La resistenza alla terapia

In merito alla resistenza, vorrei citare ciò che Freud sostiene nella Introduzione alla psicoanalisi, nella lezione 19 – RESISTENZA E RIMOZIONE  : “…quando ci accingiamo a far guarire un ammalato, a liberarlo dai suoi sintomi morbosi, egli ci oppone una resistenza violenta, tenace e persistente per tutta la durata del trattamento. E’ questo un fatto talmente strano che non dobbiamo aspettarci che sia facilmente creduto. E’ meglio non dire nulla di questo ai congiunti dell’ammalato, poiché costoro penseranno sempre e comunque che si tratti di una scusa da parte nostra per giustificare la durata o l’insuccesso della cura.  Anche l’ammalato produce tutti i fenomeni di questa

resistenza senza riconoscerla come tale, ed è già un buon risultato se riusciamo a indurlo ad adottare la nostra concezione e a tenerne conto. Pensate un po’: l’ammalato, che soffre tanto per i suoi sintomi, facendo soffrire nel contempo le persone che gli sono vicine, che è disposto a sostenere tanti sacrifici di tempo, denaro, fatica e autodisciplina per esserne liberato, proprio lui, l’ammalato, opporrebbe resistenza al suo soccorritore, quasi facesse l’interesse della sua malattia. Come suona inverosimile questa affermazione! Eppure è così; e se qualcuno ci fa osservare questa inverosimiglianza, non abbiamo che da rispondere che non mancano analogie in proposito, e che chiunque si sia recato dal dentista in preda a un insopportabile mal di denti sa di avergli trattenuto il braccio quando vedeva avvicinare la tenaglia al dente malato…

Più oltre Freud fa notare che la resistenza dei pazienti non ha né limiti nè confini. A volte è talmente scaltra che si fa fatica a riconoscerla. Com’è noto una delle tecniche analitiche è quella delle libere associazioni molto utile per la interpretazione dei sogni. Ai pazienti si impone di riferire tutto ciò che passa nella testa, ovvero di esplicitare tutte le percezioni interiori e cioè: sentimenti, pensieri, ricordi e di riferirli esattamente come vengono senza scegliere o escludere con la scusa che :  “è troppo sgradevole o indiscreto per dirlo“, ovvero “è irrilevante, non c’entra, oppure non ha senso, non c’è bisogno di dirlo… etc“.

Bene, nonostante le suddette raccomandazioni, stabilita da questa regola come tecnica fondamentale, si ottiene quasi sempre che è proprio su questo ‘flusso’ di pensieri che la resistenza si accanisce. Infatti il paziente cerca in tutti i modi di sottrarsi alla regola, dicendo che non gli viene in mente nulla e che non riesce a comunicare nulla. Se ad esempio, gli si chiede: cosa le suggerisce il colore rosso, … immancabilmente e immediatamente dice: sangue, oppure toro, oppure tramonto etc … senza nessuna resistenza (infatti si parla d’altro). Se lo si invita a fare la stessa cosa sul tema originario (il sogno) si riblocca. A volte però confessa che  questa cosa non può dirla, che se ne vergogna, che è troppo irrilevante, oppure sciocco e insensato …. oppure che ..  non è possibile che io avevo veramente in mente di farlo addentrare in simili pensieri;  per non parlare di relazioni intime taciute perché appunto intime, oppure di riferire di eventuali molestie infantili subite dopo anni di terapia perché “… sono accadute in un passato così remoto che non credevo fosse utile riferirle…”.

Quindi, possiamo condividere che il meccanismo della resistenza è l’ostacolo più tenace che si oppone alla buona riuscita di una terapia analitica.

Tentando una definizione, si potrebbe dire che la resistenza rappresenta la forza di inerzia della rimozione, cioè quella forza che impedisce il ritorno del rimosso, molto utile per la de-cristallizzazione di quei contenuti grazie alla sua rievocazione e il conseguente passaggio al conscio, insomma, la rielaborazione e la presa di coscienza.

Ma, in analisi come si manifesta?

Ad esempio, le più tipiche manifestazioni sono: dimenticare di venire in seduta senza avvisare, oppure, arrivare ma sempre in ritardo e paradossalmente, anche,  arrivare ossessivamente puntuali; spesso suggerisco di riflettere su ciò che si è detto nel corso della seduta ma , chi resiste, tende a non lavorare su se stessi tra un incontro e l’altro e anche senza evidenti risultati capita che ci si dichiara entusiasti di come vanno le sedute; altra tipica resistenza è quella di proporre periodi di sospensione del rapporto se non addirittura di ‘sparire’  e ricomparire senza  spiegazioni plausibili. Non da meno, come ulteriore forma di resistenza, troviamo soggetti che preferiscono parlare in maniera logorroica senza mai ascoltare, oppure ammalarsi di “raffreddore” prima della seduta, fatalmente una o due ore prima, oppure usare un linguaggio pieno di termini tecnici, dimenticarsi di pagare la seduta etc.

Sul piano etimologico, in fisica, ad esempio la resistenza è quella capacità fisica che permette di sostenere un determinato sforzo il più a lungo possibile; in biologia: resistenza di un organismo biologico a determinate sostanze; etc  Per ciò che riguarda la resistenza nell’interpretazione del sogno Freud, sempre nella Introduzione, scrive che: “la resistenza è l’indice infallibile dell’esistenza del conflitto. Deve esserci una forza che tenta di esprimere qualcosa ed un’altra forza che si rifiuta di consentire questa espressione“.

Quindi, per concludere, buona parte della teoria psicoanalitica si fonda sul fatto che la  resistenza viene esercitata dal paziente per impedire ogni tentativo di renderlo cosciente del proprio inconscio e sopra abbiamo fornito alcuni esempi su come  le associazioni vengono a mancare o prendono strade diverse dal  tema in discussione.  

Ma … come mai accade ciò? Freud fa risalire il tutto alla ipotesi che se nel periodo giovanile del paziente, l’Io ha intrapreso una rimozione per angoscia, questa angoscia continua ad esistere e si manifesta adesso come resistenza, se l’Io si avvicina a ciò che è rimosso. Insomma, se per anni il paziente ha (inconsciamente) esercitato un comportamento come risultato di quella antica rimozione, oggi (nel corso della terapia) è lecito attendersi una certa riluttanza al cambiamento.

Ma … non è forse questo uno dei motivi per cui si va in analisi? Promuovere una trasformazione?

Leggi anche l’articolo: ho scelto l’analista giusto?

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