Studio Bumbaca, Roma,Piazza Re di Roma 3 / Avezzano (loc FORME). cell: 366 2645 616
Psicologo Psicoanalista Roma e Avezzano Dott. Domenico Bumbaca, Roma, San Giovanni e Avezzano – cell 366 2645 616
  • Feb
    13

    Dopo aver dato una breve sintesi di ciò che Jung ha definito in merito agli archetipi e in particolare all’Ombra, presenti nel mio glossario di psicologia analitica vorrei ora tentare di illustrare come agisce per poterla in qualche modo riconoscere e di conseguenza, tentarne una possibile integrazione.

    Un possibile esempio è rappresentato dal fatto fin troppo evidente che a volte ci capita di non avere coscienza di ciò che sta accadendo intorno a noi, di essere la causa principale delle nostre sofferenze o di quella altrui senza poi riuscire ad ammetterlo. Se poi le ferite ci vengono da fatti o parole generate da amici, parenti, colleghi voltiamo lo sguardo altrove ignorando il dolore che ci arreca e facciamo fatica a prenderne atto, anzi, tendiamo a ‘far finta di niente’.
    Poi, un’altra possibile ‘figura’ è rappresentata da quelle persone che abitualmente per non dire ‘sempre’, attribuiscono ad altri la colpa della propria incapacità. Sono gli altri i responsabili della propria infelicità e in virtù di questa ‘ingiustizia’, ci aspettiamo una sorta di risarcimento per i torti subiti (lui ha detto, ha fatto, è andato, … è colpa sua se, … mentre io ho detto, fatto … ). Quando la nostra vita è dominata da questo tipo di Ombra, può accadere che, non comprendendone le ragioni, diventiamo ostili con tutti (e i primi bersagli sono, paradossalmente, proprio coloro che, rischiando il burnout, cercano di aiutarci), facendo del male a se stessi e/o agli altri. In casi del genere si può entrare in depressione, avere atteggiamenti del tipo: “… sto male, non ci riesco, tutti contro di me, non mi va, non ti aspettare nulla da me, ecc “.
    Altra figura è quella del ‘privo di scrupoli’, del ‘il fine giustifica i mezzi’; in questo caso, il Super-io viene condannato all’esilio con il risultato effimero di avere la sensazione di essere liberi da ogni preoccupazione morale, etica o del bene comune. Ciò che conta è mirare allo scopo, portare a casa il risultato, superando se non addirittura rimuovendo ogni eventuale principio morale preesistente. In questo clima, si sta esageratamente all’erta e ogni cosa che viene vista come non utile è bollata come dannosa ed eventuali soggetti che si pongono sul proprio ‘cammino’ sono percepiti come una minaccia o una sfida da affrontare e vincere.
    Quanti amici, parenti, partner, etc, (oppure noi) ci mettono al corrente del proprie inguaribili sofferenze e nel fare ciò fanno sentire l’altro come colpevole? Nel fare ciò, chi è dominato da questa Ombra, si comporta in modo ricattatorio al solo scopo di dominare o soffocare gli altri.
    Poi non si può non menzionare coloro che per raggiungere una perfezione impossibile, per essere cioè all’altezza di un impossibile traguardo, tentano continuamente di migliorarsi, facendo infiniti corsi, senza però sentirsi mai pronti per impegnarsi in qualcosa da realizzare.
    Al polo opposto invece ci sono i soggetti che hanno comportamenti distruttivi e con possibili dipendenze (farmaci, alcol, droga, gioco, shopping, etc). Tali persone si precludono ogni possibilità di relazionarsi, hanno un’autostima inesistente, difficoltà nel mondo lavorativo e sono inclini ad un uso molto spesso incontrollato della violenza fisica e psichica. La loro incapacità di controllarsi spesso li conducono a compiere azioni criminose.
    Altre manifestazioni dell’ombra sono quelle rappresentate dai seduttori incalliti, da coloro che sono dipendenti in modo patologico dall’amore e dal sesso, da coloro che impazziscono quando si credono innamorati per poi sentirsi distrutti quando finisce; coloro che si identificano con il lavoro e ne fanno l’unica ragione di vita; le persone che usano l’autorità per schiacciare gli altri o che sono abilissimi nel declinare al negativo (di se stessi e degli altri) tutto ciò che di positivo c’è e quelli che in modo impietoso, freddo, razionale, dogmatico valutano noi e gli altri e stabiliscono che non siamo e non sono abbastanza bravi e che non facciamo ciò che invece dovremmo fare.

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  • Feb
    12

    Moltissimi utenti, vorrebbero iniziare una terapia, potrebbero…  iniziare una psicoterapia ma … i costi a volte lo impediscono.

    In merito a questo tema, il costo di una psicoterapia, vorrei considerare in questo breve articolo un’aspetto importante, quello delle resistenze da parte di chi vorrebbe iniziare una psicoterapia ma ancora non ne è veramente convinto.

    In questi casi, a puro titolo di esempio, le resistenze ci fanno dire che la terapia è troppo costosa, oppure le finanze non lo permettono ma,  non si trova nessuna difficoltà nel trovare i fondi per una vacanza e nessun centesimo per una terapia. Queste persone, pur riconoscendo di aver bisogno di una terapia, ancora non ne hanno la piena convinzione e uno dei pensieri ricorrenti è quello di essere convinti di avere tutto sotto controllo finchè, sfiancati, si arrendono e chiedono aiuto.  Ci sono persone che iniziano a star male a 20 anni e a 50 stanno peggio. Hanno speso 30anni soffrendo piuttosto che intervenire, quando l’intervento sarebbe stato breve, chiarificatore, e avrebbe donato 30anni di felicità.

    Insomma solo quando si percepisce che qualcosa dentro si sia rotto  a quel punto, solo a quel punto,   si affidano ad un professionista. Un pò come una persona a cui fa male il dente e si affida ad un dentista solo quando la carie è in una fase molta avanzata e il dente è compromesso oppure richiede un intervento doloroso e costoso. In questo caso, cosa ci dice il dentista?

    Esistono infiniti studi che hanno evidenziato che l’uso della psicoterapia è efficace.

    Come ho detto, le resistenze sono tante e dalle infinite varianti. Ognuno ha una giustificazione, tutte lecite ma quante sono realmente orientate vs il proprio benessere? E’ un pò come paragonare il proprio benessere ad un hobby mentre invece dovrebbe essere visto come un lavoro a tempo pieno.

    Vuoi un approfondimento? Puoi avere un consulto online (SKYPE) gratuito della durata di 30 minuti. Vai alla sezione specifica per le istruzioni

     

    Ciò premesso, affrontiamo il problema del costo in modo costruttivo perché appunto, è questo uno dei problemi che rendono difficile avvicinarsi alla psicoterapia. Una psicoterapia che abbia una certa continuità nel tempo, nessuno lo nega,  può essere impegnativa economicamente. Anche se ora non c’è più l’obbligo di seguire le tariffe definite dall’Ordine degli psicologi, orientativamente una psicoterapia supera i 40 euro a seduta e anzi si assesta mediamente sui 60-80 euro (e questo è un importo medio). L’importo cambia in base all’esperienza del professionista, alla sua  personale “politica” sociale, ma anche in base alle possibilità economiche del paziente.

    Per inciso, lo psicologo è, tra i vari professionisti, colui che ha le tariffe più basse ma, paradossalmente, è quello che costa di più, proprio a causa del fatto che richiede tanto tempo. La psiche, i suoi tempi, richiedono tanto tempo per formarsi e tantissimo tempo per ristrutturarsi. Pensate alle cattive abitudini: quanto tempo ci vuole per toglierle?

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  • Jan
    27

    Caratteristiche cliniche

    Qualsiasi evento critico  (terremoti, incendi, nubifragi, incidenti stradali, abusi sessuali, atti di violenza subiti o di cui si è stati testimoni, attentati, azioni belliche, o il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un membro della famiglia o da altra persona con cui è in stretta relazione,etc.), può generare nella vittima dei traumi che spesso sono permanenti.

    Si ipotizza però che solo il 7% delle persone che hanno subito un trauma, sviluppi in seguito un PTSD (disturbo post-traumatico da stress (DPTS) (o Post- Traumatic Stress Disorder, PTSD)

    Analizzando questo 7% ci troviamo spesso a confrontarci anche con persone apparentemente solide (quindi non ne sono colpite solo le persone che potrebbero essere definite fragili o deboli) e questo perché il trauma genera una serie di pensieri collegati al vissuto personale oppure ad un’immagine, o una serie di immagini il cui contenuto simbolico si radica nella struttura della personalità.

    Dopo l’evento traumatico, la sintomatologia PTSD può manifestarsi dopo poche ore, poche settimane oppure anche dopo mesi. Si parla di disturbo quando la persona, a causa dei sintomi provocati dal trauma, vede il proprio funzionamento sociale o lavorativo compromesso in maniera significativa. L’inclusione di questo disturbo tra quelli proposti dal DSM rappresenta un riconoscimento formale del fatto che, indipendentemente dalla loro storia clinica, molte persone subiscono notevoli effetti negativi a causa di fattori traumatici estremi, e che occorre distinguere questa reazione da altre forme di psicopatologia; in altri termini, il trauma genera uno stress che nasce da un evento esterno e non nella persona.

    Classificazioni DSM

    Il nuovo DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder) che dovrebbe uscire a breve classifica anche il caso di stress estremo caratterizzata da una sintomatologia particolarmente grave

    I pazienti con PTSD vengono abitualmente classificati in tre categorie, in base al loro tipo di coinvolgimento nell’evento critico che ha originato il disturbo:

    • primari, le vittime che hanno subito l’evento traumatico .
    • secondari, i testimoni dell’evento, o i parenti delle vittime primarie (ad esempio, nel caso di un lutto).
    • terziari, il personale di soccorso (volontario o professionale) che si trova ad operare con le vittime descritte sopra.
    • Sintomi del disturbo post traumatico

    • I principali sintomi, ci permettono di fare le seguenti distinzioni:

    Soggetti che rivivono l’evento continuamente non solo nel corso della giornata ma anche tramite incubi. L’esperienza è stata così traumatizzante che i soggetti non riescono ad interare quel fatto e farne una sintesi. L’incapacità di attutirne gli affetti come accade appunto quando si riesce a, come si dice nel linguaggio corrente ‘farsene una ragione’, sta alla base della persistenza del disturbo.

    Soggetti che invece tentano di evitare ogni pensiero legato al trauma al punto che alcune cose effettivamente le dimenticano. Verrebbe da dire: “meno male”, invece no, perché spesso (ma non sempre) l’evitamento, potrebbe comprendere una generalizzazione che coinvolge non solo i pensieri legati al trauma ma anche tutta o parte della loro vita di relazione. Insomma, potrebbe diminuire l’interesse per le cose e le persone e reagire con l’incapacità di provare emozioni positive. Ma tutto ciò non le protegge dal trauma, perché i ricordi tornano a volte anche in modo violento.

    Altri sintomi sono collegati con un’alterazioni dei parametri fisiologici come: alterazione ciclo sonno-veglia, diminuzione capacità di concentrazione, irritabilità, etc

    In alcuni casi, la persona colpita cerca “sollievo” (spesso peggiorando la situazione) con abusi di sostance del tipo: alcol droga, farmaci e/o psicofarmaci; oppure con un aumento dell’ansia, dell’irritabilità. Il senso di colpa poi è spesso presente a sentimenti di auto colpevolezza per non aver potuto evitare il fatto, caratterizzati spesso da una eccessiva esagerazione  (sono detti anche complessi di colpa del sopravvissuto).

    È quindi importante riferirsi ad un professionista specializzato, psicoterapeuta e/o psichiatra, per affrontare il disturbo il prima possibile, e per avere una sana elaborazione dell’evento subito, perché con un adeguato trattamento è possibile risolverne la sintomatologia o mitigarla in maniera significativa (in molti casi, anche se si è già instaurata da anni).

    Quali sono i possibili trattamenti del disturbo post traumatico

    I più diffusi sono: l’esposizione, cioè attraverso il rivivere il trauma e raccontarlo al terapeuta; l’obiettivo è quello di permettere un graduale recupero delle funzionalità sociali che nel frattempo si sono perse;  Il riposizionamento delle sensazioni somatiche, che si percepiscono durante la giornata con lo scopo di riposizionarle in una prospettiva diversa; le tecniche tese a favorire il rilassamento con lo scopo di allentare la tensione e lo stress. Spesso i pensieri automatici e spontanei legati all’evento traumatico sono percepiti come intrusivi e quindi può essere utile riconoscerli come tali allo scopo di promuovere una modifica di tali schemi in favore di alternative più consone al contesto; EMDR: (Eye Movement desensitisation and re processing); una tecnica messa a punto circa 20 anni fa che si basa sulla esecuzione di alcuni movimenti oculari; lavoro a casa, che si basa sull’attuazione di alcuni compiti che il terapista affida al paziente e da svolgere nell’intervallo tra un incontro e l’altro.

    A mio avviso tutte queste tecniche possono funzionare perché agiscono intervenendo sulla coscienza, ma i risultati possono essere consolidati anche intervenendo sui contenuti dell’inconscio. Quindi, sempre a mio avviso, potrebbe essere più efficace una terapia combinata; quelle di tipo cognitivo comportamentale (coscienza) e quella analitica (inconsio).

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  • Jan
    27

    Il Questionario QDSF (Questionario Analitico sui Disturbi Sessuali Femminili) indaga, da un punto di vista strettamente qualitativo, le principali aree della sessualità femminile che, a vario titolo, possono presentare disfunzioni, patologie ma anche problemi sub-clinici. È utilizzabile in un contesto psicoterapeutico per orientare il clinico nella corretta diagnosi dei disturbi sessuali femminili, per valutare l’atteggiamento della paziente nei confronti dei disturbi stessi, per individuare la necessità di ulteriori approfondimenti diagnostici (ad esempio di tipo ginecologico) o di una psicoterapia, e per valutare i cambiamenti ottenuti per mezzo

    di una psicoterapia, un intervento farmacologico o ginecologico. Infine, è applicabile in ambito epidemiologico e di ricerca.

    Il Questionario QDSF possiede le seguenti caratteristiche:

    L’analiticità. Ciò consente di approfondire ogni singola area della sessualità e di evidenziare aspetti sintomatologici o di generico disagio che possono facilmente essere sottaciuti durante l’anamnesi nel colloquio clinico oppure non riconosciuti per la loro reale rilevanza, e quindi non comunicati al clinico. Fornisce indicazioni cliniche in relazioni ai seguenti disturbi (DSM-IV-TR): Disturbi del desiderio sessuale (Disturbo del desiderio sessuale ipoattivo, Disturbo da avversione sessuale), Disturbo dell’eccitamento sessuale femminile, Disturbo dell’orgasmo femminile, Disturbi da dolore sessuale (Dispareunia, Vaginismo), Parafilie.

    La Ricognizione di disturbi sessuali sub-clinici. Infatti, l’attuale sistema nosografico proposto dal DSM IV-TR (2000) non sembra potere comprendere tutta la varietà dei disturbi sessuali femminili o di quanto viene vissuto con disagio e frustrazione dalle pazienti. Lo strumento raccoglie pertanto informazioni certamente utili per effettuare una diagnosi di disturbo del desiderio, dell’eccitazione sessuale, dell’orgasmo, da dolore sessuale, ma nondimeno cerca di evidenziare anche eventuali malesseri di più sottile percepibilità diagnostica, come ad esempio: un rapporto non sereno con il proprio corpo;  la presenza di sensi di colpa inadeguati; la presenza di comportamenti anassertivi che rendono difficile opporre un rifiuto nei confronti di una proposta sessuale o nei confronti di specifiche attività sessuali; l’uso dell’attività sessuale a scopi strumentali; la tendenza a reprime l’immaginario erotico a causa di depressione, alessitimia, ansia e altri disturbi non squisitamente sessuali; presenza di difficoltà di abbandono che non impediscono la capacità orgasmica ma che inibiscono e rendono coartata la vita sessuale.

    La valutazione dettagliata dell’abuso sessuale infantile e in età adulta.

    Il Questionario Analitico sui Disturbi Sessuali Femminili è strutturato in 16 sezioni, ognuna delle quali indaga un’area specifica:

    la sezione 1 raccoglie alcune semplici ma importanti informazioni generali del soggetto;

    la sezione 2 indaga il rapporto con il proprio corpo;

    la sezione 3  è relativa all’approfondimento della dimensione del desiderio sessuale;

    la sezione 4 indaga l’area dell’eccitazione sessuale, e innanzitutto il modo in cui viene percepita;

    la sezione 5 indica la presenza di dolori durante l’attività sessuale, attuali o pregressi.

    la sezione 6 indaga i tipi di sistemi anticoncezionali che vengono utilizzati;

    la sezione 7 valuta la percezione dell’uomo da parte della donna, da un punto di vista sia generale che fisco.

    la sezione 8 valuta l’atteggiamento generale nei confronti della sessualità;

    la sezione 9 è relativa all’immaginario erotico, valutandone innanzitutto età di comparsa, e presenza/assenza al momento della compilazione del questionario;

    la sezione 10 valuta l’autoerotismo;

    la sezione 11 è riservata a coloro che, al momento della compilazione del questionario, non hanno un partner, e indaga il tipo di desiderio relazionale e sessuale, qualora presente;

    la sezione 12 è riservata a chi ha una relazione sessuale, anche non comportante la penetrazione. Vengono indagate diverse aree della sessualità, della vita relazionale e dell’immaginario della paziente;

    la sezione 13 comprende un’ampia griglia di attività sessuali che consente di valutare la vita sessuale della paziente, reale e fantasmatica, in modo molto preciso;

    la sezione 14 indaga la presenza dell’abuso sessuale infantile, definito nel modo seguente: “In questa sede si intende per abuso sessuale infantile il coinvolgimento di soggetti immaturi e/o dipendenti in attività sessuali, avendo scarsa o nessuna consapevolezza della esatta natura di quello che avviene o delle sue reali implicazioni. L’abuso può essere diretto ed esplicito, ma anche indiretto, come l’esposizione a materiale pornografico, a rapporti sessuali volontariamente esibiti o esibiti ripetutamente senza la necessaria privacy, oppure attraverso racconti a contenuto sessuale inadatti all’età o al rapporto esistente tra le persone”.

    la sezione 15 valuta invece l’eventuale presenza di abuso sessuale occorso in età adulta;

    la sezione 16 consiste in uno spazio non strutturato per segnalare ulteriori informazioni che la donna ritenesse di volere comunicare per permettere una comprensione più approfondita della sua sessualità.

     

    Il QDSF esiste anche in una versione “retest“, da utilizzarsi allo scopo di valutare i cambiamenti effettuati in seguito ad un intervento terapeutico (psicoterapia, intervento farmacologico, chirurgico, riabilitativo).

     

     

    Giannantonio M., Questionario Analitico sui Disturbi Sessuali Femminili. La diagnosi in sessuologia femminile. Seconda edizione, 2008: www.psicotraumatologia.com

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  • Jan
    18

    Temo sia inutile definire il significato del termine  STRESS. Oramai  sappiamo che tutti ne soffrono: dal manager all’operaio, dall’impiegato allo studente, dall’automobilista alla casalinga. Tutti ne parlano, associandolo quasi sempre al disagio esistenziale della vita moderna.

    Quanto sei stressata?

    Ma che cosa è veramente lo stress?

    E’ un termine usato prevalentemente nel mondo delle costruzioni. Gli ingegneri devono trovare il punto di rottura o resistenza dei vari materiali sottoposti a sollecitazioni e per fare ciò sottopongono quei materiali a situazioni di sforzo o stress.

    E … non accade la stessa cosa agli esseri umani? Qual’è il punto di rottura di ognuno di noi quando siamo sottoposti a ‘sforzi’ nel lavoro, nelle amicizie, nelle relazioni sentimentali? Fino a quando resistiamo? Se una trave è sottoposta ad uno sforzo di 1Kg in più di quanto può sopportare, si spezza. Lo stesso accade a noi, in ogni situazione.

    Poiché lo stress non ha nulla di fisico dobbiamo considerarlo come tra le cose più pericolose perché arriva all’improvviso e i suoi effetti possono anche essere disastrosi e non esistono farmaci che lo curano. L’unico modo per curarlo è: curarne le cause. Se invece, pensando di far prima, ci affidiamo ai farmaci perchè qualcuno ci ha detto che attenuano la sintomatologia, si sappia che così facendo, cioè non curandone le cause, si corre il rischio di diventare dipendenti e aggravare così la situazione. Inoltre, paradossalmente, l’uso del farmaco ci allontana ulteriormente da ciò che l’intero sistema psicofisico tenta di dirci. Un segnale, un messaggio, un ‘urlo’, insomma un qualcosa per informarci che c’è qualcosa che non va. Quindi, la situazione di stress è un campanello di allarme che quando suona è come se ci dicesse: fermati e rifletti.

     

    In situazioni di stress l’organismo, nella sua globalità (mente-corpo) reagisce come se ci fosse un pericolo (e non importa se sia reale o immaginario) e reagisce in base ad un automatismo tipico della specie umana: la lotta o la fuga. In questo contesto i parametri fisiologici cambiano repentinamente in particolare quelli più utili alla sopravvivenza e cioè: cuore, cervello, muscoli.

    In funzione della o delle situazioni stressanti (morte di un familiare, separazione, matrimonio, sessualità, malattia, licenziamento etc) è possibile calcolare il reale rischio di malattia cui stiamo andando incontro.

    Ovviamente non è tutto generalizzabile, infatti esistono persone che reagiscono benissimo e senza apparenti difficoltà a situazioni laddove altre persone magari più sensibili, vivrebbero situazioni anche meno ‘a rischio’ come un dramma. Per cui  quando rendiamo ogni problema, anche il più banale, “un problema di vita o di morte”, inneschiamo una reazione da stress che potrebbe e dovrebbe essere evitata o quantomeno contenuta. Non facendo ciò creiamo ed alimentiamo lo stress.

    Esistono segnali fisici che possono essere visti come indicatori di stress e cioè: l’eccessiva preoccupazione, la presenza di tic, in particolare quelli oculari ma non solo, parlare in fretta, fumare troppo, mangiarsi le unghie, eccessiva sudorazione (delizioso l’esempio tratto dal film: Emotivi anonimi), tensione muscolare; troppi caffè, dolci o alcol, sedentarietà, irascibilità, eccessiva acne o psoriasi, frequenti   infezioni, come: cistite, vaginite, Herpes labiale e/o genitale (che si manifesta con bolle sui genitali maschili e femminili) e last but not least (ultimo ma non per questo meno importante): I tumori;  di cui sembra che in alcuni casi sia dovuto al fatto che il sistema immunitario (quando si è sotto stress) ne risente e quindi diminuisce la capacità di contrastare e distruggere le cellule anomale e cancerose, che continuamente si formano in ogni essere umano.

    Ricerca

    Recentemente , è stato pubblicato sul Corriere uno studio  “… anglofinlandese condotto su più di 2mila impiegati governativi inglesi fra i 35 e i 55 anni e pubblicato su PLoS ONE ha infatti scoperto che passare oltre 11 ore al giorno – ovvero più di 55 alla settimana – fra le scartoffie dell’ufficio aumenta di due volte e mezzo il rischio di cadere in depressione, mentre chi segue ritmi di lavoro più regolari (in altre parole, sta alla scrivania le 7 o 8 ore contrattuali) vive senz’altro meglio, a tutto vantaggio dell’umore.Aree di miglioramento” . Nelle note conclusive i risultati della sperimentazione, hanno evidenziato che “… Va rilevato che all’inizio della ricerca tutti coloro che vi hanno preso parte erano sani e non presentavano particolari fattori di rischio legati alla depressione: ragion per cui la correlazione fra sovraccarico di lavoro e umore pessimo, tendente alla depressione, è stata lampante”.

    Aree di miglioramento

    Le tipiche aree il cui cambiamento è in grado di migliorare la gestione dello stress possono essere:

    Il tempo: buona parte delle nostre attività è condizionata dalla gestione del tempo ed esistono persone che ad esempio lo impiegano a proprio danno. Ogni manager sa (ed esistono corsi specifici) che il tempo è una risorsa e come tale va ottimizzata. Ovviamente, anche il tempo speso in attività di relax è speso bene. Il segreto sta nel dosare tale risorsa in modo opportuno. Solo che anche in questo ambito c’è chi riesce a fare mille cose nel proprio tempo senza stressarsi e chi invece, pur avendo tanto tempo, non riesce a fare le cose che si era prefissato e questo incrementa notevolmente lo stress. Vogliamo cambiare questa cosa?

    Gli eccessi:  Non ha senso combattere lo stress con uno stress più dannoso del primo. Ad esempio, se siamo stressati dal direttore generale, dalla chiusura del bilancio o dal cliente che non firma il contratto o dal fatto che non vengono raggiunti gli obiettivi di business, oppure dal marito, dai debiti, dai creditori che non pagano, non ha senso, è dannoso eccedere nel fumo, nell’alcol, nel caffè, nel cibo o nei farmaci. In questo modo danneggiamo, forse irreparabilmente, il nostro corpo. Quel corpo che nella sua totalità (mente-corpo) tramite la sensazione di dolore o di disagio, ci sta informando, anzi suggerendo, che qualcosa non va e che dovremmo, in tempi anche rapidi decidere cosa cambiare e come.

    Quali terapie

    Ci sono mille modi per uscirne ma sono sole poche quelle che funzionano. La prima in assoluto è: desiderarlo.

    Se lo desideriamo, se cioè abbiamo deciso di ascoltare il messaggio che lo stress ci invia, se abbiamo quindi deciso di guarire e vivere una vita ‘normale’ e cioè caratterizzata ad esempio dalla serenità e dalla legerezza, allora dobbiamo allentare la ‘morsa’ che ci stringe. Dobbiamo cominciare a imparare a rilassarci, condurre  una vita senza eccessi e se non basta, farsi aiutare da un esperto che poi vuol dire: iniziare un percorso psicoterapeutico.

    Abbiamo una sola vita e dovrebbe avere come obiettivo quello di viverla bene, quindi senza un eccesso di stress …. o no?

    Se l’articolo ti piace lo puoi dire cliccando sull’icona  facebook Se invece lo vuoi commentare, sappi che ogni commento è il benvenuto. Come vedi, sotto, c’è la possibilità di mandare un pdf via email … lo puoi quindi spedire alle tua email oppure ad un amico interessato.

    Se poi invece vuoi approfondire qualche punto con me, scrivimi: info@studiobumbaca.it oppure chiamami al 366 2645 616

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  • Jan
    12

    Ho letto l’articolo  pubblicato su Repubblica relativo all’opinione dello psichiatra Bruno in merito ai gay, ove sostiene che “… sono malati, persone non normali
    Vorrei uscire dal coro delle inevitabili polemiche che quest’affermazione genera. L’OMS, sin dagli anni 90 ha stabilito che non c’è nessuna malattia e, a mio avviso, chi sostiene qualcosa di diverso dovrebbe dimostrarlo in modo scientifico. Approfittare della propria notorietà e dei palchi (salotti TV) che vengono offerti per affermare ipotesi prive di sostanza scientifica, fa, a mio avviso, del mero populismo alla stessa stregua di chi pone le proprie idee in modo demagogico (e la politica italiana offre continui esempi di chiacchiere non seguite dai fatti promessi).
    Nella mia attività psicoterapeutica ho avuto modo di seguire molte persone i cui problemi non avevano nulla, assolutamente nulla che era legato alla propria scelta sessuale. Per essere ancora più chiaro, i problemi, o i motivi che hanno spinto le persone ad affrontare un percorso psicoterapeutico nulla aveva a che fare con la loro scelta di genere. In altre parole, le reazioni e le difficoltà tra l’eterosessuale e l’omosessuale erano assolutamente identiche.  Non ho mai riscontrato ‘malattie’ così come ventilato da Bruno.
    Non si capisce inoltre come si possa sostenere tali tesi quando nel mondo antico, in particolare nel mondo ellenico, culla della civiltà,  ad esempio, la scelta di fare sesso  con persone dello stesso sesso era vissuta alla luce del giorno e come cosa normalissima (i greci erano tutti pazzi?).
    Ma, non è che forse, la scelta è motivata anche dalla cultura? Non è che la cultura, solo la cultura con i suoi vincoli religiosi, politici, economici etc., ha messo in cattiva luce scelte diverse da quelle utili alla specie?
    Come tutti sanno, ai fini della procreazione, è assolutamente necessario l’unione delle componenti maschili e femminili . Solo così può generarsi un nuovo essere. Peccato che in natura, la femmina di alcune specie riesce a ‘fertilizzarsi’ anche da sola. Peccato che in merito alla fecondazione umana sembra che gli uomini non saranno più necessari (esistono tanti altri studi in merito che evito di elencare). A tal proposito a nulla vale ritenersi più o meno daccordo, se la natura si muove così, è così e basta.
    Quindi, ai fini della procreazione, la natura sembra abbia altre chance … motivo in più per ‘rivedere’ l’aspetto cosiddetto scientifico di cose che invece navigano nel mare dell’opinione.
    Allego l’articolo per completezza
    I gay secondo lo psichiatra Bruno “Sono malati, persone non normali”
    Il professore – ospite abituale dei salotti televisivi – contesta l’Oms. E sui genitori dei ragazzi omosessuali dice: “Sono traumatizzati, mentono se dicono di accettare la diversità dei loro figli” di MARCO PASQUA Francesco Bruno
    ROMA – I gay come malati da curare, individui “non normali”, assimilabili alle persone disabili. Francesco Bruno, criminologo, psichiatra e docente universitario (a Salerno e alla Sapienza di Roma), torna ad offendere le persone omosessuali. A nulla è valsa una denuncia all’Ordine dei Medici, due anni fa, da parte di Arcigay, relativamente ad alcune affermazioni in cui contestava la depatologizzazione dell’omosessualità decisa, nel 1990, dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

    Il medico 63enne, ospite dei salotti televisivi per commentare i casi di cronaca nera, scende in campo a fianco dell’ormai ex assessore alla Mobilità del Comune di Lecce, Giuseppe Ripa, dimessosi dopo aver insultato il governatore della Puglia, Nichi Vendola. Lo fa dalle pagine virtuali di Pontifex, blog che ospita spesso dichiarazioni omofobiche nei confronti di gay, lesbiche e transgender. Punto di ritrovo degli ultracattolici, si tratti di vescovi emeriti o di politici. Come Domenico Scilipoti, anche lui sceso in campo, in queste ore, per difendere Ripa, definendo “l’omosessualità una cosa anormale”.

    Bruno, intervistato dal curatore del sito, afferma: “L’organizzazione mondiale della Sanità ha deciso che non si debba parlare di malattia, a proposito dell’omosessualità, e sappiamo con quali criteri ha scelto. Io rimango della mia idea e le denunce dei gay non mi fanno paura”. L’omosessualità è “anormalità”, sentenzia: “Siamo nel campo,;ord=1433569349?” BORDER=0 WIDTH=300 HEIGHT=250 ALT
    quando la omosessualità non viene scelta volutamente, di anormalità funzionali essendo il sesso volto naturalmente alla procreazione. L’omosessuale nato lo è per un disturbo di personalità legato, probabilmente, ad una errata assimilazione dei ruoli dei genitori, o anche a cause organiche che sarebbe complicatissimo spiegare. Tuttavia, è nella stessa situazione, dal punto di vista concettuale, di chi è handicappato, sordo o cieco. Per queste categorie, con una certa ipocrisia si dice diversamente abili, non vedenti e simili. Il gay è diversamente orientato per la sessualità e quel diversamente la dice lunga sulla normalità”.

    Lo psichiatra spiega anche di aver assistito molti genitori di ragazzi e ragazze omosessuali. A suo dire tutti traumatizzati dall’orientamento sessuale del figlio o della figlia: “Chi dice che padre e madre sono contenti o accettano la diversità del figlio, mentono sapendo di mentire. Per due genitori, sapere che il proprio figlio ha questa orientazione, è un trauma anche grande. Magari lo superano o riescono ad elaborarlo, ma il colpo è molto forte. Questo fatto denota che anche a livello di comune sentire, e non è roba da poco, la omosessualità va considerata anormalità”. Commenti tutt’altro che isolati, come dimostra una sommaria ricerca nell’archivio del sito degli ultracattolici. “Io ho il diabete. Non mi offendo se qualcuno mi dice che sono malato, è la realtà. Bene, per quale motivo gli omosessuali si offendono se qualcuno, correttamente, parla di patologia?”, ha sostenuto Bruno in un’altra intervista. Per il docente è anche sbagliato essere eccessivamente tolleranti: “Una eccessiva tolleranza verso stati di anormalità, e l’omosessualità tale va considerata, ci porta alla conclusione che la gente si confonda e non capisca più cosa è il bene e che cosa è il male”.

    Da medico e docente universitario (secondo il curriculum pubblicato on-line è professore straordinario presso l’Università degli Studi di Salerno e docente di psicopatologia forense e criminologia presso la “Sapienza” di Roma) non si fa neanche troppi problemi quando si tratta di attaccare l’OMS: “Quando i colleghi americani hanno sdoganato l’omosessualità dalle patologie, hanno fatto un grave danno e io sono contrario a quanto sostiene l’Organizzazione Mondiale della sanità. L’omosessuale, al quale va dato ogni rispetto, è clinicamente un malato, ovvero soffre di un disturbo patologico che lo altera. Inutile che questi signori vogliano convincerci che i normali siano loro. Ma sono sostenuti, parlo fuor di metafora, da lobbies potenti e forti”. Posizioni legittime, secondo l’Ordine dei medici, che, di fatto, ha respinto la denuncia presentata, nel 2009, da Arcigay.

    La replica. Lo psichiatra, dopo le polemiche, precisa e si difende: “Io ho sempre detto che ho il massimo e assoluto rispetto per chi compie scelte di altro tipo rispetto al mio e naturalmente questo non implica nessuna malattia, ma secondo me è una condizione di diversità”. “Lungi da me – aggiunge – giudizi discriminatori o l’omofobia, ma contesto al mondo gay il tentativo di impedirmi di dire quello che penso”.

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  • Jan
    12

    Ho letto con molto interesse l’articolo di Valentina Cervelli, Disturbi mentali: rimarrà qualcuno definibile “normale”? e condivido con l’autrice il fatto che ci sia una certa esagerazione. Mi ha colpito molto il punto dove Valentina dice che “…dalla ancor più bella “sindrome da rischio di psicosi” che potrebbe/ dovrebbe essere riassunta in “stato di ansia derivante dal rischio di essere affetti da un disturbo psicotico”.”
    Ahimè, nella mia esperienza clinica ho avuto diversi casi ove lo stato di ansia descritto sopra era presente e rappresentava un astuto mascheramento di problematiche più profonde.

    Io vedrei e leggerei in compendio che prima o poi uscirà come un elenco delle ‘possibilità’ che la mente umana può utilizzare per percorrere i contorti sentieri del disagio.
    Il disagio, in particolare quello alimentato dai pensieri negativi, che a mio avviso sono inutili e spesso dannosi, causa prima dell’aumento dell’ansia e della eventuale deriva degli attacchi di panico è abilissimo nel cercarsi nuovi scenari e le conseguenti ‘patologie’ possono aver indotti gli estensori del nuovo DSM a inserire nel compendio cose che a prima vista potrebbero sembrare ‘astruse’.
    Come leggere quindi il nuovo DSM? A mio avviso, con criterio, intelligenza e con sano ‘beneficio di inventario’.
    Allego l’articolo per completezza
    “Potrà sembrare una domanda assurda, ma è ciò che si stanno chiedendo i maggiori psichiatri e psicologi, ormai da anni, è se nel riformulare il Manuale Diagnostico Statistico per i Disturbi Mentali si stia agendo correttamente. Tradotto per i comuni mortali: rimarrà qualcuno considerabile “normale” a questo mondo se si ravvisa una componente di disturbo anche nei capricci dei bambini o nelle mangiate crapuliane?
    Sveliamo l’arcano: l’uscita del nuovo manuale è prevista per il 2013, e nell’aggiornare questo compendio enciclopedico per i professionisti si sta cercando di capire se questa spinta alla “spiegazione forzata” in merito ad ogni comportamento umano leggermente fuori dall’ordinaria calma e serietà possa essere o meno considerata deleteria.
    Perché ci si può scherzare sopra per creare un po’ di ilarità, ma il problema è più serio di ciò che si può pensare. Questa catalogazione “al limite” può infatti portare ad un indebolimento delle diagnosi dei veri disturbi mentali. Ecco quindi che persone sane fino a qualche tempo fa, possono ora essere considerate tutt’altro che normali perché , per esempio, affette (secondo le ultime aggiunte ed ormai vecchie di almeno un paio di anni, n.d.r.) da “disturbo della regolazione di rumore” o, dalla ancor più bella “sindrome da rischio di psicosi” che potrebbe/ dovrebbe essere riassunta in “stato di ansia derivante dal rischio di essere affetti da un disturbo psicotico”.
    Va da sé che la situazione rischia di divenire davvero insostenibile. La maggior parte degli esperti sono convinti che un tale atteggiamento limiti e non di poco il “costrutto di normalità”, rischiando di far passare persone sane dal punto di vista psichiatrico come affette da malattia e quindi necessitanti di cure in realtà semplicemente superflue.
    In questo caso il tutto potrebbe essere visto come una sorta di confronto tra due approcci psicoterapeutici: quello europeo (nazionalità della maggior parte dei contestatori, n.d.r.) e quello statunitense: il manuale viene infatti pubblicato dall’Associazione Americana di Psichiatria. La risposta ai nostri quesiti rischia di arrivare con la stampa del nuovo compendio, prevista per il maggio del 2013.”

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  • Dec
    7

    In conclusione è utile ricordare che, nella pratica clinica, le parafile non si manifestano mai in forma pura; spesso nel mettere in atto una perversione si ricorre a caratteristiche tipiche di altre.

    Esistono inoltre una serie di comportamenti sessuali per i quali il limite fra normalità e la perversione è difficilmente individuabile. Queste attività, considerate di “sesso estremo”, includono pratiche come il fistfuking (introduzione del pugno nell’ano o nella vagina), il bondage (immoblizzazione di tutto o di una parte del corpo di una persona facendo uso di foulard, corde, lacci di cuoio, bende di tessuto o di gomma, ecc.), la gang-bang (incontro sessuale di un uomo o di una donna con un numero X di partner simultaneamente), lo stuffing (giochi erotici con oggetti, frutta, verdura o altro), lo spaking (sculacciare violentemente i glutei del partner, ecc.).

    Tali comportamenti, se da un lato possono rientrare nella varietà delle attività sessuali ordinarie, possono fissarsi come uniche modalità per il raggiungimento del piacere sessuale. Diventa evidente, quindi, che l’unico parametro clinicamente attendibile per diagnosticare una perversione sia l’uso esclusivo di una determinata pratica per il raggiungimento del piacere sessuale.

    Nel campo delle perversioni sessuali i problemi più ampiamente dibattuti dall’indagine psicoanalitica sembrano essere legati alla definizione del concetto di norma e normalità in campo sessuale; in primis il problema delle origini e del trattamento dell’omosessualità (dal 1984 non più considerata né una malattia né un comportamento sessuale deviante) e del sadomasochismo. La sessualità umana, secondo Freud, è naturalmente perversa; la sua espressione adulta e la possibilità di costruire vincoli amorosi stabili e soddisfacenti sono notevolmente influenzate dalla dinamica infantile e dai suoi esiti. In sintesi negli esseri umani il sesso nasce come attività perversa, relativamente disorganizzata, orientata al piacere e solo successivamente, se le vicende evolutive lo permetteranno, potrà organizzarsi nelle sue dimensioni adulte mettendosi al servizio della procreazione. La perversione, come entità clinica strutturata nell’adulto, è considerata da Freud come una regressione a modalità infantili di espressione e di soddisfacimento del desiderio sessuale, che si traduce sul piano del comportamento in condotte abnormi rispetto all’oggetto sessuale oppure rispetto alla meta. Le perversioni non sono semplicemente l’esprimersi di una sessualità infantile e immatura, ma sono difese elaborate dall’individuo per proteggersi dall’angoscia derivata dai conflitti edipici.

    La vita sessuale in generale trae beneficio dalle perversioni soft; per esempio, le persone che non amano il sesso legato al cuore, che lo trovano troppo pesante, possono sperimentare una sessualità slegata dalla tenerezza e dai sentimenti democratici. Se tutto ciò avviene nel reciproco rispetto, senza cioè recare alcun danno all’altro, che c’è di male?

    In tale ottica, le vecchie perversioni, quelle cliniche, più conosciute, andranno col passar del tempo a diminuire, restando appannaggio dei malati psichiatrici che manterranno questi comportamenti come sintomo della loro patologia.

    C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari (a cura di),  “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000

     

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  • Dec
    7

    Fanno parte di questa categoria la scatologia telefonica, la clismafilia, l’ urofilia, la coprofilia, la zoofilia, la necrofilia, ecc.

    Tali parafilie vengono considerate “minori” in quanto sono molto più rare per giustificare l’uso di una classe specifica. Quando tali attività diventano prioritarie e sostituiscono i contatti sessuali ordinari, allora rientrano in un quadro di “anormalità”.

    Come per le altre parafilie, anche queste possono essere ricondotte a due forme principali: le perversioni dell’atto, in cui la perversione si esplica nella forma del comportamento, e le perversioni dell’oggetto che si riferiscono alla scelta del “partner” sessuale (meta).

    Perversioni dell’atto

    In generale sono considerate tali tutte le deviazioni sessuali che sostituiscono, in modo esclusivo, il coito con una pratica di altro tipo. Un primo grande gruppo comprende tutti quei comportamenti in cui la soddisfazione sessuale viene raggiunta attraverso la sollecitazione del canale visivo. La coprofilia consiste nell’eccitarsi sessualmente a contatto con gli escrementi derivanti dalla funzione escretoria propria o altrui. In questa parafilia l’attrazione, quindi, inizia dai glutei, per focalizzarsi poi sempre più sulla zona anale e, infine, esclusivamente sulle feci. Al primo stadio il coprofilo si sente ancora attratto dalla persona che defeca e le chiede di poter assistere a questo suo atto; lentamente gli escrementi diventano più importanti della persona che li espelle fino al punto che il soggetto, per soddisfare i suoi desideri sessuali, ha soltanto  bisogno delle sue o altrui feci. In quest’ultima fase quindi la relazione con l’altro diventa secondaria, se non addirittura accessoria. La causa primaria di tale perversione va ricercata nella sensazione di piacere provata da bambino defecando e si configura quindi come una forma di infantilismo sessuale, perché legata alla funzione degli sfinteri.

    La manifestazione estrema di questo comportamento è la coprofagia, la tendenza cioè a mangiare le feci, ma in tal caso rientriamo nell’ambito di quadri patologici di tipo psicotico. Il ricavare piacere erotico dall’assistere all’evacuazione sembra essere, comunque, considerevolmente più diffuso del contatto diretto con le feci.

    Allo stesso modo, l’urofilia rappresenta una forma di feticismo per l’urina in cui l’eccitazione sessuale deriva dal guardare una persona urinare, dall’essere bagnati o dall’ingerire urina e dall’urinare su un’altra persona. Ad uno stadio avanzato, l’urina diventa sempre più l’oggetto del piacere sessuale, fino ad arrivare a situazioni in cui esso è legato al farsi urinare addosso: in alcuni casi si può giungere ad un’incapacità di avere un orgasmo genitale, provando invece sensazioni simili nell’atto dell’orinare (orgasmo uretrale).

    Un altro gruppo di parafilie è invece classificabile sulla base dei desideri e impressioni di natura acustica, ovvero sulla voglia di ascoltare o di essere ascoltati. E’ il caso della scatologia telefonica, detta anche pornolalia, ovvero la tendenza a pronunciare parole oscene, che sottende l’intenzione di indurre l’ascoltatore a visualizzare, in modo vivace, l’oggetto d’eccitazione con il vantaggio che in questo modo la sessualità temuta ha riferimenti solo astratti, non è reale. Il mantenere una distanza non solo fisica ma anche visiva, infatti, difende dalla possibilità di mettere in atto realmente un rapporto sessuale la cui effettiva realizzazione provocherebbe nel soggetto ansie e paure ingestibili. In genere, infatti, chi telefona si masturba mentre parla. Si tratta di un’azione ossessiva di natura sessuale alla stessa tregua della pornografomania, in cui il comportamento perverso consiste nello scrivere e inviare ad altri testi di contenuto osceno.

    Perversioni dell’oggetto

    Queste parafilie riguardano le pratiche sessuali in cui si verifica una sostituzione dell’oggetto finale (nella nostra cultura occidentale una persona adulta consenziente) con cadaveri (necrofilia), animali (zoofilia) o altro.

    La necrofilia consiste nel realizzare esclusivamente la soddisfazione sessuale con un cadavere di sesso femminile, della cui morte non si è in alcun modo responsabili. Davanti al cadavere il necrofilo può accarezzarlo voluttuosamente, può mastrurbarsi e giungere anche all’amplesso. Se nel feticista la deumanizzazione del soggetto è una componente importante, nel necrofilo questa è l’elemento cardine della fantasia ed il soggetto opera una sostituzione simbolica molto complessa di situazioni che sono vissute come desideri impossibili. I necromani non provano gusto ad uccidere, anche se a volte vi sono costretti per soddisfare il loro desiderio di accoppiarsi. La necrofilia è ritenuta come la manifestazione di un grave disturbo di personalità sottostante, generalmente di tipo psicotico.

    La fissazione sessuale sugli animali, la zoofilia, viene definita come la tendenza ad avere rapporti sessuali orali o genitali con animali. Se la zoofilia è favorita dalla necessità di sfogare in qualche maniera gli istinti sessuali in assenza di un partner umano disponibile (ad esempio in campagnia od in abitazioni molto isolate) non si può parlare di perversione.

    C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari (a cura di),  “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000

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  • Dec
    2

    Il voyeur vero e proprio è chi trae soddisfazione unicamente dall’osservare una persona o una coppia in intimità o in attività erotiche. Il cosiddetto  guardone, non visto, scarica l’eccitazione che deriva dall’essere entrato in contatto con il corpo di altri ignari attraverso la masturbazione. Anche l’esibizionista ha bisogno del pubblico, l’oggetto a cui mostra i propri genitali non sia bendisposto e partecipe. C’è quindi in sottofondo un’idea di furto, di provocazione o di illecito. Nel primo caso è l’idea di penetrare nell’intimità degli altri, nel secondo quella di sorprenderli e di provocarli attraverso l’esposizione dei propri genitali.

    La dinamica psicologica e relazionale prevalente si basa sullo sbilanciamento del potere. Il potere di sorprendere, di disgustare, di impaurire e di invadere l’altro provoca reazioni sociali di allarme e, spesso e malvolentieri, porta all’arresto. Un’altra costante è la ritualità e la centralità della tematica stessa. Esibizionista e voyeur condividono un’attenzione ossessiva ai rituali in cui deve essere messa in scena la perversione stessa: le fantasie e la ricerca minuziosa dell’allestimento, dei personaggi coinvolti e di ogni altro particolare e risvolto, richiamano alla teatralità dello stesso dramma ripetuto all’infinito.

    Un’altra caratteristica è il legame ossessivo che il regista di questa messa in scena ha con lo svolgimento di quella specifica trama: l’idea di un cambiamento, a volte anche minimo, produce fenomeni di irritazione, di ansia e anche di vero e proprio terrore.  Proprio nel rituale ossessivo, insostituibile e fisso dei singoli componenti e nel potere  possiamo tentare di decodificare la risposta perversa.

    A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

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  • Dec
    2

    Il termine feticcio deriva dalla parola fetisio, coniata nel XV secolo dai coloni portoghesi per descrivere gli oggetti inanimati che le popolazioni dell’attuale Nuova Guinea adoravano come divinità; etimologicamente deriva dal latino facticius, il cui significato è fasullo, oggetto tragico, ambivalente.

    In termini clinici il feticismo è una parafilia, e il suo esordio è solitamente in adolescenza, sebbene il feticcio possa avere acquisito una particolare significato già nella fanciullezza. E’ una variabile clinica significativa solo quando il desiderio feticistico interferisce con il funzionamento sessuale normale dell’individuo.

    Si definisce feticista la persona che, durante un periodo di almeno sei mesi, ha fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano l’uso di oggetti inanimati (i feticci); queste fantasie causano disagio clinicamente significativo e compromissione  dell’are sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento. Molto spesso i feticci sono mutande, reggiseno, calze, scarpe, stivali, che il feticista tiene in mano mentre si masturba, vi si strofina contro, odora, oppure che può chiedere di indossare al partner durante i rapporti sessuali. Attraverso il feticcio si esprime il desiderio onnipotente di controllare, ispezionare, indagare.

    Secondo la teoria sessuale psicoanalitica nel feticismo l’oggetto sessuale normalmente si sostituisce con un altro in relazione ad esso ma assolutamente inadatto quale traguardo sessuale. Il feticismo sarebbe, quindi, un compromesso fra la scoperta e il rifiuto della mancanza del pene nel femminile. Il feticcio è elaborato come un oggetto perduto e poi ricostruito che difende ed esorcizza l’angoscia della castrazione. L’oggetto feticistico sarebbe, nello specifico, l’ultima cosa vista dal feticista prima di scoprire i genitali femminili, considerati come la conseguenza di una castrazione. La misura dell’intensità del coinvolgimento feticistico è dimostrata dal fatto che quel particolare oggetto che lui elegge a feticcio non è il simbolo di un pene mancante ma il pene stesso.

    I trattamenti terapeutici del feticismo comprendono l’ipnosi, la psicoterapia psicoanalitica e la terapia comportamentistica.

    Il feticismo di travestimento

    In termini clinici si parla di Feticismo di travestimento nel caso di un maschio eterosessuale che per un periodo di almeno sei mesi abbia fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente riguardanti il travestimento; queste fantasie causano disagio clinicamente significativo e compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento. La vestizione è, dunque, utilizzata in modo feticistico per eccitarsi sessualmente.

    Solitamente il maschio con feticismo di travestimento colleziona gli indumenti femminili che ogni tanto utilizza per travestirsi; altri inseriscono una sola parte dell’abbigliamento femminile sotto il loro abito maschile, alcuni indossano esclusivamente vestiti da donna e hanno l’abitudine di truccarsi. Il capo prescelto si trasforma in un oggetto erotico che la persona utilizza prima della masturbazione e poi nel rapporto sessuale. Anche se il suo orientamento è fondamentalmente eterosessuale, non disdegna rapporti omosessuali occasionali ed ha comunque pochi partner.

    Chi si traveste vive in un campo di grandi dimensioni metaforiche, dove l’illusione appaga senza riserve il suo desiderio di essere subalterno, fragile, conservando nel contempo la sua mascolinità. Il suo scopo è, quindi, quello di negare la differenza dei sessi o, addirittura, di contenerli entrambi nella sua persona. Proprio perché l’apparenza femminile viene utilizzata per mantenere la mascolinità non si può parlare di disfunzione dell’identità di genere.

    A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

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  • Dec
    1

    La forma di parafilia in cui il piacere sessuale è legato al dolore fisico o morale del soggetto è definita masochismo sessuale.

    Il masochismo sessuale è  caratterizzato, da un  punto di vista clinico, da ricorrenti e intensi impulsi sessuali, e fantasie sessualmente eccitanti, della durata di almeno sei mesi, che comportano l’atto reale, non simulato, di venire umiliato, percosso, legato, o fatto soffrire in altro modo. Nel caso in cui il partner sia una donna, questa riceve il nome di domina (Signora) che maltratta il servo, o Wanda, dal nome della protagonista femminile del romanzo Venere in pelliccia. Quando il masochismo si esprime con un partner, si ricerca la costrizione fisica, lo schiaffeggiamento, la sculacciata, la fustigazione, le percosse, le scosse elettriche, le ferite da taglio, le punture e le perforazioni, e vari tipi di umiliazione morale quali farsi urinare o defecare addosso, farsi costringere a camminare a quattro zampe e abbaiare come un cane, farsi insultare. L’essere obbligato a rivestire un ruolo. lo schiavo, il cameriere, il bambino, l’animale, l’oggetto, viene ricercato per le sue implicazioni umilianti. L’ipossifilia è una forma particolare di masochismo pericolosa di masochismo sessuale, che comporta l’eccitamento sessuale da deprivazione di ossigeno. In questi casi il soggetto si provoca la deprivazione attraverso un nodo scorsoio, una legatura, un sacchetto di plastica, una maschera, una sostanza chimica, oppure attraverso la compressione del petto lasciandosi la possibilità di evitare il soffocamento prima di perdere i sensi. Questo tipo di attività può essere fatta anche con un partner.

    La presenza di fantasie masochistiche si presenta già nell’adolescenza, mentre l’età di insorgenza delle attività masochistiche con partner generalmente si situa nella prima età adulta. Il disturbo si presenta solitamente in maniera cronica. Occorre ricordare inoltre che la fantasia masochista può facilitare l’eccitazione in diverse persone, quindi la diagnosi di masochismo sessuale viene fatta solo se il soggetto risulta marcatamente a disagio a causa di tali fantasie, oppure se le ha messe in atto.

    Da un punto di vista psicoanalitico, le persone che hanno bisogno di fantasie o azioni masochistiche per raggiungere una gratificazione sessuale stanno ricercando una punizione inconscia per i desideri sessuali conflittuali vissuti nell’infanzia. Attraverso questa forma di punizione, tramite la quale si raggiunge il perdono, il piacere sessuale è di nuovo accessibile. Ulteriormente i masochisti che hanno bisogno di dolori e umiliazioni per raggiungere il piacere sessuale, possono star ripetendo delle esperienze infantili di abuso. L’unica forma possibile di relazione nella vita adulta è quella contrassegnata dalla mortificazione e dal dolore, forse l’unica modalità di attenzione avuta nell’infanzia.

    A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

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  • Nov
    30

    Spesso faccio seminari, e sempre più spesso mi chiedono:

    “… se dopo mesi di terapia, non vedo progressi, cosa sarebbe più giusto fare?” oppure, ” … come fare a trovare l’analista giusto …?”

    Questo articolo tenta una possibile risposta anche perchè gli utenti, quando ‘navigano’ tra i vari blog, è questo che cercano: risposte.

    Ci sono alcuni elementi che aiutano a decidere se la scelta può andare nella direzione che ci auguriamo.

    Tra gli elementi, sicuramente va considerata la fonte che ci ha portati nello studio di quel professionista.

    Le ‘tipiche’ fonti sono: passaparola, seminario, e, sempre di più, il sito del professionista o eventuali forum.

    Il passaparola, fa affidamento sul grado di fiducia che diamo al nostro suggeritore; il seminario ha una valenza molto forte: il professionista lo abbiamo visto in azione, quindi sappiamo com’è fatto, cosa dice, come lo dice, il carisma e l’interesse che è riuscito a suscitare; il sito del professionista, ci offre la possibilità di farci un’idea in pochissimo tempo, di chi è, cosa scrive, le sue esperienze, il suo modello di riferimento, etc risolvendo così molte intermediazioni.

    Cos’altro conta? Dipende dai nostri obiettivi. Dipende dal nostro tempo; dipende dalle nostre finanze; dipende da quanto siamo determinati; dipende dalla nostra età etc.

    Spesso il professionista viene scelto in funzione delle proprie finanze e mai come in questo periodo il problema è prioritario. L’aspetto economico può essere affrontato prendendo in considerazioni l’utilizzo delle strutture pubbliche oppure scegliendo una terapia di gruppo.

    Il tempo, è legato al numero di sedute settimanali che dovrebbe essere correlato al tipo di intervento ma sempre più spesso è condizionato all’aspetto economico. Il tempo, comunque, se svincolato da interferenze, viene deciso nel corso del primo incontro.

    Un altro aspetto molto importante è l’età. La nostra e quella del professionista. Comunemente ci si attende esista una relazione tra esperienza ed età del professionista. Anche se questa è una regola sensata, non necessariamente è un presupposto che il terapeuta scelto sia più giusto di uno più giovane.

    Insomma, ci troviamo ad aver scelto un professionista per una delle situazioni descritte, siamo seduti nello studio, abbiamo raccontato la nostra ‘storia’ e spesso ci chiediamo: è la persona giusta per me?

    Aiuta molto il processo decisionale considerare che: non è importante l’età del professionista, la sua esperienza, il modello terapeutico, il costo delle sedute, se è un uomo oppure una donna, se ci è stato consigliato da un amico fidato, oppure se al seminario ci ha colpito; quello che veramente conta è ciò che sentiamo noi.

    Il famoso feeling.

    Cosa ci dice il nostro istinto? quali sono le impressioni che abbiamo? Ci sentiamo accolti o lo vediamo distratto oppure lontano dal nostro modo di essere?

    Queste sono, a grandi linee, le domande a cui dobbiamo rispondere consci però che, potrebbero non bastare.

    Potremmo, cioè, dopo un certo numero di sedute, accorgerci che non succede nulla. Anche se il professionista è obbiettivamente bravo, serio, preparato, attento, con una discreta esperienza, etc alcune cose non sono accadute. Percepiamo la terapia come pesante, faticosa, inconcludente, etc. Ahimè, capita.

    Ma, cosa dovrebbe succedere? Esistono alcuni ‘segnali‘ che aiutano a capire che la terapia procede  bene e cioè (ma vale a titolo di esempio):

    Eventuali disagi fisici, situazioni di stress, eventuali paure dovrebbero lentamente attenuarsi ; dovrebbero migliorare le relazioni con gli altri, l’umore dovrebbe stabilizzarsi e dovremmo sentirci più efficienti; se prima restavamo  incollati al divano e alla casa, ora dovremmo avere il desiderio di uscire, incontrare gli amici, desiderare e cercare, quindi, motivi di svago. Dovremmo notare che i nostri ‘pensieri’ prima sempre negativi e a volte catastrofici, ora diventano più positivi e quindi si riaccende il desiderio di fare nuovi progetti, etc.

    Se questo, dopo un certo numero di sedute, non accade, le possibili cause sono:

    1 – la nostra riluttanza al cambiamento (che è sempre in agguato)

    2 – lo specialista

    In questo secondo caso, evitiamo di sentirci responsabili del fallimento della terapia, parliamone con il terapeuta e se giungiamo alla conclusione che l’analista scelto non ci aiuta, mettiamoci alla ricerca di un nuovo professionista.

    Avremo le idee più chiare e sicuramente la scelta sarà migliore.

    Il nostro obiettivo, ritrovare noi stessi, deve essere sempre al top dei nostri sforzi, perchè la ricerca della felicità non è un hobby ma un lavoro a tempo pieno

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  • Nov
    24

    Il termine sadismo deriva dal marchese de Sade, di cui si conoscono le gesta come scrittore e come autore di certi giochi crudeli e che finì in un ricovero di alienati per questi suoi comportamenti. Con questo termine, nel DSM – IV, si indicano le azione in cui il soggetto ricava eccitazione sessuale dalla sofferenza psicologica o fisica della vittima.  I comportamenti sadici possono includere l’imprigionamento della vittima, il bendarla, fustigarla, percuoterla, torturarla fino anche ad ucciderla. L’età di esordio delle attività sadiche è variabile, ma di solito le fantasie sessuali di tipo sadico sono presenti sin dalla fanciullezza. Inoltre, solitamente la gravità degli atti sadici cresce con il passare del tempo: il sadismo, quindi, è di solito cronico. I due criteri diagnostici principali, per classificare il sadismo, sono quindi i seguenti:

    1. durante un periodo di almeno 6 mesi, sono presenti fantasie, impulsi sessuali, o altri comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano azioni in cui la sofferenza psicologica o fisica della vittima è sessualmente eccitante per il soggetto;

    2. le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre importanti aree del funzionamento.

    Uno studio critico sulle opere di Sade evidenzia che la forma del suo sadismo poggiava su quattro caratteristiche fondamentali: odio per l’altro sesso; odio-amore per il proprio sesso; paura del coito e paura ed evitamento di eventuali discendenti.

    Alla base di queste caratteristiche c’è quindi una paura della responsabilità. In un certo senso, il sadismo rifiuta la reciprocità, caratteristica dell’amore; il sadico non vuole che la vittima gli offra la sua dedizione, al contrario vuole che essa gli opponga resistenza in modo da poterla spezzare. Quindi il suo interesse poggia sulla costrizione.

    Il sadismo, in generale, può presentarsi sotto diverse forme:

    sadismo non sessuale o psichico: è un tipo di mentalità che si esplica nel maltrattare familiari, nel provare gioia delle sconfitte altrui. Il soggetto ignora che il suo atteggiamento sia legato alla sfera sessuale. All’interno della vita familiare questi soggetti pretendono la completa obbedienza da parte degli altri membri; hanno un senso fanatico dell’autorità, della condanna e puniscono ogni minimo errore;

    sadismo sessuale: indica il bisogno di vedere soffrire il proprio partner per il dolore fisico e per l’umiliazione prima e durante il rapporto sessuale; spesso i sadici provano un elevato piacere nel percuotere il partner.

    Nel sadismo la violenza è spesso di tipo psichico,  con minacce e atteggiamenti finalizzati a spaventare e umiliare la vittima. Quindi, anche nel sadismo, si riscontrano le nozioni di punizione e di eccitazione per mezzo della vergogna, riconducibili a interdizioni infantili nella funzione erotica. Il sadico si serve della sua attitudine a essere eccitato dalla sofferenza, effettiva o simbolica, attiva o passiva, per procurarsi piacere e per raggiungere l’orgasmo, effettivamente determinato o facilitato con manovre autoerotiche.

    Da un punto di vista psicoanalitico, l’impulso sessuale primitivo avrebbe la funzione di neutralizzare l’istinto di morte e per far ciò porterebbe l’aggressività verso l’esterno, sugli oggetti esterni, realizzandola così sotto forma di distruzione altrui e attenuandola poi, come forma di possesso e di potenza sull’altro. L’elemento stesso di questa tendenza, messa al servizio della funzione sessuale, costituirebbe il sadismo (sadismo erogeno). Inoltre, una parte di questa tendenza violenta resterebbe comunque all’interno dell’organismo: questa parte non esternalizzabile, produrrebbe il masochismo.

    Inoltre, una menzione speciale nella genesi del sadismo è stata accordata all’influenza di avvenimenti traumatici soprattutto durante l’infanzia. In questa ottica, il comportamento sadico come anche quello masochistico, viene visto come una sorta di lutto negato o patologico, come un tentativo di rifiutare e negare la perdita e riparare ed essa con una fantasia che comunque non porta ad alcun risultato, poiché la perdita interna continua ad esistere. A questo punto, l’individuo stabilisce e sviluppa una perversione al posto della relazione. Questa mancata risoluzione del trauma ha delle conseguenze sulle successive difficoltà derivate dalla gestione delle fantasie e dell’eccitamento sessuali altamente potenziati nel periodo edipico. Il sadico, così, è spinto anche dal divieto nei confronti di una sana espressione della sua sessualità. Il dolore provocato dalla sofferenza inflitta è una difesa contro il dolore più grande della perdita.

    Si intravede, inoltre, in questo comportamento una componente compulsiva. L’atto aggressivo serve a contenere la propria rabbia e ostilità; questi soggetti sono guidati da un forte desiderio di dominare e umiliare gli altri. La loro ricerca di potere non è certamente positiva: parte da un forte sentimento di odio e da una voglia di vendetta e riscatto.

    A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

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  • Nov
    24

    Il termine deriva dal francese frotteur, colui che sfrega. Secondo il DSM-IV, il frotteurismo comporta il toccare e lo strofinarsi contro una persona non consenziente. Il comportamento di solito si manifesta in posti affollati, in cui il soggetto può facilmente sottrarsi all’arresto (per es. marciapiedi pieni di gente o mezzi di trasporto pubblico). Il soggetto strofina i propri genitali contro le cosce o le natiche della vittima oppure palpeggia i suoi genitali o le mammelle. Facendo questo egli spesso fantastica una relazione esclusiva di intimità con la vittima. Di solito questa parafilia esordisce nell’adolescenza. I frotteur risultano essere esclusivamente uomini e possono sviluppare la loro tendenza in senso sia omo che etero.

    Alcuni autori ritengono che il frotteur sia un soggetto in cui lo sviluppo sessuale si è arrestato allo stadio infantile dell’erotismo corporeo e cutaneo. Il frotteur ha in comune con il feticista la tendenza all’anonimia, la paura di un contatto responsabile con un’altra persona. Tuttavia, al contrario del feticista, fissato soltanto sugli oggetti-feticcio, egli ha comunque bisogno di un partner sessuale. Per formulare la diagnosi di frotteurismo i criteri del DMV-IV prevedono che il soggetto, per un periodo di almeno 6 mesi, abbia fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che prevedono il toccare o lo strofinarsi contro una persona non consenziente. Inoltre le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti devono creare un disagio clinicamente significativo o la compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del comportamento.

    Una importante caratteristica del frotteur è data dal fatto che per lui l’elemento più importante della sua esperienza è la percezione sensoriale del tatto, ovvero la possibilità di sentire direttamente sul proprio corpo il calore, il movimento, i contorni di un altro corpo sconosciuto, ma vivo e pulsante.

    Invece alcuni ricercatori americani avanzano l’ipotesi che il comportamento sessuale deviante costituisca una distorsione patologica della fase del corteggiamento. Inoltre, essi ritengono che, sebbene il frotteurismo sia abitualmente considerato semplicemente una seccatura, la ricerca futura avrà il compito di accertare quale percentuale e quali di questi individui sono a rischio di commettere offese sessuali più violente.

    Secondo un’ottica psicoanalitica, questi soggetti sarebbero stati tutti esposti alla scena primaria, cioè da piccoli avrebbero assistito ripetutamente a rapporti sessuali tra i genitori. Per un complesso meccanismo nevrotico, questo tipo di esperienza, vissuta in modo traumatico, disporrebbe spesso questi pazienti a un disordinato aumento della rabbia da loro provocata nei confronti delle donne, dalla quale si difenderebbero mediante stati di depersonalizzazione. Gli atti sessuali assumerebbero, quindi, una caratteristica onirica che potrebbe richiamare la scena primaria a cui sono stati sottoposti da bambini. Il meccanismo di modificazione dalla passività all’attività e l’identificazione con l’aggressore diverrebbe l’elemento preponderante dell’attività frotteristica.

    A curi si C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.

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  • Nov
    22

    Secondo il DSM – IV, le Parafilie sono caratterizzate da ricorrenti e intensi impulsi, fantasie, o comportamenti sessuali che implicano oggetti, attività o situazioni inusuali e causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento; includono l’Esibizionismo, il Feticismo, il Frotteurismo, la Pedofilia, il Masochismo Sessuale, il Sadismo Sessuale, il Feticismo di Travestimento, il Voyeurismo, e la Parafilia non Altrimenti Specificata.

    Dunque, le caratteristiche specifiche della Parafilia sarebbero legate ad una ricorrente, intensa attrazione sessuale riguardante oggetti non umani, sofferenza, dolore o umiliazione propria o del proprio partner, coinvolgimento di bambini o adulti non consenzienti. La diagnosi di Parafilia, inoltre, viene fatta solo se il soggetto mette in atto questi impulsi, o risulta a disagio a causa di essi. Gli autori del DSM – IV, per valutare il continuum fra fantasia e azione e per non scindere il legame fra vissuti interiori e mondo reale, hanno elaborato tre diversi criteri di gravità delle manifestazioni di una o più Parafilie.  La diagnosi differenziale posta dal DSM – IV è che una “Una Parafilia deve essere distinta dall’uso non patologico di fantasie, comportamenti, o oggetti sessuali come stimolo per l’eccitazione sessuale in soggetti senza Parafilia. Le fantasie, i comportamenti o gli oggetti sono parafilici solo quando portano ad un disagio clinicamente significativo o ad una menomazione (per es., sono vincolanti, esitano in disfunzioni sessuali, richiedono la partecipazione di soggetti non consenzienti, portano a complicanze legali, interferiscono con le relazioni sociali)”.

    Per quanto riguarda la pedofilia, attualmente, per poter considerare pedofilica l’attività sessuale con minori è necessario che gli stessi abbiano meno di 13 anni, che siano prepuberi, che il soggetto pedofilo deve avere almeno 16 anni e almeno 5 anni più del bambino. Il disturbo avrebbe inizio, secondo il DSM – IV, solitamente con l’adolescenza, anche se alcuni soggetti riferiscono di non aver provato eccitamento verso i bambini fino alla mezza età. Il decorso è cronico, specialmente per i soggetti attratti dai maschi. La frequenza di tale comportamento pedofilo è fluttuante e in relazione agli stress psicosessuali (DSM – IV, 1994).

    Naturalmente, a parte ogni aspetto legato alla morale o di tipo sociale, molti altri studiosi ed autori (Andreoli, 1996) ritengono  che invece ogni attività sessuale fra prepuberi e adulti sia negativa per il bambino ed addirittura traumatica per lo sviluppo armonico della personalità, causando nel bambino danni legati alla perdita dell’infanzia e ad una crescita improvvisa non adeguata ai vissuti interni dell’Io, che proprio nella fase evolutiva, soprattutto per prepuberi, non può essere in grado di vivere appieno e serenamente la relazione pedofila, comprendendo nel profondo l’agito sessuale. Non appare possibile, quindi, parlare di amore consensuale, di un rapporto basato sul consenso, soprattutto in considerazione del fatto che il bambino prepubere non può arrivare ad una scelta autonoma, essendo dipendente psicologicamente nella relazione.

    Jaria (1968), autore di una ricerca, senz’altro la più significativa in Italia, condotta presso la sezione giudiziaria dell’Ospedale Psichiatrico di Castiglione delle Stiviere (MN) su pedofili, ha evidenziato che “L’esistenza del pedofilo durante l’accadimento sessuale appare come interrotta e l’evento rappresenta come una parentesi nella storia interiore dell’individuo”; a sostegno di ciò riporta quanto

    affermava un pedofilo, “era come se fosse un’altra persona a fare quelle azioni…”. Continua l’Autore: “Appaiono carenti nel pedofilo la tenerezza, il distanziamento, l’avvicinamento differenziato, la pienezza infinita dei giuochi intermedi, che avvengono in reciprocità, e dei sistemi cuscinetto caratteristici dell’amore”.

    Le conclusioni a cui giunge confermano le difficoltà di conoscenza del fenomeno in quanto ritiene che “praticamente insoluto rimane l’ordinamento nosografico della pedofilia“. Motiva ciò affermando che “non esistono perversioni, ma solo perversi”. Le caratteristiche psicologiche dei pedofili riscontrate da Jaria in quasi tutti i soggetti sono state le seguenti: “ritardo o precocità nello sviluppo sessuale, immaturità, disturbi del rapporto interpersonale, insicurezza, esplosività, labilità della personalità, notevole aggressività, petulante invadenza, irrequietezza e instabilità”.

    In un’altra ricerca Jaria, Capri, Lanotte (1993, 1995) hanno analizzato – attraverso colloqui clinici e Test Proiettivi - alcuni tratti della personalità dei pedofili relativi soprattutto alla strutturazione dell’Io, alle dinamiche intrapsichiche, all’area affettiva e alle relazioni interpersonali. Gli elementi emersi come significativi sono stati i seguenti:

    A) Immaturità Affettiva, caratterizzata da scarsa efficienza e rapida esauribilità dei freni inibitori di fronte all’imminenza e all’urgenza degli impulsi sessuali, affettività più egocentrica che adattiva, funzioni affettive coartate e nello stesso tempo labili. Bassa tolleranza alle frustrazioni, ipersensibilità alle critiche.

    B) Identificazione Deficitaria, mancato riconoscimento delle proprie componenti sessuali; il processo di identificazione, connesso alla ricerca di identità che va dalla dipendenza alla autonomia affettiva e sociale, appare non sufficientemente adeguato e non armonico rispetto alla realtà. Il legame oggettuale primario appare patologico ed espresso attraverso l’indifferenziazione e l’idealizzazione dell’oggetto indifferenziato.

    C) Relazioni Interpersonali iInadeguate. La deficitaria identificazione, la mancanza quindi di un modello chiaro di comportamento, fanno sì che il rapporto con l’altro si sviluppi in modo irregolare e superficiale: infatti, ruoli in conflitto e mutevoli sono assunti nelle relazioni sociali. Tali rapporti non sembrano capaci di svilupparsi su basi adattive, costruttive e mature. Comportamenti ed emozioni nei

    confronti dell’altro sembrano espressi o in termini oppositivi, o manipolativi, o di dipendenza, o di evitamento.

    In conclusione, questi studi ipotizzano che un pedofilo può “soffrire” di un disturbo psichico così come ne può “soffrire” qualsiasi altro individuo non pedofilo, in quanto la perversione non sembra essere di per sé una malattia, bensì un sintomo, sociale o non, di un qualunque altro disturbo e in quanto sintomo non sempre e non necessariamente dovrebbe essere ascritto nella nosografia psichiatrica. In altri termini, vari sintomi concorrono per accreditare una malattia dal punto di vista sanitario, ma non sempre i sintomi evidenziano ciò che emerge all’apparenza; pertanto, non sempre il sintomo della pedofilia ha valore di disturbo psichico relativo in modo esclusivo alle perversioni, nelle quali può anche essere inserito ma solo a livello descrittivo. Sembra avere, invece, significatività relativamente processi psicopatologici dell’Io stratificati a livello profondo.

    D’altronde sappiamo – anche grazie alle riflessioni di Freud (1919) – “che gli eventi umani i cui significati appaiono enigmatici e inspiegabili e che hanno alla base contenuti intensamente angoscianti, vengono percepiti come perturbanti”.

    Forse, anche in seguito a ciò, la stessa scarsa conoscenza che abbiamo di personalità così cariche di contenuti difficili da accettare per la nostra cultura e per la nostra società – il diverso perverso che abusa dell’ingenuità di un bambino innocente – potrebbe avere una ragione irrazionale legata alle nostre antiche difficoltà nell’avvicinarci alle situazioni “mostruose”, al “perturbante”, a colui che rappresenta noi come genere e di cui temiamo forse di riconoscere ciò che non vogliamo sapere (Jaria, Capri, 1995).

    P. Capri, SEMINARIO DI PSICOLOGIA GIURIDICA “LA PEDOFILIA TRA SCIENZE UMANE E GIUSTIZIA PENALE” Siracusa, 16 – 18 ottobre 1997

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  • Nov
    21

    SESAMO, acronimo di Sexrelation Evaluation Schedule Assessment Monitoring, è un test psicodiagnostico destinato all’indagine in ambito clinico e di ricerca. La metodica consente di identificare aspetti disfunzionali sessuali e relazionali in soggetti single o con vita di coppia.

    I principali obiettivi della metodica rispondono a due criteri:

    – Elaborare un profilo psicosessuale e socio-affettivo del soggetto esaminato, inteso come immagine idiografica.

    – Formulare ipotesi circa le cause e gli aspetti disfunzionali nell’ambito della sessualità individuale e di coppia (ipotesi da verificare eventualmente, con ulteriori indagini mirate agli aspetti significativi emersi).

    La soluzione più adeguata per raggiungere tali obiettivi è stata individuata in una indagine strutturata secondo le modalità del questionario. Tale reattivo è stato diversificato per maschio e femmina e dicotomizzato per situazione affettiva single/coppia. Lo strumento così elaborato, può essere somministrato tramite computer oppure su carta, applicazione quest’ultima utilizzabile per quei pazienti che si ritiene non abbiano una sufficiente confidenza per gli strumenti informatici.

    L’indagine è stata rivolta essenzialmente alle aree inerenti la sessualità remota ed attuale, ma contestualmente sono state anche considerate tutte quelle aree che, in modo anche indiretto, possono influire su formazione, espressione e manifestazione della sessualità e della relazionalità.

    Nella strutturazione del questionario le aree da indagare sono state divise in tre gruppi denominati in seguito “sezioni”:

    1. La sezione 1 raggruppa le aree concernenti gli aspetti della sessualità remota, quelli socio-caratteriali distintivi del soggetto e un’anamnesi di tipo sanitario. Tutti i soggetti dovranno compilare questa sezione, al termine della quale potranno essere discriminati ed indirizzati ad una delle due sottosezioni in base alla loro situazione affettivo-relazionale.
    2. La sezione 2 raccoglie le aree relative alla sessualità attuale e agli aspetti motivazionali ed è riservata alla situazione di single, intendendo con ciò la non presenza di una stabile relazione sessuoaffettiva del soggetto con un/una partner.
    3. La sezione 3 include le aree che indagano la sessualità attuale del soggetto e gli aspetti sessuorelazionali della coppia. Questa sezione è indirizzata alla situazione di coppia, intesa come presenza di una relazione sessuo-affettiva che si protragga, orientativamente, almeno da alcuni mesi con un/una partner.

    – Alcune aree sono presenti in ambedue gli indirizzi single/coppia poichè taluni aspetti sessuali,

    motivazionali e relazionali, sono comuni alle due situazioni.

    Esistono, inoltre, 3 versioni dello strumento:

    · forma clinica estesa: comprende l’utilizzo di domande con opzione di tipo aperto, chiuso o a scelta multipla. La somministrazione è di tipo carta e matita. La forma maschile comprende 107 item nella versione single e 137 nella versione dei soggetti con relazione di coppia; nella versione femminile gli item sono invece 113 e 145, rispettivamente. Questa versione è disponibile solo in forma computerizzata, corredata dalla parte del manuale che contempla l’esemplificazione di quegli item che lo differenziano dalla forma standard;

    · forma clinica standard: è una versione epurata dalle domande aperte e da tutti gli item che, nella forma estesa, prevedevano un’attribuzione di punteggio dipendente dalla valutazione comparata con altri item. In questa versione il questionario prevede, per i maschi, 62 item per i single e 81 per quelli con relazione di coppia e, rispettivamente, 64 e 85 item per le femmine. La somministrazione è di tipo carta e matita e la correzione avviene tramite opportune griglie di conversione sia in punti z che in ranghi percentuali per ogni area considerata. Il questionario, in questa forma, offre una parametrazione numerica con il campione statistico di confronto (che è stato determinato in riferimento alle caratteristiche della popolazione italiana secondo dati ISTAT relativi al censimento del 1991), nonché sintetiche indicazioni per quelle aree in cui i punteggi superano i valori di soglia.

    · forma software: è l’adattamento della forma standard alla somministrazione diretta mediante il computer; l’approccio è facilitato da modalità semplificate di utilizzo della tastiera, dalla disponibilità di un aiuto in linea e da una breve simulazione introduttiva di apprendimento, al fine di renderne possibile l’impiego anche da parte di persone inesperte nell’uso di strumenti informatici. Questa versione è in grado di fornire in tempo reale analisi diagnostiche ed anamnestiche a vari livelli, numerosi dati (presentati anche in forma grafica), riepiloghi, indicazione delle risposte significative, sintesi dei tratti critici, indicazioni per eventuali approfondimenti diagnostici, eccetera.

    Gli Autori sottolineano come la funzione di questo questionario sessuo-relazionale non sia tanto quella di fornire una diagnosi monoliticamente strutturata, quanto quella di evidenziare eventuali ambiti di sofferenza e possibili percorsi specialistici di intervento.

    L’indagine prende in esame la sessualità attuale e pregressa e, al contempo, i vari aspetti che, direttamente o indirettamente, possono aver contribuito alla formazione, all’evoluzione e all’espressione della sessualità e dei vissuti relazionali remoti e contingenti ad essa associati. Se ne ricava un profilo individuale che mette in rilievo le aree disfunzionali della sessualità del soggetto ed un ampio rapporto narrativo.

    Il SESAMO è, in definitiva, uno strumento capace sia di soddisfare le esigenze del clinico già esperto delle dinamiche psicosessuale, sia di orientare lo specialista di altre branche che si trovi nella necessità di rispondere a domande di disagio, esplicite o mascherate, in ambito sessuorelazionale.

    In ambito puramente clinico lo strumento è utile soprattutto in quanto, senza dubbio, permette di ottenere valide informazioni in tempi più brevi, anche se necessitano, comunque, di ulteriori approfondimenti che sono ottenibili solo tramite il colloquio.”

    L. Boccadoro “SESAMO WIN, Sexrelation Evaluation Schedule Assessment Monitoring on Windows. Approccio differenziale al profilo idiografico psicosessuale e socio affettivo. Manuale della forma estesa”. 2002, O.S. Organizzazioni Speciali – Firenze

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  • Nov
    17

    Non sappiamo molto di Hermann Rorschach, perché, in virtù delle sue caratteristiche personali (del tipo: genio e sregolatezza) ha lasciato poche informazioni sulla sua vita; ciò che conosciamo lo dobbiamo quasi esclusivamente ai suoi contributi scientifici, di cui però le informazioni che abbiamo sono incomplete, infatti  la documentazione sulla fase iniziale del test è povera, sappiamo solo che nel 1911 Rorschach somministrò uno dei suoi primi prototipi, insieme al Reattivo di Associazione Verbale di Jung, agli studenti di Althau, allievi del suo ex compagno di scuola K. Gehring. Un esperimento complesso, il cui materiale però è andato perso. Dopo queste  esperienze iniziali, svolte nel periodo 1911-1912, ci fu un lungo intervallo in cui lo psichiatra si dedicò ad altri lavori, per poi riprendere la sperimentazione nel 1917, su sollecitazione del direttore dell’ospedale psichiatrico di Zurigo,  E. Bleuler, il quale convinse il suo ex allievo a riprendere gli esperimenti con le macchie, condotti anni prima. Il giovane psichiatra, nel giro di tre anni, scrisse Psychodiagnostik, testo pubblicato nel 1921, a causa di problemi editoriali.

    Fondamentale per la realizzazione della sua opera, fu l’incontro con Carl Gustav Jung. Fiorentino (2011) sostiene che durante i  corsi universitari di medicina di Jung, a cui Rorschach partecipò, furono trattati due argomenti che sarebbero poi diventati fonti d’ispirazione per Rorschach: i risultati della sperimentazione del Test di Associazione Verbale e l’illustrazione di un test, il Klecksographie (Scrittura con le macchie), di J. Kerner.

    Rispetto alle macchie di Kerner, Rorschach introdusse alcuni cambiamenti significativi: inserì il colore, rese più indefinite le macchie e infine formulò una grande sistema per classificare le Risposte, ovvero la Siglatura.

    Anche rispetto al reattivo di Jung ci sono parecchie affinità. Il Test di Associazione Verbale è composto da un elenco di 100 parole-stimolo cui il paziente deve rispondere con la prima parola che gli viene in mente. I criteri principali per l’analisi dei risultati sono: Tempo di Latenza, Perseverazione, Rifiuto, le associazioni di carattere introverso vengono scritte sulla sinistra del foglio dei computi, le associazioni di carattere estroverso sulla destra. Sono gli stessi criteri della Prova Rorschach e del TVI.

    Inoltre in Psychodiagnostik, Rorschach definisce il concetto di Risposta Complessuale facendo esplicito riferimento agli esperimenti di Jung, e utilizza spesso questo termine sia nel corso della sua opera principale, che nel lavoro pubblicato postumo Sulla valutazione del test di interpretazione delle forme.

    Dunque, il Test di Associazione Verbale si basa su parole-stimolo che evocano configurazioni complessuali, il Test di Rorschach invece si basa sulla percezione di macchie senza forma, che posseggono un carattere evocativo che può rivelare configurazioni complessuali.

    La differenza fondamentale fra i due test sta nel fatto che uno si basa su uno stimolo prevalentemente cognitivo, la parola, l’altro, invece, si basa sulla percezione visiva e sulla attivazione di immagini, che si pongono in una linea di confine molto più vicina all’inconscio.

    E’ possibile affermare che Rorschach, quando somministrava il Reattivo di Jung, aveva come obiettivo quello di validare il suo lavoro, che alla fine pubblicò, appena un anno prima di morire in modo improvviso, a 37 anni, rivoluzionando così il mondo della psicologia e della psicodiagnosi.

    Peralta, A., H. Rorschach e C.G.Jung, una relazione di reciproca ambivalenza, relazione presentata alla I Giornata di Studio Rorschach e Psicologia del Profondo, Roma 2006, in Atti della I Giornata di Studio, pubblicati nel settore Rorschach e Psicologia del Profondo del sito della SRR, a cura di M.Fiorentino

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  • Nov
    16

    Tanti sono morti disperati. E questi hanno sofferto più di Cristo. Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 1935/50 (postumo 1952)

    La depressione è uno dei disturbi psicologici tra i più diffusi al mondo: colpisce ogni anno svariati  milioni di persone cioè, circa il 10 – 15 % della popolazione nel rapporto di 2:1 in favore delle donne (nel senso che le donne sono le più colpite). Mediamente la depressione colpisce tra i 25 e i 45 anni di età (colpisce però anche in età più precoce).

    Anche Christina Aguilera ha deciso di aprirsi e di parlare della sua battaglia contro la depressione. La cantante, che negli ultimi giorni si è lasciata andare ad una serie di confessioni piuttosto intime, ha affermato di essere sempre sottotono e che il suo sentimento principale è quasi sempre la tristezza. La cantante ha anche ammesso che spesso (soprattutto di recente) ha trovato molti spunti creativi proprio dal suo stato d’animo depresso. La cantante ha parlato candidamente dei suoi disordini emotivi durante lo speciale Behind The Music.

    Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la Depressione è purtroppo una delle malattie più diffuse ed invalidanti al mondo e spesso viene riconosciuta e/o curata dopo molto tempo, rendendo la sua intensità ancora più grave. Altre volte ancora viene sottovalutata, in particolare se colpisce in giovane età, e a riprova di questo vi sono le sempre più numerose morti per suicidio tra gli adolescenti.

    Il depresso, in senso clinico, ha una sofferenza di gran lunga diversa dalla tristezza, uno stato che, ogni essere umano ha sperimentato sicuramente più di una volta nella vita.

    Il depresso non è solo triste, ma un essere umano che ha smarrito il senso delle cose, è privo di ogni interesse e ha disturbi del pensiero e sintomi fisici mai avuti prima e dura molto più della tristezza.

    L’uomo è nato per soffrire. E ci riesce benissimo. Roberto Gervaso, La volpe e l’uva, 1989

    Ma, come inizia?

    L’insorgenza della depressione può avvenire per cause esterne ben definite, ad esempio, la perdita di un lavoro, la fine di un amore, la malattia o la perdita di una persona cara, gravi conflitti familiari,  eventuali malattie fisiche gravi oppure croniche, durante la menupausa, oppure il puerperio, attraverso l’uso di alcuni farmaci, eventuali squilibri della biochimica del cervello, cambiamento delle amicizie per, ad esempio, un trasferimento in altro quartiere oppure città, etc.

    Raramente la depressione avviene senza nessun evento scatenante, cioè spontaneamente, senza cause apparenti. Esistono sempre cause che possono essere evidenti (vedi sopra) oppure inconsce.

    In merito alla gravità della depressione esistono due macro distinzioni:  la  depressione maggiore melancolica, dove possiamo considerare come determinanti  la familiarità e i fattori scatenanti di natura biologica e la depressione minore ansiosa, dove i fattori  predisponenti e scatenanti vanno ricercati nella sfera psicosociale.

    Non possiamo trascurare, tra le possibili cause della depressione, anche eventuali modificazioni a livello biologico, nella regolazione di alcune sostanze come neurotrasmettitori e ormoni.

    In dettaglio, nel caso della depressione maggiore troviamo soggetti che, ad esempio, mostrano la scomparsa di qualsiasi interesse, mancanza di energia, rallentamento psicomotorio sentimenti di inadeguatezza, inutilità, sensi di colpa, fallimento, disturbi del sonno, perdita di peso, difficoltà della concentrazione, e anche, pensieri di morte.

    Nel caso, invece della  depressione minore abbiamo ansia, irrequietezza motoria, autocompiangimento, pessimismo, sentimenti di incapacità o inutilità , apprensività e irritabilità , affaticabilità, disturbi della concentrazione, disturbi sessuali (perdita della libido), anomalia del ciclo mestruale, disturbi del sonno (insonnia oppure ipersonnia ), disturbi alimentari (es. inappetenza o iperfagia)  etc.

    Ulteriori o eventuali complicazioni possono essere: disturbi alimentari (anoressia, bulimia), disturbi d’ansia (attacchi di panico), disturbo ossessivo-compulsivo (dipendenza da alcol), etc-

    La depressione è una malattia democratica: colpisce tutti. Indro Montanelli

    Quindi quando ci troviamo in presenza dei sintomi sopra descritti, ci troviamo ad affrontare una persona depressa. Dobbiamo però fare attenzione a non confondere la tristezza, oppure l’umore depresso, per depressione.

    Infatti, queste sono emozioni, forse anche complesse, poste a difesa del nostro apparato psichico con lo scopo di segnalarci che abbiamo subito una perdita; una perdita importante. Tale situazione (frutto di fatti reali oppure inconsci), provoca un ripiegamento in noi stessi, molto utile per accettare la perdita e per elaborare una risposta, oppure una nuova prospettiva da cui partire oppure prendere in considerazione nuovi spunti, obiettivi, energie, etc.

    Se questa trasformazione non riesce, si corre il rischio di cadere in depressione. Se la reazione alla perdita volge al negativo (cioè non c’è la rielaborazione della perdita come descritta sopra) non di rado, può accadere che ci si sente inadeguati, incapaci, dei falliti, etc. In questo caso, come nei migliori circoli viziosi, da cosa nasce cosa e si scende sempre più verso il versante della depressione e si comincia a compromettere man mano tutte le aree importanti della nostra vita.

    Come si cura

    La depressione, in particolare quella maggiore, si cura attraverso una terapia integrata.

    Quindi, non solo con i farmaci; non solo con la psicoterapia; ma con entrambi. L’uso del farmaco è indispensabile per stabilizzare l’umore; solo con un umore stabilizzato è possibile beneficiare della psicoterapia.

    Ma, quale psicoterapia?

    A mio avviso, anche in questo caso, deve essere integrata.

    Una terapia incentrata sull’hic et nunc, permette di focalizzarsi sulla quotidianità, che poi è il ‘luogo’ ove passiamo la maggior parte del nostro tempo.

    Ma anche una terapia che vada alla radice del problema, quindi di tipo analitico; una terapia che attraverso una regressione controllata, vada alla scoperta di tutti i conflitti che giacciono ancora nell’inconscio, ancora irrisolti. Quei conflitti che poi, alla fin fine, sono la vera e ultima causa di tutti i nostri disagi.

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  • Nov
    11

    La richiesta di valutare l’idoneità educativa, attuale o potenziale, di persone adulte che svolgono o desiderano svolgere un ruolo parentale, viene avanzata abbastanza frequentemente dai tribunali ordinari e, rispettivamente, da quelli dei minorenni. Il tribunale ordinario avanza questa richiesta nei casi più difficili di separazione o di divorzio di una coppia coniugale per meglio valutare l’idoneità dell’uno o dell’altro genitore ad assumere l’incarico di genitore affidatario; qualche volta per valutare l’opportunità che altre persone, al di fuori dei genitori ritenuti poco fidabili, possano essere incaricate di questo ruolo.

    Nell’ambito degli interventi previsti in Italia in ordine alla tutela dei minori privi di un valido riferimento familiare, un posto particolarmente rilevante occupa la legge 184 del 1983 che si propone di disciplinare in modo organico l’istituto dell’affidamento eterofamiliare. Nel ribadire il diritto del bambino ad essere educato nella propria famiglia, contemplando il ricorso all’Istituto solo come “extrema ratio”, le legge stabilisce che, comunque, all’affidamento si ricorra solo temporaneamente, in attesa di una soluzione definitiva ai problemi che rendono “non idoneo” l’ambiente educativo della sua famiglia d’origine. E’ fondamentale l’affermazione della legge secondo la quale “l’affidatario deve agevolare i rapporti fra il minore e i suoi genitori e favorirne il reinserimento nella famiglia d’origine”. L’affido, secondo questa lettura, rappresenterebbe per il bambino una risorsa proprio in quanto sarebbe in grado di salvaguardare il “legame” tramite l’esperienza quotidiana con altri adulti in funzione genitoriale, qualora i genitori naturali siano impossibilitati ad esercitare tale funzione. Cruciale quindi, diviene il concetto di “temporaneità” del provvedimento: dal punto di vista del minore questo aspetto può costituire al tempo stesso un rischio o una risorsa. Si può definire “a rischio” il bambino che vive l’affido “come se” fosse per sempre, tagliando completamente i ponti con le proprie origini e non accettando di vedere gli affidatari non come veri genitori: in questo senso la temporaneità può essere vissuta drammaticamente e la conclusione dell’affido può scatenare reazioni di negazione e di rifiuto pericolosi per la salute psichica del bambino e controproducenti per la buona riuscita dell’intervento. E’ però possibile e auspicabile, che  tutto il “congegno” dell’affido funzioni in modo tale da salvaguardare la bontà del legame familiare, al di là dell’ambito interno del quale esso ha potuto svilupparsi: il rientro in famiglia dopo l’affido, sarà solo un passaggio naturale ed atteso dal bambino al quale – da una parte – non sarà stata negata la possibilità di vivere la sua crescita in un ambiente idoneo, ma che – dall’altra – avrà avuto contemporaneamente la possibilità di salvaguardare il riferimento alla propria personale storia familiare e alle proprie radici.

    Occorre in ogni modo ricordare che il ruolo di chi presta la propria competenza in queste delicate situazioni è soprattutto quello di connettere costantemente tra loro il pensiero e l’azione, agendo sul mondo esterno e rispondendo con l’intervento alle pressioni urgenti della realtà, ma nella volontà di lasciare spazi ad una riflessione che conduca a comprendere sempre più profondamente il mondo interno che si muove ed evolve in ciascun individuo e in ogni sistema relazionale.

    A. Quadrio, G. De Leo “Manuale di Psicologia Giuridica”, Edizioni Led, 1995

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