Studio Bumbaca, Roma,Piazza Re di Roma 3 / Avezzano (loc FORME). cell: 366 2645 616
Psicologo Psicoanalista Roma e Avezzano Dott. Domenico Bumbaca, Roma, San Giovanni e Avezzano – cell 366 2645 616
  • Nov
    24

    Il termine deriva dal francese frotteur, colui che sfrega. Secondo il DSM-IV, il frotteurismo comporta il toccare e lo strofinarsi contro una persona non consenziente. Il comportamento di solito si manifesta in posti affollati, in cui il soggetto può facilmente sottrarsi all’arresto (per es. marciapiedi pieni di gente o mezzi di trasporto pubblico). Il soggetto strofina i propri genitali contro le cosce o le natiche della vittima oppure palpeggia i suoi genitali o le mammelle. Facendo questo egli spesso fantastica una relazione esclusiva di intimità con la vittima. Di solito questa parafilia esordisce nell’adolescenza. I frotteur risultano essere esclusivamente uomini e possono sviluppare la loro tendenza in senso sia omo che etero.

    Alcuni autori ritengono che il frotteur sia un soggetto in cui lo sviluppo sessuale si è arrestato allo stadio infantile dell’erotismo corporeo e cutaneo. Il frotteur ha in comune con il feticista la tendenza all’anonimia, la paura di un contatto responsabile con un’altra persona. Tuttavia, al contrario del feticista, fissato soltanto sugli oggetti-feticcio, egli ha comunque bisogno di un partner sessuale. Per formulare la diagnosi di frotteurismo i criteri del DMV-IV prevedono che il soggetto, per un periodo di almeno 6 mesi, abbia fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che prevedono il toccare o lo strofinarsi contro una persona non consenziente. Inoltre le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti devono creare un disagio clinicamente significativo o la compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del comportamento.

    Una importante caratteristica del frotteur è data dal fatto che per lui l’elemento più importante della sua esperienza è la percezione sensoriale del tatto, ovvero la possibilità di sentire direttamente sul proprio corpo il calore, il movimento, i contorni di un altro corpo sconosciuto, ma vivo e pulsante.

    Invece alcuni ricercatori americani avanzano l’ipotesi che il comportamento sessuale deviante costituisca una distorsione patologica della fase del corteggiamento. Inoltre, essi ritengono che, sebbene il frotteurismo sia abitualmente considerato semplicemente una seccatura, la ricerca futura avrà il compito di accertare quale percentuale e quali di questi individui sono a rischio di commettere offese sessuali più violente.

    Secondo un’ottica psicoanalitica, questi soggetti sarebbero stati tutti esposti alla scena primaria, cioè da piccoli avrebbero assistito ripetutamente a rapporti sessuali tra i genitori. Per un complesso meccanismo nevrotico, questo tipo di esperienza, vissuta in modo traumatico, disporrebbe spesso questi pazienti a un disordinato aumento della rabbia da loro provocata nei confronti delle donne, dalla quale si difenderebbero mediante stati di depersonalizzazione. Gli atti sessuali assumerebbero, quindi, una caratteristica onirica che potrebbe richiamare la scena primaria a cui sono stati sottoposti da bambini. Il meccanismo di modificazione dalla passività all’attività e l’identificazione con l’aggressore diverrebbe l’elemento preponderante dell’attività frotteristica.

    A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

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  • Nov
    22

    Secondo il DSM – IV, le Parafilie sono caratterizzate da ricorrenti e intensi impulsi, fantasie, o comportamenti sessuali che implicano oggetti, attività o situazioni inusuali e causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento; includono l’Esibizionismo, il Feticismo, il Frotteurismo, la Pedofilia, il Masochismo Sessuale, il Sadismo Sessuale, il Feticismo di Travestimento, il Voyeurismo, e la Parafilia non Altrimenti Specificata.

    Dunque, le caratteristiche specifiche della Parafilia sarebbero legate ad una ricorrente, intensa attrazione sessuale riguardante oggetti non umani, sofferenza, dolore o umiliazione propria o del proprio partner, coinvolgimento di bambini o adulti non consenzienti. La diagnosi di Parafilia, inoltre, viene fatta solo se il soggetto mette in atto questi impulsi, o risulta a disagio a causa di essi. Gli autori del DSM – IV, per valutare il continuum fra fantasia e azione e per non scindere il legame fra vissuti interiori e mondo reale, hanno elaborato tre diversi criteri di gravità delle manifestazioni di una o più Parafilie.  La diagnosi differenziale posta dal DSM – IV è che una “Una Parafilia deve essere distinta dall’uso non patologico di fantasie, comportamenti, o oggetti sessuali come stimolo per l’eccitazione sessuale in soggetti senza Parafilia. Le fantasie, i comportamenti o gli oggetti sono parafilici solo quando portano ad un disagio clinicamente significativo o ad una menomazione (per es., sono vincolanti, esitano in disfunzioni sessuali, richiedono la partecipazione di soggetti non consenzienti, portano a complicanze legali, interferiscono con le relazioni sociali)”.

    Per quanto riguarda la pedofilia, attualmente, per poter considerare pedofilica l’attività sessuale con minori è necessario che gli stessi abbiano meno di 13 anni, che siano prepuberi, che il soggetto pedofilo deve avere almeno 16 anni e almeno 5 anni più del bambino. Il disturbo avrebbe inizio, secondo il DSM – IV, solitamente con l’adolescenza, anche se alcuni soggetti riferiscono di non aver provato eccitamento verso i bambini fino alla mezza età. Il decorso è cronico, specialmente per i soggetti attratti dai maschi. La frequenza di tale comportamento pedofilo è fluttuante e in relazione agli stress psicosessuali (DSM – IV, 1994).

    Naturalmente, a parte ogni aspetto legato alla morale o di tipo sociale, molti altri studiosi ed autori (Andreoli, 1996) ritengono  che invece ogni attività sessuale fra prepuberi e adulti sia negativa per il bambino ed addirittura traumatica per lo sviluppo armonico della personalità, causando nel bambino danni legati alla perdita dell’infanzia e ad una crescita improvvisa non adeguata ai vissuti interni dell’Io, che proprio nella fase evolutiva, soprattutto per prepuberi, non può essere in grado di vivere appieno e serenamente la relazione pedofila, comprendendo nel profondo l’agito sessuale. Non appare possibile, quindi, parlare di amore consensuale, di un rapporto basato sul consenso, soprattutto in considerazione del fatto che il bambino prepubere non può arrivare ad una scelta autonoma, essendo dipendente psicologicamente nella relazione.

    Jaria (1968), autore di una ricerca, senz’altro la più significativa in Italia, condotta presso la sezione giudiziaria dell’Ospedale Psichiatrico di Castiglione delle Stiviere (MN) su pedofili, ha evidenziato che “L’esistenza del pedofilo durante l’accadimento sessuale appare come interrotta e l’evento rappresenta come una parentesi nella storia interiore dell’individuo”; a sostegno di ciò riporta quanto

    affermava un pedofilo, “era come se fosse un’altra persona a fare quelle azioni…”. Continua l’Autore: “Appaiono carenti nel pedofilo la tenerezza, il distanziamento, l’avvicinamento differenziato, la pienezza infinita dei giuochi intermedi, che avvengono in reciprocità, e dei sistemi cuscinetto caratteristici dell’amore”.

    Le conclusioni a cui giunge confermano le difficoltà di conoscenza del fenomeno in quanto ritiene che “praticamente insoluto rimane l’ordinamento nosografico della pedofilia“. Motiva ciò affermando che “non esistono perversioni, ma solo perversi”. Le caratteristiche psicologiche dei pedofili riscontrate da Jaria in quasi tutti i soggetti sono state le seguenti: “ritardo o precocità nello sviluppo sessuale, immaturità, disturbi del rapporto interpersonale, insicurezza, esplosività, labilità della personalità, notevole aggressività, petulante invadenza, irrequietezza e instabilità”.

    In un’altra ricerca Jaria, Capri, Lanotte (1993, 1995) hanno analizzato – attraverso colloqui clinici e Test Proiettivi - alcuni tratti della personalità dei pedofili relativi soprattutto alla strutturazione dell’Io, alle dinamiche intrapsichiche, all’area affettiva e alle relazioni interpersonali. Gli elementi emersi come significativi sono stati i seguenti:

    A) Immaturità Affettiva, caratterizzata da scarsa efficienza e rapida esauribilità dei freni inibitori di fronte all’imminenza e all’urgenza degli impulsi sessuali, affettività più egocentrica che adattiva, funzioni affettive coartate e nello stesso tempo labili. Bassa tolleranza alle frustrazioni, ipersensibilità alle critiche.

    B) Identificazione Deficitaria, mancato riconoscimento delle proprie componenti sessuali; il processo di identificazione, connesso alla ricerca di identità che va dalla dipendenza alla autonomia affettiva e sociale, appare non sufficientemente adeguato e non armonico rispetto alla realtà. Il legame oggettuale primario appare patologico ed espresso attraverso l’indifferenziazione e l’idealizzazione dell’oggetto indifferenziato.

    C) Relazioni Interpersonali iInadeguate. La deficitaria identificazione, la mancanza quindi di un modello chiaro di comportamento, fanno sì che il rapporto con l’altro si sviluppi in modo irregolare e superficiale: infatti, ruoli in conflitto e mutevoli sono assunti nelle relazioni sociali. Tali rapporti non sembrano capaci di svilupparsi su basi adattive, costruttive e mature. Comportamenti ed emozioni nei

    confronti dell’altro sembrano espressi o in termini oppositivi, o manipolativi, o di dipendenza, o di evitamento.

    In conclusione, questi studi ipotizzano che un pedofilo può “soffrire” di un disturbo psichico così come ne può “soffrire” qualsiasi altro individuo non pedofilo, in quanto la perversione non sembra essere di per sé una malattia, bensì un sintomo, sociale o non, di un qualunque altro disturbo e in quanto sintomo non sempre e non necessariamente dovrebbe essere ascritto nella nosografia psichiatrica. In altri termini, vari sintomi concorrono per accreditare una malattia dal punto di vista sanitario, ma non sempre i sintomi evidenziano ciò che emerge all’apparenza; pertanto, non sempre il sintomo della pedofilia ha valore di disturbo psichico relativo in modo esclusivo alle perversioni, nelle quali può anche essere inserito ma solo a livello descrittivo. Sembra avere, invece, significatività relativamente processi psicopatologici dell’Io stratificati a livello profondo.

    D’altronde sappiamo – anche grazie alle riflessioni di Freud (1919) – “che gli eventi umani i cui significati appaiono enigmatici e inspiegabili e che hanno alla base contenuti intensamente angoscianti, vengono percepiti come perturbanti”.

    Forse, anche in seguito a ciò, la stessa scarsa conoscenza che abbiamo di personalità così cariche di contenuti difficili da accettare per la nostra cultura e per la nostra società – il diverso perverso che abusa dell’ingenuità di un bambino innocente – potrebbe avere una ragione irrazionale legata alle nostre antiche difficoltà nell’avvicinarci alle situazioni “mostruose”, al “perturbante”, a colui che rappresenta noi come genere e di cui temiamo forse di riconoscere ciò che non vogliamo sapere (Jaria, Capri, 1995).

    P. Capri, SEMINARIO DI PSICOLOGIA GIURIDICA “LA PEDOFILIA TRA SCIENZE UMANE E GIUSTIZIA PENALE” Siracusa, 16 – 18 ottobre 1997

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  • Nov
    21

    SESAMO, acronimo di Sexrelation Evaluation Schedule Assessment Monitoring, è un test psicodiagnostico destinato all’indagine in ambito clinico e di ricerca. La metodica consente di identificare aspetti disfunzionali sessuali e relazionali in soggetti single o con vita di coppia.

    I principali obiettivi della metodica rispondono a due criteri:

    – Elaborare un profilo psicosessuale e socio-affettivo del soggetto esaminato, inteso come immagine idiografica.

    – Formulare ipotesi circa le cause e gli aspetti disfunzionali nell’ambito della sessualità individuale e di coppia (ipotesi da verificare eventualmente, con ulteriori indagini mirate agli aspetti significativi emersi).

    La soluzione più adeguata per raggiungere tali obiettivi è stata individuata in una indagine strutturata secondo le modalità del questionario. Tale reattivo è stato diversificato per maschio e femmina e dicotomizzato per situazione affettiva single/coppia. Lo strumento così elaborato, può essere somministrato tramite computer oppure su carta, applicazione quest’ultima utilizzabile per quei pazienti che si ritiene non abbiano una sufficiente confidenza per gli strumenti informatici.

    L’indagine è stata rivolta essenzialmente alle aree inerenti la sessualità remota ed attuale, ma contestualmente sono state anche considerate tutte quelle aree che, in modo anche indiretto, possono influire su formazione, espressione e manifestazione della sessualità e della relazionalità.

    Nella strutturazione del questionario le aree da indagare sono state divise in tre gruppi denominati in seguito “sezioni”:

    1. La sezione 1 raggruppa le aree concernenti gli aspetti della sessualità remota, quelli socio-caratteriali distintivi del soggetto e un’anamnesi di tipo sanitario. Tutti i soggetti dovranno compilare questa sezione, al termine della quale potranno essere discriminati ed indirizzati ad una delle due sottosezioni in base alla loro situazione affettivo-relazionale.
    2. La sezione 2 raccoglie le aree relative alla sessualità attuale e agli aspetti motivazionali ed è riservata alla situazione di single, intendendo con ciò la non presenza di una stabile relazione sessuoaffettiva del soggetto con un/una partner.
    3. La sezione 3 include le aree che indagano la sessualità attuale del soggetto e gli aspetti sessuorelazionali della coppia. Questa sezione è indirizzata alla situazione di coppia, intesa come presenza di una relazione sessuo-affettiva che si protragga, orientativamente, almeno da alcuni mesi con un/una partner.

    – Alcune aree sono presenti in ambedue gli indirizzi single/coppia poichè taluni aspetti sessuali,

    motivazionali e relazionali, sono comuni alle due situazioni.

    Esistono, inoltre, 3 versioni dello strumento:

    · forma clinica estesa: comprende l’utilizzo di domande con opzione di tipo aperto, chiuso o a scelta multipla. La somministrazione è di tipo carta e matita. La forma maschile comprende 107 item nella versione single e 137 nella versione dei soggetti con relazione di coppia; nella versione femminile gli item sono invece 113 e 145, rispettivamente. Questa versione è disponibile solo in forma computerizzata, corredata dalla parte del manuale che contempla l’esemplificazione di quegli item che lo differenziano dalla forma standard;

    · forma clinica standard: è una versione epurata dalle domande aperte e da tutti gli item che, nella forma estesa, prevedevano un’attribuzione di punteggio dipendente dalla valutazione comparata con altri item. In questa versione il questionario prevede, per i maschi, 62 item per i single e 81 per quelli con relazione di coppia e, rispettivamente, 64 e 85 item per le femmine. La somministrazione è di tipo carta e matita e la correzione avviene tramite opportune griglie di conversione sia in punti z che in ranghi percentuali per ogni area considerata. Il questionario, in questa forma, offre una parametrazione numerica con il campione statistico di confronto (che è stato determinato in riferimento alle caratteristiche della popolazione italiana secondo dati ISTAT relativi al censimento del 1991), nonché sintetiche indicazioni per quelle aree in cui i punteggi superano i valori di soglia.

    · forma software: è l’adattamento della forma standard alla somministrazione diretta mediante il computer; l’approccio è facilitato da modalità semplificate di utilizzo della tastiera, dalla disponibilità di un aiuto in linea e da una breve simulazione introduttiva di apprendimento, al fine di renderne possibile l’impiego anche da parte di persone inesperte nell’uso di strumenti informatici. Questa versione è in grado di fornire in tempo reale analisi diagnostiche ed anamnestiche a vari livelli, numerosi dati (presentati anche in forma grafica), riepiloghi, indicazione delle risposte significative, sintesi dei tratti critici, indicazioni per eventuali approfondimenti diagnostici, eccetera.

    Gli Autori sottolineano come la funzione di questo questionario sessuo-relazionale non sia tanto quella di fornire una diagnosi monoliticamente strutturata, quanto quella di evidenziare eventuali ambiti di sofferenza e possibili percorsi specialistici di intervento.

    L’indagine prende in esame la sessualità attuale e pregressa e, al contempo, i vari aspetti che, direttamente o indirettamente, possono aver contribuito alla formazione, all’evoluzione e all’espressione della sessualità e dei vissuti relazionali remoti e contingenti ad essa associati. Se ne ricava un profilo individuale che mette in rilievo le aree disfunzionali della sessualità del soggetto ed un ampio rapporto narrativo.

    Il SESAMO è, in definitiva, uno strumento capace sia di soddisfare le esigenze del clinico già esperto delle dinamiche psicosessuale, sia di orientare lo specialista di altre branche che si trovi nella necessità di rispondere a domande di disagio, esplicite o mascherate, in ambito sessuorelazionale.

    In ambito puramente clinico lo strumento è utile soprattutto in quanto, senza dubbio, permette di ottenere valide informazioni in tempi più brevi, anche se necessitano, comunque, di ulteriori approfondimenti che sono ottenibili solo tramite il colloquio.”

    L. Boccadoro “SESAMO WIN, Sexrelation Evaluation Schedule Assessment Monitoring on Windows. Approccio differenziale al profilo idiografico psicosessuale e socio affettivo. Manuale della forma estesa”. 2002, O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze

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  • Nov
    17

    Non sappiamo molto di Hermann Rorschach, perché, in virtù delle sue caratteristiche personali (del tipo: genio e sregolatezza) ha lasciato poche informazioni sulla sua vita; ciò che conosciamo lo dobbiamo quasi esclusivamente ai suoi contributi scientifici, di cui però le informazioni che abbiamo sono incomplete, infatti  la documentazione sulla fase iniziale del test è povera, sappiamo solo che nel 1911 Rorschach somministrò uno dei suoi primi prototipi, insieme al Reattivo di Associazione Verbale di Jung, agli studenti di Althau, allievi del suo ex compagno di scuola K. Gehring. Un esperimento complesso, il cui materiale però è andato perso. Dopo queste  esperienze iniziali, svolte nel periodo 1911-1912, ci fu un lungo intervallo in cui lo psichiatra si dedicò ad altri lavori, per poi riprendere la sperimentazione nel 1917, su sollecitazione del direttore dell’ospedale psichiatrico di Zurigo,  E. Bleuler, il quale convinse il suo ex allievo a riprendere gli esperimenti con le macchie, condotti anni prima. Il giovane psichiatra, nel giro di tre anni, scrisse Psychodiagnostik, testo pubblicato nel 1921, a causa di problemi editoriali.

    Fondamentale per la realizzazione della sua opera, fu l’incontro con Carl Gustav Jung. Fiorentino (2011) sostiene che durante i  corsi universitari di medicina di Jung, a cui Rorschach partecipò, furono trattati due argomenti che sarebbero poi diventati fonti d’ispirazione per Rorschach: i risultati della sperimentazione del Test di Associazione Verbale e l’illustrazione di un test, il Klecksographie (Scrittura con le macchie), di J. Kerner.

    Rispetto alle macchie di Kerner, Rorschach introdusse alcuni cambiamenti significativi: inserì il colore, rese più indefinite le macchie e infine formulò una grande sistema per classificare le Risposte, ovvero la Siglatura.

    Anche rispetto al reattivo di Jung ci sono parecchie affinità. Il Test di Associazione Verbale è composto da un elenco di 100 parole-stimolo cui il paziente deve rispondere con la prima parola che gli viene in mente. I criteri principali per l’analisi dei risultati sono: Tempo di Latenza, Perseverazione, Rifiuto, le associazioni di carattere introverso vengono scritte sulla sinistra del foglio dei computi, le associazioni di carattere estroverso sulla destra. Sono gli stessi criteri della Prova Rorschach e del TVI.

    Inoltre in Psychodiagnostik, Rorschach definisce il concetto di Risposta Complessuale facendo esplicito riferimento agli esperimenti di Jung, e utilizza spesso questo termine sia nel corso della sua opera principale, che nel lavoro pubblicato postumo Sulla valutazione del test di interpretazione delle forme.

    Dunque, il Test di Associazione Verbale si basa su parole-stimolo che evocano configurazioni complessuali, il Test di Rorschach invece si basa sulla percezione di macchie senza forma, che posseggono un carattere evocativo che può rivelare configurazioni complessuali.

    La differenza fondamentale fra i due test sta nel fatto che uno si basa su uno stimolo prevalentemente cognitivo, la parola, l’altro, invece, si basa sulla percezione visiva e sulla attivazione di immagini, che si pongono in una linea di confine molto più vicina all’inconscio.

    E’ possibile affermare che Rorschach, quando somministrava il Reattivo di Jung, aveva come obiettivo quello di validare il suo lavoro, che alla fine pubblicò, appena un anno prima di morire in modo improvviso, a 37 anni, rivoluzionando così il mondo della psicologia e della psicodiagnosi.

    Peralta, A., H. Rorschach e C.G.Jung, una relazione di reciproca ambivalenza, relazione presentata alla I Giornata di Studio Rorschach e Psicologia del Profondo, Roma 2006, in Atti della I Giornata di Studio, pubblicati nel settore Rorschach e Psicologia del Profondo del sito della SRR, a cura di M.Fiorentino

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  • Nov
    16

    Tanti sono morti disperati. E questi hanno sofferto più di Cristo. Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 1935/50 (postumo 1952)

    La depressione è uno dei disturbi psicologici tra i più diffusi al mondo: colpisce ogni anno svariati  milioni di persone cioè, circa il 10 – 15 % della popolazione nel rapporto di 2:1 in favore delle donne (nel senso che le donne sono le più colpite). Mediamente la depressione colpisce tra i 25 e i 45 anni di età (colpisce però anche in età più precoce).

    Anche Christina Aguilera ha deciso di aprirsi e di parlare della sua battaglia contro la depressione. La cantante, che negli ultimi giorni si è lasciata andare ad una serie di confessioni piuttosto intime, ha affermato di essere sempre sottotono e che il suo sentimento principale è quasi sempre la tristezza. La cantante ha anche ammesso che spesso (soprattutto di recente) ha trovato molti spunti creativi proprio dal suo stato d’animo depresso. La cantante ha parlato candidamente dei suoi disordini emotivi durante lo speciale Behind The Music.

    Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la Depressione è purtroppo una delle malattie più diffuse ed invalidanti al mondo e spesso viene riconosciuta e/o curata dopo molto tempo, rendendo la sua intensità ancora più grave. Altre volte ancora viene sottovalutata, in particolare se colpisce in giovane età, e a riprova di questo vi sono le sempre più numerose morti per suicidio tra gli adolescenti.

    Il depresso, in senso clinico, ha una sofferenza di gran lunga diversa dalla tristezza, uno stato che, ogni essere umano ha sperimentato sicuramente più di una volta nella vita.

    Il depresso non è solo triste, ma un essere umano che ha smarrito il senso delle cose, è privo di ogni interesse e ha disturbi del pensiero e sintomi fisici mai avuti prima e dura molto più della tristezza.

    L’uomo è nato per soffrire. E ci riesce benissimo. Roberto Gervaso, La volpe e l’uva, 1989

    Ma, come inizia?

    L’insorgenza della depressione può avvenire per cause esterne ben definite, ad esempio, la perdita di un lavoro, la fine di un amore, la malattia o la perdita di una persona cara, gravi conflitti familiari,  eventuali malattie fisiche gravi oppure croniche, durante la menupausa, oppure il puerperio, attraverso l’uso di alcuni farmaci, eventuali squilibri della biochimica del cervello, cambiamento delle amicizie per, ad esempio, un trasferimento in altro quartiere oppure città, etc.

    Raramente la depressione avviene senza nessun evento scatenante, cioè spontaneamente, senza cause apparenti. Esistono sempre cause che possono essere evidenti (vedi sopra) oppure inconsce.

    In merito alla gravità della depressione esistono due macro distinzioni:  la  depressione maggiore melancolica, dove possiamo considerare come determinanti  la familiarità e i fattori scatenanti di natura biologica e la depressione minore ansiosa, dove i fattori  predisponenti e scatenanti vanno ricercati nella sfera psicosociale.

    Non possiamo trascurare, tra le possibili cause della depressione, anche eventuali modificazioni a livello biologico, nella regolazione di alcune sostanze come neurotrasmettitori e ormoni.

    In dettaglio, nel caso della depressione maggiore troviamo soggetti che, ad esempio, mostrano la scomparsa di qualsiasi interesse, mancanza di energia, rallentamento psicomotorio sentimenti di inadeguatezza, inutilità, sensi di colpa, fallimento, disturbi del sonno, perdita di peso, difficoltà della concentrazione, e anche, pensieri di morte.

    Nel caso, invece della  depressione minore abbiamo ansia, irrequietezza motoria, autocompiangimento, pessimismo, sentimenti di incapacità o inutilità , apprensività e irritabilità , affaticabilità, disturbi della concentrazione, disturbi sessuali (perdita della libido), anomalia del ciclo mestruale, disturbi del sonno (insonnia oppure ipersonnia ), disturbi alimentari (es. inappetenza o iperfagia)  etc.

    Ulteriori o eventuali complicazioni possono essere: disturbi alimentari (anoressia, bulimia), disturbi d’ansia (attacchi di panico), disturbo ossessivo-compulsivo (dipendenza da alcol), etc-

    La depressione è una malattia democratica: colpisce tutti. Indro Montanelli

    Quindi quando ci troviamo in presenza dei sintomi sopra descritti, ci troviamo ad affrontare una persona depressa. Dobbiamo però fare attenzione a non confondere la tristezza, oppure l’umore depresso, per depressione.

    Infatti, queste sono emozioni, forse anche complesse, poste a difesa del nostro apparato psichico con lo scopo di segnalarci che abbiamo subito una perdita; una perdita importante. Tale situazione (frutto di fatti reali oppure inconsci), provoca un ripiegamento in noi stessi, molto utile per accettare la perdita e per elaborare una risposta, oppure una nuova prospettiva da cui partire oppure prendere in considerazione nuovi spunti, obiettivi, energie, etc.La depressione, alcol e droga

    Se questa trasformazione non riesce, si corre il rischio di cadere in depressione. Se la reazione alla perdita volge al negativo (cioè non c’è la rielaborazione della perdita come descritta sopra) non di rado, può accadere che ci si sente inadeguati, incapaci, dei falliti, etc. In questo caso, come nei migliori circoli viziosi, da cosa nasce cosa e si scende sempre più verso il versante della depressione e si comincia a compromettere man mano tutte le aree importanti della nostra vita.

    Come si cura

    La depressione, in particolare quella maggiore, si cura attraverso una terapia integrata.

    Quindi, non solo con i farmaci; non solo con la psicoterapia; ma con entrambi. L’uso del farmaco è indispensabile per stabilizzare l’umore; solo con un umore stabilizzato è possibile beneficiare della psicoterapia.

    Ma, quale psicoterapia?

    A mio avviso, anche in questo caso, deve essere integrata.

    Una terapia incentrata sull’hic et nunc, permette di focalizzarsi sulla quotidianità, che poi è il ‘luogo’ ove passiamo la maggior parte del nostro tempo.

    Ma anche una terapia che vada alla radice del problema, quindi di tipo analitico; una terapia che attraverso una regressione controllata, vada alla scoperta di tutti i conflitti che giacciono ancora nell’inconscio, ancora irrisolti. Quei conflitti che poi, alla fin fine, sono la vera e ultima causa di tutti i nostri disagi.

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  • Nov
    11

    La richiesta di valutare l’idoneità educativa, attuale o potenziale, di persone adulte che svolgono o desiderano svolgere un ruolo parentale, viene avanzata abbastanza frequentemente dai tribunali ordinari e, rispettivamente, da quelli dei minorenni. Il tribunale ordinario avanza questa richiesta nei casi più difficili di separazione o di divorzio di una coppia coniugale per meglio valutare l’idoneità dell’uno o dell’altro genitore ad assumere l’incarico di genitore affidatario; qualche volta per valutare l’opportunità che altre persone, al di fuori dei genitori ritenuti poco fidabili, possano essere incaricate di questo ruolo.

    Nell’ambito degli interventi previsti in Italia in ordine alla tutela dei minori privi di un valido riferimento familiare, un posto particolarmente rilevante occupa la legge 184 del 1983 che si propone di disciplinare in modo organico l’istituto dell’affidamento eterofamiliare. Nel ribadire il diritto del bambino ad essere educato nella propria famiglia, contemplando il ricorso all’Istituto solo come “extrema ratio”, le legge stabilisce che, comunque, all’affidamento si ricorra solo temporaneamente, in attesa di una soluzione definitiva ai problemi che rendono “non idoneo” l’ambiente educativo della sua famiglia d’origine. E’ fondamentale l’affermazione della legge secondo la quale “l’affidatario deve agevolare i rapporti fra il minore e i suoi genitori e favorirne il reinserimento nella famiglia d’origine”. L’affido, secondo questa lettura, rappresenterebbe per il bambino una risorsa proprio in quanto sarebbe in grado di salvaguardare il “legame” tramite l’esperienza quotidiana con altri adulti in funzione genitoriale, qualora i genitori naturali siano impossibilitati ad esercitare tale funzione. Cruciale quindi, diviene il concetto di “temporaneità” del provvedimento: dal punto di vista del minore questo aspetto può costituire al tempo stesso un rischio o una risorsa. Si può definire “a rischio” il bambino che vive l’affido “come se” fosse per sempre, tagliando completamente i ponti con le proprie origini e non accettando di vedere gli affidatari non come veri genitori: in questo senso la temporaneità può essere vissuta drammaticamente e la conclusione dell’affido può scatenare reazioni di negazione e di rifiuto pericolosi per la salute psichica del bambino e controproducenti per la buona riuscita dell’intervento. E’ però possibile e auspicabile, che  tutto il “congegno” dell’affido funzioni in modo tale da salvaguardare la bontà del legame familiare, al di là dell’ambito interno del quale esso ha potuto svilupparsi: il rientro in famiglia dopo l’affido, sarà solo un passaggio naturale ed atteso dal bambino al quale – da una parte – non sarà stata negata la possibilità di vivere la sua crescita in un ambiente idoneo, ma che – dall’altra – avrà avuto contemporaneamente la possibilità di salvaguardare il riferimento alla propria personale storia familiare e alle proprie radici.

    Occorre in ogni modo ricordare che il ruolo di chi presta la propria competenza in queste delicate situazioni è soprattutto quello di connettere costantemente tra loro il pensiero e l’azione, agendo sul mondo esterno e rispondendo con l’intervento alle pressioni urgenti della realtà, ma nella volontà di lasciare spazi ad una riflessione che conduca a comprendere sempre più profondamente il mondo interno che si muove ed evolve in ciascun individuo e in ogni sistema relazionale.

    A. Quadrio, G. De Leo “Manuale di Psicologia Giuridica”, Edizioni Led, 1995

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  • Nov
    11

    La perizia psichiatrica, qualche volta confusa con la consulenza tecnica psicologica, ha obiettivi diversi. Essa viene richiesta nei casi in cui esiste il problema di stabilire quali siano le condizioni psichiche (normali/anormali) di un soggetto e, più specificatamente, quale sia la sua “capacità di intendere e di volere”. Tale capacità rappresenta infatti il requisito fondamentale perché un soggetto possa essere ritenuto responsabile dei suoi atti soprattutto allorchè il soggetto rischia di essere imputato per avere commesso un reato e cioè un atto penalmente perseguibile. In assenza di responsabilità non è possibile dichiarare un soggetto imputabile. Per questo assume particolare rilevanza lo stabilire se, al momento in cui egli ha commesso una certa azione,  era o meno in possesso di una piena o parziale capacità di intendere e di volere e  cioè della facoltà di intendere appieno il significato e le conseguenze dell’azione e della facoltà di autocontrollo. La compromissione di tale facoltà è rilevante e significativa quando è provocata da uno stato di “infermità mentale”, e cioè dalla presenza di una alterazione psicopatologica consistente quale può essere rappresentata da una psicosi. L’accertamento diagnostico a scopo peritale avviene spesso a distanza dal momento in cui è avvenuto il fatto incriminato e il perito deve procedere ad una valutazione retrospettiva. Inoltre, il magistrato può chiedere al perito di valutare anche la c.d. “pericolosità sociale” dell’esaminando; al giudizio attuale e retrospettivo si aggiunge in questi casi una valutazione prognostica. La diagnosi peritale psichiatrica non può,  inoltre, tradursi in un giudizio di personalità perché l’articolo 314 del codice penale afferma: “ […] non sono ammesse perizie per stabilire il carattere e la personalità dell’imputato ed in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche […]”.

    La consulenza tecnica psicologica, invece, indaga specificatamente la personalità del soggetto indagando le varie aree che la compongono: le potenzialità e l’efficienza intellettuale, il tipo di intelligenza (concreta, astratta), la dotazione affettiva (ricchezza, controllo, labilità), gli atteggiamenti sociali. La perizia psicologica, inoltre, cura di studiare in profondità i rapporti che le singole persone intrattengono fra loro. Per l’indagine di personalità si utilizza quale strumento principale il colloquio clinico integrato eventualmente all’applicazione di reattivi mentali; questi ultimi si rilevano efficaci soprattutto quando si tratta di esaminare dei bambini per i quali può essere inopportuno l’approfondimento, nel colloquio, di certe tematiche ansiogene, quali ad esempio i rapporti con i genitori. Il ricorso a reattivi di tipo proiettivi (reattivi di disegno, test di Rorschach, T.A.T.) risponde proprio a questa opportunità. La difficoltà maggiore nelle consulenze psicologiche consiste nell’impostazione probabilistica secondo cui lo psicologo, quale che sia il suo orientamento specifico, procede alla sua valutazione. Si tratta, naturalmente, di una impostazione corretta ed aderente al carattere scientifico della disciplina che non può adottare una impostazione dogmatica. Nel caso di minori che, ad esempio, vengono coinvolti in dissidi acuti fra i loro genitori sviluppano infatti una serie di strategie difensive ed adattive che si caratterizzano anche per la loro mobilità; per questo appare quanto mai prudente la posizione dello psicologo che sottolinea la possibilità di cambiamento ed il carattere prevalentemente reattivo di certi comportamenti.

    A. Quadrio, G. De Leo “Manuale di Psicologia Giuridica”, Edizioni Led, 1995

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  • Nov
    9

    La richiesta di valutare l’idoneità educativa, attuale o potenziale, di persone adulte che svolgono o desiderano svolgere un ruolo parentale, viene avanzata abbastanza frequentemente dai tribunali ordinari e, rispettivamente, da quelli dei minorenni. Il tribunale ordinario avanza questa richiesta nei casi più difficili di separazione o di divorzio di una coppia coniugale per meglio valutare l’idoneità dell’uno o dell’altro genitore ad assumere l’incarico di genitore affidatario; qualche volta per valutare l’opportunità che altre persone, al di fuori dei genitori ritenuti poco fidabili, possano essere incaricate di questo ruolo.
    La prassi dell’affidamento dei minori è regolata dal diritto di famiglia, il quale è fondato attualmente sulla legge n. 151 del maggio 1975. La separazione coniugale non viene più accordata per colpa ma per “addebito”; non vengono più considerati motivi di separazione l’adulterio, l’abbandono, l’ingiuria grave, mentre si ammettono la “intollerabilità” della convivenza ed il “grave pregiudizio” dell’educazione e dello sviluppo dei figli minori.
    Quali che siano i motivi del conflitto coniugale, la tutela prioritaria dell’interesse dei minori viene assunta come criterio principale per decidere l’affidamento all’uno o all’atro genitore: diviene così importante stabilire quali dei genitori possiede una migliore idoneità educativa, e quest’ultima viene considerata non solo in rapporto alle capacità personali dei genitori (affetto, intelligenza, equilibrio emotivo, disponibilità relazionale, ecc.), ma anche alle capacità dei figli, alle loro inclinazioni ed aspirazioni. E’ proprio per tutelare in modo prioritario l’interesse dei minori che qualche volta il giudice dispone una consulenza tecnica anche quando i genitori abbiano concordato una soluzione circa l’affidamento dei figli. Può accadere, infatti, che tale soluzione non risponda davvero all’interesse di figli ma derivi da accordi che nulla hanno a che vedere con esso: per esempio, accordi di tipo finanziario oppure un atteggiamento rinunciatario, di comodo, del padre o della madre.

    E’ opportuno ricordare che la consulenza tecnica non costituisce un mezzo di prova, perché non ha lo scopo di convincere il giudice che determinati fatti siano falsi o veri, ma serve unicamente a fornire al giudice quelle conoscenze di cui egli non dispone per valutare le circostanze esposte dalle parti e le prove che gli vengono offerte. La consulenza può risultare decisiva ai fini della decisione, ma il giudice resta comunque libero di accogliere o meno le osservazioni e le conclusioni cui è giunto il consulente e può decidere di non tenerne conto purchè naturalmente motivi in modo adeguato la sua scelta. Il consulente tecnico nominato dal giudice, per questo detto “consulenze d’ufficio”, può essere affiancato, se le parti ne fanno richiesta, da “consulenti tecnici di parte”, esperti nella stessa materia, che hanno la funzione di assistere le parti nello svolgimento della indagine disposta dal giudice.

    A. Quadrio, G. De Leo “Manuale di Psicologia Giuridica”, Edizioni Led, 1995

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  • Nov
    4

    Ho letto questo articolo da un trafiletto del quotidiano “Il Messaggero” scritto da Federico Moccia e l’ho riportato senza nessun commento

    Bisogna resettare il cuore ogni tanto, come si dice in tecnologichese. Mettere i ricordi in un bell’hard disk senza perderli, sapendo di averli pronti ogni volta che vorremmo riassaporarli. Ricordare dove sono esattamente, senza tradirli, ma lasciarli li, in archivio. Per evitare che il loro ingombro rallenti troppo il nostro oggi. Quell’oggi che diventerà il ricordo di domani. La priorità è trasformare questa giornata, ogni minuto che stiamo vivendo, nel miglior momento possibile. Fino all’ultimo istante dobbiamo guardare avanti, non indietro. Non si possono costruire i ricordi basandosi solo su altri ricordi, quelli passati. Se ne devono creare di nuovi, in continua evoluzione. Esattamente come accade per i sogni. I ricordi sono tracce, sono custodie preziose di sensazioni che non possono pretendere di sostituirsi a quello che di nuovo deve accadere. Jean Cocteau dice “la sorgente disapprovava quasi sempre l’itinerario del fiume”. Edna Ferber afferma che “vivere nel passato è un’attività stupida e solitaria. Guardarsi indietro fa male ai muscoli del collo, ti fa sbattere contro la gente impedendoti di andare dritta per la tua strada”. Mark Twain saggiamente dichiara “tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite. Terry Brooks dice che “i ricordi sono nastri colorati da appendere al vento e non statuine di cristallo da tenere chiuse in uno scrigno”. Woody Allen si chiede se un ricordo è qualcosa che hai o un qualcosa che hai perduto. Resettare serve a questo. A capire se quanto è accaduto riesce a farci respirare, a farci vivere quello che deve succedere.
    Non è un modo comodo di rimuovere per paura. E’ un modo di liberare, fare spazio al nuovo, al poi. Come una stanza che, troppo piena di cose, soffoca chi la guarda e non consente di mettere altri oggetti che forse ora ci piacciono di più. Ci rappresentano meglio. Avere percezione del passato, distillandolo, per guardar al futuro. Fai e dimentica. Ama e dimentica. Fallo per azzerare il cuore e ricominciare. Fallo per darti un altra chance di felicità e soddisfazione. Ricorda le pagine già scritte ma compra un nuovo quaderno da riempire. Non nascerà nessuna nuova parola da vecchi discorsi.

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  • Oct
    13

    Iniziamo a parlare di buddismo, partendo da ciò che la psicologia dovrebbe curare: la sofferenza.

    Per il Buddismo si soffre perchè si ha una visione errata della realtà e perchè si ignora la vera natura delle cose; piu’ esattamente, l’interesse principale del Buddismo riguarda il nostro stato vitale: la gioia o la sofferenza, che possiamo sperimentare in ogni singolo istante dell’esistenza. Ciò accade sempre attraverso l’interazione tra condizioni esterne e tendenze interiori. La stessa situazione, per esempio uno stesso posto di lavoro, vissuta da qualcuno come tormento costante, per un’altra persona può essere fonte di soddisfazione.
    Scopo della pratica buddista è quello di rafforzare lo stato interiore, in modo da affrontare e trasformare le situazioni più difficili e negative.L’insegnamento del Budda, prima di diventare religione, forniva uno strumento utile per liberare il singolo dalla sofferenza e, in tal modo, vivere in serenità; che poi è quello che fa lo psicologo.

    Lo stato di buddità (ciò la natura di Budda) si ottiene attraverso il pieno controllo della mente,  la presenza della realtà, la consapevolezza del cambiamento, il non-attaccamento e la compassione e dedizione verso gli altri.

    Per non soffrire bisogna quindi accettare l’impermanenza,  essere cioè consapevoli della continua trasformazione della vita e liberarsi da ogni attaccamento.  Alla base delle nostre sofferenze psichiche c’è  il pensiero, che non è volontario ma è prodotto automaticamente dalle nostre elucubrazioni, che richiamano alla memoria gli eventuali traumi subiti e i relativi ricordi.
    La nevrosi  è quasi sempre caratterizzata dai pensieri che occupano la quasi totalità della nostra attività psichica, ecco perchè nella meditazione, la regola è quella di  “pensare di non pensare a niente, essere privo di pensieri” mentre nella psicologia si suggerisce di spezzare il circolo vizioso, uscirne, ad esempio pensando ad altro.

    Quindi il Buddismo puo’ essere visto come un insieme di ‘capacità’ che ci danno la possibilità di vedere le cose come sono in realtà, qui ed ora.

    Ma, tra filosofia e religione, passando per la psicologia, ove si colloca il buddismo?

    L’aspetto filosofico del Buddismo lo si ritrova nei suoi insegnamenti che ci rappresentano una visione logica e completa, spiegando le cose su un piano formale, fatto di parole e idee. La pratica buddista però è in grado di guidare verso una trasformazione definitiva perché ci lascia intravedere soluzioni pratiche agli eventi interiori ed esteriori che caratterizzano la nostra quotidianità.

    Per la psicologia, invece, il discorso è diverso e quindi dovremmo essere chiari nel definire i reciproci confini. Nel Buddismo, attraverso la  pratica, si ha la possibilità di realizzare e arricchire la propria visione di se stessi nel mondo. L’assenza  di evidenti tratti nevrotici favorisce indubbiamente il processo. L’ambito della psicologia, con le sue varie scuole(psicoanalisi ad esempio, ma anche le altre varie terapie non psicodinamiche) hanno la missione di aiutare le persone a risolvere le difficoltà personali che possono riflettere un evidente disagio psichico ma anche, ad esempio la piena realizzazione delle proprie potenzialità. Il cambiamento che si ottiene attraverso un processo di trasformazione, può avvenire sia grazie alla psicologia che al Buddismo che, idealmente (ma non esclusivamente) dovrebbe iniziare proprio là dove finisce la psicologia cioè quando le persone hanno risolto le eventuali nevrosi e che quindi, a questo punto possono trarre il maggior beneficio,  perchè possono arricchirsi ulteriormente sviluppando e trovando, grazie al Buddismo,  ad esempio, coraggio illimitato, la gioia e l’amore e le ricchezze innate che una mente libera può offrire.

    Praticando, si ottiene come risultato, la piena illuminazione (Buddità) che, in quanto tale, trascende, superandole,  le mete intellettuali o terapeutiche sia della filosofia che della psicologia.

    Inoltre c’è una correlazione con la psicologia e la fisica quantistica (che approfondirò in un altro articolo) che si basa al concetto che ogni cosa è legata ad un’altra, dagli eventi alle persone. L’essenza del buddismo sta nella sua essenza, ovvero nella consapevolezza dell’unità e della interrelazione tra tutte le cose dove ad esempio, tutta la materia, anche se separata da spazi più o meno vasti, è collegata ed unita.

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  • Oct
    10

    Il termine ‘mobbing’ (dall’inglese “to mob”, aggredire) deriva dall’etologia e precisamente da Konrad Lorenz che lo coniò nel 1971, per indicare l’aggressione di animali di piccola taglia da parte di animali più grandi con l’intento di escluderli dal branco o di ucciderli.

    Successivamente, agli inizi degli anni 80,  il prof. Heinz Leymann di Stoccolma l’ha usato per indicare una particolare forma di violenza psicologica messa in atto sul posto di lavoro nei confronti di una vittima designata.

    In questo contesto ha individuato circa 45 azioni mobizzanti (strutturate secondo il questionario L.I.P.T.) del datore di lavoro (trasferimenti, spostamenti continui, provvedimenti disciplinari, disagi psico-fisici, prepensionamenti, esclusione dal mondo del lavoro etc…), che continuamente messi in atto esautorano l’individuo fino a strutturare uno stato di sofferenza psico-fisica rilevante, permanente e con ricadute nell’area cognitiva, affettiva e relazionale-sociale.

    Il conflitto degenera in un’aggressione protratta che passa da questioni professionali ed oggettive, al coinvolgimento totale della persona, con attacchi alla leadership, episodi pregiudiziali, isolamento, ferite narcisistiche, minacce.

    Alcuni autori ricollegano il fenomeno in un problema di comunicazione, in una routine di conflitto e da precisi criteri riguardanti la durata e la frequenza. La sequela del disagio psico-fisico, implica episodi di ansia ed agitazione nei primi sei mesi, l’evoluzione in un disturbo d’ansia o d’umore con tratti depressivi ed il fallimento nei tentativi di ripristinare l’equilibrio precedente in un periodo variabile da 6 a 24 mesi, la cronicizzazione del quadro clinico anche oltre i 24 mesi con ricoveri frequenti.

    Lo scopo di una Consulenza tecnica è di esaminare i parametri cognitivi ed affettivi, ovvero il cosiddetto esame di stato mentale per porre una diagnosi sul soggetto. Dal punto di vista cognitivo sono importanti l’organizzazione spazio-temporale, la memoria a breve e lungo termine, la memoria operativa, l’attenzione e la concentrazione, il linguaggio verbale e l’espressione. Dal punto di vista affettivo sono rilevanti  la comunicazione non verbale, l’emotività, l’empatia, la capacità di gestione della pulsione erotica ed aggressiva.

    L’impressione derivata dai colloqui non può prescindere dalla esperienza clinica del terapeuta psicologo, ma deve essere oggettivata e supportata da strumenti validati come test della personalità, scale di valutazione e questionari mirati (Hama o Stai per l’ansia di tratto e di stato, Beck per la depressione, Zung per l’ansia sociale, Maudsley per il disturbo ossessivo compulsivo etc), inventari della personalità (MMPI2, Millon-III), test proiettivi (Rorschach, D.F.U. etc), che confermino la prima ipotesi diagnostica.

    Al momento attuale non esistono parametri medici o psicologici specifici per accertare il mobbing.

    Lo psicologo sceglie gli strumenti che meglio conosce e accreditati da una storia clinica ampiamente validata, riferendosi a manuali come il Dsm o l’ICD10 per accertare un Disturbo depressivo, un disturbo d’ansia od un Post Traumatico da stress, molto comuni in queste situazioni.

    Newsletter AIPG n° 8, anno 2002

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  • Sep
    30

    Si sente spesso parlare di comportamento compulsivo: ma, quando è lecito affermare che un comportamento, ad esempio, lavarsi le mani, lavarsi i denti, oppure grattarsi la testa, masturbarsi, etc diviene compulsivo?

    Ad esempio, grattarsi la testa di tanto in tanto è normale, può capitare, ma se la cosa accade infinite volte al giorno c’è qualcosa che non va… lavarsi i denti 2 o tre volte va benissimo ma cosa dire di una persona che lo fa 15 volte in un giorno? Può capitare, a volte, che si senta il desiderio di masturbarsi; penso ad esempio ai carcerati o a chi, per un lungo periodo faccia una vita ritirata, ma quando la cosa accade ad una persona che non ha tali vincoli e l’atto di ripete tutti i giorni, allo sfinimento, ecco, in tal caso ci troviamo in una situazione compulsiva caratterizzata ad una dipendenza.

    C’è tuttavia una differenza tra iperattività e dipendenza. Una persona con iperattività sessuale, può, ad esempio, trovare suggestioni con del materiale pornografico, oppure con partners (anche occasionali; anche a pagamento), mentre, sulla sponda della dipendenza, il soggetto potrebbe trascorrere un’enorme quantità del suo tempo e denaro in questa ricerca fino all’esaurimento delle risorse, costringendolo ad adattarsi alle prime cose che trova, accettandone anche rischi (igienici e infettivi, o ambientali), pur di consumare immediatamente.

    Quindi, possiamo definire i comportamenti: “compulsivi”,  quando vengono ripetuti con sempre maggiore frequenza, quando non si riesce più a farne a meno, quando la volontà del soggetto si annulla.. Sono diversi i problemi che stanno alla base di questi comportamenti, che sono vissuti come rassicuranti da chi li pratica, ma che invece, se non affrontati subito, possono creare una sorta di dipendenza difficile da risolvere.

    Da tener presente inoltre, che spesso, non è il comportamento ad essere patologico, ma l’assenza di controllo rispetto agli scopi che rispondono al principio del piacere che il soggetto vuol ricercare. E’ abbastanza condivisibile il fatto che  laddove un comportamento che non dà più soddisfazione, nella normalità, dovrebbe estinguersi non essendoci, appunto, nessun piacere nel farlo o ricercarlo. Se ciò non si verifica, se non si ottiene più nessuna gratificazione, se farlo delude, allora, ci troviamo nella situazione in cui il controllo è stato perso. Inoltre, se il soggetto non padroneggia il proprio comportamento al punto da non riuscire più ad organizzare la propria vita liberamente, finisce per sacrificare il resto della vita in funzione di quel comportamento andato ormai fuori controllo e ne diventa schiavo. Paradossalmente, si finisce per ‘consumarsi’ dietro un comportamente che non da più nessuna soddisfazione perdendo: tempo, denaro, pace interiore, rapporti, affetti e magari anche il lavoro.

    Alcune possibili situazioni

    Lavarsi le mani in modo ripetitivo e compulsivoL’atto di lavarsi in continuazione  potrebbe indicare un senso di colpa nascosto (la macchia di Lady Macbeth, ad esempio), oppure desideri inaccettabili, o percepiti come sporchi che, con quel rituale si desidera lavare. Mangiare in modo compulsivo una quantità esagerata di cibo a tutte le ore potrebbe compensare e quindi riempire un profondo vuoto affettivo e questo capita, quando ci si sente soli, insoddisfatti, inappagati. In merito al sesso, visitare un sito pomo capita a tutti, ma se il tempo speso è esagerato al punto da  compromettere il lavoro, le amicizie e i rapporti sentimentali è dannoso perchè la sessualità virtuale è puramente masturbatoria, è un modo per non mettersi in gioco, per non assumersi responsabilità.

    Quale terapia

    Anche in questo caso esistono una infinità di approcci tesi alla risoluzione del problema. Quello più stabile e duraturo ci viene offerto dalla psicoanalisi, che attraverso l’analisi dell’inconscio va alla radice del problema; individua e rimuove i conflitti associati e genera una trasformazione della personalità.

    Un altro approccio (che però non esclude il precedente) è quello che comunemente viene chiamato dell’hic et nunc (qui e ora).

    In questo caso, il senso è che ora ho il problema e che nel presente o nell’immediato futuro vorrei liberarmene o almeno limitarne gli effetti disastrosi. Alla fine di questo processo si  è in grado di riconsiderare le ossessioni e le compulsioni come falsi messaggi, privi di significato e non meritevoli della mia attenzione.

     

    Se l’articolo ti piace lo puoi dire cliccando sull’icona  facebook Se invece lo vuoi commentare, sappi che ogni commento è il benvenuto. Come vedi, sotto, c’è la possibilità di mandare un pdf via email … lo puoi quindi spedire alle tua email oppure ad un amico interessato.

    Se poi invece vuoi approfondire qualche punto con me, scrivimi: info@studiobumbaca.it oppure chiamami al 366 2645 616

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  • Sep
    30

    Herman Rorschach – nato a Zurigo nel 1884 e morto a Herisau, nel cui ospedale psichiatrico era direttore aggiunto, a 37 anni nel 1922 – utilizzò le macchie d’inchiostro come metodo di studio della percezione e della personalità ma anche nella diagnostica differenziale e nella psicopatologia, pubblicando il suo lavoro nel 1921 Psychodiagnostik, dopo una ricerca e una sperimentazione durata circa dieci anni e superando il concetto dell’immaginazione e della fantasia legate all’interpretazione di macchie casuali,  fino ad allora unico metodo conosciuto.

    Il test di Rorschach, come poi fu universalmente definito dopo il suo riconoscimento scientifico, incontrò molte difficoltà a essere accettato quando  ancora il suo autore, Herman Rorschach, era in vita: in Europa “urtò contro l’incomprensione e l’opposizione degli stessi circoli che una volta avevano contrastato la strada anche alla psicoanalisi”, in Svizzera trovò indifferenza e in Germania subì critiche feroci. Per molto tempo, il Test di Rorschach, prima e dopo la morte del suo autore, subì l’opposizione ostinata e ottusa riservata anche alla psicoanalisi di Freud.

    Prima della seconda guerra mondiale le Tavole di Rorschach varcarono l’oceano e sbarcarono negli Stati Uniti: siamo a metà degli anni trenta e così il Test di Interpretazione delle Forme deve gran parte del suo successo e della sua realizzazione nel mondo scientifico all’America, al suo entusiasmo e alla sua capacità di accogliere le novità. Nel 1936 iniziarono negli Stati Uniti le pubblicazioni della rivista Rorschach Research Exchange, nel 1939 fu fondato il Rorschach Insitute and Projective Techniques e, sempre in America, sull’onda del Test di Rorscach nascevano altri importanti test proiettivi, grazie all’impiego si psicoanalisti come K. Machover, H.A. Murray, elaborando test in chiave proiettiva come il Disegno della Figura Umana, il T.A.T. Contribuirono, inoltre, in modo fondamentale alla diffusione e alla conoscenza del Rorschach, fra gli altri, B. Klopfer, D. Rapaport, R. Holt. Le teorie di alcuni di questi studiosi furono riprese nel Sistema Comprensivo di Exner.

    Attualmente il Test di Rorschach è il reattivo mentale che vanta pubblicazioni scientifiche in numero maggiore rispetto ad ogni altro test, ha varie riviste internazionali su cui vengono pubblicati articoli e ricerche di aggiornamento e una International Rorschach Society che da più di 60 anni promuove la disciplina Rorschach e di altre tecniche proiettive a cui partecipano miglia glia di studiosi provenienti da tutto il mondo.

    Tratto da: P. Capri, A. Lanotte, S. Mariani “Il metodo Rorschach. Tecnica di somministrazione, siglatura e interpretazione” Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2011

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  • Sep
    27

    Inutile dirlo, anche in questo caso, gli americani ci hanno preceduto. Anche se oggi questa pratica è utilizzata in tutto il mondo (allego alcuni esempi) ….

    … la sua introduzione alla fine degli anni ’90, ha scatenato polemiche a non finire: come poteva essere paragonata alla classica terapia faccia-a-faccia? Ma, da allora, sono passati 20 anni e indubbiamente oggi internet ha ‘pervaso’ totalmente la società stravolgendone completamente la quotidianità. Internet è attualmente un mezzo di comunicazione più utilizzato,  e le esperienze di e-therapy  (vedi alcuni esempi sopra) nella rete si sono moltiplicate.

    La comunicazione può avvenire abitualmente tramite:

    • e-mail:  cioè uno scambio diretto di messaggi scritti tra l’utente/paziente e lo psicologo
    • chat:     dove lo scambio avviene in forma scritta, come nel caso delle e-mail, ma in tempo reale. Possono essere individuali oppure con piccoli gruppi di persone assistite da un professionista (cliccando in basso a dx è possibile chattare con me … se sono in linea)
    • Videconferenza, dove con modalità audio/video è  possibile produrre on-line un contesto simile a quello reale.
    • Gruppi, ossia gruppi di discussione, spesso autogestiti, che rientrano nella categoria di e-therapy solo se sono coordinati da un professionista che modera e gestisce le interazioni tra i vari soggetti.

    L’e-therapy è inoltre utile nei casi in cui  la paura, la vergogna oppure la resistenza frena (inibisce) il soggetto che vorrebbe ma non riesce a cercare una terapia.

    Il primo e forse più convincente motivo va senz’altro attribuito in tutti quei casi in cui l’utente/paziente vive in un’area geografica lontana da luoghi più attrezzati o sono impossibilitati a raggiungerle, e che quindi trovano più difficile sottoporsi ad una terapia classica.

    I vantaggi sopra elencati fanno sì che l’e-therapy, offra un buon aiuto a trovare risposte adeguate a situazioni problematiche che si trovano ad affrontare nel quotidiano.

    L’e-therapy dovrebbe quindi essere presa in considerazione solo nei casi descritti sopra perchè la  “classica” terapia vis-a-vis, è e rimane la pratica di intervento elettiva nell’aiuto delle persone che si trovano in particolari situazioni di disagio.

    Se hai le difficoltà descritte sopra e sei interessato alla e-therapy ti suggerisco di leggere quanto ho scritto in merito alle consulenze online e sentiti libero di contattarmi nei modi che preferisci.

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  • Sep
    9

    “Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. Un’azione viene definita offesnsiva quando una persona infligge intenzionalmente o arreca un danno o un disagio a un’altra.”  (Olweus, 1996). Il bullismo quindi non è riferibile ai normali conflitti o rivalità tra ragazzi, tipici dell’età adolescenziale, ma piuttosto a vere e proprie prepotenze preordinate, oppressioni che con aggressività sistemica, con continue violenze fisiche, verbali e psicologiche, vengono costantemente imposte su soggetti più deboli ed incapaci di difendersi riducendoli spesso ad una condizione  di soggezione, disagio psichico, isolamento ed emarginazione nei confronti di tutto il gruppo classe e, in casi più gravi, di tutta la scuola. E’ possibile individuare alcune caratteristiche che differenziano il bullismo dai comportamenti prevaricatori che possono normalmente avvenire tra coetanei:

    • L’intenzione volontaria e cosciente di arrecare danno all’altro, mediante azioni offensive attuate sia mediante il contatto fisico, sia a parole;
    • Evidente soddisfazione nel perseguitare la vittima prescelta, specie quando quest’ultima accusa evidente sofferenza psicologica e  sentimenti di angoscia;
    • Riduzione della stima di sé e maggiore propensione alle vessazioni nella vittima a causa delle continue e ripetute umiliazioni subite, che la conducono a non rivelare agli insegnanti e genitori gli episodi che la vedono coinvolta, proprio perché teme ritorsioni e vendette.

    Non si dovrebbe quindi  parlare di bullismo quando i ragazzi che rimangono coinvolti in un  contrasto, non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà, quando sono in grado di spiegare il perché del loro conflitto, manifestare le proprie ragioni, scusarsi e cercare situazioni accomodanti, di cambiare tematica ed infine di allontanarsi.

    Per chi vive delicati momenti evolutivi, il rischio che comportamenti a rischio si strutturino e si sistematizzino in un vero e proprio disagio esistenziale, è comunque elevato, soprattutto se l’adolescente si trova già in una situazione psicologica difficile e non incontra risposte adeguate dall’ambiente circostante.

    E questo sicuramente si può dire sia del bullo che della vittima.

    Alcuni studi longitudinali compiuti sulle vittime evidenziano, da un punto di vista psicologico, un maggior numero di episodi depressivi rispetto alla media, un stima di sé più bassa, un’alta percentuale di abbandoni scolastici, difficoltà lavorative ed un maggior numero di suicidi; da un punto di vista fisico invece, si riscontra un’incapacità a fronteggiare situazioni di aggressività verbale o fisica e la tendenza a somatizzazioni più o meno gravi (mal di testa, mal di stomaco, attacchi di panico, etc).

    Volendo considerare il danno esistenziale come “la somma di ripercussioni relazionali di segno negativo” (Cendon, Ziviz, 2000), è indubbio come esso possa ritenersi diagnosticabile non solo nella relazione bullo-vittima, ma anche in chi vive intorno a loro (genitori, alunni, insegnanti).

    Cendon P., Ziviz P. (a cura di), Il danno esistenziale. Una nuova categoria della responsabilità civile, Giuffrè, Milano.

    Dominici R, Montesarchio G., Il danno psichico. Mobbing, bulling e wrongful life:uno strumento psicologico e legale per le nuove perizie e gli interventi preventivi nelle organizzazioni.

    Olweus D (1996)., Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti, Firenze.

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  • Sep
    6

    È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. (William Shakespeare)

    Chi è posseduto dal demone della gelosia, teme che il proprio partner, possa sfuggirgli via. Possa insomma, come un’anguilla, sgusciare via e prendersi la sua libertà.il colore della gelosia

    Il geloso, teme di perdere l’oggetto (non riuscendo a vederlo come un soggetto) dei suoi desideri o perché altri glielo portano via, oppure perché l’oggetto stesso ricerca uno spazio ove lui/lei non è compreso.

    Ma, esiste un’indagine che ci dica quante sono le persone gelose?  Willy Pasini, nel suo libro: La gelosia, sostiene che “… E’ difficile “quantificare”, dato che molti italiani considerano la gelosia un sentimento negativo, un po’ imbarazzante da confessare, e quindi la negano. Un sondaggio Abacus rileva che il 25 per cento degli italiani è “molto geloso” e il 45 percento “un po’ geloso”. Un altro condotto da Renato Mannaheimer presenta cifre analoghe: il 35 percento “abbastanza geloso”. In pole position i maschi, soprattutto fino ai 45 anni. Molti somatizzano la gelosia, sicché al suo posto “nominano” bruciori di stomaco, emicranie, coliti. E altrettanto numerosi sono quelli che la negano (o la minimizzano) e si ammalano: secondo un’indagine di “Riza Psicosomatica”, succede addirittura a 8 italiani su 10. E’ come se il corpo parlasse, e dicesse quello che non osiamo dichiarare… A parte l’Italia, quanto “colpisce” la gelosia nel resto del mondo? Secondo un saggio di Laurence Jyl, Les jalouses et les jaloux, il 28 per cento dei francesi è “malato” di gelosia, mentre gli altri sono “portatori sani”. Dunque, possiamo concludere che la gelosia riguarda tutti”.

    Le sembianze della gelosia

    Nella gelosia c’è più amor proprio che amore. (François De La Rochefoucauld)

    Cos’è la gelosia se non una degenerazione dell’amore? Spesso nell’opera di Verdi agisce come la forza distruttiva del corso positivo degli eventi. Otello è la figura per antonomasia. La gelosia di Amneris rovina l’amore fra Radamès e Aida. Anche l’Alfredo di Traviata scatena la propria gelosia nella scena del duello con il barone. Alla fine della sua carriera Verdi arriva a sorridere, e a farci sorridere, di questa pericolosa debolezza umana, con il Dottor Cajus del suo Falstaff. Altri esempi presi dalla lirica e dalla letteratura ci mostrano che si può essere gelosi per una contrapposizione tra un desiderio fisico e un altro spirituale. Ad esempio tutti quei casi di prepotenza dovuto al proprio ruolo sociale; ad esempio Don Rodrigo in contrapposizione a Renzo; il Conte di Luna cerca di strappare Leonora a Manrico (Il Trovatore), arrivando addirittura all’eliminazione fisica del rivale (per poi scoprire tardivamente che era suo fratello ).

    Poi abbiamo la gelosia per un amore non corrisposto: Amneris ama Radames che a sua volta ama Aida; Santuzza ama Turiddu mentre questo ama Lola (Cavalleria Rusticana) , nel Giardino dei Finzi Contini, il protagonista ama Nicole che però ama Giampiero; nelle Notti bianche di Dostoyevsky, il sognatore ama Naspenka che però ama un altro.

    Ma anche la gelosia come illusione del tradimento, anche quando questi è assolutamente inesistente o ingiustificata: la Tosca sospettosa di Mario Caravadossi (Tosca di Giacomo Puccini); Lucia viene ingannata dal fratello si convince di essere stata tradita da Edgardo (Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizzetti); Otello sospetta Desdemona perché istigato da Jago.Dalla letteratura, invece, vorrei citare: La sonata a Kreutzer di Tolstoj (il nome viene dalla sonata di Beethoven) …qui il tizio, Vasja Pozdnyšev, uccide la moglie sospettando (solo sospettando) che lei lo tradisca con un musicista che lui stesso le ha presentato. I dubbi gli nascono mentre i due suonano, uno al violino, l’altra al pianoforte la sonata e quando li trova a cena insieme, a casa, per altro lei lo aveva in qualche modo comunicato, la uccide… Da questo libro sono stati tratti alcuni film…Tolstoj non svela se lei lo ha tradito o meno, ma il lettore sospetta di no! La formula narrativa è inusuale, l’uxoricida racconta la storia ad uno sconosciuto in treno e finisce per chiedergli perdono

    La gelosia provata da uomini anziani per una giovane  che invece di mostrarsi riconoscente si innamora (com’è giusto che sia) di un coetaneo (I pagliacci; L’Italiana ad Algeri;

    Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il qual fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome fu monna Ghita, della quale egli senza saper perché prestamente divenne geloso, di che la donna avvedendosi prese sdegno; e più volte avendolo della cagione della sua gelosia addomandato né egli alcuna avendone saputa assegnare se non cotali generali e cattive, cadde nell’animo della donna di farlo morire del male del quale senza cagione aveva paura. (Giovanni Boccaccio)

    Come dimenticare infine, i danni che una fanciulla un po’ frivola può generare? Basta pensare alla Carmen di Bizet. In quest’opera, Carmen si innamora di Don Jose ma poi ne rimane delusa e lo lascia. Quando poi lei si innamora di Escamillo, Don Jose impazzisce e la uccide. Molti uomini hanno difficoltà a gestire questo tipo di donna anche se inizialmente è proprio questa loro spregiudicatezza ad affascinarli.

    Infine c’è la gelosia che comporta violenza da parte dell’altra donna e la cronaca, di tanto in tanto ce  lo ricorda.

    Come si manifesta

    Moltissime persone manifestano la loro gelosia in assenza di qualunque circostanza, di qualunque evento che possa giustificarla.
    Spesso, alla fine, risulta evidente che tutto è simile ad un castello costruito dalla nostra mente, causando, assai spesso la rottura di una relazione e la letteratura ci mostra qualche esempio. Una fra tutte, Rebecca la prima moglie” di Daphne Du Maurier, qui la gelosia è tutta nella testa della seconda moglie, che spinta anche dalla governante, si convince che il marito sia ancora innamorato della prima.

    Come combattere la propria gelosia?
    Per combattere la propria gelosia spesso non è sufficiente la buona volontà, non è sufficiente proporsi buone intenzioni. A volte, nei casi più tenaci, occorre intraprendere un percorso, facendosi aiutare da un esperto, allo scopo di comprendere perché diviene necessario costruirsi tanti e tali costruzioni che strozzano la propria vita e la serenità di chi ci sta vicino. Bisogna cercare di capire le proprie incertezze personali, migliorare la propria autostima, riporre maggiore fiducia negli altri.

    Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri. (Barthes, Roland)

    La gelosia si lega al concetto di possessività, alla possibile perdita di ciò che si ritiene proprio, perché parte dall’idea che ciò che si ha di più “caro” potrebbe, da un momento all’altro, svanire. Entrambi i sentimenti pretendono l’ “altro”, vogliono la sua presenza in termini esclusivi e personali.

    Nella gelosia si ha paura dell’abbandono, della perdita, della separazione, di ciò che si ritiene proprio e necessario al proprio benessere; gelosia ed invidia dell’altro che potrebbe condividere ciò che è nostro. Si può essere gelosi per le caratteristiche che il rivale ha e noi non abbiamo (invidia?).

    In questo contesto, trascuriamo la gelosia “normale” perché dovrebbe essere sempre presente purchè a livelli accettabili. Chi dichiara di non esserlo o mente oppure in realtà potrebbe non amare veramente. Anche perché, spesso un pizzico di sana gelosia alimenta l’amore tra i partner.

    Ciò che ci interessa invece, è quel tipo di gelosia amante degli eccessi al punto tale che può tranquillamente sconfinare nel patologico.

    Quali sono le situazioni che lasciano intuire il tratto patologico? Alcune tra le tante:

    1. Eccessivo controllo delle relazioni del partner verso persone dell’altro sesso;
    2. Minimizzare, invidiare e aggredire tutti i possibili rivali;
    3. paura abbandoniche e tristezza per la possibile perdita;
    4. aggressività persecutoria verso il partner;
    5. poca autostima e senso di continua inadeguatezza;
    6. controllo di ogni comportamento dell’ “altro”;

    La gelosia patologica si alimenta da tutto ciò che spesso non ha nessun fondamento; viene generata e alimentata da pensieri, quasi sempre irreali, che si basano su ipotesi inesistenti e continuamente sostenuti da pensieri negativi. Questi pensieri producono delle vere e proprie rappresentazioni mentali che portano a sceneggiare situazioni e contesti che hanno come risultato il fatto che la realtà effettiva, banalmente, e a volte tragicamente, viene interpretata erroneamente. Questi pensieri, se non deviati o interrotti, possono in alcuni casi portare a  veri e propri “deliri di gelosia”. Come accennavo sopra, il risultato di questi ‘deliri’ sono spesso all’origine dei fatti di cronaca, spesso caratterizzate da inaudite atrocità.

    Dove nasce la gelosia

    “…. Da un tradimento svelato, uno sguardo intercettato, un sospetto? Assolutamente no. La gelosia nasce nel bambino, come altre emozioni e sentimenti, ed è legata alle sue fasi dello sviluppo psicosessuale: la prima infanzia e il complesso di Edipo verso i quattro, sei anni… “  (Willy Pasini, La Gelosia)

    Se è vero, quindi che la gelosia il più delle volte, sgorga dalle sorgenti della vita (l’infanzia), dobbiamo ricondurre l’eventuale deriva patologica in una cattiva relazione con i genitori e comunque con la propria figura di attaccamento. In virtù di tale ipotesi, potremmo sostenere che tale figura (tipicamente la madre) non ha favorito lo sviluppo dell’autostima e della fiducia contribuendo così alla creazione di un adulto geloso perchè ignaro delle sue possibilità e del suo valore. Quindi il comportamento geloso verrebbe rinforzato dal fatto che ogni ‘altro’ viene considerato più degno.

    Nel caso estremo, quello in cui la gelosia spinge a ricercare il  possesso assoluto del partner, alcune teorie psicologiche ipotizzano che  alla base possa esserci una cattiva relazione affettiva costruita con i propri genitori, sopratutto quello di sesso opposto. Poiché la richiesta di affettività è stata frustrata sistematicamente durante l’infanzia, l’adulto pensa di riscattarla, attraverso il possesso assoluto dell’altro.

    Gelosia e psicoanalisi

    Freud ipotizza tre diverse tipologie di gelosia (1922, Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità):

    La gelosia normale che si manifesta principalmente con dolore, ansia, angoscia, causati dal vissuto cognitivo-emotivo di aver perduto la persona amata, da sentimenti ostili verso il rivale, da un atteggiamento autocritico volto ad attribuire a sé stessi la responsabilità della perdita affettiva e dalla ferita narcisistica.

    La gelosia proiettata che proviene, per entrambi i sessi, dai tradimenti già esperiti nel corso della vita affettiva o da spinte inconscie verso il tradimento (Chi la pensa, la fa). Nei rapporti di coppia bisogna resistere alle continue tentazioni per evitare di tradire. Colui che avverte in sé l’esistenza di queste tentazioni attuerà un meccanismo inconscio per alleviare il proprio disagio: proietterà sull’altro le proprie tendenze al tradimento. Al riguardo Freud cita Desdemona quale esempio di gelosia proiettata:

    Chiamai il mio amore traditore. E lui, che mi rispose? … Se d’altre donne io mi diletto Vi stendete sul letto con altri uomini

    Freud osserva che le persone affette da gelosia proiettata valutano un comportamento civettuolo alla stregua di un tradimento.

    La gelosia delirante è determinata da tendenze al tradimento che sono state rimosse ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto che le pone in essere. Per Freud la gelosia delirante corrisponde ad una forma di omosessualità latente che preme per manifestarsi. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa può essere descritta mediante la formula: “Non sono io che lo amo è Lei che lo ama”. E’ come se oggetto della gelosia diventasse l’altro, il rivale o la rivale.

    La gelosia e la dipendenza affettiva, in conclusione, potrebbero essere le due facce di una stessa medaglia. Se è presente l’una è molto probabile che sia presente anche l’altra.

    Willy Pasini, conclude il suo libro sulla gelosia con:

    Dobbiamo però imparare a non avere paura di questa “malattia”, a non vergognarcene, a non essere imbarazzati. Questo è il primo passo. Il secondo consiste nel cercare di “educare” tale sentimento invece di negarlo, giocando sulle allusioni e le illusioni, sul potere straordinario (e dimenticato) del flirt, sulla leggerezza. Per rendere la gelosia positiva, anzi addirittura afrodisiaca

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    Se poi invece vuoi approfondire qualche punto con me, scrivimi: info@studiobumbaca.it oppure chiamami al 366 2645 616

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  • Sep
    5

    Negli ultimi anni si registra un senso di malessere diffuso nella nostra società, nelle nostre famiglie: spesso si sentono notizie di avvenimenti aberranti, pensiamo ai casi di violenza intrafamiliare nelle forme dell’abuso sui minori o dei parricidi; pensiamo ai casi di violenza etnico-religiose; pensiamo alla violenza nelle scuole e nelle carceri.

    L’analisi di un fenomeno così complesso, come la strutturazione di modelli di comportamenti devianti, necessita di un’attenzione al contesto in cui si declina l’azione sociale, per non perdere di vista la specificità dei percorsi attraverso cui il disagio, l’insofferenza e la privazione, possono tradursi in “devianza”. La nostra attenzione dovrebbe allora focalizzarsi sul fatto che, le azioni violente, sono il frutto di un deficit relazionale, all’interno dei sistemi di convivenza: un’azione violenta è pur sempre un’azione, che va “pensata” e confrontata con “l’altro”, con chi l’azione violenta la costringe in una categoria, in una parola: pensiamo al bullismo o alle forme di devianza adolescenziale che sono emblematiche rispetto alla mancanza di uno spazio di riflessione sulle forme di aggressività, prepotenza o impetuosità del comportamento. I comportamenti violenti sono una fase di passaggio dell’adolescenza, vanno utilizzati, pensati ed affrontati. Il problema di fondo è che spesso vi è una negazione di questi aspetti poiché prenderne atto significherebbe anche confrontarli con l’aspetto relazionale, cosa che implica una messa in discussione di più partecipanti all’azione definita violenta, siano essi vittime, carnefici o passivi spettatori.

    Spesso il comportamento aggressivo consiste proprio in una modalità cristallizzata di interazione con gli altri, determinata circolarmente dall’influenza di fattori sia individuali che sociali. Talvolta rappresenta una sfida all’identità che permette all’adolescente di sperimentarsi in un ruolo diverso, di dialogare con la famiglia, con la scuola, o solo di “rendersi visibile”; le azione violente diverrebbero quindi dei modi per comunicare la reazione alle regole imposte e non pensate o alla paura del diverso. Spesso genitori ed insegnanti si domandano perché nelle classi dei propri figli o alunni si manifestino dei comportamenti di prevaricazione: il rischio è quello di cercare il bambino da etichettare come violento e l’altro come vittima.

    In conclusione, sarebbe opportuno evidenziare il ruolo adattivo del conflitto, come occasione di crescita personale e relazionale, sia esso in famiglia, a scuola o sul lavoro, a volte necessario per il raggiungimento di nuovi equilibri di convivenza più funzionali all’attuale momento di cambiamento.

    * Tratto da R. Dominici; G. Montesarchio “Il danno Psichico. Mobbing, bulling e wrongful:uno strumento psicologico e legale per le nuove pèerizie e gli interventi preventivi nelle organizzazioni”, FrancoAngeli, Milano, 2003.

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  • Aug
    8

    Solitudinizzarsi

    Filed under: Home;

    Intervista immaginaria a Jung, tratto dal volume: A colazione con Jung, di Gian Piero Quaglino e Augusto Romano a pagg. 80 e segg …

    Elliot Sandler, redattore delle pagine di psicologia dell’Oxbridge Literary Review, scrisse a Jung nell’aprile del 1961 per proporgli un’intervista. Jung rispose che si sarebbero potuti incontrare prima dell’estate. A metà giugno Sandler venne a sapere che Jung era morto. Qualche giorno dopo fece un sogno: si trovava sulla riva di un lago al di là di un fitto canneto. Era una limpida giornata d’autunno. Ad un grande albero i cui rami toccavano l’acqua era appeso un cartello di legno con la scritta “Bollingen Panorama”. Al centro del lago una piccola barca tagliava di traverso. La vela era gonfia di vento. Al timone nessuno. Poi la scena cambiava. Ora Sandler si trovava sulla veranda che dava sul giardino di casa Jung a Kusnacht. Il sogno gli mostrava se stesso alle prese con l’intervista. Al risveglio ne ricordava ancora alcune battute.

    Jung: Così è accaduto nei momenti cruciali della mia vita. Ho accettato di lasciarmi trasportare dalla corrente, senza sapere dove mi avrebbe portato. Tentavo di resistere, di oppormi alla forza che mi trascinava, ma ogni volta ero vinto non sapendo dove mi avrebbe condotto. Ho sperimentato quanto sia faticoso opporsi a questa corrente e quanto invece sia benefico affidarvisi senza regole, ho imparato, con gli anni, a lasciarmi portare.

    Sandler: Lei dice, dunque, che dovremmo credere che esista questa forza, e che sia dalla nostra parte, proprio in quei momenti in cui tutto sembra perduto.

    Jung:  Non so se dobbiamo crederci. Io stesso non ci credo. Io lo so, è diverso. So che c’è una forza che sa dove condurci: essa ci porta esattamente là dove dobbiamo realizzare il nostro divenire. Tutti noi, del resto, possiamo giungere a saperlo. Conoscere se stessi è un imperativo noto, ma sfortunatamente da molti dimenticato. Divenire se stessi non è solo un imperativo, è il telos della nostra esistenza: questo è dimenticato da quasi tutti. Se il significato della vita è che essa ci ha posto un problema, questo problema, appunto, è il nostro divenire.

    Sandler: Che dire allora dei nostri progetti, dei nostri piani per il futuro? Dovremo abbandonarli tutti?

    Jung: Non è questo il senso di ciò che intendo dire. Noi possiamo fare le nostre cose, decidere i nostri traguardi, o, più semplicemente, come si preferisce, fare il nostro dovere. Resta il fatto, che tutto ciò corrisponde ad un’idea di sé che rappresenta solo quell’immagine dell’Io cosciente alle prese con l’opera del mondo. Al di sotto si svolge tutt’altra storia. Sicchè le due vicende possono andare perfettamente d’accordo, ma è molto difficile che ciò accada per lungo tempo. Ad un certo punto, il timone con il quale l’Io conduce le sue faccende vorrà sfidare la corrente: così potrebbe entrare in contrasto con il vento o forse il vento stesso potrebbe improvvisamente mutare. Intendo dire che in qualche momento della nostra vita potremmo attenderci un rovescio. Se non vogliamo piegare la natura ai nostri comandi, sopravvivere alla tempesta non dovrebbe essere così difficile. Se l’Io, viceversa, si oppone, rischieremo di essere travolti.

    Sandler: Dunque lei sta dicendo che non è ai nostri piani che dobbiamo rinunciare, ma piuttosto all’idea di condurli con mano sicura, con determinazione e volontà?

    Jung: E’ proprio così. Non bisogna confondere il divenire che ci espone ad ogni sorta di conflitti, di incomprensioni, di tradimenti con l’avventura del self-made-man. L’affermazione di sé lavora contro il divenire. L’affermazione di sé è l’egoismo dell’Io. Una pianta che debba essere portata alla massima fioritura deve poter crescere nel suo terreno. Il suo terreno è qualcosa di più intimo di quanto potrebbe es mai essere ogni progetto autoimposto, di così intimo come solo può essere il nostro Sé.

    Sandler: Qualcosa si può fare per questo?

    Jung: Questo implica e richiede soprattutto di sottrarsi al tempo. Sottomettersi al tempo quando esso sia il tempo del progetto, ovvero il tempo dell’Io nel mondo, è la principale causa di nevrosi che ho accertato. Al diavolo l’Io nel mondo! Quel tempo infatti non è mai nostro ed è un’illusione immaginare di piegarlo a noi. Nella realtà quel tempo si imporrà sempre, sarà lui a decidere delle nostre scelte e, ad un certo punto, comincerà a lavorare contro di noi. Si impadronirà di quello che indichiamo come “tutto il nostro tempo”, e noi saremo costretti a ripetere la solita litania del “non ho tempo”.  Per questo la nevrosi è una frattura con sé, una profonda incrinatura del tempo vissuto. Per questo la sua cura consiste nella restituzione e nella riconquista del nostro tempo.

    Sandler: Ma cosa vuol dire riprendersi il tempo?

    Jung: Occorre evitare di pensare che riprendersi il tempo voglia dire dedicarsi all’ozio. L’ozio è un’illusione alimentata da coloro che, ancora una volta, vogliono prenderci il nostro tempo riempiendolo del loro nulla. In questo senso è la polarità opposta di quella di essere completamente assorbiti dall’Io e dal suo progetto: non c’è alcun equilibrio né in un caso né nell’altro. Dobbiamo svelare la trappola: sono gli altri che ci condannano al loro egoismo se accettiamo il loro tempo. Ed è in primo luogo in famiglia, che ciò può accadere. Non è possibile vivere troppo lungamente nei dintorni infantili senza mettere la propria salute in pericolo. Se venisse un giorno in cui fosse possibile protrarre la permanenza in famiglia sarebbe un giorno infausto. La vita ci chiama in avanti verso l0’indipendenza e chiunque non facesse attenzione a questa chiamata, per pigrizia o per timidezza infantile, sarebbe già contagiato dalla nevrosi.

    Sandler: Ciò che lei sostiene è assai convincente, ma resta il fatto che pare anche assai impegnativo e costoso. Qual è il prezzo da pagare per la propria indipendenza?

    Jung: il prezzo da pagare per tutto questo non è altro che la solitudine. Affermare la propri indipendenza, non soggiacere al tempo degli altri e affidarsi alla corrente del divenire sono tutte operazioni che hanno per oggetto la conoscenza di sé. Ora, conoscere sè è conoscere la solitudine. Più si avanza nella conoscenza di sé, più si scopre che si è soli. Si scopre anzi la necessità della solitudine. Vi sono momenti in cui ogni parola mi sembra futile e vana. In quei momenti, non c’è ristoro se non nella solitudine. Se fosse possibile dovrei parlare di “solitudinizzarsi”, come equivalente dell’individuarsi, di quel divenire Sé di cui stiamo dicendo. Ma mi pare chela governante ci stia sollecitando a interrompere, per lasciar posto alla nostra colazione.

    A ottobre di quell’anno, Sandler si recò a Bollingen per intervistare Marie Louise fon Franz (allieva di Jung). Essendo in anticipo sull’ora convenuta, sostò in riva al lago. Al centro del lago una piccola barca tagliava di traverso. La vela era gonfia di vento. Al timone nessuno.

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  • Aug
    8

    Questo articolo, invece, il ‘caso clinico’ del signor T. potremmo collocarlo nell’ambito dei traumi infantili mai superati e che hanno tracciato un profondo solco nella vita e minato il naturale ‘divenire’ a cui tutti siamo chiamati. L’articolo è tratto dal volume:  ‘A colazione con Jung’, di Gian Piero Quaglino e Augusto Romano a pagg. 58e segg …

    Quando aveva cinque anni, il signor T., per Natale aveva ricevuto in dono da un ricco zio il Piccolo chimico. Il giorno dopo, il regalo era sparito. In cambio, suo padre gli aveva fatto trovare un volumetto di poesie di Ada Negri (che bello!) Da quel giorno il signor T. aveva cominciato a dubitare dei regali che riceveva. A volte li vegliava per notti intere ed aveva chiesto di poterli custodire in un robusto armadio di ferro del garage.

    Già laureato, il signor T. venne a sapere che suo padre non volendo che ricevesse regali troppo costosi, prima aveva nascosto il suo Piccolo Chimico e poi lo aveva gettato nell’immondizia. Non fu una bella scoperta, ma ormai tutto era molto lontano e, del resto, anche lo zio era morto dopo quel Natale.

    Come talvolta succede, quando il signor T. fu padre a sua volta, ebbe un comportamento ben differente: essi ricevevano ogni anno decine e decine di regali, piccoli e grandi. Si era anzi instaurata una specie di gara in cui si trattava di battere il record dell’anno precedente. I figli, tuttavia, di anno in anno, sembravano mostrarsi sempre più indifferenti a questa storia. Così, capitò più di una volta, in occasione di una qualche operazione umanitaria, di vederli preparare, con un’insolita vivacità, scatoloni di regali da inviare in paesi meno fortunati del loro, alcuni dei quali ancora nella loro bella confezione natalizia.

    Per il resto al signor T. non piaceva né fare regali né riceverne. Sin dal giorno del matrimonio aveva voluto stabilire con sua moglie il principio di rinunciare ad ogni regalo. Si sarebbero amati e basta. E’ vero che gli era capitato per il 25° anniversario di acquistare un prezioso gioiello, ma si era quasi scusato, sostenendo che si trattava di un “Investimento” e aveva preteso che fosse sempre custodito in una cassetta di sicurezza. Con parenti e amici, con i quali no aveva stabilito nessun patto, aveva adottato una sua regola: ogni anno verso giugno provvedeva a compilare una lista di regali che avrebbe voluto (ma sarebbe meglio dire, che avrebbe sopportato di) ricevere. Per la precisione, le liste erano diverse a seconda del destinatario (del donatore). “così gli altri non si prenderanno troppo disturbo nel pensare a me”, sosteneva. Ogni anno la lista variava, con la sola sostituzione del regalo già ricevuto: “così, prima o poi, questa storia finirà”, aggiungeva.

    Per i regali che gli toccava contraccambiare, il signor T. se la cavava più facilmente: sceglieva il dono tra il 10 e il 25 di ottobre, lo stesso per tutti (immancabilmente un libro di poesie) e un numero leggermente superiore ai destinatari (“c’è sempre qualcuno che ha la malaugurata idea di farti un regalo imprevisto, così io mi levo subito il pensiero”). I regali che avanzavano, li riportava in gennaio in libreria e li cambiava con altri libri che, tuttavia, restavano intatti nella sua non vasta biblioteca.

    A settembre di quest’anno il signor T. si trovava a Londra per lavoro. Avendo deciso di fermarsi per il fine settimana, si prese un sabato mattina per girare il mercatino di Portobello. In un negozietto di giochi d’epoca, trovò una confezione di Piccolo Chimico che gli ricordava quel lontano Natale.  Il prezzo era piuttosto alto e così si stupì non poco di ritrovarsi con quel gioco più tardi nella sua camera d’albergo.

    La domenica mattina, al controllo bagagli dell’aeroporto di Heathrow gli addetti alla sicurezza ebbero da ridire su quel’”oggetto”. Il signor T. disse che era un gioco. Gli addetti risposero che non glielo facevano passare. Il signor T. disse che voleva parlare prima con il comandante del volo, poi con  il direttore dello scalo e infine con l’ambasciata italiana. Gli addetti risposero, ogni volta, che non era possibile. Il signor T. si alterò. Gli addetti gli sequestrarono il gioco  e lo obbligarono a procedere. La fila dietro di lui si allungava. Orami vicino alla porta del metal detector, il signor T. vide con la coda dell’occhio gli addetti alla sicurezza, che mettevano il suo Piccolo Chimico in un contenitore dei rifiuti.

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  • Aug
    8

    Durante l’estate, in genere, si trova il momento per leggere o rileggere alcuni libri, anche se, in realtà, con: “durante l’estate”, si intende il breve e indispensabile ‘periodo di ferie’. Così è accaduto a me: ho riletto un libro acquistato tempo fa e ho trovato alcuni articoli veramente divertenti (non me ne voglia il signor C.)

    Uno di questi, tratto dal testo: ‘A colazione con Jung’, di Gian Piero Quaglino e Augusto Romano a pagg. 29 e segg … racconta la storia del signor C. che potremmo definire (ma in realtà non è così, poiché è solo una creazione degli autori), un possibile caso di nevrosi ossessiva.

    Se mai il signor C avesse risposto ad una di quelle interviste estive in cui eccellono i periodici femminili, richiesto di indicare l’hobby più amato, quello che nella sua apparente modestia più lo soddisfaceva, avrebbe risposto: lucidare i pavimenti. Non solo la domenica e le altre feste comandate. Anche la sera quando tornava a casa dal suo studio di commercialista, dopo cena, certe volte, prima di accendere la tv, più spesso dopo, al momento di andare a letto: una passatina con la lucidatrice dopo aver tolto ed ammucchiato i numerosi tappeti che rendevano felpati, inudibili, i passi nella bella casa, che già di suo era tirata a lucido. La cameriera non doveva sapere niente, né del resto se ne accorgeva. Egli comunque era stato sempre riservato sull’argomento, così come sull’altro hobby, quello di costruire maschere di cartapesta che poi ammucchiava nel solaio, ormai pieno. Opponeva alle rare domande uno sguardo chiuso e severo. Una volta sola, forse aveva risposto alla moglie: “Fatti i cazzi tuoi.” Certo non era per lui una mortificazione; caso mai un ristoro dello spirito, corroborato dall’odore pulito ed un po’ pungente della cera. Tirato a cera, lucido, specchiante; soprattutto specchiante: il pavimento incerato perdeva profondità ed umilmente rispecchiava tutto ciò che gli si affacciava sopra. Un pavimento disponibile, gentile, che assecondava benevolmente gli oggetti, le persone. Vaneggiamenti, parole in libertà. Il signor C. sapeva che la capacità di rispecchiamento dei pavimenti non può essere certo paragonata a quella degli specchi e, tuttavia, se non c’è polvere (non parliamo dello sporco), se si insiste, il parquet un po’ risponde e vagamente rispecchia il volto del signor C. Che bello, due superfici che si incontrano … il signor C. era catturato da una sorta di vertigine delle superfici, annunciata dal ronzio costante e prolungato della lucidatrice, che propiziava il sonno imminente. Si sarebbe potuto parlare di un rito? Il signor C. non si poneva il problema, così come mai si poneva problemi che non fossero tecnici. Interrogato avrebbe risposto un po’ spazientito: “Mah, è un’abitudine, mi rilassa.”

    Il signor C., si è visto, amava la pulizia e l’ordine. Gli dava l’impressione di essere autosufficiente, di non aver bisogno di nessuno. Va aggiunto che vestiva semplicemente, non aveva vizi, sembrava non aver mai avuto passioni. I conoscenti gli imputavano una tenace avarizia, che lui interpretava come assenza di bisogni, e tutto finiva lì. Quando la moglie cominciò a tradirlo, parve non accorgersene. Già in casa parlava poco, parlò ancor meno. Accettava senza discutere le assenze della moglie, che improvvisamente aveva iniziato a ricevere inviti a convegni di fisica applicata in Italia e all’estero. Insomma, tutto procedeva benissimo, tutto era sotto controllo. Il signor C. si compiaceva di sé anche se gli risultava difficile trovare qualcosa di specifico di cui compiacersi, ma, appunto era contento di sé e sé è una bella parola riassuntiva. Una sera, una segretaria dello studio, prima di andar via, con gesto automatico, spense la luce un attimo prima che lui uscisse. Si scontrarono sulla porta, sentì il seno che si schiacciava contro il suo braccio e non si ritraeva. “Una stiacciata, una stiacciata”, pensò ed accese subito la luce. La ragazza si scusò, andando a casa si disse: “la solita troia”. Si vede però che quella sera la luce voleva fare le bizze come un bambino infastidito. Entrato che fu in casa, il signor C. realizzò, dal forte soffio dell’aria, che si stava preparando un temporale e che le finestre erano aperte. Intanto, come non di rado accade in occasione di perturbazioni meteorologiche, la luce che egli stesso entrando, aveva acceso, si spense. Non tanto questo lo turbò, quanto il turbinio di fogli sollevati dalla corrente d’aria. Si precipitò in sala per serrare le finestre. Poggiò dunque il piede irrequieto su un piccolo tappeto situato tra la porta e il tavolo rotondo su cui era posata la boccia con i pesci rossi. Sollecitato bruscamente, il tappeto, non trovando attrito slittò sul parquet immacolato. Perso l’equilibrio, C. cadde in avanti e sbatté il mento sull’orlo della doccia che andò in pezzi. Un frammento di vetro gli tranciò la carotide. Purtroppo, neanche i pesci rossi sopravvissero.

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