L’importanza del VUOTO in psicologia

L’importanza del VUOTO in psicologia

I Buddisti, in merito a questo aspetto, si rifanno al Sutra del Cuore il cui messaggio è:

tutto è vuoto, una volta compreso interiormente questo punto, si è finalmente liberi, andando oltre l’illusione.

 Ecco parte del testo:

Il Sutra del Cuore

 “Ascolta, Shariputra:
questo stesso corpo è il vuoto
e il vuoto stesso è questo corpo.
Questo corpo non è altro che il vuoto
e il vuoto non è altro che questo corpo.
Lo stesso vale per le sensazioni,
le percezioni, le formazioni mentali
e la coscienza….

Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;

lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza…

Ci sono due tipi di vuoto: il vuoto interiore, il vuoto creativo.

Vuoto interiore

E’ uno spazio che contiene dolore, che si insinua dentro di noi e che costella le nostre giornate. Ci sentiamo spenti, nulla ci piace, e non c’è nulla in grado di tirarci su. E’ difficile uscirne, anche perché ci assale un senso di angoscia, spesso senza oggetto (di cui si ignorano le cause). Le cause possono essere molteplici e spesso può essere utile far ricorso ad un sostegno.

Vuoto creativo

Contrariamente al vuoto interiore, connotato negativamente, qui ci troviamo alla sua antitesi. Partendo dal presupposto che non è possibile avere un pieno se non è preceduto da un vuoto oppure dal concetto del silenzio, che per i greci era fondamentale per poter creare qualcosa di utile e saggio, oppure ancora dalla passività feconda, nota a chi pianta un seme e attende il germoglio ma anche a chi lascia il campo a maggese (dalla cui necessaria inazione è necessaria per riprendere nuovo slancio) oppure quello che ogni madre ha verso i figli che crescono. Ecco quindi che il vuoto non è concepito come dannoso bensi come un momento necessario se non addirittura indispensabile per promuovere il processo creativo.

Ognuno di noi constata quotidianamente viviamo in un periodo dominato dall’eccesso, che potremmo anche ridefinire come ‘troppo pieno’ da cui certamente si ravvisa la necessità di creare momenti o spazi da riservare al vuoto, che potremmo definire come passività attiva.

Un possibile esempio di passività attiva, oltre a quello precedente del campo lasciato a maggese, può essere rappresentato dalla storie delle storie, quella dell’eroe, che interrompe la sua attività perché malato, oppure è imprigionato oppure perché rapito dall’estasi d’amore (Ulisse, Achille, Lancillotto, …). Ebbene, non sono solo semplici pause, bensì hanno una funzione ben precisa e strutturale. La solitudine a cui si abbandona Lancillotto, sembra si contrapponga all’azione cui ci ha abituato, non è quindi assolutamente uno spazio sterile (come non lo è il campo a maggese) ma com’è facile intuire, propedeutico e necessario alla ripresa di nuove avventure. In questa stasi, il cavaliere sembra perdersi (in tutti i miti dell’eroe abbiamo queste pause) ma in realtà ritrova tutte le energie che lo rilanciano verso le avventure.

Da tutto ciò si evince, spero in modo sufficientemente convincente che il vuoto non è un qualcosa di negativo o peggio ancora, dannoso, ma al contrario utile al processo creativo, e quindi alla crescita.

Quindi, il vuoto è quel ‘luogo’ ove c’è il nulla, non ci sono i pensieri, dove per decidere, non mi faccio influenzare da nulla, ma lascio la mia mentre libera e in attesa di un qualcosa che affiora.

Paradossalmente si risolvono i problemi proprio quando non siamo focalizzati su di loro ma ascoltando i suggerimenti che affiorano dall’inconscio.  Dal vuoto affiorano soluzioni che il solo ragionamento ignora.

Se siamo concentrati, intellettivamente su questo o quel problema, se quindi usiamo solo una parte, una piccolissima parte del nostro apparato psichico, trascuriamo tutto il resto. In nostro apparato psichico è fatto dall’Io, dall’inconscio personale e dall’inconscio collettivo, serbatoio degli archetipi.  Se usiamo solo l’Io (il ragionamento) trascuriamo tutto il resto che è enorme. L’io è solo un punto dove il resto è un tabellone gigantesco.

Ad esempio, quante volte ti sei arrovellato nella ricerca di una soluzione per un problema specifico senza trovare una soluzione? E quante volte, non pensando a quel problema specifico, all’improvviso hai ‘visto’ la soluzione davanti a te? Ecco, tutto questo accade perché l’Io ha ceduto energia e il resto dell’apparato psichico ha avuto le risorse per  ‘lavorare‘ e trovare, trovandola, la soluzione.

Ecco dove sta il vantaggio del vuoto: fare vuoto dentro, liberare la mente perché essa è concentrata sull’identità consueta e non riesce a vedere nulla o quasi.

“L’intima natura delle cose ama nascondersi”, Eraclito

Questa definizione di Eraclito, poetica ed ermetica allo stesso tempo, spiega che la natura di ogni fenomeno risiede quasi sempre dietro le apparenze di quel fatto/fenomeno e dei suoi effetti. Questa natura intima, in realtà non si nasconde ma semplicemente non è vista. Quante volte ti sarà successo di non vedere nulla e poi, all’improvviso, quasi per miracolo, tutto ti sembra più chiaro e illuminante? Quindi, quella cosa, quella situazione, quella soluzione è sempre stata li, era presente ed agente.

Se invece non risolviamo, allora vuol dire che abbiamo portato dentro troppo di noi, ci abbiamo pensato troppo, ci siamo inzavorrati. Tutta zavorra che dobbiamo eliminare e prima lo facciamo prima staremo meglio.

Ciò che non conosciamo della natura, nonostante la conoscenza attuale, è di gran lunga più importante e più attraente di quel poco che conosciamo.

Ecco che la malattia è il risultato di questo conflitto. Un conflitto tra l’anima e il corpo. Ma leggiamo cosa dice Jung in merito a questo aspetto.

 «La malattia è la dolorosa testimonianza di qualche conflitto in atto nel corpo e nell’anima. io cerco di scoprire che cosa i miei pazienti stiano nascondendo a se stessi; perciò, quando si rivolgono a me, mi limito al ruolo dell’ascoltatore. Faccio il vuoto nella mia mente, la rendo cioè ricettiva. Devo liberarmi di ogni preconcetto, evitare di dare giudizi sullo stato morale o spirituale che essi mi svelano.”

(C.G. Jung – Da un intervista del New York Times a Jung, fatta nel Settembre 1912, in cui egli parla della psicologia dell’americano.)

 Anche se non sempre, il vuoto non è assimilabile all’assenza (vedi Lancillotto, oppure il campo a maggese sopra), ma una gestazione più o meno lunga. I tempi della psiche non sono gli stessi di quelli del corpo, il tempo per elaborare non sono quelli che sono ma quelli che devono essere. Tutto questo può durare anche anni e a volte, per risorgere, per tornare a vivere,  bisogna toccare il fondo.

In merito all’archetipo del Sé, esso non si nasconde mai ma semplicemente è celato dal NOISE (rumore di fondo); tutte le sovrastrutture, inutili e dannose  (religiose, morali, sociali, …) che noi umani, da tempo immemorabile ci siamo inventati per ingabbiarci, circoscrive il nostro spazio vitale sempre di più.

Spesso si legge che i mistici avevano ‘visto’ ciò che oggi la fisica quantistica ci svela quasi quotidianamente.

In merito al vuoto, sia i mistici che la fisica quantistica ci dice che non c’è niente di così pieno di energia in quello spazio che ci ostiniamo a definire vuoto.

Danah Zohar, psicologa e studiosa di fisica, scrive che ‘il vuoto in se’ può essere concepito come il campo dei campi, o in altri termini come un mare di potenzialità.

Il campo, in fisica è una grandezza (proprietà di un fenomeno, sostanza oppure corpo) che può essere espressa come una funzione (relazione tra due insiemi) della posizione nello spazio e nel tempo oppure nello spaziotempo.

Questo campo, non contiene nulla (particelle) e tuttavia:  

‘le particelle sorgono come eccitazioni […] al suo interno. […] Il vuoto è il substrato di tutto ciò che è.” [Danah Zohar – L’Io ritrovato, Sperlink & Kupfer, Milano

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