Categoria: Attacchi di panico

Cosa sono le emozioni

Cosa sono le emozioni

Di seguito parleremo delle emozioni primarie, quelle presenti in ogni cultura e in ogni uomo. Le ha scoperte Darwin che notò, e fu il primo, che le espressioni delle emozioni sono simili nell’uomo ma anche negli animali (con particolare riferimento ai primati). Esprimono il nostro modo di essere, di stare nel mondo e adattarsi e interagire con esso.

Ogni essere umano esprime le sue emozioni attraverso il corpo (comunicazione non verbale). Queste emozioni possono essere sia positive che negative. Attraverso la ‘lettura’ del corpo dell’altro, siamo in grado di comprendere se l’altro esprime:

  • Rabbia – dovuta alla frustrazione, si può esprimere attraverso l’aggressività;
  • paura – utile per la sopravvivenza;
  • tristezza – in seguito ad una perdita;
  • gioia – tipico di chi è soddisfatto;
  • sorpresa – qualcosa di inaspettato (che a sua volta può tradursi in paura, oppure gioia);
  • disprezzo – mancanza di stima
  • disgusto – avversione o ripugnanza.

Ognuno di noi prova tutti i giorni ora questa o quell’emozione. La lettura del corpo, ci permette di comprendere quale di queste emozioni sia al momento dominante. Poiché tutti gli esseri umani usano questa modalità ed è riconoscibile da tutti, possiamo dire che le emozioni sono universali.

In qualsiasi caso (quale emozione è dominante) abbiamo modificazioni sia al livello fisiologico che di pensiero. Abbiamo quindi alterazioni del battito cardiaco, della respirazione, arrossamenti etc, ma anche pensieri del tipo:’è finita’, che bello’, etc ma anche riflessi sul piano del comportamento: fuga, aggressione, urlare, etc.

Domani abbiamo un esame, stasera incontriamo una persona speciale, domani ho un incontro di lavoro, etc. Tutte cose che potrebbero accompagnarsi a mal di testa, alterazione del respiro, insonnia, male allo stomaco, un po’ di tremore, etc. Tutto perché a breve accadrà un qualcosa il cui esito è incerto e le aspettative sono elevate.  

Esistono poi altre emozioni, chiamate secondarie (quindi non innate come quelle precedenti) perché combinate con le primarie e sono: l’allegria, la vergogna, l’invidia, l’ansia, la gelosia, il perdono, la speranza, la nostalgia, la delusione, il rimorso e la rassegnazione.

Le emozioni – dominati o dominatori

Usiamo spesso dei termini per descrivere certi comportamenti. Cosa diciamo quando ci innamoriamo perdutamente di un amore impossibile, oppure ne rifiutiamo uno? In genere, usiamo dire che al cuor non si comanda.

Quando una persona è terribilmente arrabbiato, oppure lo è stato, e in quell’occasione ha avuto un comportamento sconsiderato, come si giustifica? Anche in questo caso, usiamo frasi del tipo ‘ero in preda alla rabbia’ o cose simili.

Potrei fare molti esempi simili e tutti non fanno che evidenziare che le passioni ci dominano.

Come abbiamo detto sopra, parlando di emozioni, non possiamo non condividere il fatto che entrano in gioco tre aspetti: pensiero, comportamento e fisiologia.

Immaginiamo cosa succede quando abbiamo paura, oppure quando siamo felici, oppure quando siamo irritati e così via. Come reagiscono i nostri pensieri, la nostra fisiologia, i nostri comportamenti. Tutte reazioni quasi automatiche, innate.

Ecco quindi svelata la funzione delle emozioni: difenderci dalla minacce/gioie che provengono dall’ambiente. Ci predispongono all’azione. Per fuggire, per combattere, per affrontare nuove situazioni, per evitare cibi che potrebbero farci male, etc.

Le emozioni hanno anche una funzione informativa. Ci permettono di capire cosa succede (e questo vale sia nel caso di un innamoramento che nel caso di una minaccia). Grazie ad esse, siamo in grado di ‘leggere’ cosa (ci) succede. In questo modo, siamo anche in grado di essere più consapevoli, e di comprendere quello che ci accade dentro ma anche intorno a noi.

Le emozioni offrono quindi un vantaggio dal momento che ci permettono di capire il mondo. Ma se non capiamo, ecco che allora si attiva solo la parte fisiologica, oppure solo la parte comportamentale e il tutto si traduce in ansia.

Quando abbiamo un disturbo di ansia, siamo maggiormente esposti perché non siamo in grado di capire perchè e le emozioni associate sono generiche, dal momento che non riusciamo a dargli un nome.

Disturbo Post Traumatico acuto da stress

dptDisturbo post traumatico da stress

Il Disturbo Post Traumatico da Stress, ed il Disturbo Acuto da Stress presentano una sintomatologia molto simile; ciò che li differenzia in tal senso è la durata dei sintomi. Non esistendo linee guida specifiche e definite per la psicoterapia del Disturbo Acuto da Stress, si ritiene utile sottoporre le persone che ne soffrono a trattamenti psicoterapeutici simili a quelli utilizzati per il Disturbo Post Traumatico da Stress quali la psicoterapia cognitivo comportamentale (sintomi) e la psicoterapia psicodinamica (processi). E’ sempre più diffusa a livello clinico, l’idea che un trattamento precoce del Disturbo Acuto da Stress possa ridurre le possibilità che esso evolva in una forma cronica di Disturbo Post traumatico da Stress.

Nello specifico del trattamento immediato del Disturbo Acuto da Stress, vediamo che esso dovrà essere articolato su più livelli. Innanzitutto è necessario curare eventuali ferite o lesioni organiche e tenere sotto controllo sintomi cardiocircolatori come ipertensione ed aritmie cardiache che potenzialmente, possono essere letali. E’ quindi necessario controllare lo stato acuto di ansia, agitazione ed irritabilità, i sintomi dissociativi e proteggere il sonno della persona. Si può intervenire in questa fase con psicofarmaci ansiolitici e antipsicotici a basso dosaggio. Sono utili anche per prevenire rischi psicopatologici legati a gravi disturbi dell’umore, con particolare riferimento agli esiti possibili di una depressione maggiore, antidepressivi e stabilizzatori dell’umore.

E’ necessario però non confondere un processo di lutto che avrà in generale la sua naturale risoluzione con l’esordio della depressione che consegue ad un trauma, per quanto tale distinzione non sia molto semplice e richiede prolungati contatti con la persona traumatizzata.

Come vedremo più avanti per la psicoterapia, anche un trattamento farmacologico troppo precoce per la depressione, prima che il processo di lutto si sia concluso attraverso tutte le sue fasi, può essere deleterio, perché non avrebbe senso comprimerlo o accelerarlo a forza, poiché ogni persona ha i suoi tempi che dovranno sempre essere rispettati. Affinché il lutto si compia in seguito ad un evento traumatico, come una violenza sessuale o fisica, o la perdita improvvisa di un proprio caro, una catastrofe naturale, … è necessario che la persona passi attraverso una serie di fasi, quali un’esperienza acuta di angoscia e di disperazione, il confronto con la situazione che si è vissuta ed il nuovo assetto, per arrivare poi alla risoluzione, cioè al superamento del dolore psichico normale connesso all’esperienza drammatica vissuta.

Soffocare il lutto con dei farmaci potrebbe comportare in seguito la necessità di confrontarsi con la stessa esperienza, quando la situazione interna non è favorevole e le difese non sono più quelle appropriate, cosa che darebbe luogo ad un’angoscia insormontabile che potrebbe provocare una fuga dalla reale elaborazione intrapsichica dell’esperienza, che verrebbe ingoiata senza essere metabolizzata con ulteriori e successivi evitamenti.dpt incidente

Un aspetto fondamentale di ogni esperienza traumatica è che essa scatena una serie di meccanismi di difesa di tipo fobico quali innanzitutto l’evitamento, che può generalizzarsi a tal punto che il soggetto può  cercare di evitare di ascoltare o/e pronunciare alcune parole collegate al trauma perche possono scatenarne il ricordo e l’emozione di paura ed impotenza ad esso connessa vissuta dal soggetto.

In una prima fase del trattamento di un soggetto affetto da Disturbo Acuto da Stress è poco utile cercare motivazioni profonde mentre è necessario cercare di aiutarlo a riprendere il prima possibile in mano la propria vita, affrontando le paure da cui è paralizzato con una psicoterapia per “evitare” che i sintomi di evitamento, oltre a quelli tipici come l’insonnia si cronicizzino in un disturbo post traumatico da stress. Poiché ogni trauma è scatenato da un evento critico ma non tutte le persone che vivono un evento o esperienza critica presentano poi un Disturbo Acuto da Stress o un Disturbo Post Traumatico da Stress, è evidente che in alcuni individui è presente una personalità con alcune aree di vulnerabilità che le predispongono maggiormente di altre a rispondere in un certo modo, legate tanto ad esperienze precedenti e non ben integrate avute nel corso del proprio sviluppo, in particolare nei primi legami di attaccamento, ma anche alle zone di sé oscure,  la cui conoscenza potrebbe rafforzare il soggetto ed aiutarlo a migliorare i suoi meccanismi di difesa. Per questo motivo, una volta attutita la sintomatologia acuta legata all’evento traumatico, sul lungo termine, per evitare risposte traumatiche ad eventi critici ma tipici della vita, oltre a migliorare la capacità di evitare per quanto possibile ulteriori traumi, riconoscendo quelle situazioni che potrebbero causarli, è utile una psicoterapia ad orientamento psicodinamico che consenta di esplorare quelle zone della propria personalità vulnerabili ed integrarle nella personalità complessiva. Si tratta di zone inconsce che non riuscendo a dialogare con la nostra coscienza, la influenzano però facilmente in modo negativo soggiogandola orientando anche i nostri comportamenti in modo diverso da come in effetti vorremmo, facendoci anche magari esporre  a situazioni per noi rischiose e potenzialmente traumatiche.  

Può essere utile un approfondimento in merito al trauma e ai primi studio psicoanalitici iniziati sa Freud

A cura della d.ssa Elisabetta Lazzari

Ansia

Spiegazione dell’ansia

Spesso, dietro l’ansia si cela il desiderio di fuga.

ansia al femminileSi fugge dalla obbligatorietà di assumersi la responsabilità delle proprie scelte oppure delle conseguenze (eventuali) delle proprie scelte.  Quando dimentichiamo ad esempio persone, cose, situazioni etc. stiamo fuggendo da ciò a cui siamo chiamati come ad esempio, un impegno preso. Che bello, dirà qualcuno. Mi allontano dalla situazione stressante e sto meglio ma, dirà qualcun altro, in tal modo, cosa imparo, cosa correggo, quali abilità sviluppo? Continuando con queste dinamiche, si innesca un circolo sicuramente tutt’altro che virtuoso che porta, inevitabilmente e fatalmente verso una china dove trova dimora, il calo dell’autostima, la percezione di inefficacia e inconsistenza.  Tutto ciò, lentamente ma inesorabilmente, conduce nel circolo vizioso dell’aumento dell’ansia, proprio quell’ansia che erroneamente volevamo evitare. Nell’azione sta la felicità, quindi, assumiamoci le nostre responsabilità e gradualmente impareremo tutto ciò che serve per avere fiducia in noi stessi.

Per affrontare la vita non basta essere capaci, abili, intelligenti. Bisogna anche essere coraggiosi, tenaci, riuscire a controllare la propria ansia e quella degli altri.
Francesco Alberoni, Abbiate coraggio, 1998

Ma cos’è l’ansia?

Nell’ansia non mancano mai: preoccupazione, paura, stress, paura di non essere all’altezza.

L’ansia è un modo di essere, momentaneo oppure duraturo, uno stato psichico. Il soggetto ansioso è preoccupato oppure ha paura. La paura spesso è senza oggetto, ovvero manca nell’immediato spazio temporale, una minaccia specifica (un cane che mi sta attaccando; una malattia invalidante; insomma un pericolo reale). Questa paura, oppure preoccupazione, può essere intensa e a volte anche duratura. Può riferirsi ad un qualcosa di osservabile (non solo esterno ma anche proveniente dalla propria interiorità) ma anche alla incapacità di adattarsi ad un fattore di stress (lavoro, relazioni, salute, etc).

Le emozioni tipiche dell’ansia sono quelle citate sopra (paura, preoccupazione, etc) accompagnata da sintomi fisici che, per l’ansia sono o possono essere: nausea, dolori al petto, respiro corto, palpitazioni, tremore, mal di pancia, etc.  

Persino le mie ansie hanno l’ansia…
Charlie Brown, in Charles M. Schulz, Peanuts, 1950/2000

Il soggetto ansioso può essere distinto in funzione della sintomatologia. Quindi da un lato troveremo la sensazione di essere minacciati;  questa ‘paura’ si traduce, sul piano fisiologico in una sorta di preparazione alla lotta; avremo quindi un’alterazione dei parametri fisiologici quali l’aumento del battito cardiaco, della pressione del sangue, della sudorazione, aumento della tensione muscolare, etc.ansia

Chi soffre d’ansia, può avere, nei casi estremi, una reazione emotiva abnorme, come ad esempio terrore, attacchi di panico, brividi, nausea, etc.

Tuttavia, l’ansia è un’emozione come tutte le altre (rabbia, infelicità, paura, tristezza) ed entro certi limiti, è adattiva, avendo permesso all’umanità di sopravvivere.  L’ansia quindi, entro i limiti descritti sopra, va considerata come una risorsa importantissima, dal momento che tende a proteggerci dai rischi, innalzando il livello di sicurezza e permettendoci di aumentare le nostre prestazioni. Si pensi ad esempio all’innalzamento dell’ansia in prossimità di un colloquio di lavoro oppure di un esame.   

L’ansia è l’interesse che si paga su un guaio prima che esso arrivi
William Ralph Inge

A tutto però c’è un  limite, anche all’ansia quindi. Se l’innalzamento è eccessivo oppure ingiustificato, potremmo avere una reazione opposta, ovvero inadeguata e bloccante. In questo caso il ricorso alla psicoterapia (in casi estremi coadiuvati da un’appropriata terapia farmacologica) di tipo analitico (per scoprire le reali cause, spesso di natura prevalentemente inconscia) risulta essere il modo più rapido ed efficace.

Legati all’ansia ci sono anche altri disturbi più specifici che sono:

Le fobie, il panico, il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbi da traumi, la paura (di volare, di guidare), ansia da prestazione, disturbi sessuali, etc.).

Ansia e psicoanalisi

In psicoanalisi, più che di ansia, si usa il termine di angoscia.

Secondo la psicoanalisi, i meccanismi di difesa dell’Io, impediscono a specifiche pulsioni di essere soddisfatte.  Queste pulsioni, o spinte pulsionali furono in un periodo remoto (tipicamente prima infanzia) tanto desiderate ma proibite o vissute come tali. Il conflitto tra principio del desiderio e principio della realtà non fu risolto e quindi subì il destino della rimozione.  L’attuale ansia viene dall’emergere di questi desideri (contrastato dalla difese dell’IO). Poiché questi contenuti (rimossi) non vengono riconosciuti, il soggetto tende a indirizzare sul mondo esterno, oppure sul proprio corpo, ciò che in realtà investe esclusivamente il proprio mondo psichico.  

Quindi, ci troviamo in presenza di un conflitto interiore. L’individuo, colpito da questo complesso, vive come in presenza di una catastrofe imminente.  Ci si trova, quasi sempre immancabilmente, in contesti ove l’ambiente è stato inadeguato, non ponendo in modo opportuno, le condizioni minime per favorire uno sviluppo in grado di contenere e gestire l’angoscia.

L’angoscia può essere nevrotica (quando il pericolo percepito è interno); reale, quando il pericolo è esterno.

Freud, in merito all’angoscia,  lo ricollega al trauma dei traumi: il trauma della nascita.

L’atto della nascita è la prima esperienza d’ansia e quindi la fonte e il prototipo della sensazione d’ansia
Sigmund Freud

Nel nascere, proviamo una profonda angoscia, dal momento che il nascituro non può assolutamente fare nulla. Quindi, quando l’adulto prova angoscia, rivive quel momento. Nel tempo, quel trauma si trasforma e diviene angoscia ogni qualvolta si teme di perdere l’oggetto (mamma, partner, etc) e in particolare di perdere il suo amore o la sua stima.

Depressione

La depressione nevrotica

La depressione al di là di cosa è oppure di cosa non è, di certo è uno stato psicopatologico caratterizzato da un tono dell’umore molto basso, da un profondo senso di tristezza e di abbattimento e  profonda prostrazione sia psichica che fisica. Le persone depresse che vedo (sia uomini che donne; sia giovani che meno giovani) hanno in comune un’espressione di sconforto profondo. La loro mimica tradisce la desolazione che hanno nell’anima. Tutto è difficile, stancante, non hanno energia per pensare e fare cose nuove. Escono per lavoro, se lavorano; finito il lavoro tornano a casa, e si mettono sul divano. Oppure, se studiano, non vanno all’università; dormono tutto il giorno. Non si lavano, ma restano ‘in-pigiamati tutto il giorno. La sera non riescono ad addormentarsi e allora qualcuno ricorre all’alcol, oppure all’antidepressivo in dosi sempre più massicce.

Se sei depresso, stai vivendo nel passato.

Se sei ansioso, stai vivendo nel futuro

Se sei in pace, stai vivendo nel presente

(Lao Tzu)

Può accadere (e accade più o meno a tutti almeno una volta nella vita) di essere malinconici. Una malinconia che però, in breve tempo passa e lo si avverte dalla constatazione, che il tono dell’umore è ripristinato come  lo è l’equilibrio affettivo. Quando tutto questo non accade (dopo un certo periodo di tempo), allora siamo in presenza di una depressione.

La depressione ha diverse declinazioni e possono essere differenziate sulla base delle cause che le generano (ad esempio, sulla base di fattori fisici, genetici, psicologici).

La depressione nevrotica – come riconoscerla

Il depresso è sicuramente triste, si apprezza poco, pigro e quindi quasi sempre privo di interessi e spirito di iniziativa. I sentimenti che il depresso prova maggiormente sono di indegnità, di ansia, irrequietezza, insicurezza; è spesso insonne (perché il depresso soffre di insonnia oppure chi soffre di insonnia è spesso depresso); il depresso ha un calo del desiderio sessuale, si stanca facilmente, può avere spesso il mal di testa, avere le vertigini e avere problemi tipici del cardiopatico.

Nella forma maggiore, può anche tentare (a volte riuscendoci) il suicidio.

Le depressioni sono di due tipi: maggiore (detta anche endogena, che viene generata o si sviluppa all’interno); minore detta anche nevrotica o reattiva.

La depressione maggiore fa parte delle psicosi; si assiste ad episodi depressivi la cui durata è variabile, possono esserci ricadute e gli eccessi sono molto presenti; l’angoscia è disperata e spesso senza oggetto, cioè non riconducibile a fatti reali. La pena che si prova, pur avendo un fattore scatenante, potrebbe non essere riconducibile a qualcosa di realmente accaduto. C’è quasi sempre un senso di vuoto e di dolore interiore profondo. Il depresso ha delle convinzioni (spesso deliranti); si autoaccusa e prova rimorso e la conseguente esigenza di espiazione.

Le forme minori (nevrotiche e reattive), fanno capo a conflitti interiori che, potrebbe spesso voler dire: difficoltà di adattamento alle proprie avventure e/o disavventure quotidiane. Si sta male ma senza mai raggiungere il livello psicotico (totale alienazione); tutto ciò che accade è contestuale alla vita del paziente e tutti, chi più chi meno, riescono a comprendere il perché dei sintomi. La quotidianità è costellata di pessimismo, irritabilità, lamenti, scontentezza, tristezza, etc.

La depressione nevrotica -come e perchè

Età avanzata: a causa della perdita di una finalità legata ad un ruolo (ad esempio andando in pensione), oppure all’isolamento dovuto ai figli grandi e lontani e alla mancanza di una occupazione.

Climaterio: dovuto al declino del ruolo in famiglia e in società ma anche al calo prestazionale.

Gravidanza: il periodo che va dalla gravidanza al pueperio/allattamento. In questo caso le concause sono biologiche e psicologiche.

Delusioni: le delusioni amorose spesso rappresentano l’ennesima perdita. Ci si deprime non per la delusione in se, ma perchè questa rappresenta un’altra sconfitta da aggiungere a tutte le altre.

In tutte le cause, studi ed evidenze cliniche hanno verificato l’esistenza di un fattore comune: la perdita. La perdita di ‘cose’ oppure ‘oggetti’ su cui c’era investita una forte carica affettiva (rottura legame, separazione/divorzio, un divieto, etc). Rivestono particolare importanza i lutti infantili e/o precoci che rimangono inconsci: la non elaborazione adeguata costituisce un precedente di quella depressione che si manifesta da adulti.

La depressione nevrotica – Cura

Mai come in questo caso, la terapia ideale è quella combinata: una psicoterapia di tipo analitica e quella farmacologica.

Leggi anche come curare la depressione.

Insonnia e depressione

Insonnia e depressione

Una volta, gli esseri umani dormivano 8 ore, lavoravano 8 ore e mangiavano per 8 ore.  Oggi dormiamo 8 ore (negli ultimi 30anni dormiamo meno), lavoriamo 8 ore, mangiamo 2 ore e il resto del tempo lo impieghiamo per divertirci, istruirci, creare, etc. Quindi un terzo del nostro tempo lo passiamo dormendo. Tutti sanno che dormire è necessario, esattamente come nutrirsi. Possiamo stare a digiuno per uno o più giorni ma difficilmente possiamo stare più di una notte senza dormire. Il sonno è quindi un bisogno forse superiore come importanza al cibo. E’ importante (come il cibo ad esempio) per mantenerci sani sia fisicamente che psicologicamente.

Chi non dorme bene, soffre ed ha disturbi, anche gravi, che cambiano in negativo, la salute e la qualità della vita e gli esperti dicono, che circa il 45% della popolazione mondiale ne soffre.

Dormire poco o male produce effetti negativi sulla salute. Nell’immediato (il giorno dopo) ha effetti riscontrabili nella memoria, la capacità di concentrazione e di apprendimento. Indirettamente (e in funzione di quanto sopra) agisce negativamente sulla vita di relazione (famiglia, amici, lavoro…). Un primo indizio legato all’insonnia, è la possibile insorgenza di una depressione. Chi dorme poco, potrebbe essere un po’ depresso. Gli specialisti definiscono questa situazione come ‘bidirezionale’, dove da una parte c’è l’insonnia e dall’altra disturbi di ansia e depressivi.

Correlazione tra la insonnia e la depressione

insonnia

Alcune ricerche suggeriscono che il 60-90 % delle persone a cui è stata diagnosticata la depressione, soffrono anche di insonnia. Questo insonnia, può esprimersi con una difficoltà ad addormentarsi, oppure con un sonno troppo breve (poche ore) e quindi assolutamente insufficiente. Sono stati rilevati anche alterazioni fisiologiche durante il sonno nelle persone che soffrono di depressione (tracciati EEG con alterazioni).

Altri studi (epidemiologici e clinici) sembra che abbiamo dimostrato anche il contrario.  Ovvero, chi dorme poco e male può sviluppare una depressione. Pare che il 40,4% di chi ha disturbi del sonno presenta anche disturbi depressivi, rispetto a coloro che dormono bene, che sono appena il 16,4%. Da ciò gli esperti suggeriscono di trattare precocemente i disturbi del sonno, anche per prevenire l’eventuale insorgenza della depressione.

Altro paradosso ci viene dalla constatazione che curando positivamente i disturbi del sonno, si ottiene una maggiore efficacia sulla depressione ma, quei farmaci che hanno effetto sulla depressione alterano o riducono specifiche fasi del sonno.

Fortunatamente chi dorme bene, migliora l’eventuale sottostante disturbo psichico.

“- Non dormire più! Macbeth uccide il sonno! – … il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II).

Insonnia e disturbi d’ansia

Anche l’ansia, compreso quello generalizzata, il disturbo post-traumatico e gli attacchi di panico,  può essere influenzata dai disturbi del sonno.  L’insonnia (anche nelle forme più lievi) può dar maggior corpo a questo tipo di disturbi e determinare uno o più attacchi. Inoltre, chi soffre dei disturbi di cui sopra in modo primario, ha anche disturbi del sonno. Ad esempio spesso ci raccontano di attacchi di panico notturni, oppure, nel caso del DPT (disturbo post traumatico da stress), sono frequenti la presenza di incubi. Tornando alla statistica, il 42% degli insonni, ha anche ansia, il 13%, ansia generalizzata.

Anche in questi casi ci sono effetti collaterali dovuti all’esperienza e ai condizionamenti patologici e fisiologici. Il disturbo d’ansia genera insonnia; l’insonnia genera ansia.   Da dove nasce l’uno e da dove l’altro, può a volte essere difficilmente definibile. Come dicevamo prima, chi soffre di tanta ansia forse difficilmente riesce ad addormentarsi; mentre chi non riesce ad addormentarsi, con il progredire di questa difficoltà, comincia a veder salire l’ansia. Una volta instaurato il vortice, il disagio diviene insopportabile.

In conclusione, se riusciamo a trattare in modo efficace l’insonnia, come per la depressione, riusciamo a trovare sollievo anche nel disturbo di ansia.    

Come trattare l’insonnia

Se sono escluse cause organiche, allora molto probabilmente la cause sono psicologiche e la psicoterapia è un ottimo strumento per guarirne.

Il DAP o Disturbo di Panico

attacchi di panicoIl DAP o Disturbo di Panico è certamente un disturbo molto diffuso. E’ talmente diffuso che era noto anche ai Greci. Ricordate il dio PAN, il dio pastore?

Il DAP è uno dei disturbi più diffusi e, per fortuna, anche meglio conosciuti.

Alcuni dati epidemiologici ci dicono che cerca 1 milione di italiani ne soffre; vincono (si fa per dire) le donne per 2:3. E’ un disturbo che colpisce anche gli adolescenti (anche rari casi in età pediatrica). E’ un fenomeno che interessa di più le persone separate o divorziate. Colpisce di più chi vive in città.dap nel tunnel

Cos’è un AdP

All’improvviso, ti senti senza aria, hai paura, il cuore batte fortissimo e sembra stia per scoppiare, la paura spesso è relativa al controllo, temi di perderlo se non addirittura di averlo già perso. In genere se non addirittura quasi sempre, il tutto inizia con un disagio che man mano diventa un malessere fisico, però, può anche accadere all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno. Stai bene e improvvisamente, hai palpitazioni, tremori, soffocamento, vertigini, paura di morire o di essere gravemente ammalato, etc. Come si può intuire, tutte queste sintomatologie altro non sono che diverse declinazioni della paura che però vengono illusoriamente percepite come la conferma che la catastrofe ci attende dietro l’angolo.

dap in ascensoreEcco che da questo momento tutte le paure si accavallano l’una sull’altra (che succede, perché ora e perché proprio a me, etc) e sono in perenne attesa che la cosa si ripresenti. Poiché può in effetti ripresentarsi, ecco che il soggetto pensa a tutte le possibili situazioni (alla guida di una macchina, in treno, in aereo, in galleria, se sono solo a casa, se sono in un centro commerciale, oppure in una piazza affollata, oppure in un posto dove non c’è nessuno, etc). Le paure sono tante e non ci sono limiti alla creatività. Le paure sono tante (la metropolitana, l’autostrada, il treno, l’aereo) e in primis vengono prese in considerazione tutti quei posti dove, in caso di necessità di soccorso, questi non possono intervenire subito. Man mano che la paura aumenta, la tensione e l’ansia si innalzano e in tal modo si creano tutti i presupposti affinchè giunga un altro attacco di panico.guarire DAP

Come si evince una funzione primeggia tra le altre, quella anticipatoria. L’ansia anticipatoria, innalza il livello di angoscia e tutte le cellule del soggetto ‘sanno’ che qualcosa di terribile sta accadendo. Questa ‘funzione’ nel mondo animale (quindi anche nell’uomo) è fisiologica, quindio utile ad attivare, difronte ad un pericolo, la classica modalità: attacco o fuga. Peccato però che questa ‘modalità’ nell’AdP il pericolo non è reale ma inconscio. Tuttavia, la sensazione di non avere scampo permane anche se si ignora la causa di questa minaccia.

Difese – evitamento

Quando questi attacchi avvengono, si tende ad associare il luogo in cui è accaduto (in casa, ad esempio) con l’attacco stesso. Quindi se è accaduto in casa, si ha paura di starci da soli. Se invece è accaduto durante un pranzo, e si ricorda solo che il vino era troppo freddo, allora ecco che si tende ad associare l’attacco con il fatto che il vino era freddo, e quindi da allora, non si berrà mai più in vino freddo. Se invece è accaduto mentre aro alla guida, non guiderò più, se ero in treno, non lo prenderò più e così via. Se poi è accaduto al cinema, al ristorante, in pizzeria, al bar, in ufficio, in banca etc. ecco che la persona tenderà ad evitare proprio quella specifica situazione creando così un circolo vizioso che tende ad evitare proprio quella specifica situazione e se proprio non la si può evitare ecco che ci si trova costretti a trovare qualcuno che ci faccia compagnia. Laddove non è possibile di persona ecco che ad esempio si ricorre alla compagnia telefonica.

Cosa accade dentro di noi

Fondamentalmente si ha una perdita di senso. Tutto diviene privo di senso, il futuro non ha prospettive. Rispetto alla depressione ove tutto è persistente, qui la persistenza dura per tutta la durata dell’attacco (picco) per poi allentarsi dopo l’attacco. Il rapporto con gli altri viene percepito come se gli altri fossero distanti da noi. Tutto questo porta ad un allontanamento progressivo dalla rete di abituali relazioni.

Terapia

Lo studio, adotta terapie combinate basate sulla psicoterapia di tipo cognitivo comportamentale unita ad un approccio psicoanalitico che tende a individuare la causa di tali attacchi. Solo individuando la causa prima si evita il ripresentarsi degli AdP in altra forma. Inoltre, e solo in caso di reale bisogno, si fa ricorso anche alla farmacoterapia a cui viene affidato il compito di sostenere il soggetto nelle prime fasi della psicoterapia.

PH acido e riduzione dell’ansia

Come ridurre l’ansia

Il ph determina la  salute oppure la malattia
Ph del sangue

Tantissimi studi sostengono che mantenere il sangue con un ph superiore a 7,4 è utile per fronteggiare più efficacemente il rischio tumore. Altri sostengono invece che il nostro PH varia di pochissimo (per esempio un pH di 7,3 o di 7,5 per pochi minuti, potrebbe non provocare danni particolari) lasciando intendere che oltre questi valori si potrebbero avere conseguenze dannose per il nostro organismo e che quindi il PH deve essere 7,4. Vero o non vero, per mantenere un PH così elevato può essere utile avere una dieta alcalina che preveda di assumere alimenti alcalini – come vegetali, frutta fresca, tuberi, noci e legumi – riducendo quelli acidi, come cereali, carni e formaggi;  da evitare inoltre alcolici, bevande gassate e alimenti molto salascala alcalinitàti.  Il limone, ha un pH molto basso, per via della presenza dell’acido citrico; tuttavia viene considerato un  alcalino dal momento che le sue componenti acide sono di natura organica e  vengono   metabolizzate dall’organismo ed eliminate con la respirazione, mentre quelle basiche inorganiche vi rimangono più a lungo. Quindi alla base della nostra salute c’è l’utilizzo di una dieta alimentare che spesso trascuriamo. Forse alcuni ignorano che per vivere in buona salute è necessario trovare un giusto mix tra cibi acidi (con ph minore di 7) cibi neutri (con ph 7,04)  e cibi alcalini (ph maggiore di 7,04). Il che equivarrebbe al bilanciamento tra i due diversi cibicibi e ph.

Acidità, la vera causa del cancro?

Il premio nobel per la medicina, Otto Heinrich Warburg, nel 1932 affermò che la causa primaria del cancro è da attribuire all’acidità dell’organismo. Troppi cibi acidi, sosteneva, associato ad una attività fisica scarsa impediscono alle cellule un’adeguata ossigenazione. Le cellule tumorali per vivere hanno bisogno di un ambiente carente di ossigeno e acido.

In quali casi l’acidità non è sempre un male.ph spectrum

Uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience da alcuni ricercatori Maryland afferma che in alcuni casi è un valido alleato per disturbi come l’ansia.

In pratica si è scoperto che quando si evidenzia un aumento dell’acidità in alcune zone del cervello (studio condotto su alcuni animali) si assiste ad una riduzione della sintomatologia ansiosa che inevitabilmente alla fine del processo di ricerca, potrebbe portare alla messa in produzione di farmaci utili aiamigdala basolaterale soggetti che ne soffrono. Indubbiamente con l’ansia, si hanno difficoltà nella gestione delle emozioni tra cui la paura; a livello fisiologico, questa situazione è caratterizzata da un incremento dell’attività dell’amigdala basolaterale (Bla) deputata al controllo delle emozioni di cui sopra. Sembrerebbe che i neuroni presenti nella Bla, evidenziano canali ionico-acidi denominati Asic1a che sarebbero sensibili ai cambiamenti del PH nell’ambiente esterno alle cellule.
Attivando questi canali, i ricercatori hanno registrato una diminuzione dell’attività delle cellule limitrofe e, neanche a dirlo, ad una diminuzione dei comportamenti associati all’ansia.ansia e paura aree cervello

Pur non avendo partecipato alla ricerca, Anantha Shekhar, dell’l’Indiana University, ha commentato che i dati fin qui raccolti, suggeriscono che attivando questi canali in particolare in quelle aree che gestiscono la paura (amigdala) si è giunti ad una svolta nella comprensione per regolare i comportamenti ansiosi. Ecco tabella cibiquindi che i nuovi farmaci che verranno, saranno utili per contenere gli attacchi di panico e le sindromi post-traumatiche.

L’origine del primo attacco di panico

Spesso si legge o si sente dire che l’abbandono in età precoce possa essere un fattore che predispone all’attacco di panico. Insomma, essere abbandonato accresce l’ansia di separazione.

Proviamo ad andare ancora un po’ più indietro. Nessuno ovviamente se lo ricorda ma, cosa accade quando nasciamo? Veniamo ‘espulsi’  e separati e sperimentiamo per la prima volta il nostro primo episodio di separazione. Prima di allora non abbiamo mai respirato e durante l’espulsione siamo rimasti senza ossigeno e privi di ogni risorsa.

il pianto del neonatoCome abbiamo reagito? Il trauma (la paura) ci costringe ad aumentare il battito cardiaco (tachicardia), per respirare abbiamo avuto spasmi toracici e abbiamo provato la nostra prima (reale) sensazione di morte. Pur non sapendo come fare, abbiamo cominciato a respirare e ad urlare. Quell’urlo (era di vittoria o solo liberatorio?) era un urlo, non un pianto,  l’ultimo gesto di una fase conclusa, il primo gesto della nostra venuta alla vita. La prima reazione all’ansia di separazione.

Cosa abbiamo descritto? Il nostro primo attacco di panico anche se fisiologico e funzionale alla sopravvivenza e assolutamente inevitabile (con l’esclusione del parto cesareo, dove però manca sole la fase di espulsione).  

Tutte quelle situazioni ove si sperimentano vissuti abbandonici, situazioni stressanti  e stati molto ansiosi, potrebbero portare alla rievocazione (ovviamente inconscia) di quel momento ed essere  concause di una struttura della personalità caratterizzata  da sensazioni di rifiuto, sfiducia nelle proprie capacità e difficoltà a gestire ogni forma di separazione.

Naturalmente tutto questo accade o non accade in funzione di ciò che succede dopo la nascita. Il comportamento delle figure di attaccamento (di cui suggerisco l’articolo) chiarisce meglio la possibile evoluzione che può essere bella o brutta in funzione di ciò che il nostro entourage parentale è in grado di esprimere.primo attaco di panico in ufficio

Quando decliniamo un soggetto con termini  tipo ‘ansia di separazione’  quasi sicuramente parliamo di una persona che sente di non sapere cosa sia meglio per se, che percepisce di non aver sviluppato una piena autonomia, che tende a vedere il proprio spazio nel mondo  poco ospitale;  fa difficoltà a scrollarsi queste ‘pesantezze’  e  fantastica la venuta di un giorno in cui tutto miracolosamente si risolve. Queste persone coltivano l’illusione che la realtà tanto desiderata cambierà come d’incanto e l’amore a cui si aspira arriverà così all’improvviso. In attesa di quel giorno le sensazioni di inadeguatezza, colpevolezza, etc.,  possono portare e pensare che solo comportandosi esattamente come vogliono gli altri, si otterrà da questi altri, la gratitudine di cui si crede di aver bisogno. Insomma, se faccio tutto ciò che gli altri vogliono, tutti non potranno che volermi bene.

Ecco, alla base degli attacchi di panico (ma anche di altri disagi) si cela la struttura della personalità, tendenzialmente  troppo rigida e quindi difficilmente modificabile, a meno di ricorrere alla psicoterapia.

Il percorso terapeutico ha lo scopo di rivoluzionare questa staticità al fine di ripristinare quello che forse è sempre mancato: la fiducia e la stima in se stessi.

L’attacco di panico quindi, anche se fa soffrire molto, potrebbe non essere un brutto segno. La storia del neonato ce ne ha mostrato un aspetto. Il neonato soffre, ha paura ma alla fine da quella sofferenza emerge alla vita. Quindi grazie all’attacco di panico il neonato sopravvive alla morte.

L’AdP potrebbe essere la risposta che l’inconscio fornisce al soggetto che vivendo una vita non sua, ha smesso di vivere. Quel vissuto è stato salvifico in quel momento, perché non potrebbe esserlo anche ora? Il malessere che il panicato vive, il vicolo cieco in cui si è cacciato, può essere risolto solo grazie alla ‘scossa’ dell’AdP che ora potrà generare una rinascita non soltanto fisiologica.

In mancanza di questo vissuto (o di questa reazione forse innata), il bambino morirebbe (fisicamente)così come morirebbe (psicologicamente) l’adulto che invece di rinascere, rimarrebbe in un mondo di continue rinunce e privazioni defraudando la propria personalità di tutta la ricchezza che il mondo emozionale è in grado di offrire.

Ecco perché l’AdP (o il DAP) che tanto spaventa perché produce disperazione, paura, senso di impotenza è anche un estremo spunto che dovrebbe spingere chi ne soffre verso la guarigione dell’anima. 

La paura di morire

la paura di morireLa PAURA DI MORIRE, è indubbiamente uno stato d’animo sicuramente critico. E’ inoltre abbastanza diffuso, forse più di quanto si possa pensare ed è anche legato all’aspettativa di vita media. In alcune culture attuali o di qualche millennio addietro, vivere oltre i 40 anni era considerato un obiettivo difficile da raggiungere mentre oggi e in particolare nei paesi industrializzati, ci si aspetta di dover morire molto più tardi. Nei paesi sottosviluppati oppure nelle culture antiche la paura di morire era legata prevalentemente a fatti accidentali oppure a malnutrizione, intemperie, guerre, etc. Nell’attuale società la paura di morire prima di una certa età è legata fondamentalmente a problematiche di tipo ansioso oppure depressivo.

Quindi mentre tutti sanno che prima o poi dovremmo morire, per alcuni questo pensiero è talmente invasivo al punto di diventare un’ossessione, un chiodo fisso, che può portare ad avere attacchi di panico anche molto devastanti oppure a crisi ipocondriache che portano i soggetti ad avere una preoccupazione (paura) eccessiva e spesso priva di fondamento per la propria salute

Ecco, nell’attacco di panico la paura prevalente è proprio quella di morire. Le reazioni tipiche sono legate quasi esclusivamente a presunti problemi cardiaci (ma i tracciati ECG sono quasi sempre perfetti o comunque nella norma) oppure problemi respiratori, associati occasionalmente anche ad offuscamenti della vista. Come sappiamo gli attacchi di panico possono avvenire improvvisamente e senza preavviso ma da allora, la paura di morire diviene una sgradita compagna della quotidianità di chi ne soffre.

Quindi, per allontanare il più possibile il ripetersi di tale esperienza i soggetti attuano una serie di strategie quali l’evitamento, la richiesta di aiuto oppure parlarne con tutti (famigliari, amici, colleghi etc) continuamente.

Come abbiamo detto altrove, ripetere continuamente queste attività, invece di allontanare il problema, paradossalmente lo amplificano perché la reiterazione convince il soggetto di star male e che quindi l’unico modo per star bene è continuare. Insomma si instaura un circuito vizioso, oppure un sistema che si autoreferenzia che non fa che aumentare il senso di incapacità. Insomma, si ha la percezione di essere in gabbia e di non poterne più uscire.

Cosa fare quando la paura di morire diviene incontrollatapaura di morire dopo attacco di panico

La soluzione primaria è la psicoterapia e laddove è necessario può essere utile un supporto farmacologico.

Il percorso psicoterapeutico tenterà di mettere in luce le reali cause di questa paura agendo su due spazi temporali:

il presente: fornendo tecniche di controllo più efficaci

sul passato: cercando di esplorare l’inconscio alla scoperta dei contenuti rimossi che determinano questo stato di cose

Gli attacchi di panico guidando in autostrada

Guidando in autostrada, può accadere (e accade, fortunatamente non a tutti) che improvvisamente, senza nessun preavviso si abbia paura di guidare. Questo accade solo in autostrada, un percorso, magari il solito percorso che facciamo tutti i giorni, oppure solo nei fine settimana, senza ansia, anzi in tutta tranquillità. Questa paura si trasforma in un vero e proprio attacco di panico con tutta la sua classica pletora di sintomi fisici come ad esempio, la sudorazione, alterazioni del battito cardiaco, aumento dell’ansia, mancanza di respiro etc, che spingono il soggetto a fermarsi. Questo ovviamente non accade solo in autostrada ma potrebbe coinvolgere tutti i possibili tratti stradali oppure solo alcuni di essi (ad esempio gallerie  e viadotti).

La paura che si  prova in quei momenti, viene giustamente vista come poco razionale (“ma come, la strada che ho sempre fatto senza difficoltà ora mi provoca tutto questo malessere?“) ma anche se la coscienza sa che è irrazionale, l’inconscio invade la coscienza con sensazioni estranee e alienanti e la conseguenza è che il soggetto non riesce a fare ciò che prima era un non problema.

Le paure legate a questo stato sono di diversa natura. Ad esempio sono legate alla velocità e in questo caso basterebbe non superare quel limite. Quindi se prima riuscivamo ad andare a 130 senza problemi mentre ora non ci riusciamo più, forse abbiamo paura di perdere il controllo. In galleria, sui viadotti molto alti, sulle autostrade deserte, perdere il controllo, potrebbe essere visto come l’effetto scatenante la  fobia. Ma la paura può generarsi anche per tantissime altre ragioni e cioè: paura di sentirsi male e, poiché siamo in una zona deserta, nessuno può aiutarci, oppure se si perde il controllo, la paura è quella di poter far del male a qualcuno; una delle paure di elezione è quella di morire, oppure quella ancora più tipica per chi soffre di AdP e proprio la paura di avere un attacco di panico; nel caso delle gallerie si ha paura di rimanere bloccati all’interno e non poter fuggire, mentre se siamo in uno spazio aperto la paura è proprio di quello spazio, per l’appunto, aperto.

Cosa si fa

Chi ne soffre mette tipicamente in atto delle tecniche che spesso, sempre più spesso, invece di risolvere il problema, lo peggiora. Vediamo quali sono e perché possono risultare dannose.

Tipicamente  chi si trova in queste situazioni tenta (spesso con il fai-da-te) di, ad esempio, essere accompagnato oppure, mentre si guida, di avere qualcuno con cui parlare, almeno al telefono. In questo modo ci si sente rassicurati e si riesce a fare il percorso prestabilito riuscendo a giungere a destinazione. Altro possibile sistema è quello minimizzare i possibili rischi come ad esempio: “non viaggio di notte ma di giorno, se mi succede qualcosa, qualcuno mi aiuta”; oppure, “non faccio l’autostrada ma la provinciale”; “in quel punto c’è un viadotto altissimo quindi esco l’uscita prima e magari rientro a quella dopo”; “c’è una galleria, faccio un’altra strada”; “prima di partire mi prendo 20 gocce di ….” Etc. Ma la regina di tutte le tattiche è ovviamente l’evitamento; la persona evita; se ha paura di guidare, non guida, se ha paura solo dell’autostrada la evita, idem per le gallerie o per i viadotti.  

Conseguenze

Come in tutte le cose, le soluzioni sopracitate sono utili se usate raramente. Se invece alterano il nostro stile di vita, il problema diviene cronico perché paradossalmente, rafforzano la sintomatologia.

Quindi se scegliamo di evitare, aumentiamo la paura; meglio sarebbe riflettere sul fatto che così facendo ingigantiamo il problema invece di sgonfiarlo.

 Se chiediamo aiuto è come se dicessimo: non ci riesco. Allora è vero che il nostro compagno di viaggio  ci fa giungere a destinazione ma se venisse a mancare, il rischio di uno smisurato aumento d’ansia e di panico è quasi garantito. Più adottiamo questa risorsa, più diminuiamo la nostra autonomia.

Le tecniche usate per minimizzare i rischi possono alla fin fine diventare irrinunciabili e se per caso qualcosa va storto (sul percorso alternativo c’è una frana) si rischia di perdere il controllo e avere un attacco di panico. Forse potrebbe essere utile cominciare a correre qualche piccolo rischio.

Come si risolve la paura di guidare

Lavorando sull’Ic et nunc (il qui e ora) con tattiche vincenti e non aggiranti e andando alla radice del problema cioè decidendo di iniziare un percorso terapeutico.

Nel primo caso con un approccio di tipo cognitivo comportamentale nel secondo caso con approccio di tipo analitico.

Leggi anche un artcolo che spiega cosa succede quando si va dallo psicologo, e come si curano gli attacchi di panico

Il senso di colpa dal punto di vista psicoanalitico

Psicoanalisi: si focalizza prevalentemente sul concetto di regola: il bambino obbedisce  per la paura di essere punito o di perdere l’affetto dei genitori; l’adulto per la consapevolezza e il dolore di aver fatto del male agli altri o a se stessi ed ha il desiderio di riparare al danno causato.  

«Senso di responsabilità o senso del dovere significa essere consapevole del male compiuto e/o del proprio essere in quanto segnato da questo male. Questo senso di colpa nasce di solito attraverso il “sentirsi” colpevole…provare un sentimento di colpa. Più precisamente si tratta non di un sentimento ma di diversi sentimenti ed emozioni spiacevoli, come, per esempio, inquietudine, angoscia, tristezza, sconforto, dolore. Per questa ragione si suole anche parlare di «sensi di colpa».  

Ciò che dà consistenza al senso di colpa comprende alcuni aspetti tra cui: modi comportamentali vietati, il conflitto tra ciò che fa star bene a noi e ciò che genera dolore negli altri e  l’incongruenza  tra l’ideale di se e ciò che si è veramente che, inevitabilmente, crea una  frattura tra la realtà percepita e quella oggettiva.

Chi, almeno una volta, nella vita, non si è espresso dicendo: “mi sento in colpa”?
Ma cos’è il senso di colpa quando non  è che un semplice intercalare? Quanto può ‘minare’ la nostra esistenza, quanto può condizionare le nostre scelte, come elaborarlo e naturalmente, come sciogliere i fili che legano saldamente le nostre emozioni e la nostra quotidianità limitando, a volte anche pesantemente, le nostre azioni e le nostre scelte?

Sentirsi in colpa ha diverse connotazioni. L’aspetto costruttivo  permette senza dubbio di gestire e contenere l’eventuale aggressività verso determinate persone o situazioni. Quando ci si rende conto della sofferenza altrui, ad esempio, sentirsi in colpa ci permette di non infierire. In questo caso quindi, il senso di colpa appartiene alla coscienza (sappiamo che l’apparato psichico è composto anche di altre istanze come, ad esempio l’inconscio). Se la coscienza del soggetto è integra, è possibile comprendere che il codice morale sta per essere violato e quindi, qualcosa simile ad un biofeedback, ci blocca e ci impedisce di andare oltre. Quindi qualcosa ci allerta e non ci fa commettere le cosiddette ‘brutte azioni’  (che possono essere cattive, illegali, brutali, etc). Il superIo, per dirla alla Freud, ci fa prendere contromisure correttive e non commettiamo l’azione malvagia. Il senso di colpa, ci impedisce di avere, in seguito, senso di colpa. Un bel giro di parole che, credo, dia il senso delle cose.

 Vediamo altri aspetti, più legati ad altre regioni dell’apparato psichico: l’inconscio.

Tutte le volte che ci sentiamo inadeguati (senso di inferiorità, non amati, non apprezzati, etc) senza sapere perché, ci troviamo nella situazione in cui l’inconscio (i suoi contenuti) supera la barriera della coscienza e influenza negativamente il suo normale funzionamento.

Per lo psicoanalista il senso di colpa è legato al SuperIo, istanza morale in parte inconscia che comincia a registrare la sua attività sin dalla prima infanzia annotando tutti i divieti genitoriali, sociali e religiosi. Non occorre che il ‘fatto’ o la regola sia stato agito o infranta, basterebbe infatti averlo solo pensato affinchè il senso di colpa associato faccia effetto. Ci si sente, come dire, non a posto o ‘con la coscienza sporca’. Quindi quando i genitori, i nonni, i maestri o il prete, potrebbero non essere soddisfatti del nostro comportamento o dei nostri risultati, ecco che un senso di disagio più o meno profondo comincia a farsi strada nel fanciullo che, nei casi estremi, potrebbe sentirsi il responsabile di ogni male possa accadere nella vita che lo circonda. E’ importante tener presente che la mancanza di soddisfazione percepita può anche non essere reale ma solo supposta.

Insomma, il bimbo è portato a pensare: “…. È tutta colpa mia”.

Il ruolo della famiglia, che dovrebbe tendere a far crescere i figli in modo libero e privo di condizionamenti, in alcuni casi fallisce, ottenendo dubbi successi educativi, perché i genitori fanno leva proprio sul senso di colpa dei figli, creando involontariamente molti problemi che incrinano il processo di crescita e di affrancamento. Si cresce pensando di essere cattivi oppure egoisti mentre invece, a volte sono i genitori a porre al primo posto i propri bisogni. Con questi genitori, affrancarsi è imperativo per non correre il rischio di sentirsi continuamente e perennemente in colpa e inadeguati perché schiacciati dalla tendenza, ovviamente nevrotica dei genitori, a colpevolizzare per ogni inezia, creando un senso di insicurezza che potrebbe accompagnarci per tutta la vita.

Da quanto detto sopra si evince che per liberarsi da colpe che sono inesistenti, diviene necessario liberarsi di questi fardelli che ci portiamo dietro dall’infanzia. Dobbiamo sfrondare tutto ciò che non ci appartiene e vivere la propria genuinità e unicità.

Ad esempio, accade spesso che il figlio che si sente meno amato si occupi maggiormente dei genitori anziani (dietro si cela il desiderio di ricevere quell’amore che ci è stato negato).  Gli altri figli potrebbero non avere   questa esigenza perché si sono sentiti sufficientemente amati.

E’ importante  riconoscere attraverso un’attenzione particolare alle pulsioni interne se una certa cosa la si fa per senso di colpa oppure perché è la cosa più giusta da fare in quel momento. Mantenere la coscienza vigile permette di dividere le intrusioni dell’inconscio, e spesso la psicoterapia può risultare necessaria proprio per rafforzare la coscienza e quindi l’Io del soggetto ed impedirgli di soccombere ai condizionamenti che hanno ‘aggiunto’ pesantezza dall’infanzia. La psicoterapia quindi,  ha lo scopo di ‘togliere’  tutto ciò che appesantisce l’apparato psichico e ne altera il normale funzionamento.  

Concludendo, possiamo affermare che  i sensi di colpa sono emozioni inutili e quindi spesso dannosi perché non fanno star bene e non cambiano nulla. Tuttavia il senso di  colpa impedisce come dicevamo sopra,  di realizzare il proprio progetto di vita e di rimanere incastrati o meglio di mantenere cristallizzati i meccanismi infantili. Finchè non ci affranchiamo da mamma e papà, il nostro progetto non decolla e da adulti ci si ammalerà di sensi di colpa e si guarisce solo se  ci si riuscirà a liberare e realizzare quello che Jung chiama processo di individuazione, che poi altro non è che la piena realizzazione del proprio SE.

 

La paura di volare – aerofobia

Con il termine aerofobia si definisce la paura di volare (fear of flying); questa paura è molto diffusa sia tra chi è costretto a viaggiare spesso in aereo, sia tra chi non ha mai volato. Per alcuni è addirittura impossibile salire su un aereo privandosi così del piacere di raggiungere posti lontani.

Questo disturbo fa parte dei disturbi d’ansia dal momento che è  l’emozione maggiormente avvertita. Rientra quindi nella categoria delle fobie. Per FOBIA si intende una paura intensa, non correlata al reale pericolo  in un determinato oggetto, luogo o situazione. Determina un malessere molto profondo, dove l’ansia (acuta) può trasformarsi in panico  al punto in cui il soggetto è costretto a sconvolgere la propria vita quotidiana per evitare in qualsiasi modo  lo stimolo fobico.

Ma, quanti ne soffrono?

Intanto  cominciamo con il dire che la paura va vista sotto diverse prospettive e intensità.  Aggiungiamo inoltre che secondo alcune statistiche, la paura con le diverse intensità interessa almeno il 50% dei passeggeri.

Perché si ha paura di volare

L’uomo da sempre si è spostato a piedi, poi con animali, barche, carri; negli ultimi 100 anni anche con la macchina e subito dopo anche con aereo (almeno per il trasporto passeggeri).

I tempi della psiche sono lenti e l’uomo, anche se ha sempre desiderato volare, trova la sollecitazione del volo (partenza a 300km orari in pochissimo tempo; raggiungere i 10000-13000 metri in pochissimo tempo, le turbolenze, i vuoti d’aria, atterraggio, problemi di pressione, etc) meno familiare. Ovviamente non per tutti, infatti una parte trova queste emozioni piacevoli (ad esempio conosco persone che quando ci sono le turbolenze sono felici e vorrebbero non finissero mai: ‘mi sembra di stare sulle montagne russe’; io invece le detesto), mentre per altri sono associate a situazioni pericolose.

Tutti sanno che gli aerei sono il mezzo più sicuro di trasporto, infatti si muore di più a piedi o in bicicletta, etc. eppure questa consapevolezza, per alcuni non fa assolutamente rilassare.

Proviamo a prendere ad esempio la guida con la macchina  o con la moto. Alcuni si sentono più rassicurati se sono loro a guidare. La stessa cosa, per queste persone, avviene con l’aereo. Quindi in  questo caso, il problema è legato non alla paura del volo ma anche alla mancanza del controllo del mezzo. Un aereo non è come una macchina, non posso pilotarlo, non posso scendere, etc  e quindi mi trovo costretto a subire passivamente il viaggio e per alcuni questo rappresenta un problema.

Il viaggio in aereo è più sicuro, ad esempio, anche grazie al concetto di ridondanza. Se  in una macchina si spegne il motore ci dobbiamo fermare. L’aereo può volare anche con un solo motore. Se l’alternatore si rompe, la batteria smette di caricarsi, ma in aereo, grazie  a sistemi alternativi  gli apparati di bordo continuano a funzionare.

E’ per questo che ad esempio chi ne soffre, evidenzia sintomi come vertigini, senso di oppressione, tremori, paura di morire, tachicardia, difficoltà a respirare, etc .

Gli stati emotivi sperimentati da chi ha paura di volare possono essere attribuiti a dei pensieri assolutamente irrazionali sulle dinamiche del volo o su alcune situazioni vissute come particolarmente pericolose.

Personalità fobica

Tra gli stili di attaccamento dei bambini e correlati con la paura,  ce n’è uno che  determina l’instaurarsi di una relazione reciproca  bambino-genitori di tipo estremamente ansioso;   questo tipo di relazione si caratterizza con una prolungata necessità di aiuto e di vicinanza che blocca le attività esploratorie del bambino indispensabili per lo sviluppo della sicurezza di sé.

Da adulti il controllo dei pericoli, precedentemente affidato alle figure genitoriali, diviene gradualmente una prerogativa personale.  Insomma si diviene bravi, forse più bravi di altri che hanno avuto una figura di attaccamento sicura. Questi soggetti sono molto più autonomi, dal momento che era l’unico modo per sopravvivere in un contesto dove la figura di attaccamento non era disponibile. Queste persone sano anche capaci di avere buonissime relazioni, perché sicuri di se e disponibili, purchè tutto sia sempre sotto controllo. Sulle prime possono apparire diffidenti ma una volta conosciuto meglio l’altro, la situazione cambia in positivo. Tradotto in altri termini, nel momento in cui tutto è sotto controllo, la cose cambiano.

Oltre al controllo sulle persone, si arriva anche a quello degli stati interni, quelli emotivi. In questo caso le sensazioni nuove si evitano perché appunto nuove e non ancora sotto il controllo. Per non perdere il controllo quindi, si evita ogni approfondimento anche perché non si desidera mostrare questa nostra debolezza agli altri.

Per questo ma anche per un’infinità di altre variabili, il volo può rappresentare per questi soggetti  un’esperienza molto difficile da affrontare.

L’esperienza del volo è quindi fuori dalla possibilità del controllo (pilota, dinamiche del volo, rumori  ignoti) e quindi l’incapacità di esercitare il minimo controllo, di anticipare gli eventi  e valutare situazioni inattese (nuvole, vento, etc) portano questo soggetti a sperimentare questo tipo di paura.

Partire, cioè decollare, è sicuramente il momento più difficile, perché staccandosi da terra ci si stacca da tutto ciò che lasciamo a terra aumentando in modo spesso esagerato il livello di ansia ad essi collegati. Il momento dell’atterraggio, rappresenta il ritorno a tutto ciò che conosciamo e che torna ad essere sotto il nostro controllo del ritorno, con la realtà conosciuta, e, anche se percepito come potenzialmente, suscita generalmente meno ansie di quello del decollo che rappresenterebbe il distacco da ciò che ci dà sicurezza e l’inizio del viaggio verso l’incerto.

Come se ne esce

Ristrutturando il presente e rielaborando la figura di attaccamento con lo scopo di attenuare l’esigenza di dovere, a tutti i costi, controllare tutto per essere sicuri.

Leggi anche,  Modelli di attaccamneto nei bambini

Sindrome del malato immaginario – ipocondria

Definizione

Sia in medicina che nel linguaggio comune, viene definito con il termine ipocondria o ipocondriaco (dal greco ὑποχόνδριος, “ipocondrio”), il soggetto che si preoccupa in modo eccessivo (e spesso ingiustificato) per la propria salute. Tale convinzione può accentuarsi con il ricorso a tutte le possibili visite mediche e analisi strumentali utili. Inoltre nel linguaggio comune, l’ipocondriaco viene definito  malato immaginario.

Nel notissimo “Il malato immaginario” di Moliere, Argante (il malato) vorrebbe costringere la figlia Angelica a sposare  Tommaso Diafoirus, figlio del signor Diafoirus, noto medico, così che il genero acquisito facesse le veci del medico di fiducia del padre  perché “…Venti e quaranta soldi. Tre e due cinque, e cinque fanno dieci, e dieci fanno venti. Sessantatré lire, quattro soldi, sei denari. Dunque, è andata che in questo mese ho preso uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto medicine; e uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici e dodici lavativi; mentre il mese scorso sono arrivato a dodici medicine e venti lavativi. Non c’è da meravigliarsi se in questo mese sto meno bene del mese scorso

Siamo ipocondriaci?

Proviamo a farci qualche domanda oppure verifichiamo in modo critico il nostro stile di vita. Se siamo costantemente assaliti dalla sensazione di poterci ammalare facilmente, oppure ogni doloretto lo interpretiamo come preoccupante, o addirittura abbiamo costantemente la paura di ammalarci  e quindi corriamo dal medico anche se, obiettivamente non ci sono i presupposti per andarci, ma vorremmo avere il conforto di una sua opinione anche se quasi tutte le visite precedenti hanno dato esito negativo ma sai com’è, la parola del medico è sicuramente tranquillizzante, ecco, allora forse dovremmo valutare l’ipotesi di essere un pò ipocondriaci. Se poi, non ci accontentiamo di un consulto e riteniamo indispensabile consultarne un altro, al solo scopo di avere una ulteriore conferma, ecco, in questo caso non dovremmo avere dubbi. L’ipocondriaco, quando ascolta o legge i  sintomi tipici di una malattia mai avuta, immancabilmente, da allora, si convince di esserne affetto e sicuramente rinuncia ad uscire o rinvia appuntamenti se ha la lontana sensazione di stare per ammalarsi e ricorre immediatamente al farmaco specifico e nei suoi discorsi con chiunque non fa che parlare del suo stato di salute e, non vedendo risultati (del resto l’ipocondriaco non sta veramente male) le critiche contro medici e medicine si sprecano.

Quando insorge

SI sviluppa prevalentemente intorno ai 30 anni e colpisce indistintamente maschi e femmine. Le cause immediate possono essere collegate ad un periodo di stress, grave malattia o perdita di una persona importante. Se non curata può durare anni, far innalzare il livello dell’ansia e in alcuni casi provocare attacchi di panico.

Altro aspetto importante e tipico deriva dal fatto che si interpreta in modo errato i ‘segnali’ del corpo. Se ad esempio si è stanchi, sarebbe utile riposare, ma l’ipocondriaco interpreta la stanchezza come un aumento dell’ansia e teme che a breve avrà un attacco di panico. Se si ha un disturbo gastrico o digestivo, invece di mettersi a dieta oppure mangiare leggero per qualche giorno, il disturbo viene interpretato con un disagio ansioso legato a problemi immaginari; etc.

Ipocondria e psicoanalisi

Freud ne parlò in un solo contesto  , in “Introduzione al Narcisismo” del 1914, e da allora pochi altri  hanno approfondito il tema.

Per Freud l’ipocondriaco si disinteressa del mondo esterno e concentra l’energia psichica (libido) su un organo specifico. Quindi, in parole povere,  l’ipocondriaco è colui che per cause legate al contesto personale e famigliare, smette di interessarsi del mondo e concentra tutta la sua attenzione sul proprio Io.

Sempre secondo Freud l’investimento dell’Io con la libido “… ha oltrepassato una certa misura. Un forte egoismo instaura una protezione contro la malattia; tuttavia, prima o poi bisogna ben cominciare ad amare per non ammalarsi e se, in conseguenza di una frustrazione, si diventa incapaci di amare, inevitabilmente ci si ammala….”

Quindi, l’ipocondria, secondo il modello psicoanalitico, è assimilabile alla nevrosi narcisistica. Il corpo diventa l’espressione della più grande delle paure: la paura della morte. Quindi, come conseguenza della convinzione che il corpo non ci sostiene più, questi malati esigono dal  medico le prove, le conferme, le garanzie della propria salute.

 Si guarisce?

Certo. Un possibile approccio è quello integrato, da attuare da caso a caso con i necessari adattamenti.

Il tipo di approccio potrebbe  comprendere:

  1. una psicoterapia di tipo cognitivo comportamentale, utile per fronteggiare le sfide del presente;
  2. psicoanalisi per scoprire le cause ed eventualmente per ristrutturare la personalità;
  3. farmacoterapia, solo se necessaria

Lo stress – dall’uomo primitivo al manager

lo stress dall'uomo primitvo al managerSe pensate che ci fu un’epoca felice immune dallo stress siete in errore. Anche (e forse più) nei tempi che furono, cioè i tempi in cui l’uomo viveva nelle caverne, si era sottoposti a continui stress: la ricerca del cibo, la sicurezza, avere un riparo (dal freddo, dal caldo, dai predatori, etc), ponevano i nostri antenati sotto un continuo stress e i meccanismi neuronali erano esattamente gli stessi di quelle che abbiamo sviluppato fin qui.

 Temo sia inutile definire il significato del termine  STRESS. Oramai  sappiamo che tutti ne soffrono: dal manager all’operaio, dall’impiegato allo studente, dall’automobilista alla casalinga. Tutti ne parlano, associandolo quasi sempre al disagio esistenziale della vita moderna.

Quanto sei stressata?

Ma che cosa è veramente lo stress?

E’ un termine usato prevalentemente nel mondo delle costruzioni. Gli ingegneri devono trovare il punto di rottura o resistenza dei vari materiali sottoposti a sollecitazioni e per fare ciò sottopongono quei materiali a situazioni di sforzo o stress.stress di una trave

E … non accade la stessa cosa agli esseri umani? Qual’è il punto di rottura di ognuno di noi quando siamo sottoposti a ‘sforzi’ nel lavoro, nelle amicizie, nelle relazioni sentimentali? Fino a quando resistiamo? Se una trave è sottoposta ad uno sforzo di 1Kg in più di quanto può sopportare, si spezza. Lo stesso accade a noi, in ogni situazione.

Poiché lo stress non ha nulla di fisico dobbiamo considerarlo come tra le cose più pericolose, perché arriva all’improvviso e i suoi effetti possono anche essere disastrosi e non esistono farmaci che lo curano. L’unico modo per curarlo è: curarne le cause. Se invece, pensando di far prima, ci affidiamo ai farmaci perchè qualcuno ci ha detto che attenuano la sintomatologia, si sappia che così facendo, cioè non curandone le cause, si corre il rischio di diventare dipendenti e aggravare così la situazione. Inoltre, paradossalmente, l’uso del farmaco ci allontana ulteriormente da ciò che l’intero sistema psicofisico tenta di dirci. Un segnale, un messaggio, un ‘urlo’, insomma un qualcosa per informarci che c’è qualcosa che non va. Quindi, la situazione di stress è un campanello di allarme che quando suona è come se ci dicesse: fermati e rifletti.

In situazioni di stress l’organismo, nella sua globalità (mente-corpo) reagisce come se ci fosse un pericolo (e non importa se sia reale o immaginario) e reagisce in base ad un automatismo tipico della specie umana: la lotta o la fuga. In questo contesto i parametri fisiologici cambiano repentinamente in particolare quelli più utili alla sopravvivenza e cioè:cuore, cervello, muscoli.

In funzione della o delle situazioni stressanti (morte di un familiare, separazione, matrimonio, sessualità, malattia, licenziamento etc) è possibile calcolare il reale rischio di malattia cui stiamo andando incontro.

Ovviamente non è tutto generalizzabile, infatti esistono persone che reagiscono benissimo e senza apparenti difficoltà a situazioni laddove altre persone magari più sensibili, vivrebbero situazioni anche meno ‘a rischio’ come un dramma. Per cui  quando rendiamo ogni problema, anche il più banale, “un problema di vita o di morte”, inneschiamo una reazione da stress che potrebbe e dovrebbe essere evitata o quantomeno contenuta. Non facendo ciò creiamo ed alimentiamo lo stress. Non vorrei far passare la convinzione che lo stress sia un male da evitare, non è così. Lo stress è, entro certi limiti, utilissimo. Ciò che è un male è l’eccesso di stress. Lo stress in piccole quantità invece è anzi raccomandato, perchè in tal modo riusciamo a sviluppare un qualcosa che somiglia ad una difesa e questo ci permette di affrontare le situazioni difficili, quelle che innalzano il nostro ‘nervosismo’ , con minuri difficoltà.

Esistono segnali fisici che possono essere visti come indicatori di stress e cioè: l’eccessiva preoccupazione, la presenza di tic, in particolare quelli oculari ma non solo, parlare in fretta, fumare troppo, mangiarsi le unghie, eccessiva sudorazione (delizioso l’esempio tratto dal film: Emotivi anonimi), emotivi anonimitensione muscolare; troppi caffè, dolci o alcol, sedentarietà, irascibilità, eccessiva acne o psoriasi, frequenti  infezioni, come: cistite, vaginite, Herpes labiale e/o genitale (che si manifesta con bolle sui genitali maschili e femminili) e last but not least (ultimo ma non per questo meno importante): i tumori;  di cui sembra che in alcuni casi, sia dovuto al fatto che il sistema immunitario (quando si è sotto stress) ne risente e quindi diminuisce la capacità di contrastare e distruggere le cellule anomale e cancerose, che continuamente si formano in ogni essere umano.

Ricerca

Recentemente , è stato pubblicato sul Corriere uno studio  “… anglofinlandese condotto su più di 2mila impiegati governativi inglesi fra i 35 e i 55 anni e pubblicato su PLoS ONE ha infatti scoperto che passare oltre 11 ore al giorno – ovvero più di 55 alla settimana – fra le scartoffie dell’ufficio aumenta di due volte e mezzo il rischio di cadere in depressione, mentre chi segue ritmi di lavoro più regolari (in altre parole, sta alla scrivania le 7 o 8 ore contrattuali) vive senz’altro meglio, a tutto vantaggio dell’umore.Aree di miglioramento” . Nelle note conclusive i risultati della sperimentazione, hanno evidenziato che “… Va rilevato che all’inizio della ricerca tutti coloro che vi hanno preso parte erano sani e non presentavano particolari fattori di rischio legati alla depressione: ragion per cui la correlazione fra sovraccarico di lavoro e umore pessimo, tendente alla depressione, è stata lampante”.

Aree di miglioramento

Le tipiche aree il cui cambiamento è in grado di migliorare la gestione dello stress possono essere:

Il tempo: buona parte delle nostre attività è condizionata dalla gestione del tempo ed esistono persone che ad esempio lo impiegano a proprio danno. Ogni manager sa (ed esistono corsi specifici) che il tempo è una risorsa e come tale va ottimizzata. Ovviamente, anche il tempo speso in attività di relax è speso bene. Il segreto sta nel dosare tale risorsa in modo opportuno. Solo che anche in questo ambito c’è chi riesce a fare mille cose nel proprio tempo senza stressarsi e chi invece, pur avendo tanto tempo, non riesce a fare le cose che si era prefissato e questo incrementa notevolmente lo stress. Vogliamo cambiare questa cosa?

Gli eccessi:  Non ha senso combattere lo stress con uno stress più dannoso del primo. Ad esempio, se siamo stressati dal direttore generale, dalla chiusura del bilancio o dal cliente che non firma il contratto o dal fatto che non vengono raggiunti gli obiettivi di business, oppure dal marito, dai debiti, dai creditori che non pagano, non ha senso, è dannoso, eccedere nel fumo, nell’alcol, nel caffè, nel cibo o nei farmaci. In questo modo danneggiamo, forse irreparabilmente, il nostro corpo. Quel corpo che nella sua totalità (mente-corpo) tramite la sensazione di dolore o di disagio, ci sta informando, anzi suggerendo, che qualcosa non va e che dovremmo, in tempi anche rapidi decidere cosa cambiare e come.

Quali terapie

Ci sono mille modi per uscirne ma sono sole poche quelle che funzionano. La prima in assoluto è: desiderarlo.

Se lo desideriamo, se cioè abbiamo deciso di ascoltare il messaggio che lo stress ci invia, se abbiamo quindi deciso di guarire e vivere una vita ‘normale’ e cioè caratterizzata ad esempio dalla serenità e dalla legerezza, allora dobbiamo allentare la ‘morsa’ che ci stringe. Dobbiamo cominciare a imparare a rilassarci, condurre  una vita senza eccessi e se non basta, farsi aiutare da un esperto che poi vuol dire: iniziare un percorso psicoterapeutico.

Abbiamo una sola vita e dovrebbe avere come obiettivo quello di viverla bene, quindi senza un eccesso di stress …. o no?

I pensieri ossessivi – conoscerli per non temerli

I pensieri ossessivi

Iniziamo con un esempio, in merito ai pensieri ossessivi, tipico delle personalità ossessive, preso dalla vita di tutti i giorni:

Il vostro capo ufficio vi chiama e vi fa una lavata di capo che voi ritenete del tutto ingiustificata, non solo, quello che avreste voluto dirgli non glielo avete detto ed ora eccovi li a pensare e ripensare a quell’episodio decine di volte, dandogli un diverso epilogo, dicendo tutto quello che non avete detto, aggiungendovi ogni volta nuovi particolari; siete sfiancati da tutto questo, non ce la fate più: un episodio di 5 minuti di vita reale si  è trasformato in giorni e giorni di infernale vita immaginata.

I pensieri ossessivi – definizione

i pensieri ossessivi e ripetitiviE proprio qui sta il punto in virtù di quanto scritto sotto, sulla meccanica dei circuiti neuronali, tali pensieri tendono ad un certo punto a riprodursi in automatico e ad essere autoreferenziali, con il risultato che non servono più né a cambiare qualcosa in quella situazione né a scaricare tensione emotiva. Al contrario quella tensione emotiva viene accresciuta ulteriormente, in un circolo vizioso che chiude la persona in una gabbia mentale di sofferenza.

I pensieri ossessivi – I circuiti neuronali.

Il cervello può contenere fino a 100 miliardi di neuroni; ogni neurone comunica con quelli vicini mediante molteplici sinapsi formando più o meno un milione di miliardi di connessioni sinaptiche. A loro volta queste connessioni formano un numero enorme di circuiti neuronali che possono crearsi e sono pari a 10 seguito da 1 milione di zeri.

I pensieri ossessivi – i pensieri

Il pensiero è alla base dei più comuni stati emozionali negativi che infettano la mente e il cuore. Ansie, angosce, paure, sensi di colpa sono molto spesso non quello che dovrebbero essere, ma il risultato di depositi di esperienza negative ormai trascorse, e quindi non più influenzabili, nella memoria, che continuano a lavorare a livello inconscio e sfociano in pensieri ossessivi la cui funzione dovrebbe essere quella di scaricare un pò della tensione accumulata, visto che l’azione non è più possibile.

Quando processi di questo tipo si intensificano e si moltiplicano, spalmandosi su un consistente numero di episodi, noi ci troviamo chiusi in un vero e proprio stato nevrotico.

Il cervello è un fantastico strumento che permette, tra le mille altre cose,  di costruire pensieri: o li controlli tu, quei pensieri, o lo farà lui, in autonomia e modalità casuale.

I pensieri ossessivi – La paura

Spesso, in ambito psicologico, la paura non è associata ad una minaccia reale ma ai propri pensieri che, lanciati in un vortice incontrollato, contribuiscono ad aumentare il livello dell’ansia. Quando si innesca questo circolo vizioso è come se ‘uscissimo’ da noi stessi. L’assenza di questa percezione ci fa precipitare nell’inferno della depressione che produce altre paure indistinte, prima tra tutte: la paura della paura.

Sfortunatamente in questo stato d’animo, ogni pensiero si trasforma in un mostro inducendo all’erronea convinzione che il contenuto dei  pensieri sia responsabile dei proprio malessere.

Ogni tentativo teso a liberarsene produce l’esatto contrario. Più si prendono sul serio questi mostri più loro si gonfiano e diventano potenti. Ma in effetti i contenuti sono intercambiabili. Non è il contenuto che crea la paura, è la paura a creare il contenuto.

La paura è un fenomeno fisico. Il battito cardiaco accelera, si sente un’oppressione sul petto, ci si irrigidisce, ci si sente imprigionati e senza difese. Si inizia a scalpitare come un animale in gabbia; questa contrazione corporea è il motivo per cui si attribuisce un significato esagerato  ai propri pensieri, permettendo loro di farci cadere in un inferno. Se invece riusciamo  a rilassarci, riusciamo a spezzare il circolo vizioso, aumentare la percezione di se, con l’immediato beneficio che i propri pensieri smettono di tormentarci.

Se si riesce ad affinare i sensi e si riesce ad ascoltare, vedere, gustare, odorare, toccare, ad uscire dalla proiezione che i pensieri avevano indotto, si entra nel mondo reale e si percepisce il proprio corpo aumentando la sensazione di benessere.

I pensieri ossessivi – Aspettative diverse

Spesso accade che siamo tratti in inganno dal fatto che non sono nostre le aspettative ma quelle degli altri che sono interiorizzate al punto di convincersi che siano frutto dei nostri desideri, confermate dalle nostre  azioni; spesso  non attribuiamo valore a ciò che in realtà si è e si  pensa che il proprio valore aumenterebbe se fossimo semplicemente la persona che gli altri vorrebbero. Ma non si può negare e umiliare la propria natura per sempre. Così facendo si tormenta una sola persona: noi stessi.

I mostri che sono dentro di noi diventeranno più deboli solo quando la nostra reale essenza si rafforzerà. Quando inizia un processo di trasformazione avviene  una sorta di rinascita, una emancipazione e alla fine di questa lotta, a volte dilaniante, qualcosa muore: la vecchia e finta identità.

Si è testimoni dei propri pensieri e delle proprie azioni e quello che resta quando ci si spoglia di tutte le identità, che  fanno parte di ciò che crediamo o credevamo parte del proprio IO, non è altro che la pura consapevolezza. Noi non siamo i nostri pensieri. Domandiamoci continuamente: cosa vedi? dove ti trovi? cosa faccio? quando?

I pensieri ossessivi – qui ed ora

Ecco … rispondiamo e rendiamoci conto che la nostra coscienza è perfettamente in grado di percepire il mondo reale e di interpretarlo per quello che è … il qui e ora. L’adesso, a cui segue un altro adesso  e poi un altro ancora. E un altro e un altro e così via. Tutto il resto sono proiezioni  fantasie, elaborazioni mentali.

Nel tuo adesso trovi qualcosa di minaccioso? NO? Ecco, la realtà non è minacciosa. Quando uscirai per strada incontrerai persone, farai dell’altro, vivrai un nuovo adesso, poi un altro e un altro. In ognuno di questi momenti puoi anche chiederti se c’è qualcosa che ti minaccia. Un unico pensiero non ti è concesso: Cosa succederebbe se …. La domanda corretta è: cosa sta succedendo ora? Quasi sempre potrai constatare che l’unica minaccia incombente è quella che prende forma nella tua mente.

L’80% di ciò che ci passa per la mente è spazzatura; la maggior parte dei pensieri non raggiunge neanche la consapevolezza. Ogni tanto però un pensiero prende forma e ci spaventiamo, ma noi non siamo i nostri pensieri.

Quindi, smettiamola di avere paura e facciamo la cosa giusta … pensiamo a risolvere il problema.

A volte da soli però non ci riusciamo; in tal caso valutiamo l’ipotesi di farci aiutare.


Ansia e attacchi di panico nella Capitale

Roma è la capitale degli attacchi di panico

In un articolo sulla Repubblica del 4 marzo si sostiene ROMA è anche la Capitale del panico.

 In questo articolo si riportano i dati che emergono da una ricerca dell’ istituto di Neuroscienze globale (Isneg) in collaborazione con l’ istituto di sondaggi Swg di Trieste. Un romano su quattro soffre di attacchi cronici. E le più colpite sono le donne laureate di età compresa trai 25ei 54 anni.

 Nell’articolo si sostiene che :”…la metropoli risulta essere una delle città più stressanti: caos e traffico contribuiscono ad aumentare il fenomeno. I malati cronici sono il 23% della popolazione, 350mila persone di età compresa tra i 18 e i 60 anni, ma a Roma ad essere particolarmente allarmanti sono gli attacchi “sporadici”: ne soffre il 21% della popolazione circa 300mila tra uomini e donne contro una media nazionale del 19%. «Gli attacchi di panico colpiscono 8milioni di persone in Italia, nella Capitale il fenomeno è piuttosto diffuso rispetto ad altre città – Ed è in costante crescita anche per gli under 18 e gli over 60. Le ragioni sono da ricercarsi nella maggiore incidenza di situazioni di stress nella capitale generate anche da particolari ambienti come luoghi affollati e traffico intenso». E se le più colpite sono le donne laureate, seguono i lavoratori autonomi tra i 35 e i 44 anni e poi i lavoratori dipendenti tra i 45 e i 54 anni. E le istituzioni non devono stigmatizzare il fenomeno perché le malattie ansiose depressive, nel 2020, “saranno al primo posto tra le malattie più diffuse del pianeta”

la paura immotivata si può vincere solo affrontandola. Infatti, la paura affrontata si trasforma in coraggio, mentre la paura evitata diventa panico

Quindi accanto ad ansia e depressione,  scatenanti degli attacchi possono essere i luoghi troppo affollati, il traffico, ma anche le scarse relazioni sociali tipiche della vita in metropoli. 

Accade che, ad esempio, si ha paura di uscire di casa, oppure di essere soli in casa o guidare in una strada deserta, oppure di aver paura di stare soli,  non si va al cinema o al teatro, si comincia a temere treni, autobus, aereoplani, ascensori, perchè nel caso di un attacco di panico, bisogna attendere che si fermino prima di uscire o ricevere aiuto. Insomma la paura dei luoghi chiusi oppure dei luoghi estranei costringono una parte della popolazione ad una vita molto limitata. Tale limitazione, ovviamente, coinvolge tutto l’entourage famigliare.

Quindi, si può e si deve fare qualcosa  perchè c’è sempre una cura per chi vuol farsi curare. Si può tornare a ‘vivere’ e a far ‘vivere’ curandosi.

 L’unica terapia veramente efficace è quella che risolve il problema alla radice estirpandolo definitivamente.

La psicoterapia è sicuramente l’approccio più efficace, proprio perchè, andando alla ricerca della cause, permette al soggetto di comprendere le ragioni per cui il suo apparato psicofisico, a volte, fa corto circuito.

Come curarsi

Ansia, depressione, attacchi di panico …. se non curati, aggravano il malessere e limitano, in alcuni casi anche pesantemente, lo spazio vitale del soggetto. La psicoterapa dovrebbe attivarsi in due fasi:

Una prima fase ove ci si concentra sul sintomo (ansia, panico, etc) e, attraverso tecniche cognitivo comportamentali, si ‘spezza’ il circolo vizioso dove i sintomi mentali accrescono i sintomi fisici, e viceversa.

Una volta raggiunto una attenuazione della sintomatologia, perchè si sono apprese tecniche di gestione e controllo degli eventi scatenanti, inizia la seconda fase, quella cioè psicodinamica. L’obiettivo di questa fase (psicoanalisi) è quello che, attraverso una regressione costruttiva permette di scoprire le ‘reali’ cause e quindi ‘ricostruire’ quei tratti della personalità fino ad allora soggetti agli effetti dei conflitti, rimozioni, meccanismi di difesa, etc.

Nel corso della prima fase, potrebbe essere utile il ricorso al farmaco (tanto caro gli psichiatri e ai neurologi). Il farmaco, a volte, nei casi più tenaci è un sostegno assolutamente indispensabile. Ma, esaurito il suo ruolo (dare sollievo alla fase critica di  un attacco di panico)  si continua con la psicoterapia (mai interrotta). Può anche accadere (percentuale molto bassa) che il paziente, curato con farmaci specifici (fase acuta) trova subito sollievo ed ha una totale remissione della sintomatologia.

Ma, nella maggior parte dei casi, ove si tenta di ricorrere esclusivamente alla farmacoterapia si assiste a ricadute.

Esistono persone che soffrono di attacchi di panico da 30 anni. Unica cura fatta: ‘fai-da-te’  e farmacoterapia e in alcuni casi, psicoterapie mai completate.

Per quanto riguarda poi, i danni prodotti dalla psicoterapia, certamente ci saranno, ma preferiamo che siano i lettori a giudicare se essi siano superiori a quelli prodotti dagli psicofarmaci. Ci limitiamo a far presente (come ha ricordato anche Piero Porcelli in un articolo apparso sul n.2 della rivista “La professione di psicologo” del giugno 2009) che il governo inglese ha deciso recentemente di investire sulla psicoterapia anzichè sugli psicofarmaci per curare i disturbi depressivi. Ciò perchè i consulenti economici dello stesso governo hanno calcolato che trattare la depressione con la psicoterapia conviene sia ai pazienti – a cui vengono risparmiati gli effetti collaterali degli psicofarmaci – che allo Stato, sul quale grava la maggior parte dei costi diretti (trattamenti e ricoveri) e di quelli indiretti (primo fra tutti la disabilità  lavorativa).

 

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Cura attacchi di panico – quale terapia

Cura attacchi di panico – quale terapia

A questa frequente domanda, cura attacchi di panico, quale terapia è possibile,  la mia risposta è quasi sempre: “….c’è sempre una cura per chi vuol farsi curare …” e non è assolutamente retorica. Molte persone ne soffrono e non curano il problema, aggravando la propria situazione anche perchè affrontano in modo sbagliato il problema degli attacchi di panico. Insomma, come una carie sottovalutata può trasformarsi in qualcosa di più serio, un principio di attacco di panico ignorato, può portare il soggetto a limitare, a volte anche pesantemente il proprio (e dei propri cari) stili di vita.

Cura attacchi panico – intervista su TG Regione Lazio

Ma, vediamo come si curano gli attacchi di panico. Sulla base della mia esperienza clinica, la cura si poggia su alcuni pilastri che sono:

Psicoterapia, da svolgere in due fasi:

La prima, di tipo Cognitivo Comportamentale, necessariamente di breve durata e tesa ad alleviare tutta la sintomatologia. Ci  si concentra sul qui e ora (hic et nunc) e fornisce un sollievo in breve tempo
La seconda, di tipo psicodinamico, teso a comprendere le eventuali ragioni inconsce che hanno determinato questa situazioneGli attacchi di panico si possono sconfiggere, anche in tempi rapidi

Cure attacchi di panico – la terapia farmacologica

La terapia farmacologica sintomatica può (e deve) essere modulata in base alle reazioni del paziente, ma è finalizzata al contenimento del sintomo e non sempre (come invece spesso sentiamo dire da neurologi e psichiatri) interviene sulle cause dello stesso; inoltre offre un valido supporto, che riduce la sintomatologia ansiosa, ma anche al buon esito della psicoterapia individuale.
Tuttavia, non si può assolutamente escludere che i farmaci, agendo a livello neurochimico, riducono i sintomi e talvolta, possono innescare nel soggetto effetti virtuosi (frequente quando la sintomatologia concede una tregua) che si riflettono sui comportamenti e sui pensieri, e sono in grado di modificare in maniera permanente i circuiti neuronali coinvolti, che presumibilmente erano alla base dei sintomi. In questo caso la sola cura farmacologica ha successo. Credo che comunque questo risultato sia poco frequente se non addirittura assolutamente fortuito. Lo confermano tutti quei casi clinici di coloro che si sono (o ancora oggi) affidati esclusivamente a tale tipo di terapia. Ripeto, l’unica vera cura degli attacchi di panico è solo la Psicoterapia. Tutti gli altri approcci (farmaco, training autogeno, yoga, gruppo di mutuo aiuto, etc) vanno considerati come un validissimo supporto.

Nella psicoterapia, invece, attraverso la parola (ed eventuali esercizi), vengono stimolate proprio quelle aree neuronali coinvolte con il disagio e i suoi sintomi.
I risultati prodotti da una psicoterapia conclusa in modo soddisfacente (molti studi attribuiscono una percentuale di successo superiore all’80%) conferma che i risultati sono permanenti.
La differenza è che nella psicoterapia il successo non si affida nè al caso nè alla fortuna.

Cure attacchi di panico – cosa fare durante la crisi

Durante una crisi di panico suggerisco sempre di porsi in una situazione di estrema comodità. Se avete la camica, provate a sbottonare qualche bottone, magari allentate la cinta dei pantaloni, se le scarpe stanno strette, toglietele. Una volta posto il proprio corpo in una situazione priva di costrizioni, focalizzatevi sul respiro, che deve essere il più regolare e ‘ossigenato’ possibile. Un bel lungo respiro, ossigena meglio il cervello e un cervello ossigenato reagisce meglio.

Focalizziamoci sulle aree bersaglio della crisi (formicolio alle mani o ai piedi, il petto ci stringe, sudiamo, abbiamo capogiri…) e cerchiamo di intervenire come si può (massaggio al torace, oppure agli arti coinvolti, il viso se sudiamo etc. )

Non dimentichiamo che gli attacchi di panico, passano e non si muore. Piano piano, se abbiamo adottato gli accorgimenti di cui sopra, la crisi comincia a calare d’intensità e lentamente cominciamo a sentirci meglio come dopo aver concluso un grande sforzo (parto, scalata, esame, etc).

L’Adp è il veicolo dove l’accumulo di energia trova la sua valvola di scarico a testimonianza (forse) di un modello di vita alieno alla nostra reale essenza e a cui, spesso senza esito, proviamo a ribellarci. Dopo un attacco, cerchiamo di verbalizzare anche a voce alta tutto ciò che ci viene in mente e poi utilizziamolo (oppure, meglio ancora, portiamolo come materiale in terapia) per ‘carpirne’ il messaggio subliminale. Non dobbiamo subire l’AdP ma dobbiamo cavalcarlo per comprendere il messaggio che implicitamente l’inconscio ci lancia.

Leggi anche un artcolo che spiega cosa succede quando si va dallo psicologo, e cosa sono gli attacchi di panico

Attacchi di panico

Attacco di panico

Una crisi di attacco di panico si riconosce perchè improvvisamente, ovvero come un fulmine a ciel sereno, si prova paura (in assenza di un reale pericolo) e si percepisce un disagio molto forte, che ha, il più delle volte, un inizio improvviso; dura mediamente meno di mezz’ora.  

I sintomi includono tremore, respirazione superficiale, sudore, nausea, vertigini, iperventilazione, parestesie (sensazione di formicolio), tachicardia, sensazione di soffocamento o asfissia.

La manifestazione è significativamente diversa da quanto avviene negli altri tipi di disturbi di ansia, in quanto gli attacchi di panico sono improvvisi, non sembrano provocati da alcunché e spesso sono debilitanti.

Un episodio è spesso categorizzato come un circolo vizioso, dove i sintomi mentali accrescono i sintomi fisici e viceversa. In questo video sugli attacchi di panico, ne faccio una breve esposizione

La maggior parte delle persone che ha un attacco di panico, poi ne ha altri in seguito. Se una persona ha attacchi ripetuti, oppure sente una forte ansia riguardo la possibilità di avere un altro attacco, allora si dice che ha un “disturbo da attacchi di panico” o DAP.

Ma, l’attacco di panico ha un suo risvolto positivo, anche se sembra incredibile da credere.

Attacchi di panico – a cosa serve

L’attacco di panico è una potenzialità, perchè ci offre delle informazioni vitali su di noi. Insomma, anche se può sembrare un paradosso, potrebbe essere una OPPORTUNITA’. Se poi pensiamo al primo attacco di panico ci rendiamo conto che questa ipotesi potrebbe avere senso.

La febbre è il sintomo evidente di una malattia virale o batterica. L’AdP è il sintomo evidente di un disagio interiore.

Se, ad esempio, non riusciamo a prendere la metro per andare al lavoro, potremmo scoprire ad esempio, che quel lavoro non ci piace.psicofarmaci e nevrosi

Oppure, ad esempio un attacco di panico che prende ad un giovane manager all’indomani di una possibile assegnazione all’estero, che in termini di carriera vorrebbe dire un grosso salto in avanti.

Ebbene, l’attacco di panico lo protegge da una sfida, che in quel momento era inaccettabile.

Oppure la paura che si manifesta nel parlare in pubblico, sintomo, forse di una paura ancora più penetrante, dovuta alla necessità di fare sgradite confessioni alla propria moglie, oppure ai propri genitori, etc.

Insomma, il Panico, a volte, può essere il nostro migliore amico: ci indica qualcosa.

Attacchi di panico – il suo senso

Cerchiamo di chiarire questo concetto, affrontando il problema dei così detti psicofarmaci. Non dobbiamo demonizzare nulla, infatti ci sono momenti (c’è il tempo per tutte le cose) dove può essere necessario ‘staccare’ e andare a prendersi un caffè perchè necessario, come necessario potrebbe essere  prendere uno psicofarmaco, perché in quel momento, è proprio necessario.

Però, il soggetto, in quel momento, offre al mondo un disturbo e quel disturbo non dovrebbe essere risolto minimizzandone il senso attraverso l’uso del farmaco. Il paziente ci chiede di curare, ci chiede insomma di afferrare il grande messaggio psicologico; se si ignora questo messaggio, non possiamo pretendere che il farmaco risolva tutto, dal momento che fa solo poche cose ovvero attutire, sostenere.

Quando in casa abbiamo un corto circuito, si stacca la corrente. Se non c’è la corrente, vuol forse dire che il corto circuito non c’è più? Insomma, abbiamo tolto il corto circuito ma anche tutta la corrente.

La “nevrosi” e l’attacco di panico è una nevrosi, che poi altro non è che un  disturbo della nostra personalità, che va ascoltato con molta attenzione. Quel disturbo altro non è che una ‘vibrata protesta‘ e quando si protesta, ascoltare è fondamentale. Ignorarla serve solo a peggiorare la situazione.

Attacchi di panico – paura di cosa?

Ma, cerchiamo di fare l’anatomia dell’attacco di panico.  Insomma, perchè alcune (molte, troppe) persone ne hanno?

Il tutto parte dalla paura,  che è una delle emozioni primarie, forse anche la più primitiva; coinvolge mente e corpo così velocemente da battere sul tempo qualsiasi pensiero ed elaborazione mentale (la prima reazione parte dall’amigdala e solo in seguito dalla elaborazione corticale). Ci sono tante possibili reazioni per evitare la paura, alcune funzionali altre meno.

Nelle sua estrema conseguenza, le azioni messe in atto per evitare la paura, e tutta la sua sintomatologia, sia emotiva che somatica, paradossalmente, ne provoca la reazione opposta: aggrava la sintomatologia.  A questo punto, il soggetto si rende conto di essere assolutamente impotente, realizza che non è più in grado di controllare gli eventi, percepiti appunto come incontrollabili e quindi estremamente limitanti.

Quando la persona si trova in questa situazione, può reagire in vario modo, ad esempio con una depressione, oppure con un senso di persecuzione oppure, tentando di difendersi con una serie di rituali di evitamento. In tal modo, il soggetto, tenta continuamente di controllare (magari evitando) tutte quelle situazioni che potrebbero determinare un attacco vero e proprio.

Paradossalmente cercando di avere il controllo … si perde il controllo.

Attacchi di panico – il controllo

Il soggetto, per controllare il proprio stato di allerta, interferisce su tutti i parametri fisiologici alterando così il loro normale e spontaneo funzionamento (se uno ascolta la propria respirazione, il battito del cuore, etc, ne altera l’equilibrio). I parametri fisiologici così sollecitati, provocano l’innalzarsi del livello di ansia (lucidità mentale, battito cardiaco, senso di equilibrio, ritmo respiratorio, ecc); cioè, sotto queste sollecitazioni volontarie, se ne altera la naturale espressione.

Il soggetto entra in un circolo vizioso, percepisce questa alterazione e si spaventa; i parametri fisiologici si alterano ancor più, il livello di paura aumenta. Se non si interrompe questo loop, è molto probabile che avremo un attacco di panico.

Le tipiche reazioni sono: evitamento e ricerca di aiuto da altre persone.

Se una persona evita situazioni a rischio (cinema, ristorante, guida solitaria, ascensore, etc), provoca esattamente il suo contrario. Perchè la situazione temuta conferma la sua pericolosità e aumenta l’idea di non essere capace di affrontare la situazione evitata. Insomma, si sfiduciano le proprie risorse.

Se invece ci si affida ad altri, accade la stessa cosa. Ci si depersonalizza e dimostriamo di non essere capaci, rinforzando la situazione.

In sintesi, un piccolo (o grande) momento critico (creatosi magari perchè l’apparato psichico si rifiuta di continuare in modo unilaterale a supportare i comportamenti del soggetto – in questo senso l’attacco di panico potrebbe essere visto come una opportunità), si palesa la percezione della perdita del controllo.

Il soggetto attiva le difese (evitamento, controllo dei parametri fisiologici, etc) che, come chiarito sopra, incrementano invece di ridurle, le relative sensazioni. A questo punto non rimane che chiedere aiuto oppure evitare; tutte tattiche che enfatizzano il senso di insicurezza  e deprimono le proprie risorse. Tutto ciò porta alla convinzione che la minaccia è reale. Continuando in questo iter, nel giro di poco tempo esploderà un attacco di panico.

Attacchi di panico:  quali sono le cause o le possibili ragioni?

Dalla mia esperienza clinica, ho rilevato che le sindromi fobico-ansiose e in particolare l’attacco di panico, dipendono anche da conflitti psicologici (rimossi) che si pongono come irresolubili.

La psicoterapia ha allora lo scopo di rendere coscienti questi conflitti, con il fine di permettere una rielaborazione e di conseguenza una nuova sintesi  che viene tollerata dalla coscienza.

Questi conflitti di solito generano molta ansia che, una volta superato il livello di guardia, diviene insopportabile e  provocano il collasso del sistema: la fenomenologia di questo collasso é appunto l’attacco di panico.

In quest’ambito esistono una serie di modi giuste ed altre sbagliate che permettono, se opportunamente utilizzate, di gestire meglio la sintomatologia.

Leggi anche un artcolo che spiega cosa succede quando si va dallo psicologo, e come si curano gli attacchi di panico

 

Paura

urlo

Gli psicologi sostengono che la paura è un momento emotivo molto forte e intenso, scatenato nel momento in cui si ha la percezione di un pericolo, reale o non: essa è una delle emozioni primarie, di base, comune sia alla specie umana, sia a molte specie animali.

La paura è un’emozione governata prevalentemente dall’istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza dell’individuo ad una presunta situazione di pericolo; si scatena ogni qualvolta si presenti un possibile rischio per la propria incolumità, e di solito accompagna un’accelerazione del battito cardiaco e delle principali funzioni fisiologiche di difesa.

La paura è una emozione che ereditiamo nascendo, e ci permette di  strutturare il mondo e la nostra vita. Ignorare la paura (c’è chi sostiene questa assurdità) lo fa per incoscienza aver paura, spesso salva la vita, insomma avendone, cercheremo di evitare rischi inutili. Tuttavia, com’è ovvio che sia, non bisogna neanche esagerare il suo opposto, vivremmo ingessati e spaventati da ogni alito di vento. Se siamo in grado di  controllare certe situazioni, la paura si allenta e si riesce a trovare i margini affinche la ragione possa intervenire con suluzioni idonee.   Invece in certe situazioni la paura finisce per essere terrore, soprattutto quando pensiamo di non avere vie d’uscita. È importante dunque che si impari fin da piccoli a valutare i modi per fronteggiarla, che sono tanti e diversi. Quando un bambino è molto piccolo si affida alle sue figure di attaccamento. Poi man mano che cresce deve imparare a contare su sé stesso.
Chi ha ‘saltato’ questo passo fondamentale (perchè ad esempio abbandonato, oppure poco seguito), impara meno e in modo distorto e, crescendo, potrebbe incotrare serie difficoltà sul fronte del benessere psicologico, avendo, ad esempio, attacchi di panico.

Dal punto di vista biologico, se abbiamo paura secondo Goleman , nel suo libro Intelligenza emotiva, “… se abbiamo paura, il sangue fluisce verso i grandi muscoli scheletrici, ad esempio, quelli delle gambe, rendendo così facile la fuga e al tempo stesso facendo impallidire il volto, momentaneamente meno irrorato (ecco da dove viene la sensazione che si geli il sangue). Allo stesso tempo, il corpo si immobilizza, come congelato, anche solo per un momento, forse per valutare se non convenga nascondersi. I circuiti dei centri cerebrali preposti alla regolazione della vita emotiva scatenano un flusso di ormoni che mette l’organismo in uno stato generale di allerta, preparandolo all’azione e fissando l’attenzione sulla minaccia che incombe per valutare quale sia la risposta migliore…”

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La paura della morte
In realtà tutte le paure originano da quella paura fondamentale, dalla consapevolezza che noi siamo persone finite e che un giorno moriremo. Questo è l’elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. La soluzione consiste nel rassegnarci all’idea di doverci preparare a questo evento ultimo, accettando la propria condizione di esseri che nascono e che muoiono. Dobbiamo proiettarci in un sistema più vasto, perché noi facciamo parte del genere umano. Dovremmo mantenere un pizzico di quel senso di onnipotenza che appartiene ai bambini nei primi anni di vita. Un bambino pensa di non morire, pensa che muoiano gli altri, poi, man mano, si rende conto che anche per lui la morte è inevitabile. Perchè? Perchè l’IO del bambino è primitivo. Perchè la coscienza del bambino è minima. Perchè l’ìnconscio è più preponderante. Perchè il bimbo, che non ha una coscienza sviluppata, non sa. Vive ancora in quello che Neumann chiama Pleroma dell’Uroboros (leggi qui). Perchè la vita di un bimbo è la vita che vivono gli adulti quando … sognano.

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Paura e coraggio
Nella storia antica vi è una differenza tra il coraggio fisico di Achille e quello razionale di Ulisse. Quest’ultimo, quando si trova nella grotta di Polifemo, accetta che il ciclope mangi alcuni dei suoi compagni, senza lasciarsi prendere dal panico, perché egli ha una sua strategia. Così come ci sono tante forme di paura, ci sono altrettante forme di coraggio. È necessario che la paura sfoci nel coraggio, che non è incoscienza, perché il coraggio è qualcosa di calcolato e non sempre si manifesta nello stesso modo. Di volta in volta, valutando la situazione, si può attuare una forma di coraggio che consista nel prendere immediatamente un’iniziativa, così come invece richieda la capacità di saper aspettare il momento giusto per reagire.

Ogni età ha la sua paura
Ogni età ha le sue paure. Il neonato alla nascita ha paura dei rumori forti, del dolore, ma, provenendo da un luogo buio, non ne ha paura. Intorno ai due, tre anni, attenzione perchè comincerà ad avere paura del buio, perché comincia a percepire la differenza luce/buio, dunque capirà che al buio ha un minore controllo della realtà. Quindi ha la paura non del buio, ma nel buio. All’età di due o tre anni non ha ancora paura dei mostri, per rappresentarseli, ci vuole una fantasia che ancora non c’è, mentre a quattro o cinque anni, il bambino comincia già a avere paura dei fantasmi, dell’uomo nero e così via. A quattro o cinque anni incomincia a sentire parlare di morte e comincia a farsene una prima idea, soprattutto in caso di morte di una persona che lui conosce o anche di un animale a lui caro. A sette o otto anni può cominciare ad avere paura degli incidenti, dei ladri, oppure delle punizioni. Un adolescente invece sviluppa paure inerenti al suo rapporto con gli altri. Egli deve essere più autonomo, deve fronteggiare tutta una serie di situazioni sociali, spesso ha paura di fare una brutta figura in determinate occasioni. Si tratta di paure sociali per un ambiente che ancora non controlla bene, perché anche in questo ambito bisogna acquisire delle competenze. E man mano che si va avanti si impara. Più si conosce, in genere, più la paura diminuisce. Maggiore è la conoscenza e minore è la paura. L’esperienza insegna, anche se talvolta è traumatizzante. Prendiamo il caso di un individuo che ha assistito ad una rapina. È probabile che egli sviluppi un trauma per rimuovere il quale si debbano mettere in atto alcune tecniche specifiche. Perché questa è un’altra caratteristica della paura: più si lascia passare il tempo, più c’è il rischio che s’ingigantisca a causa della nostra immaginazione. È questo che ci differenzia dagli animali, perché mentre loro vivono nel presente rispondendo istintivamente a uno stimolo, noi, in più, abbiamo la capacità di rielaborare mentalmente le esperienze, di collegarle tra loro o, come nell’esempio, di ingigantire un problema.

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Paura e angoscia
L’angoscia è qualcosa di molto diffuso che dipende dalle paure di natura esistenziale. Per esempio, se io ho paura dell’aereo usufruirò, per viaggiare, di un altro mezzo di trasporto, se ho paura dei luoghi chiusi o troppo affollati, preferirò quelli all’aria aperta. Queste sono strategie. Però, se, la paura è nella mia psiche, come la paura costante della morte e del pericolo in generale, allora è incontrollabile e, per questo, nessuna strategia sarà in grado di eluderla. L’unica via d’uscita potrebbe essere quella di convogliare questo tipo di paure su un unico aspetto dell’esistenza, in modo da poterlo controllare e quindi risolverle.

Psicoterapia della paura
Ci sono vari metodi per fronteggiarla Intanto bisogna vedere se è una paura localizzata e superficiale, legata a un trauma specifico oppure se è una paura di tipo esistenziale, più profonda. Nel caso in cui si cada da cavallo e si abbia paura di rimontare in sella, la terapia è abbastanza facile, perché ci si riavvicina al cavallo, con cautela, senza però lasciar passare troppo tempo. Se invece, dietro a quella paura, che sembra specifica, c’è un problema esistenziale, un’insicurezza di fondo, una mancanza di autostima, allora si ha a che fare con un problema più grave e dunque la terapia psicologica consisterà nel risalire all’origine di questo stato di crisi.

La paura di oggetti o contesti può anche essere appresa: questo fenomeno dipende dai circuiti emozionali del cervello e prende il nome di paura condizionata.

Principali reazioni istintive alla paura possono essere l’intensificazione delle funzioni fisico/cognitive e l’innalzamento del livello di attenzione, difficoltà di concentrazione, diminuzione della temperatura corporea, sudorazione, aumento dell’adrenalina, protezione istintiva del proprio corpo (cuore, viso, organi genitali), ricerca di aiuto, fuga.

La paura è talvolta causa di alcuni fenomeni di modifica comportamentale permanenti: ciò accade quando la paura non è più scatenata dalla percezione di un reale pericolo, bensì dal timore che si possano verificare situazioni, apparentemente normalissime, ma che sono vissute dal soggetto con profondo disagio. In questo senso, la paura perde la sua funzione primaria, legata alla naturale conservazione della specie, e diventa invece l’espressione di uno stato mentale.

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