) e femminile (per gli uomini. In ogni essere umano c’è una controparte dell’altro sesso (la biologia ha individuato estrogeni negli uomini e testosterone nelle donne, ovviamente in piccola parte). Jung ha individuato aspetti ‘femminili’ della psiche degli uomini e ‘maschili’ in quella delle donne. Entrambi rappresentano un ‘ponte’ tra la coscienza e l’inconscio.
    2. Persona. Dal latino persōna persōnam, che a sua volta viene dal greco πρόσωπον (prósōpon) dove indica il volto dell’individuo, ma anche la maschera, che gli attori indossavano in teatro per far capire quale personaggio veniva rappresentato. Dal latino indicava la funzione, la parte di un personaggio. Tutti noi, ogni giorno, portiamo una maschera da esibire in ogni circostanza. La Persona però ha due aspetti: uno negativo e l’altro positivo. Infatti l’aspetto positivo fa da freno agli aspetti dell’inconscio che altrimenti agirebbero senza controllo e fa si che l’Io possa intervenire per regolarli. E’ la Persona che ci mette in relazione con il mondo esterno, regolando il flusso dell’inconscio vs la coscienza e facendo da ‘ponte’ vs il mondo relazione. E’ importante comprendere che la Persona non rappresenta la totalità della psiche ma che ne è solo una parte e solo quando si intuisce questa cosa, inizia il viaggio dentro noi stessi e di conseguenza si inizia il processo di individuazione.  
    3. Ombra. Inevitabilmente, iniziando questo percorso, il primo incontro che facciamo è proprio con l’ombra, ovvero il lato oscuro dell’uomo. Tutte le cose orribili e indegne che abbiamo fatto e che, pur avendole fatte, le rifiutiamo come estranee alla nostra essenza,, in realtà rappresentano esattamente ciò che senexdesideravamo; inaccettabile diremmo, eppure quasi sempre è così.  
    4. Senex, ovvero colui che sa. Questa ‘figura’ rappresenta, in virtù dell’età avanzata, il massimo dell’esperienza e delle capacità. Dovrebbe aver ridotto l’Ombra e compreso l’anima/animus e avere una dialettica coerente con la Persona. Può essere rappresentato (ad esempio nei sogni) da figure come il sacerdote, l’intellettuale, il professore, etc. Però, come per i precedenti archetipi, anche qui abbiamo un lato negativo che può essere rappresentato da alcune caratteristiche come la cocciutaggine (che indicherebbe una incapacità al cambiamento perché oramai sa tutto lui), ma anche da altre figure negative che sono rappresentate da persone anziane ma malvagie o autoritarie.se
    5. Il Sé. Il Sé, racchiudendo e comprendendo tutti gli archetipi dell’individuazione, rappresenta tutto ciò che è sinonimo di totalità e di completezza. Dal momento che rappresenta la totalità, è ovviamente anche in parte inconscio. Nei sogni assume spesso varie forme, come ad esempio la personalità superiore, il cavaliere vittorioso, l’angelo, etc.  Questo archetipo assume la forma di una sorta di trascendenza e in quanto tale sembrerebbe inafferrabile, irraggiungibile ma pur essendo privo di concretezza, riesce a manifestarsi in varie forme. Pensiamo ai miracolati, a coloro che  vedono la madonna, i buddisti nella forma più completa, ovvero coloro che hanno raggiunto l’illuminazione. Anche in questo archetipo abbiamo una parte negativa e viene rappresentata dal megalomane, dalla radicalizzazione intellettuale o religiosa. Tali radicalizzazioni, se non comprese e controbilanciate portano spesso alla rovina e alla distruzione dell’individuo.

Come conoscersi meglio, il processo di individuazione

“In realtà, il processo d’individuazione è quel processo biologico…attraverso il quale ogni essere vivente diventa quello che è destinato a diventare fin dal principio”
(C.G.Jung, Opere, Vol. 11, p.294)

Partendo dai presupposti sopra elencati, Jung, dopo la rottura con Freud, cominciò ad approfondire la propria individuazione, utile per se stesso ma anche per i propri pazienti perché, come possiamo leggere nei suoi scritti, solo se il medico è interessato al problema del paziente, la sua azione diviene efficace. Se invece si chiude nella sua corazza emotiva perde ogni efficacia. Jung dice che :”… Io prendo i pazienti sul serio ….”  Insomma, solo se il medico è ferito, questi può guarire e solo se è disposto a mettere in gioco tutto se stesso, c’è la certezza dell’efficacia terapeutica, che va ovviamente integrata con la sua professionalità e preparazione.

Tale processo quindi, altro non è che un percorso interiore che ha come obiettivo ultimo, la conoscenza e la scoperta di ciò che si è. In questo percorso ognuno ha il suo stile (nessuno può insegnare questa cosa dal momento che ognuno ha l’esclusività dei propri contenuti archetipici) , il suo progredire, rappresenta (e lo vedo quotidianamente negli sforzi dei miei analizzandi) un’esperienza dolorosa ma unica e irrinunciabile.  

 ” I miei pazienti e analizzandi mi hanno portato così vicino alla realtà della vita umana, che mi hanno costretto ad apprendere cose essenziali. Gli incontri con la gente più varia, e di tanto differenti livelli psicologici, sono stati per me incomparabilmente più importanti di episodiche conversazioni con celebrità. I colloqui più belli e più significativi della mia vita furono anonimi. “

Carl Gustav Jung

Come abbiamo visto, solo riconoscendo che l’Io è solo una parte della psiche, si riesce a comprendere i messaggi che emergono dall’inconscio. Grazie a queste naturali ‘effervescenze’ che provengono da profondità sconosciute, la nostra ragione può capire e approfondire, permettendo la piena integrazione con l’Io, producendo uno stato di benessere stabile e duraturo.  

La psicoterapia ci aiuta a comprendere i messaggi che affiorano dall’inconscio anche se poi però, la piena accettazione è un compito individuale. Tutti sanno che la cosa più difficile è proprio capire e conoscere se stessi. Per far ciò è necessario un Io in grado di mantenersi saldo e di mettersi in ascolto del proprio mondo interiore.

L’individuazione è quindi, secondo Jung, ciò a cui siamo chiamati a fare, ovvero sviluppare la  propria personalità individuale, differenziarsi  dagli altri. 

Se qualcuno si chiede: chi sono e cosa faccio in questo mondo, ebbene la risposta è:

 diventare unici.

La Psicoanalisi e i suoi effetti terapeutici

Ma la psicoanalisi, funziona? Abbiamo finalmente studi sistematici (basati su ricerche standardizzate) che tentano di dare risposte, risultate tutte esaustive e convincenti.

Le evidenze scientifiche dicono che l’efficacia di una psicoterapia agisce, grazie alla plasticità cerebrale, che è in grado di rimodulare i circuiti nervosi e di riorganizzarne le funzioni. Ovviamente prima ci si lavora, meglio è, ma questa plasticità c’è nell’adulto e seppur in misura più ridotta, anche negli anziani in buona salute. Jung sosteneva sempre che il processo di individuazione, dura fino all’ultimo minuto della propria vita e che l’inconscio ignora il significato di morte.

Vale la pena di ricordare che la psicoanalisi, non si focalizza sulla ‘cura del sintomo’, dal momento che le sue ambizioni sono molto più ampie. Freud (e non solo) sosteneva che l’unico e vero scopo della nostra vita sta nella ricerca della felicità.

In passato, la psicoanalisi ha fatto poco per la ricerca di prove inconfutabili e misurabili in merito alla sua reale efficacia terapeutica. Tale apparente scarsa attenzione, va ricondotta dal fatto che è obiettivamente difficile fare ricerca in un ambito così difficile e complesso. Standardizzare un’analisi (che dura anni) non è poi così facile. Nel fare una rilevazione statistica occorre scegliere a caso, e spesso quel caso (che sarebbe un volontario) potrebbe abbandonare il percorso e quindi il tutto è vanificato.

Va da se che in tutti quei casi ove il percorso è breve (meno di 40 sedute) tutto diviene più facilmente gestibile, anche se 40 ore possono essere poche per operare quella ristrutturazione (processo di individuazione) che la psicoanalisi assicura.

Quindi, dal momento che la psicoanalisi non si pone come obbiettivo primario la ‘cura’ del sintomo specifico (laddove esiste) la letteratura specifica individua una serie di ‘scopi’ che possono essere riassunti in terapia, rieducazione, autoconoscenza, maturazione.

La psicoanalisi è quindi una terapia, che ha anche lo scopo di rieducare il soggetto a trasferire le modalità della relazione nella vita quotidiana; rappresenta anche un modo che incrementa l’autocoscienza, dal momento che permette di mettere in luce l’inconscio e quindi tutte quelle parti di se che non sono conosciute (inconsce appunto); l’analisi conduce a sperimentare in modo profondo alcuni aspetti importanti, quali la propria interiorità e le proprie emozioni. Da questa ‘dialettica’ ne scaturisce una maturazione che tende a migliorare alcuni aspetti intimi e profondi, quali la verità, l’emancipazione e l’individuazione.

Ma, vediamo cosa dice la ricerca

I trattamenti psicoanalitici sono efficaci (studi condotti da Fonagy e Bateman, nel 1999) nei casi di pazienti borderline; stessa cosa per i problemi legati al modo di funzionare della personalità (2008, Rabung e Leichsering). Oltre agli studi condotti sulla base di protocolli ben definiti e standardizzati, gli effetti della terapia psicoanalitica si sono riscontrati anche dalla pratica clinica. Esistono studi condotti negli ultimi anni che dimostrano l’efficacia per la terapia della depressione e dell’ansia .

La maggior parte degli studi è stata condotta negli Stati Uniti e le ultime scoperte delle neuroscienze hanno dato ragione a molte delle intuizioni di Freud.   Nelle scuole di specializzazione in psichiatria, oltre all’apprendimento delle terapie cognitivo comportamentali, si aggiungono anche le psicoterapie analitiche sia brevi che a lunga durata.

Le ricerche di un professore di Psichiatria dell’Università del Colorado (USA) Shedler (2010) dimostrano che è possibile condurre in modo sistematico studi importanti e con un grande numero di volontari. Lui e la sua equipe, hanno condotto uno studio su più di 1431 pazienti e su cui sono state fatte oltre 160 sub ricerche, prendendo in considerazioni, oltre alla terapia analitica, anche altre terapie, comprese quelle farmacologiche.

La sintesi di questo enorme lavoro, confermerebbe che le terapie analitiche risulterebbero più efficaci delle altre, compresa quella farmacologica (http://www.apa.org/pubs/journals/releases/amp-65-2-98.pdf).

‘….. The effect size increased to 1.51 when the patients were assessed at long-term follow-up 9 months posttreatment). In addition to change in general symptoms, the meta-analysis reported an effect size of 0.81 for change in somatic symptoms, which increased to 2.21 at long-term follow-up; an effect size of 1.08 for change in anxiety ratings, which increased to 1.35 at follow-up; and an effect size of 0.59 for change in depressive symptoms, which increased to 0.98 at follow-up. The consistent trend toward larger effect sizes at follow-up suggests that psychodynamic therapy sets in motion psychological processes that lead to on- going change, even after therapy has ended….’ (February–March 2010 – American Psychologist – pag 101.

Grazie a questi studi, possiamo finalmente sostenere, che esistono prove concrete su quanto sia efficace la psicoanalisi, al punto che dal confronto con la durata nel tempo, pare sia confermata la sua efficacia rispetto ad altri tipi di terapie, con una serie di miglioramenti che durano anche dopo che la terapia si è conclusa. Insomma, gli studi confermano quanto sosteneva la teoria in merito sia alle depressioni che alle crisi di ansia.

Vediamo un altro tema, quello relativo all’ansia, come risultato di un conflitto inconscio. Ebbene sembra che anche in questo caso, solide ricerche ci dicono che Freud aveva ragione.

Questa volta dobbiamo andare nel Michigan, dove in una delle sue Università, alcuni professori applicano da anni il metodo scientifico per studiare gli effetti della psicoanalisi. I loro studi li hanno portati a sostenere che esiste un nesso significativo tra il conflitto inconscio e i disturbi di ansia come il panico, le fobie, le ossessioni. Questa interazione tra inconscio e coscienza, contribuisce a dare maggiore forza, sulla base di dati empirici, che quanto sosteneva Freud più di 100 anni fa, corrispondeva a verità.

An experiment that Sigmund Freud could never have imagined 100 years ago may help lend scientific support for one of his key theories, and help connect it with current neuroscience.June 16 at the 101st Annual Meeting of the American Psychoanalytic Association, a University of Michigan professor who has spent decades applying scientific methods to the study of psychoanalysis will present new data supporting a causal link between the psychoanalytic concept known as unconscious conflict, and the conscious symptoms experienced by people with anxiety disorders such as phobias. http://www.sciencedaily.com/releases/2012/06/120616145531.htm)

 

Come aumentare l’autostima

daliUna delle tante definizioni la si deve ad uno dei primi psicologi, William James (1890/1983) che la definisce sulla base del Sé, differenziandola tra percepita e ideale. Nel primo caso, il soggetto si basa su ciò che si è oppure non si è; mentre nel secondo caso, quello ideale, si basa su tutto ciò che si vorrebbe essere. Quindi, se non si riesce a raggiungere gli obiettivi, l’autostima viene percepita come bassa. La distanza tra le due (ideale e percepita) aumenta o diminuisce in funzione della discrepanza. Quindi, in quest’ottica, l’autostima dipende dal rapporto tra ciò che vorremmo e ciò che abbiamo raggiunto.autostima

Quindi, tentando di rispondere alla domanda, potremmo sintetizzarla con la misurazione della stima, che altro non è che la valutazione relativa a ciò che io penso di me. Quindi banalmente se ci diamo un valore alto (anche se oggettivamente non lo abbiamo) anche la nostra autostima lo sarà. Paradossalmente, potremmo trovarci in situazioni ove soggetti con scarse qualità hanno un’alta stima de se stessi e quindi si sentono molto sicure mentre, al polo opposto, persone molto stimate e quindi molto valide, hanno di se stessi una bassa autostima.

ciò che vedo allo specchioDa dove nasce l’autostima

Avere o meno autostima, è il risultato di un processo che ha radici profonde dal momento che si instaura nei primi anni di vita e sono correlate con la figura di attaccamento. Sin dai primi giorni di vita, il bambino, si relaziona con i propri genitori e in funzione di quella prima relazione (relazione primaria), il bambino cresce avendo (o meno) fiducia e sicurezza verso il prossimo e verso se stesso. La prima percezione di se, viene appresa proprio in funzione di questa positiva (o negativa) relazione con chi si prende cura di lui. Ovviamente, partendo da questa base è tutto un divenire. Nel senso che quell’immagine primaria, nel tempo può cambiare. Non possiamo pensare che l’autostima si basa solo su pochi fattori, dal momento che gli elementi in gioco sono tanti e ognuno con la sua complessità e specificità. Abbiamo infatti diversi ambiti di confronto come ad esempio le relazioni, il controllo su ciò che ci circonda, quanto pesa l’emotività, quanto siamo bravi a scuola, come vanno le cose in casa, etc. Tutte queste (ed altre) variabili contribuiscono a determinare quanta stima abbiamo di noi stessi (che, come ho citato sopra, può anche non trovare riscontro negli altri).chi sono io

Ma vediamo nello specifico come procedono le cose.

Nella fase neonatale il bambino non si percepisce e quindi il concetto di autostima non è applicabile però sicuramente impara, molto lentamente, che è (o meno) amato e quindi meritevole di questo amore. Anche se in modo poco strutturato, il bambino ‘sente’ che intorno a lui c’è un contesto che lo accetta e che lo rassicura.

bambino e autostimaMan mano che cresce, pur non avendo ancora una percezione di se, comincia a muoversi con le proprie gambette e pur non rendendosi ancora conto di ciò che è e che ha, comincia a migliorare le proprie abilità e di conseguenza la consapevolezza di essere in grado di fare cose. Questa è la fase in cui comincia a dire no e nel dirlo dà consistenza alla sua presenza. In questa fase si vede ancora come un riflesso dei genitori e se questi lo amano e lo rassicurano comincerà a sentirsi importante e la sua autostima cresce; se invece viene trattato come una seccatura, il processo non evolve nella direzione desiderata.

Verso i tre anni il bambino ha alcune certezze. Il suo corpo gli appartiene e lo sente suo e comincia anche a percepirsi come essere pensante. E’ in grado di stare lontano dai genitori proprio perché è più sicuro. Impara a percepirsi anche dal confronto con gli altri bambini (sono più alto, più veloce, etc).io sono io

Finalmente inizia la scuola e in questa fase molti bimbi perdono un po’ di fiducia in se stessi. A scuola non si gioca ma anzi si apprendono cose nuove. Se l’apprendimento procede regolarmente, si è in grado di instaurare rapporti amicali, al gioco del pallone siamo bravi, etc l’autostima aumenta; ma se vive in un contesto stressante (problemi in casa, scarso rendimento scolastico, mancanza di amici, vittima di bullismo, difficoltà nel fare i compiti, etc) accade il contrario.

Nel corso dell’adolescenza gli elementi che contribuiscono all’accrescimento dell’autostima sono legati all’aspetto fisico, al supporto genitoriale in merito al raggiungimento degli ideali, alla capacità di avere e mantenere le amicizie.

mi piaccioPerché è importante l’autostima

Come abbiamo detto sopra, l’autostima è l’opinione (stima) che abbiamo di noi, e rappresenta in definitiva ciò che pensiamo di noi e cosa facciamo per noi. Da ciò si evince che è una cosa molto soggettiva e che di conseguenza, non è un dato di realtà inoppugnabile, cioè ‘scolpito sulla pietra’ dal momento che è l’espressione del riflesso di ciò che siamo nell’hic et nunc. Dal momento che è una valutazione soggettiva e incompleta, va da se che questa percezione può essere cambiata ed è quindi possibile liberarsi di eventuali schemi denigratori e negativi che hanno il solo risultato di bloccare le nostre potenzialità e allontanarci dal controllo della nostra vita. Il nostro obiettivo, in merito a questa tematica, è quello di raggiungere una maggiore conoscenza di noi stessi, con il fine di trasformare tutto il negativo che vediamo in noi, in un impulso teso alla crescita. In tal modo diviene finalmente possibile, esprimere tutto ciò che viene vissuto come latente.

Ecco che così, possiamo essere liberi di essere totalmente noi stessi, svincolarci da tutto ciò che emotivamente ci blocca e in particolare, da tutti quei condizionamenti che limitano il raggio di azione della nostra vita, coinvolgendo tutte le persone a noi care. La nostra crescita personale passa dalla certezza del nostro valore e della nostra unicità.autostima visto dagli altri

Tra un’alta autostima ed una bassa, viene considerata più ‘sana’ quella alta. Avere una stima positiva di noi stessi, ci rende più fiduciosi, più ricettivi verso le aree migliorabili percepite in modo propositivo e non ipercritico. Inoltre nella vita può accadere che qualcosa non vada per il verso giusto. Ecco, in quel caso, dobbiamo essere capaci di perdonarci e in grado di rialzarci.

Sei depresso: te lo dice l’analisi del sangue

analisi sangue depressioneDa oggi, sembra che lo stato (o la predisposizione) di depressione possa essere diagnosticato attraverso una banalissima ’analisi del sangue. La ricerca ha individuato 9 molecole di Rna (l’acido ribonucleico, un polimero organico simile al Dna, utile ai fine della comprensione dell’informazione genetica) che, se presenti nel sangue in certe concentrazioni, attestano la presenza di questo disturbo e ne aiutano il ricorso alle opportune cure. Il nuovo test si deve grazie alla ricerca coordinata alla scuola di medicina della Northwestern University Feinberg ed è pubblicato su Translational Psychiatry (Blood transcriptomic biomarkers in adult primary care patients with major depressive disorder undergoing cognitive behavioral therapy – http://www.nature.com/tp/journal/v4/n9/abs/tp201466a.html)

Quindi, se fino a oggi l’unico criterio per identificare la malattia era la descrizione dei sintomi da parte del paziente, da prestissimo sarà possibile avere un dato quantitativo obiettivo.

Attraverso questo tipo di analisi sarà quindi possibile ‘misurare’ il livello di depressione e misurare, nel tempo, gli effetti della psicoterapia.depressione nevrotica

Come si è giunti a questo test

Gli studiosi, attraverso l’analisi del sangue di 64 volontari (metà di loro erano clinicamente depressi) e mettendo a confronto i due tipi di campioni hanno misurato una differente e significativa concentrazione di nove molecole (ADCY3, DGKA, FAM46A, IGSF4A/CADM1, KIAA1539, MARCKS, PSME1, RAPH1 and TLR7). La cosa più esaltante, almeno per noi psicologi, viene dalla constatazione che la concentrazione di questi marcatori, per i soggetti sottoposti alla psicoterapia, calava progressivamente. Tre di queste molecole, risultavano alterate anche in quei soggetti non depressi ma a rischio. Il test quindi potrebbe essere utile anche per fornire evidenze cliniche per soggetti che pur non essendo depressi, potrebbero diventarlo o lo sono stati in passato, soggetti insomma che presentano una maggiore vulnerabilità o predisposizione alla depressione anche in totale o parziale assenza di eventuali episodi depressivi.

Allo stato attuale, la diagnosi di depressione viene fatta sulla base di sintomatologie generiche, ovvero stanchezza, mancanza di motivazione, pessimo umore, diminuzione dell’appetito, disturbi del sonno, sensi di colpa, pensieri suicidi, senso di vuoto, di disperazione, di nullità, sentirsi rallentati,etc. Oggi, questa ‘genericità’ è superata da un’analisi oggettiva. Se grazie ad un prelievo saremo in grado di fare un’analisi di depressione, il salto qualitativo in ambito della salute mentale è enorme e le ricadute sono vantaggiose per tutti.

Grazie a questa analisi, attraverso un controllo periodico, ognuno di noi è in grado di avere un riscontro clinico del livello della nostra depressione e quindi le resistenze alla psicoterapia dovrebbero allentarsi. Inoltre, il SSN ne trarrebbe un notevole risparmio dal momento che i costi della depressione sono altissimi.

Secondo Organizzazione Mondiale di Sanità la depressione è seconda solo alla HIV come causa di invalidità permanente. La depressione va quindi valutata non solo dal punto di vista clinico, ma anche dal punto dei costi sociali e personali. L’OMS sostiene che gli antidepressivi sono farmaci molto venduti e sono secondi solo ai farmaci cardiocircolatori e addirittura prima degli antinfiammatori e antibiotici. Da ciò si evince che la depressione grava pesantemente sui costi sanitari e diviene così un problema di interesse nazionale. Infatti ben il 63% delle prescrizioni per depressione equivalgono a circa 9.220.000 all’anno.

Questa scoperta, finalmente, cambia drasticamente le prospettive; il malato può riconoscere subito e senza ombra di dubbio il suo stato; i soggetti a rischio vengono individuati prima e la cosa è utilissima ai fine della terapia e relativa guarigione.

La psicoanalisi (una forma di psicoterapia, rappresenta la cura più stabile, duratura ed efficace per tutto quel 7% di soggetti che ne soffrono (questa percentuale cresce di anno in anno) e come detto sopra, basterà una semplice analisi del sangue per verificare la riduzione delle concentrazioni. Ovviamente, questo sistema offre un risultato oggettivo ma ciò che più conta è la percezione del soggetto man mano che l’analisi prosegue.

Tutti questi dati ovviamente dovranno essere confermati dalla ricerca e da studi su una popolazione ben più vasta. Le analisi dovranno essere oggetto di tutti gli approfondimenti necessari e le inevitabile differenze tra soggetti (maschi femmine, adulti, adolescenti, anziani etc) vagliate e utilizzate in modo opportuno. Inoltre, speriamo che sia anche possibile essere più precisi anche per altre forme di patologie associate, penso ad esempio alla sindrome bipolare, alla ciclotimia, a tutti i disturbi di ansia che si accompagnano alla depressione.

Gli “effetti collaterali” del Natale

depressione nataleIl Natale è ormai alle porte. Tuttavia, anche se per molti rappresenterà un momento di allegria e spensieratezza, per altri non lo sarà affatto. Si tratta di gente comune che sperimenta sulla propria pelle i cosiddetti effetti collaterali del Natale.

Come riconoscerne i sintomi?

Durante il periodo natalizio, sono in parecchi a sperimentare forti livelli di solitudine, depressione, ansia e/o malinconia; si stima infatti, che ogni anno circa l’80% della popolazione soffre, in misura maggiore o minore, di almeno uno di questi sintomi. È probabile quindi, che anche noi prima o poi potremmo toccarne con mano almeno uno … ma non allarmiamoci!a natale cosa faccio

Secondo alcuni studi,  il numero di suicidi dopo le feste natalizie aumenta fino al 40% e le visite psicologiche e/o psichiatriche, in seguito ad una forte depressione, sono quasi raddoppiate.

Alla ricerca di una spiegazione

La causa di queste esperienze negative durante il periodo natalizio, risiede quasi sempre nelle nostre aspettative; vale a dire, l’immagine che abbiamo del Natale come evento, genera determinate aspettative e quando non vengono soddisfatte o risultano meno soddisfacenti del previsto, provocano frustrazione.

In sostanza, è come un bambino che aspetta ansiosamente le caramelle, ma alla fine non le riceve o è deluso dal loro sapore. Come pensate che si senta il bambino? Decisamente frustrato! E tale frustrazione spesso degenera in ansia o depressione.

natale tristeSi tratta di aspettative che vengono determinate in gran parte dalla società. In effetti, sin da piccoli, ci hanno trasmesso l’idea che in questo periodo tutto sia divertente e che il cenone della vigilia sia un momento di incontro con le persone che amiamo.

È normale dunque che se qualcuno non sia in vena di festeggiamenti o non possa stare con la famiglia o gli amici, il Natale lo viva male.

Ma perché vi chiederete? Semplice, perché si sente un anticonvenzionale rispetto agli standard imposti dalla società, un pesce fuor d’acqua, e di conseguenza si sente fuori luogo. È un po’ come rimanere al margine, al di fuori dell’evento che si anima davanti ai nostri occhi e … vivere in un film a noi estraneo.

Obblighi o piaceri

Il Natale si sa, implica degli “obblighi” che possono generare momenti di grande stress: ad esempio il fatto di dover trascorrere del tempo con persone diverse da noi, con le quali non abbiamo molto in comune, gli “obblighi” dei regali comandati e non sentiti con il cuore, le cene formali e superficiali. Obblighi intesi come forzature, che ci imprigionano nelle circostanze senza la possibilità di fuggire da esse.cosa fare a natale

L’idea di non essere all’altezza, genera ansia e fa sì che quello che dovrebbe essere un momento sereno, diventi una situazione di pura tensione, alimentando così lo stress.
Un altro dei motivi che possono farci vivere male il Natale è la sensazione di non aver raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati nel corso dell’anno. In realtà, il Natale implica la chiusura di un periodo e l’inizio di un altro, quindi è normale che torniamo a guardarci indietro per analizzare l’effettivo cammino percorso; se abbiamo vissuto un anno negativo e i nostri obiettivi non si sono concretizzati, è normale che ci sentiamo depressi e demotivati.

Cosa fare?

Il modo migliore per evitare gli “effetti collaterali del Natale”, è quello di regolare le aspettative e agire di conseguenza. Ponetevi degli obiettivi concreti quest’anno e tenete sempre a mente che il vostro concetto del Natale non deve corrispondere necessariamente all’immagine veicolata dai mass media.

Se odiate le canzoni di Natale e la cene senza fine, non succede nulla, perché si tratta di meri aspetti superficiali e non della vera essenza natalizia. Non lasciatevi ingannare dalle idee preconfezionate diffuse ovunque, festeggiate il Natale come va a voi e  a voi soltanto e se non volete farlo, allora non fatelo.

Ricordate che la cosa più importante è che stiate bene con voi stessi e che siate fedeli alle vostre idee e ai vostri desideri.

Insomma, nessuna costrizione … Chi vi ama, capirà di sicuro.

Frequento una persona che fa sempre tardi

ritardoSi parla di persone che arrivano sempre tardi e in Italia abbiamo addirittura il famoso ‘quarto d’ora accademico’, quasi a giustificare una modalità che non ha nulla a che vedere con il vivere in un contesto di socialità integrata.

Nel 2013 in GB alcuni medici fecero addirittura una diagnosi di ritardatario cronico ad un soggetto adducendo problemi neuro-anatomo-biologico.

Diciamo la verità, una volta per tutte, il ritardatario cronico ha una patologia della personalità.

Motivifaccio sempre tardi

Dal punto di vista psicoanalitico si può sostenere, genericamente, che esiste un conflitto con l’autorità e tardando con chicchessia, si contrasta il senso di disagio che accompagna il soggetto lungo tutto il corso della giornata. In altre parole, il ritardatario esprime, in modo ovviamente non cosciente, il bisogno di disobbedire. A chi? Ovviamente all’autorità. Chi, meglio di un genitore esprime quel ruolo? Quindi arrivo in ritardo perché in tal modo disobbedisco e questo mi da un senso di potenza e riscatto.

Come ho detto sopra, l’interpretazione è ‘generica’. Per renderla specifica, dobbiamo affidarci solo al percorso analitico che svelerà all’analizzando quali sono le sue motivazioni inconsce.

Restando quindi sempre sul generico, possiamo anche dire che il genitore non deve essere necessariamente autoritario perché, al contrario, potrebbe anche essere stato iperprotettivo e quindi il ritardatario cronico potrebbe aver percepito, sotto forma di imprinting, di essere costantemente nella necessità di non deludere le attese della figura specifica che quasi sempre è la figura di attaccamento. Ecco che da quella fonte conflittuale, avviene un ‘trasferimento’ del senso di pesantezza e oppressione su altre persone che vengono percepite come ‘richiedenti’ sia in ambito professionale che amicale o relazionale.

Quindi, basta, non mi sottometto più, non obbedisco più, faccio ritardo anche per esprimere la mia autonomia. Protesto e contesto, quindi arrivo tardi.

perdere il trenoTale visione, che poi caratterizza la personalità ritardataria arriva, pur di affermare quando detto, a generalizzare questa forma di protesta al punto, ad esempio, di perdere treno, aereo, etc.

La sfida

Ecco un altro motivo (anch’esso inconscio) che può giustificare il ritardo che si può esprimere in una frase:’Arrivo tardi così vedo quanto tieni a me’. Un po’ come se facendosi attendere, il soggetto verifica se l’altro aspetta. Se aspetta, allora vuol dire che mi vuole bene. Se invece, al contrario, arrivo puntuale, tu penserai che io dipendo e sono sottomesso, insomma obbediente.

Indubbiamente una vita stressante per se stessi e per gli altri. Come uscirne?

Dal momento che tutto avviene ad un livello inconscio, di stress ce n’è poco escludendo gli improperi di coloro che attendono.

Il soggetto, anche se vorrebbe essere puntuale, non ci riesce. Non ci riesce perché è un atteggiamento che tipicamente viene appreso presto, forse già nell’infanzia (lo sperimentano le mamme al mattino, quando i figli dovrebbero prepararsi per uscire e invece si trastullano giocherellando). Anche con tutte le buone intenzioni, il ritardatario arriva puntualmente in ritardo. Il vantaggio secondario di questo tipo di personalità risiede nel fatto che nel corso della sua crescita, offre sicurezza perché può sempre giustificarsi dicendo che in quel tempo (del ritardo), ha fatto tantissime altre cose.sei in ritardo

Il ritardatario, per colui che attende, indubbiamente manca di rispetto. Inutile arrabbiarsi, oppure al contrario far finta di nulla. Unica cosa utile è tentare di richiamarlo all’ordine. E’ molto utile far vedere i vantaggi della puntualità (che per ogni caso specifico può essere diverso) e gli svantaggi dell’arrivare tardi. Ribadire che ci sentiamo disprezzati, o mancati di rispetto, è inutile. Lui già lo sa. Inoltre perchè esistonono i ritardatari? Forse perchè c’è sempre qualcuno che attende, come chi ancora attende Godot?

Anche i pazienti arrivano in ritardo. Quando lo fanno, evidenzio loro il numero dei minuti di ritardo e, al contrario, quando arrivano in orario, evidenzio la loro puntualità. Al momento non serve altro. Quando finalmente il paziente è in grado di comprendere gli aspetti psicologici e inconsci del suo far tardi, allora se ne comincia a parlare. Ecco che finalmente emerge un altro aspetto del transfert. Il paziente trasferisce su di me altre cose espresse in altro modo sopra e ritardando, mi sfida.

Oltre a queste osservazioni, ve ne sono altri che entrano un pò nel merito della loro personalità ma sotto aspetti più cognitivi e comportamentali

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